Punizioni corporali


 

Capitolo 1

“A che ora ti avevo detto di tornare?”

Sarebbe stata una lunga notte. Era sempre una lunga notte quando cominciava così; prima gli gonfiava la faccia di schiaffi, poi lo faceva spogliare nudo, si toglieva la cintura dei pantaloni e lo frustava fino a quando aveva il braccio stanco.

Potrei continuare a scrivere questa storia in terza persona, come se stessi scrivendo un romanzetto sadomaso di quelli con cui mi masturbavo a vent'anni, quando l'idea di un adulto frustato dai suoi genitori me lo faceva diventare duro. Ora che di anni ne ho 32 quelle fantasie giovanili sono diventate realtà, e sento che il mio scopo nella vita l'ho raggiunto. Fra cinque minuti, infatti, non sarà un protagonista di carta a doversi togliere i pantaloni, abbassarsi le mutande e mettersi in piedi in un angolo della mia stanza colla faccia rivolta alla parete. Alle 8 precise sarò proprio io a vedere entrare mio padre in questa stanza, togliersi la cintura dei pantaloni e dire “Sdraiati sul letto ché ti frusto!”, sarò proprio io a beccarmi sul culo nudo tutte le cinghiate che vorrà amministrarmi. Sarò proprio io, quando lui avrà finito di lavorarmi le chiappe nude colla cinghia, ad avere il culo striato di rosso per “disfattismo”. Proprio come quello che madri in reggicalze nero, poppe al vento e frusta alla mano finivano sempre per fare ai miei eroi dei romanzetti sadomaso e che mi faceva sborrare sugli umilianti Scciaaack!” e Aaahhh!” di quelle pagine.

 

* * *

Ho 32 anni compiuti da più di un mese, ho lavorato per cinque anni, di cui tre a Torino, e da tre mesi circa sono ritornato a vivere con mio padre e mia madre. Che mi hanno obbligato a ri-iscrivermi all'università e che mi castigano a nerbate quasi tutti i giorni. Se solo un anno fa, quando vivevo solo a Torino, qualcuno mi avesse prospettato un'ipotesi tanto delirante mi sarei messo a ridere. Sul momento, voglio dire, e celando l'eccitazione perversa che mi avrebbe pervaso; perché la notte la mia mano sarebbe scesa in basso al ventre a cercare il bastone di carne duro. E lo avrebbe scrollato nervosamente al suono sibilante delle cinghiate che nella mia mente avrebbero feso l'aria; e ne avrebbe raccolto lo spruzzo di sborra appiccicoso che lo avrebbe afflosciato mentre il mio culo nudo sarebbe arrossito ondeggiando sotto i colpi di cinghia di mio padre; e avrebbe continuato a strizzarne la carne ormai floscia mentre le mie urla avrebbero implorato che la cinghia smettesse di battere la pelle nuda.

Dicevo che fra poco mio padre mi frusterà il culo nudo per “disfattismo”. E' cominciato tutto in agosto di quest'anno. Ero ritornato da pochi giorni da Torino, dopo aver concluso in modo fallimentare il mio periodo alla Fiat. Ai miei non era mai andata giù l'idea che io me ne fossi andato da Roma tre anni fa; inoltre avevano sempre considerato lavorare per la Fiat come uno sfizio capriccioso, un gioco, ma in nessun caso un lavoro vero, perché per la loro mentalità gli unici lavori veri erano e sono quelli che si fanno a) a Roma e b) in un grande magazzino (mio padre è direttore di un grande magazzino, appunto). Pochi giorni prima di partire da Torino mi trovavo in uno stato di depressione profonda, ancora peggiore di quella che mi aveva accompagnato per tutti i tre anni della mia permanenza al nord. Mentre facevo le valigie, i miei pensieri correvano alla meraviglioso primavera del 1986, quando tutto era cominciato all'insegna di una incrollabile fiducia in me stesso. Avevo appena conosciuto Carlotta, e il mondo mi sorrideva, era lì per me da prendere e la carriera alla Fiat, a Torino, avrebbe significato la possibilità di sposarci. Ma pochi giorni prima del matrimonio Carlotta mi aveva confessato di avere un amante.  Anziché tentare di riconquistarla, avevo calato le braghe (in senso metaforico, non come ora quando mi frustano), me ne ero scappato a Torino senza sposarla; ed era questo che avevo continuato a rimpiangere amaramente per i successivi tre anni.

Ma, come dicevo, mentre chiudevo la ultima valigia, nella depressione che sentivo c'era qualcosa di più. C'era l'immagine della faccia tripilante dei miei nel vedermi tornare; c'era la tronfia espressione di sicumera con cui mi avrebbero detto: “Ora ti troverai un lavoro vero!”; c'era, infine, l'angoscia di ritornare a sentirmi incalzare, di sentirmi “battere sul tempo” per dirla con una delle espressioni favorite di mia madre, perché non mi “adagiassi sugli allori” (una delle espressioni favorite di mio padre), perché non perdessi nemmeno un minuto per trovare immediatamente un lavoro “vero”. E quando finalmente arrivai a Roma, il mio umore era alcuni chilometri sottoterra: tutto quello che avevo previsto si stava puntualmente verificando, giorno dopo giorno. E più mi “incalzavano” più io mi deprimevo, fino ad arrivare al punto di passare intere giornate ascoltando allucinato le prediche senza fine che mi venivano sciorinate ventiquattr'ore al giorno.

E finalmente, una sera d'agosto appunto, l'incredibile successe: le presi colla cintura dei pantaloni.

Perché mio padre aveva deciso che “ ... basta! Non se ne può più di quella faccia da cane bastonato!” e pataschiaaff! giù il primo ceffone. Al quale cominciarono a seguirne molti altri, che tentai di riparare in qualche modo colle mani; ma senza un gran esito, perché mio padre era incazzato nero e mi stava dando la ceffonata più dura che mi avesse mai dato. E prima ancora che potessi riprendermi dallo shock seppi che “... a frustate ti prendo ora, così almeno quella faccia la farai per qualcosa! Tirati giù i pantaloni!”

Si era tolto la cintura e l'aveva ripiegata nella mano destra, e io ero troppo scioccato per dire o fare qualsiasi altra cosa che non fosse stata quella che mi era appena stata ordinata. Era martedì 14 agosto 1990 e per la prima volta in vita mia stavo per essere picchiato colla famigerata “cintura dei pantaloni” che tante volte era ricorsa nelle minacce di castigo infantili; e mentre mi abbassavo i pantaloni, colla testa completamente nel pallone, mi misi a pensare quando fosse stata l'ultima volta che le avevo prese. Era un pensiero assurdo ma ... tutto era assurdo in quel momento! “Anche le mutande! ... a culo nudo! ... te la faccio passare io la voglia di fare il lanuto mangiapane a ufo!”

Nudo!

Per la prima volta in vita mia non solo stavo per prenderle colla cinghia dei pantaloni, ma sul culo nudo anche, come un ragazzino di dodici anni “... e faccia al muro!”. Era stato quando avevo ventisette anni che mio padre me le aveva suonate per l'ultima volta. Me lo ricordai voltandomi verso la parete, e credo che me lo ricordai perché l'aria che entrava dalla finestra mi stava solleticando le natiche nude.

Già, nudo! Ero di nuovo nudo per essere picchiato, e un senso di eccitazione perversa percorse la ventrale del mio pistolino (6 centimetri quando è in tiro!), facendomelo indurire all'idea del senso di sottomissione col quale mi apprestavo a farmi picchiare. La prima cinghiata mi colpì il culo sudato con uno schiocco sinistro, e il bruciore intensissimo mi indurì il pistolino come non lo era mai stato. Alla seconda cinghiata abbassai la testa per guardarmelo: la vidi corto e duro che sembrava una salciccetta, e ricordai che non era mai stata abbastanza per soddisfare una donna . E a questo pensiero mi si fece ancora più duro.

Avevo una voglia tremenda di farmi una sega, e più mio padre mi frustava il culo, più ne avevo voglia e ...

... che ficata che era prenderle colla cinghia a culo nudo! Mio padre mi stava frustando come un ciuco e non risparmiava di cinghiarmi anche la parte posteriore delle cosce; avevo il culo in fiamme e la testa pure, pensando al dopo. Perché se quella battuta che stavo prendendo, oltre che per essere una battuta in se stessa, era così umiliante, questo significava che avrebbe rappresentato un precedente. Mi domandavo con che faccia avrei di nuovo guardato in faccia mio padre e mia madre; soprattutto come sarebbero cambiati i nostri rapporti, se mi avrebbero di nuovo fatto tirar giù le mutande e frustato a culo nudo tutte le volte che ne avessero avuto un motivo.

E mi piaceva quell'idea, mi eccitava da morire l'idea di prenderle colla frusta sul culo nudo come un ragazzino! E mentre la cinghia mi mordeva le chiappe pensavo che sottile eccitazione sarebbe stata in futuro sentirmi dire da mio padre cose come: “Giù i pantaloni, ché ti frusto!” o un lapidario: “Stasera ti cinghio!”; che sottile eccitazione sentirmi dire da mia madre: “Ora te le do col battipanni!”; che sottile eccitazione tirarmi giù le mutande sotto i suoi occhi e sdraiarmi a pancia in giù sul letto per farmi picchiare il culo nudo; che sottile eccitazione esibirmi in un ridicolo balletto mentre lei mi avrebbe fustigato le cosce nude col manico del piumino; che sottile eccitazione doverla implorare di smettere di bastonarmi la schiena nuda colla scopa; che sottile eccitazione, a 32 anni, essere sottomesso in modo così umiliante a mio padre e mia madre!

* * *

Bene, per quanto riguarda i rapporti con mio padre e mia madre ho scoperto tutto un mondo nuovo a partire da quella sera. Innanzitutto ho scoperto che quel regime di sottomissione era assolutamente possibile nonostante la mia età: la mia remissività di quella sera ha fatto sì che la realtà perdesse di significato, al punto da rendere non solo possibile ma addirittura credibile il fatto che a 32 anni io venga castigato e battuto come un ragazzino di dodici. In secondo luogo ho scoperto che i miei non hanno veramente bisogno di un motivo per farmi tirar giù le mutande e frustarmi il culo nudo: di fatto ci sono tutta una serie di battute che prendo solo perché “me le merito”.

Da ultimo - e questa è forse la scoperta più interessante - ho notato che la mia remissività ha spinto i miei a rendere questo regime disciplinare ancora più inverosimilmente umiliante di quello a cui potrebbe essere sottoposto un ragazzino di dodici anni. Basti pensare che quando mi picchiano, se non è sul momento, mi fanno denudare completamente e mi chiudono nello sgabuzzino legato! Sissignori (che tra parentesi è diventato l'unico modo in cui devo rispondere a mio padre e mia madre quando sono interrogato), legato: mi legano mani e piedi e mi lasciano lì magari anche delle ore prima di venire a suonarmele. Ieri mia madre ha scoperto che mi ero masturbato nella salvietta del bidè e, dopo avermi fatto una faccia così di schiaffi, mi ha legato nudo nello sgabuzzino al buio, e ogni mezz'ora veniva a bussare alla porta e a dirmi: “Stasera vedi come ti faccio conciare da tuo padre! Neanche colla cinghia! ... collo staffile te le faccio suonare!”.

E io là dentro col mio pistolino duro che non mi potevo neanche toccare, perché le mani me le aveva legate ai ganci delle scope! Io là dentro a eccitarmi come un maiale mentre lei parlava di farmi staffilare, col pistolino gonfio e puzzolente che ormai, ne sono sicuro, doveva essere violacea dall'eccitazione. Maremma maiala, collo staffile ... quello sì che è un modo umiliante di prenderle! Perché quando mi scudisciano mi legano i polsi all'attaccapanni e le caviglie al battiscopa, lasciandomi però slegato in vita perché, dicono, vogliono vedermi dimenare il culo sotto le frustate. E prima di staffilarmi, mio padre mi fa sempre il culo rosso colla cintura dei pantaloni: mi acchiappa forte per un orecchia e mi dice: “Ora ti cinghio il culo, lavativo!” e poi comincia a picchiarmi di santa ragione il culo nudo colla cintura e dice: “Le senti le cinghiate sul culo, lazzarone?” e io: “Sissignore! ... “ e lui: “Benissimo! Da oggi in poi ti frusto tutte le sere ... vediamo se impari a ubbidire!” e io che cerco di nascondere il più possibile il pistolino duro che mi ondeggia tra le gambe a ogni cinghiata.

Mia madre, che osserva la scena, non si risparmia i commenti, naturalmente: “Più forte ... dagliele belle secche a quel disgraziato! ... lasciagli i segni!”. Ed è poi lei che stabilisce quando devo essere staffilato: “Lo staffile, ora frustalo collo staffile!”. Mio padre naturalmente non si fa pregare e, dopo avermi legato le mani all'attaccapanni e i piedi al battiscopa, afferra lo staffile, si piazza un paio di metri dietro di me e ... sciaaack! ... giù la prima staffilata sul culo!. E mia madre dietro: “Strappagli la pelle delle natiche a questo disgraziato! ... più forte, fagli ballare la furlana!”.

La schifosa! Sì, schifosa, perché uno generalmente non ci pensa mai, non osa pensare che anche i propri genitori possono fare certe cose; ma poi, quando arriva a subire certi eccessi, si rende conto che sì è possibile che le facciano. Per esempio, io sono sicuro che ieri sera la schifosa si è messa dietro la porta di camera mia ad origliare mentre mio padre mi scudisciava. E sono sicuro che si stava sgrillettando come una vecchia troia spiandomi dal buco della serratura mentre strisciavo nudo come un verme, urlando e piangendo sotto le frustate. La schifosa! Mi picchia il culo nudo col battipanni fino a farmi venire le vesciche quando sospetta che io mi faccia le seghe! Ma questo è ancora niente. Bisogna vedere che mi fa quando scopre che ho le mutande sporche: quello sì è l'acme dell'umiliazione! Entra in camera mia come una furia: nella mano sinistra brandisce un paio di mutande, nella destra la frusta che hanno comprato apposta il mese scorso per picchiarmi. Sventolandomi le mutande sotto il naso mi urla: “Che cos'è questo, eh ... ?!? Ti sembra la maniera di ... guarda qua, maiale! ... ma ora te la faccio vedere io!” e mi infila le mutande in testa come un cappuccio, colla parte sporca di merda proprio davanti al naso. Mi tolgo i pantaloni e le mutande per farmi frustare.

 

Capitolo 2

 

Come ho già detto (vedi Capitolo 1) ho 32 anni compiuti da più di un mese, ho lavorato per cinque anni, di cui tre fuori Roma, e da un anno circa sono ritornato a vivere con mio padre e mia madre e a frequentare di nuovo l'università. Un anno fa, appena tornato, mi sarebbe sembrato delirante tornare ad essere sottoposto a questo tipo di disciplina. Ora invece non solo mi sembra normale ma addirittura desiderabile. Mi rendo conto in questo momento che purtroppo i due anni passati vivendo solo all'estero avevano insinuato in me un pericoloso senso di indipendenza. Di fatto il mio comportamento era divenuto indocile e ribelle e caratterizzato da una sistematica indisciplina verso me stesso e i miei genitori.

Ora invece, per fortuna, le cose sono tornate ad essere normali. Ieri sera, per esempio, mio padre mi ha picchiato per essere rientrato tardi. Appena entrato in casa, mi ha preso per un orecchio e mi ha trascinato nella dispensa. Dopo aver chiuso la porta mi ha abbassato lui stesso i pantaloni e le mutande e mi ha fatto piegare a pancia in giù sul tavolo. Poi si è sfilato la cintura dei pantaloni. Improvvisamente mi sono ricordato le mille volte che mi ero trovato in quella posizione, aggrappato al tavolo, nudo dalla vita in giù e pronto per essere frustato. Mi ha punito a dovere. D'improvviso ho udito un sibilo e subito dopo lo schiocco umiliante della prima cinghiata sulle natiche nude. E per i successivi quindici minuti, con calma, metodicamente, mio padre mi ha frustato il culo di santa ragione. Alla fine le mie natiche e le mie cosce erano letteralmente in fiamme e mio padre mi ha ordinato di rimettermi in piedi, in un angolo della dispensa colla faccia al muro, come sempre accadeva al termine delle mie punizioni.

E come sempre era accaduto fino a due anni prima, mi sono dovuto dirigere verso l'angolo colle mani a coprirmi il pube; perché come sempre, mentre mio padre mi picchiava, il mio pistolino si era fatto durissimo. E come sempre, quando mio padre se ne é uscito ho cominciato a spararmi una sega pensando a quello che era appena successo. Con gli occhi chiusi ho preso a toccarmi il pistolino: pensando all'umiliazione che avevo appena subito, risentivo nelle orecchie gli schiocchi umilianti delle frustate e il loro bruciore sulle mie chiappe nude che traballavano arrossite e gelatinose sotto il morso dello staffile e sono tornato a provare gli stessi brividi di piacere di due anni prima. Pensavo che, a differenza dei miei amici, a 31 anni io ero ancora obbligato a denudarmi per essere frustato da mio padre. Pensavo che finalmente ero di nuovo a casa, di nuovo sottoposto alla disciplina di mio padre e mia madre, di nuovo sottomesso all'umiliazione della frusta.

E sono venuto, sporcando oscenamente il muro di sperma.

 

* * *

Alcune considerazioni. Ho detto che sento giusto e desiderabile il fatto di essere ancora punito colla frusta. E' perché due anni solo mi hanno confermato ciò che già sapevo: che il mio carattere é debole, bisognoso di una guida sicura e, soprattutto, severa. Sono stato cresciuto per obbedire e sono sempre stato castigato duramente quando non l'ho fatto. Sono immaturo, e la decisione migliore per me l'hanno presa alcuni mesi fa ancora una volta mio padre e mia madre, obbligandomi a continuare a vivere con loro. A questo si aggiunga che essere sottoposto a punizioni corporali mi eccita: quando mi annunciano una punizione il pistolino mi diventa duro all'idea che di lì a poco striscerò nudo come un verme urlando sotto i colpi di cinghia e pregando mio padre che smetta di frustarmi. Questo perché - ne sono certo - l'educazione repressiva che ho sempre ricevuto mi ha reso masochista. Trovo che non ci sia niente di più eccitante di doversi denudare completamente, inginocchiarsi e presentare le natiche nude al castigo: adoro udire il sibilo della cinghia che fende l'aria e lo schiocco umiliante che provoca sulla pelle nuda e tesa di natiche, cosce e spalle. E faccio apposta a comportarmi male per essere frustato.

L'altro ieri, per esempio, ho lasciato cadere uno dei pacchetti del supermercato; mia madre mi ha sgridato e, davanti a tutti i clienti, mi ha detto che la facevo disperare e che a casa mi avrebbe frustato il sedere nudo a dovere. E quando siamo arrivati a casa mia madre mi ha prima sculacciato e poi fatto frustare da mio padre. Ho dovuto denudarmi completamente e stendermi sul letto, mettendomi un cuscino sotto la pancia perché il sedere rimanesse ben sollevato. Quando ho sentito il fruscio della cinghia di mio padre ho cominciato a roteare oscenamente le anche come una cagna in calore. Poi mio padre ha cominciato a frustarmi ordinandomi di contare a voce alta e di ringraziare ad ogni cinghiata chiedendo che me ne desse un'altra. Già rosse per la sculacciata manuale, le mie natiche sobbalzavano tremolanti sotto le frustate e il bruciore era sempre più forte, così come sempre più duro era il mio pistolino. Vedevo mia madre osservare compiaciuta la mia punizione e la sentivo dire a mio padre di continuare a frustarmi e di picchiarmi più forte. Ma mio padre non aveva certo bisogno di incoraggiamenti. Quando mi frusta non smette mai fino a quando non mi sente guaire e non mi vede letteralmente ballare sul letto colle natiche striate di colpi.

 

26 ottobre 1990

Mi ricollego all'ultima frase scritta ieri. Dicevo che mio padre mi frusta fino a quando non guaisco. E' esattamente quello che è successo oggi. Ero in bagno, seduto sul cesso a occhi chiusi, e mi stavo masturbando pensando alla punizione di ieri sera. Ero eccitatissimo: i segni dei colpi erano ancora ben visibili su natiche e cosce e provavo veri e propri brividi di piacere sfregando le une e le altre sull'asse del cesso. Quando d'improvviso si é aperta la porta che nella fretta avevo dimenticato di chiudere ed é entrato mio padre. Io mi sono alzato, col pistolino ridicolmente duro e la testa bassa, e ho fatto per dirigermi verso la dispensa dove già molte altre volte in passato mio padre aveva cercato di togliermi il vizio di spararmi una sega a suon di cinghiate. Ma mio padre mi ha fermato.

“Resta dove sei. Anzi, mettiti a cavalcioni sul bidè e solleva bene il culo. Stavolta ti strappo la pelle!” Appoggiato al bidè e aggrappato ai tubi dell'acqua ho sentito il suono familiare prodotto dalla cintura che mio padre si stava sfilando. Poi é cominciata la danza. Mio padre mi frustava a colpi lenti ma sempre più forti, intercalando ogni colpo con un rimprovero. Ad un certo punto ho chiuso gli occhi e sono rimasto a godermi quell'umiliazione fino in fondo. Strusciando l’uccello contro il bordo del bidè ad ogni schiocco della cinghia sulle natiche provavo brividi di piacere. Mi misi ad ascoltare attentamente i rimproveri.

“Sei un indecente ... SWISHHHSCIAK! ... vediamo ... SCIACK! SCIACK! SCIACK! ... se a suon di ... SCIACK! SCIACK! ... frustate ... SCIACK! SCIACK! SCIACK! ... ti passerà il vizio ... SCIACK! SCIACK! SCIACK! ... di masturbarti ... SWISHHHSCIAK! SCIACK! SCIACK! SCIACK! ... maiale!”

E a poche frustate dalla fine sono venuto come un maiale in calore, sussultando e riuscendo a far coincidere ogni schizzo di sborra sul fondo del bidè con ogni cinghiata che ricevevo sulle natiche ormai in fiamme. Col pistolino gocciolante a penzoloni nel bidè ho ricevuto le ultime 20-25 frustate e ogni schiocco sulla pelle nuda riusciva ancora a darmi brividi di voluttà. Nello sporgermi più in alto per offrire meglio le natiche alla cinghia pensavo che generalmente il pistolino comincia a diventarmi duro ben prima che mio padre inizi a frustarmi. Mi rendo conto che è il solo pensiero delle frustate che sta per somministrarmi che mi eccita: soprattutto mi eccita l'umiliazione tremenda di essere ancora così totalmente sottoposto alla disciplina della sua cinghia di cuoio.

E l'umiliazione gioca un ruolo importante nelle punizioni a cui mi sottomette.

 

* * *

Ricordo che quando avevo 25 anni, un giorno al mare mi misi a spiare mia madre dal buco della serratura della cabina. Che bella che era mia madre tutta nuda! Con l'occhio appiccicato al buco, la guardavo colla bava alla bocca mentre lei si asciugava quelle grosse tettone e si passava l'asciugamano nel solco delle chiappe sode; e il mio pistolino si fece immediatamente duro. All'improvviso mi sentii esplodere un ceffone micidiale sull'orecchio destro che mi sconquassò la testa come una cannonata: senza che io me ne accorgessi, alle mie spalle era arrivato mio padre! Mi afferrò per l'orecchio già dolorante e mi schiacciò la faccia contro la porta della cabina. Quando mia madre aprì la porta nell'udire il colpo, mio padre mi trascinò dentro e si chiuse la porta alle spalle. Quando fummo soli nel caldo soffocante della cabina mia madre gli chiese che fosse successo, e mio padre le disse: “Questo brutto maiale! Ti stava spiando dal buco! Ma stavolta gli faccio rimpiangere di essere nato, gli strappo la pelle dal culo! Mettiti nudo!”.

Mi fece togliere il costume e, torcendomi atrocemente l'orecchio, mi fece inginocchiare alle spalle di mia madre che, intuendo il gioco, si chinò in avanti e si spalancò le natiche colle mani. Mio padre, allora, mi spinse la faccia tra il solco delle chiappe nude di mia madre e mi ordinò di tenercela schiacciata contro mentre si sfilava una ciabatta di gomma per picchiarmi il culo. A quel punto mia madre mi ordinò di baciarle l'ano infilandoci la lingua, e mentre lo facevo lei mi afferrò la testa e me la spinse ancora più in dentro e poi tirò una scoreggia. Sepolto nelle chiappone di mia madre, colla bocca e il naso schiacciati contro il buco del culo, mi sentii soffocare. E mentre rassegnato mandavo giù quella bolla d'aria calda e puzzolente, mio padre cominciò a picchiarmi il culo colla ciabatta. Me le diede fino a farmi venire le vesciche sulle natiche. Poi si fermò e mi ordinò di uscire. Uscii colle cosce rosse per i colpi e, uscendo dietro di me, mio padre disse:

“E questa sera a casa te le do colla frusta!”

Vidi i miei amici che ovviamente avevano potuto udire ogni minimo particolare di quella battitura guardarmi ghignando divertiti. La sera, appena rientrati in casa, mio padre mi ordinò di andare in camera mia e di “prepararmi”. Ero stralunato. Ancora. Non avrei mai pensato che quando mi aveva detto che mi avrebbe frustato lo avrebbe voluto fare davvero. E stralunato me ne andai in camera mia. Appena giuntovi mi misi a guardare fuori dalla finestra. Vidi luci, animazione, giovani che parlavano, chiaccheravano e ridevano, dandosi appuntamento per quella sera. E provai un feroce istinto di ribellione, fatto di invidia verso quei giovani così indipendenti e di angoscia, di vero e proprio terrore per la frusta di mio padre. A quell'età, nonostante fossi da sempre abituato ad essere frustato ad ogni più piccola mancanza, non comprendevo ancora la validità morale ineccepibile di quei castighi né ancora avevo sviluppato il sano piacere di esservi giornalmente sottoposto. Per cui l'idea che di lì a poco mi sarebbe di nuovo toccato assaggiare la cinghia sul culo nudo letteralmente mi angosciava, e pensai che quella volta avrei rifiutato di sottomettermi al castigo.

Ma quando mio padre entrò richiudendosi la porta alle spalle, la paura di ricevere una razione doppia di frustate mi ridusse a molto più miti consigli. E quando vide che avevo disobbedito e non mi ero spogliato da solo disse che mi avrebbe somministrato trenta frustate in più. Cominciai a piagnucolare, pregandolo che non mi frustasse. Ma non ci fu niente da fare, naturalmente, e prese lui stesso ad abbassarmi il costume da bagno che ancora indossavo. Quando fui nudo come un verme, mi afferrò per le spalle girandomi colla faccia verso la parete e mi ordinò di inginocchiarmi sul letto, col sedere in aria. Poi iniziò a sfilarsi la cintura dai pantaloni.

Mentre mi abbassavo lo vidi ripiegare la cintura nella mano destra e mettersi di fianco a me. Colla mano sinistra mi afferrò per il collo mantenendomi piegato in ginocchio, e cominciò a frustarmi. Non so per quanto tempo mio padre mi frustò: ricordo solo che mi misi a piangere fin dalla prima cinghiata, più per l'umiliazione che per il dolore. Ripensavo all'umiliazione delle sculacciate in cabina e alle facce ironiche dei miei amici quando ne ero uscito seguito da mio padre che ancora impugnava la ciabatta di gomma colla quale mi aveva appena picchiato. A quel tempo non mi conoscevo bene come ora e non riuscivo ancora a capire che quelle punizioni erano assolutamente indispensabili.

Quella sera, a quattro zampe sul letto, udivo solo lo schiocco della cintura sulle natiche e pensavo che nessuno dei miei amici veniva frustato alla mia età e che, ancora più probabilmente, nessuno di loro aveva mai dovuto subire, nemmeno da piccolo, l'umiliazione di una battuta colla frusta. Eppure fu proprio quella sera che cominciai ad apprezzare l'importanza di essere disciplinato; e fu perché quella sera, per la prima volta, provai piacere nell'essere picchiato. Mio padre mi stava frustando il sedere nudo come una cavalla, tenendomi inchiodato carponi sul letto colla mano sinistra e cinghiandomi natiche e cosce colla destra.

E ad un certo punto mi accorsi che il pistolino mi stava diventando duro. Erano le ultime cinghiate, me ne accorsi perché la morsa sul mio collo si andava allentando; e in effetti mio padre mi diede solo altre 10 o 15 frustate e poi si fermò. In quell’istante il bruciore fortissimo delle mie natiche in fiamme cominciò a irradiarsi al mio pistolino attraverso brividi pulsanti; e senza spiegarmene il motivo provai il desiderio che mio padre ricominciasse a frustarmi subito. E subito gliene diedi il motivo, perché mi rifiutai di alzarmi per andare a mettermi in un angolo colla faccia rivolta alla parete, come sempre dopo un castigo. Ricordo che ero ancora a quattro zampe sul letto, colla testa appoggiata al cuscino e il sedere ancora in aria: udii mio padre dire “che hai detto?” e colla coda dell'occhio lo vidi afferrare la cintura che aveva buttato di fianco a me sul letto dopo avermi frustato.

Mi sentii sollevare di peso per un orecchio e la punizione ricominciò. Tenendomi per l'orecchio sinistro, mio padre mi fece fare almeno dieci volte il giro della stanza a frustate. Saltellando come impazzito per il bruciore delle cinghiate, finalmente mi arresi e mi andai a mettere nell'angolo colla faccia al muro. Mio padre mi ordinò di spingere bene in fuori il culo nudo e mi assestò un'altra ventina di colpi di cinghia sulle chiappe. Ma questo non servì a placarlo, sicché mi disse:

“Visto che le cinghiate normali non ti bastano, domani compro una frusta da carrettiere e comincio ad usare quella! E ora resta dove sei che per il momento ti frusto colla cinghia dalla parte della fibbia!”

Mi misi a piangere come un isterico, lo implorai che non ricominciasse a frustarmi, ma non ci fu niente da fare. La prima frustata mi mozzò il fiato: la fibbia era andata a schiantarsi con una violenza micidiale sulla mia schiena e le gambe mi si piegarono. Mio padre mi aveva frustato spesso sulla schiena in precedenza, ma non aveva mai usato la cintura dalla parte della fibbia, e quella prima volta fu davvero una tortura. Cadendo in ginocchio, presi a contorcermi sotto i colpi come un serpentello impazzito, urlando come un ossesso e piangendo a dirotto. Ma mio padre non smise di frustarmi finché non mi ebbe fatto la schiena viola.

Ripensandoci ora, quella punizione mi fa sorridere.

 

Capitolo 3

 

27 ottobre 1990

Dicevo che quella punizione ora mi fa sorridere, ed è sicuro perché da quel giorno il livello di severità delle mie punizioni andò aumentando progressivamente, fino al giorno d'oggi, quando essere frustato colla cinghia dalla parte della fibbia rappresenta un castigo lieve, direi quasi un lusso.

Di fatto, il giorno seguente a quella punizione mio padre più che mantenne la sua promessa e comprò non una ma tre fruste. La prima la comprò effettivamente da un carrettiere. Sembra incredibile che in una città come Roma esistesse ancora un carrettiere, eppure mio padre riuscì a trovarlo. Mentre mostrava il campionario delle sue fruste a mio padre il vecchio artigiano mi guardava ammiccando e ghignando divertito; evidentemente immaginava benissimo che il vero motivo di quell'acquisto sarebbe stato quello di frustarmi il sedere di santa ragione e, sadicamente, disse a mio padre che volendo poteva mettersi nel retrobottega a collaudare tutte le fruste che avesse voluto. Era evidente che il vecchio artigiano doveva essere un amante del genere SM, e il fatto che fosse rimasto unico in tutta Roma a gestire una bottega come quella lo indicava chiaramente. Così come chiaramente lo indicarono i suoi occhi mentre ci seguiva nel retrobottega.

Ricordo ancora quel retrobottega buio che puzzava di pellame: mio padre mi ordinò di togliermi i vestiti e quando fui completamente nudo mi fece mettere colla faccia al muro. Aveva scelto dodici fruste differenti e mi frustò con tutte prima di decidere quale comprare.

Mentre mi contorcevo sotto i colpi di frusta cercando di non urlare, notai che il vecchio artigiano si era messo ad assistere alla mia punizione non alle mie spalle, bensì alla mia sinistra e vidi che aveva la patta dei pantaloni gonfia di una erezione più che evidente. Rendendomene conto, la mia eccitazione, che già era il doppio del solito per la presenza di uno spettatore, raggiunse un livello inaudito, e il mio pistolino svettava durissimo, colpendo colla punta nel muro a ogni staffilata di mio padre. A un certo punto, visto che ormai urlavo come un ossesso e ogni tanto tentavo addirittura di ripararmi il sedere in fiamme colle mani, il vecchio satiro propose a mio padre di legarmi e gli mostrò una serie di bardature per cavallo che facevano perfettamente alla bisogna. Innanzitutto, con un paio di briglie mi legò i polsi a una trave che passava sopra la mia testa e poi mi imbavagliò con un morso di acciaio legato con strisce di cuoio dietro la nuca. Mio padre, entusiasta alla soluzione del vecchio, decise di provare altre dieci o quindici fruste che andò a scegliere nella bottega adiacente.

Rimasti soli, il vecchio si pose alle mie spalle, si aprì la patta dei pantaloni estraendone un grasso uccellone enorme e durissimo e, appoggiandomelo al solco delle natiche, prese a strizzarmi atrocemente i capezzoli senza dire una parola. Quando ormai stavo per mettermi a piangere, il vecchio mi aprì le natiche e mi inculò con violenza inaudita. Cominciando a pistonarmi l'ano ansimando, con una mano mi strizzò i testicoli e con l'altra cominciò a spararmi una sega, chiamandomi puttana masochista. E quando mi sentii inondare il sedere della sua sborra bollente, spruzzai violentemente la mia sulla parete di fronte.

Pochi minuti dopo mio padre tornò con altre fruste e, messosi dietro di me, ricominciò a frustarmi di santa ragione con tutte. Alla fine decise di comprare due fruste. La prima era uno staffile, costituito di una sola striscia di cuoio piuttosto spessa e che recava al finale come un fiocco: essendo lunga due metri, ogni frustata che mio padre mi somministrava sulla schiena mi avvolgeva il tronco e il fiocco finale di cuoio si abbatteva schioccando su l'uno o l'altro dei capezzoli. La seconda era un nerbo di bue, lungo un metro circa e dolorosissimo che mia madre prese a usare per frustarmi sulle cosce nude. La terza frusta, invece, mio padre la ordinò su misura a un laboratorio di pelletteria. Era uno staffile interamente in cuoio, con un manico di 32 cm. dal quale si dipartivano 45 strisce di cuoio sottile lunghe 58 cm. l'una; sinceramente devo dire che a quello staffile, tuttora in uso peraltro, sono legati i ricordi di alcune tra le più intense battute che ricevetti da mio padre.

In ogni caso, quelli non furono gli unici strumenti di castigo che si comprarono in casa. Pochi mesi dopo, infatti, mio padre comprò in rapida successione tre frustini che divennero i compagni più affezionati della pelle nuda delle mie natiche soprattutto quando eravamo fuori di casa; quando andavamo al mare o in montagna, per esempio, mio padre se ne portava dietro perlomeno sempre due. Devo dire tuttavia che le vacanze, estive o invernali che fossero, rimarranno per sempre indissolubilmente legate al ricordo di un altro strumento punitivo, forse ancora più umiliante della stessa frusta: il bastone.

Ricordo che fui bastonato per la prima volta a 18 anni, al mare.

Una mattina ero uscito con alcuni miei amici per andare a fare un giro in uno dei boschi che stavano dietro casa nostra, e mio padre mi aveva ammonito di non rientrare più tardi di mezzogiorno. Non aveva bisogno di aggiungere altro, perché era regola fissa che ogni minuto di ritardo comportasse due cinghiate. Cionondimeno, quel giorno non mi resi conto del tempo che passava e, dopo aver lasciato gli amici, imboccai il sentiero verso casa alle 12:30 senza nemmeno accorgermi di essere in ritardo.

Mi ricordai di guardare l'orologio solo quando vidi mio padre avvicinarsi: vedendolo, e immaginando il motivo per il quale doveva essere venuto a cercarmi, il pistolino mi si fece subito duro nel costume da bagno. Quando mi raggiunse vidi che era anche lui in costume e pensai che per questo mi avrebbe frustato in casa. Invece lui mi prese per l'orecchio sinistro e, senza dire una parola, mi sistemò di fronte a un albero e mi ordinò di stare fermo lì. Udii il rumore di un ramo spezzato: girando rapidissimo la testa vidi che aveva in mano un ramoscello al quale andava strappando le foglie. Allora mi abbassai il costume alle caviglie, come di regola quando mi dava la frusta in cabina, e sporsi in fuori il sedere nudo, sicuro che me lo avrebbe frustato col ramoscello. Ma non fu così. Mio padre mi ordinò di rimettermi il costume e di cominciare a camminare verso casa.

Il primo colpo mi raggiunse sulla schiena e mi fece accorgere che più che di un ramoscello si trattava di un vero e proprio bastone. E per tutto il sentiero verso casa mio padre mi bastonò. Per la prima volta non mi sentii più solo sottomesso a mio padre e mia madre, ma addirittura loro schiavo. In quel momento infatti mi immaginai uno schiavo costretto a trasportare un carico pesante sotto le bastonate del padrone.

E questa fantasia andò arricchendosi di particolari quando, giunti a casa, la punizione continuò nella legnaia. Mio padre mi ci mandò ordinandomi di denudarmi e aspettarlo. Il caldo lì dentro era umido e soffocante nella penombra delle cataste, e questo me lo fece diventare duro. Perché inconsciamente il caldo e la sensazione di sudare per me erano e rimangono indissolubilmente legati all'idea di prenderle sul sedere colla cinghia.

Mi chiusi la porta alle spalle e nella penombra indovinai il contorno delle cataste; quando i miei occhi si abituarono alla luce fioca cominciai a guardarmi intorno e vidi dei sacchi di farina e moltissime corde appese alle pareti di legno. Pensai che le avevo provate quasi tutte e sempre sulla pelle nuda, e risentendo nella mia mente il sibilo che provocavano tagliando l'aria e lo schiocco che producevano sulle mie chiappe quando mio padre mi ci frustava, il pistolino mi si indurì al punto da debordare oltre l'elastico del costume e cominciò a farmi addirittura male per l'eccitazione. Mi abbassai il costume lungo le natiche e le cosce colla lentezza di una spogliarellista consumata, facendo volutamente strusciare l'elastico sul reticolo di vesciche che perennemente ricoprivano il mio sedere grazie alle frustature quotidiane di mio padre. Il pizzicore di questo auto-castigo mi eccitò ancora di più e, dopo aver liberato il culo, mi abbassai il costume sul davanti facendo scorrere l'elastico sul pistolino che, quando fu liberato da quella costrizione, svettò durissimo verso l'alto. Pensando alle frustate che stavo per prendere, mi sdraiai a pancia in giù su uno degli enormi sacchi di farina e presi a strofinare il glande contro la tela ruvida. Abbracciato al sacco, dimenavo il sedere e lo sporgevo bene in alto e in fuori; stavo aspettando che mio padre venisse a frustarmi colla trepidazione di una sposina novella.

Ma c'era anche un altro elemento che mi eccitava da morire. Sapevo che se mio padre fosse entrato e mi avesse visto spararmi una sega su quel sacco mi avrebbe frustato la merda dal culo; tutte le volte che mi sorprendeva a spararmi una sega letteralmente mi strappava la pelle dal culo a cinghiate. Sentendo i suoi passi fuori della porta mi fermai e rimasi piegato a pancia in giù sul sacco.

Quando entrò mi ordinò di alzarmi e, vedendo la mia erezione, capì benissimo che stavo facendo. E si preparò a farmene pentire amaramente. Non aveva in mano il frustino come avevo pensato. Si avvicinò ad una delle cataste, scelse un bastone lungo circa un metro e si pose dietro di me. Cominciò a bastonarmi. Le legnate mi piovevano sulla schiena, sulle gambe e sulle braccia e il dolore era micidiale al principio. Ad un certo punto, visto che cercavo di sgattaiolare per evitare i colpi, mio padre smise per un momento di bastonarmi, mi afferrò per un braccio, mi trascinò alla scala che conduceva all'ammezzato della legnaia e, con una delle corde appese alle pareti, mi legò polsi e caviglie ai pioli della scala.

E riprese a bastonarmi.

Venir legato per essere picchiato scatenò i miei istinti masochisti più feroci: il dolore insopportabile delle bastonate cominciò a diventare il bruciore forte ed eccitante che sempre provavo quando mio padre mi frustava e le fantasie della mattina si riaccesero violentissime. Mio padre mi stava bastonando forte, ero sudato fracido e sentivo il sudore gocciolarmi sotto le ascelle e tra il solco delle natiche. Ma il sudore non era l'unica cosa che mi gocciolava dalle natiche. In quel preciso momento, infatti, mio padre prese a bastonarmi proprio il culo, e io sentii lo schiocco secco del bastone sulla carne flaccida delle chiappe: era più forte di quello della cinghia e sentivo che rompeva la pelle.

Dopo una trentina di bastonate mi accorsi che il bastone mi tagliava la pelle ogni volta che si schiantava sul culo: mio padre mi stava bastonando a sangue, ed era il sangue che mi usciva dalle natiche che mi faceva sentire meno il dolore delle bastonate. Abbassando gli occhi, vidi che dietro di me si era formata una pozzanghera di sangue.

“Il padrone sta bastonando il suo schiavo nudo e legato” pensai e cominciai a roteare le anche e muovere il sedere per tentare di strofinare il glande su un piolo della scala. Non lo trovai, e questa nuova frustrazione mi eccitò ancora di più. Poco dopo mio padre smise di bastonarmi, si diresse di nuovo verso la catasta dalla quale aveva scelto il bastone che aveva appena finito di usare per castigarmi e ne estrasse un bastoncino di un paio di cm. di diametro e circa trenta di larghezza. Tornò a mettersi dietro di me e io cercai di immaginare che volesse farmi. Poi d'improvviso mi afferrò le natiche e me le aprì e le mantenne aperte colla mano sinistra: senza dire una parola appoggiò la punta del bastoncino al mio ano dilatato e ve lo introdusse con una lentezza esasperante. Mi sodomizzò fino a farmi penetrare il bastoncino per metà e mi disse:

“Visto che sei un asino ti meriti non solo le bastonate ma anche la coda!” E se ne andò.

Credetti di morire! Il bastoncino penzolava oscenamente tra le mie natiche, muovendosi davvero come una coda attraverso gli spasmi del mio sfintere violato e il piacere che mi stava dando quell'estrema umiliazione era devastante. Improvvisamente mi rividi all'università chiuso in un gabinetto con i pantaloni e le mutande abbassate e uno dei miei compagni di classe che, sdraiato su di me, mi sodomizzava ansimando. Ancora legato, colla schiena a pezzi per le bastonate, l'ano torturato e il pistolino duro da scoppiare venni sussultando senza toccarmi.

Ma un altro strumento col quale feci conoscenza quell'estate fu il tubo di gomma. Di fronte alla casa avevamo un giardino che io avevo il compito di bagnare religiosamente ogni sera, prestando particolare attenzione ad alcune piante di rododendro. A esse, infatti mia madre teneva tanto da frustarmi di santa ragione quando riteneva che non le avessi bagnate bene. Non erano infrequenti infatti le sere in cui, dopo aver controllato il risultato del mio lavoro, mia madre veniva in camera mia colla frusta in mano, mi obbligava a togliermi i pantaloni e le mutande e a suon di frustate mi faceva tornare in giardino. Nudo dalla vita in giù tornavo a bagnare i rododendri mentre alle mie spalle mia madre, frusta alla mano, si occupava di ricordare alle mie natiche nude quanto ci tenesse a quelle maledette piante.

 

Capitolo 4

 

Alcune osservazioni. L'aggiunta di una umiliazione di natura manifestamente sessuale a partire da quel giorno venne sistematicamente praticata su di me sia da mio padre che mia madre. Mia madre, per esempio, cominciò a sculacciarmi colla spazzola o la ciabatta non più tenendomi fermo con una mano sul collo, ma afferrandomi colla mano sinistra il pistolino o i testicoli, che schiacciava e tirava per obbligarmi ad assumere la posizione che riteneva più conveniente per battermi. Pochi mesi fa, avendomi scoperto mentre mi masturbavo, è addirittura arrivata a frustarmi sul pistolino rigido colla bacchetta sottile che usava per frustarmi da piccolo. Più in generale, quando mi comporto male mia madre sistematicamente, dopo avermi frustato, mi obbliga a portare infilato nello sfintere un dildo o delle palline da golf per il resto della giornata. Lei stessa, quando decide di frustarmi, mi apre la cerniera dei pantaloni, mi infila una mano nelle mutande e, afferratomi il pistolino mi trascina in camera sua. Senza lasciare la presa mi spoglia nudo lei stessa e mi fa mettere a quattro zampe sul letto e solo in quel momento lascia la presa del mio pistolino già rigidissimo per l'umiliazione. Poi apre l'armadio, ne stacca lo staffile e torna verso di me; colla testa tra le braccia vedo di sottecchi le sue gambe tornite e inguainate in calze sempre scrupolosamente nere e le strisce di cuoio dello staffile che le accarezzano i polpacci.

Quando é pronta mi ordina di non muovermi e comincia a frustarmi. Durante la punizione continua a ricordarmi che devo obbedire ai suoi ordini e che la frusta e l'unico mezzo di correzione adatto per me. Quando ha finito, mi afferra le natiche a piene mani, me le apre e mi infila nel sedere il manico dello staffile ordinandomi di contrarre lo sfintere per farlo muovere come se fosse una coda: e resta a guardarmi soddisfatta mentre compio questo esercizio umiliante. Altre volte invece, finito di frustarmi, apre il suo cassetto e ne estrae un dildo di gomma che lei stessa mi introduce nell'ano ordinandomi di tenercelo fino a quando lei non deciderà di togliermelo. Poi mi obbliga a camminare, sedermi, rialzarmi e mi assegna incarichi che comportino molti movimenti.

 

28 ottobre 1990

Vorrei ritornare oggi all'esame delle ragioni per le quali a 32 anni compiuti sono ancora sottoposto alle e volentieri accetto le punizioni corporali che mi infliggono mio padre e mia madre. Cominciamo da una osservazione di carattere assolutamente generale. Indipendentemente da qualsiasi considerazione circa il tipo di educazione che ho ricevuto, il contesto nel quale sono stato cresciuto o la mentalità di mio padre e mia madre, è normale che io rispetti alla lettera tutte le regole che vigono nella loro casa e ancora più normale che sia da loro punito quando le infrango; allo stesso modo in cui sarebbe assolutamente normale che venissi punito dallo stato se ne infrangessi le leggi. Va detto tuttavia che nessun normale cittadino viene punito dallo Stato a suon di cinghiate sul culo nudo; inoltre, a differenza di un qualsiasi cittadino che attraverso il proprio voto nell'ambito di libere elezioni può cambiare le leggi dello stato nel quale vive io non ho nessun potere né diritto di reclamare un cambio delle leggi vigenti nella casa dei miei genitori, nemmeno ora che ho 32 anni compiuti. E le leggi vigenti prevedono per qualsiasi violazione una prassi che è sempre la stessa: giù i pantaloni e frustato colla cinghia.

E questo è un fattore molto importante nello spiegare il mio masochismo.

Il mese scorso, per esempio, un giorno stavo chiaccherando con un mio compagno di classe. Eravamo seduti al bar dell'università e, quando mi disse che aveva avuto dei genitori terribili che fino ai tredici o quattordici anni lo avevano picchiato, sentii il pistolino farmisi duro nelle mutande pensando che io assaggiavo ancora la frusta sulla pelle nuda. E non a tredici anni ma a 32, appunto. E quella stesso pomeriggio mio padre telefonò a casa per sapere come era andato l'esame di analisi uno mentre mia madre, che già lo sapeva, mi aveva legato alla spalliera del letto e mi stava picchiando il culo nudo col battipanni. Mia madre gli disse che avevo preso solo venti; poi rimase un momento in silenzio e poi disse:

“Sì col battipanni ... no avevo appena cominciato ... sì ... sì chiaro che poi stasera gliele dai anche tu colla cinghia ... vabbè ... sì no, ora ... ah, puoi stare ben sicuro che glielo scaldo il culo!”

E il pistolino mi si indurì sotto gli occhi di mia madre!

Rientrò un po' più presto, come faceva di solito quando decideva di frustarmi. Io ero in camera mia, in mutande, e quando sentii la porta di ingresso richiudersi cominciai a ricordarmi del mio primo periodo universitario. Allora, prendere solo venti in un esame aveva sempre significato essere frustato di santa ragione: ora, prendere solo venti in un esame che avevo già fatto undici anni prima avrebbe significato farsi strappare la pelle del culo a cinghiate. Sapevo benissimo che mio padre mi avrebbe dato una battuta memorabile e sentendo i suoi passi nel corridoio il mio pistolino cominciò a indurirsi pulsando nelle mutande.

Pochi minuti dopo mio padre entrò in camera mia e in mano teneva la canna di bambù. Mi spogliò completamente nudo lui stesso, mi fece appoggiare alla spalliera di una poltrona in modo che il sedere rimanesse bene in alto e appoggiò la canna alle mie natiche, prendendo a picchiettarmele mentre mi diceva di non muovermi se non volevo che mi bastonasse anche la schiena. Poi cominciò a battermi colla canna.

Sentivo solo lo schiocco secco e bruciante del bambù rimbalzare sulle natiche nude e, a un certo punto, cominciai anche a sentire un liquido caldo e appiccicoso corrermi giù lungo le cosce: e capii che mio padre mi stava frustando a sangue, ma che non aveva nessuna intenzione di sospendere la mia punizione per questo. Passò invece a bastonarmi la schiena di santa ragione, e smise solo quando me ne ebbe strappato la pelle.

 

* * *

E una seconda osservazione, di carattere più specifico, riguarda appunto le caratteristiche della mia presenza in questa casa. In estrema sintesi si può dire che ne sono stato abitante forzoso fino all'età di 18 anni, confinato virtuale fino ai 29 anni, evaso tra i 29 e i 32 anni, e, da pochi mesi, schiavo senza condizioni.

Esaminiamo separatamente queste tappe della mia vita in casa.

Fino all'età di 18 anni vissi come figlio, soggetto alla volontà assoluta e alla potestà legale di mio padre e mia madre. Poi venni posto di fronte ad un'alternativa. Mezz'ora prima che diventassi maggiorenne mio padre mi ordinò di andare in camera mia e di denudarmi; non riuscivo a capire per quale motivo avesse deciso di frustarmi poiché non avevo fatto nulla, ma l'esperienza mi aveva insegnato che fare domande o peggio ancora obiezioni rappresentava una razione doppia di frustate. Quando entrò teneva già la cintura dei pantaloni ripiegata nella mano destra e mi ordinò di girarmi colla faccia verso la parete.

Era mezzanotte meno venti quando cominciò a frustarmi, e per venti minuti continuò a battermi in silenzio le natiche nude colla cinghia. Nonostante le natiche mi bruciassero sempre più forte io rimanevo in piedi sull'attenti senza muovermi: consideravo assolutamente normale che a 18 anni mio padre mi frustasse, perché ero sempre stato abituato così anche se invidiavo molto i miei amici che non dovevano sottostare a nessuna disciplina e men che meno a quella della frusta.

A mezzanotte mio padre smise di frustarmi e mi presentò due alternative: andarmene di casa e sostentarmi con i miei soli mezzi e in questo caso quello che avevo appena ricevuto sarebbe stato l'ultimo castigo della mia vita o restare, accettando di continuare ad attenermi scrupolosamente alle regole di casa e in questo caso il fatto che fossi diventato maggiorenne non avrebbe in alcun modo cambiato il rapporto di dipendenza che fino a quel momento mi aveva legato all'obbedienza assoluta a mio padre e mia madre e all'accettazione incondizionata di qualsiasi loro castigo. Optai per la seconda ipotesi, in quel momento convinto che il motivo fosse solo la certezza di non potermi mantenere da solo. Ora mi rendo conto che già allora, anche se non me ne accorgevo razionalmente, il bruciore che provavo sulle natiche ogni volta che venivo frustato era una droga più potente di qualsiasi anelito indipendentista.

Appena ebbi dato la mia risposta, mio padre mi disse che per suggellare la continuità della nuova fase colla vecchia avrebbe ripreso la punizione che aveva appena terminato di infliggermi. E fattomi rimettere colla faccia al muro ricominciò a frustarmi. Compii diciotto anni sotto le cinghiate di mio padre.

 

29 ottobre 1990

Da quel giorno cominciai un lento ma inesorabile cammino che mi condusse, attraverso una sistematica violazione dei miei diritti umani, fino alla privazione della libertà e alla perdita definitiva e legalizzata dei miei diritti civili. Ecco come. Quella notte, ricominciando a frustarmi, mio padre aveva detto che lo stava facendo per suggellare la continuità della vecchia fase colla nuova. In realtà più che di una continuità si tratto di una recrudescenza dei periodi più severi della vecchia fase. Mio padre e mia madre, probabilmente, pensavano che nel momento in cui avessi compiuto la maggiore età avrei deciso di andarmene per sfuggire a quelle che allora, stupidamente, consideravo le loro”angherie”. Per questo motivo, la mia decisione di restare dovette convincerli della bontà dei loro metodi educativi e inconsciamente spingerli a rafforzare su di me l'imposizione della loro autorità che a partire dai miei 17 anni era andata forse un po' affievolendosi.

Per questo motivo, di lì a una settimana mio padre mi presentò un documento di venti pagine dattiloscritte intitolato “Programma di Disciplina Morale”, che conteneva un Regolamento composto di 500 norme che coprivano interamente tutti i dettagli del comportamento che avrei dovuto mantenere e tutte le punizioni che mi sarebbero state inflitte in caso di violazione del Regolamento stesso. Attraverso questo Programma, di fatto, mio padre e mia madre assunsero un controllo strettissimo della mia vita. Per uscire di casa dovevo chiedere ed ottenere il permesso di entrambi fornendo i nomi e gli indirizzi delle persone che avrei visto, rimanere fuori non un solo minuto in più del tempo concessomi, e riferire dettagliatamente al mio rientro che avevo fatto, dove e con chi. Mancare ad una sola di queste regole o mentire comportava ipso facto essere confinato in camera mia tutto il giorno (con l'esclusione delle ore di lezione all'università) per un periodo compreso fra i quindici e i sessanta giorni, ed essere frustato tutte le sere prima di andare a letto. A questo si aggiungeva che tutta la corrispondenza che ricevevo o scrivevo doveva essere previamente letta dai miei genitori che me la riconsegnavano se e solo se lo ritenevano opportuno; tutte le telefonate che facevo o ricevevo erano ascoltate da uno dei genitori sull'altra linea; il mio libretto universitario era minuziosamente sfogliato ogni mese e i cassetti della mia scrivania giornalmente aperti e controllati da mia madre. Le punizioni, invece che sul momento (come era accaduto sino ad allora), presero a essermi somministrate la sera prima di andare a letto. Dovevo presentarmi in cucina e chiedere il permesso di andare a dormire: se non c'erano obiezioni mi veniva concesso, viceversa dovevo denudarmi, piegarmi sul tavolo e ricevere la frusta o il battipanni sulle natiche, ringraziare e ritirarmi. Un elemento nuovo fu invece l'introduzione di una punizione fissa il sabato: ogni sabato pomeriggio mi venivano somministrate 200 frustate che, nell'ambito del Programma di Disciplina Morale, semplicemente svolgevano una funzione di richiamo ai dettami del Regolamento, una specie di ricordatorio della mia subordinazione alle sue disposizioni.

 

31 ottobre 1990

Questo regime durò fino all'età di 27 anni ed incise moltissimo sullo sviluppo della mia personalità nei rapporti con i miei coetanei. All'università, per esempio, un giorno mi capitò di non riuscire a stare seduto fermo in una sola posizione per più di trenta secondi perché la sera precedente mio padre me le aveva suonate colla frusta. Il mio continuo agitarmi sulla sedia incuriosì il compagno che sedeva di fianco a me e che me ne domandò la ragione. Quando gli dissi che ero stato frustato volle che andassimo al bagno insieme perché gli mostrassi i segni della punizione. La mia indole masochista mi aveva spinto a confessargli di essere stato frustato e ora non potevo rifiutarmi di esaudire quel suo desiderio. Entrati nel bagno mi condusse rapidamente ad uno dei gabinetti, chiuse a chiave la porta e, con un tono che non ammetteva repliche, mi ordinò di spogliarmi. Mentre mi denudavo lo vidi guardarmi con gli occhi luccicanti di libidine. Quando fui nudo mi fece girare e, ansimando, cominciò a passare le mani sui segni delle cinghiate. Poi prese a darmi pizzicotti sui segni, torcendo la pelle arrossata tra il pollice e l'indice e strizzandola sempre più forte. Cominciai ad ansimare anch'io, in preda ad un senso di umiliazione violentissimo ed eccitante: ero completamente nudo e costretto a subire le sue sevizie.

Dopo due o tre minuti mi obbligò a stendermi a pancia in giù sull'asse del water e mi ordinò di mettere la testa nella tazza che puzzava di orina. Si abbassò a sua volta i pantaloni e prese a strusciarmi il membro semi rigido sul culo! E mentre sentivo quell'arnese farsi sempre più duro cominciai a pensare con orrore che stavo per prenderlo nel culo, e feci come per divincolarmi, alzando la testa dalla tazza. Lo schiaffone mi centrò violentissimo sull'orecchio destro come una cannonata,

“Buono lì bastardo! Non ti muovere o ti gonfio di botte!” e afferratomi per il collo mi rituffò la testa nella tazza del cesso. La paura cominciò a diventare terrore e cominciò a smuovermi il basso ventre e sentire l'aria fresca entrarmi in culo mi fece venire i tremori allo sfintere. E com'era inevitabile, successe. Sentii il buco del culo dilatarmisi e la bolla d'aria calda e puzzolente uscire senza che potessi fare niente per trattenerla. Avevo cominciato a scoreggiare dalla paura, e questo fece imbestialire il mio compagno che riprese a picchiarmi insultandomi. Mi dava dei ceffoni sulle orecchie che mi facevano sbattere la testa contro i bordi del water, e più mi picchiava più scoreggiavo.

Era come quando mio padre mi frustava: quando lo vedevo slacciarsi la cinghia mi mettevo a scoreggiare dalla paura. Non riuscivo a fare niente per fermarmi. Allargandomi le natiche, mi appoggiò l’uccello che aveva durissimo contro il buco del culo. Mi penetrò con una lentezza esasperante e, visto che io mugolavo di dolore, cominciò a prendermi a ceffoni sulle orecchie.

Intontito ed eccitato dalla violenza degli schiaffi smisi di sentire il dolore nell'ano che si trasformò in una vera e propria estasi: in pochi minuti quell'enorme palo di carne mi stantuffava lo sfintere con colpi decisi e violenti e, in breve, mi sentii inondare il sedere della sua sborra bollente. Ma il gioco non era finito. Con l'ultimo colpo di reni mi estrasse l’uccello dal sedere con un sonoro PLOP!; poi mi afferrò per le spalle e mantenendomi in ginocchio mi girò verso di se e cominciò a strofinarmi l’uccello semi rigido sulle guance. Un minuto più tardi me lo mise in bocca e mi ordinò di succhiarglielo e ripulirglielo “della merda colla quale glielo avevo imbrattato”.

Il suo glande turgido mi soffocava e io non riuscivo ad accarezzarglielo colla lingua bene come lui voleva. Perciò lo estrasse e, giratomi di nuovo verso la tazza del cesso, iniziò a castigarmi il sedere nudo colla cinghia dei suoi pantaloni. Colle natiche martoriate dalla punizione di mio padre la sera precedente, cominciai a piangere e lo implorai che smettesse di frustarmi, ma senza esito. Dopo cinquanta colpi circa, mi girò di nuovo verso di se e mi rimise in bocca il cazzo che stavolta aveva durissimo.

Afferrandomi i testicoli colla mano sinistra e frustandomi la schiena colla destra, iniziò a pistonarmi le gengive e in pochi minuti venne nella mia bocca: strizzandomi atrocemente i testicoli mi costrinse ad ingoiare tutto. Poi mi obbligò a ripulirgli l’uccello colla lingua, si rimise i pantaloni e uscì, ordinandomi di non muovermi dalla posizione in cui mi trovavo. Pochi minuti dopo la porta del gabinetto si riaprì ed entrò un altro mio compagno: un istante prima che si richiudesse la porta alle spalle riuscii a vedere che fuori del gabinetto una decina di altri miei compagni si erano messi in coda, ciascuno aspettando il proprio turno per incularmi e farsi spompinare.

Da quel giorno divenni la loro puttana. Ogni mattina almeno due o tre mi portavano nei gabinetti, mi spogliavano nudo, mi picchiavano e mi inculavano; e spesso accadeva che dovessi soddisfare due di loro allo stesso tempo: in questo caso, a carponi sul pavimento, dovevo spompinare un compagno seduto sul cesso mentre un altro mi possedeva nel sedere.

 

Capitolo 5

 

4 novembre 1990

Ben presto tutta la classe venne a sapere di quello che succedeva non solo in casa mia ma anche nei gabinetti, e incominciarono ad approfittarsene. Cominciarono così ad invitarmi alle feste che organizzavano il sabato sera, solo per divertirsi ad umiliarmi, generalmente di fronte alle nostre compagne di classe.

Una di loro era la mia fidanzata, una ragazza la cui famiglia i miei conoscevano bene e stimavano molto.

Durante il nostro fidanzamento si era sempre dimostrata estremamente energica e autoritaria, cosa che ai miei genitori aveva fatto un'ottima impressione. Quando eravamo in presenza dei nostri compagni di classe si divertiva a darmi ordini secchi, spesso insultandomi se non li eseguivo immediatamente. Per tutto il tempo del nostro fidanzamento non mi permise mai nessuna confidenza, a parte baciarle i piedi nudi le sere in cui, per punirmi delle mie mancanze o semplicemente per capriccio, mi batteva le natiche nude con una bacchetta di bambù. Scoprii che aveva un amante, il giorno che mi "concesse" di leccarle la topa: era piena dello sperma che lui le aveva lasciato! In breve, la situazione degenerò al punto che mi costrinse a divenire una specie di maggiordomo factotum per lei e il suo amante. Quando si incontravano, io dovevo inginocchiarmi davanti a lui e succhiargli l'uccello finché gli veniva duro; poi lui se la sbatteva, e alla fine io doveo ripulire sia la topa a lei che l'uccello a lui. Quando il suo amante era occupato la sera (era uno degli assistenti), lei sfogava su di me le sue perversioni. Quando arrivavo a casa sua, lei era già in sottoveste e, con il bastone in mano, mi faceva denudare completamente. Sedutasi sul suo letto, mi faceva inginocchiare e, serrandomi la testa tra le sue gambe, mi obbligava ad ammettere che ero un verme e un gran cornuto. Poi si abbassava le mutandine, mi appoggiava la bocca al sesso e mi obbligava a leccarglielo, in modo tale da soffocare le mie urla mentre mi bastonava la schiena. Per picchiarmi adoperava una canna di bambù e un frustino da equitazione. Con la canna mi amministrava la prima parte della punizione, somministrandomi sempre non meno di duecento colpi. Poi si fermava, mi infilava un vibro massaggiatore nello sfintere e si infilava i suoi stivali da cavallerizza. Quindi tornava a sedersi di fronte a me e, masturbandosi, mi frustava le natiche come una giumenta per mezz'ora almeno. Al termine della sessione punitiva, si metteva carponi sul letto e si faceva leccare l'ano mugolando di piacere e insultandomi.

Vabbè, fine per farla breve, quando avvenne l'incidente dei gabinetti, Carlotta mi disse che si rifiutava di continuare a stare con uno come me e che, in ogni caso, l'umiliazione che aveva subito per colpa mia era troppo grande.

Il sabato successivo, al pomeriggio, ci fu una festa a casa del suo nuovo uomo. Quando arrivai la trovai seduta sul divano abbracciata a lui che la stava baciando. Nel divertito silenzio generale Carlotta, con sorriso beffardo, mi ordinò di preparare qualcosa da bere in cucina. Quando tornai tutti stavano ridacchiando: lui le aveva già sbottonato per metà la camicetta, aveva infilato una mano sotto il reggiseno e le stava palpando le poppe nude. Si alzarono e si diressero verso la camera da letto e Carlotta mi ordinò di seguirli. Quando fummo entrati mi ordinò di mettermi ai piedi del letto in ginocchio; poi si stese sul letto con lui e cominciarono a spogliarsi reciprocamente. Quando furono completamente nudi, Carlotta afferrò il suo collant e mi legò le braccia dietro la schiena; poi prese le sue mutandine e me le infilò in testa. Quindi tornò al suo nuovo uomo e, accosciatasi sul letto di fronte a lui, accolse nella sua bocca il suo enorme uccello che cominciò a leccare, baciare e succhiare con devozione mentre lui le accarezzava le poppone nude e le titillava i capezzoli.

Entrambi cominciarono a mugolare di piacere e ai piedi del letto io vedevo solo il culo bianco e carnoso di Carlotta ondeggiare e il suo sfintere aprirsi e chiudersi di piacere: ad un certo punto, sempre rimanendo a quattro zampe, Carlotta si voltò e lo pregò di prenderla: afferrandola per i lombi lui introdusse il suo uccello mostruoso nella sua fica e Carlotta lanciò un grido. Per venti minuti almeno dovetti assistere alla scena di quel uccello enorme che entrava e usciva dalla fica fracida di Carlotta, la quale nel frattempo roteava le anche mugolando e impalandosi in estasi su quel palo di carne durissimo. Quando alla fine lui la baciò sul collo, Carlotta lanciò un urlo disumano e vennero insieme: vidi la sborra densa di lui eruttare dalle labbra tremolanti della sorca di Carlotta che, ormai in preda al delirio erotico, urlava: “Sì aahhì amore! .. aahhì ... ancora ... aaahh!.. finalmente un vero uomo! .. oohh! ... tesoro, sì! ... così ... ancora ... aaahh!”

Quando terminarono, mi disse che quella sarebbe stata l'ultima volta che avrei potuto assistere ai loro incontri amorosi: a partire da quel giorno sarebbero stati entrambi i miei padroni e, ogni volta che avessero fatto l'amore, lui prima mi avrebbe picchiato in presenza di lei e fino a quando lei non fosse stata soddisfatta.

Il sabato successivo i nostri compagni di classe avevano organizzato un gioco che prevedeva che sarei stato messo all'asta e che il vincitore mi avrebbe usato come meglio lo avesse ritenuto opportuno. Inutile dire che venni aggiudicato a Carlotta la quale, sedutasi su una poltrona, pregò il suo nuovo uomo di picchiarmi di fronte a tutti. Lui mi ingiunse di denudarmi e di inginocchiarmi davanti a Carlotta; poi si sfilò la cintura dei pantaloni e cominciò a frustarmi. Sotto i colpi vedevo Carlotta fissarmi con gli occhi lucidi di libidine e sorridere beffarda mentre mi diceva che ero un verme.

A un certo punto sospese la mia punizione ed entrambi si sdraiarono sul divano di fronte a me. Infilandole le mani sotto il vestito, lui le abbassò le mutandine e le introdusse un dito nella topa, palpandole allo stesso tempo le poppe nude con l'altra mano. Carlotta sussultava ansimando sotto quelle carezze e prese a baciarlo furiosamente mentre sperimentava il primo orgasmo. Poi si alzarono e se ne andarono in una delle camere vicine per fare l'amore.

Un'ora dopo Carlotta uscì e mi trascinò in una camera da letto dove mi fece spogliare e si svestì, rimanendo in sottoveste. Ricordo ancora le sue carni debordare generosamente dal corsetto a stecche di balena che indossava e le sue cosce bianchicce contrastare col reggicalze nero. Quando notò il mio stupore per quella biancheria mi disse sadicamente che la indossava per compiacere i desideri del suo nuovo uomo. Dopo avermi legato a quattro zampe sul letto prese un battipanni di vimini e cominciò a sculacciarmi natiche e cosce, dicendomi che ero stato uno schiavo cattivo perché mi ero dimenticato di farle un bidè colla lingua dopo che lei aveva fatto l'amore col suo uomo. Dopo duecento colpi circa mi slegò, ma solo per tornare a legarmi, questa volta supino, sul letto. Quindi ricordo che si sedette sopra di me, appoggiando il sedere sulla mia faccia.

Quasi soffocandomi tra le sue natiche sode mi ordinò di leccarle l'ano e la fica, e cominciò a strusciare l'uno e l'altra sul mio naso e la mia bocca. Dovetti leccarle quei due buchi odourosi per più di mezz'ora, passando e ripassando la lingua a ripulirle la sborra densa di cui l'aveva riempita il suo nuovo amore, fino a quando non venne sussultando e inondandomi la faccia dei suoi umori appiccicosi. Poi chiamò il suo uomo col quale, infoiata com'era, voleva fare di nuovo l'amore e mi chiuse nel bagno.

Mi liberò verso le nove e quando uscii lui era seduto sul letto, ancora nudo, e Carlotta mi ordinò di ripulirgli l’uccello ancora bagnato dei loro liquidi intimi. Mi inginocchiai di fronte a lui che mi spinse in bocca il suo uccello gocciolante, semi rigido ma ancora mostruosamente grande. Presi a succhiarlo e in quello stesso momento Carlotta mi si avvicinò e mi infilò rabbiosamente un dito in culo. Colla mano libera prese a strizzarmi impietosamente pistolino e testicoli e mi sussurrò ad un orecchio: “Succhiaglielo con devozione, perché lui è il mio uomo. Io lo amo e con quel uccello mi ha appena fatto sentire felice di essere la sua donna!”

Eccitato dalle parole umilianti di Carlotta, sentii il mio pistolino diventare durissimo tra le sue dita. Improvvisamente mi ricordai che la mia libera uscita di casa scadeva alle sette, per cui ero già in ritardo di due ore e non sarei stato a casa, nella migliore delle ipotesi, prima di altre due. Sentii nelle orecchie lo schiocco delle cinghiate che immancabilmente mio padre mi avrebbe somministrato sulle natiche nude non appena fossi arrivato a casa e venni nella mano di Carlotta.

Con un grido disgustato Carlotta mostrò la mano gocciolante di sborra al suo uomo nello stesso momento in cui lui scaricava il primo fiotto di sborra bollente sulle mie gengive. Estrattomi l’uccello dalla bocca mi afferrò per i capelli, mi obbligò a ripulirgli il glande colla lingua e le disse di passargli la sua cintura che “... mi avrebbe insegnato ad insozzare la sua donna ...”

E me lo insegnò frustandomi la schiena mentre mi faceva leccare i piedini nudi di Carlotta che, seduta sul letto, si masturbava eccitata mentre lo pregava di darmi una lezione da non dimenticare.

Mi lasciarono andare via verso mezzanotte. Quando entrai in casa mio padre mi stava aspettando.

Afferratomi per un orecchio mi trascinò in camera mia e mi ordinò di togliermi i pantaloni e le mutande per frustarmi. Poi mi fece sdraiare a pancia in giù sul letto e si sfilò la cintura dei pantaloni. Quando mi fui sdraiato cominciai a muovere le anche strusciando il glande sulle coperte e pensai che mentre io ero lì, col culo nudo ignomignosamente esposto in attesa della frusta, in quello stesso momento Carlotta era distesa nel suo letto a fare l'amore col suo uomo. Poi mio padre incominciò a frustarmi. Ogni schiocco della cinghia sul sedere si traduceva nella mia mente nell'immagine di un colpo di reni di lui che affondava il suo uccello enorme nella fica di Carlotta. Fingendo di sobbalzare per il dolore di ogni cinghiata presi anch'io a muovermi come se stessi penetrandola e cominciai a pensare che in quel momento c'era un altro al mio posto che la stava possedendo davvero.

E venni, ma venni troppo presto. Perché dopo essere venuto cominciai a sentire in pieno il dolore delle frustate che mio padre non accennava a smettere di somministrarmi. Ero rientrato con cinque ore di ritardo e questo significava ricevere 600 frustate; io ero venuto prima che me mio padre ne amministrasse cento, per cui i successivi cinquanta minuti passati sotto la cinghia furono un inferno.

 

* * *

Ma ricordo che alla depravazione assoluta arrivai il sabato successivo. Carlotta mi aveva appena fatto frustare dal suo nuovo uomo inginocchiato sul tappeto e di fronte a tutti: poi, come sempre, era andata a rinchiudersi in una delle camere per fare l'amore con lui.

Mentre ero ancora nudo a quattro zampe sul pavimento sentii una mano accarezzarmi le natiche e un dito entrarmi nel sedere. Sussultando, mi voltai e vidi il compagno di classe che per primo mi aveva sodomizzato nei cessi: sorridendomi, mi infilò altre due dita nel sedere e prese a muoverle avanti e indietro mentre colla mano libera si masturbava. Quando ebbe l'uccello duro e grosso da fare impressione me la mise nel sedere e cominciò a pistonarmi lo sfintere. Quell'enorme palo di carne mi stantuffava l'ano con colpi decisi e violenti e, in breve, mi sentii inondare il sedere della sua sborra bollente.

Come aveva fatto pochi giorni prima, mi afferrò poi per i capelli e mi costrinse a spompinarlo, fino a quando non mi venne di nuovo in bocca. Mentre deglutivo la suo sborra appiccicosa, mi disse che da quel giorno sarei diventato il suo amante, perché avevo il culo rotondo e molle che a lui piaceva. Inoltre, mi disse, gli piaceva picchiarmi.

Così, a partire da quel giorno divenni la sua puttana ubbidiente e sottomessa. Tutte le volte che aveva voglia di fottermi mi chiamava a casa sua e quando arrivavo mi faceva vestire da donna, con mutandine di pizzo, reggicalze, corsetto e scarpe col tacco alto. Poi mi faceva sollevare la gonna, piegare in avanti e, sfilatasi la cinghia dai pantaloni, cominciava a frustarmi sopra le mutandine. Fingeva di essere un marito geloso e sotto le cinghiate mi faceva confessare di essere stata con un altro. E quando finalmente confessavo, mi diceva che una puttanella come me doveva essere severamente punita; mi faceva abbassare le mutandine e inginocchiare di fronte a lui per lavorargli colla lingua il glande che aveva già turgido, ma senza farlo venire, perché la sborra la riservava tutta al mio sfintere. Mentre lo spompinavo, lui mi scorticava le natiche nude colla cinghia e quando decideva che il mio culo infedele era abbastanza rosso mi estraeva l’uccello ormai durissimo dalla bocca, mi afferrava per i fianchi mettendomi alla pecorina e passava a incularmi. A volte mi prendeva nel sedere con compiaciuta lentezza, altre con selvaggia violenza e, in questi casi, continuava a lavorarmi la schiena e i lombi colla cintura dei pantaloni mentre mi sfondava l'ano con quel suo glande enorme.

Ma la cosa più difficile era quando decideva di farmi giocare alla sposina novella e mi obbligava a baciarlo in bocca. In questi casi mi faceva sdraiare sul suo letto nudo, mi montava sopra e, mentre con un dito mi violava il buco del sedere o mi torceva i capezzoli, mi baciava appassionatamente attorcigliando la sua lingua alla mia. E mentre sentivo questa cosa viscida e guizzante soffocarmi di saliva, mi obbligava ad aprire e sollevare le gambe e cominciava a possedermi nel sedere dal davanti, proprio come se fossi stato una donna. Sdraiato sopra di me, incollava le sue labbra alle mie e mi violentava le gengive colla sua lingua muscolosa; e mentre mi torceva atrocemente i capezzoli tra le dita, colla sua virilità mostruosa mi castigava l'ano lussurioso, trapassandomi l'anima col glande.

 

Capitolo 6

 

5 novembre 1990

Ritornando alla descrizione delle tappe salienti della mia vita, mi limiterò a osservare che il periodo di sottomissione al Programma di Disciplina Morale terminò al compimento dei 29 anni quando, dopo due anni che già lavoravo (come commesso nel grande magazzino di cui mio padre era il direttore), mi giunse un'offerta della Fiat per un posto da impiegato della direzione Relazioni Esterne

Questa offerta era il frutto di un curriculum che avevo mandato alla Fiat su consiglio di una delle mie colleghe di lavoro (il tutto, ben inteso, di nascosto da mio padre). Beh, i miei non la presero bene ... ma proprio per niente. La sera che annunciai di aver ricevuto l’offerta, furioso, mio padre mi ordinò di scrivere alla Fiat dicendo che rifiutavo l’incarico, e poi mi frustò a sangue, scorticandomi letteralmente le natiche a scudisciate. Il giorno dopo, per una combinazione assolutamente fortuita, mia madre parlò con una sua sorella, un’insegnante di liceo che abitava a Torino, e le raccontò del mio “colpo di testa” (come lei lo aveva definito). Inaspettatamente, mia zia le disse che forse un po’ di lavoro duro “sul serio” mi avrebbe fatto bene (la poveretta credeva che, come figlio del direttore, avessi la vita facile ai grandi magazzini ... l’illusa!) e si offrì di sistemarmi a Torino presso un collega. Il quale, aveva aggiunto per rassicurare mia madre, mi avrebbe mantenuto sottoposto allo stesso regime disciplinare vigente in casa mia. A questa condizione, i miei finirono per accettare (sebbene sempre molto malvolentieri) l’idea che facessi un’esperienza fuori casa.

Va detto che la guida del collega di mia zia mi mancò quasi subito dal momento che questi, essendo di idee molto liberali e progressiste, smise di castigarmi con lo staffile nel giro di poche settimane e per i restanti tre anni si limitò a frustarmi colla cinghia dei pantaloni. Inutile dire, ovviamente, che in quei tre anni il mio rispetto verso l'autorità andò notevolmente affievolendosi insieme alla disciplina e alla docilità che mi erano state inculcate. Il solo aspetto umiliante delle punizioni consisteva nel ricevere le cinghiate sulla schiena inginocchiato di fronte a lui mentre gli succhiavo l’uccello ben duro finchè mi sborrava sulle gengive. Solo molto raramente, quando riteneva che avessi meritato una punizione esemplare, mi frustava collo staffile e poi, anziché venirmi in bocca mentre lo succhiavo, me lo metteva nel culo.

 

* * *

Che il mio rispetto per l’autorità si fosse molto affievolito lo notai appena tornai a casa dai miei genitori: parlavo senza essere stato interpellato, esprimevo giudizi, quasi mi ribellavo quando mio padre mi frustava. Credo che a questa insofferenza allora contribuì non poco anche il fatto che mio padre e mia madre mi avevano obbligato ad iscrivermi di nuovo all'università: in effetti mi sentivo molto umiliato nel ritrovarmi seduto a un banco e insieme a compagni di classe che avevano tutti almeno dieci anni meno di me. Ma ciò che più mi umiliava in assoluto era l'aver ritrovato Carlotta come assistente di uno dei professori. Avevo saputo che, nonostante che l'uomo con cui si era divertita ad umiliarmi anni prima si fosse sposato con un'altra, erano rimasti amanti. Più volte lei stessa mi aveva espresso il desiderio di ritornare a vederci ... per rivivere i vecchi tempi, aveva aggiunto con sarcasmo.

Comunque fosse, in meno di due mesi dal mio ritorno mio padre e mia madre si resero conto che il vecchio Programma di Disciplina Morale non serviva più e furono costretti a mettere in vigore quello che si chiamò Regolamento di Disciplina. In base al Regolamento mi veniva impedito di uscire di casa al di fuori dell'orario di università se non con un permesso scritto e firmato da entrambi i genitori, di fare o ricevere telefonate e corrispondenza e di mantenere relazioni di qualsiasi tipo con chicchessia. Inoltre, quando non dovevo svolgere compiti in casa, avevo l'obbligo di rimanere in camera mia in attesa di ordini. La punizione settimanale fissa venne raddoppiata, introducendo una sessione di cento colpi di battipanni che mia madre mi somministrava ogni domenica sulle natiche nude.

Al principio, stiamo parlando di qualche mese fa, fa il ritorno improvviso ad un regime di disciplina così duro rappresentò un trauma non indifferente. Come ho detto, appena tornato quasi mi ribellavo quando mio padre decideva di frustarmi. A questo proposito, in particolare, ricordo che un giorno mio padre decise di punirmi colla canna. Ciò non rappresentava certo una novità ne tanto meno alcunché di strano, visto che spesso era accaduto fino a due anni prima che mio padre mi bastonasse il culo nudo colla canna semplicemente perché lo riteneva opportuno.

Come di prammatica mi misi in piedi al centro della mia stanza ad aspettare, con i pantaloni e le mutande abbassate e le braccia appoggiate sulla testa. Mentre aspettavo di sentire entrare mio padre cominciai a pensare come sarebbe stato ricevere la canna a culo nudo dopo due anni di astinenza, e mi scoprii a pensare che, comunque fosse stato, non provavo nessun brivido di eccitazione all'idea di essere bastonato di lì a poco: mi sentivo solo umiliato. Poi mio padre entro, mi si avvicinò e appoggiò la canna di bambù alle mie natiche, prendendo a picchiettarmele mentre mi diceva di non muovermi se non volevo che mi bastonasse anche la schiena. Mi sentii talmente umiliato che addirittura abbassai le braccia e feci per rimettermi i pantaloni.

Ebbi il modo di pentirmene amaramente.

Dopo avermi spogliato nudo mio padre mi trascinò in cantina e mi legò i polsi ad una delle travi del soffitto. Dondolando, ricevetti quella che fu forse la punizione più dura della mia vita. Con lo staffile di cuoio di due metri mio padre mi frustò a sangue, strappandomi letteralmente la pelle dal corpo. Ogni frustata mi avvolgeva come una lingua di fuoco e il nodo finale dello staffile mi martoriava i capezzoli ad ogni colpo. Quando terminò mi lasciò penzolando dal soffitto ed uscì annunciandomi che non era finita. Poco dopo vidi entrare mia madre, con in mano la spazzola colla quale mi sculacciava abitualmente, la canna di bambù e il nerbo di bue.

Provai sulla pelle nuda tutti e tre quegli strumenti per tutto il pomeriggio. 

 

* * *

In effetti credo che nei tre anni passati a Torino oltre che il mio rispetto per la disciplina si fossero andati affievolendo anche e soprattutto i miei istinti masochistici. Me ne resi conto una sera, pochi giorni dopo essere ritornato, quando mia madre mi fece frustare in presenza delle zie. Eravamo seduti a tavola e si stava parlando di andare a visitare le zie (che vivevano fuori porta) la domenica successiva.

Non so che mi passò per la testa, ma a un certo punto mi presi la libertà di dire che io avrei preferito rimanere a casa. Il Regolamento non era ancora stato introdotto, ma anche il vecchio Programma prevedeva una punizione esemplare per un atto di insubordinazione come quello. Quando ebbi terminato di parlare, mia madre mi ordinò di portarle lo staffile e di andare a mettermi contro la parete della sala; poi la udii dire a mio padre di frustarmi. Dovetti abbassarmi i pantaloni e le mutande e presentare il sedere nudo alla frusta sotto la vista di tutti. Improvvisamente mi resi conto che il mio pistolino non era già duro come sempre; colla faccia al muro, in piedi, mio padre cominciò a frustarmi, ma fu solo verso il cinquantesimo colpo di staffile che il pistolino cominciò a indurirmisi un pochino.

Tuttavia, quando mio padre terminò e mi ordinò di andare in camera mia, non ebbi nemmeno bisogno di coprirmi il pube perché non avevo nessuna erezione da nascondere. E quando mi sdraiai sul letto per provare a spararmi una sega, mi accorsi che i brividi che mi percorrevano le natiche e le cosce non si trasmettevano alla mio pistolino flaccido perché, per la prima volta da anni, non erano brividi di piacere ma solo di dolore. Non mi eccitava l'idea di essere stato frustato davanti a tutti e cominciavo anche a capirne il motivo. La colpa era del trattamento al quale mi aveva abituato il collega di mia zia. Quando mi frustava, infatti, l'elemento umiliazione era quasi del tutto assente: il rito del castigo non aveva in sé nulla di terribilmente umiliante. Quando decideva di picchiarmi, apriva un cassetto, ne estraeva una cinghia di cuoio e mi ordinava di togliermi la camicia e voltarmi perché mi avrebbe frustato. Non mi insultava né umiliava verbalmente, così come non mi obbligava ad abbassarmi i pantaloni e le mutande o denudarmi completamente, perché non mi frustava mai il sedere ma solo la schiena. L’unico aspetto leggermente umiliante consisteva nel dovergli succhiare l’uccello (o talvolta prenderlo nel sedere); ma dopo le esperienze vissute coi miei compagni di università, mi ero abituato a succhiare uccelli, e la cosa non mi dispiaceva nemmeno troppo. Anzi.

Mentre ricordavo questi dettagli sdraiato nel letto al buio, pensai che la prima cosa da fare era tentare di riabituarmi subito alla frusta. I miei non mi avrebbe lasciato andare via di casa una seconda volta, per lo meno non permettendomi poi di ritornare; per conseguenza, se fossi restato, avrei dovuto riapprendere alla svelta il gusto di essere frustato e umiliato quotidianamente. Mi resi conto che il punto di partenza avrebbe dovuto essere quello di provocare le punizioni, allo stesso tempo cercando di fare in modo che fossero il più umilianti possibile.

Per questo, il mattino seguente appena sveglio decisi di spararmi una sega e sporcare le lenzuola in modo che mia madre lo notasse e mi battesse. E così fu. Appena entrata, mia madre notò la macchia di sborra sulle lenzuola; senza dire una parola andò a prendere il battipanni. Quando tornò mi fece mettere a quattro zampe sul letto e cominciò a sculacciarmi le natiche nude col battipanni. Riconobbi immediatamente il sapore agrodolce dell'umiliazione, perché mia madre prese a sgridarmi mentre mi scorticava le natiche.

“Porco! ... SSSVVLAAN! SCIACCK! SCIACCK! ... sei un maiale! ... SCIAACK! ... ora ti aggiusto io! ... SSSVVLAAN! SCIACCK! ... sei un maiale disgustoso! ... SSSVVLAAN! SCIACCK! ... con te bisogna adoperare la frusta ... SSSVVLAAN! SCIACCK! ... ora ti faccio frustare da tuo padre ... SSSVVLAAN! SCIACCK! SVLAANSCIACCK! SCIACCK! SCIACCK! ... maiale!”

Al decimo colpo sentii le lacrime spuntarmi agli occhi, non per il dolore ma perché mi accorgevo di essere eccitatissimo: avevo il pistolino duro come il granito, e ad ogni sciack! del battipanni sulle natiche sentivo un brivido familiare percorrermi il sedere fino alla punta del glande. Quando mia madre terminò e uscì dalla mia stanza avevo il culo in fiamme: mi alzai e andai a guardarmi nello specchio e vidi che le natiche erano diventate una massa rossa e incandescente.

Mio Dio, che voglia avevo di spararmi una sega! Ma improvvisamente ricordai che mia madre mi aveva detto che mi avrebbe fatto frustare da mio padre. E promesse di questo tipo venivano sempre mantenute, per cui rimasi fermo ad aspettare e, guardandomi le natiche rosse nello specchio, cominciai a pensare che cosa sarebbero state dopo una sessione di frustate. Quando mio padre entrò con lo staffile in mano mi resi conto che l'avrei saputo ben presto.

“Sdraiati sul letto ché ti cinghio!”

Obbedii e mi sdraiai a pancia in giù sul letto strusciando il glande sulle coperte. Ero sempre più eccitato! Sollevai bene il sedere nudo perché mio padre me lo frustasse a dovere. Poi mio padre cominciò a frustarmi sulle natiche e sulle cosce.

“Sei un indecente ... SWISHHHSCIAK! ... vediamo ... SCIACK! SCIACK! SCIACK! ... se a suon di ... SCIACK! SCIACK! ... frustate ...

SCIACK! SCIACK! SCIACK! ... ti passerà il vizio ... SCIACK! SCIACK! SCIACK! ... di masturbarti ... SWISHHHSCIAK! SCIACK! SCIACK! SCIACK! ... maiale!”

A poche frustate dalla fine venni come un maiale in calore, sussultando e riuscendo a far coincidere ogni schizzo di sborra con ogni staffilata che ricevevo sulle natiche ormai in fiamme. Strusciando l’uccello nel lago di sborra appiccicoso ricevetti le ultime 20-25 frustate e ogni schiocco sulla pelle nuda riusciva ancora a darmi brividi di voluttà.

 

1 dicembre 1990

Quella lezione rappresentò un evento memorabile nella mia vita, e non solo perché mi aveva fatto riscoprire il gusto della frusta. Il giorno dopo infatti, mentre sedevo in aula all'università, a un certo punto cominciai a ripensare eccitato alle frustate che mi erano state somministrate il giorno prima, e mi prese una voglia tremenda di spararmi una sega. Per aggiungere un elemento umiliante alla già di per se umiliante pratica di spararmi una sega per essere stato picchiato, pensai che sarebbe stato estremamente più eccitante se, per esempio, fossi andato a spararmi una sega nei bagni delle ragazze, col rischio di farmi sorprendere l dentro da qualcuno. In questo momento mi domando se a volte non possieda come un sesto senso per le cose. Col pistolino semi duro mi alzai e uscii, dirigendomi rapidamente verso i gabinetti femminili.

Non c'era nessuno e mi chiusi nel primo che vidi. Abbassatomi i pantaloni, mi sedetti sul cesso e, chiudendo gli occhi, presi a far scorrere la mano sul pistolino rigido: ripensavo all'umiliazione della battuta che mi aveva dato mio padre, risentivo nelle orecchie gli schiocchi umilianti delle frustate e il loro bruciore sulle mie natiche che traballavano arrossite sotto il morso dello staffile. Ero eccitatissimo. I segni dei colpi erano ancora ben visibili su natiche e cosce e provavo veri e propri brividi di piacere sfregando le une e le altre sull'asse del cesso. All'improvviso, però, udii un rumore strano e aprendo gli occhi vidi il volto di una donna che si sporgeva al di sopra della parete divisoria col bagno adiacente e mi guardava in silenzio.

Quasi svenni. Non tanto perché fosse una bella donna, quanto perché era Carlotta!

Sdraiato quasi sul cesso col pistolino che mi si era afflosciato nella mano non riuscivo quasi a respirare per la violenza di quello shock. Carlotta sparì dal suo posto di osservazione e pochi secondi dopo sentii bussare alla porta. Sapevo che non poteva essere che lei e improvvisamente sentii una eccitazione feroce crescere dentro di me; un'eccitazione forse anche più forte di quella che avevo provato tutte le volte che, durante il mio primo periodo all'università, Carlotta mi aveva picchiato e umiliato di fronte ai nostri compagni di classe o si era chiusa col suo uomo in camera da letto obbligandomi ad ascoltare i loro gemiti mentre facevano l'amore. Aprii la porta con i pantaloni abbassati e il mio pistolino di nuovo ridicolmente duro.

Senza dire una parola Carlotta entrò lasciando la porta aperta, mi guardò con disprezzo e con voce sarcastica e tagliente mi disse: “Vedo che non sei cambiato, infame! Girati verso la parete!”

Inebetito mi girai e improvvisamente sentii le sue mani accarezzarmi le natiche, passando sui segni delle cinghiate. Poi prese a darmi pizzicotti sui segni, torcendo la pelle arrossata tra il pollice e l'indice e strizzandola sempre più forte. Cominciai ad ansimare anch'io, in preda ad un senso di umiliazione violentissimo ed eccitante: ero completamente nudo e costretto a subire le sue sevizie.

Dopo due o tre minuti di questo trattamento mi spuntarono le lacrime agli occhi, perché il dolore era insopportabile e, con un filo di voce, cominciai ad implorare pietà. Fattomi rigirare, mi guardò con ancora maggior disprezzo e mi disse: “Così i tuoi ti frustano ancora, eh? Per che cosa, perché hai rubato la marmellata? Sarei curiosa di vedere che cosa ti farebbero se venissero a sapere che cosa stavi facendo qui! Ora esci e oggi pomeriggio presentati a casa mia alle tre in punto se non vuoi che telefoni ai tuoi genitori!”

Uscì, ed io me ne rimasi appoggiato alla parete che puzzava di orina e colla testa che girava furiosamente, non per lo shock ma nel tentativo di immaginare come avrei potuto giustificare a mio padre e mia madre un'uscita pomeridiana. Forse, pensavo, se avessi scoperto che lo scritto che avevo fatto dieci giorni prima era andato bene avrei potuto azzardare l'ipotesi di dire che dovevo tornare in biblioteca a studiare per l'orale. Rimessomi i pantaloni uscii e mi diressi verso la bacheca.

Era un venti, e questo significava la frusta.

 

Capitolo 7 ‑ Frammenti

 

La prima volta che le presi colla cinghia

Quando ero ancora al liceo c'erano alcune materie, in particolare matematica, italiano e latino colle quali ero molto in difficoltà, e puntualmente ogni volta che i miei andavano a parlare colle relative professoresse mi prendevano a schiaffi. La scena era sempre la stessa: mio padre rincorrendomi intorno al tavolo, facendomi la predica e gonfiandomi la faccia di ceffoni, mentre minacciava di suonarmele colla frusta alla prossima occasione. Ma nonostante tutte le volte che aveva minacciato di frustarmi non lo aveva poi mai fatto, tanto che la famosa 'cinghia dei pantaloni' era sempre rimasta solo una minaccia molto vaga.

L'ultima volta che fu solo una minaccia fu una sera di ottobre durante la seconda liceo. I miei erano già andati a parlare un paio di volte colla professoressa di italiano e latino e con quella di matematica e il giorno successivo ci sarebbero andati di nuovo. Ricordo che quella sera dopo cena mio padre mi chiese se si sarebbe dovuto aspettare il solito rapporto negativo dalle due professoresse. Io avevo la coscienza piuttosto sporca e, pur sapendo che entrambe le professoresse avrebbero detto peste e corna di me, mentii e dissi che le cose andavano meglio in tutte e tre le materie. Ma credo che la mia risposta non fu abbastanza convincente perché mio padre mi disse:

“Lo spero per te, perché ho deciso che ora basta. Ora sei cresciuto abbastanza perché ti prenda solo a schiaffoni: da domani comincio a dartele colla frusta!”

La frase non mi fece molto effetto sul momento, ma un istante dopo mio padre aggiunse che quella volta mi avrebbe frustato sul serio. Capii che quella volta lo avrebbe fatto davvero e un brivido percorse la ventrale del mio pistolino. Sapevo che il rapporto di entrambe le professoresse sarebbe stato non solo negativo ma addirittura catastrofico e mi resi conto che l'indomani le avrei prese davvero per la prima volta colla frusta.

Ricordo che andai a letto e ancora sentivo un brivido indefinibile percorrermi la ventrale del pistolino che avevo duro come non l’avevo mai avuto nemmeno la prima volta che mi ero masturbato. Nonostante mi sembrasse tutto assurdo, mi resi conto che non potevo fare a meno di pensare come sarebbe stato. Soprattutto non potevo fare a meno di pensare come sarebbe stato il momento precedente la battitura: come mi avrebbe annunciato mio padre che stava per frustarmi; che parole mi avrebbe detto sfilandosi la cinghia dei pantaloni prima di frustarmi. E poi come mi avrebbe frustato: se sulla schiena o sulle natiche, se mi avrebbe fatto denudare, se mi avrebbe frustato in piedi o sdraiato sul letto.

E mentre, senza che potessi fare niente per evitarlo, tutte queste domande mi frullavano in capo mi accorsi che mi stavo sparando una sega: era forse la prima volta che il pensiero di essere picchiato mi eccitava. Ma quando finalmente sborrai nelle lenzuola e il pistolino mi si afflosciò, e cominciai a vedere le cose più realisticamente. Mi misi a pensare all'umiliazione di un castigo colla frusta, alla vergogna di dovermi denudare per essere picchiato, al senso di sottomissione che implicava farsele suonare colla cinghia dei pantaloni. E poi cominciai a provare un senso di paura; cominciai a rendermi conto che se il giorno dopo mio padre me le avesse davvero date colla cintura dei pantaloni sarebbe stato un ‘precedente’. In seguito sarebbe sempre stato così fino a quando non me ne fossi andato di casa: e considerando che realisticamente non avrei potuto andarmene di casa perlomeno fino a quando non avessi terminato l'università, questo significava avere davanti undici anni in cui prenderle colla frusta. Il giorno dopo a scuola continuai a scacciare il pensiero che mi ronzava in mente, cercando di liquidarlo con un “ ... ma figurati! Al massimo qualche schiaffone in più”. Con quell'ottimismo infondato da facilone che in tante altre occasioni avrebbe contraddistinto la mia vita, cercavo di nascondermi una realtà che era inequivocabile. E che infatti mi si presentò a casa dopo pranzo, puntuale come nel mio sogno/incubo della notte precedente. Verso le due e mezza mio padre telefonò e io risposi. Furono poche parole quelle che disse, ma me le ricordo ancora.

“Ho parlato con quella di italiano e quella di matematica. Stasera ti cinghio!”

Quando ebbe riappeso, sentii un calore improvviso: le orecchie mi diventarono rosse e provai voglia di vomitare. La realtà era arrivata come un pugno nello stomaco. Mi diressi verso il bagno e mi sembrava di camminare su un materasso tanto le mie gambe erano molli. Mi chiusi dentro e mi abbassai i pantaloni e le mutande e mi sedetti sul cesso, anche se non provavo la benché minima voglia di cacare. La testa mi ronzava e mi sembrava di vivere un sogno: non potevo, non riuscivo a credere all'idea di prenderle colla frusta. Cominciai a sentire dei brividi e mi accorsi che stavo tremando: ma soprattutto mi accorsi che il mio pistolino si era fatto duro. Cominciai a toccarmelo e provai un senso di eccitazione e di inspiegabile euforia: presi a spararmi una sega selvaggiamente, eccitandomi all'idea delle frustate, e invece che eiaculare nella salvietta come al solito spruzzai contro l'oblò della lavatrice. E come era successo la notte prima a letto, quando il pistolino mi si afflosciò cominciai di nuovo a pensare all'umiliazione di un castigo colla frusta, alla vergogna di dovermi denudare per essere picchiato, al senso di sottomissione che implicava farsele suonare colla cinghia dei pantaloni. Cominciai ad avere di nuovo paura e a sentire lo stomaco stretto in una morsa. Ma, ancora una volta, non durò molto: in pochi minuti cominciai a risentire brividi di eccitazione e il pistolino ancora gocciolante, tornò a farmisi duro. Mi masturbai ancora, e mi sborrai nella mano. E per tutto il pomeriggio la storia si ripeté uguale: ogni venti minuti mi chiudevo in bagno e mi masturbavo come un ossesso, fino a consumazione. Verso le sette di sera avevo il pistolino violaceo e talmente infiammato che persino sentirlo strusciare nelle mutande mi faceva male.

Ma bisogna dire che quella sera le mutande non le indossai davvero molto: mio padre cominciò a frustarmi appena arrivato a casa. Mi disse di andare in camera mia e di restarci; il tempo di cambiarsi ed entrò, in ciabatte e con i pantaloni da casa che però, notai, per la prima volta erano sostenuti da una vecchia e consunta cintura di cuoio nera.

“Per cui il signorino potrebbe fare molto di più, eh? ... Benissimo, visto che prenderti a schiaffoni non basta, a partire da stasera ti frusto!” disse cominciando a sbottonarsi la cintura dei pantaloni.

Io guardavo come impitonito le mani di mio padre aprire la fibbia e sfilarsi la vecchia cintura nera, e non credevo a quello che stavo vedendo. Ma pi ancora non credevo alla reazione che quello spettacolo sinistro mi stava provocando: avevo il pistolino duro come un bastone! Poi mio padre ripiegò la cintura in due e cominciò a darmi delle cinghiate sulle gambe. Per sottrarre le cosce a la cinghia iniziai così un ridicolo e umiliante balletto intorno alla stanza, con mio padre dietro che mi rincorreva somministrandomi sul fondo dei pantaloni le prime frustate della mia vita. Facevano uno schiocco sordo, come una serie di tonfi sibilanti sulla lana dei pantaloni. Ogni volta che passavo davanti allo specchio a muro appeso di fianco alla finestra mi vedevo sobbalzare in avanti, ma dopo cinque o sei cinghiate mi accorsi che lo facevo più per paura che per dolore. Cominciai a pensare che prenderle colla frusta non era poi così spaventoso come me lo ero immaginato; anzi, il lieve bruciore che provocavano le cinghiate e il vedermi sobbalzare sotto i colpi in modo così goffo e umiliante davanti allo specchio mi eccitò ancora di più. E quando, dopo una ventina di colpi, mio padre smise di frustarmi mi sentii addirittura felice all'idea che a partire da quella sera ogni mio castigo sarebbe stato a base di frustate, e non di ceffoni sulla faccia che facevano un male tremendo.

Ma la mia punizione era tutt'altro che finita lì.

“E ora tirati giù i pantaloni!” disse mio padre afferrandomi per un orecchio e, visto il mio sbigottimento, aggiunse:

“A culo nudo, ho detto! Te la faccio passare io la voglia di fare il lazzarone!”

Cominciai a calarmi i calzoni, ma più che sbigottito ero ancora una volta maledettamente eccitato; mi stavo accorgendo infatti che il mio pistolino, che era rimasto duro mentre mio padre mi cinghiava al di sopra dei pantaloni, mi stava addirittura scoppiando nelle mutande. I brividi dell'umiliazione di ricominciare a prenderle, e stavolta sul sedere nudo, mi percorrevano la ventrale del pistolino come una scossa elettrica che mi faceva dolorosamente pulsare la cappella infiammata. Rimasto in mutande, mi resi conto che non potevo togliermele e mostrare la poderosa erezione che le stava gonfiando, ed esitai un momento. Ma due cinghiate secche e veloci sulle cosce mi svegliarono e, girandomi verso lo specchio a muro, me le tolsi rapidamente: per il resto della sera non me le sarei pi rimesse. Mio padre incominciò a frustarmi il deretano nudo, e l'euforia di pochi minuti prima scomparì colle vesciche rosse che si andavano sollevando sulle mie natiche. In piedi di fronte allo specchio mi accorsi che il balletto ora era molto meno rilassato, e che i balzi in avanti non li facevo per paura ma perché le cinghiate ora facevano un male cane. Comunque mio padre non mi frustò molto a lungo; dopo una ventina di colpi smise e mi disse:

“Per stasera salti la cena. E ora rimani lì e non rivestirti: ci rivediamo fra una mezz'ora, ché non ho ancora finito con te!”

Uscì ma senza rimettersi la cintura, che lasciò invece sul piano della scrivania. Contorcendomi davanti allo specchio notai che avevo numerose strisce rosse che mi zebravano le natiche e la parte posteriore delle cosce e che risaltavano parecchio per via del fatto che la pelle in quei punti era particolarmente bianchiccia, essendo l'unica zona del corpo che non si abbronzava d'estate. Accarezzando i segni delle frustate venni prese da un'emozione incredibile; guardavo affascinato quel reticolo di strisce rosse che era il mio sedere e mi sentivo quasi felice di scoprirlo uguale e identico a tante delle foto dei giornaletti pornografici colle quali mi masturbavo chiuso in bagno. Poi guardai la vecchia cintura nera arrotolata come un serpente sul piano della scrivania e pensai che mio padre mi aveva ordinato di rimanere a deretano nudo perché non aveva ancora finito con me: il pistolino che mi si era parzialmente afflosciato riprese a indurirmisi al pensiero di altre frustate e del male che mi avrebbero fatto.

 

Capitolo 8 - Frammenti

 

5 settembre 1990 ‑ Mio padre mi frusta in pubblico

Avevo sperato fino all'ultimo che mio padre non volesse umiliarmi a quel modo davanti a tutti, ma inutilmente. Mi ordinò di alzarmi, di andare in giardino e di togliermi la camicia. Colla testa nel pallone per la vergogna obbedii e quando fui in giardino mi tolsi la camicia, accorgendomi che dalla finestra della sala da pranzo tutti avrebbero potuto comodamente vedermi prendere a cinghiate e sentirmi urlare. E girandomi in quella direzione notai appunto che i nostri ospiti si erano già messi alla finestra per godersi l'insolito e gustoso spettacolo. Nudo dalla vita in , sentivo il vento arruffarmi i peli intorno ai capezzoli che per il solletico e l'eccitazione si andavano irrigidendo.

Mi ricordai di tempi lontani, quando la brezza al tramonto mi portava alle narici il profumo dei fiori e di una donna amata. Ripensai alla gioia e alla felicità che avevo provate allora, quando mi sentivo uomo vero e realizzato, quando i capezzoli mi si inturgidivano di piacere perché era la donna che amavo che me li stava succhiando con dolcezza.

Ma erano passati tanti anni e ora la realtà era diversa.

Ora il vento mi portava alle narici zaffate di odore di uccello sudato, mischiato a puzza di merda che esalava dalle mutande nelle quali mi ero masturbato già due volte quel giorno. E quella puzza era la stessa che sentivo quando dovevo presentare il sedere nudo a mio padre perché me lo frustasse. Pensai a quella donna con un altro, la vidi ridere felice facendo l'amore con lui, la vidi abbracciarlo e baciarlo e accoglierlo nella sua bocca e tra le sue gambe.

E poi vidi mio padre uscire di casa e venire verso di me i ricordi sparirono di un colpo. Vedendolo sfilarsi la cintura e ripiegarsela nella mano, il glande cominciò a ingrossarmisi sfregando nelle mutande, e stringendo le cosce provai una voglia tremenda di toccarmi il cappellone rosso e turgido che mi stava gonfiando la patta dei pantaloni come un fungo. Quella donna stava probabilmente facendo l'amore col suo uomo nello stesso momento io, a trentadue anni, stavo per essere frustato da mio padre. E a questo pensiero il pistolino mi si fece talmente duro da farmi male. Consapevole di avere un pubblico, mio padre decise di utilizzare il rituale che applicava ogni volta che me le suonava colla cinghia in presenza di estranei. Ordinandomi di abbracciare l'olmo del giardino, cominciò a frustarmi.

“Sei un asino indisciplinato, lo sai vero?” prese a dire tra una cinghiata e l'altra ad alta voce in modo che gli ospiti potessero sentirlo,

“Sì .. mmmpphhmmì .. signore” risposi io stringendo i denti per non mettermi a urlare troppo presto,

“E che cosa si fa agli asini indisciplinati?”

“Li si .. umphhì ..ahhì ... fru ... aaahhì ... frus .. oohaahoì ... frusta, ... aahhhì .. signore”

“E come li si frusta?”

“Sulla ... mmphhhì ... pe .. aaahhì ... pe .. pelle nuda, .. aaghhhì .. signore”

“E quanto li si frusta?”

“Finché ... oaaaoarghhì ... non hanno ... aahhiiaaì .. imparato la ... nnoooì aaahgnnnhhì ... lezione, .. aauhghhrgì .. signore!” risposi io col pistolino gonfio come un würstel bollito,

“Sai che ti meriti la frusta, non è vero?”

“Sì ... aaarghhhì ... signore ... aaahhì ... e sentivo che stavo per sborrare nelle mutande,

“Sai che dovrei frustarti come un ciuco tutti i santi giorni, non è vero?”

“Sì ... uummmphhì ... aaaghhhaahhì ... sign ... aaagh ... orededaaagghhh! ... merito ... aaaghhììì .. la fru ... staaagghh!!! ... aaahhiahhggì ... tutti i gio ...aaauuughhhììì ... rnììì.. aaaahhhì .. ooohhhì ...” dissi urlando come un ossesso ed esplodendo finalmente nelle mutande.

E per i successivi due minuti gli unici rumori che si sentirono furono gli schiocchi della cinghia sulla pelle nuda della mia schiena arrossata intercalati dai miei grugniti ansimanti di maiale in calore. Sentivo il glande turgido sputare impazzito fiotti di sborra che mi stavano allagando le mutande e colando appiccicosi e caldi nel buco del sedere. E quando pensai di aver finito di sborrare mi ricordai che in quel momento gli ospiti stavano vedendo tutto e ricominciai a venire, sussultando di piacere mentre sentivo la sborra percorrermi il pistolino e schizzare dal buco della cappella al ritmo delle cinghiate.

 

10 ottobre 1990 ‑ Le legnate del venerdì sera

Ero in camera mia, sdraiato bocconi sul mio letto, con un cuscino sotto la pancia e completamente nudo nella penombra delle persiane che avevo accostate. Colle mani intrecciate sopra la testa aspettavo, assolutamente immobile, come prevedevano le regole. Erano quasi le nove, e da un momento all'altro aspettavo di udire la porta di ingresso aprirsi e richiudersi con un tonfo pesante; il primo brivido che percorre la ventrale del mio pistolino; i passi regolari e cadenzati di mio padre lungo il corridoio; il flusso di sangue che comincia a riempire i corpi cavernosi dell'escrescenza flaccida appoggiata sul cuscino. Poi la porta di camera mia che si apre e richiude, e le solite parole.

“Dov'è il diario?” rumore di cose smosse sullo scaffale; brividi che percorrono il glande che incomincia a vibrare di vita,

“Sulla scrivania, signore!”

“Lunedì sera ... mmmhh ... rumore di pagine sfogliate, il mio pistolino che si indurisce nervosamente,

“Martedì pomer ... eehh? ... che cos'è questo? ... che cosa ha scritto qua la zia? ...” attimo di silenzio glaciale, poi le parole sibilate

“Ti sei masturbato ancora?” rumore di mani che corrono alla fibbia della cintura, rumore di fibbia aperta, sibilo di cinghia sfilata dai passanti,

Sss .. sì, ss ... signore!” La brezza pomeridiana entra dalle persiane socchiuse e accarezza le natiche nude che si contraggono in un gesto istintivo di nervosismo I passi si avvicinano al letto, il rumore è quello di cinghia ripiegata in due e palleggiata in mano; il mio pistolino è duro da far male,

“Ora ti cinghio!”

“Sissignore!”

E poi lo schiocco della prima cinghiata, le natiche che si serrano in uno spasmo di fuoco, la pelle che si solleva e si tinge di rosa. Le prime frustate, a freddo, sono quelle che fanno veramente male; poi il sedere si scalda, riconosce e accetta la lingua di cuoio che lo frusta e trasmette il calore a quel palo di carne durissimo che sfrega sul cuscino, irritato e rosso per le troppe seghe,

“Stavolta ti strappo la pelle dal sedere!” e Sciacck! e Swiissh! e Sciaccck!

“Sì .. mmmpphhmmì .. signore!” stringo i denti per non mettermi a urlare troppo presto,

“Che cosa ti ha fatto la zia?” Sciacck!

“Mi .. mi .. umphhì ..ahhì ... ha fru ... aaahhì ... frus .. oohaahoì ... frustato, ... aahhhì .. signore!”

“E come ti ha frustato?”

“Con aaaggghhh! ... il fru ... uuuhhhììì ... stino ... aaaghh sulla ... mmphh! ... pe .. aaah! ... pelle nuda, .. aaghhhì .. signore!”

“Stavolta ti frusto a sangue!”

SCIACCK! SWIISSH! SCIACCK!

“A sa ... oaaaoarghhì ... nnnggghhh ... aahhiiaaì .. gueeeehhh ... nnoooì aaahgnnnhhì ... si ... aaahhh .. aauhghhrgì .. Signore” (il mio pistolino sta per esplodere) “Sai che ti meriti la frusta, non è vero?”

SWIISSH! SCIACCK!

“Sì ... aaarghhhì ... signore ... aaahhì ...”

La cinghia colpisce le natiche all'altezza del buco del sedere, lo tappa per un istante e quando il braccio la rialza per frustare di nuovo la bolla d'aria calda e puzzolente esce con un getto dallo sfintere e mi entra nelle narici; sa di merda, cuoio, sedere sudato e sborra secca: sto per sborrare sul cuscino.

“Dovrei frustarti come un ciuco tutti i santi giorni!”

“Sì ... uummmphhì ... aaaghhhaahhì ... sign ... aaaghh ... ore .... aaagghhh! ... merito ... aaaghhììì .. la fru ... staaagghh!!! ... aaahhiahhggì ... tutti i gio ...aaauuughhhììì ... rnììì.. aaaahhhì .. ooohhhì ... (le natiche sono un reticolo di segni rossi, la pelle sanguina in qualche punto: sto urlando come un ossesso) “Te la faccio passare io la voglia di farti le seghe!”

SCIACCK! SWIISSH! SCIACCK!

Esplodo finalmente nel cuscino. Grugniti ansimanti di maiale in calore; il cappellone turgido e violaceo sputa impazzito fiotti di sborra che allagano il cuscino e spruzzano appiccicosi e caldi dal buco del glande al ritmo delle cinghiate. La frusta schiocca sulle mie natiche; me le renderà belle, guizzanti e muscolose, penso colla dolcezza dell'orgasmo consumato mentre sento il liquido caldo e appiccicoso penetrarmi nei rotoli di grasso dell'addome. Sarebbe bello, penso, sentire in questo momento un grosso cazzo duro che mi prende in culo, come quando quel mio compagno di classe mi frustava le natiche come una cavalla e poi mi inculava; sentire nell'orecchio una lingua calda e guizzante e nel sedere il grasso uccellone di lui irrigidirsi ed esplodere una colata di sborra bollente a riempirmi l'intestino.

Questo era quello che succedeva ogni venerdì sera: nonostante l'età e il fatto che ormai vivessi da solo, ogni settimana mio padre veniva a casa mia si toglieva la cinghia dei pantaloni e mi frustava di santa ragione, che avessi fatto qualcosa per meritarmelo o no. E secondo le regole io dovevo farmi trovare sdraiato bocconi sul mio letto completamente nudo, colle mani intrecciate dietro la nuca e un cuscino sotto la pancia, perché il sedere rimanesse ben sollevato.

Stasera invece erano già le nove e dieci e mio padre non era ancora arrivato. Colla coda dell'occhio intravedevo nella semioscurità la cinghia arrotolata sul letto come un serpente nero ...

 

Sabato pomeriggio

Poi era squillato il telefono, e mio padre aveva detto che non poteva venire. Dovevo presentarmi l’indomani pomeriggio alle tre a casa loro.

Ero in ritardo. Camminando di buon passo, sudavo e sentivo zaffate puzzolenti che provenivano dalla regione pubica. Era per via della sborra densa che mi era colata nel buco del sedere quando la sera prima mi ero sborrato nella mano ascoltando mio padre ordinarmi di presentarmi l’indomani a casa loro per farmi frustare. Era l’odore di culo sporco che sentivo nelle narici ogni volta che mio padre mi frustava.

Mmmm .... il sabato precedente mi aveva fatto mettere nudo a carponi sul divano e, in presenza di mia madre, mi aveva frustato colla cinghia dei pantaloni. Me ne aveva date tante che ancora avevo i lividi sul sedere.

Ricordare le botte che avevo preso quel sabato me lo stava facendo diventare duro di nuovo e mi venne voglia di farmi un'altra sega. E dire che ne avevo prese tante in vita mia per spararmi una sega: ogni volta che mio padre lo scopriva si sfilava la cinghia e mi frustava di santa ragione. Guardavo la gente per la strada intorno a me; belle ragazze che camminavano svelte e decise, oppure con calma, abbracciate sorridendo ai propri fidanzati. Anch'io visto da fuori dovevo sembrare una persona normale. Perché, pensavo, tutta quella gente non sapeva, non avrebbe mai potuto immaginarsi, che quell'uomo di trentadue anni che passava di fianco a loro stava per prendere una battuta colla frusta da suo padre. Ed era proprio pensare a questo che mi faceva venire voglia di farmi un'altra sega.

Per cui entrai in un bar e, dopo aver bevuto un caffè, mi andai a rinchiudere in uno dei cessi. Non c'era l'aria condizionata e il cesso era sporco, caldo e maleodourante. In piedi davanti alla tazza, mi sbottonai i pantaloni e li lasciai scivolare lungo le gambe; poi mi abbassai le mutande fino alle ginocchia e, rimanendo in piedi, mi presi in mano il pistolino già semi duro. Solleticandomi il glande, cominciai a pensare quante cinghiate in più mi sarebbe costato quel ritardo, e più ci pensavo più mi eccitava l'idea di farmi una sega piano piano, senza fretta. Ma ad un certo punto mi ricordai che mio padre mi aveva detto che mi avrebbe incatenato al letto per somministrarmi la frusta, e la mano si mise a scorrere sul mio pistolino come impazzita. E in un paio di minuti spruzzai il secondo schizzo di sborra della giornata contro la parete del cesso. Rimanendo in piedi di fronte alla tazza mentre il pistolino mi si ammosciava, guardavo la sborra correre appiccicosa lungo le piastrelle sporche del cesso e mi meravigliavo come l'idea di essere incatenato al letto potesse ancora eccitarmi tanto.

Quella della catena era una vecchia punizione che mio padre adottava quando avevo 25 o 26 anni, il sabato e la domenica. Quando infatti decideva che il mio comportamento durante la settimana era stato meno che ineccepibile, il sabato mattina presto veniva a svegliarmi, mi toglieva le coperte dal letto, mi faceva girare a pancia in già e mi dava una battuta colla frusta da levare la pelle. Poi mi incatenava completamente nudo alla spalliera del letto per i polsi, chiudeva porte e finestre e, estate o inverno che fosse, metteva il riscaldamento al massimo perché sudassi come un maiale. Quindi, ogni ora e fino alla sera della domenica, entrava e me le suonava colla frusta.

 

* * *

Davvero non si contavano i sabati pomeriggio in cui si svegliava dalla sua pennica coll’uccello in tiro e voleva chiavarsi mia madre. Ma mia madre gliela dava solo molto di rado, cosicché lui sfogava su di me la sua eccitazione. Ogni volta che lo vedevo uscire dalla camera e gli notavo quel gonfiore di uccello duro nelle mutande sapevo che cosa mi aspettava: prima mi avrebbe spellato vivo a suon di frustate con un pretesto qualsiasi, poi me lo avrebbe dato in culo ben forte.

Ricordo innumerevoli sabati pomeriggio in cui mi metteva nudo e poi mi faceva correre intorno al letto frustandomi colla cinghia dei pantaloni. Quando finalmente riusciva ad incantonarmi in un angolo mi faceva mettere a quattro zampe col sedere per aria, mi teneva fermo con un piede sul collo e me le suonava colla frusta fino a sollevarmi la pelle delle natiche.

 

Capitolo 9 - Frammenti

 

13 gennaio 1991

Sentivo le onde infrangersi sulle rocce sotto di me mentre mi arrampicavo su per gli scogli. Mio padre mi aveva già chiamato tre volte per farmi uscire dall'acqua e io non lo avevo udito, ma questa non era una scusa che potesse tenere. Guardando in alto lo vedevo fissarmi in silenzio, e più mi avvicinavo più notavo la sua espressione contrariata. Stavo cercando di fare il più in fretta possibile ma, bagnato com'ero, continuavo a scivolare e il mio corpo nudo sbatteva sonoramente sulle rocce e ad ogni colpo sentivo il grasso flaccido dei lombi e delle natiche traballare gelatinoso e schioccare viscido contro la roccia bagnata. Spelandomi le mani per salire più in fretta mi chiedevo se mio padre questa volta mi avrebbe punito di nuovo. Negli ultimi mesi la situazione si era fatta talmente tesa che solo due settimane prima mio padre era tornato a farmi assaggiare il nerbo di bue. Eravamo in sala dopo cena e per l'ennesima volta stavamo litigando. Per meglio dire, per l'ennesima volta avevo risposto a una osservazione di mio padre, il che in casa nostra era già considerato 'litigare'.

“Sei tornato a casa cinque mesi fa,” disse mio padre dopo un attimo di silenzio “e non hai fatto altro che comportarti come un bambino maleducato. Perciò ho deciso che a partire da questo momento tornerò a trattarti come tale finché non avrai imparato di nuovo il rispetto e la disciplina!”

Io lo avevo guardato cercando di capire che cosa avesse voluto dire e lo avevo andare a prendere il vecchio scudiscio, ancora appeso dietro la porta di cucina. Mi ero detto, non é possibile che mi voglia frustare ancora con quello! Ma ciò che mio padre stava facendo era inequivocabile.

“Togliti i pantaloni e le mutande ché ora ti cinghio!” Avevo sentito le gambe farmisi molli per l'umiliazione e il pistolino diventare duro. Battuto collo scudiscio sul sedere come quando ero ragazzino: era incredibile! Rosso in volto avevo detto: “Sissignore!” e avevo eseguito meccanicamente l'ordine.

Dopo che avevo denudato le natiche, mio padre mi aveva fatto girare e piegare in avanti, in modo che il sedere rimanesse esposto nudo al castigo. Mi ero appoggiato alla spalliera del divano e avevo contratto le natiche in attesa della prima scudisciata. Ne avevo ricevute 50 di scudisciate, parte sul sedere e parte sulle cosce, e per tutto il tempo della punizione il pistolino mi era rimasto duro come il granito. A ogni schiocco dello scudiscio sulla pelle nuda del sedere risentivo nelle orecchie lo schiocco delle frustate che mi aveva fatto somministrare Carlotta dai suoi amanti, che mi obbligava a servire oralmente dopo aver fatto l'amore con loro.

Da quella sera mio padre aveva ripreso a frustarmi regolarmente. Quasi ogni sera, infatti, mi faceva assaggiare la cinghia dei pantaloni sul sedere nudo. Quando ritornava a casa, mi ordinava di andare in camera mia e di aspettarlo. Pochi minuti dopo entrava e mi faceva spogliare nudo mentre si sfilava la cinghia dai pantaloni. Poi mi faceva stendere a pancia in giù sul letto e mi frustava il sedere nudo di santa ragione.

E ora, come dicevo, tentando di risalire in modo ridicolmente disperato quegli scogli viscidi, sentivo il pistolino vibrare, già durissimo al pensiero che di lì a poco mio padre mi avrebbe frustato di santa ragione. Finalmente riuscii ad arrivare al sentiero e vidi che mio padre si era già sfilato la cintura dei pantaloni e l'aveva ripiegata nella mano. Mi ordinò di mettermi a camminare e, seguendomi, cominciò a frustarmi le cosce. Continuammo così per cinque minuti circa.

Camminando sotto il sole, cominciai a sudare, mentre le cosce si andavano arrossendo visibilmente e mi bruciavano e io mi chiedevo quando avrebbe cominciato a frustarmi il sedere. Non ci volle molto. A un certo punto mi ordinò di fermarmi. Afferrandomi per un orecchio mi fece mettere a quattro zampe e mi abbassò il costume da bagno. Colle natiche nude esposte al vento il pistolino mi diventò talmente duro da farmi male. Poi mio padre prese a frustarmi il sedere.

Ma non finì lì, perché la sera a casa me le diede di nuovo. Stavo per andarmene a letto, ed ero già in pigiama, mentre dabbasso sentivo la voce di mia madre lamentarsi ancora una volta, ovviamente, del mio comportamento. Poi sentii dei passi sulle scale e pochi istanti dopo la porta di camera mia si aprì ed entrò mio padre. Lo vidi sbottonarsi la cintura dei pantaloni e ripiegarsela nella mano destra.

“Togliti il pigiama che ti cinghio!”

Ancora! pensai. Allora era decisamente ritornata un'abitudine giornaliera quella di picchiarmi colla frusta come quando avevo vent'anni! Col pistolino che già mi si stava indurendo risposi “Sissignore!” ed eseguii meccanicamente l'ordine. Quando rimasi nudo, mio padre mi fece sdraiare sul letto. Cercando di nascondere una poderosa erezione, mi sdraiai, contraendo le natiche in attesa della prima cinghiata. Me ne diede tante da sollevarmi la pelle del sedere e quando terminò mi ordinò di rimettermi in piedi. Io cercai di rialzarmi i pantaloni del pigiama a coprire le natiche dolorosamente striate di rosso per le cinghiate ma mio padre mi fermò, mi impose di rimanere nudo e mi obbligò a inginocchiarmi di fronte a lui. Colle lacrime agli occhi per l'umiliazione, mi inginocchiai e mi vidi presentare davanti al viso la cinghia colla quale ero appena stato frustato. Mi obbligò a baciarla, e mentre appoggiavo le labbra al cuoio sentii puzza di cuoio e sedere sudato.

 

* * *

Ormai è diventata una specie di sfida tra me e lui se ne è fatto un punto di tornare a piegarmi e umiliarmi come quando avevo vent'anni. Ieri sera, per esempio, mi ha frustato di nuovo e senza motivo. Appena entrato in casa mi ha preso per un orecchio e mi ha trascinato in camera mia. Dopo aver chiuso la porta mi ha fatto tirare giù i pantaloni e le mutande e mi ha fatto piegare a pancia in giù sul tavolo. Poi si è sfilato la cinghia e per una buona mezzora i soli rumori che si sono sentiti sono stati i fischi delle frustate accompagnati dagli schiocchi umilianti che producevano sulle mie chiappe nude e intercalati dalle mie urla.

Ancora non so perché mi abbia frustato, perché non avevo fatto niente. Oggi mio padre mi ha detto che stasera mi frusterà di nuovo perché sono pigro. Per esperienza so già che mi farà il sedere livido a suon di cinghiate: sarà come tutte le sere, immagino. A tavola comincerà a fare con mia madre un discorso del tipo: “Come si è comportato oggi?” e mia madre, di rimando: “Male ancora. Si alza sempre tardi e ubbidisce sempre di mala voglia gli ordini che gli si danno. Io gliele do col battipanni, ma evidentemente non basta!”

“Hai sentito tua madre? Alzati in piedi e vieni qui!” mi dice indicando il lato alla sua destra “e giù i pantaloni!” e dopo che me li sono abbassati aggiunge “... e le mutande!”

Quando rimango nudo dalla vita in giù mio padre immerge il tovagliolo nella caraffa dell'acqua, lo strizza e con quello comincia a sculacciarmi la parte posteriore delle cosce e le natiche, e l'impatto di quegli schiaffi secchi e brucianti sulla pelle nuda fa ondeggiare sulla tavola il mio pistolino già semi rigido,

“Il fatto è” incalza mia madre “che secondo me dovresti incatenarlo al letto e poi dargliele colla frusta!” ed è a questo punto che sento il pistolino farmisi duro come il granito sapendo che cosa verrà dopo. Mio padre mi ordina di andare in camera mia dove colla cinghia dei pantaloni mi fa rimpiangere di avere un sedere. Trattenendo i pantaloni colle mani all'altezza delle ginocchia per non incespicare, devo incamminarmi lungo il corridoio mentre mio padre, seguendomi, mi incita continuando a frustarmi col tovagliolo bagnato.

Quando arriviamo in camera mia l'esercizio si fa ancora più umiliante.

 

22 dicembre 1990

Caro diario, come sai è da alcuni mesi ormai che mio padre mi tratta da adulto, e oggi ho potuto vedere ancora una volta come sono cambiati i tempi da quando avevo diciotto anni! Pensa che oggi siamo andati al ristorante e mio padre mi ha beccato che mi facevo una sega nel bagno, ma non è scoppiato il finimondo! Ci eravamo appena seduti ed eravamo di fianco alla porta, per cui ogni volta che qualcuno entrava o usciva l'aria fresca mi solleticava la sfumatura altissima che lasciava completamente scoperto il collo, ancora rosso incandescente per gli schiaffi che mi ha dato l'altro ieri mio padre prima di mandarmi dal parrucchiere. Vedi, anche quello è stato un castigo da adulto; prima di picchiarmi mio padre mi ha spiegato perché lo faceva:

“Hai di nuovo i capelli troppo lunghi!” e sollevandomi i capelli ha cominciato a darmi degli schiaffoni sul collo.

“Ora prendi ...” PATASCHIAAFF! “... e vai già dal ...” SCIAAFF! PATASCHIAAFF!“... barbiere e ti fai ...” PATASCIAAFF! SCIAAAFF! “... tagliare 'sti capelli ...” SCIAAFF! “... come Dio ...” PATASCIAAFF! SCIAAAFF! “... comanda ...” PATASCHIAFF! “... è chiaro?” SCIAAFF! PATASCHIAAFF!

“Ma babbo ...” PATASCHIAFF! “... mi dispiace ...” SCIAAFF! PATASCHIAAFF!“... non me ne ero ...” SCCHHIAAAAFFF! “... accorto ...” PATASCIAAFF! SCIAAAFF!

“Non è abbastanza ... ‘mi dispiace' ...” SCIAAFF! PATASCHIAAFF!“... e non ti credere che ti prendo solo a sberle!”

Poi si è fermato e ha cominciato a slacciarsi la cintura dei pantaloni,

“Hai trentadue anni suonati, possibile che debba ancora castigarti per queste cose? A culo nudo, ché ti cinghio!” mi ha detto piegando in due la cinghia dai pantaloni, e mentre mi calavo i calzoni io ho cominciato a scoreggiare dalla paura, come sempre.

E quando sono stato a culo nudo, il rumore delle scoregge si è sentito ben forte, e mio padre non vuole che io scoreggi quando mi picchia il deretano colla frusta, perché dice che è da donnicciola. Quindi si è arrabbiato moltissimo e mi ha detto che se non la smettevo subito di scoreggiare dopo avermi frustato perché avevo i capelli lunghi mi avrebbe somministrato un'altra razione di cinghiate sulla schiena nuda. Ma non c'era niente da fare: quando so che sta per farmi il deretano rosso colla cintura dei pantaloni io scoreggio di paura. Guardavo la cinghia che teneva già ripiegata nella mano e ... sbraaaaat! ... già un'altra scoreggia. Mi ha acchiappato forte per un orecchia e mi ha fatto piegare in già sul tavolo e mi ha detto:

“Ora ti cinghio il culo finché non la smetti, lazzarone!” e poi ha cominciato a picchiarmi di santa ragione il deretano nudo colla cintura e diceva:

“Le senti le cinghiate sul culo, lazzarone?” e io:

“Sissignore! ...” e lui:

“Da oggi in poi ti cinghio tutte le sere ... vediamo se impari a ubbidire!” e io che tra una scoreggia e l'altra cercavo di nascondere il più possibile il pistolino duro che mi ondeggiava tra le gambe a ogni cinghiata.

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