PALESTINA
Racconto di Claudio Martino
venerdì 21 settembre 2001
Il sole picchiava forte, ma nessuno si metteva al riparo. Guardavano tutti nella stessa direzione, verso l'uomo che stava parlando. Ed era dall'alba che dalla sommità della piccola collina scorrevano le parole verso la piccola folla riunita sulle pendici. Quell'uomo era magnetico, impossibile distogliere lo sguardo, anche in quel momento, in cui fissare lui significava farsi abbacinare dallo splendore del sole al suo culmine.
Claudius era al suo quinto anno di viaggio. Voleva conoscere il mondo il più possibile! Fino a due anni prima si era spostato velocemente. Poi era arrivato in Palestina ed il fascino di quella terra lo aveva incatenato.
Sin dalla prima adolescenza aveva studiato filosofia, e proprio per conoscere le diverse scuole si era messo in viaggio. In Grecia aveva ascoltato tanti maestri. La sua intelligenza era stata gratificata, ma il suo cuore era rimasto freddo. La Palestina, invece… piena di predicatori, con tante parabole e nessun sillogismo…
Ne aveva seguito in particolare uno, di nome Giovanni, detto "il battista" perché momento importante della sua attività era far immergere i seguaci nell'acqua. Non aveva capito granché delle sue parole, la sua conoscenza della lingua era ancora scarsa.
Ora comprendeva anche le sfumature ed era in grado di seguire perfettamente l'insegnamento dell'uomo che in quel momento stava parlando.
"Gesù, Gesù, aiutaci", cominciò ad un certo punto ad invocare un gruppo di donne ed uomini, che fino a quel momento si erano tenuti in disparte.
"Solo voi potete aiutare voi stessi, fratelli. Io posso soltanto darvi il mio conforto e la mia testimonianza che con la fede in se stessi si possono vincere tante battaglie, anche contro i mali fisici", rispose l'uomo, dall'alto della collina e della sua autorità.
Gli imploranti tacquero, chiaramente insoddisfatti, ma rimasero quieti ad ascoltare il seguito del discorso.
Claudius ormai da un anno non faceva che osservare ed ascoltare Gesù. Aveva fatto anche amicizia con alcuni dei discepoli, ma direttamente con lui non aveva mai parlato. Ora, invece, aveva troppe domande da fare… Si avvicinò ad uno dei seguaci e gli chiese di farlo ammettere nella cerchia più ristretta. Non c'era alcun problema, quella sera stessa Claudius avrebbe cenato con Gesù e pochi altri.
Dopo che il maestro ebbe spezzato e distribuito il pane ai presenti, su di lui si abbatté un diluvio di domande. Ognuno aveva qualcosa da chiedergli. Ma Gesù volse lo sguardo a Claudius e disse: "Stasera abbiamo un nuovo ospite, che ho visto spesso insieme con voi, ma la cui voce non ho mai avuto il piacere di ascoltare. E' giusto che sia lui il primo a parlare."
Tante volte Claudius aveva ascoltato la voce di quell'uomo, sempre durante le predicazioni, mai con un tono normale. E quella voce, che già gli era sembrata così dolce quando doveva essere ascoltata dalle folle, ora che era destinata a pochi intimi gli suonò celestiale.
Superò, almeno in parte, l'emozione. "Tu dici di essere figlio di dio, non temi che possa suonare troppo presuntuoso?", la domanda gli urgeva da troppo tempo ed era più forte del timore di essere provocatorio.
"Sono figlio di dio, come te, come tutti noi", replicò la sublime voce, "così come sono figlio dell'uomo, come te, come tutti noi. Sta solo a noi decidere quale delle nostre nature maggiormente esaltare, con la nostra azione, con i nostri pensieri. Il modo in cui alimentiamo la nostra mente ora, determina la sua natura di domani. Mi hanno detto che un concetto simile è stato espresso anche un filosofo ellenico, tale Socrate. Ma forse parlo troppo difficile per te, che sei straniero".
"No, comprendo bene il tuo dire, maestro, e nulla - almeno spero - di quanto proferisci sfugge al mio intelletto".
Gesù sorrise al linguaggio forbito di Claudius, con il quale gli faceva comprendere il grado di conoscenza della lingua.
"Bene, allora", rispose, "perché in tante occasioni mi trovo in difficoltà con i miei discepoli, i quali sono in grado di comprendere solo discorsi molto semplici."
"Tu parli tanto di amore", Claudius cominciava a sentirsi vieppiù a suo agio, "credi che sia in grado di migliorare il mondo?".
"No, non è in grado di cambiare in meglio il mondo - ammesso poi che esista un mondo migliore possibile -, ma può cambiare noi stessi, aumentando la nostra parte divina, rendendoci così più felici."
"E il regno di dio, di cui parli, dov'è?"
"E' dentro di noi, quando finalmente siamo in pace ed accettiamo la realtà così com'è. Ti dico, anzi vi dico, una cosa che sicuramente tu, Claudius, fra qualche tempo ricorderai e su cui mediterai a lungo. L'unica cosa che conta nei gesti è l'intenzione. I risultati futuri sfuggono al nostro controllo."
La cena dopo un po' finì e tutti si predisposero a dormire. Claudius capitò accanto ad uno dei discepoli, di nome Giuda, che aveva seguito attentamente tutta la conversazione tra lui e Gesù, mostrando di non gradire troppo le parole del maestro.
Finalmente l'accampamento si addormentò.
Claudius si svegliò di soprassalto. Aveva sentito un rumore. Qualcuno stava sferrando una coltellata al suo vicino. L'abitudine al corpo a corpo acquisita durante le esercitazioni militari della giovinezza gli consentirono di afferrare il polso dell'aggressore e di evitare che potesse sgozzare Giuda. Claudius lasciò il polso dell'uomo, che scappò via.
Il giorno dopo tutti parlarono di lui ed anche Gesù lo ringraziò per aver salvato il suo amico.
Pochi giorni dopo Claudius fu raggiunto dalla notizia che suo padre era moribondo e si affrettò a tornare a Roma.
Tante volte ripensò a quella serata straordinaria passata accanto ad un uomo così eccezionale. Ripassò ad una ad una tutte le parole da lui pronunciate.
In modo particolare meditò su quanto detto a proposito degli atti compiuti con intenzione buona e dell'impossibilità di prevederne gli effetti cattivi.
Ne capì finalmente il significato quando venne a sapere che Giuda aveva tradito Gesù, aiutando i suoi persecutori a catturarlo.
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MUSICA PER FLAUTO
di Claudio Martino
giovedì 20 settembre 2001
Non riusciva più a concentrarsi sulla musica. La ragazza si comportava in modo veramente strano! Non faceva altro che scrivere, scrivere, ascoltando con la massima attenzione i suoni provenienti dal palcoscenico.
E dire che prima dell'inizio del concerto, scambiando qualche frase, si era fatto l'idea che si trattasse di una donna, oltre che molto graziosa, estremamente equilibrata. Avevano conversato piacevolmente lì, sul palco, unici occupanti. Gli aveva raccontato che veniva da un posto lontano, dove si parlava una strana lingua, ma dove si studiavano tutte le lingue del mondo. In realtà, a ben ripensarci, anche i suoi discorsi erano stati un po' strani, ma lui non ci aveva fatto molto caso, forse perché pronunciati da una ragazza così bella e con un tono di voce così dolce…
Stavano ascoltando un concerto di musica contemporanea per flauto ed orchestra, di un autore d'inizio del Novecento, dal nome impronunciabile ed irricordabile. E, stranezza nella stranezza, la sua vicina di palco rimaneva perfettamente immobile durante le parti solo orchestrali e prendeva invece appunti quando il flauto faceva sentire la sua voce. Il fraseggio dello strumento solista era spezzettato, ma ben si amalgamava con i contrappunti dell'orchestra.
Carlo a questo punto non seguiva più la musica, ma gettava continuamente lo sguardo sul quaderno nelle mani di… ma come si chiamava? Si rese conto che non le aveva neanche chiesto il nome. Si ripromise di farlo durante l'intervallo. Che finalmente arrivò.
"Io mi chiamo Carlo, tu come ti chiami?". "Il mio nome", oddio!, quant'era dolce quella voce, "è… è troppo difficile per te memorizzarlo, nella mia lingua vuol dire 'colei che guarda le stelle'". "Ed allora ti chiamerò Stella". Il sorriso di lei gli mostrò che la semplificazione non le dispiaceva.
"Perdonami l'ardire, ma cosa sei, una giornalista? Perché stai prendendo continuamente appunti? Devi scrivere una recensione, e per quale giornale? Così lo comprerò…".
Stella, dopo le domande di Carlo non rispose subito. Guardava alternativamente il palcoscenico, il quaderno ed il viso di lui ed alla fine la sua bocca, lo strumento più bello dell'universo, emise la sua dolce musica: "ora non posso dirtelo, dopo il concerto ti spiegherò ogni cosa…"
E più verbo non proferì, con sul volto uno splendido sorriso rimanendo.
All'arrivo dell'orchestra Stella riassunse l'atteggiamento professionale del primo tempo. Ed il suo sguardo si fece serissimo quando finalmente si presentò anche il flautista. Il lavoro stenografico riprese. L'agitazione, la curiosità e l'eccitazione di Carlo erano ormai alle stelle e pensava soltanto alle parole che avrebbe usato per invitare la ragazza a cena. Non doveva assolutamente farsi dire di no.
E la ragazza disse di sì, anche lei aveva desiderio di continuare a stare in compagnia di Carlo, ed aveva tante cose da raccontargli… forse sbagliava a farlo, ma non poteva partire senza dare qualche spiegazione ad un uomo che le era risultato così affascinante…
"Quello che sto per raccontarti ti apparirà incredibile…", la ragazza si interruppe un attimo per assaggiare il vino. "Ti prometto che ascolterò con attenzione…", rispose Carlo, dopo che ambedue ebbero ordinato la pizza al cameriere.
"Dopo questa sera non ci vedremo più", riprese Colei che guarda le stelle, "io non tornerò più qui e se anche riferirai a qualcuno quello che ti dirò, nessuno ti crederà. Anzi sarai tu il primo a non crederci."
Il viso di Carlo cominciava a diventare triste. Stella avvicinò le labbra a quelle di Carlo e lo baciò. "No, non devi essere triste. Penserò sempre a te. Ma ora ti prego, ascolta. Anche se il mio aspetto è umano, vengo da un altro pianeta… un pianeta molto lontano, in un sistema solare lontano…
Ti risparmio i particolari su come sono arrivata qui. All'inizio del periodo che voi chiamate Novecento, un altro abitante del mio pianeta giunse qui sulla Terra. Aveva una missione, ed era quella di studiare il vostro pianeta e farne una relazione. Passò diverso tempo e non avemmo più notizie di lui. Noi continuammo a studiare, anche grazie alle trasmissioni radio e televisive da esso provenienti, il pianeta Terra. I nostri analisti si posero dei quesiti, la cui possibile soluzione si trovava negli avvenimenti che il nostro esploratore avrebbe dovuto osservare. Ma, come dicevo, non avevamo alcuna notizia di lui… finché, ascoltando una trasmissione radiofonica, non fu fatto il suo nome. Lo speaker citò tra gli autori di musica contemporanea il nostro emissario. Da quel momento intensificammo l'ascolto dei programmi provenienti dalla Terra, con la speranza che prima o poi avrebbero mandato in onda qualche suo brano.
Perché di una cosa eravamo certi, che la musica da lui scritta avesse a che fare con la missione. E quindi i miei superiori, avendo saputo che stasera in questa città sarebbe stata eseguita la sua musica, mi hanno inviato in osservazione. Ed hanno fatto bene, in quanto in realtà la parte del flauto è un messaggio scritto in un codice che somiglia vagamente al vostro alfabeto Morse. Io ho riportato tutto sul mio quaderno e quando tornerò sul mio pianeta lo farò studiare dai nostri analisti…"
Improvvisamente nella pizzeria fecero irruzione degli uomini vestiti da infermieri. Si avvicinarono al tavolo occupato da Carlo e Stella. "Su, signorina, per cortesia, venga con noi… i dottori sono molto preoccupati per lei… signore, stia tranquillo, è tutto sotto controllo, la signorina si è allontanata dalla clinica senza autorizzazione… ma non è pericolosa…". E la portarono via.
Dal giorno successivo Carlo iniziò le ricerche della bella sconosciuta. Visitò tanti commissariati e tante cliniche psichiatriche. Ma nessuno sapeva nulla di quell'intervento compiuto a quell'ora in quella pizzeria.
Tre anni dopo il suo occhio cadde su una foto pubblicata da un giornale. Ritraeva un importantissimo uomo politico che camminava tra la folla.
Ed accanto a lui c'era un uomo, con l'auricolare tipica degli agenti speciali di polizia, uno degli infermieri che avevano rapito Stella.
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DAVANTI ALLE DUE TORRI
Sonetto di Claudio Martino
All'improvviso un baratro s'è aperto
A talun sembra la fine del mondo
D'ora in poi nulla gli appare più certo
Con le due torri ogni cosa va a fondo
Ma così è per l'intero universo?
O a fondo già qualcuno si ritrova
Senza qualcun che di lui guardi verso?
E tanto in fondo al cuor rancore prova?
E' ben chiamarla giustizia infinita
Negli uomini se richiamare vuole
La giustizia che sol la pace addita
Quella in cui nessun essere si duole
E non dove soltanto pochi eletti
A tutti gli altri impongon gravi mole
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FUGA SENZA RISPOSTA
Soggetto per un cortometraggio
di Claudio MARTINO
"Perché mi chiedi questo?", il tono della ragazza era pressante, anche un po' dolce, ma non come lui avrebbe voluto.
"Non capisco… la tua domanda…", il balbettio di lui era sincero. Cominciava a risultargli veramente incomprensibile l'atteggiamento di lei.
Ma come, erano stati a guardarsi a lungo, si erano sorrisi a vicenda per lunghi, troppi minuti, lei aveva fatto di tutto per fargli capire che le piaceva, ed ora…
La domanda di Marco era stata estremamente semplice: "vogliamo conoscerci meglio?". E l'averla pronunciata lui e non lei gli pareva un semplice particolare tecnico, proprio perché necessariamente uno dei due doveva dirla. Marco si aspettava dalla ragazza un semplice "sì", al quale avrebbe fatto seguito una serie di altre domande da parte di entrambi, sperava.
Ed invece, alla domanda, incredibilmente semplice, lei rispondeva con una frase che spezzava tutto il suo castello di pensieri.
"Scusami, evidentemente mi sono sbagliato", farfugliò alzandosi dalla sedia accanto alla ragazza ed andandosi a sedere al tavolino occupato precedentemente.
A quel punto Marco si sedette, sentendosi anche un po' osservato dagli altri clienti del bar e finse di leggere un giornale. Si era fatto il solito romanzo nella testa, si disse. Era tentato di cambiare posto, di volgere le spalle alla ragazza, ma gli sembrava francamente di darle troppa importanza.
I suoi occhi, che a quel punto cominciavano anche un po' ad inumidirsi per la delusione e l'imbarazzo, erano arrivati alla decima riga dell'articolo, quando sentì una voce femminile, molto vicina al suo orecchio: "Certo che voglio conoscerti meglio, perché mi sento già innamorata di te. Ma tu perché vuoi conoscermi meglio? E' solo questo che volevo e voglio sentire da te."
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FUGA SENZA RISPOSTA.
di Claudio MARTINO
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Un bar all'aperto. Ad uno dei tavolini sono seduti una ragazza ed un ragazzo. Sul tavolino ci sono una zuppiera di vetro con ciò che resta di una porzione di insalata, un bicchiere di birra quasi vuoto ed un paniere con una sola fetta di pane. Vediamo in primo piano il grazioso volto della ragazza (LAVINIA). |
LAVINIA: Perché mi chiedi questo? |
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La macchina da presa inquadra il viso del ragazzo (MARCO), che mostra stupore e delusione. Balbetta. |
MARCO: … non capisco… la tua domanda… |
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Marco si alza dalla sedia. |
MARCO: Scusami, evidentemente mi sono sbagliato. |
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Marco si allontana dal tavolino dove siede Lavinia, si dirige verso un tavolino dello stesso bar. Sul piano del tavolo ci sono un piatto sporco di sugo di pomodoro ed una caraffa di vino quasi vuota. Prende una sedia, la fa ruotare in modo che lo schienale sia rivolto a Lavinia, poi ci ripensa, rimette la sedia com'era prima e si siede con il viso rivolto nella direzione della ragazza. Prende il giornale che ha in mano e comincia a leggerlo. La macchina da presa inquadra i suoi occhi, che si inumidiscono. |
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FLASHBACK: Torniamo indietro di qualche minuto. Vediamo contemporaneamente tutti e due i tavoli. Su quello di Lavinia la zuppiera è piena di insalata ed il bicchiere di birra ed il paniere sono pieni; su quello di Marco nel piatto ci sono degli spaghetti fumanti e la caraffa è piena di vino bianco. Marco e Lavinia si guardano, anche con una certa insistenza, si sorridono, seppur timidamente. I sorrisi, specialmente da parte della ragazza, diventano sempre più aperti. Marco ad un certo punto si alza, si dirige verso il tavolo di Lavinia. |
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Vediamo il viso di Marco, con gli occhi abbassati. Il tono della sua voce è dolce. |
MARCO: Vogliamo conoscerci meglio? |
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Primo piano di Lavinia. |
LAVINIA: Perché mi chiedi questo? |
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RITORNO AL MOMENTO PRESENTE: Di nuovo viene inquadrato il tavolo di Marco, con il piatto sporco di sugo e la caraffa di vino quasi vuota. Vediamo di nuovo in primo piano gli occhi inumiditi di Marco. La macchina da presa ci mostra come Marco vede le righe dell'articolo che sta facendo finta di leggere. La visione è offuscata da un leggero tremolio.
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Marco è immerso nella finta lettura. Nel campo visivo dello spettatore appaiono due labbra che si muovono. |
LAVINIA: Certo che voglio conoscerti meglio, perché mi sento già innamorata di te. Ma tu perché vuoi conoscermi meglio? E' solo questo che volevo e voglio sentire da te. |
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Le immagini diventano lentissime. Marco rimane per alcuni istanti immobile. Poi ruota lentamente il viso verso le labbra, che si schiudono in un sorriso. |
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