"E me tempi"
E me tempi a ggenti era diversa
a famigghia era diversa.
‘Na tavula un si stava sulu pi manciari
ma si parrava e s’insignavanu i boni sentimenti.
U patri parrava e i figghi ascutavanu.
I figghi masculi travagghiavanu e purtavanu,
i figghi fimmini ricamavano pi maritarisi.
Ora na’ tavula si mancia
e gghè a televisioni ca parra
di tradimenti, sessu, morti e guerra.
U patri e a matri un parranu cchiù:
chi ponnu diri ca i figghi un cririnu già di sapiri?
Ora tra masculi e fimmini un c’è diffirenza:
i masculi dormunu e vonnu,
i fimmini dormunu puru biati finu all’una
picchì d’abballari s’arricampanu ne’ matinati.
Maritarisi un si usa cchiù! È megghiu cunvivire
accussì a prima discussioni
ognunu va pi cuntu so’
sinza danni e dilusioni.
E si no mentri nasci un picciriddu,
chi ci fa? Si torna na’ mamà.
E me tempi a ggenti era diversa
picchì a famigghia era diversa.
Bagheria 30/11/2001
Maria Teresa Greco
"U me Paisi"
Amici mii, u sapiti chi cos’è Baaria ?
È u Paisi chiù bellu ca ci sia,
tra sciavuru d’aranci e di limuni.
Scinnennu pi la chiazza
si viri lu mari e u munti Catalfanu.
Anticamenti u Paisi era nicu
e tutti si chiamavanu pi nomi.
Caminannu a ruminica pi li strati
si sinteva u sciavuru ri lu sucu
e ru bruciuluni.
Poi nun vi ricu pi la festa ri San Giuseppi,
c’allegria, tra a cursa ri cavaddi
e lu scacciu chi manciavanu pa via.
Ora u Paisi è ranni:
c’è a Caravella, via Mattarella e a discoteca,
ma u cori ri Baarioti è sempri ranni.
Bagheria, maggio 1996
Giovanna Pagano
"Amo"
Dall’alto monte di Catalfano
guardo, ammiro e amo:
il profumo dei fiori,
il cinguettìo degli uccelli,
l’immensità del mare,
l’azzurro limpido del cielo,
il volo dei gabbiani
che portano i miei pensieri tanto lontani.
Bagheria, maggio 1996
Rosellina Lo Grasso
"Ggenti di na vota"
Assittata davanti a porta di casa
na vicchiaredda sfirruzza a lana
pa magghia di so figghiu.
N’avutra spicchia favi e piseddi
pi cociri u pranzu e so omini.
Na picciuttedda, bedda assai,
s’asciuca o suli i longni capiddi nivuri
e aspitta suspirannu u so amuri
ca passia ammucciuni.
Canta a ggenti du paisi
travagghiannu tutti l’uri
cu suduri in menzu e campi
fra terra e celu
acqua e focu.
Dunni ecchiù a ggenti di na vota!
Marì, portami a scupa!
Signura Cuncetta, mi dassi nu pocu di bbasilicu!
Matri e patri
acchiananu i mura lisci
p’arrivari a pagari u ddebbitu
e sustiniri u figghiu trintinu
picchì ddisoccupatu.
Li vecchi talianu u munnu
ca va a rruina
sinza paroli e sinza puisia.
L’arti di na vota
è sulu ne’ ricordi
e ne’ scritti di cui amava
i cosi genuini e simpliciuni
ne’ paroli e ne’ carizzi
di ggenti antica
cu l’arduri dintra u cori.
Bagheria 17/05/2000
Giovanna Ferrigno
"Vedere ciò che non si vuol vedere"
La legge sull’autonomia scolastica pone la scuola di fronte
a domande fondamentali.
Quali strategie per migliorare la qualità dell’offerta
formativa?
Quali risorse mettere in campo?
Come conciliare la mappa dei saperi essenziali con l’esigenza
di cogliere anche le "vocazioni", la creatività, la scoperta del
nuovo e la gioia d’imparare?
Come apprendere a raccontare e a raccontarsi per mettere tra
parentesi il non giudizio, il rispetto dei turni e dei tempi, l’ascolto per
comprendere il proprio agire e quello degli altri?
Come conoscere i processi dei soggetti coinvolti senza
mortificare l’individualità e la crescita maturazionale di ciascuno secondo i
propri ritmi e, se questi vengono meno, come riformularli?
Come verificare se le risposte attivate hanno soddisfatto i
bisogni e in quale misura?
Queste ed altre domande potremmo porci e sono certa che l’esperienza
didattica, metodologica, organizzativa di ogni operatore scolastico è diversa
una dall’altra, positiva e/o negativa secondo la propria capacità di
affrontare le difficoltà quotidiane e le novità legislative legate al momento
politico di turno.
Ma a cosa serve la scuola? E come agisce sui bambini?
Quale contratto formativo esiste tra scuola ed extrascuola?
Tra scuola e famiglia?
Cosa spegne talvolta i piccoli alla non motivazione ad
apprendere e a frequentare?
Cosa fa riempire di senso di inutilità e di noia un tempo
che tutto dovrebbe far pensare come di pienezza e di avventura?
La scuola dovrebbe essere per tutti "un’avventura",
"un gioco" da adattare, integrare, sviluppare.
Si dovrebbe potere agire in armonia, senza patire né subire,
ma sentirsi protagonisti di un processo di crescita reciproca.
Sono convinta che l’apprendimento è legato all’esperienza,
alla relazione che s’instaura tra insegnante e alunno, ai sentimenti e ai
vissuti condivisi in un clima di accoglienza, di collaborazione, di dialogo e
confronto, di stima ed amicizia reciproca, costruendo scelte e legandole alla
capacità di individuare il contesto dove si opera.
Infatti, l’alunno quando si sente accettato, compreso,
valorizzato, facilitato nella risoluzione dei problemi, può dedicarsi con
maggiore impegno allo studio, con un conseguente miglioramento del profitto.
Anche l’alunno "difficile" sentendosi accettato
così com’è, comprenderà che alcuni suoi atteggiamenti sono sbagliati e
comincerà a cambiarli, anche se non sono sufficienti la volontà e le strategie
usate, senza i mezzi, gli strumenti e gli spazi necessari che la scuola dovrebbe
mettere a disposizione.
Certamente, sarebbe falso dire che il mio operare a scuola
sia stato sempre coronato da risultati positivi.
Quante volte sono entrata in crisi di fronte a un bambino che
non apprendeva, a un bambino difficile da seguire, alla demotivazione personale
provocata dal contrasto fra teoria e realtà.
Tuttavia c’è stato in me, sempre, la voglia di non
fermarsi agli ostacoli ma di procedere con costanza alimentando quella
curiosità innata che ciascuno di noi ha e che non dovrebbe mai spegnere; la
voglia di "fare" e "dare" non solo competenze trasmesse,
bensì valori, sentimenti vissuti reciprocamente; la voglia di crescere insieme
agli altri e non rimanere chiusa tra le pareti di una classe che oggi non esiste
più.
Tutto ciò perché la scuola è l’istituzione privilegiata
per la formazione cognitiva del bambino e per la promozione del suo benessere
psicofisico; perché la scuola deve potere offrire esperienze e saperi
trasversali utili a creare processi; perché la scuola deve potere allargare gli
orizzonti del proprio operato senza per questo sentirsi mortificati e impotenti
quando sopraggiungono stress, incomprensioni, delusioni…
Nel processo educativo, oltre alle metodologie relative all’apprendimento,
sono importanti anche le discipline volte a stimolare la creatività nel
bambino.
Fra queste, l’educazione alla convivenza democratica, la
formazione del gruppo e la comunicazione sono quelle che hanno caratterizzato il
mio percorso didattico nell’arco della mia carriera, senza una separazione
fittizia tra i saperi disciplinari e la loro relazione con il mondo quotidiano,
trovando spazi e tempi che non creassero conflittualità all’interno del
modulo e della scuola.
I bambini fanno esperienze continuamente interagendo col
mondo e con le cose che capitano loro. Quando essi raccontano, spesso
fantasticano sulla realtà e immaginano eventi possibili. Colorano il reale di
fantasia, ma, nel combinare eventi ed azioni, costruiscono un considerevole
bagaglio di pensiero e di cultura perché avviene un processo di crescita con
gli adulti e con se stessi.
Così dovrebbe essere la scuola, la scuola per cui ho creduto
e che nel mio quotidiano cerco sempre di realizzare.
Ma oggi ciò che conta, purtroppo, è l’apparenza, ci si
trasforma in marionette da utilizzare secondo il bisogno del momento.
Oggi è normale che un ragazzo esca dalla scuola dell’obbligo
che non sappia formulare un pensiero per iscritto o compilare un C/C postale,
che non conosca Dante Alighieri o Ignazio Buttitta.
Oggi è normale che una lezione in classe venga interrotta da
miriade di persone che entrano in qualsiasi momento, dal bidello all’assistente,
dall’alunno agli insegnanti, creando scompiglio e distrazione.
Dovremmo essere educatori, ma educatori di chi e di che cosa?
Ciò che prevale oggi nella scuola è la confusione più
totale, lo scambio dei ruoli, l’arroganza e/o la leggerezza nel non
riconoscere l’importanza di "educare", la presunzione di chi vuole
emergere a tutti i costi, l’accavallarsi di compiti e funzioni, lo stare a
scuola solo per appuntare impegni in un calendario diventato illeggibile per i
continui spostamenti.
E i ragazzi? Sono sempre più distratti, sempre più
svogliati, sempre più meno concentrati. Vogliono solo divertirsi perché tanto
andranno avanti, anche se non sanno riconoscere un angolo da una retta, un
capoluogo da un continente.
Tutto è lecito, e non interessa a nessuno se loro esistono,
oppure no.
Persino i genitori si sentono entusiasti dell’ignoranza del
proprio figlio; l’importante è vederlo emergere in altri campi, l’importante
è andare avanti, farsi strada nella giungla dei più in gamba e dei più furbi.
E tutti i ragazzi che non vengono selezionati in determinate
attività, che non hanno la fortuna di avere capacità e prestanza, o genitori
che li rappresentino?
Rimangono lì seduti ad aspettare… troppo silenziosi o
troppo aggressivi.
Nessuno li vuole perché non farebbero apparire.
Aspettano con pazienza che qualcuno si occupi di loro, che
qualcuno mostri un po’ di attenzione verso i loro bisogni repressi e
calpestati.
Si dovrebbe educare alla legalità, al rispetto e al diritto
della dignità umana, ma si trascura una storia di pedagogia e di leggi, si
trascura una tradizione di valori che non interessa più nessuno.
E gli stessi progetti, come vengono portati avanti?
Potrebbero essere validi se realizzati in armonia con i
curricoli, in armonia fra gli operatori, senza accavallamenti di impegni e
ruoli, avendo a disposizione sussidi e materiali senza dover ricorrere alla sola
volontà o alla sola fantasia.
L’importante è che la scuola sia in vista, anche senza
saper come!
Siamo noi insegnanti di base che cozziamo contro una realtà
che ci vuole a tutti i costi protagonisti e si arriva alla fine dell’anno
carichi di tensione e malumore.
L’importante è lasciarsi tutto dietro quando inizia il
nuovo anno e riprendere, abbronzati e rilassati, con vigore e, magari, pronti a
ricadere negli stessi errori di sempre.
Non possiamo dire a tutto questo: "Mi scusi, non ci
avevo pensato", perché il domani è già oggi.
Riflettiamo un po’ di più sull’operato di ogni giorno e
pensiamo che la scuola dell’autonomia è possibile solo se si fanno delle
scelte, se si predilige la qualità del poco fatto bene, piuttosto che del tanto
pieno di inutilità.
Non rientriamo nella normalità del "fare" ma non
"dare", ma agire tutti insieme per il bene comune, ricominciare per
costruire nuove identità, dando la vita in un mondo di morti, dove
"dare" non significhi essere martiri, ma protagonisti di una vita di
valori e di certezze.
Bagheria, 30/11/2001
ins.
Giovanna Ferrigno