Fabrizio Monetti, Albero, 2002, Torino, Fiera del Libro

 

Rumore di niente 

A  Rocco

 

La luce è accesa. Non si è mai spenta da quando Luis è arrivato qua dentro. Neanche di notte.

A qualsiasi ora Luis si svegli sudato e agitato da incubi e fantasmi, la lampadina gialla lo osserva. Ha smesso di chiedersi se è notte o giorno: è un tempo unico senza tempo là dentro.

Conta solo i giorni, chiedendo ogni tanto alla guardia più gentile che giorno è “oggi”.

Un oggi che si estende e si accorcia come un elastico nella sua mente senza finestre e senza sole.

-         Che giorno è oggi, guardia?

Il 13 Settembre.

Lo ha richiesto dopo tre ore. Era sempre il 13 Settembre.

Aveva una sveglia appena arrivato.

Con quella controllava il passare del tempo, fungeva da bussola per lui navigante disperso.

Ma gli diceva ticchettando che il tempo per lui presto sarebbe finito, che tutti i suoi sogni erano sogni a tempo.

La sveglia si è rotta, scagliata in terra una notte durante un incubo più reale del solito.

Molti dicono che stesse sognando se stesso solo in quella cella a guardare le lancette.

Luis è seduto sul letto col capo in giù come un papavero.

Rosso nel piatto il pomodoro di un pasto senza sapore e senza fame.

Mangia qualcosa ripiegato nelle spalle con il piatto sulle ginocchia.

Spezza il pane.

-         “ Il corpo di Cristo” – diceva padre John

    -     “ Amen” – rispondeva emozionato Luis da piccolo, con la bocca già pronta per ricevere l’ostia. Poi ritornava alla panca con l’ostia attaccata al palato, ridendo e sgomitando con gli altri bambini.

Si sorprende a sorridere adesso che l’ultimo boccone gli si è appiccicato al palato.

Ma le sbarre che ha davanti gli chiudono il sorriso.

E dietro quelle sbarre un lettino a forma di croce per il martire di turno.

Luis posa il piatto in terra e non vorrebbe farlo: è il segnale.

Le guardie entrano a toglierlo e a portargli vestiti nuovi.

-         “Vestiti!”- gridano e se ne vanno sbattendo le sbarre.

-         “ Vestiti, Luis, fai in fretta  che devi andare a scuola!”

Sua madre entrava in camera sempre sorridendo e gli spalancava le finestre.

Luis si alza dalla brandina, si toglie lentamente i vecchi abiti. Comincia ad indossare i nuovi.

Si sbilancia nell’infilare i pantaloni, prima una gamba, poi l’altra.

Apre la camicia. La indossa. I bottoni scivolano e le asole nuove sono troppo strette,

troppo difficile con le mani sudate. La abbottona fino in cima, ma sa che gliela sganceranno.

Si siede nuovamente e piega la vecchia camicia, gli toglie le pieghe, l’accarezza e la sistema sul cuscino. I pantaloni li distende sul letto aperti.

Guarda se stesso senza corpo disteso su quel letto.

Testa di camicia e gambe di pantaloni. Vecchi.

Sa che non farà ritorno in quel letto.                                                            (15-22/09/00)

 

Viorica Guerri

 

 

 

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