In una vita costellata di dubbi e scarsi punti di riferimento, Francesco Guccini è una certezza, sempre uguale a se stesso e, piaccia o non piaccia, sempre coerente con le proprie idee. E così ogni suo (raro) concerto riesce a radunare, come venerdì sera al PalaRaschi, cinquemila persone di ogni età, dai sessantottini disseminati sulle tre gradinate ai giovani sul parterre. Guccini è davvero unico: esegue tutto il suo nuovo album Ritratti (tranne La tua libertà) senza mai nominarlo una volta e quindi senza scadere nella mera promozione; trasmette sani valori (amore, memoria, dignità, cultura...) senza diventare un moralizzatore; ironizza su Berlusconi senza fare propaganda politica. Insomma, tira le frecce che ha al proprio arco, ma non obbliga nessuno a cercarle né tantomeno a raccoglierle. Organizzata da Kolosseo e Melody, questa sua data parmigiana, l'unica in Emilia Romagna, inizia alle 21,15 con un boato del pubblico. E Francesco, che imbraccia la chitarra e si trasforma in «Goccini» quando sorseggia il vino della bottiglia alle sue spalle, sfodera le doti di affabulatore introducendo ognuna delle prime 11 canzoni (sulle 18 totali nei 130 minuti di concerto). Ma il primo «monologo» non può che essere politico: «A me fa impazzire Donald Rumsfeld. E' stato in Iraq e ha detto: "Noi porteremo la libertà e la democrazia, a costo di fargli un cu.. così!". Adesso siamo in par condicio e anch'io la rispetto: avete presente quell'italiano non tanto alto e un po' pelato? Farebbe la sua figura agli Europei di nuoto, come specialista del triplo salto carpiato. E' riuscito a dare ragione a tutti, anche a Zapatero!». Accanto a Guccini ci sono l'argentino «pramzàn dal sass» Juan Carlos «Flaco» Biondini alle chitarre, Ellade Bandini alla batteria, Vince Tempera alle tastiere, Pierluigi Mingotti al basso, Antonio Marangolo ai sax e alle percussioni e Roberto Manuzzi a sax, armonica, fisarmonica e tastiere. I colori musicali sono quelli gucciniani canonici: canzone d'autore classica, con una propensione al folk nei brani più vecchi, un'inevitabile tendenza al jazz ovunque e qualche concessione «latin». Dopo Canzone per un'amica tocca alle novità: Una canzone spiega come nascono le canzoni («Non lo so, sono cose che vengono così!»), Odýsseus racconta con autobiografismo «la storia di un montanaro che è diventato marinaio» (Ulisse), Cristoforo Colombo narra di «un vero marinaio che è andato a scoprire una cosa scomoda e ha avuto la sfiga che non l'abbiano neppure chiamata Colombia», La ziatta (zia zitella) è la versione modenese gucciniana della catalana La tieta di Joan Manuel Serrat (Paolo Limiti l'aveva già tradotta in Bugiardo e incosciente per Mina, ma senza rispettare l'originale), Vite si appropria delle vite di altri «perché una vita non ci basta» e Certo non sai è «una vera canzone d'amore». C'è posto pure per le «vecchie» Farewell, Scirocco, Autogrill e una Shomér ma mi-llailah? ripescata come rock militante (è una delle poche canzoni di Guccini con un ritornello evidente). Ma le emozioni più intense della serata coincidono con Il vecchio e il bambino, Cirano e Auschwitz, intonate dal pubblico una dopo l'altra. L'ottimo Flaco trova gloria in Canzone per il «Che»: sue la seconda voce, la chitarra «solo» e la musica dall'ispirata melodia «latin», scritta su un testo di Manuel Vasquez Montalbàn tratto dai diari di Che Guevara e tradotto da Guccini. Un altro brano nuovo, Piazza Alimonda, rievoca in modo poetico Carlo Giuliani e i fatti di Genova, dopodiché l'apoteosi finale abbraccia Dio è morto e La locomotiva. La fiaccola dell'anarchia non si spegne, come dimostra un drappello di nostalgici al Palasport. Fabrizio Marcheselli della Gazzetta di Parma