![]() |
|
|
![]() |
|
Torna all'indice principale Scrivi al webmaster Una email a Guccini? Una lettera a Guccini? Declino di responsabilit� NoCopyright ©Ciofanskj La riproduzione, anche parziale, del contenuto di queste pagine non � vietata, anzi � incoraggiata. Guccini fa parte del patrimonio culturale dell'umanit�. Divulgarne opera e gesta � obbligo morale di chiunque. Questo sito � ospitato dal 98 su Geocities |
Alla edizione del 1999 del festival sanremese della canzone d'autore, promosso dal
"Club Tenco", Guccini ha partecipato al "Progetto Barones" insieme a Elio, Baccini, Branduardi
sul palco del teatro Ariston hanno cantato strofe di "Barones sa tirannia" insieme al coro Tenores di Neoneli.
Nel tradizionale e avvinazzato "dopo-festival" Guccini ha duettato con Elio improvvisando una versione in gallurese di "Sapore di sale"

IL CANTO DELLA
RIVOLUZIONE SARDA - Walter Fadda -.
Gli anni
fra il 1794 ed il 1796 furono drammatici ed eroici per la Sardegna: la cacciata
dei piemontesi, il feroce assassinio di don Gerolamo Pitzolo e del Marchese di
Planaria, l�epopea della marcia di Giommaria Angioi e della sollevazione
antifeudale sono i momenti in cui si coagulano ed esplodono i fermenti di un
vasto moto popolare, che ancora oggi siamo abituati a riguardare come uno dei
fatti fondamentali della storia isolana.
Di
tutto quel mondo di sentimenti, di passioni, di dibattiti, di disperazione e
speranze, l�espressione pi� sincera ed emozionante � un inno, nato dal cuore
stesso degli avvenimenti: l�inno de �SU PATRIOTU SARDU A SOS FEUDATARIOS� di
Francesco Ignazio MANNU, meglio noto come �BARONES, SA TIRANNIA�.
Del
Mannu, cavaliere e magistrato ozierese, vissuto fra il 1758 ed il 1839, si
conosce pochissimo: quasi che la sua sorte fosse proprio questa, di scomparire
con la sua fisionomia e la sua vicenda individuale, per restare vivo, nella
memoria, in questo inno che �, prima della poesia di Satta, l�unica opera in
cui i sardi appaiono finalmente come popolo, uniti nella voce del poeta che
vuol essere ed � veramente la voce di tutta la sua gente.
Del
resto l�anno di nascita e le stesse connotazioni del censo e della professione fanno
apparire il Mannu, non solo come un contemporaneo dell�Angioi e dei giacobini
isolani, ma come un uomo nutrito della loro stessa cultura, espresso come loro
da quelle famiglie medio-gentilizie di estrazione paesana che sembrano
rappresentare, in questo periodo, il primo nucleo della borghesia agraria
sarda.
L�inno
del Mannu, pubblicato alla macchia in Corsica nel 1794, ma subito diffusosi per
tutta l�isola come un canto di guerra, va letto nella prospettiva di questa sua
origine complessa: esso appare concepito come un�arma di propaganda, rivolta
soprattutto al popolo; per accenderlo di odio contro i feudatari, ma anche per
offrirgli, nei modi pi� vicini all�intelligenza delle classi diseredate,
un�indicazione precisa ed evidente delle ragioni della polemica.
Il
moto di G. Angioi fu, in larga parte, un moto di plebi rustiche, guidato da un
manipolo di intellettuali borghesi, portatori di istanze della loro classe
contro l�alleanza del potere fra la nobilt� feudale ed i governanti piemontesi.
L�inno del Mannu �, appunto, uno dei momenti pi� caratterizzanti di questo
incontro fra l�ideologia e l�interpretazione della realt� storica, come era
maturata nella cultura dei capi del moto, ed il modo oscuro, pi� viscerale e
passionale, in cui il popolo sent� come sua la causa della sollevazione
antifeudale.
In una
parola, quest�inno che viene chiamato la �MARSIGLIESE SARDA�, non ha un�origine
autenticamente popolare, ma � anzi un�opera sostanzialmente colta. La sua
bellezza scaturisce dall�impegno del poeta a guardare e ad interpretare quella
realt� con gli occhi degli umili e degli oppressi, dalla passione accorata e
sincera per il diritto delle genti ed il riscatto dei diseredati, dalla
religione della libert� e della patria che tutta la pervadono.
Abbiamo
detto colta: alla cultura dell�autore, infatti, appartengono innanzitutto le
ragioni stesse della polemica, che appaiono sostanzialmente quattro: la
dichiarazione della illegittimit� filosofica del privilegio feudale, la
mancanza di sicurezza e di giustizia per il vassallo, lo squilibrio disumano
fra l�enorme ricchezza del barone e la miseria del popolo e, infine,
l�indignazione per il ruolo subalterno in cui i sardi erano tenuti dai
piemontesi.
Di queste ragioni, come si vede, solo alcune erano
comuni all�intellighentsia borghese ed alle plebi rustiche, ed anche quelle
erano viste in prospettive diverse: la mancanza di sicurezza e di giustizia, se
per gli strati popolari voleva dire soltanto paura degli arresti e delle
persecuzioni , per il Mannu era vista come violazione di quel regime di
contropartite che dovrebbero presiedere alla cessione dei diritti del vassallo
a favore del feudatario: dove appare,sullo sfondo, quella
concezione dello Stato come contratto sociale che appartiene, appunto, alla
cultura del poeta, alla sua formazione borghese. La polemica sull'illegittimit�
del sistema feudale, poi, e la polemica contro i piemontesi, erano addirittura
estranee alla coscienza popolare, n� il Mannu sembra preoccupato di nasconderne
le origini colte introducendo nella poesia espressioni proprie del linguaggio
giuridico.
Il cuore del componimento
che rappresenta la vita oziosa del barone e la condizione di indigenza del
vassallo , ha pi� un movimento proprio di un certo modo borghese di vedere
questa realt�, un modo che vien fatto chiamare pariniano perch� la
contrapposizione frai due modi di vita, la satira dell'aristocratico del paese,
riecheggia l'impostazione ideologica e, non di rado, proprio i modi della
poesia del Parini.
Questa veloce indicazione
delle ragioni culturali da cui nasce il discorso del Mannu diventa tanto pi�
interessante quando si tiene presente un altro elemento di giudizio: lo
straordinario successo che l'inno ha avuto in tutti i tempi, e l'amore che
ancor oggi hanno per esso i sardi. Ci� significa che l'inno � davvero un canto
di protesta e significa anche che esso � un canto autenticamente popolare: un
canto in cui la poesia nasce da questa attenta adesione del poeta alla causa
degli oppressi, da questo sentirsi tutti uniti nella rivolta contro il
privilegio, da questo sentire la ribellione antifeudale come una causa comune a
tutti i sardi, finalmente pensati come unico popolo.
La forma metrica dell'inno
� quella delle strofette di ottonari, veloci e fortemente segnati dalla rima,
facili a trovare subito come dovettero trovare, un ritmo di canto popolare: per
l'ultimo verso di ognuna delle 47 strofe ci sono solo due rime, sicch� tutto
l'inno suona anche per questo stratagemma tecnico, pi� denso e pi� omogeneo.
Questa stessa velocit� del
ritmo anima il discorso , che, pi� che un ordinata esposizione di argomenti, �
uno scoppiare continuo di esclamazioni e di interrogativi, di rimproveri e di
esortazioni, di immagini popolaresche efficaci e di sentenze cos� vigorosamente
incise da essere diventate, come quella finale, veri e propri proverbi:
" Cando si ten�
su bentu
Es prezisu bentulare ."""
Per il Mannu, il tempo di
trebbiare, di bentulare, era quello: il vento che soffiava in Sardegna era il
vento della rivolta:
" Procura de
moderare,
Barones, sa tirannia,
chi si no, pro vida
mia,
Torrades a p� in
terra!"
E' il grido iniziale
dell'inno, un attacco minaccioso e fortissimo, con quell'immagine del
"tornare con i piedi in terra" che � un modo di dire comune nel
dialetto logudorese, ma che qui assume un significato pi� rigorosamente preciso
nei confronti di una classe per la quale andare a cavallo, e non a piedi, era
un segno essenziale� di distinzione.
E la canzone � un
susseguirsi di strofe in cui le visioni storiche, le rappresentazioni della
realt� dell'epoca, l'acceso patriottismo sardo, la satira nei confronti
dell�usurpatore, ma soprattutto l�intenzione di aprire gli occhi al popolo
sardo, che fino ad allora tanto aveva subito, assumono un significato non
puramente poetico, ma serviranno da slancio per il movimento di rivolta che
stava per cominciare.
Procurad'� moderare,
Barones, sa tirannia,
Chi no, pro vida mia,
Torrades a p� in terra!
Declarada � gi� sa guerra
Contra de sa prepotenza,
E cominz� sa passienzia
In su pobulu a mancare.
Mirade ch'est azzendende
Contra de 'ois su fogu;
Mirade chi no � giogu
Chi sa cosa andat 'e veras;
Mirade chi sas aeras
Minettana temporale;
Zente consizzada male,
Iscultade sa 'oghe mia.
No apprettedas s'isprone
A su poveru ronzinu,
Si no in mesu caminu
S'arrempellat appuradu;
Minzi ch'es lanzu e cansadu
E no nde pod� piusu;
Finalmente a fundu in susu
S'imbastu nd'hat a bettare.
Su pobulu chi in prufundu
Letargo f� sepultadu,
Finalmente despertadu.
S'abbizza � che est in cadena,
Ch'ista suffrende sa pena
De s'indolenzia antiga:
Feudu, legge inimica
A bona filosofia.
Che ch'esseret una inza,
Una tanca, unu cunzadu,
Sas biddas hana donadu
De regalu o a benedissione;
De bestias berveghinas
Sos homines e feminas
Han bendidu cun sa cria.
Pro pagas mizas de liras,
E tale olta pro niente,
isclavas eternamente
Tantas pobulassiones,
E migliares de persones
Servinti a unu tiranu.
Poveru generu Humanu,
Povera sarda zen�a!
Deghe o doighe familias
S'han partidu sa sardigna,
De una manera indigna
Si nde sun fattas pobiddas;
Divididu s'han sas biddas
In sa zega antighidade:
Per� sa presente etade
Lu pensat rimediare.
Nasch� su sardu soggettu
A milli cumandamentos:
Tributos e pagamentos
Chi faghet a su Segnore
In bastiamen e laore
In dinari e in natura;
E pag� pro sa pastura,
E pag� pro laorare.
Meda innantis de sos feudos
Esistiana sas biddas,
Et issas fini pobiddas
De saltos e biddattones.
Comente a bois, Barones,
Sa cosa anzena es passada?
Cuddu chi bos l'h� dada
Non bos la podi� dare.
No es mai presumibile
Chi voluntariamente
Happ�� sa povera zente
Zedidu a tale derettu;
Su titulo "ergo" es'infettu,
De infeudassione,
E i sas biddas reione
Tenen de l'impugnare.
Sas tassas in su prinzipiu
Esigiazis limitadas,
Dae pustis sunu istadas
Ogni die aumentende,
A misura chi creschende
Sezis andados in fastu,
A misura chi in su gastu
Lassezis s'economia.
No bos balet allegare
S'antiga possessione;
Cun minettas de� presone,
Cun castigos e cun penas,
Cun zippos e cun cadenas,
Sos poveros ignorantes,
Derettos esorbitantes
Hazis forzadu a pagare.
A su mancu s'impleerent
In mantenner sa giustissia,
Castighende sa malissia
De sos malos de su logu:
A su mancu disaogu
Sos bonos poterai tenner,
Poterant andare e benner
Seguros per i sa via.
Es cussu s'unici fine
De ogni tassa e derettu,
Chi seguru, e chi chiettu
Sutta sa legge si vivat;
De custu fine nos privat
Su Barone pro avarissia :
In sos gastos de giustissima
Fagh� solu economia.
Su primu chi si presentat
Si nominat offissiale,
Fatt� bene o fatt� male
Basta non chirch� salariu;
Procuratore o Notariu,
O Camareri o lacaju,
Si� murru o si� Baju,
E' bonu pro governare.
Basta chi preste' sa manu
Pro fagher crescher sa r�nta,
Basta'chi fatta'cuntenta
Sa bruscia de su Segnore;
Chi aggiuet a su fattore
A cromare prontamente,
E s'algunu es renitente
Chi l'iscat esecutore.
A boltas, de podattariu,
Guverna'su cappellanu
Sas biddas cun una manu
Cun s'attera sa dispensa.
Feudatariu, pensa,
Chi sos vassallos non tenes
Solu pro crescher sos benes,
Solu pro l'iscorzare.
Su
patrimoniu, sa vida, Pro
difender, su villanu Con sas
armas a sa manu Chere�
ch�iste� notte e die; Gi� ch�hat
a esser gasie, Proite tantu tributu? Si non si
nd�hat haer fruttu Es lo cura
su pagare. Si su
Barone non faghet S�obligassione
sua, Vassallu,
de parte tua, A nudda ses obbligadu; Sos derettos ch�ha� crobadu In tantos annos passados, Sunu dinaris furados E ti los
deve� torrare. Sas rentas servini solu Pro
mantenner cicisbeas, Pro
carrozzas e livreas, Pro
inutiles servissios, Pro
alimentare sos vissios, Pro giogare
a sa bassetta, E pro poder
sa braghetta Fora de
domo isfogare. Pro tenner
piattos, Bindighi e
vinti in sa mesa, Pro chi
potta� sa marchesa Sempre
andare in portantina; S�iscarpa
istrinta, mischina, la faghet
andare in toppu, Sas pedras
punghene troppu E non pode�
camminare. Pro una
lettera solu Su vassallu
poverinu, Faghe� dies de caminu A pe�,
senz�esser pagadu, Mesu
iscurzu e isporzadu, Espostu a
dogni inclemenza; Eppuru
tene� passienzia, Eppuru
deve� cagliare. Ecco
comente s�implea� De su
poveru su suore! Comente,
Eternu Segnore, Suffrides
tanta ingiustissia? Bois,
divina Giustissima, Remediade
sa cosas, Bois, da
ispinas, rosas Solu
podides bogare. O povero de
sas biddas, Trabagliade,
trabagliade Pro
mantenner in zittade Tantos caddos de istalla. A bois
lassan sa palla, Issos
reoglin su ranu ; E pensan
sero e manzanu Solamente a
ingrassare. Su segnor
Feudatariu A sas
undighi si pesa�: Da e su
lettu a sa mesa, Da e sa
mesa a su giogu; E pustis
pro disaogu Andat a
cicisbeare; Giompid�a
iscrurigare: Teatru,
ballu, allegria. Cantu
diferentemente Su vassallu
passa� s�ora! Innantis de
s�aurora Gi� es
bessidu in campagna; Bentu e nie
in sa montagna, In su
paris, sole ardente, O
poverittu! Comente Lu podet
agguantare? Cun su zappu e cun s�aradu Pale� totu sa die; A ora de
mesu die Si ziba� de
solu pane. Mezzus
paschidu � su cane De su
Barone, in zittade, S�es� de cudda calidade Chi in
falda solen portare. Timende chi
si reforment Disordines tantu mannos, Cun manizzos et ingannos Sas Cortes
hana impedidu ; Et
isperdere han cherfidu Sos
patrizios pius zelantes, Nende chi
fin petulantes E contra sa
Monarchia. Ai cuddos
ch�in favore De sa
patria han peroradu, Chi
s�ispada hana �ogadu Pro sa causa
comune, O a su tuju
sa fune Cherian
ponner, meschinos! O comente a
Giacobinos Los cherian
massacrare. Per� su
Chelu ha� difesu Sos bonos
visibilmente, Atterradu
ha� su potente, Ei s�umile
esaltadu. Deus, chis� es declaradu Pro custa
patria nostra, De ogn�insidia
bostra Isse nos
hat a salvare. Perfidu
Feudatariu! Pro
interesse privadu Protettore declaradu Ses de su Piemontesu. Cun issu ti
fist�intesu Cun meda
fazilidade; Isse p�pada
in zittade, e tue in
bidda a porfia. F� pro sos
Piemontesos Sa Sardigna
una cuccagna; Che in sas
Indias de Ispana Issos
s�incontrat inoghe; Nos alzaia�
sa �oghe Finzas unu
camareri; O plebeu o
cavaglieri, Si deviat
umiliare. Issos da e
custa terra Ch�ana
�ogadu miliones. Benian
senza calzones E si
nd�andaian gallonados. Chi c�hana
postu su fogu! Malaitu cuddu logu, Chi creia�
tale zenia ! Issos
inoghe incontr�na Vantaggios
imeneos Pro issos
fin sos onores, Sas
dignidades mazores De cheia,
toga e ispada: E a su
sardu rest�da Una fune a
s�impiccare. Sos disculos nos mand�na Pro castigu
e curressione, Cun paga e
cun pensione, Cun impleu
e cun patente. In
Moscovita Tale zente Si mandat a
sa Siberia, Pro chi
morza� de miseria, Per� non
pro governare. Intanto in
s�Isula nostra Numerosa
giuventude De talentu
e de virtude Oziosa la
lass�na: E si alguna
nd�impl�ana Chircaiansu
pius tontu, Pro chi lis
torrat a contu Cun zente
zega a trattare. Si in
impleos subalternos Algunu
sardu avanz�da In regalos
no bast�da Su mesu de su salariu, Mandare f�
nezessariu Caddos de
casta a Turinu, E bonas cassas de binu, Muscadellu
e Malvasia. Tirare a su
Piemonte Sa prata
nostra e i s�oro Es de su
governu insoro Massima
fundamentale. Su Regnu,
ande� bene o male, No lis
importa niente, Antis cren
incumbeniente Lassarelu
prosperare. S�isula hat
arruinadu Custa razza
de bastardos; Sos
privilegios sardos Issos nos
hana leadu, Da e nos
archivios furadu Nos hana sa
mezzus pezzas, E che
iscritturas bezzas L�has hana
fatta�� bruiare. De custu
flagellu, in parte, Deus nos
ha� liberadu; Sos sardos
ch� hana� �ogadu Custu
dannosu inimigu; O sardu
Barone indignu; E tue ses in s�impignu De nde lu fagher torrare! Pro custu,
iscaradamente, Preigas pro
Piemonte, Falzu! Chi
portas in fronte Su marcu de traitore; Fizas tuas
tant�honore Faghent a
su furisteri, Mancari
sia� basseri, Basta chi
sardu no sia�. S�accas�andas
a Turino, Inie basare d�s A su Ministru sos pes, E ater
su...., gi� m�itendes, Pro
ottenner su chi pretendes Bendes sa
patria tua, E procuras
forsi a cua Sos Sardos
iscreditare. Sa buscia
lassas inie, Et in premiu nde torras Una
rughitta in pettorras, Una giae in
su tra seri; Pro fagher
su quartieri Sa domo has
arruinadu, E titulu
has acchistadu De traitore
e ispia. Su Chelu no
lassa� sempre Sa malissia
trionfare; Su mundu de reformare Sas cosas
ch�andana male ; Su sistema
feudale Non pode�
durare meda, Custu
bender pro moneda Sos Pobulos, de� sensare. S�homine
chi s�impostura Haia� gi�
degradadu, Pare� chi a
s�antigu gradu Alzare
cherfa� de nou; Pare� chi
su rangu sou Pretenda�
s�humanidade� Sardos
mios, ischidade E sighide
custa ghia. Custa,
pobulos, � s�ora D�estirpare
sos abusos! A terra sos
malos usos, A terra su
dispotismu! Guerra,
guerra a s�egoismu, E guerra a
sos oppressores, Custos
tirannos minores Es prezisu
umiliare. Si no,
calchi die mossu Bo nde
segade� su didu: Como ch�e�
su filu ordidu A bois
toccat a tessere; Minzi chi
poi det essere Tardu
s�arrepentimentu; Cando si
tene� su bentu Es prezisu bentulare. |
Cercate
di moderare, baroni,
la tirannia, perch�
senno, per la mia vita!, Tornate
con i piedi in terra! Dichiarata
� gi� la guerra Contro
la prepotenza, e
comincia la pazienza nel
popolo a mancare. Guardate
che si sta accendendo Contro
di voi l'incendio; badate
che non � un gioco, che
la cosa diventa realt�; Badate
che l'aria minaccia
temporale; Gente
mal consigliata Ascoltate
la mia voce. Non ficcate
pi� a fondo lo sprone Al povero
ronzino, se no in
mezzo alla strada s�inalbera
imbizzarrito; guardate
che � magro e spossato e non ne
pu� pi�; alla fine a
fondo in su getter� il
cavaliere. Il popolo
che in profondo letargo era
sepolto, finalmente
svegliatosi s�accorge
che � in catena, che sta
soffrendo la pena della sua
antica indolenza: Feudo,
legge nemica ad� una buona filosofia. Coma fosse
una vigna, una tanca,
un campiello, i villaggi
han donato regalandoli
o svendendoli; come un
greggio di pecore uomini e
donne hanno
venduto i loro figli. Per poche
migliaia di lire, e certe
volte per niente, schiave
eternamente tante
popolazioni, e migliaia
di persone, servono un
tiranno. Povero
genere umano, Povera
gente sarda! Dieci o
dodici famiglie Si son
divise la Sardegna, in una
maniera indegna se ne sono
impadronite; diviso
hanno i villaggi, fin dalla
cieca antichit�; per� l�et�
presente, pensa di
porvi rimedio. Nasce il
sardo soggetto a mille
comandamenti: tributi e
pagamenti che versa
al Signore in bestiame
e grano, in denaro e
natura: e paga per
il pascolo, e paga per
arare. Molto prima
dei feudi esistevano
i villaggi, ed eran
loro padroni di boschi e
campi. Coma mai a
voi, Baroni, la roba
d�altri � passata? Colui che
ve l�ha data, non ve la
poteva dare. Non � mai
pensabile che
volontariamente abbia
quella povera gente ceduto un
tale diritto: il titolo
�ergo� � illegittimo della
infeudazione. Ed i villaggi
hanno ragione ad
impugnarlo. I tributi,
da principio, esigevate
moderatamente, ma poi sono
andati ogni giorno
aumentando, man mano
che crescendo, siete
andati in fasto, nella
misura in cui nella spesa, abbandonavate
ogni economia. Non vi
serve allegare l�antichit�
del possesso; con minacce
di carcere, con
castighi e con pene, con ceppi e
con catene, i poveri
ignoranti diritti
esorbitanti avete
costretto a pagare. Almeno si
usassero per
mantenere la giustizia, castigando
la cattiveria dei cattivi
del luogo: almeno
sollievo i buoni
potevano avere potevano
andare e tornare sicuri per
la strada. E� questo
l�unico fine di ogni
tassa e diritto, che sicuri
e tranquilli, sotto la
legge si viva; ma di
questo fine ci priva il Barone
per avarizia: nelle spese
di giustizia solamente
fa economia. Il primo
che si presenta, si nomina
ufficiale di giustizia, faccia bene
o faccia male, basta che
non chieda salario; procuratore
o notaio, o cameriere
o lacch�, sia bianco
o sia nero, va bene per
governare. Basta che
si dia da fare Per far
crescere la rendita, basta che
faccia contenta la borsa
del Signore; che aiuti
il fattore a
riscuotere in fretta, e se
qualcuno � renitente che lo
sappia pignorare. A volte,
come fosse podatario, governa il
cappellano, i villaggi
con una mano e con
l�altra la dispensa: Feudatario,
pensa che i
vassalli non ce li hai solo per
accrescere le tue ricchezze, solo per
scorticarli. Il
patrimonio, la vita, per
difenderli, il villano con le armi
in pugno deve stare
notte e giorno; dato che �
cos�, perch�
tanti tributi? Se non si
deve avere un frutto � pazzia
pagarli. Se il
Barone non fa il suo
dovere, vassallo,
da parte tua, a nulla sei
obbligato; i diritti
che ti ha estorto in tanti
anni passati, sono soldi
rubati e te li
deve tornare. Le rendite
servono solo a mantenere
amanti, per
carrozze e livree, per inutili
servizi, per
alimentare i vizi, per giocare
a bassetta, per potere
il pantalone, fuori casa
sfogare. Per poter
imbandire piatti quindici
e� venti sulla tavola, perch�
possa la Marchesa andare
sempre in portantina; la scarpa
stretta, poverina, la fa
zoppicare, le pietre
pungono troppo e non pu�
camminare. Per una
sola lettera il vassallo
poverino, fa giorni
di strada a piedi,
senza esser pagato, mezzo
scalzo e svestito, esposto ad
ogni inclemenza, Eppure ha
pazienza Eppure deve
star zitto. Ecco come
s�investe del povero
il sudore! Come,
Signore Eterno, sopportate
tanta ingiustizia? Voi,
Giustizia Divina, ponete
rimedio a queste cose, Voi,� dalle spine ,le rose, potete far
nascere. O poveri
dei villaggi, lavorate,
lavorate, per
mantener in citt� tanti
cavalli da stalla. A voi
lasciano la paglia, loro si
prendono il grano; e pensano
sera e mattina soltanto ad
ingrassare. Il signore
Feudatario alle undici
si alza: dal letto
alla tavola, dalla
tavola al gioco: e poi per
distrarsi, va a
cicisbeare; Fino a sera
tarda: teatro,
ballo ed allegria. Quanto
diversamente Il vassallo
passa il tempo! Prima
dell�aurora � gi�
uscito in campagna; vento o
neve alla montagna, � sempre lo
stesso sole ardente; O
poveretto! Come pu�
sopportarlo? Con la
zappa e l�aratro lotta tutto
il giorno; a
mezzogiorno si ciba di
solo pane. Meglio
pasciuto � il cane del Barone
in citt�, se � di
quella razza che portan
in tasca. Temendo che
si mettesse rimedio a disordini
tanto grandi, con maneggi
ed inganni le Corti
hanno impedito; e hanno
tentato di disperdere i patrizi
pi� zelanti, dicendo
ch�erano arroganti e contro la
Monarchia. A quelli
che in favore della
Patria hanno perorato che la
spada hanno sguainato per la
causa comune, o al collo
la fune volevan
mettere, poveretti! O come
Giacobini, li volevan
massacrare. Per� il
Cielo ha difeso I buoni
visibilmente, atterrato
ha il potente, e l�umile
esaltato. Dio, che si
� dichiarato A favore
della nostra Patria, dalla
vostra insidia, Lui ci
salver�. Perfido
Feudatario! per
interesse privato protettore
dichiarato sei del
piemontese. Con lui ti
eri inteso, con molta
facilit�; lui mangia
nella citt�, tu, a gara,
nei villaggi. Era per i
Piemontesi, la Sardegna
una cuccagna; come nelle
Indie di Spagna, loro si
trovano qui da noi; contro noi
alzava la voce perfino un
cameriere; o plebeo, o
cavaliere, il sardo si
doveva umiliare. Loro da
questa terra Hanno
cavato milioni. Venivano
senza calzoni, e se
n�andavano gallonati. Mai fossero
venuti, che hanno
bruciato tutto! Maledetto
il paese, che crea
una gen�a simile! Loro trovavano qui matrimoni vantaggiosi; per loro eran gli� impieghi, per loro gli onori, i
gradi pi� alti della Chiesa, toga e
spada: ed al sardo restava, una fune per
impiccarsi. I peggiori ci
mandavano per castigo e
correzione, con paga e con
pensione, con impiego e con
patente. In Moscovia, tale
gente, in Siberia li
mandavano, perch� muoiano di
miseria, non per governare. Intanto nell�isola
nostra numerosi giovani con talento e virt� oziosi lasciano: e se qualcuno lo
impiegavano cercavano il pi� scemo perch� a loro
conveniva avere a che fare con
certa gente. Se in impieghi
subalterni qualche sardo avanzava in regali non bastava met�� del suo salario, mandare bisognava cavalli di razza a
Torino, e buone casse di vino, Moscato e Malvasia. Trasferire in
Piemonte, l�argento nostro e
l�oro �� del loro modo di governare, massimo fondamento. La Sardegna, che vada
bene o male, non gliene importa
niente, anzi credono dannoso lasciarla prosperare. L�isola hanno
rovinato, questa razza di
bastardi; i privilegi sardi ce li hanno portati
via, dai nostri archivi ci
han rubato i documenti pi�
importanti, e come documenti
inutili li hanno fatti
bruciare. Di questo flagello, in
parte, Dio ci ha liberato; i sardi hanno cacciato questo dannoso nemico; O Barone sardo
indegno, tu gli sei amico e ti dai da fare per
farlo ritornare. Per questo,
sfacciatamente, prediche per il
Piemonte, Falso, che porti in
fronte Il marchio di traditore: le tue figlie tanto
onore fanno al forestiero, sia pure uno
sguattero, purch� non sia sardo. Se per caso vai a
Torino, l�, baciare devi ai ministri i piedi, e ad un altro�.,
capisci, per ottener quello che
desideri vendi la tua Patria e cerchi, forse, di
nascosto di screditare i sardi. La borsa lasci l�, ed in premio ne porti una croce da quattro
soldi in petto, una chiave nel sedere; per costruire la
caserma la tua casa hai
distrutto, ed hai meritato il
titolo di traditore e spia. Il cielo non lascia
sempre La cattiveria
trionfare; il mondo deve
riformare le cose che vanno
male; il sistema feudale non pu� durare a
lungo, questo vendere per
soldi i popoli deve cessare. L�uomo che l�impostura gi� aveva degradato pare che all�antica
dignit� voglia di nuovo
salire; pare che il suo rango l�umanit� rivendichi�. Sardi miei,
svegliatevi E seguite questa
guida. Questa, popoli, �
l�ora di estirpare gli
abusi! A terra le leggi
inique, a� terra il dispotismo! Guerra, guerra
all�egoisno, e guerra agli oppressori, questi piccoli tiranni bisogna umiliarli. Se no, qualche giorno,
a morsi Vi taglierete il dito: ora che gettato e
l�ordito a voi tocca tessere; Badate che poi sar� Tardivo il pentimento; quando c�� il vento
favorevole, allora conviene
trebbiare. |