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MILIARDI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI! CENNI SULLA BANCA MONDIALE E SUL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

 

Hans Magnus Enzensberger

 

 

I

Murrow Park, a pochi minuti dalla Casa Bianca a Washing­ton, non è un parco, ma un’isola nel traffico dei macchinoni di rappresentanza, un brandello di erba bruciata dove in pieno giorno tossicomani neri e ubriaconi bianchi dormono su cartoni sfasciati. Dietro svettano due alte facciate; centri nevralgici della società mondiale; giganteschi cervelli cubici che riflettono nella calura e anno dopo anno meditano su una impalpabile sostanza: il denaro.

I loro pensieri non sono rivolti, come fa l’umanità profana, ai propri soldi; non a quei sudici pezzi di carta con sopra l’effigie di un Fugger, di un Lenin o di un Washington, ma al denaro come sistema di valore, al denaro in assoluto e in generale: a un tema, insomma, talmente universale ed esoterico, da irretire in elucubrazioni anche il più profondo dei pensatori.

Tuttavia non sono degli scolastici, quelli che meditano in quei due edifici di cemento armato, e neppure dei lama, dei gu­ru o sommi sacerdoti, ma quasi ottomila burocrati di categoria speciale, ciascuno provvisto di telefono e rinfrescato dal flusso silenzioso dell’impianto di condizionamento dell’aria, senza il quale nessun pensiero sarebbe concepibile nella subtropicale Washington.

Sul lato destro della 19a Strada ha la propria sede la Banca mondiale o, più precisamente, la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRD), nel cui grembo riposano un altro paio di sigle. Di fronte, sull’altro lato della strada, il Fon­do monetario internazionale (FMI). Gli iniziati, che si possono permettere una certa confidenza, chiamano le due istituzioni semplicemente «il Fondo» e «la Banca». Viste da fuori, paiono piuttosto due mostri. L’FMI ha la fama del mostro duro, la Ban­ca mondiale passa per quello molle.

 

II

Prima di smarrirci nei labirintici corridoi di queste due con­sorelle, forse faremmo bene a domandarci che cosa sia in so­stanza un mostro. Là dove il buon senso comune suppone un mero insulto, ci danno una mano vecchie enciclopedie e autore­voli dizionari; questi ci fanno capire che ci troviamo in presen­za di un fenomeno quasi metafisico. «Qualcosa di meraviglioso, di straordinario, che supera i limiti della natura», vi si legge; propriamente, nel linguaggio religioso, un emblema degli dèi»; però anche «un procedimento inaudito, tremendo», «una premonizione, un segno infausto».

La parola monstrum probabilmente deriva dal verbo latino monire, che significa «mettere in guardia»; e solo più tardi è passata a designare «un essere immaginario, mezzo animale e mezzo uomo, composito come la chimera, con in più l’idea di smisurata grandezza e ferocia. Combinazioni verbali come un mostro di perfezione mirano a indicare un grado incredibile, inna­turale, addirittura repellente, di perfezione».

III

Per il passante occasionale è più facile entrare nella Casa Bianca, in Vaticano, nel Cremlino che nel quartier generale del Fondo monetario internazionale. Solo chi vi accede in veste uf­ficiale — e quale comune passante potrebbe esibire simili cre­denziali? — viene ammesso dai guardiani in divisa e dalle si­gnore della reception, gelide nel sorriso. E scopre che metà cu­batura dell’edificio è fatta di aria: mette piede, infatti, in un vuoto lussuoso, un atrio di marmo chiaro, alto tredici piani, adorno di bandiere e di piante tropicali.

Si chiede dov’è capitato: nessuno è in grado di rispondergli in due parole. Che scopo ha la faccenda? Quali sono le finalità e i compiti del Fondo? L’articolo ì dello statuto di fondazione dell’FMI fornisce informazioni molto scarne. In base a esso, il Fondo deve

a. promuovere (la collaborazione internazionale, la stabilità, l’osservanza di regole di comportamento corrette, un alto tasso di occupazione, un elevato reddito reale);

b. favorire (una crescita equilibrata);

c. rafforzare (la fiducia dei membri);

d. appianare (gli squilibri);

e. fornire (assistenza tecnica);

f. attenuare (le disparità); e infine

g. approntare (un forum internazionale per la soluzione dei problemi).

Pii desideri, che qualsiasi Rotary Club potrebbe inserire nei suoi statuti. La prosa ovattata in cui sono espressi ricompare in tutti gli innumerevoli opuscoli, rapporti e bollettini editi dal Fondo. Il loro principio stilistico è l’eufemismo, il loro effetto una sorta di narcosi intellettuale.

Ma chi volesse saperne di più, ben presto si rompe le corna contro il linguaggio criptico della finanza internazionale, arric­chito in continuazione di nuovi acquisti dal gergo interno del Fondo. Guai a chi non è in grado di distinguere tra un accordo creditizio allargato e uno all’immediato, tra una facilitazione al finanziamento compensativo e una facilitazione di finanzia­mento aggiuntiva, e onta perpetua su colui che confonde il Gruppo dei cinque con quello dei sei, dei sette, dei dieci, dei venti o addirittura con il Club di Parigi!

 

IV

Dunque, riprendiamo ancora da capo, come si conviene a dei principianti. Gli spiccioli in tasca vostra sono una cosa. Se invece commerciate in ortaggi all’ingrosso, le cifre nei vostri li­bri contabili sono già tutt’altra cosa, e cioè capitale. Il grado successivo di astrazione è raggiunto dai vostri soldi alla cassa dì risparmio dietro l’angolo; si trasformano in credito. E così via in linea ascendente, passando per la centrale di giro e la banca centrale regionale fino alla Bundesbank. Una volta pervenuto a questa quota stratosferica, il vostro gruzzolo concreto si è tra­sformato in un mezzo e avvolto in un mistero difficilmente pe­netrabile. Lì non si vendono bruscolini; lì si «crea» liquidità, si fissano tassi di sconto, si accumulano riserve minime, si mettono a punto strategie circa la massa monetaria circolante. La banca di emissione «crea» il nostro denaro e al contempo lo controlla.

 

V

Durante la seconda guerra mondiale alcuni signori, rifletten­do sul sistema finanziario internazionale, ebbero l’idea di coro­nare questa gerarchia di astrazioni con un’autorità centrale che le sovrastasse tutte. La crisi del 1929 aveva mostrato quanto fosse labile l’economia mondiale. Il famoso «libero gioco delle forze» poteva portare al crollo da un giorno all’altro. Il con­trollo nazionale da parte delle banche di emissione si era dimostrato impotente di fronte all’integrazione globale della circola­zione dei capitali. Esperti americani e britannici, tra i quali Harry Dexter White, del Tesoro USA, e John Maynard Keynes, economista inglese, vagheggiavano un sistema monetario mon­diale ultrastabile che escludesse il ripetersi della catastrofe.

Proposero di fondare due istituzioni mai viste al mondo: in primo luogo una banca centrale di tutte le nazioni, che provve­desse alla stabilità dei cambi, alla libera circolazione dei capi­tali, alla stabilità del potere d’acquisto, all’equilibrio delle bi­lance di pagamento, alla sufficienza di liquidità; in secondo luogo una banca internazionale per lo sviluppo, con il compito di aiutare i paesi devastati e depauperati dalla guerra, perché potessero agganciarsi all’economia dei paesi ricchi. Una fonda­zione del genere era pensabile soltanto se la potenza egemone del capitalismo ne avesse assunto l’alto patronato. Il presidente Roosevelt si dichiarò disposto a farlo. In un messaggio al con­gresso auspicò che l’economia americana, altamente sviluppa­ta, si mettesse a disposizione del resto del mondo; un atteggia­mento del genere sarebbe risultato assai fruttuoso anche per gli Stati Uniti.

Il Fondo e la Banca, il mostro duro e quello molle, sono il risultato di questi progetti. La loro fondazione avvenne nel lu­glio 1944 a Bretton Woods, piccola stazione climatica del New England, e nel 1946-47 i due organismi entrarono in funzione a Washington. Quasi tutti i paesi del mondo vi hanno aderito, tranne l’Unione Sovietica e i suoi satelliti: DDR, Cecoslovacchia, Bulgaria, Mongolia. Mancano inoltre l’Albania, l’Angola e la Corea del Nord; Cuba ne è uscita nel 1960. Una strana presen­za tra questi outsider è quella della Svizzera, la quale non par­tecipa a nessuna di queste due istituzioni, probabilmente per­ché è essa stessa un mostro della finanza internazionale. Comunque i rapporti tra la Banca nazionale svizzera e il Fondo si possono definire assolutamente cordiali.

 

VI

Ogni istituzione umana ha un proprio ambiente, una pro­pria fisionomia, un proprio sapore. In una panetteria spira un’aria diversa che in un commissariato di polizia. Anche «il Fondo» e «la Banca» emanano un’aura particolare; tuttavia la natura composita dei due mostri fa sì che non sia facile da af­ferrare.

Il Fondo, si potrebbe dire, è la banca delle banche delle ban­che. Effettivamente nei suoi ambulacri domina l’allusione, la sacralità, il sorriso in ogni direzione. Una discrezione addirittu­ra vittoriana qui è di norma. Se proprio si risponde a domande indiscrete — e quale domanda in quel luogo non sarebbe «deli­cata»? — solo «off the record» o perlomeno «not for attribu­tion». È permesso citare soltanto cose insignificanti. (Perciò le informazioni riportate in questo testo devono restare anonìme). Anche il tono manageriale, cosmopolita, dinamico, ma sempre smorzato, ricorda le maniere della finanza internazionale. Ai piani alti si incontrano quasi esclusivamente signori che in­dossano vestiti costosi e impietosamente corretti. D’altra par­te qui, a differenza dei saloni della Chase Manhattan o della Schweizerische Kreditanstalt, la clientela resta invisibile.

Oppure ci troviamo nella centrale di un trust multinaziona­le? Questa seconda interpretazione potrebbe essere suffragata dalla robusta consapevolezza di sé emanata dai top-manager e dal concentrato di esperienza di specialisti reclutati in tutto il mondo, competenti non solo in fatto di denaro, ma anche nel campo del petrolio e della soia, delle costruzioni stradali e della pesca. Solo che questo trust non può esibire prodotto di sorta, e gli manca la più importante di tutte le peculiarità: l’utile netto.

Vero che tanto il Fondo quanto la Banca registrano utili di bilancio, ma la rendita non ha alcuna incidenza; non viene praticamente citata, quasi fosse indecente realizzare profitti. In effetti gli utili non vengono distribuiti ai paesi membri, ma te­saurizzati, ossia convogliati nelle riserve.

In terzo luogo verrebbe fatto di pensare a un ministero, a un ente pubblico. Nell’aria c’è qualcosa di ufficiale. Un vago sen­tore di inamovibilità aleggia per i corridoi. Insomma l’esperto noterà una certa aura extraterritoriale, un quid di irrealtà, una strana rarefazione burocratica, che caratterizza tutte le istitu­zioni sopranazionali, per esempio l’UNESCO o la Commissione di Bruxelles. In effetti, dal punto di vista del diritto internaziona­le, la Banca e il Fondo sono organizzazioni speciali delle Nazio­ni Unite. Chi studiasse più attentamente la convenzione che re­gola questo rapporto, si accorgerebbe tuttavia che in essa è fis­sata per iscritto soprattutto una cosa: il fatto, cioè, che le Na­zioni Unite non hanno da metterci becco.

Presso la Banca mondiale e il Fondo monetario non vige, co­me nel palazzo di vetro di New York, il sacro principio: tanti membri, tanti voti. Qui vale una regola vecchia quanto il mon­do: chi paga, riceve. A procurare agli stati membri potere e in­fluenza è la quota rigidamente proporzionale, calcolata in base al capitale versato e al peso economico che possono gettare sul piatto della bilancia. Per cui in pratica gli Stati Uniti dispongo­no di un diritto di veto permanente. La loro quota è del venti per cento scarso. Una decisione contraria al loro voto è impen­sabile. Non è certo un caso che i due mostri abbiano stabilito il loro quartier generale nella capitale dell’impero americano.

Non tutti i diplomatici si esprimono diplomaticamente. Un tedesco del servizio estero federale, che conosce Washington, parla fuori dei denti nel tracciare un profilo della Banca mon­diale e del Fondo monetario: «Sono organizzazioni di prima li­nea degli Stati Uniti. Chi si mette contro gli americani, sono cavoli suoi. Dopo tutto, mica attacco briga se incontro Mu­hammad Ali in qualche angolo buio».

«È un’esagerazione», replica un iniziato altolocato. «Un’esa­gerazione enorme! Il suo confidente semplifica troppo le cose. E poi in generale il potere delle nostre istituzioni viene solita­mente sopravvalutato.

«I sogni di fioritura di lord Keynes non si sono realizzati. In­vece di diventare il fondo dei fondi e la banca delle banche, l’FMI e la BIRD hanno dovuto adattarsi a un ruolo più modesto, quello di officine di riparazione e tappabuchi di un sistema estremamente labile, precario. Una costruzione nuova non è stata conseguita; piuttosto dobbiamo impegnare tutte le nostre forze per rattoppare l’esistente. I governi, gelosi della loro sovranità, non consentirebbero un mutamento radicale della si­tuazione, senza contare che i politici sono troppo ignoranti per riconoscere in tempo utile i rischi che incombono sull’economia mondiale.

«Sicché le funzioni del Fondo e della Banca, come quelle dei pompieri, sono determinabili solo in negativo. Loro compito è semplicemente evitare il peggio. I loro grandi momenti sono le crisi: turbolenze monetarie, sconquassi petroliferi, catastrofi dello sviluppo come quella nel Sahel, valanghe di debiti come quelle che stanno sommergendo il Terzo mondo procacciano alle due consorelle nuova influenza, nuovo potere. In queste si­tuazioni noi siamo indispensabili. Il nostro compito è togliere di mezzo le crisi, ma senza crisi di noi non importerebbe niente a nessuno. Se non suonasse troppo cinico, si potrebbe dire: noi di­pendiamo dalle catastrofi come i servizi segreti dipendono dagli atti terroristici. Però non credo che dobbiamo preoccuparci in proposito. Chi ha a che fare con il negativo, non resta disoccu­pato».

 

VII

Almeno una volta nella loro storia i due mostri hanno com­piuto un atto positivo. Nel settembre 1967, durante una seduta comune del Fondo monetario e della Banca mondiale, fu crea­to qualcosa di assolutamente nuovo, una «facilitazione» del tutto particolare: il così detto diritto di prelievo speciale (SDR).

Esiste un unico luogo al mondo dove è possibile vedere que­sta creatura: il centro visitatori dell’FMI. Già, perché quel me­desimo Fondo che si isola come un convento di trappisti ha pensato anche al turista, al contribuente, all’uomo della strada.

Davanti al quartier generale sulla 19a Strada una cripta di ce­mento armato — un piano sottoterra — è lì per accoglierci. Naturalmente questo ambiente è ermeticamente separato dai corridoi ovattati del quartier generale. I sanguigni profani ri­mangono tra loro. Di conseguenza sono vaghe anche le infor­mazioni che il centro visitatori offre. Nessuno legge gli opuscoli edificanti a disposizione nella sala di lettura, nessuno contem­pla la mostra di calligrammi giapponesi che adorna le pareti. Su una foto a colori si può vedere l’executive board dell’FMI, 22 membri effettivi e 22 supplenti, ognuno aggrappato a una gi­gantesca poltrona da ufficio. Raccolti intorno a un tavolo ovale smisurato, i signori sorridono al solitario visitatore, un po’ distorti dall’obiettivo a occhio di pesce.

In una bacheca fortemente illuminata è esposto il diritto di prelievo speciale. L’artista si è trovato di fronte all’arduo com­pito di emblemarci concretamente un fenomeno incorporeo. Meditabondi contempliamo una fiche di plastica biancoblu, delle dimensioni di un piattino, con la scritta «1 SDR». Davanti, in una piccola ciotola, qualche moneta spicciola: dieci pfennig, cents, pence e yen. Servono a spiegare il valore di un diritto di prelievo speciale. Il quale ogni giorno deve essere ricalcolato da capo in base alla quotazione di cinque valute leader, tarate tra loro in un determinato rapporto. La ciotola con le monete sta a indicare questo «paniere monetario». Ma il dischetto di plasti­ca sospeso nella bacheca non riesce a trasmettere l’arditezza della trovata. Perché il diritto di prelievo speciale non è moneta contante.

Ma è poi denaro? I suoi inventori, i signori dell’FMI, sorrido­no sgusciando, quando li si interroga in proposito. No, l’SDR non lo si può propriamente definire una valuta. In nessun caso si tratta di un mezzo di pagamento legale. È piuttosto una uni­tà di conto. Ma non soltanto questo! Perché l’SDR crea liquidi­tà. È un surrogato del denaro, metà moneta di conto e metà linea di credito. Un ermafrodito. La sua vera natura non è appurabile. Credito o denaro che sia, zebra nera a strisce bianche o zebra bianca a strisce nere, la questione rimane aperta. La cosa migliore è attenersi al linguaggio ufficiale che, come sem­pre, resta oscuro. Stando a questo, si tratta di un «mezzo di ri­serva fiduciario internazionale» che circola secondo certe rego­le estremamente complicate.

Naturalmente l’SDR non compare sotto forma di monete o di banconote. Di fatto esiste soltanto nei computer delle banche centrali. Inoltre ci sono altre 22 istituzioni di natura arcana che lo adoperano, per esempio la Banca per la compensazione in­ternazionale dei pagamenti (Biz) a Basilea, una sorta di discre­ta clinica privata delle banche di emissione, nella quale non vengono sottoposte a lifting e restaurate ricche ereditiere, bensì valute acciaccate. Insomma: il diritto di prelievo speciale è un «medium».

L’accezione spiritistica del termine non è del tutto casuale. Nel corso degli ultimi vent’anni furono «creati» circa 21,4 miliardi di SDR, il che, a seconda della quotazione del dollaro, equivaleva grosso modo a 60-70 miliardi di marchi.

Creati? Certamente. Si tratta in effetti di una creatio ex nihilo, di un miracolo che ricorda la prodigiosa moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dove prima c’era stagnazione, ora scorre il credito. Miliardi vengono «concessi», «assegnati», «prelevati». I signori di Washington sono fabbricatori di oro, alchimisti che hanno trovato la pietra filosofale? Si tratta di una questione quasi teologica che, come tale, si sottrae a una risposta esatta.

Ma, alla fin fine, non avviene la stessa cosa con quello che teniamo nel portafoglio? L’invenzione del diritto di prelievo speciale getta una luce singolare sulla natura del denaro in ge­nerale. Infatti anche a Francoforte sul Meno si crea e si ricrea che è una bellezza! E non è per niente chiaro come vadano le cose e che gioco si giochi.

Anche il marco tedesco non è soltanto quello che la banca di emissione fa coniare e stampare. Esiste in forma trascendentale nelle sembianze invisibili e fantasmatiche dei crediti, delle cam­biali, degli assegni, delle tratte. Per cui non meraviglia che gli economisti distinguano fino a dodici tipi diversi di massa mone­taria: banconote in circolazione e denaro della banca centrale, denaro duro e denaro molle, Ml, M2, M3 ecc. Ci sono statistiche che non rifuggono nemmeno dall’espressione «quasidenaro».

La logica conseguenza è che nessuno, assolutamente nessuno, né il ministro delle finanze né il governatore della banca di emissione, saprebbe dire quanto denaro esiste effettivamente. È una questione di fede. E comunque finora non si è trovato nes­suno disposto a mettere in dubbio che il diritto di prelievo spe­ciale, questa creatura misteriosa, sia perlomeno pari al dollaro, se non proprio all’oro.

 

VIII

Dati criptici, curve statistiche, concetti esoterici; un librarsi quasi ultraterreno, lontano dalla cruda realtà dei fatti: i due mostri — a quanto pare — agiscono nelle più sublimi sfere del­l’astrazione. Eppure tutto ciò che qui nella 19a Strada si discu­te, vaglia, vota, decide in ambienti di gelosa riservatezza ha conseguenze estremamente concrete e solide.

In Xian (Cina), nella ferrovia transmongolica vengono in­stallati per la prima volta scambi comandati a distanza. Nello Zambia il prezzo della farina di mais, un alimento base, au­menta del 120 per cento perché sono state revocate le sovven­zioni da parte dello stato; nei disordini scatenati da questo provvedimento perdono la vita quindici persone. La costruzione della diga sul Volta in Ghana causa mutamenti del clima: da allora nel nord del paese regna la siccità. La città di Pusan (Corea del Sud) viene dotata di un nuovo porto per container. Nella valle del Narmada (India) è prevista l’evacuazione di ol­tre due milioni di residenti. Una sola diga del gigantesco pro­getto metterà sott’acqua 350.000 ettari di bosco. In Argentina raddoppia il prezzo del biglietto per i pullman e i treni. Final­mente 160.000 abitanti del Burundi sono riforniti di acqua cor­rente. A Sào Paulo una folla esasperata saccheggia i supermer­cati. Il ministro delle finanze è costretto a dimettersi. La Costa d’Avorio segue il consiglio degli esperti e punta tutto su una carta: l’aumento della produzione agricola per l’esportazione; il prezzo del cacao, del caffè, dell’olio di palma crolla sul mer­cato mondiale; il governo non è in grado di pagare; migliaia di statali devono essere licenziati. Nelle farmacie di Khartum mancano i medicinali esteri. In Giordania si costruiscono scuole professionali, nello Zaire strade. In Indonesia oltre tre milioni di persone saranno costrette a trasferirsi altrove; nell’operazio­ne saranno prevedibilmente distrutti due milioni di ettari di fo­resta tropicale. I crediti al governo boliviano vengono trattati all’11 per cento del loro valore nominale. Cadono governi, pae­si in sviluppo si fanno avanti sul mercato mondiale, intere na­zioni dichiarano bancarotta, e tutto questo o non sarebbe acca­duto o si sarebbe svolto diversamente, se il Fondo e la Banca non ci avessero messo lo zampino.

 

IX

Nessuno si rivolge alle consorelle per libera scelta. Quando un paese non è più in grado di pareggiare la sua bilancia dei pagamenti, il Fondo gli dà una mano con prestiti di miliardi a breve termine, solitamente soltanto per qualche mese, nei casi estremi per qualche anno. Mentre la Banca mondiale, che è la più grande agenzia al mondo di aiuti per lo sviluppo, concede a quasi tutti i paesi in via di sviluppo crediti a lungo termine per determinati, ben definiti progetti e per «misure di adegua­mento strutturale».

Sia il Fondo sia la Banca non regalano niente. I loro crediti sono gravati di interessi e alla scadenza devono essere rifusi. Per motivi di cui parleremo più avanti, l’affidabilità di pagamento dei debitori è senz’altro eccellente. (Nel 1986 all’FMI i rientri di capitale superavano di oltre quattro miliardi di marchi gli aiuti finanziari erogati ex novo.)

Ma il prezzo che i due mostri esigono per il loro aiuto non può essere espresso in cifre. Una banca d’affari che concede un prestito pretende delle garanzie. Ma non è possibile pignorare uno stato. Perciò le due consorelle cautelano la loro disponibili­tà all’intervento mediante vincoli e condizioni che incidono massicciamente sull’economia politica dei paesi beneficiari. Il termine tecnico di questa operazione è la «condizionalità». Nella sua forma più pura l’amara pillola viene prescritta dal Fondo monetario. In genere il paziente dubita che gli faccia be­ne. La cosa non stupisce, dato che la ricetta — tradotta dal lin­guaggio criptico degli àuguri nel gergo quotidiano — sì rìduce a un paio di luoghi comuni che a nessun interessato piace sen­tirsi dire: «Nessuno alla lunga può vivere al di sopra dei propri mezzi! Dovete tirare la cinghia!».

Chi drizza l’orecchio avverte sullo sfondo la voce dell’orto­dossia, della dottrina pura. La quale predica contro il protezio­nismo e in favore della libera concorrenza, contro le spese ec­cessive da parte dello stato e in favore della stabilità del potere d’acquisto, contro gli interventi statali e in favore dell’iniziativa privata. Insomma auspica un capitalismo puro, che notoria­mente esiste soltanto nei trattati edificanti dell’Ottocento, ma non nella realtà.

Ovvio che in pratica il Fondo non può operare sulla base di simili postulati. In primo luogo l’FMI deve convivere con una serie di membri che aborriscono i suoi principi come il diavolo l’acqua santa: il Vietnam e la Romania, la Polonia e l’Etiopia sono, ideologicamente parlando, casi disperati. In secondo luo­go ci sono paesi nei quali la dottrina pura è destinata a fallire per mancanza di massa monetaria: per esempio, la Mauritania o il Mozambico sono semplicemente troppo poveri per poter stare al passo con il mercato mondiale. In terzo luogo il Fondo deve tenere conto di zone particolarmente delicate dal lato po­litico e strategico, nelle quali l’applicazione integrale della con­dizionalità potrebbe causare eccessivi guasti; per questo moti­vo, ad esempio, l’Egitto gode di un trattamento particolarmen­te favorevole.

Ma in quarto luogo — ed è il punto più rilevante — l’orto­dossia economica fa cilecca con i paesi ricchi, i quali non sareb­bero affatto contenti che il Fondo la intendesse alla lettera. Ciò vale soprattutto per gli Stati Uniti. La potenza egemone del mondo occidentale si permette notoriamente una dose notevole di protezionismo, una bilancia commerciale cronicamente defi­citaria, un enorme indebitamento con l’estero e un colossale de­ficit di bilancio. Secondo il catechismo dell’FMI, questi sono tut­ti peccati economici mortali che possono portare soltanto a un sinistro tracollo. Ma invece di applicare al reprobo — per il suo bene — i consueti strumenti di tortura, il Fondo si limita a sus­surrargli qualche timido accenno nel suo rapporto annuale («World Economic Outlook»).

 

X

In queste contraddizioni si estrinseca la natura composita del mostro. L’ipocrisia ne è l’espressione morale. Ma questa ipocri­sia non è un’eccezione alla regola, un errore evitabile, bensì una necessità sistematica; non inganna nessuno e non occulta niente. Esprime soltanto l’oggettivo dilemma tra principi puri e brutali rapporti di potere.

Linguisticamente si manifesta come acrobazia. Quando negli stampati dell’FMI si parla del Sudafrica, invano si cercherebbe la parola apartheid. Il Fondo parla invece in modo sibillino di «rigidità del mercato del lavoro connesse a problemi di istru­zione professionale». E come si giudica la situazione in Cile? «Molto soddisfacente. Naturalmente non intendiamo esprimere con questa valutazione un giudizio sulla situazione politica».

Quando in America latina scesero in strada a centinaia di migliaia per manifestare contro il Fondo monetario internazio­nale, l’allora direttore Jacques de Larosière fece stampare un opuscolo: «L’FMI impone l’austerity?». Alla domanda che si era posto da solo, rispondeva con uno squillante no. Certo, diceva, le misure chieste dal Fondo «comportano dei costi sociali, ma non è compito del Fondo entrare nel merito di come tali costi siano ripartiti nell’ambito della popolazione». Strano modo di tenersene fuori! Le condizioni imposte dall’FMI in dichiarazioni di intenti (letters of intent) con valore contrattuale sono estrema­mente particolareggiate; spaziano dai prezzi alle tasse, ai posti di lavoro. Si esigono vincoli di ogni genere. Laddove finora non abbiamo notizia che il Fondo abbia chiesto a un paese del Ter­zo mondo di piantarla con gli assurdi acquisti di armi. In que­sto senso — ma solo in questo — possiamo fidarci di quello che de Larosière dichiara con fare pudico: « Una istituzione inter­nazionale come il Fondo non può arrogarsi di prescrivere a go­verni sovrani finalità sociali e politiche».

«Non abbiamo mitra», dicono i funzionari del Fondo a chi gradisce sentirselo dire. «Possiamo soltanto fare opera di per­suasione, dare suggerimenti, consigli tecnici». Ma che cos’è un mitra rispetto alla mano che apre o chiude la borsa? E dove sta il discrimine tra un suggerimento e un ricatto?

La pretesa neutralità politica del Fondo è comunque pura ipocrisia. L’FMI esige — né più né meno — che le richieste dei creditori esteri abbiano la precedenza sui bisogni della gente. E questo è un postulato eminentemente politico.

I funzionari del Fondo hanno il compito di imporlo, ma non lo possono dichiarare tale. Non gli resta che evadere nella fin­zione. Quasi quasi fanno pena. In fondo agiscono solo a fin di bene. In fondo vogliono una sola cosa, ossia « aprire la strada a una crescita più robusta e duratura». Ma invece di premiare, questa buona intenzione con lacrime di gratitudine, «si permet­te che il Fondo sia vittima di attacchi», lamenta commosso il signor de Larosière. Il sottotono offeso traspare inequivoca­bilmente. È l’ingrata sorte del mostro, che nessuno lo ami di cuore.

 

XI

Però questa ipocrisia non ha fissa dimora; non si lascia ag­guantare, neppure nelle due roccheforti dei miliardi sulla 19a Strada di Washington. Contamina tutti i continenti, e in nessun luogo si manifesta con tanta insensibilità e così brutalmente co­me nei paesi del Terzo e Quarto mondo che, non senza valide ragioni storiche, si ritengono vittime del dominio coloniale. La parola «élite» ha sempre un che di sinistro, ma nei paesi più poveri dell’Africa, dell’America latina e dell’Asia suona come un insulto vero e proprio. Anche se non fa parte delle buone maniere della politica dello sviluppo parlarne apertamente, queste élite del luogo si compongono quasi esclusivamente di delinquenti che cercano di nascondere dietro slogan anti-impe­rialisti la loro totale inettitudine e sanguinaria avidità: un di­versivo che di anno in anno diventa più frusto. Questi apparati di dominio parassitari, con le loro sinecure, i loro conti all’este­ro, la loro endemica corruzione, non sono soltanto complici, ma protagonisti dello sfruttamento.

Sarebbe ingenuo prendere per oro colato il plateale conflitto tra queste «élite» e il Fondo monetario internazionale. Dietro la sceneggiata di finti scontri si cela spesso e volentieri una abis­sale sintonia.

«È il nostro destino dover interpretare solitamente la parte del cattivo nei paesi a rischio. In fondo rientra nei servizi che il Fondo offre. Se un governo intende fare qualcosa di sensato, ma non riesce a imporre in sede politica il suo programma, sia­mo disposti ad assumerci fino a un certo punto il ruolo del ca­pro espiatorio. Torna a proposito il fatto che stiamo a Washing­ton. Questa sede in molte parti del mondo ha una valenza simbolica negativa. In tal modo la responsabilità di misure im­popolari viene internazionalizzata. Ai politici non tocca assu­mersela in prima persona. La colpa è del Fondo, di una sigla, di una entità anonima». Il socialdemocratico tedesco Gustav Noske, che dopo la prima guerra mondiale stroncò la rivolta spartachista, si è espresso con minore cautela, ma maggiore chiarezza: «Qualcuno deve fare il mastino avido di sangue».

«Nel frattempo», dicono a Washington, «questo gioco delle parti è sfuggito al controllo. È diventato improducente per en­trambi i contraenti, perché i politici del Terzo mondo hanno tirato troppo la corda. Magari potremmo anche mandare giù il fatto che in tal modo il Fondo si è esposto eccessivamente alle critiche. Ma gli esponenti dei paesi poveri si sono irretiti nella loro propria demagogia. Si sono cacciati in un vicolo cieco. Chi fa del Fondo il cattivo, colpevole di tutti i mali del mondo, poi non può più cercare di scendere a patti con esso, quando non vede altra via d’uscita. La migliore tattica può diventare con­troproducente, se ci si affida troppo. Fortunatamente i nostri membri cominciano a rendersene conto».

 

XII

Per gli attuali triboli della sorte il Fondo trova consolazione e risarcimento nei momenti eroici della sua quarantennale storia. Il 16 novembre 1982 fu uno di questi giorni leggendari. Nell’a­gosto il mondo finanziario internazionale era stato assalito da un nuovo incubo: la crisi dell’indebitamento. Quello che oggi rientra nella normale lettura che uno fa il mattino a colazione, scorrendo il giornale, allora si profilava come una inimmagina­bile minaccia.

Il Messico, uno dei maggiori debitori del mondo, era sull’orlo della bancarotta. L’indebitamento del paese ammontava a 87 miliardi di dollari. I soli crediti delle banche d’affari estere ave­vano toccato la quota vertiginosa di 67,5 miliardi di dollari, di cui 28 miliardi erano in scadenza entro un anno. Se il Messico fosse stato costretto a sospendere i pagamenti, si paventava una reazione a catena. Le maggiori banche degli Stati Uniti sareb­bero crollate e avrebbero trascinato nel baratro l’intero sistema finanziario. La situazione non era governabile né dal Tesoro né dalla banca di emissione americana. Le banche creditrici non se la sentivano né sembravano in grado di buttare dietro al de­naro perso, ma non dato per perso, nuovi crediti di transizione. Per evitare il disastro, occorreva tappare una falla finanziaria di oltre otto miliardi di dollari. Il governo americano e i suoi alleati volevano concedere al massimo due miliardi. Il Fondo monetario internazionale dichiarò di poter mettere a disposizio­ne 1,3 miliardi alle solite condizioni. Dal canto loro, ai messica­ni non restava altra scelta che firmare la dichiarazione di inten­ti richiesta. Sia pure digrignando i denti, si rassegnarono a decurtare i salari reali, tagliare le sovvenzioni e imporre tassazio­ni più gravose.

Il direttore dell’FMI piazzò il suo colpo magistrale il pomerig­gio del 16 novembre nella sala del consiglio della Federal Reserve Bank a New York. Erano presenti i rappresentanti dei maggiori istituti di credito, tra cui la City Bank di New York, che da sola era esposta per 3,3 miliardi di dollari; ma anche il capitale bancario inglese, francese, giapponese, svizzero e tede­sco era rappresentato dai suoi esponenti più in vista. Prima parlò il ministro delle finanze messicano Jesùs Silva Herzog, poi prese la parola Jacques de Larosière. I governi — disse — erano disposti a concedere aiuti, anche il Fondo avrebbe dato una mano. «Però», continuò de Larosière, «per il risanamento della situazione mancano cinque miliardi di dollari. Questa somma, cari signori, può venire soltanto da voi. A seconda del­la quota che vi spetta nella massa dei crediti, mi attendo da voi le rispettive adesioni entro quattro settimane, cioè, più esatta­mente, entro il prossimo 15 dicembre. Se le vostre adesioni non saranno pervenute entro quel giorno, il Fondo ritirerà il suo programma Messico. Non occorre che vi spieghi le conseguen­ze. Questo è tutto. Signori, buon giorno».

Pare che i banchieri in consesso restassero di stucco. Non era­no abituati a un simile linguaggio. Una volta ripresisi dallo shock, si resero però conto di non avere scelta. Le adesioni per­vennero in tempo. Momentaneamente la catastrofe era evitata. Oggi questa forma di gestione delle crisi è ormai diventata rou­tine. Il Fondo ha stipulato analoghi accordi di conversione dei crediti con dozzine di paesi. Si può dire che è diventato il più grande curatore fallimentare del mondo.

Questo nuovo ruolo ha comportato anche nuove tecniche. D’ora in avanti il Fondo doveva applicare i suoi strumenti di tortura non solo ai debitori, ma anche ai creditori, cioè alle grandi banche che con l’incoscienza dei lemming si erano but­tate a lucrare sui crediti al Terzo mondo e avevano assunto ri­schi assolutamente sproporzionati rispetto alle effettive capaci­tà dei debitori.

A Sào Paulo e a Manila, a Belgrado e a Lagos per anni i banchieri si erano passati il testimone per rifilare i loro crediti alle casse degli stati in difficoltà. Erano animati (ammesso che in questo caso «animati» sia l’espressione giusta) da un unico desiderio: investire in modo redditizio i petrodollari in esubero dei paesi produttori di petrolio. Con ciò si illudevano che uno stato sovrano non potesse fallire. La pioggia di denaro caduta sui paesi debitori ha però messo in luce anche un’altra caratte­ristica della speculazione internazionale sui crediti. È un segre­to di Pulcinella che i prestiti delle banche superano da venti a venticinque volte il loro patrimonio. Questo metodo operativo è detto leverage o effetto leva. Tale caratteristica della miracolo­sa moltiplicazione del denaro rende le banche potenti, ma an­che estremamente vulnerabili. Una grande banca che concentri i propri rischi anziché differenziarli — come la Bank of Ameri­ca, che ha prestato al Messico oltre la metà del proprio capitale — salta, se il suo debitore principale sospende i pagamenti.

Che niente di simile possa capitare al Fondo monetario inter­nazionale rientra nei suoi specifici punti di forza. Infatti è tenu­to a operare esclusivamente con le proprie risorse, ossia con le quote dei paesi membri e con i mezzi straordinari da questi concessi; quindi è necessariamente «più solido» di qualsiasi banca. Il suo bilancio si aggira sui 140 miliardi di dollari. Lad­dove l’indebitamento dei così detti «paesi a rischio» è stimato a oltre 1.200 miliardi di dollari, ossia supera di nove volte le ri­sorse del Fondo. Il Fondo è ricco, ma neanche lontanamente ricco abbastanza per far fronte con le proprie forze a crisi glo­bali. La sua potenza non è data dai propri mezzi, bensì dalla circostanza che defacto, se non dejure, decide sull’accesso ai mer­cati finanziari internazionali. Nella sua qualità di usciere può porre condizioni tanto ai debitori quanto ai creditori. Chi gli si mette contro, finanziariamente è un paria. In questo senso — ma solo in questo — il Fondo è effettivamente quello che nel gergo internazionale delle banche viene chiamato il lender of last resort: il garante al quale ci si aggrappa in caso estremo, l’ulti­ma risorsa, l’ancora di salvezza del sistema.

 

XIII

Nell’anno del Signore 1462 un frate francescano di nome Barnaba, per aiutare i poveri della città, fondò a Perugia una banca di tipo particolare, il mons pietatis, ossia il monte di pietà. Il capitale iniziale fu messo assieme con caritatevoli offerte. L’idea di fra Barnaba si rivelò straordinariamente felice. Il monte, in origine soltanto un mucchietto di monete sonanti, crebbe e crebbe, e l’istituzione — un po’ cassa di risparmio e un po’ ban­co dei pegni — ben presto divenne un’impresa con un giro d’af­fari enorme. Nel corso del tempo trovò imitatori in tutte le grandi città italiane, spagnole e dell’America latina. L’ispira­zione caritatevole ne ebbe a soffrire, ma il pio nome rimase, e così ancora oggi prosperano i montes de piedad.

Il mostro molle di Washington, la Banca mondiale, presenta una connotazione analoga. Mentre il Fondo cerca di sanare «squilibri a breve termine» mediante interventi tecnici e politi­ci, la Banca mondiale si occupa di aiuti a lungo termine ai pae­si in via di sviluppo. Ma come il suo pio predecessore perugino non regala niente. Concede prestiti finalizzati che devono esse­re restituiti perché il capitale circoli e non si disperda. Inoltre la Banca esige gli interessi d’uso, dato che si procura il denaro ne­cessario sui mercati finanziari internazionali, che non hanno fa­ma di babbi Natale. Emette prestiti obbligazionari per un vo­lume annuo di circa 12 miliardi di dollari e non a torto è consi­derata dai propri investitori una garanzia di prim’ordine, per­ché contrariamente ad altri prestiti i mezzi che reperisce sul mercato sono garantiti al cento per cento dai paesi membri.

Anche la Banca mondiale gode di una influenza molto supe­riore alle sue effettive possibilità finanziarie. Come il Fondo, ri­veste un ruolo chiave, e precisamente grazie al metodo del cofi­nanziamento, che adopera con virtuosismo. Coinvolge nei pro­pri progetti e programmi i governi dei paesi creditori e debitori, le organizzazioni internazionali, le agenzie di aiuti per lo svi­luppo e le banche private di tutto il mondo. Sotto la sua re­sponsabilità e il suo controllo si formano in tal modo trust di aiuti e consorzi, cosa che come minimo triplica la capacità fi­nanziaria della Banca mondiale e ne accresce l’influenza politica.

Naturalmente le operazioni finanziarie non sono tutto. Anzi, si può dire che è più difficile spendere il denaro che trovarlo. Un gigantesco apparato di esperti esamina ogni progetto nei suoi rischi tecnici, sociali e ultimamente anche ecologici. Ovvia­mente la Banca pretende che ogni singola iniziativa si ripaghi. Il criterio di redditività a lungo termine si aggira come minimo sul 10 per cento. Ma contrariamente al Fondo, presso la Banca mondiale non hanno voce in capitolo soltanto gli esperti finan­ziari. Qui dicono la loro anche esperti di agraria, idrologi, spe­cialisti energetici, geologi, ingegneri, programmatori dell’istru­zione e medici. Sicché alla Banca mondiale, che conta quasi seimila collaboratori di tutto il mondo e dal Ruanda alla Boli­via ha 42 agenzie estere, si incontra uno sterminato miscuglio di qualifiche.

Questa gente si muove in un campo pieno di insidie. Le apo­rie degli aiuti ai paesi in via di sviluppo sono note. Già sul pro­blema a chi spetti definire che cosa sia da ritenere sensato — a chi dà oppure a chi riceve — le opinioni divergono. L’elenco delle difficoltà oggettive è senza fine: va dalle bizze esiziali del mercato mondiale al sovrappopolamento, dalla mancanza cro­nica di capitali alla costante pressione politica esercitata dai paesi ricchi in favore dei loro interessi nel settore dell’esporta­zione, senza contare poi i problemi transculturali, le carenze nell’istruzione, i putsch militari, la fuga dei capitali e la corru­zione. E mentre nessuno ha in tasca la «soluzione giusta», le fonti di errore sono infinite.

A questo si aggiunge la lunga durata di tutte le iniziative per lo sviluppo. Ciò che all’atto dell’approvazione di un progetto poteva sembrare sensato, dieci anni dopo, in dirittura di arrivo, magari si rivela una pura follia: per esempio, l’allevamento in massa di bovini nel Botswana oppure il faraonico progetto Polo Nordeste nella foresta tropicale dell’Amazzonìa.

Il dilemma della Banca mondiale trova riscontro anche nelle vicende della sua ideologia: si è sempre fatta un grande vanto di possedere una propria «filosofia». All’inizio si trattava della classica dottrina dello sviluppo che aveva ispirato la ricostru­zione dell’Europa. Questa concezione rifletteva l’euforia degli anni Cinquanta e Sessanta, e l’avanzamento dei così detti «paesi in decollo» parve darle ragione per qualche tempo. Il problema della povertà si sarebbe in pratica risolto da solo in virtù di tassi di crescita consistenti, e precisamente attraverso un effetto di permeazione sociale. Però alla fine degli anni Ses­santa persino i professori si resero conto che la realtà del Terzo mondo non era minimamente disposta a seguire la trickle-down­theory I poveri si dimostravano sordi; diventavano ogni giorno più poveri.

Quando nel 1968 Robert McNamara assunse la presidenza della Banca mondiale, sull’esempio perugino di fra Barnaba era intenzionato a trasformarla in uno strumento di lotta con­tro la «povertà assoluta». Si fece promotore di un nuovo ordi­namento dell’economia mondiale, di leali terms of trade, del so­stegno ai coltivatori diretti e agli artigiani e della priorità del­l’autosufficienza. Probabilmente questa «svolta intellettuale» era sincera. McNamara è un uomo con un solido background religioso. Può sorprendere soltanto un europeo che egli volesse condurre la sua campagna contro la povertà alla stessa manie­ra con cui precedentemente aveva diretto la Ford Motor Com­pany e il Pentagono. Particolare attenzione dedicò alla Inter­national Development Association (IDA), un organismo formal­mente autonomo, ma di fatto una succursale della Banca mon­diale. L’IDA funge da agenzia di intervento per i paesi dispera­tamente poveri. Fornisce ciò che né il Fondo né la Banca sono in grado di fornire, ossia aiuti senza contropartita, e da una cassa che i paesi membri ricchi provvedono a riempire eroga crediti senza interessi per la durata di cinquant’anni. Sotto McNamara il volume di questi aiuti è cresciuto. Ne hanno fruito specialmente i paesi del Sahel. Ma rispetto ai suoi compiti l’IDA è un nano, e quello che può fare è una goccia nel mare.

Dopo il suo congedo nel 1981, McNamara dovette ammette­re che la sua «filosofia» era fallita. Solo la sua retorica ha la­sciato tracce durature: ancora oggi nelle pubblicazioni della Banca mondiale predomina un tono stranamente untuoso che non è reperibile negli stampati dell’FMI.

E così il mostro molle si connota come un perfetto paradosso. Dove trovare altrimenti un comitato esecutivo del capitale in­ternazionale che si presenti come amico e benefattore dei pove­ri, una banca che sventoli il vessillo della filantropia, un mostro dedito all’esercizio dell’altruismo?

Un organismo così contraddittorio è difficile da giudicare. La Banca mondiale può addurre una lunga serie di progetti riusciti. I suoi critici le imputano la costruzione di una non me­no lunga serie di cattedrali dello sviluppo nel deserto. In quale rapporto stiano tra loro l’utile che arreca e il danno che causa, non solo è controverso, ma alla fin fine neppure determinabile. E questo è dovuto alla natura fondamentalmente contradditto­ria dell’istituzione stessa.

Tale doppia natura è riscontrabile anche nelle persone che lavorano alla Banca mondiale. Accanto al manager duro e puro, che respingerebbe con sdegno l’insinuazione che lui si lasce­rebbe condizionare da impulsi sentimentali, e che anzi indulge a un tacito cinismo, puoi trovare il consulente impegnato nei problemi dello sviluppo, il quale problematizza il suo ruolo fi­no all’autotormento. Più o meno segretamente si identifica con il suo «paese di intervento» che conosce per esperienza diretta e al quale lo legano tante cose. Chi pensa e sente in questo modo, si espone a un processo di scissione interiore e si invischia in una battaglia persa contro la logica dell’insieme, alla quale la sua opera deve conformarsi. Le sue vittorie sono di poco conto e provvisorie, le sue sconfitte la norma, e un confessore che gli impartisca l’assoluzione non esiste.

 

XIV

Dopo la sua elezione nell’estate del 1985, il nuovo presidente peruviano Alan Garcia tenne fede alla promessa fatta durante la campagna elettorale riguardo alla futura politica economi­ca, senza la quale probabilmente non avrebbe mai conquistato il potere: ruppe le relazioni con il Fondo monetario internazio­nale e denunciò tutti gli accordi di credito stipulati dai suoi predecessori con le grandi banche internazionali. Il Perù avreb­be proceduto a una «conversione automatica dei crediti» in ba­se a propri criteri e d’ora in poi ridotto unilateralmente il saldo del debito pubblico all** per cento dei proventi delle esportazioni.

In quel momento i debiti del paese con l’estero ammontavano a 14,3 miliardi di dollari. (Circa 650 milioni dei quali erano crediti dell’FMI.) Il reddito pro capite dei peruviani nel giro di tre anni era diminuito di un terzo. Gli interessi e il riflusso dei capitali minacciavano di dissanguare l’economia.

La crisi economica non era un fulmine a ciel sereno. Era il risultato di errori di sviluppo di lunga data, le cui origini risal­gono fin dentro il secolo scorso, anzi ai tempi della dominazio­ne spagnola. La sfavorevole situazione di partenza era stata ag­gravata da numerose evenienze di acuta negatività: crollo dei prezzi delle materie prime, contrazione della pesca, catastrofi naturali, alto tasso di inflazione, guerriglia interna, strategie da guerra civile adottate dai militari, incapacità, corruzione e sprechi di precedenti amministrazioni, infine la caduta nella «trappola dei debiti» come soluzione sbagliata dei problemi. Tutto sommato il paese, quando Alan Garcia ne assunse la presidenza, si trovava in una tipica spirale di impoverimento.

Nelle fresche sale di riunione del Fondo monetario interna­zionale l’agitazione per il conflitto con il Perù si mantenne en­tro limiti modesti.

«Collaboriamo strettamente con i peruviani da quarant’anni e in questo tempo abbiamo vissuto parecchi alti e bassi. Le no­stre delegazioni hanno trattato regolarmente con il governo di Lima. Nella capitale peruviana avevamo addirittura una rap­presentanza stabile. La nostra collaborazione non sempre si è svolta senza attriti, ma in complesso eravamo soddisfatti. Vede, i peruviani soffrono di una idiosincrasia nazionale, per ciò che riguarda le influenze esterne. Questo a volte ha portato a pro­blemi nella fase realizzativa».

« Intende dire sabotaggio?».

«Noi preferiamo parlare di difficoltà tecniche. Ma per quello che concerne i problemi attuali, naturalmente li avevamo pre­visti. Veramente era finita già nel 1984. Le banche d’affari si erano rese conto che il paese era alla frutta e si rifiutarono di finanziare con nuovi crediti gli interessi e gli ammortamenti in scadenza. Al contempo la bilancia dei pagamenti peggiorò ra­pidamente, l’inflazione sfuggì al controllo, una svalutazione incalzava l’altra, lo standard di vita diminuì drammaticamente, e chi era il cattivo in questa tragedia? Eravamo noi. Per i poli­tici peruviani divenne sempre più controproducente collabora­re con noi. In questa situazione di emergenza stava una chance politica interna, e Alan Garcia l’ha afferrata al volo».

«Il Fondo come ha reagito? ».

«Nel settembre 1985 il Perù ha sospeso i pagamenti all’FMI. In questi casi scatta una procedura fissata in ogni particolare. Dopo le sollecitazioni e ingiunzioni previste, dopo la scadenza dei termini d’uso, passò quasi un anno prima che ai peruviani fosse “tolto il diritto di accesso ai crediti del Fondo”. Il responso ufficiale suona un po’ contorto, ma la sostanza è chiara: il membro in questione da noi non prende più un dollaro e per il futuro avrà vita piuttosto grama sui mercati finanziari interna­zionali».

«Ma le intenzioni dei peruviani quali erano? È stata una scelta razionale? ».

«Difficile dirlo. A volte non è facile distinguere tra una crisi di nervi e una strategia. Alan Garcia stesso è un carismatico. Si crede chiamato a condurre il Terzo mondo su una nuova stra­da. Ma nel suo entourage c’è anche gente che pensava che altre nazioni indebitate avrebbero seguito l’esempio peruviano; allo­ra il problema avrebbe assunto dimensioni talmente grosse, che i creditori sarebbero stati costretti a cambiare le loro regole del gioco. Ma questo calcolo era sbagliato. Nessuno ha solidarizza­to con il Perù, né i brasiliani né i messicani, e i debiti peruviani sono semplicemente troppo piccoli per gettare nel panico chic­chessia ».

«Forse le casse erano vuote, e il governo Garcia non aveva altra scelta».

«Questo non si può dire. Al contrario: i peruviani avevano preparato con cura il loro gesto. Avevano accumulato per tem­po notevoli riserve di valuta».

« E poi che cosa hanno fatto?».

« Quello che si fa sempre in casi del genere: controllo valutario, blocco dei prezzi, congelamento di tutti i conti in valuta estera, restrizione delle importazioni, cambi differenziati. Han­no messo in opera tutti gli strumenti del dirigismo economico statale e in effetti registrato a breve termine anche dei successi. La crescita reale del 1986 è stata dell’8,5 per cento, un tasso fantastico, e il reddito di massa è aumentato di conseguenza. Magnifico! Ma il boom interno è stato alimentato a spese della quota di accantonamento, non ci sono in sostanza investimenti nuovi, e l’afflusso di capitale estero è praticamente cessato. I peruviani vivono di conserve».

«E quanto tempo può funzionare la cosa?».

«Non siamo profeti, ma le riserve valutarie del paese dimi­nuiscono di mese in mese. Ecco, guardi qui: 1.830 milioni di dollari alla fine del 1985; 1.620 a metà del 1986; 1.430 alla fine dello stesso anno. Se la cosa continua con questo ritmo, vedo nero per la fine degli anni Ottanta».

«A voi quindi basta aspettare. La bancarotta oppure la capi­tolazione».

«Be’, noi per i nostri membri ci siamo sempre e non lascere­mo nelle peste nemmeno il Perù, qualora il governo dovesse ri­volgersi a noi».

 

XV

Di fronte, sull’altro lato della strada, gli sviluppi peruviani sono seguiti con minore distacco. Il mostro molle è meno pro­penso alle sanzioni. Anche chi è in rotta con il Fondo monetario può continuare a ricevere l’aiuto della Banca mondiale. Qui si è soliti adoperare con una certa flessibilità le inevitabili cautele dei vincoli e delle condizioni, per non mettere in pericolo i pro­getti a lungo termine della Banca. Comunque, anche qui vige il principio: solo chi paga puntualmente può contare su ulteriori erogazioni. Ma anche dopo l’annuncio della moratoria da par­te del governo Garcia, gli interessi e gli ammortamenti in sca­denza furono puntualmente pagati alla Banca mondiale, altri crediti vennero concessi al Perù in base agli accordi: non era ancora detta l’ultima parola.

Finché nella primavera del 1987 anche questo ultimo filo minacciò di spezzarsi. Già all’inizio di marzo i pagamenti con­cordati non erano più pervenuti da Lima. Spiegazioni in pro­posito non ne furono date. Solleciti immediati non ebbero ri­sposta. Nei corridoi della Banca mondiale neanche una parola sul problema. Un silenzio diffuso, lievemente irritato. Solo le vecchie volpi arguivano, magari dalla faccia preoccupata di questo o quel funzionario, che c’era qualcosa nell’aria. Verso l’esterno la direttiva era: attenzione, niente cocci! Al massimo una mezza dozzina di iniziati a Lima e a Washington potreb­bero raccontare come si svolge una crisi del genere; ma costoro, oltre che edotti, sono anche attori, e hanno buoni motivi per tacere.

D’altra parte non occorrono facoltà divinatorie per ricostrui­re come sono andate le cose. A Lima in quel periodo c’è umido e fa piuttosto caldo, e l’impianto di condizionamento al mini­stero delle finanze è poco affidabile. Il sottosegretario di stato non sa più che pesci pigliare. Sta giusto telefonando con l’ad­detto personale del presidente. L’atmosfera nel palazzo è feb­brile. In base alla costituzione Alan Garcia non può essere rie­letto. I candidati alla successione preparano le loro prime sca­ramucce. Ogni notte nella capitale manca la luce. I guerriglieri di Sendero Luminoso si sono già infiltrati nei quartieri alti. Il presidente della banca di emissione non sa come finanziare le importazioni più urgenti. I militari, tanto per cambiare, minac­ciano trame golpiste. Alan Garcia si nega, e il suo addetto cerca di disfarsi del molesto interlocutore. Ma questi gli ricorda con insistenza che in Perù sono in corso più di venti programmi sot­to la direzione della Banca mondiale, per un totale di oltre 1.900 milioni di dollari. Quali progetti? Be’, per esempio Bajo Piura, 35.000 ettari irrigui, costo 180 milioni; oppure l’aeropor­to di Pucailpa, 47 milioni. Inoltre 580 km di strade, l’ottavo lotto dei lavori... Ma dove? Sull’altopiano, Cerro de Pasco, La Merced eccetera... Mai sentito parlarne... E allora chieda un po’ al ministero dei trasporti cosa ne pensano! Deve spiegare bene al presidente che cosa è in gioco... Non ha sentito domeni­ca il suo discorso? Non permetteremo più ingerenze dall’ester­no. Non paghiamo più, nemmeno alla Banca mondiale!

Neanche al nervoso funzionario competente di Washington è sfuggito il discorso di Garcia. IL suo confidente a Lima gli assi­cura che si è trattato di un lapsus, il presidente parlava a brac­cio, non era il caso di pesare le parole con il bilancino... Qual­che giorno dopo, il ministro delle finanze peruviano è in visita a Washington, ma alla Banca mondiale non si fa vedere. Pranzo con i signori del Tesoro, trattative a New York, tutto in veste non ufficiale. Tra le pieghe assicura che il Perù pagherà, si tratta soltanto di difficoltà momentanee... Nel frattempo il fun­zionario competente ha informato la direzione della Banca, era assolutamente inevitabile. Per il momento, si decide di non muoversi... Ma già si fanno vivi da Hong Kong presso l’ufficio finanziario i primi investitori. Gli investitori dell’Estremo orien­te sono molto delicati, sensibili come mimose... No, di una rot­tura dei peruviani con la Banca mondiale non si poteva assolu­tamente parlare, il ritardo nei pagamenti era dovuto a ragioni tecniche, non c’era motivo di preoccuparsi.

Ma il funzionario competente sta già valutando che cosa po­trà succedere nel peggiore dei casi. Pensa agli esperti di agrono­mia che presto forse dovranno fare le valige, ai medici che la­sceranno il loro centro clinico nella foresta tropicale, se i loro stipendi verranno meno, e alle ventimila famiglie nella Ceja de Selva, tra cui duemila indios. Più della metà vive in una pover­tà estrema. Può farsene un’idea precisa: è stato lì. Da tre anni è avviato il progetto in questa giungla vergine, si chiama Satipo­ Chanchamayo, una foto dal satellite è appesa da qualche par­te, piste provvisorie, piantagioni di frutta e di caffè, rimboschi­menti, crediti a basso interesse, terra per i coltivatori diretti. Tutto pareva molto promettente, ma ora... Nel frattempo il termine ultimo di pagamento è scaduto da un pezzo; è solo an­cora questione di giorni, poi il telex dovrà partire per Lima. L’ultimo avvertimento, l’ultimatum... Forse qualcuno al vertice della gerarchia cercherà ancora di raggiungere telefonicamente il ministro competente, ma Lima non si farà viva, perché, tanto per cambiare, l’aviazione fa casino o perché in Perù la giornata è festiva...

Ed ecco che il nostro funzionario competente viene a sapere casualmente che una delegazione peruviana è giunta in Cana­da, gente molto in vista, per tenere a Montréal e a Toronto conferenze sul «modello peruviano». Salta sul primo aereo, un po’ in veste ufficiale, un po’ di propria iniziativa, e a Ottawa dà appuntamento in un bar a uno di questi signori che conosce da anni. Il delegato ha buone entrature, un filo diretto con il presidente... Il nostro uomo della Banca mondiale torna a spie­gargli da capo tutta la faccenda: ma non capite che a Washing­ton c’è gente che aspetta soltanto di statuire un esempio a spe­se vostre? È una pazzia vera e propria! Dopo 180 giorni dob­biamo sospendere le erogazioni, e poi nel nostro rendiconto di gestione compare a piè di pagina una minuscola nota compren­sibile solo agli esperti, ma le conseguenze per il Perù saranno devastanti. Perciò lei deve cercare di trovare a ogni costo una soluzione oggi stesso. È l’ultima chance. Devo avere il suo con­senso entro domattina presto!

L’uomo con il filo diretto dice che vedrà cosa si può fare, ma prima dovrà farsi vedere al ricevimento dell’ambasciata. Certo che si farà vivo! Ha risolto questioni molto più grosse di questa!

L’uomo della Banca mondiale, in fondo irrilevante, perché le decisioni le prende tutt’altra gente, torna alla sua stanza d’al­bergo; nelle ultime notti praticamente non ha chiuso occhio; mentre aspetta la telefonata risolutiva, si chiede quale sia in ef­fetti la sua collocazione. Finalmente, verso le due, squilla il te­lefono, ma è soltanto la moglie da Washington, che da qualche tempo è in ansia per lui.

Sarà certo andata così, o pressappoco.

 

XVI

Già da oltre dieci anni è «a gavetta», una vecchia volpe in fatto di valuta, che conosce molto bene, dentro e fuori, tanto il Fondo quanto la Banca. Che si lasci andare un tantino, non è dovuto al debole veniale che lo affligge — non disdegna, si sa, lo champagne d’annata —, ma alla circostanza che a Washing­ton i suoi giorni sono contati. Ha in tasca una vantaggiosa of­ferta dalla City londinese.

«La maggior parte dei problemi che dobbiamo affrontare», dice, «è semplicemente insolubile. I nostri rapporti servono principalmente a cloroformizzare l’opinione pubblica. In realtà le cose stanno molto peggio. Siamo oggettivamente inadeguati. Prenda la crisi dell’indebitamento. Il saldo del debito pubblico dei paesi in via di sviluppo ammonta annualmente a oltre 150 miliardi di dollari, ossia — se si presta fede ai dati ufficiali — al 21 per cento dei proventi delle esportazioni. Nei così detti paesi a rischio l’incidenza è in media del 36 per cento. In realtà que­sta percentuale è molto più alta. Nessuno ovviamente pensa più a rimborsare i crediti, ma già i soli interessi semplici e com­posti crescono con ogni conversione come una palla di neve. Siamo già contenti se riusciamo a rappezzare il problema di ca­so in caso e di trimestre in trimestre.

«Ma a queste difficoltà oggettive si aggiungono poi anche le nostre deficienze interne. Da fuori praticamente non si notano, e naturalmente noi in genere ci guardiamo bene dal citarle. Per esempio, a nessuno verrebbe fatto di ammettere che siamo semplicemente troppo grossi. Come in tutte le organizzazioni trop­po grosse, specie se hanno una posizione di monopolio, una parte notevole di ciò che viene investito nel Fondo e nella Ban­ca va persa per autofagocitamento. Penso che il nostro rendi­mento effettivo si aggiri sul 40, massimo 50 per cento.

«Alla Banca mondiale è in corso da tempo immemorabile una discussione gestionale, se cioè l’organizzazione della barac­ca debba essere centralizzata oppure decentrata, regionale op­pure settoriale. E giù organigrammi, analisi dei costi, conflitti di competenza, studi sulle motivazioni, piani di ristrutturazio­ne. Nel 1973 McNamara ha creato un ufficio apposito per ve­nire a capo di questa giungla burocratica o almeno appurare che cosa succedeva nel suo palazzo: una sorta di spionaggio aziendale per conto proprio. Ma questo non ha fatto che accre­scere la confusione. Adesso tocca a un altro presidente. Per cui entrano in ballo nuove aziende di consulenza, si licenziano vec­chi collaboratori, si provano nuove scope, ma sarebbe ingenuo pensare che in questo modo si possa debellare una routine qua­rantennale.

«Prenda i nostri esperti in cemento armato, gente che qual­che decennio fa si è innamorata dell’idea che non esiste niente di più bello delle dighe. È lo scopo della loro vita. Senza bada­re alle perdite, vogliono continuare a costruire i loro monumen­ti, e lei non ha idea di quanto sia difficile impedirglielo.

«Per una istituzione che non ha bisogno di affermarsi sul mercato e non è soggetta a controlli effettivi da fuori, quaranta anni sono molti. Può perseguire fino all’arteriosclerosi il suo scopo principale: perpetuare se stessa. Alle critiche dall’esterno reagisce con ipersensibilità e arroccamento, all’interno prolifera la sindrome di Parkinson.

«Dovrebbe dare un’occhiata ai nostri manuals. Sono enormi volumoni in cui viene formato nei minimi particolari ogni peto nelle viscere dell’istituzione: imposte, indennità aggiuntive, mo­dalità delle ferie, disposizioni di viaggio, a chi quando a quale tariffa spetta volare in che luogo, o le cose da osservare quando uno mette mano al telefono. Le innumerevoli analisi dei costi, sollecitazioni al risparmio e indagini di controllo su questo spe­cifico argomento ci sono certamente venute a costare di più del­le nostre spese telefoniche. Tra l’altro, lo sa che i rapporti tra Banca e Fondo non sono fissati contrattualmente in nessun do­cumento? Ufficialmente la collaborazione viene decantata in toni epici, ma di fatto la Banca non può soffrire il Fondo, e vi­ceversa. Gli attriti e i litigi non finiscono mai. Questa rivalità si manifesta nei particolari più ridicoli. Il Fondo passa per arro­gante e spocchioso, perché là volano in prima classe persino le segretarie, mentre fino al 1980 i parenti poveri della Banca mondiale non potevano neanche accedere al country club dell’FMI nel Maryland.

«E pensare che le due istituzioni hanno molto in comune. Non solo nell’una e nell’altra c’è gente in gamba, con una pro­fonda conoscenza dei problemi; ma devono anche fare fronte alle medesime contraddizioni. Come la Banca, il Fondo ha lo scopo di esportare in tutto il mondo le priorità dell’economia privata, secondo il motto: quello che va bene a noi deve andare bene anche a tutti gli altri. Ora, si dà il caso, però, che la Banca mondiale e l’FMI siano essi stessi organismi parastatali niente af­fatto gestiti in base ai criteri della libera iniziativa, ma l’esatto contrario. Da qui il loro atteggiamento burocratico, il loro for­malismo, il loro profondamente radicato spirito di programmazione. Non stupisce, quindi, che specialmente nei paesi a rischio del Terzo mondo i loro interlocutori preferiti siano le locali bu­rocrazie della pianificazione, e quando mancano, basta inven­tane. Per tutti i paesi possibili, soprattutto in Africa, la Banca mondiale ha approntato veri e propri piani quinquennali. Gli amministratori che occorrono alla bisogna, se li forma median­te propri programmi di istruzione. Anzi, capita che intere buro­crazie ministeriali, su su fino al sottosegretario di stato, venga­no, per così dire, esportate in leasing. La Banca mondiale invia queste piramidi di burocrati, praticamente chiavi in mano, in Tanzania o in Giamaica, e il Fondo istituisce in minuscoli stati esotici banche centrali: un lusso che lì era totalmente sconosciu­to e di cui certamente nessuno finora aveva sentito la mancanza.

«Per il resto, una cosa va ascritta a merito della Banca mon­diale: si muove in maniera molto più flessibile del Fondo mone­tario, il quale non riesce a staccarsi dalla propria ortodossia tradizionale e pensa sempre a coprirsi le spalle. Ma in un orga­nismo e nell’altro si è occupati a raccogliere giorno per giorno una mole imponente di informazioni: in questo senso si può an­che considerarli dei veri e propri servizi di informazione. Tutti fanno finta di credere ai dati forniti dai loro computer, sebbene la statistica sia notoriamente pura magia, specie nei paesi del Terzo mondo. In questo modo si crea una seconda realtà, fatta di elementi astratti, di codici cifrati, indici e proiezioni. Le no­stre delegazioni sono costantemente in giro per tutti i continen­ti, ma dovunque vadano, stanno nei loro alberghi come in un terrario, completamente isolate dalle situazioni delle società che devono giudicare. Abbiamo sostituito la realtà con i dati. Meno male che non sono un filosofo, ma un semplice traffican­te di valuta. Sul mio piccolo schermo sono un esperto».

 

XVII

La popolarità non è lo scopo supremo dei due mostri. Si trat­ta di sapere a chi giova la loro esistenza e a chi nuoce. La criti­ca di sinistra ha sempre avuto la risposta pronta. Una organiz­zazione dominata dai ricchi può giovare solo ai ricchi; il suo compito è sfruttare i poveri; questo è tutto. Questa argomenta­zione ha perlomeno un merito: è convincente e lapidaria.

Strano che la destra, specie quella americana, veda le cose in tutt’altro modo. L’ala estrema dei repubblicani odia tutte le or­ganizzazioni internazionali, dalle Nazioni Unite alla Banca mondiale. Vasti strati della popolazione americana condividono questa avversione. Qualsiasi elemento normativo, inteso a sottomettere l’iniziativa privata a una qualche regola del gioco, riesce loro sospetto, e se poi ci mettono il becco anche gli stra­nieri, la cosa è a un passo dal socialismo. Secondo questa con­vinzione le oscure trame delle istituzioni internazionali mirano a un solo scopo: buttare i soldi dei contribuenti nelle fauci di remoti parassiti, gooks o dagoes che siano.

Anche i liberali americani non vanno esenti da una profonda diffidenza, quando si tratta di finanza internazionale. Certo, in questo caso non è questione di paranoia anticomunista, che in ogni accordo con l’estero sospetta una capitolazione, ma di una teoria populistica della congiura, secondo la quale tutta la col­pa della miseria dell’uomo della strada ricade esclusivamente sui banchieri. Per chi ha questa convinzione, già il nome Banca mondiale suona come una provocazione.

Questi atteggiamenti ostili vengono acuiti al congresso ame­ricano da solidi interessi corporativi. Per esempio, la lobby agraria e quella del rame conducono una cronica guerriglia contro i progetti della Banca mondiale, e ogni aumento della quota contributiva nazionale incontra una accanita resistenza presso i rappresentanti del popolo.

A tutto questo poi si aggiunge ancora la abissale ignoranza di quasi tutti i politici americani circa i problemi dell’economia mondiale. Il sistema monetario internazionale per loro è arabo, e della estrema delicatezza del contesto finanziario non hanno la più pallida idea. Quando anni fa gli italiani ebbero difficoltà con la bilancia dei pagamenti, l’indimenticabile Richard Nixon se ne uscì a dire: «Sulla lira io ci caco». Di fronte all’ottusità e alla sprovvedutezza dei politici di professione il «capitale illu­minato» si trova spesso a mal partito.

Naturalmente al Fondo monetario gli attacchi da destra ven­gono accolti con un risolino soddisfatto. Sebbene il tiro alla fu­ne con il congresso a volte assuma forme assai snervanti, per i signori del Fondo la simmetria delle critiche di destra e di sini­stra è la riprova che loro si trovano sulla strada della virtù.

La verità però non sta affatto nel mezzo, ma nella logica del capitalismo, la quale, come è noto, ha semplicemente vinto in tutto il mondo. Oggi non esiste più nessuna possibilità di vita al di fuori di quello che un tempo, nel ‘68, era chiamato «il siste­ma» e che oggi risponde al nome più modesto di mercato mon­diale. Qualsiasi tentativo di emarginazione definitiva è destina­to a fallire alla distanza. L’ultimo paese che ha tentato lo stac­co totale è stata la Cambogia. Le conseguenze dell’esperimento furono esiziali. Perciò motivazioni del tutto elementari hanno indotto quasi tutte le nazioni del mondo ad aderire al Fondo e alla Banca. L’unica eccezione di rilievo è l’Unione Sovietica. Ma anche la dirigenza moscovita ha lasciato intendere da un pezzo tra le righe di essere interessata a una prossima adesione; resta solo da vedere se gli americani daranno il loro benestare.

Una volta che uno abbia accettato queste premesse, dovreb­be andarci piano con le attribuzioni di colpa, perché la protesta morale che eleva non gli caschi sui piedi. Una cosa è la doppia morale che emana dagli opuscoli patinati di Washington, altra cosa è la demagogia di élite corrotte del Terzo mondo. Ma esi­ste anche una ipocrisia di terzo tipo, che ama esprimersi su car­ta riciclata e salvarsi la buona coscienza imputando ad altri lo stato miserabile della società mondiale.

Solo chi auspica seriamente il crollo dell’economia globale, con tutte le conseguenze del caso, ed è capace di prospettare fino in fondo un’opzione diversa, può attendersi qualcosa di buono dalla eliminazione dei due mostri. Chi non se la sente e non è in grado di spingersi a quel punto, è dentro anche lui nel palazzo di vetro. Può criticare quanto vuole i signori dei due palazzi di vetro sulla 19a Strada a Washington, ma farà bene a tener presente che quelli sono suoi delegati.

Chiunque mette piede nel vertiginoso atrio del Fondo mone­tario internazionale, deve passare accanto a una grande scultu­ra di legno posta all’ingresso. La faccia della figura ha orna­menti color rame. I suoi tratti sono barbarici.

Si tratta di un dono da parte della Banca nazionale dell’In­donesia, recapitato un giorno, senza preavviso, in una cassa enorme. «Detto tra noi, non fu un omaggio molto gradito. Ma cosa dovevamo fare? Sarebbe stato scortese rimandarlo indie­tro. Ci siamo abituati alla cosa, non la vediamo neanche più».

La statua rappresenta il Garuda, una figura mitologica della tradizione induista. Il Garuda è una chimera alata che traspor­ta intorno al mondo nella sua orbita Vi**ìu, il dio del sole. «Il Garuda», dicono gli indonesiani «è sempre vittorioso. Il suo aspetto è malvagio, ma lui significa tutto quello che c’è di buo­no al mondo».

La testa, gli artigli e le ali sono quelli di un’aquila, il tronco e le membra quelli di un essere umano. Il mostro bellicoso divora ogni giorno un serpente. La sua faccia è bianca, le ali sono ros­se, il corpo ha il colore dell’oro. Il terribile custode che guata sul portone veglierà ancora a lungo sui santuari della nostra economia, e nessuno riuscirà a scansarlo.

 

 

 

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