Carri armati russi
contro quel diavolo di Goldstücker
(Ricordo di un grande intellettuale di sinistra) *
di Luciano Antonetti
(intervento in occasione dell'incontro presso il Circolo Culturale Montesacro di Roma del 17 novembre 2000 per ricordare Goldstücker)Mosca, 23 agosto 1968, davanti a Leonid I. Brežnev, Aleksej N. Kosygin, Nikolaj V. Podgornyj, Genadij L. Voronov, la “banda dei 4”, secondo la definizione di Alexander Dubček, questi e Oldřich Černík, rispettivamente primo segretario del Partito comunista di Cecoslovacchia e presidente del governo di Praga, trascinati prigionieri nella capitale sovietica, vengono sottoposti a una sfilza di accuse e di minacce. I loro rapitori, tra l’altro, asseriscono che la presidenza del PcC eletta al XIV congresso (tenuto clandestinamente in una fabbrica praghese il giorno prima), "della quale fanno parte Goldstücker e Ota Šik, cambierà subito la Cecoslovacchia in repubblica borghese". Kosygin è ancora piú lapidario: "Con la forza di cui disponiamo [intendi: noi e i nostri alleati] possiamo combattere anche contro il diavolo, non soltanto contro un Goldstücker"1.
Quest’uomo piccolo di statura, ma di grande intelligenza e di ferma convinzione negli ideali del socialismo ossessiona da mesi, anzi da anni, i sovietici e i massimi rappresentanti degli altri paesi, che invaderanno la Cecoslovacchia il 21 agosto 1968. Aveva cominciato nel 1963 il tedesco orientale Alfred Kurella, autoproclamatosi custode della concezione ortodossa del realismo socialista. Gli aveva rimproverato la "riabilitazione" di Franz Kafka, operata con la Conferenza internazionale di Liblice2. Nel 1968 le accuse si susseguono, sempre piú pesanti. Cominciano i sovietici in febbraio, che lo criticano per un’intervista alla televisione rilasciata appena diventato presidente dell’Unione degli scrittori, nella quale chiedeva la riabilitazione degli intellettuali epurati l’anno prima, "piú verità" sui cambiamenti decisi il 5 gennaio ’68 e dopo, nonché per l’editoriale del resuscitato organo settimanale della stessa Unione. Un mese dopo, a Dresda, Brežnev e il capo della SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands) Walter Ulbricht ignorano la difesa che ne fa Dubček e imputano a Goldstücker di aver detto in un incontro con i giovani a Praga: “Ora la società deve tornare a chiedere libertà". A Mosca, l’8 maggio, altri attacchi dai capi dei partiti riuniti per mettere a punto l’invasione. Il 29 luglio, a Čierna sulla Tisa, dove si riuniscono i vertici dei partiti comunisti sovietico e cecoslovacco, ancora Brežnev gli imputa azioni antisocialiste, interventi apertamente controrivoluzionari. Il mese successivo, a Mosca, i sovietici chiedono, tra le altre, la testa di Goldstücker e i cecoslovacchi devono sottostare al diktat. Ma non per questo cessa l’ossessione. Sempre a Mosca, il 10 ottobre, Kosygin si preoccupa di domandare a Černík dove sia Goldstücker. "In Svizzera, come ho inteso dire", risponde l’interpellato. Una risposta imprecisa, ma sta di fatto che allora comincia il secondo esilio di Eda, come lo chiamavano familiarmente familiari e amici.
Chi era, in realtà, questo personaggio che incuteva tanto timore ai dirigenti della seconda potenza mondiale, tant’è vero che inviarono un esercito di centinaia di migliaia di soldati, carri armati e aerei per invadere il suo paese?
Colui che doveva diventare diplomatico, poi germanista e kafkologo di fama mondiale, uno dei piú popolari esponenti della Primavera del ’68 era nato il 30 maggio 1913 a Podbiel, piccolo centro della Slovacchia centrale, non distante dal confine con la Polonia, terzo figlio di una famiglia di condizioni molto modeste. In una lettera aperta al sindaco del suo paese natale3 ha ricordato come da ragazzo andava a piedi nudi e nei mesi freddi si difendeva con calzature dalla suola di feltro. A proposito del suo nome raccontava che pensava fosse stato cambiato da uno zelante impiegato dell’anagrafe da Goldsticker (ricamatore di paramenti per il tempio) a Goldstücker, che richiama l’oreficeria. Nel 1924 era rimasto orfano del padre, ucciso dalla malaria contratta sul fronte albanese durante la prima guerra mondiale.
A 18 anni si trasferí a Praga, per frequentare l'università Carlo, e qui divenne presto un dirigente dell’organizzazione studentesca di sinistra. In tale veste partecipò, nel 1935, a Mosca, al congresso dell’Internazionale giovanile comunista e assisté ai lavori del VII congresso dell’Ic, quello che lanciò la politica dei fronti popolari, una linea consona al modo di sentire di Eda. Dal 1936 al 1938 fu segretario della Lega per i diritti umani. Entrò nel partito comunista e, dopo aver terminato con successo gli studi di germanistica, insegnò per un breve periodo. Nel 1939, dopo Monaco e l'occupazione tedesca di Boemia e Moravia, per sfuggire alle persecuzioni hitleriane (i suoi familiari finirono nelle camere a gas di Auschwitz) emigrò a Londra, dove poi lavorò presso il governo cecoslovacco in esilio.
Subito dopo la guerra venne impiegato nel servizio diplomatico. Prima nella delegazione cecoslovacca inviata a Parigi per la conclusione dei trattati di pace, poi nelle ambasciate di Praga in Francia e in Gran Bretagna, finché, nel 1950, diventò il primo ambasciatore del suo paese nel neonato stato di Israele. Nominato titolare della rappresentanza diplomatica cecoslovacca in Svezia, prima di raggiungere la nuova sede fu arrestato, alla fine del 1951. Un evento per lui assolutamente inatteso, benché fosse stato preceduto da segnali non tranquillizzanti. Alla vigilia infatti andò al cinema, con un suo amico, Pavel Eisner, anche lui insigne germanista, a vedere Ladri di biciclette, del nostro Vittorio De Sica. Come la quasi totalità degli altri imputati nei processi farsa di quegli anni, testimoniò e confessò secondo il volere dei suoi carcerieri, ma nel maggio 1953, due mesi dopo la morte di Stalin, in uno dei processi politici successivi a quello contro Rudolf Slánský, già segretario generale del partito, gli fu comminato l'ergastolo, perché "nazionalista borghese ebreo". Trascorse in carcere quasi quattro anni. Per non cadere preda della disperazione, mi raccontò una volta, si ripassò a memoria nella angusta cella in cui era stato rinchiuso durante l’istruttoria tutta la matematica studiata al liceo. Dapprima fu tenuto nell’ex fortezza austro-ungarica di Leopoldov e quindi per diversi mesi obbligato a lavori pesanti nelle miniere di uranio di Jáchymov, nonostante soffrisse a causa di un’ernia del disco.
Nel 1955, grazie alla revisione dei processi-farsa, resa possibile dalla destalinizzazione avviata nell’Urss, riacquistò la libertà e i diritti civili. Per riavere quelli politici, e cioè la riammissione nel partito con l’anzianità cui aveva diritto, dovette subire il compromesso impostogli: pagare una corona per ogni mese trascorso in galera, come un qualsiasi, tranquillo pensionato. L’anno seguente poté finalmente dedicarsi al lavoro cui agognava: insegnare. Divenne docente di germanistica e letterature comparate all'università Carlo di Praga, della quale fu poi anche prorettore.
Il disgelo, intanto si andava affermando, sia pure in maniera contraddittoria, nella grigia Cecoslovacchia di Antonín Novotný, presidente della repubblica e primo segretario del PcC. Eduard Goldstücker non si lasciò sfuggire l’occasione: nel 1963 promosse e organizzò, con Pavel Reiman, altro anziano comunista e specialista di letteratura di lingua tedesca, e con il patrocinio dell’Accademia delle scienze, il convegno internazionale su Kafka, pietra miliare nel movimento civile e culturale culminato con la "Primavera cecoslovacca", nonché inizio di uno scontro che si rivelerà non componibile con la cultura ortodossa del "campo socialista" e dell’inimicizia nei suoi confronti dei dirigenti politici dei paesi che ne facevano parte.
Mi sia permesso, ora, di abbandonare per un momento la funzione del biografo per assumere quella del testimone. Alla fine del 1967, prima della vigilia di Natale, lo incontrai per salutarlo. Stavo infatti partendo da Praga, dopo anni di lavoro giornalistico, per tornare in Italia e riunirmi alla famiglia. Ambedue eravamo dispiaciuti, io perché lasciavo tanti amici e un pezzo di cuore in quella magnifica città, lui anche perché – mi disse – un conoscitore del paese, come riteneva che io fossi, sarebbe stato molto utile in vista dei cambiamenti che si profilavano. Parlammo del IV congresso dell’Unione degli scrittori, delle manifestazioni studentesche che si erano da poco avute a Praga. Mi raccontò degli accesi dibattiti nelle ultime riunioni del Comitato centrale del partito. Concluse, informandomi che si stavano preparando grandi cambiamenti alla ripresa dei lavori del Cc sospesi il 21 dicembre: Dubček avrebbe sostituito Novotný alla testa del partito, questo, il governo e il parlamento sarebbero tornati a svolgere le funzioni loro proprie, regolate dalla Costituzione. Lo rincontrai, a distanza di qualche mese, all’aeroporto di Zurigo. Io arrivavo in Svizzera per fare campagna elettorale tra i nostri emigrati in quel paese, lui era in transito per Roma: veniva a illustrare il "nuovo corso" del suo partito. Lo trovai, come sempre, pieno di ottimistica volontà e di pessimistica intelligenza. Non si nascondeva, infatti, le difficoltà da affrontare all’interno e all’estero, ma riteneva che fosse possibile superarle, visto che la nuova politica giovava alla causa del socialismo. Torniamo, ora, alla sua biografia.
Appena insediato nella nuova funzione di presidente dell’Unione degli scrittori prese a svolgere un’attività frenetica, scrisse per il rinato organo settimanale dell’Unione, viaggiò all’estero, partecipò ai dibattiti che si svolgevano quasi ininterrottamente in patria. Di uno di questi – l’incontro tra dirigenti politici, intellettuali e diverse migliaia di giovani svoltosi dalla sera del 20 all’alba del 21 marzo 1968 in quello che allora si chiamava parco Julius Fučík – ci ha lasciato una vivace testimonianza il giornalista Gianni Toti4. In quell’assemblea circolava una storiella, ben trovata se non vera. Durante l’istruttoria, un inquirente vuole far confessare a Goldstücker di essere un sionista, perché è ebreo di origine. Questi, non potendone piú, sbotta: "Lei direbbe che Karl Marx era un sionista?". L’inquirente esplode: "Vuol dire che Marx, il nostro Marx era ebreo?". E Eda serafico: "Sí, il mio Marx era ebreo, e non era sionista. Come me…". In quell’occasione pronunciò la frase che, deformata, diventò un capo d’accusa da parte di Brežnev e di Ulbricht. (Disse, letteralmente: “La nostra società può sopportare una misura di libertà molto piú grande dell’attuale"5.)
Come moltissimi altri, credette che l’incontro di Bratislava del 3 agosto, avrebbe permesso ai comunisti cecoslovacchi di preparare e celebrare il congresso straordinario, fissato per ottobre. Partí quindi per una meritata vacanza nella natía Slovacchia. Qui lo colse l’invasione della notte fra il 20 e il 21 agosto. Pochi giorni dopo comprese il significato minaccioso del termine "normalizzazione", quella che volevano i sovietici. Per sottrarvisi emigrò una seconda volta – per piú di venti anni. Trovò di nuovo asilo in Gran Bretagna. Riprese il suo lavoro di docente, nell’università del Sussex, ma non abbandonò la politica, memore dei versi del poeta suo conterraneo Laco Novomeský: "Nonostante ciò che è stato, ciò che ci è stato fatto, laddove cominciammo ricomincerei di nuovo e volentieri"6. Ha fatto parte dell’Opposizione socialista cecoslovacca, sul bimestrale della quale – la rivista "Listy" ("Fogli"), fondata dal suo amico anch’egli esule Jiří Pelikán – ha scritto numerosi articoli. Ha partecipato in diverse parti del mondo a convegni celebrativi e di riflessione sul 1968, è stato intervistato da giornali, radio, televisioni. E’ stato in Italia non poche volte: nel 1978, nel 1983 (per il centenario della nascita del suo Franz Kafka), nel 1988. E ancora nel 1997 e nel 1998, tra l’altro anche in questa sala.
Dal 1991 aveva fatto ritorno a Praga, e da qui si è sforzato di dare ancora il suo contributo di esperienza e di intelligenza. Piú come pubblicista e conferenziere che come storico e critico della letteratura ebraica tedesca di Praga, perché, notava citando un proverbio arabo. "Tutti caricano volentieri il cammello che è a portata di mano". Non cercava e non si aspettava gratitudine, ma non gli furono risparmiate difficoltà, tanto che in un suo scritto notò con una punta di amarezza: "I liberatori (e qui si riferiva al nuovo ceto politico andato al potere dopo il 1989, immemore e negatore della "Primavera"), generalmente non amano parlare di precursori, si augurerebbero invece di essere visti come i diretti incaricati di potenze superiori: la Storia o la Provvidenza"7. Nel gennaio scorso, in un’ampia intervista rilasciata al quotidiano "Právo", aveva lanciato quello che si è rivelato il suo ultimo monito: "Non esiste alcun progresso. O forse ne esiste soltanto uno, consistente nel perfezionamento del meccanismo che serve a dominare i mercati, a dominare il mondo. Al fine, soprattutto e in primo luogo, di guadagnare. Tutto il resto è secondario, è irrilevante; marciamo come sonnambuli verso la catastrofe"8. Sempre all’inizio di quest’anno il ministro degli esteri della Repubblica ceca, Jan Kavan, gli aveva restituito il titolo di ambasciatore (onorifico naturalmente): tardivo riconoscimento per una vita tutta spesa per una giusta causa. A Praga Eduard Goldstücker si è spento, il 23 ottobre scorso, a 87 anni da poco compiuti.
A conclusione, permettetemi di farvi un omaggio, a voi che con tanto calore qui lo accoglieste nell’aprile 1997. E’ la traduzione, in una prosa inadeguata, di un suo inedito: i versi scritti nell’ottobre 1965, dopo una serata che passò in Campo de’ fiori e che mi ha fatto avere "con tutta amichevolezza", come ha scritto nella dedica.
Campo de’ fiori
Qui per la prima volta, Bruno, Roma mi ha ammaliato
in una notte magica
con il fuoco tambureggiante di tutti i suoi antichi incantesimi.
Sí, bruciava la pira,
e bruciavano Maestro Jan e Maestro Jeronym;
bruciava la pira
la sua fiamma saliva dalle piante dei piedi.
Campo dei fiori
di fiammelle dei martirizzati,
un fiore anche da parte mia
nel giorno anniversario.
1 Vondrová J., Navrátil J. (a cura di)., Mezinárodní souvislosti československé krize 1967-1970 (Il contesto internazionale della crisi cecoslovacca 1967-1970), p. IV, tt. 1-3, Ústav pro soudobé dějiny AV ČR e casa ed. Doplněk, Praha-Brno 1995, 1996 e 1997. In particolare: t. 2, pp. 234-49, per queste citazioni; t. 1, pp. 54 et passim; t. 3, p. 45 et passim, per le notizie che seguono. La definizione "banda dei 4" è in Dubček A., Il socialismo dal volto umano. Autobiografia di un rivoluzionario, Editori Riuniti, Roma 1996, p. 234.
2 I materiali della polemica sono in "Il contemporaneo", n. 66, 1963, pp. 3-21.
3 In "Prometeo", n. 46, 1994, pp. 20-3.
4 Toti G., Un domani nella prima notte di primavera, in "Vie nuove", n. 35, a. XXIII, 29 agosto 1968, pp. 19-28.
5 Antonetti L., 9 a 1 per il socialismo, in "Vie nuove", cit., p. 9.
6 Citati da Alexander Dubček nella sua "lezione accademica" per il conferimento della laurea honoris causa, Bologna, 13 novembre 1988.
7 Goldstücker E., Retrospettiva sulla Primavera di Praga, in "Dimensioni e problemi della ricerca storica, n. 1, 1995, p. 111.
8 Da "Právo", 25 ottobre 2000.
*
Eduard
Goldstücker in Italia
(contributo
a una bibliografia in italiano a cura di Luciano Antonetti)