PROGRAMMA E REGOLAMENTO DEL CONCORSO PER UN RACCONTO BREVE E/O UNA POESIA - DOMENICA 16 DICEMBRE 2001 - GALLERIA D'ARTE "FENNEC" - Roma, via Saluzzo, 77 (tel.06 7023427 - metro A "Ponte Lungo") - DALLE ORE 17.30

Il programma prevede:

Chi vorrà, potrà ordinare entro le ore 19, a sue spese (per il tramite degli organizzatori), delle pizze, che saranno consumate all'interno della galleria successivamente alla premiazione. Chi vorrà, potrà comunque trattenersi fino a sera inoltrata.

Claudio - cell. 338-3465874

REGOLAMENTO:

  1. E' indetto un concorso per:
  2. - il miglior racconto breve inedito;

    - la migliore poesia inedita.

  3. Possono partecipare tutti.
  4. Ciascun concorrente può partecipare per entrambi i generi (può presentare, cioè, un racconto + una poesia).
  5. Ciascun concorrente potrà presentare un solo racconto ed una sola poesia, aventi come argomento: "Due creature, provenienti da mondi, ambienti, culture diversi, si incontrano. Dopo un primo scontro, realizzano finalmente la loro similarità sostanziale".
  6. I racconti e le poesie dovranno avere la lunghezza massima di 3.000 caratteri (spazi esclusi) e dovranno essere composti con il computer (insieme con il testo stampato, dovrà essere cortesemente consegnato all'organizzatore, cioè Claudio Martino, anche un floppy-disk con il testo digitalizzato, che potrà essere inviato anche tramite posta elettronica all'indirizzo "[email protected]"). Coloro che non hanno la possibilità di comporre il loro testo con il computer, potranno consegnare il manoscritto all'organizzatore, che provvederà a compiere il lavoro di dattiloscrizione.
  7. I racconti dovranno essere in italiano. Chi desidera presentare un testo in lingua straniera o in dialetto, è pregato di consegnare anche una traduzione in italiano (sempre anche su floppy-disk).
  8. I concorrenti sono pregati di consegnare i loro elaborati entro quindici giorni dalla data fissata per la votazione e la premiazione (cioè entro sabato 1° dicembre 2001). L'organizzatore provvederà a diffondere tutti i lavori con ogni mezzo a sua disposizione (consegna brevi manu, fax, posta elettronica, eccetera).
  9. Il giorno fissato per la votazione e la premiazione (domenica 16 dicembre 2001), tutti coloro che intenderanno esprimere le loro preferenze potranno farlo tra le ore 18.30 e le 19.30 presso la galleria "Fennec" di Roma.
  10. La votazione avverrà per scrutinio segreto. Sulla scheda potranno essere apposte al massimo tre preferenze per ciascuna categoria di concorso. Vincerà chi otterrà più preferenze.
  11. I premi per i primi tre di ciascuna delle due graduatorie verranno decisi dall'organizzatore (sempre Claudio Martino), insieme con tutti quanti vorranno occuparsi dell'organizzazione dell'iniziativa.

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RACCONTI FINORA PERVENUTI

 

E giù con le metafore

 

di Linda Figliozzi

 

Sono un componente di una lavatrice, creato dall’uomo per durare dieci, vent'anni al massimo.

Ma nessuno mi sostituisce, perché continuo a funzionare. Qui sta il mio dramma. Rimango sempre quello che sono: ferro nero sagomato tutto d’un pezzo, inflessibile, insensibile al caldo ed al freddo, alla velocità, al rumore.

Quando ero giovane, era una festa tutte le volte che un ciclo di lavaggio metteva alla prova la mia efficienza. Mi svegliavo sorpreso dall’acqua che inondava il cestello, aspettavo con ansia la discesa del sapone, andavo a chiamare il relais per la temperatura facendolo lavorare tra frizzi e lazzi e poi giù, con la centrifuga, una volta bianca come una pista da sci, un’altra piena d’acqua come il mare da surf!

E i panni, mai sopportati. Flaccidi, molli, senza nerbo, che si contorcono strillando, che urlano da affogati quando vengono sommersi, o starnutano da soffocati quando arriva il sapone. Sotto la centrifuga poi, tutte le volte si rivoltano terrorizzati come se fosse la prima volta.

E’ vero, sono creature dell’uomo anche loro, e alcuni li conosco da sempre, come quella vecchia maglietta di cotone che arriva, da quando ero giovane, per essere ripulita, in uno stato pietoso. Ora è vecchia, come me, ed è sempre più slabbrata e grigia.

Li sopporto ancora meno da quando mi sento vecchio e stanco, con una gran voglia di rimanere a dormire per sempre per non essere più sottoposto alla fatica di affrontare un nuovo ciclo di lavaggio. Ma nessuno si impietosiva, ed io sono stato costretto a continuare fino all’altro giorno, quando è successo l’irreparabile. O almeno, io spero che sia irreparabile.

Forse ero un po’ troppo stanco, ma ad un certo punto non ce l’ho fatta più a tirare indietro una rondella. E questa non ha fermato il relais, così che l’acqua ha continuato a riscaldarsi, e la centrifuga a girare finché non si è rotto il cestello, ed i panni sono stati strappati.

La vecchia maglietta si è sfilacciata in tanti pezzi, e mi si è avvoltolata intorno: mi ha fermato. Lei, così vecchia ed inconsistente è riuscita ad ottenere quello che io desideravo per me da tanto tempo: il riposo, la quiete.

E la cosa più sorprendente è stata che, a sentire la sua morbidezza, la sua dolce e perfetta aderenza intorno al mio corpo di ferro… mi sono sciolto. Fuso, liquefatto. Con lei vicino, che piangeva dalla paura. L’ho consolata, ho risposto al suo abbraccio e la stoffa è ancora mischiata con i miei pezzi, fusi attorno ed addosso a lei.

Per dieci anni l’ho disprezzata insieme ai suoi compagni di stoffa. Ora che lei è qui, ridotta a brandelli insieme alle mie viscere, mi sembra di aver raggiunto la perfezione del Paradiso.

Ho sentito dire in giro che la padrona ha chiamato l’idraulico, ma sono tranquillo: non credo che qualcuno riuscirà a separarci.

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C'era una volta …

Sognando New York

di Hemy

 (FUORI CONCORSO)

 

Nella galassia di Altrolandia, vicino alla stella Alfa, sul pianeta Maris, una creatura primitiva interroga le stelle. Spuma di Mare capta le voci e i richiami dell'Universo. Nel suo cuore c'è una ferita grande come il Lago Morto: lui sa che il suo mondo, così come è, non basta a se stesso e sente che la Marea Misteriosa lo spinge al di là dei confini conosciuti. Deve assolutamente trovare quel qualcosa di indefinito che solo può dare speranza al suo pianeta, destinato ad essere risucchiato dall'Oceano del Nulla.

Così Spuma di Mare si lascia scivolare per le vie dell'Universo Infinito finché la Marea Misteriosa l'adagia su un pianeta, vicino alla stella Omega, popolato di esseri che si muovono su una materia mai conosciuta prima: la Nuda Terra.

"Ciao! Chi sei e perché sei qui?" l'apostrofa Sabbia del Deserto. "Ciao! Sono Spuma di Mare, del lontano pianeta Maris, e sono qui perché me lo ha chiesto la Marea Misteriosa." "Tu non puoi stare qui, sei troppo diverso!" ribatte l'altro. "La tua struttura fisica non è solida ed evoluta come la mia. I tuoi pensieri mi sfuggono e io … io non riesco a comprenderli. Per me non esiste la tua Marea Misteriosa, ma è lo Spirito dei Venti che guida le mie azioni. Mi fai paura!" "Parli bene tu!" gli risponde Spuma di Mare "Ma non ti accorgi di quanto sei arido! Non c'è traccia di acqua in te e il tuo mondo ne è completamente privo. Sono io che mi rifiuto di rimanere qui. Non potrei mai e poi mai vivere in un posto così ostile!"

Spuma di Mare abbandona senza indugio quella strana realtà, ma a metà strada tra Omega ed Alfa qualcosa lo blocca a mezz'acqua e lo costringe a riflettere. Ripensa all'inusitata bellezza di Sabbia del Deserto, alle multicolori scintille di luce irradiate dal suo corpo e conclude che forse, tutto sommato, quella strana Nuda Terra è proprio ciò che manca al suo amato Maris per completare il viaggio verso la conoscenza e la vita.

Anche Sabbia del Deserto ripensa a quell'essere singolare che stupidamente ha lasciato fuggire. Ha nostalgia di quello che è altro da sé, così diverso ma proprio per questo tanto attraente da mozzargli quasi il respiro. "Peccato!" pensa "Se fossi stato meno impulsivo e se gli avessi chiesto della sua vita, dei suoi sentimenti, avrei potuto conoscerlo meglio e non fermarmi solo alla superficie, alle apparenze. Chissà … magari, col tempo, saremmo diventati amici."

Mentre è in compagnia dei suoi rimorsi, ecco che, tutto ad un tratto, Sabbia del Deserto avverte una bizzarra sensazione. Sì! … si sente come … come…. Ma è Spuma di Mare! E' tornato e ha portato con sé il suo mondo fatto di quella singolare liquida materia. "Grazie grande Spirito dei Venti per aver accolto la mia preghiera. Grazie Marea Misteriosa per avermi ricondotto tuo figlio!"

Spuma di Mare e Sabbia del Deserto si confondono l'uno nell'altro. La gioia che provano nello stare insieme è troppo grande perché qualcosa o qualcuno possa separarli e sarà così fino alla fine dei tempi. Li unisce la curiosità e l'amore per ciò che è sì diverso, ma buono e saggio, e dunque prezioso e indispensabile per non morire di sete in un deserto di desolazione od annegare in un oceano di noia e tristezza infinite.

L'acqua ha bisogno della terra, così come ha bisogno di tutto l'universo creato perché la vita sia variopinta come l'Arcobaleno.

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L'ultimo angelo

di Jhonas

 

Quando il mondo era fatto di poche cose, l’uomo aveva imparato che esiste una regola che stabilisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma ogni scelta è per lui comunque possibile.

Con timore si rivolgeva a Dio e non conosceva il suo amore.

In quei tempi lontani accadeva ancora che qualche angelo precipitasse giù dal cielo. Lì dove l'ultimo di loro finì, il sole era perennemente nascosto dalle nubi e i piedi affondavano nel fango. Stanca di lottare contro quella terra che faceva marcire i semi, la vecchia che lo vide venire giù dal cielo, brandì la vanga, felice d'aver trovato qualcuno su cui sfogare la sua rabbia. Lui si rifugiò nel porcile. Continuava a gridare d'essere un angelo ma ciò accrebbe solo il divertimento di coloro che accorsero e lo stanarono da lì. Sentiva le loro mani scacciarsi l'un l'altra, smaniose di afferrarlo, e si lasciò trascinare fino alla fontana. Fu solo quando essi videro affiorare dal fango una bellezza che i loro occhi non potevano a tollerare, che gli credettero. Non si persero d'animo e lo legarono ad un albero. La gente accorreva da ogni parte per vederlo e la vecchia si faceva dare i soldi prima di aprire il cancello dell'orto. Poi, quando tutti furono tornati alle loro case, si recò da lui.

"Dimmi una cosa" gli disse, "…tu ci hai sempre seguito da lassù?"

Lui annuì.

"Allora rispondimi... dove ho nascosto i soldi?".

"Nello stipo, son quelli che hai rubato a tuo marito mentre stava morendo".

La vecchia non ebbe più dubbi su di lui.

"Lo dirai agli altri?" gli chiese. Egli rispose di no e lei se n'andò soddisfatta.

Qualcun altro venne a fargli visita nella notte. Era il volto più bello che avesse mai visto quello che egli vide affiorare dal buio. Lei continuava a sorridergli ed il suo sguardo non dava adito a dubbi.

"Sono pura..." disse rompendo il lungo silenzio, certa che lui avesse intuito i suoi pensieri.

"Lo so" le rispose, "è perché ritieni che non esista uomo degno della tua bellezza. Ciò che invece non sai, è che vuoi da me solo una prova del potere che essa ti ha dato. In realtà non mi desideri, né tanto meno mi ami, come sei incapace di amare chiunque altro".

Lei se n'andò. Da quel giorno si fece taciturna, ma non rinunciò mai a parlar male di quell'angelo, neppure quando divenne vecchia e il tempo aveva corroso persino il ricordo della sua bellezza.

Il giorno dopo la vecchia lo liberò, poiché non c'era più nessuno disposto a pagare per vederlo. Lui si ricavò un giaciglio in un angolo del paese e lì trascorreva le sue giornate. Ogni tanto qualcuno si rivolgeva a lui per un consiglio. Per quanto crude potessero risultare le sue parole, egli diceva sempre la verità e non vi era mai durezza nella sua voce.

"Se sai tutto, che ci fai qui?" gli chiesero un giorno e quella fu l'unica domanda a cui non seppe rispondere, incapace di comprendere per quale disegno del destino fosse finito in quel luogo dimenticato da Dio.

Essi ebbero da lui la conferma che vivevano nel peccato ma non furono più restii a riconoscerlo, perché la verità che egli aveva insegnato loro non aveva il sapore della condanna. Finirono per essergliene grati e lui, sentendosi circondato dal loro affetto si sentì preda del panico: che cosa aveva fatto per meritare questo? Forse la sua disubbidienza non era stata così imperdonabile…

Ma dov'era Dio mentre lui precipitava?

In pochi anni era divenuto così vecchio che nessuno si stupì quando morì come un qualsiasi essere umano. Poi non fu solo stupore quello che colse tutti in quel rigido inverno, quando le piogge torrenziali lasciarono affiorare dal fango la sua spada di splendido angelo sterminatore.

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Ronaldo e la Bestia

Racconto di Maurizio MELANI

Il ragazzo dribblò due avversari e lasciò partire un bolide che imbucò l’incrocio dei pali e finì nei campi incolti dietro la porta, mandando in visibilio gli spettatori, tutti ragazzi neri come i giocatori. Ronaldo, questo era il suo soprannome, proseguì la corsa per recuperare il pallone. Scese dentro un avvallamento per attraversarlo e quando alzò lo sguardo scorse in cima alla risalita un giovanotto sui sedici anni muscoloso e in tenuta da calcio.

Stava a gambe larghe, con il suo pallone stretto al petto. Aveva lunghi capelli biondi raccolti con un elastico dietro la nuca e occhi azzurri arroganti. Alle sue spalle, altri ragazzi.

"C’eravamo prima noi! E ridammi il pallone!" protestò Ronaldo.

"Negraccio, qui noi ce stamo da dumila anni. Oltre che er lavoro voreste fregacce i campi da carcio? Vaffanculo!"

E gli lanciò il pallone in faccia.

Ronaldo lo raccolse e risalì con i compagni sulla collina, in cima a cui c’erano le baracche dei neri del borghetto.

"Sei appena arrivato, non lo conosci ancora, quello:" gli disse Alì "è Marco, ‘La Bestia’, un razzista che lavora al vivaio, tocca daje ‘na lezione!"

"Sentite, mio padre era un seringueiro e sindacalista. Diceva che il razzismo serve ai ricchi contro i poveri, per farli litigare, così loro restano più forti! Dopo uno sciopero, l’hanno ammazzato le squadracce del padrone: tutti neri… "

Alì e gli altri restarono muti.

Al di là della ferrovia che costeggiava il borghetto c’era una zona molto diversa, protetta da una fitta siepe. Prati verdi, cespugli fioriti, alberi da frutta e tante ville. Ronaldo avanzava su un prato con lo zaino in spalla e un lungo bastone in mano, quando scorse una figura umana dai lunghi capelli biondi, distesa a terra. Era "la Bestia": aveva numerosi lividi, un occhio nero e un labbro spaccato. Quello si spaventò e Ronaldo disse:

"Ma che hai capito? Col bastone ci raccolgo la frutta!"

Aprì lo zaino e tirò fuori un termos ammaccato e un elastico.

"Tie’, Bestia, è maté! E prendi questo. Ma tu che hai fatto?"

Marco si alzò a sedere, si legò i capelli con l’elastico e bevve.

"Oggi lavoravo dentro al parco de ‘sta villa qui davanti, quanno te vedo ‘na ragazza sopra a un’amaca che legge un libbro: bionda, ‘na bocca rosso foco… Lei me vede e me fa un soriso che me fa squajià. Chi sei? - me dice. Me faccio coraggio e m’avvicino. So’ der vivaio, je dico, e te? Io qui ce abito. Rona’, a staje vicino me sentivo male: c’aveva ‘na camicia trasparente e i gins incollati sulle gambe… Che leggi, je faccio. Se gira dalla parte mia e attacca a parlà’ e io manco la sentivo, ché me sturbavo. Poi me guarda e dice: che occhi belli, c’hai, azzurri come er mare… Io nun reggo più: je do un bacio sulle labbra, piccolo piccolo, ché me pare de sciupajele. Subbito me sento acchiappà alle spalle da du’ cristoni, i guardiani, che me trascinano via, me corcano de botte e me portano fino a qui!"

"Visto? Tu giochi a fa’ il razzista e i padroni fanno sul serio!"

"E mo’ come la rivedo? – Si era alzato in piedi e guardava sospirando verso la villa, al di là del muro di cinta – La stanza sua è quella laggiù con la luce accesa."

Ronaldo prese dallo zaino carta e penna.

"Sdubido, sendi bovero negro: scrivi qui il tuo recapito e dalle un appuntamento."

Marco lo fece. Ronaldo prese dallo zaino il pallone, vi attaccò il biglietto con dello scotch e lo poggiò a terra. Prese la rincorsa e calciò.

Il pallone dopo una lunga parabola centrò la finestra illuminata. Poco dopo la ragazza si affacciò e salutò verso di loro. Marco batté il cinque con Ronaldo che sorridendo gli disse:

"Bestia, non scordarti di chiederle se ha un’amica…"

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Racconto (senza titolo) di

Daniela Scaringella

All'atterraggio della navicella spaziale Jedi ebbe un sussulto. Non avrebbe voluto essere lei a compiere quella missione su Marte. Si tolse la tuta e iniziò a compiere tutte le operazioni previste per l'occultamento della navicella spaziale. Qualche ora dopo, con i suoi jeans attillati e la maglia stile "marziano" nessuno avrebbe sospettato di lei. Camminò per ore prima di trovare un mezzo per la City; vi salì e si fece condurre al Palace Hotel. Era lì che doveva attendere ulteriori direttive.

Mark batté forte i pugni sul tavolo. Era stanco di avere sempre quel tipo di incarichi ma anche stavolta era lui che doveva individuare l'intrusa "Vesuviana" segnalata dai servizi segreti marziani come già presente su Marte.

Ma dove diavolo cercarla?

Alle 20 era arrivata la telefonata. Jedi doveva recarsi al Simpsoud, un grande magazzino sulla Cheroad. Lì sarebbe avvenuto il contatto. Bene, era pronta.

Mark ebbe la soffiata alle 18. Franz non l'aveva deluso. Ora Mark sapeva come e dove la Vesuviana doveva essere contattata. Eliminato l'agente che sarebbe dovuto andare all'appuntamento e con la foto della ragazza, non avrebbe avuto difficoltà ad individuarla; si fermò a guardarla, era così bella e giovane. Accidenti.

Jedi incontrò Mark al Simpsoud e non ebbe sospetti fino a che l'uomo invece di portarla alla Stazione Vittoria come convenuto iniziò a dirigersi fuori città. La paura s'impadronì di lei, non riusciva neanche a deglutire. Doveva affrontare la situazione, così iniziò a parlare.

Bene - disse - e' ovvio che lei non è la persona che pensavo di incontrare ... E' un militare, vero?

Uno dei tanti marziani che pensano di cambiare il corso delle cose nella galassia; i vesuviani non hanno di queste velleità, noi crediamo nella forza della pace.

Come mi ha trovato, chi mi ha tradito?

Mark attese qualche attimo prima di rispondere, non aveva intenzione di scoprire il suo informatore. La donna aveva delle ragioni ma lui sapeva che i Vesuviani dietro la manifesta facciata di pacifisti addestravano truppe di uomini pronti all'azione. Il silenzio divenne pesante.

Non mi risulta che la vostra realtà sia proprio come lei la descrive - disse - e comunque lei è entrata nel nostro territorio spaziale senza autorizzazione, le sembra un atto pacifico? Poi incalzò - forse lei è una di quelle idealiste che credono in un mondo "puro" e magari è anche capace di morire per un'idea?

La ragazza rimase in silenzio e Mark si rese conto che era così; era spinta solo da ideali, completamente priva di razionalità. La "pace" bella cosa ma la storia insegnava che il "potere" è insito negli uomini. La guardò mentre impaurita cercava di darsi un contegno, provò tenerezza, voleva abbracciarla e… si alzò di scatto, non se la sentiva di mandarla nei lager marziani, così ingenua, così ignara!

Come aiutare quella ragazza?

Forse poteva riferire ai suoi superiori che non era riuscito a contattarla, ma non era credibile, no, l'unica via d'uscita era sostenere che la ragazza era riuscita a scappare.

Pensò a tutti i particolari poi tornò dalla ragazza e le espose il suo piano.

Lo attuarono con la complicità che c'è tra vecchi amici finché Jedi, abilmente camuffata, riuscì a salire sulla navicella che l'avrebbe ricondotta a casa…

Nel momento di lasciarsi i loro sguardi si dissero tutto e fu il silenzio più pieno di significati della vita di entrambi.

Jedì partì, Mark tirò un respiro di sollievo. Tornò in ufficio pensando a Jedi, alla sua dolcezza e ancora pensando a lei, catturato dai militari amici di una volta, morì come un "puro", uno sciocco idealista privo di razionalità.

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Con tenerezza di madre

Quel paese era il regno della miseria, eppure machete e armi di ogni genere erano a disposizione di chiunque volesse dare libero sfogo ai più feroci odii tribali, le cui radici si perdevano in un tempo sepolto oltre i confini della memoria. Era in quell'inferno che Vito combatteva da sempre la sua personale guerra di medico e di uomo, contendendo alla Morte, giorno dopo giorno, moltitudini di miserabili consumati dalle malattie, divorati dalla fame o straziati dall'umana violenza. Quando soccombeva (e ciò accadeva spesso) avvertiva un senso profondo di frustrazione, da cui trovava motivo per combattere ancor più duramente.

L'esplosione della mina che distrusse, insieme alle sue membra, tutti i suoi progetti, parve la punizione che la sua Nemica giurata gli aveva riservato per averle negato tante vittime sacrificali, un crudele regolamento di conti che non avrebbe potuto procurargli un dolore più acuto e lancinante. I compagni di lavoro lo soccorsero per un salvataggio improbabile, mossi più dalla disperazione che da una precisa idea sul da farsi. Tanto più implorava aiuto quanto più sprofondava in un abisso di sofferenza e solitudine da cui avrebbe voluto riemergere ad ogni costo. Eppure restò stupito quando, ammettendo la sua definitiva sconfitta, si trovò ad invocarla di portarlo via.

Non dovette attendere a lungo prima di sentirla arrivare, annunciata da un vento freddo che spense il dolore e gli scaldò l'anima, ma spazzò via anche ogni sua residua energia: si sentì stanco, come stremato dalle fatiche in una vita intera.

Era il momento. Lei gli si distese a fianco per accogliere il suo capo in grembo ed accarezzargli delicatamente i capelli, sorridendo dolcemente, con il viso chino ad incontrare il suo sguardo. Sentendolo scivolare lentamente nel sonno infine lo adagiò, con tenerezza di madre, sul suo giaciglio nell'oscurità di una notte senza mattino.

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POESIE PERVENUTE

Di Hemy

(FUORI CONCORSO)

 

L'incontro

 

Nel crepuscolo

le antiche ombre

come fitta nebbia

offuscano i pensieri

 

I passi incerti

in un cieco sentiero

 

Poi l'abbraccio inatteso

e quel bacio sfiorato

 

Balenii di luce

nel buio silenzio della notte

le tue limpide parole

 

L'armonia

di una sottile musica

si fa' strada nel cuore

 

Poi le dissonanze

i miei dubbi

le tue certezze

il mio ansioso investigare

e tu

della selvaggia isola

la nostalgia

preludi alla possibile partenza

 

Mi appartieni

come sogno al sognatore

 

Ancora esistere

 

Attesa

 

Infine il sereno

 

e quel ritrovarsi talvolta

in sintonia

complice l'amore

per quello che è per noi

Poesia

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Come un’aquila

 

Spesso mi fermo nel silenzio dall’alto di un pendio

ad ascoltare la pace del mare e delle onde infrangersi

contro le rocce,

osservando l’orizzonte che sembra infinitamente lontano,

quello, l’orizzonte che vorrei raggiungere.

 

E’ allora che sento nel cuore un desiderio, una fantasia,

una forza;

è allora che vorrei come un’aquila volare,

osservare nel vuoto l’immensità del mare,

sfiorare il cielo con le dita e sentire,

nel silenzio della mia preghiera, la carezza di Dio.

 

E’ allora che vorrei come un’aquila sentire

l’universo nel mio cuore sognando in un cielo aperto,

infinito, immenso il sogno di un mondo diverso,

un mondo di pace, un mondo di poesia, un mondo d’amore.

 

E’ allora che vorrei poter sperare ancora

e viaggiare per le vie della vita stringendo le mani di una

donna,

due mani di seta da accarezzare, due occhi per sognare ancora,

due laghi dove rispecchiare la mia anima

e nascondere le mie lacrime.

Andrea La Daga

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LE METAMORFOSI DI…….

Ho ricevuto pochi giorni fa una lettera; ne trascrivo qui per voi il testo che dice:

Mi chiamo Ulya, Soraya, Alia, Kubra, Maliha, Asefa, Nafisa, Kamela, Nadera, Shasia.

Sono una donna afgana.

Sono medico. Curavo le donne. Ora non mi è più permesso.

Sono insegnante. Insegnavo alle ragazze. Ora non mi è più permesso. D’altra parte sarebbe inutile, alle ragazze ora è proibito studiare.

Sono una studentessa, mi piaceva studiare; volevo diventare ingegnere elettronico. Non potrò farlo.

Sono avvocato. Difendevo le cause delle donne, le più povere. Ora non mi è più permesso.

Sono vedova. Ero impiegata; ora non mi è più permesso lavorare e non so come sfamare i miei figli e me stessa.

Sono mutilata. Ho perso le gambe su una mina; la mia vita è finita.

Sono una hostess, una delle prime del mio paese. Ora non esercito più la mia professione.

Sono un’atleta. Sono una contadina analfabeta. Sono una giornalista. Sono una poliziotta. Sono un giudice. Sono un’attrice di teatro. Sono….siamo…ora, solo delle… CRISALIDI.

Sigillati come sarcofagi,

bozzoli di pesante seta

soffocano i corpi e le menti di noi donne afgane.

Perciò, le teste nere di Kandahar

attendono - invisibili nei loro oscuri burqa

la metamorfosi. Ma per quanto ancora?

M.C.G. novembre 2001

Maria Cristina Giammetta

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Lapislazzuli d’infinito caleidoscopio

 

Sonetto di Claudio MARTINO

Scritto domenica 25 novembre 2001

 

E finalmente quando crederò

Non scintilla solinga e casuale,

Ma brace grande d’immenso falò

La mia esistenza nel bene e nel male,

 

E i restanti viventi lo strumento

Od ostacolo al solo mio piacere

Più quando non saran, ma compimento

Di tutte le mie azion profonde e vere,

 

Certo sono che qualcosa accadrà

Dentro il mio cuore e dentro la mia mente.

La tristezza mai più vi albergherà.

 

La morte stessa, nemica inclemente

Più non vedrò, ma sorella soave,

Nati ambedue dalla divina mente.

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Vola, uomo

Di Antonio LIGOTTI

 

I piedi nel fango,

passo dopo passo,

che vita è mai questa?

 

Saltare?

Si, saltare, perché no!

 

Volare?

Si, vola uomo,

vola sopra il fango,

seguendo le correnti d’aria,

vola senza requie,

senza meta.

 

Perché la meta è il viaggio!

 

Vola, uomo,

solo così potrai far riposare

i tuoi piedi nel fango.

 

Solo così, passo dopo passo,

capirai cosa la vita vuole da te.

Solo così, uomo,

capirai cosa chiedere alla vita.

 

(giugno 2001)

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