Jacob Tolepirj, Crete senesi, 2001

 

L'ULTIMA COLLINA

 di Antonio Weremburg

 

 Per un villaggio perso nel bel mezzo delle colline del Chianti, una notizia simile fece scalpore. Che Dino e Pia si sposassero non c'era nulla di male, anzi tutto il paese era stato felice di un tale evento: il ragazzo era uno dei pochi fortunati che aveva fatto ritorno dalle steppe gelate della Russia, e la sua fidanzata, anche quando lo dicevano morto, era rimasta lì ad aspettarlo, rifiutando tutte le altre proposte di matrimonio che le venivano offerte. Pia non era proprio una bella donna, ma il suo carattere mite e schietto aveva fatto perdere la testa ai migliori partiti del paese: si diceva che persino il figlio del conte si fosse fatto avanti ricevendo un cortese, ma deciso, rifiuto; pareva che la ragazza, in cuor suo, lo sapesse che un giorno, dal sentiero delle cipressete, stracciato la divisa, più morto che vivo, il suo Dino sarebbe finalmente tornato a casa, e quel sogno si era avverato. C'erano voluti quasi sei mesi prima che il ragazzo si riprendesse dagli orrori del fronte e della prigionia, poi aveva lentamente ripreso il suo lavoro di bracciante insieme al padre ed ai fratelli. Ci vollero diciotto mesi di duro lavoro per mettere insieme i soldi necessari per le nozze, ma alla fine il gran giorno arrivò. Fu una cerimonia semplice: la funzione in Chiesa, qualche regaluccio di poco conto da parte degli altri contadini del paese, poi un modesto pranzo a base di carne di porco; ma fu proprio durante il "banchetto" che Dino, alzatosi in piedi bicchiere alla mano, diede alla piccola folla festante quella notizia così sensazionale. L'annuncio lasciò tutti i presenti a bocca aperta. Di lì a una settimana, tra lo stupore generale, i due sposi partirono per il loro viaggio di nozze.

 

Era la prima volta, a memoria d'uomo, che un contadino del Chianti si permetteva un lusso del genere.

 

Il giorno della partenza dei due giovani, l'intero paese, per salutarli, si era svegliato prima dell'alba scendendo nella piccola piazza: nessuno quella notte aveva potuto prendere sonno fantasticando di partire insieme a quei due fortunati e di abbandonare per sempre quel disgraziato paese dove erano nati, fatto solo di pietre, vigne e pecore. Appena i primi raggi del sole dipinsero di tenue chiarore i monti dell'Appennino, la coppia scese un sentiero per  la valle dove un camion li prese a bordo.

 

La strada pareva un cimitero, costellata com'era dalle ferite della guerra. Ma la cosa che faceva più male era la vista delle città ridotte a giganteschi cumuli di macerie sulle quali dominava ancora qualche faccione sorridente di Mussolini. Dino non faceva caso a quello spettacolo penoso: dall'indifferenza dei suoi occhi Pia capiva le immense atrocità che il marito aveva vissuto e per quasi tutto il viaggio rispettò il suo silenzio.

 

Mancava un'ora al tramonto quando il pesante automezzo si fermò dietro una collina.

"Di qua vi conviene proseguire a piedi. Dieci minuti e siete arrivati. Domani verso mezzogiorno ripasserò per tornare indietro, fatevi trovare sulla strada", gli aveva detto il conducente.

 

Dino lo pagò con un paio di fiaschi di vino, quindi presa per mano la sposa abbandonò la strada maestra.

 

I due giovani si inerpicarono per un breve tratto su per una tozza collina, popolata da pini ed arbusti spinosi, poi innanzi ai loro occhi si distese un mondo nuovo, mai neppure immaginato fino a quel momento. Pia lasciò cadere lo zaino e si segnò: “Madonna santa che bosco di ginepri! Ma non finisce mai!”

 

Dino sorrise, quindi  contemplò ammirato quella quieta immensità: aveva viaggiato per mezzo mondo, ma quella era la prima volta in vita sua che vedeva il mare.

 

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