RACCONTI
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LABIRINTI DI BUIO

Mi svegliai di colpo dentro il buio. Alzai e abbassai piu' volte le palpebre, alla ricerca
di impulsi di luce: invano. Portai le mani agli occhi: ombre. Attorno a me, assoluto, denso,
pregnante, il buio. Puro e semplice buio.
Stavo passando il fine settimana nella vecchia fattoria di mio padre, da tempo improduttiva,
a parte qualche vigna da cui per anni ho cercato di spremere un vino decente. Mi ero addormentato
 sulla panchina di pietra dove mi piace trascorrere le ore serali , quella panchina che il
nonno aveva costruito in fondo al faggeto, e che, animo poetico, volle rivolta a occidente.
Quella sera il libro scelto era piu' impegnativo del solito, un trattato di filosofia medievale:
alla fine la testa aveva ceduto. Al risveglio avevo il tomo ancora in grembo, con l'indice
infilato tra le due pagine su cui mi ero arenato, ed  il sole era ormai scomparso. Era notte
di luna nuova, il cielo si era infittito di una nuvolaglia bassa e spessa che non lasciava
filtrare la luce delle stelle, ne' poteva riflettere luci umane, essendo la tenuta isolata,
e il paese piu' vicino ad almeno trenta chilometri.
Mi alzai in piedi e feci qualche passo, sbracciando nell'aria. Nelle orecchie solo il mio
respiro tronco, il buio sembrava aver assorbito pure i rumori. Accellerai il passo nella
direzione in cui, ero sicuro, avrei trovato il sentierino che mi avrebbe portato verso casa,
ma dopo qualche minuto, ansimante, cominciai a sbattere con le mani, le spalle e gli stinchi
contro degli ostacoli che potevo immaginare essere tronchi d'albero. Panico. Mi ritrovai
accovacciato, immerso in un pianto isterico, a picchiare i pugni per terra. Quando mi ripresi,
ero scalzo. Cercai a tentoni scarpe e calze, senza trovarli: li avevo buttati via dalla
disperazione, come  potrebbe fare un bambino. Rimasi a dondolarmi in uno stato di apatia:
non volevo passare la notte all'adiaccio, ma non riuscivo nemmeno a pensare a una soluzione
logica per ritrovare la strada verso casa. Dopo qualche minuto mi risvegliarono i piedi.
Insensibili allo stato di agitazione generale, si erano messi a vagare per conto loro,
annusando curiosi il terreno qui e la', godendo incoscienti della nuova liberta' loro concessa.
 Il terreno era soffice e umido, ma non compatto: dal pizzichio sotto le piante mi resi conto
 di essere seduto su un letto di aghi di abete. L'abetaia in riva al torrente! Mi alzai e
cominciai a tastare coi piedi il terreno attorno:  riconobbi tra i rami d'abete, scorza rugosa
e anima flessibile, il profilo tagliente di una decina di pietre, con nel mezzo una polvere
fine che restava appiccicata alle dita. I resti di un fuoco che avevo acceso due giorni prima.
 Ricordai la radura, presi sicurezza: mi orientai tenendo il piede destro nell'erba bagnata e
quello sinistro sugli aghi di abete fino a raggiungere il faggeto, che riconobbi dalle foglie
scricchiolanti e dai piccoli rami che si spezzavano sotto i piedi. Qualche altro passo e mi
ritrovai sul sentierino del vigneto, sotto di me avevo ora piccoli ciotoli di fiume, tondeggianti
 e ben levigati. Da quel momento fu quasi una corsa: mi concessi addirittura qualche balzo nelle
pozzanghere lasciate dall'ultimo acquazzone. Entrai in casa sporco, bagnato e graffiato. Volli
tenere gli occhi ancora chiusi. Assaporai per la prima volta le fessure tra  le assi nel pavimento,
 il tappeto morbido, vaporoso, la superficie liscia e fredda del marmo. Mi buttai sul letto e,
senza cercare la luce, mi addormentai. Felice. Nel buio.
 
 

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