Elementi tosco-veneti e tendenze demunicipalizzanti in antiche scritture friulane.

Federico Vicario

Udine/Udin

La questione della presenza di elementi lessicali con fonologia o morfologia tosco-veneta - italianeggiante e venezianeggiante - viene regolarmente affrontata ogni qual volta si pubblichino antichi documenti in friulano di uso pratico. L'elezione del friulano a codice linguistico cui affidare la stesura di documenti di carattere contabile e amministrativo - documenti che assumono, per alcuni versi, carattere ufficiale - appare talora non del tutto convinta, affiorando frequentemente nella scrittura di notai e camerari la preoccupazione di eliminare alcuni dei tratti linguistici più "eccentrici" (o magari anche solo di taluni termini peculiari) a favore di soluzioni considerate più "neutre". Tale preoccupazione denota, già a partire dalla seconda metà del XIV, la difficoltà di scegliere il friulano quale mezzo capace di assolvere le funzioni di lingua dell'amministrazione, portando di fatto alla graduale adozione su tutto il territorio regionale della lingua del governo veneziano. La scelta del friulano come lingua d'uso pratico viene in ogni modo compiuta di frequente, in qualche modo, sub condicione: che il friulano stesso non si dimostri troppo lontano da quel modello di volgare di diffusione sovra-regionale, presente in Friuli in misura sempre più forte a motivo della pressione politica ed economica esercitata da Venezia. Da definire restano i contorni e i caratteri della possibile forma di censura che notai e camerari applicavano alla lingua delle loro carte al fine di renderla più vicina ai modelli di maggiore prestigio, censura che si presenta il più delle volte disordinata e ingenua. Resta da valutare, in questa prospettiva, anche l'effettiva capacità dei camerari di distinguere e di servirsi di diversi codici, nello scritto, una capacità sulla quale pesa, soprattutto in epoca più antica, la generale questione della mancanza di pratica di scrittura in volgare.

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