IL CALENDARIO
di Claudia Bellia
La porta del vagone si apre come un sipario elettronico ed entra una coppia di adolescenti seguita da due zigani con armonica e violino. I due ragazzi prendono posto. Lei siede sulle ginocchia di lui e sorridente gli porge in dono un piccolo calendario. Lieti ne assaporano le immagini.
I due gitani, al centro del vagone, iniziano il loro concerto, l’armonica ed il violino assieme effondono il calore di un’orchestra intera. La musica si fa più intensa ed allo stesso tempo allegra e struggente come sa esserlo la musica zigana. La coppia si bacia e si accarezza in un involontario accordo, al ritmo incalzante della melodia. Il calendario adesso giace dimenticato sulle ginocchia di lei, mentre i musici suonano attimi unici ed irripetibili della loro storia d’amore. Una giovane donna, nascosta dal ruvido e largo cappotto nero, in piedi in un angolo del vagone ha occhi solo per i due adolescenti e per i nomadi. E’ triste ma il movimento veloce della metropolitana, quasi come una giostra, fa sì che, anche se per pochi istanti, si senta sospesa dal pensare. Il dono della ragazza le ricorda il calendario che non era riuscita a regalare al suo nuovo ed incerto amore. In un’oziosa retrospettiva immagina che lui, avrebbe senza dubbio gradito il dono se la loro storia fosse andata diversamente. Di fatto non le era rimasto che dirsi con rabbia: "Me lo regalo!" E quando per caso lo riscopre nel fondo del cassetto, è come se lo riscegliesse e lo sfoglia compiaciuta. Delle rigorose foto in bianco e nero di Doisneau, fotografo francese degli anni ’40, l’aveva colpita, per contrasto, quel prorompere di baci appassionati per le strade di Parigi, sul lungo Senna, nei bistrot ed un valzer ballato in strada, una notte d’estate. Quindi aveva afferrato d’istinto dallo scaffale quel calendario, tra i tanti. Le era sembrato il preannuncio del viaggio che avrebbe dovuto fare con lui a Parigi, dove non era mai stata. Di proposito si limitava a vedere Parigi solo con l’obiettivo e con gli occhi di quel fotografo, una città del passato, ormai, che non avrebbe mai potuto vivere e visitare.
Sconfessava, in questo modo, la grande metropoli multimediale del 2000, delle mostre, dei musei che divorano per intere giornate il visitatore allettandolo con confortevoli ristoranti, caffetterie, biblioteche, negozi. O peggio, dei cosiddetti "pacchetti viaggio" di agenzia: "Parigi 4gg/3 notti, Disneyland, ingresso parco, tratt. B/B, Volo a/r - tutto a Lit. 742.000.
In quelle foto, invece, cercava di costruire la sua Parigi, un mito interiore o forse solo un mito del passato. Su una foto le piaceva indugiare in modo particolare: una coppia parigina che emerge dal magma confuso della strada. Lui la bacia di sorpresa, lei si ritrae appena con la schiena. L’uomo con una mano le avvolge l’intera spalla, mentre nell’altra tiene tra due dita una sigaretta ormai spenta. I loro occhi sono chiusi ed ignari dei passanti e dell’obiettivo che non ha risparmiato due testimoni. Una donna, che cammina quasi allineata alla coppia, il viso in parte coperto dal braccio e dalla spalla dell’uomo. La donna sta fissando il fotografo infastidita di ritrovarsi lì. Nonostante cerchi di nascondersi dietro i due, è certa di rimanere immortalata in quella foto, nient’altro che una grigia presenza. L’altro testimone cammina dietro la coppia. Li fissa dietro lo schermo dei suoi occhiali. Una ruga profonda nasce sotto il basco e gli attraversa la fronte, gli angoli delle labbra sono rivolti all’ingiù. Il trionfo di quel bacio strappato alla routine della vita quotidiana ed alla strada lo infastidisce e lo raggela. All’espansione della coppia corrisponde il triste irrigidimento dei testimoni. A questa sorte, adesso, non è sfuggita nemmeno lei sulla metropolitana dove teme di incontrare un implacabile fotografo pronto a cogliere con l’obiettivo il suo mesto sguardo che persiste sulla coppia.
Solo per un attimo la musica è riuscita a riscaldarla dal torpore invernale che l’ha investita anche nei sentimenti e si è commossa.
Ma nessuno, oltre lei, sembra notare la coppia o al più vi transita distrattamente con lo sguardo. Possibile che l’irruzione del gruppetto metropolitano non abbia indotto alcuna reazione negli altri viaggiatori?
La prossima fermata è la sua. Deve scendere. Davanti alla porta vede di sfuggita la sua immagine riflessa. Non osa soffermarsi sugli occhi spenti ed i lineamenti improvvisamente appesantiti. Tutta colpa del suo ingombrante cappotto nero. Se ne deve liberare al più presto.
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Magia
di Daniele d'Apote
Il sole e la luna si scrutavano sospettosi, circoscritti, in perfetto equilibrio, tanto che nessuno avrebbe potuto dire se si trattasse di un’alba o di un tramonto.
Il cielo aveva un colore amorfo, vagamente bluastro, diremmo quasi un indaco. E nell’aria si spandeva una sensazione indefinibile di attesa.
Alef era lì al porto, davanti alle minuscole onde di un mare appena percettibile, scurissimo. E osservava dianzi a sé con il cuore ingombro di strani e inspiegabili presagi.
La notte nella locanda era stata agitata per via di spiacevoli rumori e scricchiolii sinistri che avevano percorso lo stabile dalle fondamenta ai coppi della linea di colmo della copertura. Ed il vetro del lucernario della soffitta aveva tintinnato una melodia monotona.
Così Alef si era deciso ad uscire in istrada, al buio, seguendo un fastidioso vento che veniva dal mare e che pareva trasportare con sé chissà quali echi e riecheggi.
E invece poi tutto era come descritto ed Alef solo ora cominciava ad acquietarsi: nell’acqua si specchiavano i due corpi celesti, rinnovando la loro sfida silenziosa e quando le onde presero a muoversi parevano descrivere una simmetria circolare dalle lontane origini.
Alef guardò dinanzi a sé e vide l’acqua animarsi come di mille striscioline luminose invero assai curiose, tanto che senza avvedersene si avvicinò alle onde bagnandosi i piedi e vedendo qualcosa che brillava ad un palmo di profondità.
Guardò meglio: era come una figura, anzi un disegno geometrico, strano, indecifrabile, e più lo osservava più esso cambiava di identità, di dimensione, di forma. Solo la natura si mostrava sempre la stessa: pareva fatto di luce.
Alef cercò allora di afferrarlo e gli sembrava oramai di esserci sopra e già protendeva le mani immergendole nell’acqua… ma inutilmente, perché quella cosa era così inafferrabile che egli se ne stupì.
Si sollevò diritto a riflettere quando… si indovini lo stupore che provò nel vedere che l’oggetto non era per nulla nel mare bensì pendeva sul suo petto, luminoso come non mai e anzi era come se stesse proprio dentro di lui e gli fosse appartenuto da sempre, da generazioni, da mille e più di mill’anni!
Fu in quel momento che si accorse che oramai erano le prime ore del mattino e, voltandosi, vide che poco più in là vi era una figura di giovane donna che camminava lentamente sulla linea del bagnasciuga, come per contarne la lunghezza in passi: era alta, con i lunghi capelli biondi che cadevano su un vestito azzurrino che la copriva fino ai piedi.
Era di tre quarti e per un attimo sembrò lanciargli uno sguardo. Poi si voltò mostrandogli le spalle.
Solo allora Alef vide che c’erano delle guardie armate un po’ più indietro che osservavano tutta la scena senza troppo preoccuparsene. Pareva proprio che fossero là per proteggere la donna, che nel frattempo aveva preso ad emettere una lieve melodia gutturale, una vibrazione che sapeva di Oriente: "Tat savitur varenyam…"
Già alle prime note Alef ebbe un sussulto: avevano lo stesso ritmo di quel tintinnare che nella notte lo aveva costretto a lasciare il sonno. Per un attimo non sapeva più dove fosse esattamente, né cosa potesse fare per avvicinare la fanciulla.
Ella stava ora roteando il piede ad un palmo da terra, come per sgranchirsi le caviglie, ma Alef s’accorse che stava disegnando un segno: una specie di otto coricato. Mentre rifletteva su queste cose era già al suo fianco e le stringeva la mano ed era su di lei e i suoi occhi erano nei suoi.
Sophie sorrise lievemente e si voltò indietro come ad indicare verso gli armigeri che la osservavano da lontano: ed Alef poté vedere che erano solamente abbozzati nella pietra rosa del luogo.
* * *
A queste cose pensava adesso che era in cima a quelle rocce, in un’aria rarefatta e fredda, senza più una via d’uscita.
Sophie si era ammalata e l’unica cosa da farsi era affrontare un lungo viaggio per scovare l’unica persona che si riteneva fosse in grado di salvarla con una delle sue pozioni.
Ma lungo il percorso erano via via caduti tutti: prima le bestie meno forti, poi i soldati con le loro armature pesanti, infine i compagni di Alef, quantunque avvezzi alle fatiche e alle difficoltà, che erano morti nelle incredibili situazioni che si erano presentate quasi dal nulla, riducendoli in pezzi.
Solo Alef era sopravvissuto con la forza della disperazione e del suo perduto amore, quando oramai anche l’immagine della donna della spiaggia, con la quale aveva convissuto per troppo poco tempo, si andava perdendo.
Il percorso si era quindi fatto impervio e faticoso, la strada incerta e pericolosa, fino a divenire un angusto sentiero scavato in una gola che aveva dovuto imboccare senza indugi perché incalzato da un qualche animale che avvertiva dai rumori nei cespugli, che non si mostrava ma che pareva gigantesco e pronto ad aggredirlo.
Ora però non poteva più proseguire perché davanti a lui c’era solo un enorme salto nel vuoto, che attraverso la nebbia sembrava finire nell’infinito.
I pensieri di Alef, che si era seduto sfinito e sfiduciato, viaggiavano ora alla velocità della luce, avanti e indietro, in forma circolare, riannodando i fili spezzati e ricucendo gli strappi di cento esistenze vissute.
Il fiato era sempre più affannato e frammentario, quando d’improvviso sentì le membra dilaniarsi, percorse da mille sensazioni, e solo allora capì che ogni attimo è davvero un attimo nuovo e che ogni cosa si dà da sé alla vita. E pure lui voleva rinascere allora, in quell’istante, quando una dolce sensazione di pace lasciò il posto ad un acre odore di cianuro che stordiva la mente.
Fu in quel momento che, voltando gli occhi senza neppure muoversi, vide che Lei era là ad osservarlo con lo sguardo a tratti amorevole e a tratti sprezzante, vuoto e infine gelido e profondo come un pozzo senza fine.
E vide che lei aveva lo sguardo di Sophie.
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Il tuo pensiero e il mio.
di
Franco Libero Manco.
C’è una profonda differenza tra il tuo pensiero e il mio: il tuo pensiero è figlio maturo della cultura cattolico-scientista; il mio è frutto acerbo della coscienza universale biocentrista.
Il tuo pensiero è dogma antico, è tradizione, segue la legge dei morti, delle mummie; il mio pensiero è nuovo, non ha paradisi da conquistare o inferni che lo minacciano, e la sola legge che lo governa è: "Non far del male ad alcun essere vivente".
Il tuo pensiero è cristiano, induista, taoista; nel mio pensiero c’è una sola bandiera, una sola patria, un solo Dio padre equanime di tutte le creature e ispiratore delle grandi "Dottrine".
Il tuo pensiero trova le sue ragioni nell’utile e nell’immediatez-za; il mio vive della bellezza multiforme della Vita e soffre per ogni fiore reciso.
Nel tuo pensiero c’è la giustificazione delle cose in cui credi; nel mio c’è lo sforzo di uniformarsi a ciò che è giusto, anche se gli costa fatica e solitudine.
Tu credi nei sistemi politici e nei meccanismi economici; io credo nel cuore dell’uomo e nelle possibilità della sua anima.
Il tuo pensiero è la forza della maggioranza democratica, appartiene al presente; il mio è il sogno isolato degli umili che da millenni appartengono al giorno che sta per sbocciare.
Il tuo pensiero ti induce a cercare la ricchezza ed il potere; il mio mi spinge a superare i miei limiti per rendere ogni giorno migliore la mia coscienza.
Il tuo pensiero ti permette di adottare la legge del più forte quando non sei tu a far parte dei più deboli; il mio pensiero non mi consente di giustificare le mie scelte quando non tornano a beneficio della Verità e della Vita.
Tu credi che solo l’uomo abbia un’anima immortale; io credo che un solo spirito anima tutti i viventi e che ogni creatura è conosciuta ed amata da Dio come se fosse l’unica esistente.
Tu credi che solo la vita e la sofferenza dell’uomo hanno valore oggettivo; io credo che ogni vita ed ogni dolore sono uguali davanti al Creatore.
Tu consideri come tuo prossimo solo quelli della tua stessa specie e a volte nemmeno tutti; io vedo il mio prossimo in ogni cosa che ha vita.
Tu credi che gli animali siano al servizio degli uomini; io credo che ogni cosa vive per sé stessa non in funzione di un’altra e che se Dio fosse indifferente alla sofferenza delle sue stesse creature non sarebbe il Dio dell’amore e della vita ma della sofferenza e della morte.
Tu ritieni lecito sfruttare la natura, sperimentare sugli animali; io credo che un crimine non si valuta a seconda della vittima e non cessa di essere tale anche sa da esso si deduce un vantaggio.
Tu mangi la carne perché pensi di essere onnivoro e non vuoi rinunciare al piacere di un piatto prelibato, anche se sai che questo causa sofferenza e morte a creature innocenti che come te amano la vita, soffrono ed hanno terrore della morte; io credo che il male dell’universo ha sede nel cuore dell’uomo, si nutre dell’egoismo giustificato e dell’in-differenza verso chi soffre.
Tu hai il tuo pensiero ed io ho il mio. Non crediamo nelle stesse cose e sicuramente neppure nello stesso Dio.
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GLI ADDII
di Linda Figliozzi
Le mattonelle erano bianche, lucenti. Il filo azzurro ed il piccolo disegno geometrico a virgola risaltavano ancora di più da quando erano state lavate. Sorprendente come le cose riprendono vita quando sono pulite, pensò Thomas, seduto sulla tazza. Certo, se fosse stato mezzogiorno la luce avrebbe battuto con più forza sulla loro superficie lucida, e sarebbe stato come quando il sole d'estate batte su una vela lontana nel mare, rendendola così luminosa da non poterla quasi guardare. Quella virgoletta ha un po' la forma di una piccola vela: tante piccole vele luminose in questo bagno oggi, mi sento allargare i polmoni. Deve fare proprio bene quel calmante che mi hanno dato ieri: ammorbidisce i pensieri, ovatta un po' il cervello, ma mi sento immenso, in una dimensione perfetta. Mi riesce un po' difficile concentrarmi su qualcosa, ma tanto non ne ho bisogno. Le mattonelle sembrano tutte uguali, ma a guardarle bene, a lungo, non è vero. Ci sono vele un po' più azzurre ed altre sbiadite, chissà se se ne sono accorti. Anche il mare però è così, non è mica tutto uguale. Glielo devo dire a quelli che mi aspettano, adesso che esco: può essere importante. Questo è un posto meraviglioso, non mi sembra nemmeno di stare in galera, ci sono troppe cose, troppi particolari che se non guardi a lungo non si colgono, ma ad essere attenti sono talmente numerosi che nemmeno nel mondo di fuori si trovano.
"Vengo". E' vero, è da tanto che sto qui, ma sto troppo bene. E' giusto che vada, il bagno potrebbe servire ad altri, anche se mi pare improbabile, di mattina così presto. Era così anche a casa mia, tutti se la prendevano con me perché stavo troppo in bagno, ma mi piace proprio starmene tranquillo a pensare: in nessun altro posto sono mai stato così bene. Chissà se il Paradiso assomiglia ad un bel bagno tutto per me con tante piastrelle colorate e disegnate. (ridacchia) Forse però non me lo sono meritato (si stiracchia). Tanto tra un po' lo saprò: tra un'ora, mi hanno detto, sarà tutto finito, e non è poi così male, se la sera prima ti danno questo bel bibitone e la mattina dell'esecuzione ti fanno stare tranquillo un po' al bagno per i fatti tuoi. Guarda un po', la cinta si allaccia ad un buco che stringe di più: sono dimagrito proprio in tempo per quell'altra cinta. Spero che non stringano troppo, non l'ho mai sopportato.
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IL SOGNO
di Claudio Martino
Che strano sogno aveva fatto, strano davvero!
Immaginate, nel suo sogno aveva avuto una limitazione fisica, si era addirittura sentito separato dall'universo!
Altro che sogno! Era stato un incubo, una continua successione di strane sensazioni, la più forte di tutte la paura.
Paura di che, poi? Di finire il sogno, anzi l'incubo. E la cosa più terribile era che durante il sogno non si rendeva conto di star sognando.
Adesso finalmente era sveglio. Percepiva l'intero universo dentro ed intorno e la sua felicità era smisurata.
Ora ricordava proprio tutto. Non si era trattato di un unico sogno, ma di una lunghissima serie di sogni. In ognuno la sua limitazione fisica era stata di aspetto diverso.
Adesso finalmente era tutto finito. Era completamente sveglio, vigile e pronto a contemplare l'universo, cioè se stesso, nella più assoluta beatitudine.