
Alessandro La Motta, Il Ponte, 1996
bitume e cera su carta, cm 100x70
LE RONDINI
di Antonio Weremburg
Nero le rondini pronte alla partenza, il vecchio campanile sonnecchiava nell'umidità settembrina. Per anni quella costruzione così solida e bizzarra era stata l'unico punto fermo di don Ferradino. I superiori lo avevano inviato laggiù, tanto tempo prima per occuparsi della vendita della chiesetta e della canonica, ma lui, colpito dalla bellezza del luogo e, dall'altra parte, dallo squallore dei potenziali acquirenti, si era opposto con tutte le sue forze alla cessione del fabbricato e del piccolo bosco di cipressi che lo circondava. La decisione del sacerdote aveva lasciato di stucco i suoi superiori, i quali, seccati non poco per il mancato introito della vendita, per punizione, avevano nominato don Ferradino parroco di quella ‘tebaide’.
In un primo momento il povero prete aveva maledetto amaramente la sua cocciutaggine, ma poi aveva deciso di far buon viso a cattiva sorte e si era rimboccato le maniche. Don Ferradino si era umiliato nei modi più mortificanti davanti a decine di funzionari statali e di direttori di banca per ottenere i denari necessari ai restauri, tuttavia, una volta ottenuti i soldi aveva subito la delusione più cocente che un sacerdote può subire, ossia il disinteresse dei propri parrocchiani. Fino ad allora la gente del villaggio era sempre venuta alla Messa, si comunicava spesso, ma soprattutto i ‘popolani’ andavano in continuazione a cercare il parroco per ottenere favori e piccole raccomandazioni; adesso che il loro sacerdote aveva bisogno di aiuto non si fece avanti nessuno. Per Don Ferradino quelli erano stati i giorni più duri, pieni di sconforto e delusione, ma poi pian piano aveva iniziato a realizzare i lavori più urgenti da solo, assumendo, quando i suoi pochi fondi glielo consentivano, nel disinteresse generale, dei lavoratori a cottimo. In pochi mesi il tetto era stato riparato; poi era toccato al crocifisso sopra l’altar maggior; quindi agli affreschi, che dopo anni ed anni di cure avevano ricominciato ad incantare i pochi visitatori che si arrampicavano in cima a quella collina.
Adesso per l'anziano sacerdote era arrivato il momento di andare in pensione e di lasciare tutto quello per cui aveva lavorato una vita intera. In tutti quegli anni i suoi parrocchiani ed i loro figli non erano cambiati di una virgola, ma la chiesa e la canonica che al suo arrivo erano scoperchiate peggio di S. Galgano adesso erano là, riparate a regola d'arte piene di storia e di fascino.
Il pensiero che nessuno mai gli era stato riconoscente per tutto quel lavoro strinse per un istante il cuore di don Ferradino, poi il Sacerdote, con una vecchia valigia nella mano destra, iniziò a discendere una stradina solitaria che conduceva a valle. Il vecchio aveva percorso sì e no un paio di chilometri quando i gravi rintocchi del suo campanile gli comunicarono che poteva rallentare il passo. Don Ferradino si fermò per un istante quindi dette un ultimo sguardo a quella vetusta torre tanto amata: le rondini spaventate dal battito delle ore si erano allontanate dal campanile lasciandolo alla sua candida nudità. Il Vecchio lo guardò commosso ancora per un minuto poi si voltò e riprese stancamente la via verso la valle.