La Gazzeta del Sud 30/10/03 Il pastiche linguistico di Guccini - di Paolo Petroni Sin dal titolo è evidente il richiamo al canto poetico e doloroso dei negri americani di questa terza parte delle memorie di Francesco Guccini, «Cittanova blues», pubblicate da Mondadori (pp. 220 - 15,00 euro), a dieci anni di distanza dalle prime due, uscite da Feltrinelli: «Croniche epafaniche» e «Vacca d'un cane». La sostanza del racconto è infatti tutta nella lingua e nella sua musicalità particolare, in quella ricerca espressiva che nasce sulla base di un pastiche tra italiano e dialetto della Città della Motta, come lui stesso chiama Modena. Così, nella ricostruzione di un parlato letterario, di un gioco di circonvoluzioni, citazioni, parentesi, incisi e digressioni, di contorcimenti sintattici, di modi di dire (che talvolta necessitano anche di una nota a piè pagina), come in una continua variazione di un tema, nasce una nota espressiva sonora continua, in cui è inevitabile sentire il timbro roco della voce del cantautore, che si fa più distesa col procedere delle pagine. E la musica è sincopata, talvolta impervia o virtuosistica, forse con una sua monotonia di fondo, nel gioco continuo e sempre un po' eguale, nella ricercatezza dei vocaboli, delle espressioni, delle involuzioni. Del resto Guccini ha sempre detto che «tra scrivere canzoni e scrivere libri non passa una gran differenza», anche se poi cita come suo maestro di ricerche linguistiche Luigi Meneghello, filologo sottile e capace di pagine dalla misura esatta. In queste memorie, infatti, è l'espressività esteriore a divenire vero tema del racconto, a farsene sostanza, che non è poco, mentre fatti, pensieri, personaggi e avvenimenti finiscono, quasi a contrasto, per ridursi e semplificarsi. Dopo l'uscita dei primi due libri, in cui l'autore narrava di essere figlio di una civiltà contadina e paesana, forse ormai scomparsa, e delle sue veglie affabulatorie, in cui, come spiegò poi il cantautore, «non contavano le storie, sempre le stesse, ma il modo di raccontarle». E in questo «Cittanova blues» si racconta il trasloco da ragazzo appunto a Cittanova («E invece, botta di pacca che a pensarci bene quasi t'ammazza, cambi, cambi sì, come se tu una bella mattina metti ti alzi e il panorama fuori è mutato, vram, un fulmin, e tutto sottosopra»); il servizio militare e una notte passata a far la guardia («Roba da profondersi in alte tanie, che i cancheri non eran più a basta e il corazon andava dalla sua e ti tampelava a ritmo binario»); le piole o osterie e il trappolo o garconierre, per le quali la prosa si fa più distesa e quasi elegiaca. Il Resto del Carlino 03/11/03 L'eskimo del signor tenente E Guccini scrive in blues - di Carlo Donati Prima alla maniera di un Tom Sawyer montanaro, poi di un giovane Holden allo zampone e infine di un Barney Panofsky al tortellino. Ma sempre di "Guccini's version" si tratta. Esce l'atteso terzo volume dell'autobiografia del cantautore bolognese. Cominciata con Cròniche Epafàniche nel 1989, proseguita con Vacca d'un cane nel 1993, si conclude adesso con Cittanòva blues (edito da Mondadori, gli altri due sono Feltrinelli). Totale, cinquecento e più pagine su un piccolo triangolo di Terra che ha il vertice sull'Appennino e la base sulla via Emilia, fra Modena e Bologna. Il primo libro, Cròniche, raccontava la meraviglia e la felicità di un bambino che scopre il suo Mississippi in un paesino sul crinale della montagna toscana, l'ormai celebre Pàvana. Il secondo nasceva dalle emozioni e dalle paure di un adolescente che scopre la città e le sue trappole urbane e sociali. Il terzo racconta come un giovane adulto affronta il mondo da una nuova città con nuove trappole ancora più insidiose ma aperte su orizzonti culturali più vasti. La scrittura è la stessa, un impasto fra l'italiano e raffinati barbarismi, pavanesi, modenesi, bolognesi, italiani e internazionali. Si potrebbe dire che Cittanòva blues è diventato un romanzo scritto in barbaresco con qualche inserto di italiano. Non a caso è cresciuto fino a trenta pagine il vocabolario finale con la traduzione di termini indigeni come "buridone", "borazzo", "maccheggio", "margniffone", "struminato", "taffio" e cento altri, compreso l'intramontabile e famigerato "sòcc'mel". D'altra parte è nota la passione di glottologo o lessicografo del cantautore, ed è anche più di una passione. Comunque è proprio questa scrittura a rendere fascinose e altamente poetiche avventure altrimenti consuete a tutti: le prime fidanzate, i viaggi, la musica nuova, le lunghe notti a filosofare, i poeti maledetti, l'eskimo, il Sessantotto, l'America, il servizio militare. E si scopre che Francesco Guccini è stato persino ufficiale, solo di complemento, certo, ma sempre un "signor tenente". E' il suo unico trascorso "borghese". Per il resto ha sempre coltivato un certo understatement che però ha dato risultati inattesi. Senza patente, senza cravatta, senza laurea (rinviata per trent'anni fin che gliene hanno dovuto dare una per chiara fama): sulle canzoni, i libri e gli studi s'è accumulata una tale sovrastruttura, un monumento di civetterie in cui un bravo imitatore come Maurizio Crozza e uno scrittore eterodosso come Gene Gnocchi si sono infilati con grande successo e divertimento (vedi "La grande notte", al lunedì su Raidue). L'imitazione è però anche il segno che si è diventati un'icona dello star system. L'ex Tom Sawyer di Pàvana ha ormai 63 anni. E tradisce la sorpresa di scoprire di averne sommati tanti. C'è anche questo lato in Cittanòva blues. Proprio come Barney Panofsky anche Guccini sparge qualche lacrima con umorismo amarognolo. "Le carte giacciono abbandonate", scrive. E sembra di sentire in sottofondo il raschio del sax di un "suoniero" ambulante. Unione Sarda 12/11/03 - di Francesco Mannoni Non è vero, come sostiene Algernon Charles Swinburne, che il tempo «trasforma il passato rendendolo ridicolo». Nel caso di Francesco Guccini il tempo si è comportato come il dio benigno di cui parla Sofocle, facendo decantare il suo passato in una fascinosa proporzione lirica. E così, dopo Cròniche Epafàniche,Vacca d'un cane, con Cittanòva Blues (Mondadori, pagine 217, 15 euro) il cantautore Francesco Guccini, sempre più scrittore, glottologo e lessicografo, conclude la sua trilogia autobiografica alla scoperta del bel tempo andato. Non si tratta di un percorso nostalgico o proustiano. La rievocazione che dal paesino lo porta alla città in cerca di sbocchi culturali -più vicini al suo desiderio d'emancipazione- è un amarcord in cui riscopre gli anni dei sogni e le lotte quotidiane con cui da adulto affrontò la città ignota e funambolica in anni che avviavano il mondo giovanile verso confronti sempre più impegnativi. In questa terza puntata della sua vita, scorrono viaggi, fidanzate, musica, le notti a filosofare, i poeti amati, l'eskimo, il Sessantotto, l'America e persino il servizio militare. Guccini, partiamo dal sapiente miscuglio linguistico, questo impasto italiano-dialettale. «Non è proprio dialetto, ma un sottofondo dialettale. Il dialetto vero e proprio lo uso pochissimo in tutti e tre i libri. Innanzi tutto è l'italiano parlato, familiare, casalingo, con qualche incursione nel paradialettale. Negli ultimi due libri c'è anche la presenza del gergo». Il risultato è una lingua completamente nuova: ha dei modelli a cui si è ispirato?«Più che dei modelli ho degli illustri predecessori. Luigi Meneghello da un lato, ma soprattutto a Gadda. I loro impasti linguistici sono davvero geniali. Forse uno scrittore ha bisogno d'avere più colori a disposizione sulla sua tavolozza, e allora usa un diverso sistema espressionistico per avere più possibilità linguistiche. Non è facile ottenere di primo acchito il risultato cui sono giunto. Per Cròniche Epafaniche è stato forse più facile perché frequento la realtà pavanese ancora adesso e quindi mi era congeniale. Ma per gli altri sono dovuto tornare ad immedesimarmi in un linguaggio che anch'io ho usato. Non è che traduca semplicemente dall'italiano: sostituisco con la parola paradialettale facendo un'inversione totale. Il risultato è la prosa di Cittanòva Blues». Un grande lavoro preparatorio. «Certo, per tale ragione il tempo per la stesura è stato un po' più lungo. Scrivo di getto, poi ci vado sopra, rileggo, riguardo e invece di togliere aggiungo. Per fortuna che mi sono fermato, chissà per quanto sarei andato avanti. Di conseguenza ho ampliato il vocabolario finale, trenta pagine, con la traduzione di molti termini indigeni». La memoria, motivo fondamentale della sua trilogia? «Il miei libri sono descrizioni, rievocazioni di momenti. Non c'è una trama, un'evoluzione, se non dal primo al terzo libro. Nel primo è un bambino, nel secondo è diventato appena adulto, quindi la trama tutto sommato è seguire la vita. Attraverso flash, immagini ed episodi, mi racconto senza troppi fronzoli». L'America, il Sessantotto, il servizio militare. «Ognuna delle situazioni evoca momenti particolari. Il servizio militare è ricordato con una punta di sottile divertimento, perché la tragedia di allora, visto il tempo che è passato, è sfumata. Si ricordano certi aneddoti, certe figure, il Sessantotto che stava per iniziare, ma non era ancora iniziato. Qualcuno si aspettava più politica in questi ricordi, ma il romanzo si chiude nel 1970, perciò il Sessantotto è appena accennato: è qualcosa che succedeva ma non si era ancora compiuto. Ci sono poi tante figure che ogni tanto appaiono e scompaiono come le figure degli andati del penultimo capitolo. Non dico quelli che se ne sono andati veramente, ma quelli ai quali il destino ha giocato un brutto scherzo». Nell'ultimo capitolo si ravvisa una chiusura romantica d'intonazione dantesca. «Romantica mi sembra un po' troppo, ma tra le ultime parole del libro c'è l'incipit di Vita Nova, un furto dantesco che serve a dire che sono ritornato dove poi tendevo a ritornare da tanti anni, in quella che è la dimensione più congeniale. Sono rientrato al luogo di Cròniche Epafaniche, della mitica infanzia che non esiste più, ma rivisto con occhi maturi dà ancora piacere e soddisfazione. È un ritorno alle origini, ad un luogo pieno di verità». Lei è stato ufficiale di complemento. «Sono stato ufficiale, un signor tenente, per motivi bassamente economici. Non avevo una lira e avevo bisogno di soldi per iscrivermi all'università che avevo abbandonato e dovevo pagare le tasse arretrate degli anni della mancata frequenza. I miei non potevano fare questo sforzo economico, né io avrei potuto trovarli in altro modo. Quindi dovendo fare il servizio militare feci domanda per il corso ufficiali, per avere uno stipendio. Ricordo con pena i primi sei mesi e non posso dire gioiosamente, ma in altro modo, il resto. Ero a Trieste, una città vera, piacevole e piena di bellissime donne. Se d'inverno fischiava la bora che tagliava la faccia, d'estate si andava al mare a cercare le ragazze da invitare a ballare». È vero che non ha la patente? «Vero, ma non ho rimorsi. Ho sempre qualcuno che mi porta in giro. Non so come farei se facessi un altro mestiere». Di laurea invece gliene hanno data una a honorem. «Mi ha fatto piacere, ma non è che abbia cambiato molto le cose. L'avevo lasciata lì, ma gli esami li avevo fatti tutti, quindi ero in regola». Quali intese ci sono fra lo scrittore e il cantautore? «Sono due esseri simili perché nascono dalla stessa persona, ma sono tecnicamente diversi».