La donna e' immobile im mezzo alla sala. Sembra guardare con diffidenza
le spesse
lame di luce e polvere che si allargano dalle finestre, quasi temesse
di venire
risucchiata, nel momento in cui si fosse decisa ad attraversarle.
L' ultimo mobilio
rimasto e' una sedia di paglia con una gamba troncata a meta', appoggiata
di sbilenco
al muro sul fondo. Un suono monotono interrompe di tanto in tanto
il silenzio: e' un
oggetto infilato in un interstizio della finestra dietro il bancone
del bar; produce
uno schiocco ogni volta che l'anta sinistra, mossa da una lieve
corrente d'aria, gli
passa sopra. La donna si avvicina alla finestra ed estrae l'oggetto
dalla fessura. E'
una carta da gioco trevigiana, la sagoma stretta e allungata. Il
re di coppe. Gli
angoli, gia' di natura arrotondati, sono stati ancora piu' smussati
dall'uso e dal tempo,
tanto che una punta della lancia del re e' troncata a meta'.
La donna guarda lontano
fuori dalla finestra e sfrega tra pollice e indice la superficie
oleosa della carta,
che le impregna le dita di un odore di sporco stagionato. Ricordi
fumosi.
Quando si volta il locale e' affollato e rumoroso: lei adesso sta
sfregando con uno
straccio bagnato un boccale sporco di birra e sorride a un cliente
ammiccante. La carta,
invece, e' nelle mano levata di un uomo sui cinquant'anni, ha le
dita macchiate di tabacco
e un paio di baffi stopposi. La mano percorre un arco a velocita'
crescente dall'alto
verso il basso e il re di coppe viene lasciato solo un attimo prima
che la mano si serri,
picchiando a pugno sul tavolo. La carta scivola sulla superficie
d'alluminio e si arena
a un niente dal bordo, su un paio di gocce di vino rosso e denso,
appena tracimate a causa
del pugno da un bicchiere, lo stesso che ora viene appoggiato con
cautela su un tovagliolo
di carta dalla mano che un attimo dopo raccoglie la carta
e la asciuga, sfregandola piano
contro una camicia a scacchi rossi e blu. E' una mano dalle
dita lunghe e magre, la pelle
traslucida lascia intuire le vene sottostanti; l'uomo a cui
appartiene lancia il re di
coppe con una veloce torsione del polso e lo fa planare a faccia
in giu' nel mezzo del
tavolo. Chi lo volta e` un bambino sugli otto anni appoggiato con
i gomiti sul bordo, la
lingua tra i denti e' quella delle attivita' impegnative: lo solleva
all'altezza degli occhi
e lo posa lentamente sulla cima di un castello di carte, che
resiste un solo attimo e poi
crolla in un fruscio, lanciando il re di coppe con alcuni compagni
sul pavimento umidiccio
del bar, tra filtri bruciacchiati e schedine perdenti accartocciate.
A sollevare il re e'
una mano raggrinzita. La donna anziana lo scruta un attimo negli
occhi, e poi lo adagia su
un panno di velluto, giusto in mezzo a due candele dall'aroma di
cannella: parla di felicita'
e futuro al ragazzo butterato che qualche mese dopo infila
la carta nello stipite di una
porta cercando di farne scattare la chiusura a scatto.
Ma e' tempo di andare. La donna chiude la finestra, fa vagare lo
sguardo per un'ultima volta
sul locale vuoto, poi infila la carta tra due pagine del libro che
ha nella borsa e si
dirige a passo veloce verso l'uscita sul fondo.
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