L’ATTUALITA DI JOHN LOCKE:
LETTERA SULLA TOLLERANZA E LIBERTA’ RELIGIOSA
di Agnese Sabella
Il pensiero di Locke nasce e si sviluppa in pieno Seicento, in un momento di forti contrasti tra gruppi organizzati e Stato e di lotta religiosa. Nell’Inghilterra seicentesca il filosofo, con la sua imponente opera, tenta di risolvere in modo, a mio parere, innovativo il rapporto tra potere politico, singoli e gruppi ed espressioni di tolleranza; questa trova il suo humus, secondo il filosofo, nell’incontro tra etica, diritto positivo e politica e nel riconoscimento del carattere non contrattabile dei diritti naturali che, individuandosi come valori comuni condivisi, non sono politicamente neutralizzabili e costituiscono la cartina tornasole cui rapportare i conflitti morali e i limiti oltre i quali essa non può essere estesa.
Nelle sue quattro lettere sulla tolleranza (l’ultima incompiuta a causa della sua morte), si evince che essa è anzitutto un valore reciproco e binomiale, poiché trova il suo limite proprio nell’intolleranza. Gli intolleranti, infatti, sia come singoli che come gruppi, non devono essere tollerati, poiché quando sono in minoranza si sentirebbero autorizzati a cercar di diventare maggioranza e ciò potrebbe mettere in pericolo la stabilità sociale. E una concessione e si manifesta come concetto negativo rispetto alla libertà che l’ autorità dà ai suoi sudditi e che per natura può essere revocata. Si tollera ciò che non si considera giusto, ma che si sopporta per evitare un male superiore.
In secondo luogo, la tolleranza sprigiona dalla razionalità: dal “Saggio sull’intelletto umano si può trarre una seconda definizione di essa, che appartiene ad una idea complessa di relazione prodotta dai processi associativi della nostra mente. Rientra, infatti, in quella categoria di idee, di cui fa parte l’etica e pertanto è riconducibile alla “conoscenza morale”, che è “suscettibile di reale certezza”. Da ciò discende che l’intelletto è irrazionale, poiché nessuno può obbligare un altro ad accettare come vere quelle credenze che per definizione non sono dimostrabili con certezza. Le credenze hanno a che fare con la coscienza individuale e non si può con la “iubris” costringere alcuno ad abbracciarle come proprie.
In una società civile non si può regolare il governo dello Stato con il fanatismo e la superstizione, ma con la tolleranza, che è requisito stesso per l’esistenza di una società rispettosa di un diritto naturale. Su tutti questi valori, in cui le costituzioni moderne hanno fondamento, sicuramente Locke ha avuto un ruolo e un’influenza tra pochi. È questo forse il grande merito di Locke: aver coniato la tolleranza come paradigma dello stato civile in un tempo in cui la questione religiosa era un tema politicamente prioritario, che trascendeva dal suo ambito specifico e poneva in discussione la concezione stessa della società.
La sua opera, nel contempo, risulta molto attuale, perché anche oggi nella società globale e miltietnica il dibattito e il dialogo, soprattutto interreligioso, sono fondamentali per il mantenimento
della stabilità e della pace mondiale. La tolleranza per Locke è vista, cioè, in una chiave razionale e non relativa: i suoi limiti trovano attualizzazione nella formula cara ad un ordinamento come il nostro di “riti contrari al buon costume” e alla moralità pubblica: riti contrari ai valori di una società civile e ai diritti naturali di ciascuno in una formula più ampia.
Nei tempi in cui viviamo le riflessioni e l’attualità di questo tema sono ancora vive; infatti il dibattito è ancora in pieno svolgimento.