L'occhio semiaperto sul display digitale, le due della notte e non
riuscire ad addormentarsi: le capitava spesso, fin da piccola.
Lui era ancora fuori. Forse non sarebbe nemmeno rincasato, come
era
successo un paio di volte nelle ultime settimane. Ma lei aspettava,
sperava in quel bacio sulla guancia che lui le avrebbe dato,
mentre lei fingeva il sonno, respirando profondamente,
allora si' si sarebbe addormentata. Finalmente.
Attendeva quel bacio contro ogni logica, perfino contro i suoi
sentimenti, in quelle notti insonni, era l'unico appiglio alla vita
che le sembrava fosse rimasto. Un bacio.
Nel frattempo vagava nel dormiveglia; le stanghette verdi del
display digitale davano il tempo allo scorrere di pensieri e
ricordi.
Non era mai stata fortunata con gli uomini. A partire dal primo.
Il
padre l'aveva lasciata quando non era ancora quindicenne, in realta'
non aveva lasciato solo lei, aveva lasciato anche tutto il resto:
era partito per il suo mondo di sogni, non era stata una partenza
improvvisa, questo no, ci aveva messo dieci anni per mettere a
posto quel mondo, in cui forse aveva ritrovato una moglie e la
serenita'. I pezzi di quel mondo che si andava costruendo li aveva
strappati dalla carne e dallo spirito della figlia: comincio'
a maledirlo solo quando si accorse che se ne era andato senza
completare l'opera. Era ancora viva.
Vennero gli anni assieme alla zia, la sorella della madre: spunto'
fuori all'improvviso, assieme alle sue valigie gonfie di vanita',
assieme ai suoi profumi invadenti, assieme allo stuolo di uomini
che
aveva raccattato nella lunga vita da attrice. Era stata famosa,
per
una breve stagione, molto tempo prima, poi si era persa nei ricordi
come succede a mille altre come lei. Passava ore davanti allo
specchio, pettinando con cura i radi capelli tinti, ammorbidendo
con creme costose le rughe profonde del viso, creme che nella sua
mente dovevano filtrare fino alle ferite ben piu' profonde che si
teneva nascoste dentro: le ferite delle schegge di cento sogni
infranti, delle gelide lame che il passato le aveva lasciato dentro.
Lei e la zia vivevano due mondi paralleli e non comunicanti, l'una
guardava la vita dell'altra come puo' fare un pesce nell'acquario
con il bambino appiccicato al vetro. Qualcosa era passato attraverso
il vetro comunque. Per osmosi, immaginava.
Gli uomini ad esempio. Aveva cominciato a frequentare la stessa
triste umanita' che accompagnava le giornate vuote della zia,
uomini gonfi di un ego ipertrofico, stelle esplose che nascondevano
dietro una coltre di polvere luminosa, il nocciolo freddo e duro
di una nana bianca, uomini gelidi e mediocri, mediocri pure nella
loro cattiveria, tanto da non avere il coraggio di diventare quel
buco nero in cui lei si sarebbe docilmente annientata, se solo le
avessero dato la possibilita'.
Nella notte li elencava come i grani di un rosario di plasticaccia
e ogni volta si chiedeva chi era stato quel dio beffardo che ne
aveva
scelto i nomi.
Riccardo. L'aria da intellettuale, il rumore di un mazzo di chiavi
palleggiato da una mano all'altra, discorsi fumosi
contrappuntati da risatine nervose.
Gerardo. Vecchio come il nome, dentro e fuori, pelle marcia
su muscoli da culturista. Quando si erano lasciati,
l'aveva
picchiata, fu il primo gesto con qualche traccia di
umanita'
che gli vide fare.
Odoardo. Il diplomatico, baffetti impomatati, aveva perso sei
mesi nel trovare le parole giuste, quando decise di
lasciarla.
Sorrise di un sorriso ebete quando lei in risposta
disse
"che bel discorso".
Berardo. Gli occhi, due fessure: una lince. Il portafoglio
gonfio di carte di credito scadute, un fiuto innato
per gli
affari persi in partenza. Lei era tra quelli.
Leonardo. l'animo nobile, il poeta - ah, ah, ah -nonostante
tutto riusciva ancora a ridacchiare ricordando le pessime
frasi
mielose che era capace di mettere assieme.
Adalardo. Il cultore di Bach, ripeteva sempre gli stessi gesti
ogni volta che si trovavano. Li ripete' anche l'ultimo
giorno che
si videro, attore in una recita permanentemente allestita
nella
sua testa.
Bernardo. Di lui restava solo un nome
Poi era arrivato lui, le era sembrato diverso, le era sembrato
vero, e' per questo che ora stava male, e' per questo che era
ingrassata al punto che la sua faccia sul cuscino azzurro appariva
cosi' gonfia, una luna piena al tramonto, malata di un
pallore irreale. Ai piedi del letto la scatola di cioccolatini
era
ancora mezza piena.
La chiave nella toppa.
Passi pesanti.
Vestiti buttati a terra.
Un corpo buttato sul letto.
E poi finalmente, un bacio intriso di whiskey e sigarette.
Una lacrima solco' piano quel volto di luna e bambina,
poi, pietosa, si nascose negli anfratti del cuscino.
Biancaneve si addormento'. Spero' fosse per sempre.