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"I pisci e l’omu"

 

Quannu taliu i pisci pensu all’omu.

Na l’acqua s’arriminanu,

scappanu, s’acchiappanu,

si movinu cu maestrìa e rrigalità.

Tutti culurati, nichi e granni,

curiosi e strammi,

muti e bbeddi a vista d’occhiu.

 

M’arraggia u cori

quannu pensu all’omu

ca senti e un parra,

ca viri e scappa.

Mutu arresta e campa scilliratu

senza amuri e senza sennu.

 

Omini di panza!…Omini d’onuri!…

Si scutulanu i spaddi,

si cusinu a vucca

e sfraanu a vita

priggiunieri du silenziu.

 

S’abbuttunanu senza sapiri

chi è a libertà.

 

 

Bagheria, 07/06/2000                 Giovanna Ferrigno

 

 

"E me tempi"

 

E me tempi a ggenti era diversa

a famigghia era diversa.

 

‘Na tavula un si stava sulu pi manciari

ma si parrava e s’insignavanu i boni sentimenti.

 

U patri parrava e i figghi ascutavanu.

I figghi masculi travagghiavanu e purtavanu,

i figghi fimmini ricamavano pi maritarisi.

 

Ora na’ tavula si mancia

e gghè a televisioni ca parra

di tradimenti, sessu, morti e guerra.

U patri e a matri un parranu cchiù:

chi ponnu diri ca i figghi un cririnu già di sapiri?

 

Ora tra masculi e fimmini un c’è diffirenza:

i masculi dormunu e vonnu,

i fimmini dormunu puru biati finu all’una

picchì d’abballari s’arricampanu ne’ matinati.

 

Maritarisi un si usa cchiù! È megghiu cunvivire

accussì a prima discussioni

ognunu va pi cuntu so’

sinza danni e dilusioni.

E si no mentri nasci un picciriddu,

chi ci fa? Si torna na’ mamà.

 

E me tempi a ggenti era diversa

picchì a famigghia era diversa.

 

 

Bagheria 30/11/2001                  Maria Teresa Greco

 

 

"U me Paisi"

 

Amici mii, u sapiti chi cos’è Baaria ?

 

È u Paisi chiù bellu ca ci sia,

tra sciavuru d’aranci e di limuni.

 

Scinnennu pi la chiazza

si viri lu mari e u munti Catalfanu.

 

Anticamenti u Paisi era nicu

e tutti si chiamavanu pi nomi.

 

Caminannu a ruminica pi li strati

si sinteva u sciavuru ri lu sucu

e ru bruciuluni.

 

Poi nun vi ricu pi la festa ri San Giuseppi,

c’allegria, tra a cursa ri cavaddi

e lu scacciu chi manciavanu pa via.

 

Ora u Paisi è ranni:

c’è a Caravella, via Mattarella e a discoteca,

ma u cori ri Baarioti è sempri ranni.

 

 

Bagheria, maggio 1996                   Giovanna Pagano

 

 

"Amo"

 

Dall’alto monte di Catalfano

 

guardo, ammiro e amo:

 

il profumo dei fiori,

 

il cinguettìo degli uccelli,

 

l’immensità del mare,

 

l’azzurro limpido del cielo,

 

il volo dei gabbiani

 

che portano i miei pensieri tanto lontani.

 

 

Bagheria, maggio 1996                Rosellina Lo Grasso

 

 

"Ggenti di na vota"

 

Assittata davanti a porta di casa

na vicchiaredda sfirruzza a lana

pa magghia di so figghiu.

N’avutra spicchia favi e piseddi

pi cociri u pranzu e so omini.

Na picciuttedda, bedda assai,

s’asciuca o suli i longni capiddi nivuri

e aspitta suspirannu u so amuri

ca passia ammucciuni.

Canta a ggenti du paisi

travagghiannu tutti l’uri

cu suduri in menzu e campi

fra terra e celu

acqua e focu.

 

Dunni ecchiù a ggenti di na vota!

                               Marì, portami a scupa!

Signura Cuncetta, mi dassi nu pocu di bbasilicu!

 

Matri e patri

acchiananu i mura lisci

p’arrivari a pagari u ddebbitu

e sustiniri u figghiu trintinu

picchì ddisoccupatu.

Li vecchi talianu u munnu

ca va a rruina

sinza paroli e sinza puisia.

L’arti di na vota

è sulu ne’ ricordi

e ne’ scritti di cui amava

i cosi genuini e simpliciuni

ne’ paroli e ne’ carizzi

di ggenti antica

cu l’arduri dintra u cori.

 

 

 

Bagheria 17/05/2000               Giovanna Ferrigno

 

 

 

"Vedere ciò che non si vuol vedere"

 

 

La legge sull’autonomia scolastica pone la scuola di fronte a domande fondamentali.

Quali strategie per migliorare la qualità dell’offerta formativa?

Quali risorse mettere in campo?

Come conciliare la mappa dei saperi essenziali con l’esigenza di cogliere anche le "vocazioni", la creatività, la scoperta del nuovo e la gioia d’imparare?

Come apprendere a raccontare e a raccontarsi per mettere tra parentesi il non giudizio, il rispetto dei turni e dei tempi, l’ascolto per comprendere il proprio agire e quello degli altri?

Come conoscere i processi dei soggetti coinvolti senza mortificare l’individualità e la crescita maturazionale di ciascuno secondo i propri ritmi e, se questi vengono meno, come riformularli?

Come verificare se le risposte attivate hanno soddisfatto i bisogni e in quale misura?

Queste ed altre domande potremmo porci e sono certa che l’esperienza didattica, metodologica, organizzativa di ogni operatore scolastico è diversa una dall’altra, positiva e/o negativa secondo la propria capacità di affrontare le difficoltà quotidiane e le novità legislative legate al momento politico di turno.

Ma a cosa serve la scuola? E come agisce sui bambini?

Quale contratto formativo esiste tra scuola ed extrascuola? Tra scuola e famiglia?

Cosa spegne talvolta i piccoli alla non motivazione ad apprendere e a frequentare?

Cosa fa riempire di senso di inutilità e di noia un tempo che tutto dovrebbe far pensare come di pienezza e di avventura?

La scuola dovrebbe essere per tutti "un’avventura", "un gioco" da adattare, integrare, sviluppare.

Si dovrebbe potere agire in armonia, senza patire né subire, ma sentirsi protagonisti di un processo di crescita reciproca.

Sono convinta che l’apprendimento è legato all’esperienza, alla relazione che s’instaura tra insegnante e alunno, ai sentimenti e ai vissuti condivisi in un clima di accoglienza, di collaborazione, di dialogo e confronto, di stima ed amicizia reciproca, costruendo scelte e legandole alla capacità di individuare il contesto dove si opera.

Infatti, l’alunno quando si sente accettato, compreso, valorizzato, facilitato nella risoluzione dei problemi, può dedicarsi con maggiore impegno allo studio, con un conseguente miglioramento del profitto.

Anche l’alunno "difficile" sentendosi accettato così com’è, comprenderà che alcuni suoi atteggiamenti sono sbagliati e comincerà a cambiarli, anche se non sono sufficienti la volontà e le strategie usate, senza i mezzi, gli strumenti e gli spazi necessari che la scuola dovrebbe mettere a disposizione.

Certamente, sarebbe falso dire che il mio operare a scuola sia stato sempre coronato da risultati positivi.

Quante volte sono entrata in crisi di fronte a un bambino che non apprendeva, a un bambino difficile da seguire, alla demotivazione personale provocata dal contrasto fra teoria e realtà.

Tuttavia c’è stato in me, sempre, la voglia di non fermarsi agli ostacoli ma di procedere con costanza alimentando quella curiosità innata che ciascuno di noi ha e che non dovrebbe mai spegnere; la voglia di "fare" e "dare" non solo competenze trasmesse, bensì valori, sentimenti vissuti reciprocamente; la voglia di crescere insieme agli altri e non rimanere chiusa tra le pareti di una classe che oggi non esiste più.

Tutto ciò perché la scuola è l’istituzione privilegiata per la formazione cognitiva del bambino e per la promozione del suo benessere psicofisico; perché la scuola deve potere offrire esperienze e saperi trasversali utili a creare processi; perché la scuola deve potere allargare gli orizzonti del proprio operato senza per questo sentirsi mortificati e impotenti quando sopraggiungono stress, incomprensioni, delusioni…

Nel processo educativo, oltre alle metodologie relative all’apprendimento, sono importanti anche le discipline volte a stimolare la creatività nel bambino.

Fra queste, l’educazione alla convivenza democratica, la formazione del gruppo e la comunicazione sono quelle che hanno caratterizzato il mio percorso didattico nell’arco della mia carriera, senza una separazione fittizia tra i saperi disciplinari e la loro relazione con il mondo quotidiano, trovando spazi e tempi che non creassero conflittualità all’interno del modulo e della scuola.

I bambini fanno esperienze continuamente interagendo col mondo e con le cose che capitano loro. Quando essi raccontano, spesso fantasticano sulla realtà e immaginano eventi possibili. Colorano il reale di fantasia, ma, nel combinare eventi ed azioni, costruiscono un considerevole bagaglio di pensiero e di cultura perché avviene un processo di crescita con gli adulti e con se stessi.

Così dovrebbe essere la scuola, la scuola per cui ho creduto e che nel mio quotidiano cerco sempre di realizzare.

Ma oggi ciò che conta, purtroppo, è l’apparenza, ci si trasforma in marionette da utilizzare secondo il bisogno del momento.

Oggi è normale che un ragazzo esca dalla scuola dell’obbligo che non sappia formulare un pensiero per iscritto o compilare un C/C postale, che non conosca Dante Alighieri o Ignazio Buttitta.

Oggi è normale che una lezione in classe venga interrotta da miriade di persone che entrano in qualsiasi momento, dal bidello all’assistente, dall’alunno agli insegnanti, creando scompiglio e distrazione.

Dovremmo essere educatori, ma educatori di chi e di che cosa?

Ciò che prevale oggi nella scuola è la confusione più totale, lo scambio dei ruoli, l’arroganza e/o la leggerezza nel non riconoscere l’importanza di "educare", la presunzione di chi vuole emergere a tutti i costi, l’accavallarsi di compiti e funzioni, lo stare a scuola solo per appuntare impegni in un calendario diventato illeggibile per i continui spostamenti.

E i ragazzi? Sono sempre più distratti, sempre più svogliati, sempre più meno concentrati. Vogliono solo divertirsi perché tanto andranno avanti, anche se non sanno riconoscere un angolo da una retta, un capoluogo da un continente.

Tutto è lecito, e non interessa a nessuno se loro esistono, oppure no.

Persino i genitori si sentono entusiasti dell’ignoranza del proprio figlio; l’importante è vederlo emergere in altri campi, l’importante è andare avanti, farsi strada nella giungla dei più in gamba e dei più furbi.

E tutti i ragazzi che non vengono selezionati in determinate attività, che non hanno la fortuna di avere capacità e prestanza, o genitori che li rappresentino?

Rimangono lì seduti ad aspettare… troppo silenziosi o troppo aggressivi.

Nessuno li vuole perché non farebbero apparire.

Aspettano con pazienza che qualcuno si occupi di loro, che qualcuno mostri un po’ di attenzione verso i loro bisogni repressi e calpestati.

Si dovrebbe educare alla legalità, al rispetto e al diritto della dignità umana, ma si trascura una storia di pedagogia e di leggi, si trascura una tradizione di valori che non interessa più nessuno.

E gli stessi progetti, come vengono portati avanti?

Potrebbero essere validi se realizzati in armonia con i curricoli, in armonia fra gli operatori, senza accavallamenti di impegni e ruoli, avendo a disposizione sussidi e materiali senza dover ricorrere alla sola volontà o alla sola fantasia.

L’importante è che la scuola sia in vista, anche senza saper come!

Siamo noi insegnanti di base che cozziamo contro una realtà che ci vuole a tutti i costi protagonisti e si arriva alla fine dell’anno carichi di tensione e malumore.

L’importante è lasciarsi tutto dietro quando inizia il nuovo anno e riprendere, abbronzati e rilassati, con vigore e, magari, pronti a ricadere negli stessi errori di sempre.

Non possiamo dire a tutto questo: "Mi scusi, non ci avevo pensato", perché il domani è già oggi.

Riflettiamo un po’ di più sull’operato di ogni giorno e pensiamo che la scuola dell’autonomia è possibile solo se si fanno delle scelte, se si predilige la qualità del poco fatto bene, piuttosto che del tanto pieno di inutilità.

Non rientriamo nella normalità del "fare" ma non "dare", ma agire tutti insieme per il bene comune, ricominciare per costruire nuove identità, dando la vita in un mondo di morti, dove "dare" non significhi essere martiri, ma protagonisti di una vita di valori e di certezze.

 

Bagheria, 30/11/2001               ins. Giovanna Ferrigno

 

 

 

 

 

 
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