Il Fuoco di Eraclito
Erwin Chargaff
La jeunesse est une ivresse
continuelle:
C’est la fièvre de la raison
La Rochefoucauld
1. Sangue bianco, neve rossa
Nel 1945, quando le bombe atomiche caddero su
Hiroshima e Nagasaki, avevo giusto quarant’anni, i miei proventi di lavoro erano
modesti e occupavo ancora un posto di assistente alla Columbia University di
New York. Avevo già pubblicato quasi novanta lavori, disponevo di un buon
laboratorio e potevo contare su alcuni giovani di valore, e proprio allora mi
accingevo allo studio degli acidi nucleici. Una dotazione annua di seimila
dollari della fondazione Markle rappresentava il coronamento del mio successo
su questa terra.
Non è facile descrivere quanto abbia influito su di me
il trionfo della fisica nucleare. (Qualche tempo fa, ho visto un film girato allora
dai giapponesi e ho rivissuto tutte quelle ore spaventose, ammesso che sia
lecito usare il verbo «rivivere» parlando di una megamorte.) Stava per scendere
la sera in quell’agosto del 1945 (la data era il 6?). Io, mia moglie e
il nostro figlioletto trascorrevamo l’estate a South Brooksville, nel Maine;
avevamo deciso di fare dopo cena una passeggiata fino alla baia di Penobscot,
che, al tramonto, si poteva ammirare in tutta la sua delicata bellezza. D’un
tratto ci venne incontro un uomo, sosteneva di aver sentito qualcosa alla
radio, che si riferiva a una bomba di nuovo tipo sganciata sul Giappone. Il
giorno seguente il «New York Times» fu ricco di particolari che da allora non
hanno mai cessato di angosciarci.
Il duplice orrore legato al nome delle due città
giapponesi si trasformò per me in un duplice sentimento non meno orribile: da
un lato, la sconcertante consapevolezza del limite estremo a cui si erano
spinti gli Stati Uniti, il paese che cinque anni prima mi aveva concesso la
cittadinanza; dall’altro, la realtà terrificante e disgustosa della strada che
le scienze della natura avevano imboccato. Io, che non ero mai riuscito a
staccarmi da una visione apocalittica del mondo, vedevo davanti a me la fine di
tutto ciò che significava umanità, una fine resa più vicina, o addirittura
possibile, proprio dalla professione che esercitavo. Ero convinto che le
scienze della natura formassero un tutto unico e che se una scienza non poteva
più richiamarsi alla propria innocente purezza, nessun’altra avrebbe potuto
farlo. Ormai da gran tempo non si poteva più dire che un uomo era diventato
scienziato soltanto perché voleva conoscere più a fondo la natura. Ciò avrebbe
immediatamente provocato la domanda: «Ma perché lei vuole saperne di più? Non
ne sappiamo già abbastanza?» Avremmo allora dovuto dare questa risposta, peraltro scontata: «No, non
ne sappiamo abbastanza; ma se anche siamo a questo punto, miglioreremo
certamente la natura, sapremo meglio sfruttarla. Saremo i padroni
dell’universo». E anche se non fosse stata formulata questa sciocca risposta,
sarebbe rimasta nel nostro intimo la sensazione che con questo modo di
ragionare i sedicenti miglioratori della natura se la sarebbero cavata, se non
ci fosse stata pur sempre la morte, massima correttrice di tutte le idiozie.
Non aveva forse già Bacone assicurato che sapere è potere, e Nietzsche o, più
precisamente, quelli che si erano data la pena dì testimoniare il falso su di
lui, sfruttatori del grand’uomo messo a tacere, non mi avevano dato per certo
che proprio quella era la più grande aspirazione della mia vita? Naturalmente,
per quanto mi riguarda, essi avevano torto marcio, e sono convinto che ci sia
più saggezza in uno dei racconti di Tolstoj o di Leskov che non in tutto il Novum
Organum (con Zarathustra come aggiunta).
Per conseguenza, nel 1945 mi comportai come un
bel matto sentimentale, e il signor Truman mi avrebbe potuto classificare,
senza la minima esitazione, tra quegli idioti piagnucolosi ai quali sbarrava
l’accesso al suo ufficio di presidente. Mi sembrava però che nessun uomo avesse
il diritto di ordinare tanto dolore e che le scienze, dopo aver fornito e
affilato il coltello e sostenuto la mano che lo impugnava, si erano addossata
una colpa, di cui non avrebbero più potuto scaricarsi. In quegli anni si
delineò chiaramente ai miei occhi il nesso tra scienza e sterminio. Alcuni anni
dopo il terrificante avvenimento, tra il 1947 e il 1952, cercai disperatamente,
ma senza successo, un posto in Svizzera, un paese che allora mi sembrava del
tutto bucolico. Solo più tardi e gradualmente ebbi coscienza che l’attacco
atomico a Hiroshima e Nagasaki non era stato il primo e non certo il più grande
massacro di innocenti perpetrato nel nostro tempo. I governi del mondo, amici e
nemici, avevano con il più grande successo e per motivi affatto diversi tenuta
nascosta ogni notizia riguardante le fabbriche tedesche di sterminio. Nomi come
Auschwitz, Belsen, Chelmno e il restante infernale repertorio dei centri dove
aveva regnato sovrana la morte per asfissia e erano arsi incessantemente i
forni crematori, sino a Westerbork, in Olanda, e a Yanovo, in Cecoslovacchia,
si insinuavano lentamente nel mio animo come gocce di sangue dall’inferno.
Nei primi anni di questo secolo il grande Léon Bloy
scrisse1 a proposito delle scienze (allora esse erano giganti che
non facevano paura!): «La science pour aller vite, la science pour jouir, la
science pour tuer!». [«La scienza
per andare veloce, la scienza per la gioia, la scienza per uccidere!».(n.d.r.)]
Intanto, però,
siamo andati ancora più veloci, ci siamo divertiti meno e abbiamo ucciso di
più. Gli esperimenti di eugenetica operati dai nazisti, «la liquidazione di
elementi razziali di categoria inferiore», erano conseguenze di un’analoga
mentalità, di un modo di pensare meccanicistico che in una forma esteriormente
del tutto diversa avevano contribuito a ciò che la maggior parte delle persone
considererebbe il trionfo delle scienze. La diabolica dialettica del progresso
trasforma le cause in sintomi e i sintomi in cause; distinguere tra aguzzino e
vittima è una funzione che riguarda soltanto i punti di vista. L’umanità non ha
imparato (se fossi un vero scienziato, cioè un ottimista, vi aggiungerei
l’avverbio «ancora») a frenare questo delirio vertiginoso: una progressione
geometrica di catastrofi da noi catalogate, prima ancora che accadano, sotto
l’etichetta «progresso».
Non era questo il tipo di scienza che mi prefiguravo
quando feci la mia scelta, ma ne riparlerò più avanti. Non avevo certo capito
allora che le scienze sarebbero divenute una macchina per la soluzione di
determinati problemi. E questi problemi, mentre venivano risolti con metodi
scientifici, generavano a loro volta problemi ancora più grandi, e così via.
L’anno 1945 cambiò del tutto il mio atteggiamento nei confronti delle scienze
della natura o, per lo meno, del genere di scienza che mi stava d’attorno.
Persino nei miei verdi anni ero orientato verso uno scetticismo critico: potevo
credere soltanto in quello che non mi veniva detto alla stregua di una predica,
come attestano già i miei primi articoli consuntivi, uno sulla chimica del
bacillo della tubercolosi,2 l’altro sulle lipoproteine.3 Ma
neppure io ero preparato all’orgia di esagerazioni e di vuote promesse che si
riversavano sulle scienze biologiche. E non si tratta solo di questo, perché il
nostro tempo ha inventato la comica istituzione dei think tanks; vorrei
tradurre questa espressione con le parole «acquari del pensiero»: quanti
specialisti, infatti, si vedono intenti alle loro riflessioni dietro a una
lastra di vetro! Le bolle che salgono dalle loro bocche sono le perle della
saggezza.
2. I vantaggi della scomodità
Quando ero più giovane, e la gente mi diceva ancora
qualche volta la verità, spesso mi definiva un bell’originale [Naturalmente, la lingua era l’inglese e mi si
chiamava misfit. Questa parola, usata in origine
per un vestito di cattiva taglia e riferito a persone soltanto a cominciare dal
nostro secolo, indica molto più efficacemente di «tipo strano» o «originale» un
individuo che non si adatta alla società in cui vive e che ne è respinto.], e io non potevo fare altro che
assentire con un mesto cenno del capo. Certo, tranne in pochi magnifici casi
eccezionali, non mi ero bene inserito nel paese e nella società in cui dovevo
vivere, e neppure nella lingua che dovevo per forza usare. Ma dirò di più: mi
sentivo un disadattato persino nel secolo in cui ero venuto al mondo. Naturalmente
questo è stato il destino di molti uomini nel corso della storia, e il nostro
secolo così disumano, così pieno di guerre immani, di devastazioni senza
precedenti, di odissee strazianti, ha notevolmente accresciuto l’umana miseria.
Comunque, non tutti sono nati con un sassolino nella scarpa.
L’outsider, chi fa parte per se stesso, ha però anche
grossi vantaggi: non è detto che sia del tutto spiacevole sentirsi a disagio.
Se uno viene lasciato in pace al punto di finire per trovarsi solo, ciò
significa che l’essere lasciato in pace equivale a vivere indisturbato. Poiché
nessun’altra università mi ha mai chiamato (ciò spiega assai più delle mie
abitudini sedentarie o del fascino giustamente indefinibile della Columbia
University, la mia quarantennale permanenza in questo centro di studi) mi è
stato anche risparmiato lo sconquasso di frequenti trasferimenti. Inoltre, non
avendo mai occupato un posto direttivo in una delle società scientifiche alle
quali appartengo, sono potuto sfuggire alla necessità di dover pronunciare
quelle vuote allocuzioni con cui i nostri uomini politici, di scienza, o di che
altro mai ancora, cercano di ipnotizzare la gente. Anche se non ho mai
appartenuto a una delle conventicole che in questo paese si spartiscono le
sovvenzioni per la ricerca scientifica, non posso comunque lamentarmi, perché i
loro esponenti sono sempre stati cortesi con me e non mi è mai mancato il loro
appoggio scientifico, né mai mi mancherà per lo meno fino a quando l’età, la
distanza, l’estraniamento e forse addirittura una decisione saggia non avranno
eretto intorno a me una barriera di ghiaccio. Ciononostante, se talvolta ho
pettinato qualche collega contro pelo, ne chiedo scusa: non mi ero accorto che
indossava una pelliccia.
3. L’outsider che opera all’interno
La causa prima di questo libro fu l’invito a scrivere il
capitolo introduttivo a un volume dell’«Annual Review of Biochemistry», una
serie in cui si dà il rendiconto annuale dei progressi scientifici nel campo
della biochimica. Mi fu difficile capire perché mai me lo avessero chiesto. Non
si deve intendere questo mio stupore come un esempio di modestia arrogante, ma
davvero non sono adatto a far da modello per scienziati più giovani. Ciò che
posso insegnare non può essere appreso. Non sono mai stato uno «scienziato al
cento per cento»; le mie letture erano sempre scandalosamente non
professionali; non posseggo una capace cartella diplomatica e perciò non sono
in grado di portarmi a casa, la sera, un mazzo di riviste; mi concedo lunghe
ferie. Per giunta l’elenco delle mie attività suonerebbe generalmente come una
vergogna alle orecchie degli apostoli della razionalizzazione. Non diffondo
zuccherose note di flauto dolce né ho intenzione di visitare workshops della
NATO su un’isola greca o in cima a un monte della
Sicilia. Ciò vuol dire che non sono neppure un biologo molecolare. In effetti,
la lista di tutto quello che mi manca costituisce proprio il cosiddetto «sogno
americano». Il lettore concluderà giustamente che il gradus ad Parnassum deve
essere appreso prendendo esempio dai passi di qualcun altro. Tutto sommato, ho
sempre cercato di salvaguardare la mia condizione di dilettante.4 Dubito
persino di soddisfare alla mia stessa definizione di buon maestro: il buon
maestro ha imparato molto e ha insegnato ancora di più. Di una sola cosa sono
convinto: un buon maestro può avere soltanto scolari apostati, e sotto questo
riguardo ho fatto forse qualcosa di buono.
Spesso mi è piaciuto definirmi un outsider che opera
all’interno delle scienze. I custodi del santo Graal diranno, non a torto, che
possono benissimo fare a meno di simili outsider. Può essere, ma la scienza ha
bisogno di loro. Qualsiasi attività dello spirito umano ha provocato in ogni
tempo voci di critica provenienti dalle stesse file di coloro che la praticano;
e alcune discipline scientifiche come, per esempio, la filosofia consistono in
gran parte di critiche a tentativi precedenti e di valutazioni dei concetti che
sottendono quei tentativi. Oggi solo le scienze della natura sono diventate
presuntuose, sonnecchiano beate nella loro euforica ortodossia e
sprezzantemente non si curano delle poche timide voci di avvertimento; ma
queste voci annunciano forse future tempeste. Talvolta gli uccelli, presagendo
bufere, volano qua e là timorosi, portati da venti che gli uomini non sentono
ancora.
La nostra scientifica società di massa non ha grande
simpatia per gli outsider. In nessun luogo, però, la punizione per chi violi,
sia pure minimamente, una norma stabilita da forze occulte è più dura che negli
Stati Uniti. Ho trascorso la maggior parte della mia vita in America, dove ho
svolto anche la mole principale del mio lavoro di ricerca e quasi tutta
l’attività di insegnamento. Se talune delle mie osservazioni scientifiche o
anche di carattere generale ha qualche validità, lo si saprà forse più tardi.
Comunque non ho trovato molte persone disposte ad ascoltarmi e ciò stava
probabilmente in rapporto direttamente proporzionale alla lontananza in cui mi
venivo a trovare dal luogo di residenza: durante i miei numerosi viaggi ho
sempre potuto constatare che, curiosamente, la fama della mia università tanto
più cresceva quanto più mi allontanavo da New York. In paesi dove non c’era
neppure acqua corrente la Columbia era l’unica università di cui la gente
avesse sentito parlare. Per esempio, in una zona interna del Giappone,
circondata da belle foreste e da cascate d’acqua, il superiore di un monastero
mi disse che avrebbe desiderato far conoscenza, almeno una volta nella sua
vita, di un professore della Columbia University. Esaudito finalmente il suo
desiderio, insistette per una fotografia che ci ritraesse insieme. Aggiungo,
per inciso, che sulla fotografia lui ha un’aria molto più intelligente della
mia.
Ho sempre considerato fuori luogo le lamentele dei
profeti sulla loro personale assoluta inefficacia (sebbene neppure io sia stato
esente da tale errore): la caratteristica autentica di un profeta consiste
nell’essere inascoltato.
4. Una brutta
notte per un bambino piccolo
Ho cominciato a scrivere queste righe a mezza strada,
direi, della mia vita. Sono nato l’11 agosto 1905 a Czernowitz, che in quel
tempo era capoluogo di provincia della monarchia austriaca. Appartenendo alla
classe 1905, ero troppo giovane per la prima guerra mondiale e troppo
vecchio per la seconda, un fatto, questo, che non mancò di influire sul corso
della mia vita.
La mia infanzia è stata serena e priva di ostacoli,
perché sono cresciuto negli ultimi bagliori di un’epoca tranquilla, illuminata
dal sole, un’epoca che doveva ben presto finire. Ero il primogenito; una
sorellina venne cinque anni più tardi, e quando mi mostrarono il nuovo
fagottino, lo guardai con ebete stupore.
Quando in altre biografie leggo di oppressione e di odio
in seno alla famiglia, di complessi, di disturbi di vario genere sofferti negli
anni giovanili, provo un sentimento quasi di vergogna pensando alla mancanza
assoluta di questi fattori negativi nella mia infanzia trasognata. Amavo i miei
genitori e ne ero contraccambiato; erano buoni con me e mi aiutavano quando ne
avevo bisogno. Se mi fosse stata offerta l’occasione, anch’io avrei fatto
altrettanto, ma morirono prima che potessi essere per loro di valido aiuto.
Ho sempre provato grande compassione per i miei
meravigliosi genitori, che avevano trascorso una vita più dura della mia. Come
possa accadere - e succede spesso - che un bambino piccolo soffra per i suoi
genitori, non ve lo so dire. è
stato il mio caso. A ogni modo, occupavo un posto davvero singolare in
famiglia: sin dall’età di sei anni, i miei genitori non nascondevano la loro
ammirazione per me.
Mio padre, Hermann Chargaff (1870-1934), aveva ereditato
da mio nonno un modesto capitale e una ancor più modesta banca privata. Aveva
iniziato gli studi di medicina all’università di Vienna, ma dopo la morte
prematura del nonno dovette rinunciare al suo proposito di diventare medico.
Mia madre si chiamava Rosa Silberstein, era nata nel 1878 e morì solo Dio sa
dove e quando, perché nel 1943 fu deportata da Vienna e scomparve nel nulla. [Una canaglia di medico viennese e un console
americano senza cuore le impedirono con tutte le loro forze di raggiungermi a
New York prima dello scoppio della guerra.] Continua a vivere, però, come una dolce e indulgente
figura di donna nei miei ricordi infantili. Più di ogni altra persona, che ebbi
la ventura di conoscere, la mamma seppe incarnare ciò che in latino si
definiva, attingendo alle radici profonde della lingua, con la parola
«misericordia».
Posso ancora vederla, ancora è ritta davanti a me nelle
belle vesti femminili in uso agli inizi del secolo: lunghe gonne, ampi
cappelli, adornata da una tremula guarnizione di crespo (è il pianto della sua
veste o il pianto dei miei sognanti occhi di fanciullo?), graziosa, mesta
figura di giovane donna. Ben delineata è l’immagine, eppure, mentre solleva con
la mano sinistra un lembo della sua lunga gonna, sembra dipinta su onde.
Quando, molto tempo fa, vidi il film di Visconti Morte a Venezia, la mia
memoria tornò d’un colpo melanconicamente indietro negli anni, fu l’irreale
conoscere dell’inconoscibile: vidi mia madre giovane in una sequela di immagini
identiche, scosse da un tremito nella densa foschia, poi la figura si mosse
lungo la spiaggia nebbiosa, scivolando dietro uno schermo di lacrime.
Quanto a mio padre, lo ricordo come un uomo relativamente
giovane che, due volte diverso da me sotto questo aspetto, aveva un
temperamento gioviale e un bel paio di baffoni. Mantenne queste due
caratteristiche per tutta la sua vita. La sua salute era però fragile, gli anni
duri e spietati, che ebbero inizio con lo scoppio della prima guerra mondiale,
erano più di quanto egli potesse sopportare. Sotto molti punti di vista, mio
padre era un tipo austriaco del buon tempo antico, un uomo cresciuto in tempi
più miti e incapace di cavarsela con la violenza, la guerra, l’inflazione,
l’impoverimento. Era un buon violinista, ma una lesione a una mano gli impedì
di suonare nella seconda metà della sua vita. Ho ancora un vivo ricordo della
sua biblioteca: i libri erano disposti in una gigantesca libreria con decorazioni
di cattivo gusto e chiusa da antine di vetro; la parte centrale dell’armadio
era occupata da una grande opera di consultazione, il Meyers Grosses
Konversationslexikon, in 24 volumi. Fanciullo assetato di sapere sino a
rendermi quasi ridicolo, trassi la maggior parte della mia precipitosa
erudizione proprio da quella solida enciclopedia. Si aggiunsero poi i
cosiddetti classici (Goethe, Schiller, Lessing, e anche Shakespeare, per quel
che ricordo, nell’infelice traduzione del Dingelstedt), libroni in quarto con
pesanti decorazioni in oro, figure e ritratti, e testo riccamente illustrato
con tutto il pessimo gusto, tipico dell’epoca dei «fondatori». C’erano però
anche le buone e seriose edizioni Cotta dei classici tedeschi, che conservo in
parte ancora, per esempio Kleist, E.T.A. Hoffmann, Platen e Chamisso. Questi
libri e l’orologio d’oro di mio padre: ecco tutto ciò che ho ereditato.
Fin da bambino mi arrabbiavo nel vedere spesso il mio
cognome scritto in modo sbagliato, ma questo voleva anche dire che portavo un
cognome raro o addirittura unico: in gioventù, quando visitai molti paesi, ho
consultato centinaia di elenchi telefonici, senza mai trovare il cognome
Chargaff. Mio nonno fu Isaak Don Chargaf (1848-1903) - così il nome era scritto in un
documento che ebbi modo una volta di vedere - e una delle nostre leggende di
famiglia, peraltro terribilmente opinabili, diceva che i miei antenati di sesso
maschile avevano sempre «Don» come secondo cognome. Se questo significa che i
Chargaff sono originari dalla Spagna, lo ignoro e neppure so se la doppia «f»
alla fine del cognome sia dovuta a una sorta di tedeschizzazione, un’allusione
predarwiniana al mio capostipite. Devo aggiungere che non ho mai nutrito
particolare interesse per gli alberi genealogici, essendo giunto alla
conclusione che basta un po’ di sforzo perché sia sempre possibile far risalire
la propria origine a Enea, a Guglielmo il Conquistatore, a Lucas Cranach il
Vecchio o, nel caso opposto, a Rabbi Katzenellenbogen [Cognome molto diffuso nell’ebraismo ashkenazita,
qui sta a significare un illustre sconosciuto. (n.d.r.) ]
.Quando venni al mondo, i miei genitori si trovavano in
buone condizioni economiche e la mia famiglia avrebbe potuto essere annoverata,
per usare una sgradevole classificazione attuale, al ceto medio superiore. Più
tardi, il capitale della banca si ridusse a zero, soprattutto perché mio padre
si era fidato erroneamente dei suoi collaboratori e clienti; nel 1910 liquidò
l’impresa e dovette cercare un’occupazione. Secondo un’altra favola di famiglia
- non so fino a che punto credibile - unaa parte del danaro sottratto, o comunque
scomparso, prese la rotta d’oltreoceano, verso gli Stati Uniti, dove contribuì
ai primi clamorosi successi di Hollywood. Avrei voluto immaginarmi un migliore
uso dell’ex patrimonio familiare.
Intanto volgevano alla fine i primi anni, ultimi di
un’epoca di pace, di un secolo, che doveva passare alla storia (se ci sarà
ancora una storia) come il secolo degli stermini di massa. Non ho vissuto gli
anni della guerra boera e di quella russo-giapponese, ma sin dall’età di sette
anni tutta la mia vita è stata accompagnata da un’incessante bufera di
bollettini di guerra, di quotidiani bilanci di cadaveri, di storie di
uccisioni. Il primo film che ho visto, una rassegna settimanale di attualità
nel 1912, mostrava un treno militare nella guerra dei Balcani; la locomotiva
sembrava venirmi addosso dallo schermo con spaventosa velocità, accresciuta
dall’accompagnamento martellante del pianoforte. In anni più maturi la scienza mi
parve un rifugio che mi metteva al riparo dagli orrori, ma questi mi hanno poi
raggiunto di nuovo.
Della mia città natale ho un ricordo nebuloso; mi si
presentano alla mente soprattutto i colori: il nero e il rosa, i costumi
festosamente chiari e luccicanti dei contadini ruteni, gli uzuli, mentre si
recano al mercato, e poi il parco del palazzo vescovile: non ho più visto in
vita mia un verde così intenso. Czenowitz, definita da un rapporto
dell’esercito sovietico in occasione della sua conquista nel marzo 1944 «città
ucraina di provincia e importante centro industriale», non aveva in quel tempo
queste prerogative, ma era soltanto una tipica città provinciale dell’Austria
vecchia maniera. Quanto all’assolutismo imperiale, molto temperato dalla
sciatteria, si poteva notare a Czenowitz solo quest’ultima, cioè la sciatteria.
La casa a due piani, due ali e un cortile lastricato,
era un vecchio edificio, le stanze avevano alti soffitti e grandi finestre, e
attraverso l’arco del portone d’ingresso si scorgeva la tranquilla
Franzensgasse. Ospitava pochissime famiglie, forse tre o quattro.
L’appartamento sopra il nostro era occupato da un benestante (la gente che
usava il nostro dialetto, che era poi quello di Francesco Giuseppe, parlava di
un Grossgrundbesitzer, grande proprietario terriero). Nell’ala
dirimpetto viveva il padrone di casa, una specie di vicario vescovile
greco-ortodosso con numerosa famiglia; tutto si agitava come foglia al vento in
questo signor Bežan: il suo ampio mantello da ecclesiastico pieno di macchie
d’unto, la sua barba bianca. Ancora molti anni dopo mi figuravo il Signore
Iddio del tutto simile a lui, che sul balcone usava esprimere ad alta voce, e
in rumeno, i suoi rimbrotti.
Il giardino dietro la nostra casa: come mi sembrava
grande allora, e misterioso e pauroso! Ma in quel giardino c’era di tutto,
persino una collinetta, sulla quale era costruita un’edicola di legno, la
cosiddetta «pergola» e, sotto, la grotta più meravigliosa del mondo, la più
buia, quella percorsa dalla maggior quantità d’acqua. Mai avrei osato misurare
la sua oscura e umida profondità, le pietre intrise d’acqua riflettevano la
nitida notte. Quando il bussare del commendatore si diffonde nella sala dei
banchetti di Don Giovanni, avvertiamo nella musica il brivido del mondo dei
morti trasposto nella vita di tutti i giorni: così mi ricordo ancora di quella
grotta con i suoi aspetti gradevolmente temibili. Là giocavo, quasi sempre da
solo, e tutti i pericoli di una cavalleria che si faceva scudo di coperchi di
cartone erano rivissuti con cuore trepidante nel modo terribilmente serio di un
fanciullo assorto. Precocemente insensibile alla realtà, vivevo in un mondo
che mi ero creato e che, anche se non era allestito così a puntino come
l’Orplid di Mörike o il mondo di sogni delle creature delle sorelle Brontë,
rappresentava soltanto il frutto delle mie fatiche, perché avevo pochi amici.
Ancora sento la voce di mia madre scaturire teneramente
dalla sua tomba sconosciuta. Ancora la vedo sulla soglia della cucina vigilare
sui giochi dei bimbi, buona e paziente, smarrita e sempre un po’ stanca, con i
suoi begli occhi scuri, incastonati nel suo largo viso; i folti capelli sono
raccolti in un’alta pettinatura: unica concessione, durante il giorno, al
contegno di donna sposata, che si esigeva in quel tempo. «Erwinchen», grida al
piccolo di tre anni, che tenta di salire sulla collinetta nel giardino,
«Erwinchen, non fare l’alpinista!». Fu così che non diventai mai uno scalatore.
A quel che si dice, ho cominciato molto tardi a parlare, un ritardo, questo,
cui certamente ho posto rimedio nel corso della mia vita.
Tutte le maggiori città della monarchia asburgica si
rassomigliavano l’una all’altra come componenti di una stessa famiglia e,
nonostante il turbinoso corso della storia più recente, hanno sempre mantenuto
questa caratteristica. Alcuni anni fa ho visitato Zagabria, in Croazia, e mi è
parso di vedere la mia città natale: il medesimo stile eclettico - una sorta di
Rinascimento erariale - del massiccio teatro comunale al centro di una grande
piazza, l’università, il palazzo di giustizia, il ginnasio-liceo, i giardini
pubblici. Purtroppo i manovratori dei tram non soffiano più in una trombetta,
ma le vetture sono le stesse della mia fanciullezza. Il caffè principale si
affaccia ancora sulla piazza del teatro. Penso che lacrime simili alle mie, di
malinconica riscoperta, riempiano gli occhi degli americani, quando al centro
di Yokohama si imbattono in un Hotdog Emporium o in un Hamburger
Haven. Ma dai caffè austriaci traspariva una cultura più raffinata.
Poi venne il 1914. Trascorremmo l’estate a Zoppot, sul
Baltico. Un pomeriggio di fine giugno eravamo seduti su un campo di tennis e
osservavamo il gioco dei figli più giovani di Guglielmo lì; d’un tratto giunse un aiutante che sussurrò qualcosa
nelle auguste orecchie, i giovanotti (che indossavano golf bianchi con aquile
nere) buttarono via le racchette e se ne andarono: l’arciduca Francesco
Ferdinando era stato assassinato. Questa fu la vera fine del XIX secolo: mai più si sarebbero accese le lampade
che allora venivano spente. La prima guerra mondiale fu lo spartiacque, o
meglio lo spartisangue, tra due epoche.
Quando l’estate finì e dovemmo tornare, non avevamo più
una casa: l’esercito russo si accingeva a occupare Czernowitz. Andammo allora a
Vienna, nella città che ho sempre considerato sotto molti aspetti come la mia
città natale. Del resto, mio padre è sepolto a Vienna e da Vienna i nazisti
hanno deportato mia madre.
5 Stazione
sperimentale della distruzione del mondo
La monarchia austro-ungarica, la luce del cui tramonto
potei appena vedere, era un’istituzione unica nel suo genere. L’abilità degli
Asburgo nel contrarre matrimoni, immortalata da un celebre esametro, [Bella gerant alii, tu, felix
Austria, nube! (Facciano pure
altri le guerre, tu, Austria fortunata, concludi matrimoni!). Il matrimonio
era, in sostanza, la continuazione della guerra con altri mezzi.] aveva, per la verità, ben poco
a che fare con quella sua unicità, e tanto meno la famosa cordialità viennese,
la quale non di rado è soltanto una sottile crosta che spesso nasconde una
inciviltà davvero bestiale. Il principe Metternich (il Kissinger del XIX secolo, ma di aspetto, se si vuole, più bello)
non era certo responsabile, come non lo erano neppure Haydn, o Mozart o
Schubert, Stifter, Nestroy o Trakl. L’impero - umanizzato non tanto dai suoi
padroni tedeschi o ungheresi, quanto, e molto di più, dalle componenti slave
soggiogate - era effettivamente tenuto insieme dalla patina formatasi più o
meno casualmente nel corso di molti secoli. Quando cominciai ad aprire gli
occhi e a osservare quella sorta di involucro, la monarchia era in una
condizione di equilibrio oltremodo instabile. A questo proposito mi viene in
mente un bel passo contenuto in una lettera di Heinrich von Kleist, datata 16
novembre 1800. Kleist era passato poco prima sotto un arco: «Perché la volta
non crolla, se non ha alcun sostegno? Questo è possibile, risposi, perché
tutte le pietre vogliono crollare insieme...» La tranquillità antoniniana
della tarda monarchia era naturalmente fittizia, ma come ogni altra finzione
che si rispetti aveva una sua propria vita. Era certo che l’impero sarebbe
crollato, ma la sua scomparsa non avrebbe contribuito al sorgere di un mondo
migliore.
Non sono mancati tentativi - raramente, però, coronati di successo
- di descrivere ciò che significava vivere, e per di più a
Vienna, gli ultimi anni della monarchia austriaca. L’odore che emanava dagli
edifici della pubblica amministrazione, una mescolanza di rose appassite e di
urina fermentata, non posso farlo rivivere se non nei sogni; l’unione di
sciatteria disinvoltamente esibita, di giovialità da sicofanti e di selvaggia
brutalità era, a dire il vero, impareggiabile, quanto la ricerca istintiva di
una via di mezzo e del mostrarsi disponibili proponendo e accettando un
compromesso, purché questo recasse vantaggi al partito che lo proponeva.
Penso, però, che ogni «basso impero» sia destinato a sviluppare analoghi canali
di beata degenerazione. Benché fossi ancora soltanto un bambino, divenni ben
presto un osservatore non disattento; i miei occhi si erano aperti per tempo.
Un giorno del 1915 o del 1916, rovistando tra i libri di
mio zio, mi capitò tra le mani l’ultimo fascicolo della «Fackel», il periodico
edito da Karl Kraus e già allora scritto interamente da lui. Avevo sempre letto
con avidità cose che non mi riguardavano e perciò cercai, anche in questo caso,
di capire il contenuto di quel numero, ma non fu un’impresa facile, per giunta
il testo era cosparso di macchie bianche: la censura aveva infuriato, poiché
Karl Kraus, il più grande scrittore satirico e il maggior polemista del nostro
tempo, criticava coraggiosamente la guerra e la società che l’aveva provocata.
Nessuno ha più di lui influito sugli anni della mia adolescenza; i suoi
insegnamenti morali, la sua visione dell’umanità, della lingua e della poesia
si sono radicati profondamente nel mio cuore. Fu Karl Kraus a rendermi così
sensibile contro i luoghi comuni e le banalità, a insegnarmi che i vocaboli hanno
bisogno di tutte le nostre cure, quasi fossero bambini inermi, che dovevo
soppesare infine le conseguenze di ciò che dicevo come se da esse dipendesse la
vita di noi tutti. Nei miei anni giovanili Kraus ebbe la funzione di una sorta
di edizione in miniatura del giudizio universale. Questo scrittore apocalittico
- il titolo del presente capitolo deriva dal suo elogio funebre in onore
dell’arciduca Francesco Ferdinando («Fackel», nn. 400-403, pag. 2) - fu veramente il mio unico maestro, e quando, molti anni
dopo, dedicai alla sua memoria una raccolta di saggi,5 pagai solo
in piccola parte un debito di riconoscenza. Alcune persone, che non lo
conoscevano affatto mi chiesero una volta se egli era stato uno dei miei primi
maestri di scuola. Risposi di si.
Ciò che imparai da Kraus stava soprattutto in rapporto con i suoi atteggiamenti verso la parola
parlata e scritta. A ogni modo furono questi gli insegnamenti che maggiormente
si incisero nella mia mente durante la giovinezza, perché prendiamo dagli altri
ciò che già si trova in noi stessi. Kraus ravvisava nella lingua lo specchio
dell’animo umano e nel suo abuso il segno premonitore di azioni nere e malvage.
Aruspice della parola scritta e grammaticalmente ordinata, preconizzava i
futuri tempi della barbarie e del sangue, esaminando le viscere della stampa
quotidiana, la quale, dal canto suo, ricompensava il suo maggiore critico con
una congiura del silenzio che doveva durare per tutta la vita di Kraus. Centinaia
di saggi magistrali, un miracolo di stile e di pensieri, in cui batte il cuore
della lingua, libri e lavori teatrali, sette volumi di poesie, le Parole in
versi, tre collezioni di aforismi: tutta questa produzione la stampa
cercava di seppellirla in una muta miserabile tomba. Paradossalmente, questa
specie di silenzio mortale si interruppe insieme con la vita della vittima:
sono all’opera forze arcane che trovano espressione, non compiutamente però,
nell’antico adagio veritas praevalebit. La congiura di cui ho parlato,
questa intesa automatica governata dall’istinto, non era naturalmente una specialità
viennese; ho conosciuto anche in altri paesi analoghe azioni di camarilla,
portate a termine con successo, per esempio nel caso di uno dei maggiori
critici della letteratura contemporanea, Francis R. Leavis, recentemente
scomparso. E molti anni dopo, in preda a improvvisi effimeri attacchi di
megalomania, anch’io ho avvertito il soffio di quello stesso malvagio respiro.
Una volta vissi l’Austria nella sua gloria passata; fu
quando nel 1916 passò a miglior vita l’imperatore Francesco Giuseppe, ormai un
vegliardo, e le sue spoglie furono tumulate con tutta la greve solennità del
barocco spagnolo. Quello spettacolo mi impressionò profondamente, anche se si
trattava forse soltanto della copia incartapecorita di un El Greco originale.
Ancora molte settimane dopo, vedevo muoversi al trotto, nei miei sogni, i
destrieri senza cavaliere.
Un avvenimento molto più importante, di cui serbo vivo
ricordo, risale all’anno seguente. Mi riferisco, naturalmente, alla rivoluzione
russa. In quel tempo avevo dodici anni e già leggevo regolarmente il più
autorevole giornale di Vienna, la «Neue Freie Presse», i cui squallidi articoli
di fondo avevano accompagnato la guerra sanguinosa e il fatale crollo
dell’Austria-Ungheria. Mi ricordo di aver letto qualcosa su Kerenskij, e, più
tardi, su Lenin e anche su Trockij (con i figli di quest’ultimo mia moglie era
solita giocare, quando era piccola, nella Vienna d’anteguerra). Parole come
Palazzo d’Inverno, Brest Litovsk e Kronstadt emergono ancora non so come dalla
nebbia davanti ai miei occhi. Con sciocco interesse seguivo i quotidiani
resoconti sulla conferenza, che doveva escludere la Russia come potenza
belligerante; intuivo di essere testimone del più grande avvenimento del nostro
secolo, oppure ero più interessato alla mia divisa di piccolo esploratore e al
diritto, che ne derivava, di salutare i generali, quando si trattenevano a
Vienna in licenza dopo qualcuna delle loro numerose sconfitte? Non so proprio.
Fui educato in uno degli ottimi licei che esistevano
nella Vienna di allora, il liceo «Massimiliano», nel nono distretto. Quanto ai
contenuti l’insegnamento era limitato, ma di qualità eccellente. Mi piacevano
soprattutto le lingue classiche e le studiavo con grande profitto. Avevo
insegnanti validissimi e non ho mai dimenticato il loro nome: latino,
Lackenbacher; greco, Nathansky; tedesco, Zellweker; storia, Valentin Pollak;
matematica, Manlik. Queste erano le materie principali; tranne un po’ di
filosofia, pochissima fisica e una risibile dose di cosiddetta «storia
naturale», la chimica e le altre scienze naturali erano inesistenti.
Appartenevo a quella sgradevole genia di ragazzi che a scuola si sente a
proprio agio, avevo buona memoria e imparavo con facilità.
Il teatro viennese, e specialmente il Burgtheater,
avevano conosciuto nel XIX secolo
autentici splendori, ma io vidi soltanto gli ultimi bagliori di una grande
epoca; rammento tuttavia la mia prima Ifigenia con Hedwig Bleibtreu. La
musica, invece, era ancor sempre meravigliosa: serate indimenticabili alla
Hofoper, più tardi chiamata Staatsoper, con la Jeritza nei panni di losca, Mayr
in quelli di Leporello, Richard Strauss come direttore delle opere di Mozart o
delle sue proprie, con Franz Schalk nel Fidelio e, più tardi, le
terribili lotte con la «banda Stieglitz», una claque semiufficiale che
tiranneggiava quanti facevano correttamente la coda per i posti in piedi.
Indimenticabili anche i pomeriggi con il quartetto Rosé o con i Philarmoniker
sotto la direzione di Nikisch, Weingartner o Bruno Walter. A quell’epoca mi
erano quasi sconosciuti Schönberg, Webern e Berg; il pubblico si spingeva con
riluttanza fino a Gustav Mahler, ma non andava oltre.
In ogni modo, vale la pena di osservare come la vita
culturale fosse divisa in strati: tranne, forse, che per la letteratura,
vivevamo più nel passato che nel presente. Lungo la strada per il liceo passavo
quasi ogni giorno davanti a una casa nella Berggasse, dove una targhetta
sull’ingresso indicava l’orario delle visite del «dr. S. Freud». Allora il nome
di Freud non mi diceva nulla: non avevo ancora sentito parlare dell’uomo che
aveva scoperto nuovi continenti dell’anima continenti che probabilmente
sarebbe stato meglio non scoprire.
Certo, intorno a me era stato compiuto in molte
discipline (filosofia e linguistica, storia dell’arte, economia e matematica,
per citarne alcune) un buon lavoro, ma tutta questa attività sfuggiva alla mia
conoscenza. E anche se, in seguito, ebbi qualche contatto con il circolo filosofico
di Vienna (presi parte, per esempio, a una delle conferenze di Schlick), solo
dopo essermi trasferito a New York mi divenne familiare il nome di
Wittgenstein.
Il sapore della vita di Vienna in quel tempo può essere
colto in alcuni romanzi, come L’uomo senza qualità di Musil o La
marcia di Radetzky di Joseph Roth, ma anche dagli schizzi di Peter Altenberg.
La storia della cultura e del pensiero austriaco si trova compendiata in un
ottimo libro, che il mio amico Albert Fuchs ha condotto a termine poco prima
della sua morte.6
6. Il bosco e i suoi alberi
La malattia infantile della mia generazione in fatto di
letteratura - una risibile ammirazione per i puerili racconti avventurosi di
Karl May - l’ho superata per tempo. Già da bambino ero un lettore
instancabile; quando entrai al ginnasio superiore, avevo già fagocitato la
maggior parte della letteratura classica occidentale. Benché il tedesco, oltre
al russo, sia la lingua più adatta a essere tradotta, molte delle traduzioni
che ho letto, sono con tutta probabilità qualcosa di atroce. Sono giunto a
questa conclusione dopo aver riesaminato di recente tre opere che avevo letto
con estrema avidità all’età di dodici anni, preso da un’insensata esaltazione.
Le posseggo ancora, le ho davanti ai miei occhi, queste grandi falsificazioni
di tutto ciò che i poeti, loro autori, hanno sentito ed espresso: La divina
commedia, l’Orlando furioso, la Gerusalemme liberata. -Ma lo stesso si può dire
probabilmente anche per Guerra e pace o per I viaggi di Gulliver e
per innumerevoli altre traduzioni da molte lingue, traduzioni che contribuirono
a introdurmi affrettatamente nella letteratura del passato e del presente. Solo
il francese non ho mai letto in traduzione. Molto più tardi, dopo avere appreso
diverse altre lingue, mi resi conto fino a che punto quasi tutte le traduzioni
tradivano lo spirito dell’autore. Se leggiamo Ronsard o Goethe o Blake in
traduzioni, abbiamo la stessa impressione che ci prenderebbe ascoltando, per
esempio, una trascrizione per ocarina della Messa in si minore. Per quanto
concerne il tedesco, esistono due grandi eccezioni, la Bibbia di Lutero (nelle
sue prime edizioni) e la traduzione di molte tragedie di Shakespeare da parte
di A. W. von Schlegel: in esse avverti la mente e il cuore di chiunque abbia
come madrelingua il tedesco. Ma la mia vera attività di lettore ebbe inizio nel
1920, quando mia madre mi regalò niente di meno che le opere complete di Goethe
in sedici volumi nella bella edizione della casa editrice Insel. Questi libri
sono ancora li, molto letti, su uno scaffale della mia libreria, anche se la
legatura in tela e la colla del dopoguerra hanno da gran tempo rinunciato alla
loro funzione. Oltre a Karl Kraus, che ho già nominato, altri due scrittori, entrambi
scandinavi, hanno lasciato un solco profondo nel mio animo durante gli anni
della prima giovinezza: Knut Hamsun e Søren Kierkegaard. Il primo romanzo di
Hamsun che ebbi modo di leggere fu Misteri: la controllata franchezza,
la preponderante riservatezza, il conservatorismo radicale, la poesia
dialettica di questo notevole scrittore, sotto molti aspetti frainteso, hanno
accompagnato la mia adolescenza. Per diversi motivi, Hamsun non ha mai occupato
presso i lettori inglesi la stessa prestigiosa posizione che gli uomini della
mia generazione gli hanno assicurato in Austria e in Germania. Quanto
all’America posso ben comprendere la mancanza di simpatia, perché Hamsun,
quando era un manovratore del tram a Chicago, apparteneva al novero dei primi
apostati del sogno americano.
A un ancora più grande dialettico della vita interiore,
a Kierkegaard, giunsi per una strana via traversa. Quando avevo quindici o
sedici anni, lessi qualcosa nella «Fackel» che richiamò la mia attenzione su
un periodico filosofico-letterrario non molto noto, edito - circostanza davvero
insolita - a Innsbruck. «Der Brenner», cosi si chiamava la rivista, veniva
pubblicato a intervalli irregolari da Ludwig von Ficker, un autorevolissimo,
disinteressato maieuta di grande letteratura. «Der Brenner» era una rivista
straordinaria, forse la migliore del suo genere; vi fu pubblicata per la prima
volta la produzione poetica di Georg Trakl, un autore austriaco di notevole
importanza, e vi trovò spazio anche il filosofo Ferdinand Ebner, dal pensiero
profondo e non facilmente comprensibile. Tra i regolari collaboratori del
periodico figurava Theodor Haecker, forse il più significativo scrittore e
polemista, accanto a Bernanos, del cattolicesimo moderno Fu un saggio di
Haecker a dischiudermi Kierkegaard, e io lessi con più entusiasmo che
comprensione dapprima Aut-aut, poi Timore e tremore, ambedue in
una traduzione che snaturava pedantemente il testo. Quando, come tuttora faccio
qualche volta, sia pure con il povero aiuto di un vocabolario danese, leggo la
prosa di Kierkegaard (i suoi diari, le sue prediche o le pagine di fiamma
vivissima pubblicate sul periodico «Ojebliket»), come mi addolora constatare
che una nera coltre fumosa di fredda razionalità copre tutto il mondo! Dove
possono trovare giovani menti trasognate l’angusto spiraglio per sfuggire, sia
pure per una breve notte, a questo mondo che essi sentono così estraneo?
Nell’hashish, in Hesse? Un secolo fa avrebbero potuto ridere con Offenbach, con
Nestroy e persino con Labiche; oggi, nel migliore dei casi, resta Woody Allen.
Forse il lettore avrà capito che sin da bambino ho
coltivato un magico e stretto rapporto con la lingua. Ho sempre amato ardentemente
le parole e i concetti che esse esprimono e per questo e per altri motivi
considero con rammarico il processo che ha fatto della linguistica una
pseudoscienza naturale, una sorta di filologia molecolare, in cui la
precisione di elementi secondari maschera l’assenza dell’essenziale... proprio
come nella biologia molecolare. Gli esperti parlano di écriture e di
«grado zero dello scrivere», ma in realtà nessuno più scrive e quelli che
sostengono il contrario, cominciano piuttosto a somigliare ai cani di Pavlov,
senonché la produzione di saliva, cioè la gioia di creare, non è condizionata
dal suono di un campanello, ma deve ormai accontentarsi di un piccolo
contratto televisivo.
La lingua, il più misterioso dono dell’umanità, viene
solitamente esaltata come la facoltà che più di ogni altra distingue l’uomo
dalla bestia. Potrei pensare ad altre distinzioni meno lusinghiere, ma comunque
non c’è dubbio che la lingua distingue l’uomo dall’uomo e è lo specchio più
fedele dell’ascesa e del declino. Spesso ho riflettuto su come un processo
così poco appariscente come la scomparsa del pronome di seconda persona thou
nell’inglese parlato abbia determinato per le popolazioni interessate un
rivolgimento maggiore di molte celebri rivoluzioni. Dio, amanti e portalettere
vengono interpellati allo stesso modo, la maestà di ciò che più ci appartiene
nell’intimo della coscienza ha ceduto a una compassata freddezza:
l’indispensabile rito dell’alternanza di vous e di tu, di Sie e
di du di «voi» e «tu» è stato sacrificato in nome di un appiattimento
grammaticale che ha logorato la sostanza poetica della lingua, i cui lirici
labirinti sono ora ammassati alla rinfusa e resi utilizzabili per tutti gli
scopi possibili. Dopo che si era arrivati a ciò, solo i poeti più grandi sono
riusciti a infrangere le barriere di un lessico esausto, erette da un
utilitarismo falsamente inteso.
Naturalmente ci saranno pure le ragioni che spiegano
questo fenomeno, ma a me interessa poco dare o aspettare spiegazioni: lunghi
anni spesi nelle «scienze di spiegazione» (così amo definire le scienze della
natura) mi hanno tolto la voglia di fornirle o di riceverle. Le spiegazioni -
se si eccettuano i fatti e le circostanze più banali - fungono da calmanti per
la nostra mente, ninnandola al cospetto dei misteri che ci circondano e ci sono
indispensabili per vivere. Anche se fossi disposto ad ammirare il moderno
concetto di «informazione biologica», una delle più discutibili ipostasi
meccanomorfe del nostro tempo, non credo che la spiegazione della scomparsa del
preziosissimo pronome sia da ricondurre a una mutazione genetica, per esempio
alla perdita di alcune purine da parte del DNA degli
inglesi.
Per questo e per molti altri motivi seguo con molte
riserve i dibattiti fra le diverse scuole della linguistica moderna: più
precisamente, quella che io chiamo linguistica molecolare, spesso definita
linguistica cartesiana, da un lato, e la linguistica behavioristica,
dall’altro. Chi sostiene che la capacità di produrre strutture sintattiche sia
innata in noi, ha probabilmente ragione. Ciò presuppone forse l’esistenza di
particolari regioni nel nostro DNA che ci «programmano» per questa
capacità o, meglio, per questa costrizione? Ne dubito: non penso che il nostro
animo lavori a transistori, vivere significa incessante intervento
dell’inspiegabile. Probabilmente, seguendo passo dopo passo la stesura di una
lirica, possiamo apprendere di più circa le origini del linguaggio che non
analizzando le strutture sintattiche [ * Si potrebbe, per esempio, trascorrere non
inutilmente alcune ore passando in rassegna le fasi e i molteplici aspetti di
senso, ritmo ed espressione attraverso i quali si è sviluppata una delle
maggIor~composjz10~ poetiche di Holderlin. A questo studio è
particolarmente adatta l’«edizione di Francoforte».] Se il ponte subitamente gettato
sopra l’oscuro abisso delle origini della vita, se l’esplosiva produzione di
associazioni, in cui non è possibile distinguere tra senso e suono, fanno di
un uomo un grande poeta o un grande attore, il bambino piccolo è probabilmente
l’una e l’altra cosa.
Se mi fosse stata concessa una seconda vita per
imparare, la dedicherei - come spesso ho detto - allo studio del linguaggio.
Posso però affermare di avere imparato più dai grandi scrittori che dai
manuali, purtroppo solo pochi poeti hanno trattato delle parole: forse non le
consideravano il loro strumento oppure non veniva a loro in mente nulla a
questo proposito. [Ci fu comunque un
grande poeta che non aveva dubbi su tale argomento. Paul Valèry, nel suo Degas
Danse Dessin, riproduce un mirabile dialogo tra Mallarmé e Degas. Questi si
lamentava amaramente del fatto che il poetare gli riuscisse tanto difficile.
Degas: «Che lavoraccio! Ho perso tutto il giorno con un maledetto sonetto,
senza andare avanti d’un passo... Eppure non mi mancano idee...». Mallarmè: «Ma
Degas, non si fanno versi con le idee... Si fanno con le parole».]
Non mancano, però, alcuni brani molto interessanti. Il
terzo atto del secondo Faust, la magica resurrezione di Elena, Bewundert
viel und vielgescholten, Helena (Elena molto ammirata e molto vituperata),
è probabilmente la più grande transustanziazione dell’antichità mitica. Il 25
agosto 1827, un giovane erudito, Cari Iken, inviò una lunga lettera concernente
questa parte del poema a Goethe, che gli rispose il mese seguente. Queste due
rimarchevoli lettere, peraltro non sufficientemente note, mi hanno insegnato
molte cose sulla creazione del linguaggio. Anche i saggi così concettosi raccolti
da Karl Kraus nel suo libro La lingua gettano fasci di luce sui processi
creativi di cui si trova intessuta la lingua.
Non a caso, le centinaia di ipotesi formulate negli
ultimi duecento anni intorno all’origine del linguaggio sono del tutto simili
alle congetture più recenti, e non meno infruttuose, sull’origine della vita. è un vecchio artificio di
prestidigitazione pseudoscientifica spacciare il «potrebbe-essere-stato»
dimostrabile sperimentalmente per un «è stato» non trattabile in via
sperimentale: così si finisce di solito con chiamare «vita» ciò che vita non è,
e «lingua» ciò che non è lingua. Il tentativo di definire l’indefinibile, di
risalire all’origine delle origini, porterà sempre alla banale constatazione
che le scienze sperimentali non sono scienze storiche e che anzi sono persino
meno filosofiche della filosofia attuale. Goethe, il cui pensiero come
naturalista è stato così spesso vilipeso dagli idioti, ha detto ciò che è
necessario dire una volta per tutte: «Das schönste Glück des denkenden Menschen
ist, das Erforschliche erforscht zu haben und das Unerforschliche ruhig
verehren». [«La più grande fortuna
dell’uomo pensante consiste nell’aver esplorato 1’splorabife e nell’onorare in
tutta pace l’inesplorabile».]
Spesso passeggiavo la sera e durante la notte con il mio
amico Albert Fuchs nelle belle vie di Vienna e discorrevamo all’infinito
sull’arte dello scrivere e ci chiedevamo perché mai un testo riuscisse a
esprimere qualcosa di autentico e una poesia fosse vera poesia. Stabilimmo una
distinzione tra «eloquio» ed «espressione» e giungemmo alla conclusione che
soltanto il genio può «esprimere», mentre ogni persona di talento riesce a
«esternare» qualcosa. Ho sempre conservato, in parte, tale distinzione e vorrei
dire che solo ciò che viene «detto» può essere tradotto, ma non ciò che viene
«espresso», per questo motivo Thomas Mann è facilmente traducibile, mentre,
per esempio, Stifter o Rimbaud non lo sono.
Poiché Karl Kraus mi aveva insegnato che le parole
possono essere molto difficili, mi sono sempre rammaricato del mio forzato
distacco dalla lingua in cui mia madre mi parlava quando ero bambino. Così non
mi sono lasciato mai strappar via dalla lingua tedesca e mai neppure le ho
dichiarato guerra, tuttavia un certo estraniamento è inevitabile, non
compensato certo dal fatto che nel frattempo ho imparato alcune altre lingue. A
quattro anni parlavo una di queste, il francese, meglio di quanto mi riesca ora
(ne avevano la responsabilità alcune Fräuleins di Friburgo o di
Neuchatel). Ci sono segreti legami tra lingua e cervello. Ai giorni nostri il
modo spietato e brutale di usare la lingua, quasi fosse soltanto un comodo
strumento per trattare con la clientela, la via più breve dal produttore
astuto al consumatore ingenuo, mi è sempre parso il sintomo più minaccioso di
un incipiente imbestialimento Provo spavento nell’osservare come una
progressiva afasia, non attribuibile a modificazioni organiche, sembri cogliere
un numero sempre maggiore di persone, al punto da renderle incapaci di
esprimersi in altro modo se non mediante un roco abbaio e un monotono rozzo
berciare. [Ora ci sono molti che in
inglese se la cavano con dodici lettere dell’alfabeto: tre vocali e nove
consonanti, con le quali si possono formare le tre parole fondamentali del loro
vocabolario ]
Il dono della lingua, ben difficilmente spiegabile con
la selezione naturale, è il vero attributo dell’essere che diventa uomo ed è
quanto mai raccomandabile riprendere questo dono poco prima che ricomincino a
spuntare le code.
7. Il mondo in una voce
Quando le conseguenze della guerra mondiale -
frazionamento dell’impero, carestia, svalutazione - divennero meno sensibili,
Vienna e la sua appendice, la repubblica austriaca, si apprestarono a
promuovere il turismo. Stranieri ben provvisti di valuta («stranieri con forte
potere di acquisto», come venivano definiti con una locuzione un po’ comica)
si videro imbandire una bella dose della ben nota «cordialità» viennese, una
materia prima piuttosto rara in altri tempi, quando si trattava di una specie
ben diversa di forestieri, per esempio di poveri sarti boemi o di cuoche
polacche. Ora si organizzavano festival in ogni angolo del paese; tutto il
passato culturale austriaco - ed era stato un grande passato - fu messo in
campo per la caccia ai merli. Avvoltoi pubblicitari travestiti da uccelli
canori furono mandati in giro per il mondo; Max Reinhardt e altri ingegnosi
imprenditori riuscirono a fare del festival di Salisburgo un’istituzione
durevole, tanto che dopo più di cinquant’anni la campana suona ancor sempre per
Ognuno nella scialba rielaborazione di Hofmannsthal. [Dal 1920 si rappresenta ogni anno in estate davanti
al duomo di Salisburgo quest’opera di Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), che
riprende le sacre rappresentazioni medievali sul tema del ricco peccatore. (n.dr.)]
In genere la divinizzazione ha inizio poco dopo che la
salma è stata deposta nella misera tomba, ma nel caso di Mozart l’Austria ha
avuto bisogno di tempi un poco più lunghi; tuttavia quando ero giovane, egli
era il cardine attorno a cui ruotava l’entusiasmo degli austriaci per lo
straordinario decollo del turismo, con la piacevole conseguenza che le sue
opere, veramente insostituibili, erano spesso rappresentate e, per la verità,
in modo impeccabile.
In altri campi l’ansia frenetica di far da giullari per
il mondo intero determinò la produzione di una grossa mole di immondizie.
Specialmente il teatro era in declino, tranne occasionali rappresentazioni
eseguite da singoli attori o da compagnie provenienti da altre città. A
Berlino e forse anche a Monaco c’era da vedere molto di più.
Comunque, io e i miei amici frequentavamo ben poco gli
spettacoli, perché avevamo trovato altrove il teatro che ci stava a cuore. In
quel tempo, Karl Kraus organizzava frequenti conferenze e tra il 1920 e il 1928
partecipai quasi a tutte. Poiché i dibattiti sono elencati nella «Fackel»,
posso accertare, per esempio, che a Vienna si tennero diciassette conferenze
nel 1921 e diciotto nel 1927. Anche i programmi di quelle serate, o pomeriggi,
erano insoliti e molto interessanti: consistevano, per lo più, di un grande
foglio di circa 28 cm per 22, o anche più grande, che portava sulle due
facciate testi di ogni genere: programma e osservazioni, poesie, appelli,
lettere di biasimo o di assenso, annunci di futuri allestimenti collette di
beneficenza. [Quando, dopo la
deportazione di mia madre da Vienna la sua abitazione venne saccheggiata, non
solo andarono perduti quasi tutti i libri e le carte della mia gioventù, ma
anche una collezione assolutamente insostituibile di oltre cento programmi.] Per molti anni Kraus spese i
proventi di tutte le sue conferenze per le vittime della guerra, per i bambini
russi durante la carestia e per altri scopi analoghi.
Le conferenze comprendevano una gamma di attività oggi
inimmaginabile. Spesso Kraus leggeva brani dei suoi scritti: poesie, brevi
testi satirici o polemici (le famose «glosse», una forma d’arte che gli era
peculiare) e talvolta anche saggi più lunghi o alcune scene tratte dagli Ultimi
giorni dell’umanità, quest’opera gigantesca e del tutto inclassificabile,
che solo esteriormente sembra un lavoro teatrale. Di quando in quando, Kraus
includeva nei suoi incontri con il pubblico anche una sezione dedicata a poesie
del Seicento e del Settecento, molte delle quali erano state riscoperte proprio
da lui (fu in quei due secoli con i nomi di Gryphius, Hofmannswaldau, Günther,
Claudius, Goecking, Klopstock, Bürger, Hölty e Goethe che la lirica tedesca
raggiunse forse il suo punto più alto). Talvolta leggeva un intero lavoro
teatrale, di Büchner o di Wedekind, di Raimund, Niebergall o Gerhard Hauptmann
Ma più che per ogni altro aveva una predilezione per Shakespeare, Nestroy e
Offenbach, e di alcune opere di Shakespeare aveva curato un’edizione specifica
per il teatro (due volumi videro la luce mentre egli era ancora in vita).
All’infuori della cerchia in cui sono cresciuto, è forse
molto difficile comprendere perché io metta il nome di Nestroy accanto a
quello di Shakespeare. Eppure Johann Nestroy (1801-1862), commediografo e
attore viennese, fu un miracolo di humour, di satira e di fantasia linguistica.
Tutte queste sue doti mettono in imbarazzo il critico letterario, che non
riesce a classificarle correttamente; sotto vari aspetti Nestroy fu un secondo
Molière, ma più difficile da tradurre e molto più comico, almeno per il mio
gusto. La sua fama, tuttavia, non andò mai (e per molte ragioni) oltre i
confini della sua città natale: la Vienna di Francesco Giuseppe non era la
Parigi di Luigi XIV, e la lingua di Nestroy, che
rispecchia in modo smagliante una vigorosa parlata dialettale, non era la
lingua di una neofondata Académie. In un’epoca di sonnacchioso benessere, come
quello che pervase l’Europa prima del 1914, fu il senso del comico il primo a
farne le spese. In ogni modo, se la fortuna letteraria di Nestroy venne
rinverdita, il merito spetta in gran parte a Karl Kraus, a partire dal saggio Nestroy
e la posterità, che egli pubblicò nel 1912 in occasione del cinquantesimo
anniversario della sua morte.
In certi periodi le conferenze si succedevano con ritmo
febbrile e non erano che una parte secondaria di una produttività letteraria
davvero monumentale e di altissimo livello. Nel 1925, per esempio, si
susseguirono nel giro di tre settimane quattro conferenze, di cui tre erano
dedicate ai lavori dello stesso Kraus, una a Re Lear, e di nuovo, nel
1927, ancora nello spazio di tre settimane: L’incantatore confusionario di
Nestroy, e tre opere di Offenbach, Barbablù, La granduchessa di Gerolstein e
Vita parigina.
Conosco pochi casi di un legame così forte tra grandi
capacità letterarie e possibilità rappresentative. Dickens è probabilmente
l’altro unico esempio di pari valore. In gioventù, Karl Kraus aveva sperato di diventare attore e a diciannove anni debuttò
in un’esecuzione semiprofessionale de I masnadieri, sostenendo la parte
di Franz Moor, ma non ebbe successo (in quella stessa rappresentazione ebbe una
piccola parte anche Max Reinhardt).
Gli incontri avvenivano di solito in sale da concerto o
da conferenze di media grandezza, che potevano ospitare poche centinaia di
persone, e ai miei tempi le sale erano sempre affollate senza più alcun posto
disponibile (più tardi, quando già avevo lasciato Vienna, questa situazione
era, a quanto pare, completamente cambiata). Il pubblico era per lo più
formato da giovani in preda a una sorta di entusiasmo isterico, le ovazioni,
che spesso esplodevano fragorosamente, sembravano fare un gran piacere a Kraus,
tanto più che la stampa e altri organi ufficiali della sua città si erano coalizzati
per nascondere sotto una cortina di silenzio la sua esistenza e la sua
attività. Da questo punto di vista Kraus ben si accomuna alle altre grandi
figure della Vienna contemporanea: Freud, Musil, Schönberg. Musil registrava,
non senza cattiveria, l’entusiasmo che durante le conferenze esplodeva in
rumorosi applausi, annotando nel suo diario:
Molto tempo prima
dei dittatori, il nostro tempo ha prodotto una sorta di venerazione
intellettuale per essi. Si pensi, per esempio, a [Stefan] George. Poi anche a
Kraus a Freud, a Adler e a Jung. E se volete, aggiungetevi anche Klages e
Heidegger...
Non so dire, però, se Musil si accorgesse di quanta
disperata protesta fosse contenuta in quelle esplosioni di entusiasmo talvolta
sgradevoli. Il pubblico abituale non era costituito solo da adolescenti; tra i
regolari frequentatori si trovavano anche persone molto più anziane, spesso
ragguardevoli Mi ricordo di una coppia molto distinta che incontravo quasi
sempre alle conferenze, sedeva nelle prime file e applaudiva vigorosamente;
molto più tardi venni a sapere che si trattava del compositore Alban Berg e di
sua moglie.
Gli ascoltatori di questo livello erano numerosi: per
molti era quella l’unica opportunità di esprimere la loro protesta culturale, e
perciò anche politica, contro la prostituzione di tutto ciò che aveva reso
grande l’Austria contro l’indegno mercato a cui prendeva parte quasi tutta
l’Austria ufficiale, partiti politici, stampa, ambienti artistici e dello
spettacolo, le università Mentre ora cerco di richiamare alla memoria i tratti
della faccia ippocratica [L’espressione
dei moribondi secondo la descrizione di Ippocrate (n.d.r.)] dell’Europa di quel tempo,
un’Europa che si apprestava a morire, e mentre passo mentalmente in rassegna
gli oggetti della nostra protesta di allora, l’analogia con ciò che ora vedo
negli Stati Uniti è spaventosa.
Lo scenario di quelle conferenze: un tavolino vuoto e
una poltrona, l’uno e l’altra non esattamente al centro del podio. Kraus entra
a passi svelti da un lato, porta alcuni libri con segnapagine sporgenti o un
fascio di carte, è un uomo di statura leggermente inferiore alla media e ha una
spalla un poco più alta dell’altra, alla prima impressione lo si direbbe
estremamente timido, di solito non sembra neppure avvedersi del fragoroso
applauso che lo accoglie. La conferenza ha inizio, ma non senza una rituale
accurata pulizia e sostituzione degli occhiali e frequenti soffiate di naso.
Quest’ultimo atto, che si ripete talvolta anche in momenti di grande eccitazione,
è uno dei mezzi di straniamento, di cui Kraus è stato un maestro ante
litteram. [Uso questa parola
oltremodo sfruttata nel senso che Brecht le attribuisce nella conferenza che
egli tenne a Stoccolma nel 1939 Sul teatro sperimentale: «Estraniare un
processo o un carattere significa anzitutto togliere semplicemente al processo
o al carattere in questione ciò che lo rende di per sé intellegibile, familiare
e illuminante e suscitare così stupore e curiosità nei suoi confronti».] L’illusione, una volta creata,
deve essere infranta mediante il riconoscimento che si tratta, appunto, di
un’illusione creata ad arte. Non ha alcun senso avere un sogno, se allo stesso
tempo non si sa che si sta sognando.
Kraus si siede al tavolo e comincia a leggere rimarcando
fortemente la struttura grammaticale e logica dei periodi incastonati l’uno
nell’altro senza suture, tanto che persino le frasi complicate suonano chiare
all’ascoltatore, come se contemplasse un labirinto da una prospettiva aerea.
Talvolta una mano si leva ben in alto o un’invettiva [Nella prosa di Kraus molti piccoli insetti del
passato appaiono custoditi come in un pezzo d’ambra. Ora, nelle meritorie
ristampe di tutti i numeri della «Fackel», recentemente edite, è possibile
studiare l’intera paleopatologia di una società andata a fondo.] viene sottolineata da secchi colpi sul tavolo. In certi
momenti particolarmente enfatici Kraus balza in piedi, tenendo stretto il
manoscritto tra le mani, e la voce assume i toni dello «staccato» e si fa
tagliente, incisivo falsetto premonitore di un fatale destino. (C’era sempre
qualcuno che rideva, ma da allora non sono forse avvenuti sufficienti
avvenimenti fatali? E gli interessi composti non sono stati neppure pagati.)
In altri momenti siamo subissati da cascate di giochi di
parole in rapida successione, giochi di parole che provocano meraviglia e
spavento. La lingua inglese, nella cui veste queste pagine videro per la prima
volta la sdegnosa luce del mondo, possiede solo il vocabolo dispregiativo pun
per indicare il gioco di parole; il fatto che esso venga considerato insulso e
aberrante, una ridicola stravaganza, rivela solamente quanto sia invecchiata
la lingua inglese: al tempo di Elisabetta I c’era più spirito. In realtà il
gioco di parole è gioco di idee, e il gioco (non ce lo ha dimostrato soltanto
Huizinga per primo) può essere una cosa seria: il ritmico avvedersi delle
possibilità altrimenti inimmaginabili di una natura che sempre si rinnova,
muore e nuovamente risorge. Solo a pochi è dato di ritornare alla pura, chiara
fonte da cui fluisce la lingua. Rabelais è probabilmente uno di questi, e così
anche, Lichtenberg e Kraus; non fu forse Goethe a dire una volta di
Lichtenberg: «Quando lui scherza, c’è nascosto un problema?». Lo stesso si può
dire a proposito di Karl Kraus, che probabilmente è stato il più spiritoso
scrittore tedesco. La cateratta sintattica delle sue frasi, presentate con una
voce particolarmente acuta, era un agguato in cui si celavano costellazioni di
idee piene di un’imprevista immediatezza che toglieva il respiro. E che voce
aveva! Per descriverla dovrei ricorrere ai sonanti aggettivi con cui i poeti
del barocco tedesco, incantati dalla rigogliosa ricchezza di una giovane
lingua, abbellivano i loro canti di lode. Georg Philipp Harsdörffer fornisce
una breve lista di possibilità: freveltrotzig (ostinato nel male), grimmbewehrt
(armato di rancore), zornblind (cieco d’ira), ma anche holdselig (pieno
di grazia), liebreich (ricco d’amore), lustreizend (eccitante).
(Nello scarno inglese del mio testo originario non potevo
assolutamente rendere questi aggettivi, ma anche la lingua tedesca attuale si
troverebbe in difficoltà: una spessa scorza di apatia ha tolto slancio alla sua
originalità. Esistono ancora vocaboli, possiamo ancora immaginarli in cui la
lingua tuona e piange, mugghia e piagnucola, abbatte e solleva, ferisce e
risana?)
In altri momenti, quando si rappresentavano operette o i
frequenti intermezzi musicali nei lavori teatrali di Nestroy richiedevano il
canto, il pubblico veniva intrattenuto anche con questo. Karl Kraus aveva una
gradevole voce tenorile, ma priva di studio ed esercitazione ed egli riusciva a
esprimere musica in un originalissimo stile «parlando», che faceva di un
difetto un pregio; nel caso di Karl Kraus tuttavia nessuno poneva problemi di
qualità tecnica del canto (gli eccellenti pianisti, che lo accompagnavano, si
tenevano di solito dietro a un paravento). Per molti Lieder, per diverse arie o
canzoni, Kraus scriveva strofe aggiuntive, spesso molto comiche, che
riguardavano per lo più problemi di attualità. Questa tecnica, che Kraus
utilizzava anche per i suoi lavori teatrali, non è comunque l’unico esempio
dell’influsso che egli esercitò su Brecht. Kraus d’altra parte teneva in gran
conto quest’ultimo (la sua recitazione della poesia di Brecht Gli amanti rimane
indelebile nella mia memoria), né è certamente un caso che Kraus e Brecht si
stimassero a vicenda, anche se negli ultimi anni della prima repubblica
austriaca erano su posizioni molto distanti.
Perché ho raccontato tutto questo? Soprattutto per
testimoniare la fortuna che mi è stata concessa di avere un maestro come lui.
8. Nessun Ercole,
nessun bivio
I miei coetanei nell’Europa centrale vengono solitamente
definiti i figli della grande inflazione. Quanti non hanno vissuto questo
fenomeno difficilmente riusciranno a raffigurarsi la portata della
svalutazione, che, nei primi anni Venti vanificò ogni tipo di risparmio sia in
Austria sia in Germania (d’altra parte, proprio mentre scrivo, un analogo
processo comincia a delinearsi, specialmente nell’occidente capitalistico):
modesti patrimoni, risparmi, pensioni, polizze, tutto si ridusse a zero.
Sull’economia si addensavano nubi sempre più nere, che dovevano generare un
temporale spaventoso, e ciò significò per l’Europa centrale e occidentale il
regime hitleriano. Quando una polizza di assicurazione stipulata da mio padre nel
1902 si estinse vent’anni dopo, il suo valore corrispondeva né più né meno al
prezzo di un biglietto del tram. Un altro esempio: nell’estate del 1923,
mentre, secondo una consuetudine dei paesi di lingua tedesca, compivo il mio
«viaggio di maturità» attraverso la Germania, bisognava consumare il pasto in
un ristorante il più rapidamente possibile, perché spesso i prezzi
raddoppiavano mentre si era ancora seduti a tavola. Anche i miei genitori,
impoveriti fino all’osso, non facevano eccezione.
In quella stessa estate terminai gli studi liceali e
sostenni gli esami di maturità; se fosse esistito ancora un imperatore sarei
uscito dalla scuola sub auspiciis imperatoris, grazie al mio ottimo
profitto, e ciò avrebbe comportato un anello con brillante e forse altre cose
piacevoli. Avevo diciotto anni e il mondo si apriva davanti a me, come si usa
dire scioccamente. In realtà, il mondo non è mai aperto e allora era più chiuso
che mai e, d’altra parte, in nessun’altra età della vita esso sembra più oscuro
di quanto lo sia per un diciottenne. Il futuro studioso di scienze dovrebbe
poter raccontare molte storie dei suoi verdi anni: come abbia sempre saputo di
voler diventare un chimico o un entomologo e come non avrebbe potuto diventare
alcunché d’altro, perché già a sei anni
era saltato in aria con il suo laboratorio in cantina o in tenera età aveva
catturato una farfalla straordinaria, un insetto di tale splendore e bellezza
da fare impallidire di rabbia persino il signor Nabokov. [Vladimir Nabokov (1899-1977): il celebre
scrittore russo-americano fu anche un appassionato cultore di entomologia. (n.d.r.)]
Quanto a me, non posso vantare nulla di simile: dotato
per molte cose, non ero buono per nessuna; indolente, schivo e sensibile, avevo
collocato le mie trappole dove la selvaggina non si sarebbe mai fatta vedere.
Per tutti era chiaro che dovevo frequentare l’università
e conseguire una laurea. Ciò aveva il vantaggio di rimandare di quattro o più
anni la scelta imbarazzante della mia futura sistemazione; inoltre il mio nome
avrebbe potuto ornarsi di quell’irrinunciabile paroletta-preambolo, il titolo
accademico, senza il quale un austriaco del ceto medio, appartenente alla mia
generazione, si sarebbe sentito nudo come un verme. Diversamente da altre
culture più progredite, che riservano questo titolo a chi professa l’arte
medica, la qualifica di dottore costituiva a Vienna una parte essenziale del
«personaggio», e così il «dott.» mi ha accompagnato per tutta la vita e compare
persino nell’attuale elenco telefonico di New York, perché, si sa, non avrei
potuto sopportare il dolore di una simile amputazione.
Giunse dunque il momento di decidere a quale facoltà
dovessi iscrivermi. Di solito le decisioni non sono il frutto di profonde riflessioni,
ma vengono prese in un modo molto più disinvolto che solo a posteriori viene
definito razionale, e questo fu sicuramente il mio caso. L’università
comprendeva cinque facoltà: filosofia, giurisprudenza, medicina, teologia,
scienze politiche; inoltre alla Scuola superiore di tecnica si poteva
conseguire il titolo di ingegnere, il quale però non faceva gran che
impressione su portieri d’albergo, barbieri e sarti. Non presi neppure in
considerazione la medicina, poiché con il mio temperamento, non mi sentivo
tagliato per questa professione; per motivi analoghi scartai anche
giurisprudenza, né volevo dedicarmi agli affari o alla politica; anche l’idea
di diventare professore di scuola non mi andava a genio. Il fatto è che non mi
sentivo attratto irresistibilmente da nulla e quindi scelsi la chimica per i
seguenti frivoli motivi: 1) la chimica era una scienza di cui sapevo
particolarmente poco, non avendola mai studiata prima e, poiché sembrava
essere in stretto rapporto con la realtà, non mi era antipatica; 2) nella
Vienna del 1923 la chimica era l’unica disciplina scientifica che lasciava
adito a qualche possibilità d’impiego; 3) come quasi tutti i viennesi anch’io
avevo uno zio ricco, ma a differenza della maggior parte degli altri zii, il
mio era proprietario di distillerie e di altre cose del genere in Polonia, e
pertanto balenavano davanti ai miei occhi vaghe speranze di futura agiatezza
(prima ancora che iniziassi la tesi di laurea, però, lo zio morì e le alcoliche
speranze evaporarono nella torrida estate del 1926).
Avevo escogitato un piano folle: iscrivermi
contemporaneamente a due corsi universitari (il diploma di maturità conseguito
con un’alta votazione mi esentava da ogni tassa) e studiare chimica alla Scuola
superiore mentre seguivo all’università anche le lezioni di storia della
letteratura e di filologia inglese. Così speravo di ottenere
contemporaneamente e parallelamente i titoli di ingegnere chimico e di dottore
in lettere. Questo sistema funzionò per un anno, ma poi sembrò incepparsi,
soprattutto per ragioni logistiche: era sempre più difficile trovarsi
contemporaneamente in due luoghi distanti l’uno dall’altro. Decisi perciò di
studiare chimica non alla Scuola superiore, ma all’università, dove conseguii
la laurea nel 1928. Il mio diploma di laurea, che è stato duplicato qualche tempo
fa dall’università di Vienna dopo la bellezza di cinquant’anni, fa di nuovo
bella mostra nel nuovo splendore dorato delle sue scritte latine.
Non credo che si possa dire che durante i miei anni di
corso, 1923-1928, l’università di Vienna fosse ancora un eccellente centro di
studi. Il crollo della monarchia austro-ungarica, la rivoluzione del 1918,
anche se non si trattava di una rivoluzione autentica, il pauroso disastro
economico del dopoguerra, l’improvvisa limitazione dell’area da cui trarre le
«teste d’uovo» ad alcune piccole province alpine: tutto ciò diede vita a una
generazione poverissima di talento. Faceva eccezione la facoltà di medicina e
qua e là, anche in altri istituti, brillava qualche raggio di luce, ma il panorama
era sconsolante. D’altra parte, si deve ammettere che l’università moderna,
così come è organizzata, ha qualcosa di sconcertante anche nelle circostanze
più favorevoli: è un caravanserraglio di specialità senza legame tra loro, dove
il patrimonio culturale dell’occidente viene distribuito in un numero infinito
di fiale dai colori più diversi a orde di consumatori riluttanti. Negli Stati
Uniti questo aspetto grottesco è ancora più evidente, perché il campus, concentrando
notevolmente molte strutture e attività, rende ancora più evidente il suo
carattere di hotel intellettuale. Le università europee fungevano - per lo meno
ai miei tempi - essenzialmente come uffici dispensatori di attestati su carta
bollata.
Avevo iniziato lo studio della chimica senza nessuna
idea di ciò che mi aspettava, e pertanto non potevo sottrarmi al fascino che
promanava dalla novità e dall’armonia di una scienza esatta ormai matura e
pienamente sviluppata. In realtà si trattava forse soltanto di quella specie di
attrazione che una partita di calcio esercita sugli spettatori; in ogni modo
tutto mi parve meno sgradevole di quanto
mi ero aspettato. Il disorientamento che veniva dal fatto di avventurarmi in
un campo sconosciuto fu probabilmente attenuato dal tipo di insegnamento vecchia
maniera che ci veniva impartito, soprattutto per quanto riguardava le lezioni
introduttive. La rivoluzione prodottasi nella chimica teorica negli anni Venti
non mi sfiorò neppure, e così non sono mai diventato un buon «trafficante di
elettroni». Soltanto nei «colloqui», peraltro non troppo frequenti, si poteva
avvertire lo spirito dei nuovi tempi, e in quella sede ebbi l’opportunità di
sentire molti luminari della fisica e della chimica. Ma nella biblioteca di
chimica non esisteva neppure un periodico americano, e quando chiesi
informazioni sul «Journal of the American Chemical Society», mi risposero che
in quella pubblicazione non c’era alcunché di scientificamente valido.
Ogni volta che ripenso al passato (e che cos’altro si
può fare quando si diventa vecchi?) devo dire che dai miei maestri non ho
imparato molto. A essere precisi, maestri non ne ho avuto alcuno. Quasi per
tutta la mia vita sono stato più maestro che scolaro, ma anche questo non è
probabilmente molto significativo nella singolare epoca in cui viviamo. Le
scienze annettono grande importanza alle genealogie (chi era il relatore della
tesi di laurea del tale, e con quale «barone» la futura celebrità ha eseguito i
suoi primi lavori postlaurea?), e la strada che conduce al sommo dell’Olimpo è
lastricata di raccomandazioni, di amichevoli bisbigli nei bui corridoi dei
congressi, di chiamate telefoniche nel cuor della notte. Io, tuttavia, non ho
mai potuto approfittare di tutto questo e in misura inconsueta sono il prodotto
di me stesso. Mi ricordo, invece, di un congresso scientifico a cui partecipai
con quattro eminenti colleghi: ognuno di questi avrebbe potuto definirsi a
buon diritto l’allievo prediletto di Otto Meyerhof.
Dunque non sono mai stato un allievo nel vero senso
della parola, figuriamoci poi un allievo prediletto (una delle grandi figure dell’establishment
del passato), e non sono mai stato in grado di sfruttare questa fama dalla
mia culla sino alla tomba del maestro e oltre ancora; ma non ne ho mai
sofferto. Se mai esistono grandi indagatori della natura (in tutta la mia vita
ne ho incontrati forse uno o due ai quali avrei potuto riconoscere tale
attributo), siffatta grandezza non può certo essere trasmessa mediante quel che
si chiama usualmente «insegnamento». Ciò che gli allievi possono apprendere
consiste in manierismi, piccoli trucchi del mestiere, la strada per fare
carriera e solo molto più raramente, in compenso, la capacità di intendere con
spirito critico che cosa significa prova scientifica e come la si deve interpretare.
Un vero maestro può insegnare con il proprio esempio (proprio come gli
anatroccoli seguono in tutto e per tutto mamma anatra) o in casi molto rari mediante
la pregnanza e l’originalità delle sue vedute, la sua immagine razionale o
visionaria della natura.
Chi erano i miei professori? L’istituto di chimica
fisica era diretto dal vecchio Wegscheider (allora era certamente molto più
giovane di quanto lo sia ora io mentre scrivo), un tipico consigliere aulico,
cortese, un po’ brontolone ma bonario, senza troppe arie ma non privo di una
certa astuzia. Non posso affermare che egli sia riuscito a fare apparire la
chimica fisica tanto interessante e importante quanto essa meritava; solo
alcuni anni più tardi, mentre vivevo a Berlino, mi fu evidente che il
professor Wegscheider avrebbe potuto ottenere molto di più in quel senso. Ernst
Späth insegnava chimica organica, era un buon chimico e un famoso specialista
per gli alcaloidi, ma non quel che si dice un esempio trascinante. La stretta
fessura attraverso cui lo scienziato, se vuole successo, deve considerare la
natura restringe, se ciò dura a lungo, tutta la sua personalità e nella maggior
parte dei casi egli finisce col diventare un «idiota specializzato». Non era
facile essere accettati da Späth come candidati al dottorato, e inoltre ci
volevano molti soldi (i laureandi dovevano acquistare a proprie spese tutte le
sostanze chimiche e gli apparecchi necessari allo svolgimento della tesi), e
pertanto manco ci provai. Devo però ammettere che Späth mi ha sempre trattato
gentilmente nel corso dei miei studi, e nel grande esame conclusivo che segue
la fine della dissertazione, il Rigorosum, mi diede la summa cum
laude.
Mi premeva moltissimo rendermi presto indipendente sul
piano economico e mi rendevo conto, d’altra parte, che dovevo scegliermi un
relatore le cui richieste notoriamente comportassero un non grave dispendio di
tempo e non molto danaro. Perciò la mia scelta cadde su Fritz Feigl, allora
libero docente nell’istituto diretto da Spath. D’aspetto Feigl sembrava
piuttosto un tenore italiano che uno scienziato ed era un uomo molto affabile,
i suoi interessi si dividevano tra la politica - era un attivo
socialdemocratico - e la chimica dei complessi organici metallici. La prima
attività contribuiva indirettamente al suo benessere, perché a Vienna
predominavano i socialdemocratici, la seconda favoriva lo sviluppo metodologico
delle reazioni a impronta, e su questo argomento aveva pubblicato un noto
manuale. Il nostro secolo crudele, con le sue spinte centrifughe, portò questo
tipico viennese a Rio de Janeiro, dove visse a partire dal 1939 e morì dopo una
lunga vita attiva e molto probabilmente anche felice.
La mia tesi, terminata alla fine del 1927, concerneva i
complessi organici dell’argento e l’effetto dello iodio su taluni azoturi; una
parte di questo lavoro di ricerca è descritto in due pubblicazioni
scientifiche.7,8 Il più interessante aspetto di questa ricerca, cioè
la scoperta che l’ossidazione dell’azoturo di sodio per mezzo di iodio viene
catalizzata da derivati organici del gruppo solfidrilico non venne allora
pubblicata; molti anni dopo ripresi lo studio di questa reazione, mentre
cercavo un reagente per dimostrare la presenza di amminoacidi solforosi
mediante cromatografia su carta.9
Mi laureai dunque agli inizi dell’estate del 1928. Era
il momento delle grandi decisioni, e, come sempre ho fatto nella mia vita, le
presi senza le dovute riflessioni e in un modo assai incerto. In realtà non
giunsi mai a una vera e propria decisione, ma mi lasciai trasportare da un
avvenimento a quello immediatamente conseguente.
9. Il Gran Rifiuto
Ciò che restava da decidere era naturalmente il problema
di cosa fare nell’immediato futuro. In Austria era quasi impossibile trovare
un occupazione al nano dal grosso testone: la perdita - sotto molto aspetti
meritata - della guerra aveva lasciato quasi intatto in eredità il sistema
dell’istruzione superiore in lingua tedesca elaborato dalla grande monarchia
nel corso di alcuni secoli. La produzione di laureati procedeva ancora a
gonfie vele, ma per loro non c’era lavoro: si poteva pensare soltanto a
esportarli. La maggior parte emigrava, soprattutto per motivi linguistici, in
Germania, dove però le prospettive di trovare un posto nell’industria, per non
parlare nelle università, erano allora molto scarse. Alcuni andavano in paesi
prima appartenenti agli Asburgo, in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Polonia.
L’anno in cui dovetti decidere del mio futuro, il 1928,
fu un brutto anno: nuvole nere dappertutto. Proprio allora l’America si apprestava
a eleggere come nuovo presidente il «grande ingegnere», Herbert Hoover. La
favorevole congiuntura dell’immediato dopoguerra, da cui non fu esclusa
nemmeno l’Europa centrale dopo la stabilizzazione dei corsi valutari, era ormai
finita. Le belve dell’abisso, tenute dall’industria alla catena e in riserva,
cominciavano a sognare il nobile sogno della notte dei lunghi coltelli [La notte del 30 giugno 1934, in cui Hitler fece
eliminare dalle ss gli oppositori interni al nazismo. (n.d.r.)] e presto dovevano essere scatenate per dare avvio allo spaventoso
salasso. La classe operaia era disorientata e mal diretta. Un anno prima, nel
1927, avevo assistito a Vienna all’incendio del palazzo di giustizia e ai primi
grandi disordini di piazza: la crudele e sanguinosa repressione delle
dimostrazioni era stata opera del prelato di ghiaccio, [Si allude a monsignor Ignaz Seipel (1876-1932),
presidente del partito cristiano-sociale e cancelliere della repubblica
austriaca, e alla repressione dell’insurrezione socialista di Vienna (16-17
luglio 1927). (n.d.r)]* che presiedeva il governo
austriaco rappresentante della ecclesia militans. Così mi sono per tempo
sensibilizzato contro parole d’ordine come «legge e ordine»: l’unica cosa che
esse producono alla fine è un Chile con sangre. Ma per essere giusto
dovrei anche ricordare che di fronte alle chiacchiere parlamentari e ai giochi
di parole con cui la socialdemocrazia pretendeva di combattere il fascismo in
ascesa, scrissi uno dei miei primi aforismi: «Socialdemocrazia austriaca: in
caso di pioggia la rivoluzione ha luogo a Saale».
Avvertivo il desiderio di sottrarmi, almeno per qualche
tempo, a questa realtà, recarmi in un altro paese, sentire un’altra lingua, ma
su tutto dominava una sorta di logica di fiaba: mi proposi di cogliere al volo
la prima offerta che mi venisse fatta, si trattasse di industria, ricerca o
insegnamento; proprio come in una fiaba, quando al ragazzo si assegna il
compito di mettersi in cammino e di seguire la prima bestia che incontra. Il
primo animale a venire verso di me nel mio mondo da fratelli Grimm si chiamava
«ricerca», e così gli sono rimasto sempre accanto. Avevo sempre assecondato
l’abitudine di lasciarmi trasportare senza resistenza dove la corrente mi
conduceva; se la corrente si esauriva, mi fermavo. Dal mazzo di carte avevo
estratto per prima la carta della ricerca, e ciò corrispondeva probabilmente a
una mia tendenza inconfessata: ho sempre mirato a una remota torre d’avorio
(naturalmente con aria condizionata e acqua corrente calda e fredda). Scherzi a
parte, almeno sotto un certo aspetto l’accesso all’attività di ricerca era nel
1928 qualcosa di affatto diverso da ciò che è divenuto, diciamo, negli ultimi
venti anni. Non molto tempo fa, ho tentato di descrivere questo cambiamento di
clima10 e non voglio ripetermi. La differenza più importante
consisteva forse in questo, che negli anni dei miei inizi la scelta degli
apprendisti stregoni avveniva in certo qual modo in virtù di un impegno solenne
di eterna miseria (naturalmente, ai nostri occhi giovani e inesperti sfuggiva
il particolare seguente: gli stregoni che imponevano il giuramento erano già persone a dir poco benestanti).
A lungo non mi resi conto dell’enorme risucchio del
vortice in cui mi lasciavo trascinare. Quando avevo 23 anni, sapevo per abitudine
distinguere con precisione tra quello che si faceva con la testa e ciò che dava
da vivere: la chimica era la mia vocazione e speravo che mi avrebbe nutrito e
mantenuto, e non me soltanto, dal momento che stavo per sposare la signorina
Vera Broido che avevo conosciuto all’università. Intanto continuavo a
considerarmi uno scrittore: avevo già scritto molto e qualcosa era stato pubblicato; avrebbe potuto essere di
più, se la mia timidezza e la mancanza di conoscenze non me lo avessero
impedito. Se non avessi lasciato Vienna, strappandomi alla lingua tedesca, e
ancor più (che «più» gigantesco!), se tutto il nostro mondo non si fosse
inabissato, annegato in una barbarie incredibilmente sanguinosa che si serviva
della stessa lingua tedesca, forse ci sarebbe stato un nuovo mediocre
scrittore tedesco. Ora, poiché le leggi che regolano il bilancio intellettuale
del mondo mi sono oscure, non so valutare né la perdita né il guadagno,
tuttavia il fascino esercitato dalle scienze persino su uno spirito critico e
scettico si dimostrò di gran lunga più potente di quanto avrei potuto
immaginare, ed è ciò che vuole esprimere il titolo di questo capitolo, con le
parole di uno più grande* [Dante nella Divina Commedia, parlando di papa Celestino V, che rinunciò al
pontificato, dice: …colui / che fece
per viltà il gran rifiuto. (Inferno, canto
III, V.60). (n.d.r.)] di me.
10. L’azzurro uccello della felicità
La spensieratezza travestita da serietà di vita proseguiva
il suo cammino e con mia grande sorpresa la trasformazione del futuro in
passato avveniva nel modo più semplice che si possa immaginare. Mi ero
procurato una grammatica pratica della lingua danese ed ero tutto preso
dall’apprendimento di questa lingua: correva voce che Sörensen aveva un posto
libero nel suo laboratono di Carlsberg, a Copenaghen. Ero già a buon punto nel padroneggiare la più ostica
specialità fonetica del danese, il colpo di glottide (stød), cioè quella sorta di rantolo non bene espresso
tipico dell’introverso che sembra esalare l’ultimo respiro, quando da una
fonte più sicura mi giunse all’orecchio che S. Fränkel, uno dei professori di
chimica fisiologica della facoltà di medicina, era appena tornato da un giro
di conferenze in America recando la notizia che Treat B. Johnson della Yale
University aveva messo a disposizione una borsa di studio per un giovane
ricercatore disposto ad assistere Rudolph J. Anderson nei suoi lavori sui
lipidi presenti nei bacilli della tubercolosi. A quell’epoca conoscevo già molto bene l’inglese, le cui delicate sfumature
avevo appreso con l’aiuto di due attempate signore di Cambridge, titolari di
una piccola scuola a Vienna, ma degli Stati Uniti non sapevo quasi nulla e ciò
che sapevo non accresceva in me il desiderio di saperne di più. Da bambino
avevo letto Cooper, Poe e Mark Twain, per lo più in pessime traduzioni, e
anche, ma con scarso entusiasmo, le poesie di Walt Whitman; avevo letto poi in
originale alcuni romanzi di Dreiser e di Sinclair Lewis, senza però esser stato
travolto dalle loro qualità letterarie. Gli svenevoli film sentimentali che
giungevano da Hollywood mi provocavano il vomito, tranne quelli con Greta
Garbo; mi piacevano anche Charlie Chaplin, Buster Keaton e Harold Lloyd: da quel
minaccioso continente, fosco e disumanizzato, sembrava soffiare un vento di
libertà dell’assurdo.
In ogni modo concorsi a quel posto e, con mio grande
orrore, lo ottenni. La Milton Campbell Research Fellowship in chimica organica
fruttava duemila dollari all’anno, da riscuotere in dieci rate mensili. [Questo era circa un sesto dello stipendio
percepito da un professore-sterlina d’oro, titolare di una delle prestigiose
cattedre della Yale University. Benché siano passati più di cinquant’anni, il
divario tra il reddito di un post-doc agli
inizi della carriera e quello di un professore ordinario ben pagato è rimasto
praticamente invariato.]
La data di inizio cadeva nell’autunno ma, poiché non sapevo
nulla di lipidi, avrei dovuto frequentare per breve tempo il laboratorio di
Frankel per rendermeli amabili e familiari; la cosa fu però impossibile. Quanto
più si avvicinava il giorno della partenza, tanto più crescevano le mie ansie:
avevo paura di recarmi in un paese che era più giovane della maggior parte dei
gabinetti di decenza viennesi. Alcuni cercavano di consolarmi, assicurandomi
che avrei vissuto una sorprendente esperienza e che l’America era meno brutta
di quanto mi immaginassi, ma io persistevo nei miei dubbi e citavo spesso una
delle immortali frasi dì Anton Kuh, un esponente della fabbrica viennese del
buon umore, trasponendo alla mia terra promessa ciò che egli aveva detto a
proposito della storia universale: «Wie der kleine Moritz sich Amerika
vorstellt, so ist es» (Come il piccolo Moritz si immagina l’America, così
essa è). [Il piccolo Moritz è
un’importante figura dell’umorismo austriaco, un ragazzo tremendamente
limitato, il tipico simplificateur terrible, che però spesso ha ragione
dove i sapienti rimangono inviluppati nelle loro complicate costruzioni.]
Per un giovanotto raggiungere l’America da Vienna era in
quel tempo un’impresa straordinaria e costosa. Dove avrebbero potuto i miei
genitori trovare i soldi per il viaggio, nientemeno che duecento dollari?
Avevo guadagnato il danaro per le spese minute impartendo lezioni private, ma
al massimo bastava per comperare qualche libro o per condurre talvolta la mia
Vera al caffè, al cinema o a teatro. Alla fine una zia, la vedova di quello zio
ricco, mi diede i soldi necessari e così negli ultimi giorni del settembre 1928
potei intraprendere il mio pusillanime viaggio. Dovevo arrivare a Cherbourgh
via Parigi, così ebbi l’opportunità di conoscere per la prima volta la capitale
francese, ma potei farlo soltanto attraversando a piedi da un capo all’altro,
per un giorno intero, la magnifica immensa metropoli, da sud a nord, da est a
ovest. Il mio francese era abbastanza buono, tanto che alcuni parigini cui
chiesi informazioni mi presero per un belga o per uno svizzero francofono,
dimostrando nella loro altezzosa degnazione quanto poca stima avessero di
siffatti commensali della loro lingua.
Il gigantesco piroscafo Leviathan (l’ex Vaterland
se non erro) mi portò a New York. Appena misi piede nel paese della
libertà, mi trovai in prigione: un funzionario dell’ufficio immigrazione, sorprendentemente
sgarbato, esaminò il mio passaporto, in cui il mio nome era preceduto dal tanto
desiderato e fruttuoso titolo di dottore, poi gettò uno sguardo sul «visto per
studenti» (me lo aveva dato, a Vienna, come se fosse il santo Graal, un console
americano per niente simpatico); nel viso da sbirro del funzionario si rifletté
una dolorosa, torbida attività cerebrale e da un angolo della sua bocca
scaturirono le parole «Ellis Island».
Così fui rinchiuso in quel memorabile campo di
concentramento americano, che i sostenitori delle cosiddette libere democrazie
vorrebbero volentieri dimenticare. Ma io lo ricordo benissimo. Dalla mia
segreta godevo una magnifica vista della Statua della Libertà, e mi indussi a
pensare che questo trovarsi accanto di prigione e di monumento non poteva
essere casuale, ci doveva essere sotto qualcosa di intenzionale: forse si
voleva insegnare agli immigrati imprigionati i pregi del pensiero dialettico.
Ma di per se stessa la vista del paesaggio marino velato dalla nebbia nelle
prime ore del mattino era affascinante, e il suono lamentoso delle sirene da
nebbia e il verso dei gabbiani formavano un malinconico accompagnamento a
un’America che non sarebbe mai esistita.
Dopo uno o due giorni fui chiamato in tribunale. Lo
presiedeva un’imponente dama nera affiancata da due sonnacchiosi signori
anziani in uniformi sbiadite (così mi immaginavo i pigiama dell’esercito della
salvezza). Seguì rapida la sentenza: deportazione immediata, dal momento che il
caso era chiaro ed ero stato smascherato come un doppio imbroglione: se ero un
dottore, non potevo certo essere uno studente, e se ero uno studente, come
potevo essere anche un dottore? Balbettai qualcosa citando Faust, che nonostante
molti dottorati era stato un eterno studente; avrei potuto tentare altrettanto
bene di giocare a briscola con un marziano. Tutta questa storia grottesca
avrebbe potuto essere una scena di Ubu Roi di Jarry. Il condannato fu
riportato nella sua minicella, inviò un telegramma alla Yale University; il cui
legale intervenne presso le autorità di Washington, e dopo alcuni giorni riebbe
la libertà. Non ho mai potuto accertare se tutto quel rigore sia venuto meno in
virtù di un’intelligente argomentazione o grazie a qualcosa di più lucente.
Forse costituivo addirittura una sorta di precedente, perché appartenevo alla
prima infornata di post-docs, che proprio allora cominciavano a emigrare
sempre più numerosi negli Stati Uniti.
Quando giunsi a New Haven, mi attendeva alla stazione Treat
B. Johnson, barone della facoltà di chimica e perciò sei volte più potente
della mia insignificante persona. Era un uomo di tratti distinti e gentile, un
rappresentante autentico di ciò che restava di un’America d’altri tempi,
un’America migliore, di cui si vedevano ancora le tracce. Johnson cercò di
rendere meno difficili i primi penosi giorni della mia vita nel continente
esageratamente nuovo. Solo molto più tardi, quando cominciai a occuparmi degli
acidi nucleici, compresi l’importanza dei suoi lavori sulla chimica della
purina e della pirimidina.
Johnson mi ospitò alcuni giorni in casa sua; nella mia
camera era appesa una sorta di grande ricamo da parete che raffigurava un
uccello azzurro con una scritta ricamata che diceva: «Possa l’azzurro uccello
della felicità trovare un luogo di eterno riposo nella tua casa»: mi parve
oltremodo commovente la fiducia dell’America nei Bluebirds. Nel paese da
cui venivo gli uccelli erano particolarmente grigi.
11. Cerchio senza
centro
Spesso ho riflettuto sul significato di un concetto come
«mancanza di radici». Agli inizi, quando sentivo dire o leggevo di qualcuno
che non aveva radici, non riuscivo ad afferrare il senso di questa espressione
e dicevo a me stesso: «Ma in fin dei conti un uomo non è una pianta». Invece,
in realtà l’uomo è una pianta: il mito del gigante Anteo, che perdeva le forze
appena non era più a contatto con la terra da cui era nato, ha un profondo
significato. Ci avvizziamo, se ci tolgono il suolo nel quale possiamo mettere
radici, sia pure in senso metaforico. Lo slogan «sangue e terra» è stato
screditato dalla storia più recente; quelli che ciarlavano intorno a tale
concetto erano isterici senza radici, tipici fin de siècle; ma se lascio
da parte il sangue e la sua immaginaria purezza, di cui ho poco rispetto (non
c’è poi tanto DNA nel sangue, se si escludono i
leucociti), devo pur preoccuparmi delle radici metafisiche nella terra
allegorica.
Sono giunto alla conclusione che la mia generazione è la
quintessenza dello sradicamento: la caratterizzano la scomparsa, il disgregarsi
di ogni legame; non si odono più le voci dei genitori che parlano nella camera
accanto, ognuno è solo con se stesso; essere soli in mezzo alla folla: questa è
stata la maledizione dei miei contemporanei. Un uomo veramente pio affonda le
radici nella sua religione. Ci deve essere ancora molta gente del genere, ma
non so se ne ho mai incontrata, benché conosca molti seguaci, solidi e fedeli,
di forme religiose acquisite per eredità. Senza dubbio la forza dell’abitudine
può essere, almeno in parte, un elemento di compensazione, e spesso un
surrogato altrettanto efficace, e forse ancor più attivo, è il nazionalismo o
il suo gemello meno aggressivo, il patriottismo. Per molti dei miei
contemporanei, le scienze della natura - o anche, al limite, la psicoterapia o
la ragioneria - erano espedienti per vivere. Tuttavia negli scritti di Tolstoj
o in quelli di Knut Hamsun mi sembrava di aver trovato uomini di tipo diverso:
erano soltanto figure immaginarie?
Probabilmente faccio ridere se dico che i miei genitori
erano radicati in Austria, ma è la verità. In ogni modo, la religione non
c’entrava quasi per nulla e la società solo un poco. I legami familiari si
erano allentati, tranne il piccolo nucleo della microfamiglia, padre, madre,
sorella e io stesso. La letteratura e la musica erano scialbi ornamenti di
tarde serate, ma c’era pur sempre la decrepita duplice monarchia, e i miei
genitori sembravano, sotto molti aspetti, l’incarnazione di austriaci del XIX secolo. La prima guerra mondiale sconvolse tutto
questo mondo e noi diventammo profughi di professione con alloggi di ricambio,
cittadinanze di ricambio e, più tardi, addirittura una lingua di ricambio. In
un certo senso ho avuto più fortuna di quelli che hanno fatto un’analoga
esperienza in età più matura, perché quando aprii gli occhi al mondo, questo
era ormai un mondo senza illusioni, ma era anche un mondo in cui soltanto
pochi si sentivano a casa loro. Se mi fossi chiesto, quando ero bambino, dove
erano le mie radici, con quale realtà mi trovassi intrecciato - ma i bambini
hanno altre e maggiori preoccupazioni - avrei probabilmente risposto: nei e con
i miei genitori. Ma entrambi sarebbero ben presto scomparsi. Divenuto un po’
più grande, avrei forse trovato un’altra risposta, una risposta ingannevolmente
più solida, perché prima di tutto avrei nominato la lingua, l’idioma in cui mia
madre parlava al suo bambino, ma la lingua materna è bruciata insieme a mia
madre, e quando tutto ciò fu scomparso, non rimase più nulla.
Sono nato in un mondo selvaggio, pericoloso, instabile e
folle. Un vecchio non riesce a rievocare l’intensità con cui una giovane
creatura vede se stessa e il mondo, ma mi ricordo che mi pareva di essere un
trovatello esposto presso la porta di Sodoma. Quando a ventitré anni mi misi in
viaggio per l’America, tutto doveva restare alle mie spalle: mi recavo in un
mondo nuovo. Come mi avrebbe accolto e, ciò che era ancor più importante, come
lo avrei accettato? L’arrivo a New York significava per me un grande sconvolgimento.
Cercando di richiamare alla mente le mie prime impressioni e perciò quelle
decisive, so benissimo di avventurarmi in un’impresa infida e pericolosa.
Un uomo che passa da Sodoma a Gomorra vedrà molte cose
simili e altre diverse e, se è incline a eccessi apocalittici, giungerà alla
conclusione che forse esiste soltanto un paradiso ma sicuramente molti inferni.
E se ha anche una particolare predisposizione per una valutazione simbolica
degli avvenimenti quotidiani, molte delle cose che gli è dato di incontrare
gli ricorderanno, per così dire, il futuro: un futuro che egli non osa guardare
in faccia. Se poi subito dopo il suo arrivo gli abitanti di Gomorra gli
chiederanno se Gomorra gli piace e se è felice di aver lasciato Sodoma, il
nostro personaggio non aprirà bocca: che cosa può dire? Non vuole che lo si
chiami un sodomita incorreggibile.
Alcune persone, ancora in grado di pensare in termini
positivi, mi hanno spesso detto, in tono di rimprovero, che esagero. Certo, è possibile,
ma chi stabilisce la linea direttrice, chi la misura? O forse un piccolo resto
dei geni che hanno stimolato Ezechiele è toccato a me? O è semplicemente
dispepsia? Se la mia fede nei dottori fosse più forte, lo chiederei a loro, ma
così come stanno le cose, essi sarebbero sicuramente disposti a prescrivere
tranquillanti a san Giovanni sull’isola di Patmo (lui però stava meglio senza
l’assistenza di un medico specialista).
L’uomo di Sodoma non metterà mai radici a Gomorra, mai
si sentirà di nuovo a casa sua in Sodoma. Il futuro, il più misericordioso di
tutti i tempi, egli non lo può leggere, naturalmente; ma ha letto la Genesi e
si ricorda che Sodoma e Gomorra sono state distrutte da una medesima tempesta
di fuoco e di zolfo.
Non venni in America come immigrato. Ma anche per un
visitatore in cerca di curiosità era un’esperienza indescrivibilmente sconvolgente
vedere New York, percepire le sue voci strane e le grida, i lamenti e i suoni.
Il pulsare nevrotico di una città che non è mai andata a dormire perché non si
è mai svegliata; il grottesco cerimoniale del «proibizionismo», quando ognuno
doveva essere fiero di violare la legge; l’orgoglio primitivo di
un’intelligenza rozza e presuntuosa; l’incredibile sporcizia di tutto ciò che
non era incredibilmente tirato a pomice e pacchianamente lussuoso; la
spudorata ipocrisia di tutte le istituzioni e il ghigno melenso con cui una
bricconeria, una volta scoperta, veniva ammessa e contemporaneamente
cancellata; i ditirambi a pagamento che accompagnavano camere politiche e
mercantili, ben presto finite nel dimenticatoio o tra le mura di un carcere; la
confusione del linguaggio e la svalutazione di ogni forma grammaticale,
specialmente del superlativo; un gigantesco tranello, un’ingannevole apparenza come Vangelo della nazione,
una trappola che rendeva impossibile ogni fede futura, ogni fede nel futuro:
tutto ciò doveva sopraffare un giovane che credeva di avere lasciato dietro di
sé l’Europa, mentre si trovava di fronte a una super Europa. Come tutta questa
realtà mi sembrava lontana da James Fenimore Cooper o da Chateaubriand! Però,
come ero ingenuo! Mi aspettavo forse di trovare coccodrilli nel lago di Hudson
o indiani Sioux sul sentiero di guerra nei viali di Manhattan? Solo molto più
tardi dovevo scoprire che tutto quello che avevo pensato di trovare esisteva
davvero, ma sotto travestimenti inaspettati.
Quando nel 1928 giunsi per la prima volta in America,
avevo l’abitudine di passeggiare per molte ore lungo le strade desolate, che
in quel tempo non erano ancora particolarmente pericolose, e cercavo di
scoprire un volto umano. Ma ciò che vedevo mi spaventava: il nuovo mondo
aveva, a quanto pare, generato un nuovo tipo di fisionomia, talvolta
insignificante per lo più triste e indifferente o distorta in uno scialbo
sorriso. Nel primo film sonoro cui assistetti sentii canticchiare Sunny boy (ragazzo
solare), ma dovunque volgessi lo sguardo per le strade e nella metropolitana,
nelle bettole e nei teatri, nelle sale delle conferenze e nelle chiese, la
gente sembraya indicibilmente infelice, come se cercasse di dire qualcosa
senza riuscire a trovare le parole. Dappertutto vedevo persone che sembravano
dar la caccia ad altre ed essere a loro volta cacciate, mentre si affrettavano
disperate per cadenti contrade, simili a paesaggi di De Chirico, lasciate
nella sporcizia e, invano, cercavano di nascondersi a un destino che per loro
aveva soltanto il nome di privazione o di miseria, anche se includeva
certamente ansie più metafisiche. E ogni qual volta sentivo nelle mie
sconsolate peregrinazioni qualcosa che assomigliava a risa umane, mi voltavo e
vedevo sempre e soltanto facce nere, ma anche questa benedizione di serenità
originaria, quasi primordiale, ultimo avanzo di ciò che erano gli uomini in
epoche remote, è nel frattempo scomparsa. In mezzo alla massa di una gaiezza in
scatolette di conserva e meccanicamente potenziata, in mezzo a tutti questi
ghigni e sogghigni, l’America è diventata un paese feroce.
Talvolta vedevo una vecchia donna nera dall’aria stanca
avanzare faticosamente trascinandosi il velo luttuoso della sua pelle. Allora
mi era chiaro di soggiornare in un paese in cui i poveri portavano sul volto i
segni della loro miseria. Lontani erano Alëša Karamazov o il principe Myškin. [Personaggi di due romanzi di Dostoevskij,
rispettivamente dei Fratelli Karamazov e deIl’Idiota. (n.d.r.)] Per contro, i ritratti di
personalità politiche e di altri uomini importanti apparivano sui giornali in
tutta la loro giovialità senza limite, come se venissero direttamente dal
padiglione delle risa del Wurstelprater di Vienna. La componente tragica
veniva respinta come immorale. In quel tempo mi convinsi per la prima volta che
la più grande di tutte le rivoluzioni doveva ancora scoppiare e che soltanto grazie
a essa l’umanità avrebbe potuto liberarsi dai ceppi del pensiero
meccanicistico, verso il quale si sentiva attratta dai canti del progresso,
dai peana della scienza. E la mia convinzione che ciò dovrebbe avvenire non è
ancora venuta meno; forse è la speranza a essere scomparsa. Molti sogni di
millenni sono sbiaditi e il chiliasta, ormai vecchio, comincia a capire che
nell’economia dell’eternità imperi millenari durano talvolta meno della vita
effimera di una mosca.
L’estraniamento dall’insostituibile lingua materna, che
si accompagnava al mio stabilirsi in un paese anglofono, era per me una grave
perdita, ma la meravigliosa lingua inglese era ricca di consolazioni. Non
intendo istituire alcuna gerarchia: tutte le lingue sono le migliori, ero
solito dire, poche lingue, però, si sono dimostrate così solide come la lingua
inglese, così chiara e concisa in tutta la sua ricchezza, così flessibile, così
resistente. Poche lingue hanno saputo sopravvivere ad abusi tanto brutali
senza andare in rovina, mentre, per esempio, il francese corre il pericolo di
soccombere a un tale attacco. Non conosco alcun’altra lingua che nel suo
vocabolario si scomponga in due parti (la romanza e la germanica) al punto che
quasi ogni vocabolo è una sorta di parola straniera per l’una o per l’altra
parte, ma la forza della lingua inglese consiste proprio in questo, che essa
rappresenta una lega, nella cui massa fusa si sciolgono facilmente intrusioni
straniere. Noi non siamo i padroni, siamo gli schiavi del nostro linguaggio, e
nel mio caso l’inglese si è dimostrato un maestro indulgente e comprensivo, e
lodo il giorno che mi ha avvicinato alla lingua di Shakespeare e di Donne, di
Pope e di Swift, di Gibbon e di Blake. Una delle ultime meraviglie costruite
dall’uomo artigianalmente, l’Oxford English Dictionary, è stato per me
un amico silenzioso. Oggi i vocabolari si fabbricano con il computer, e raggi
luminosi imparziali e instancabili frugano masse informi per presentarle
all’elaborazione lessico-grafica.
C’è un detto abbastanza insignificante, ma venerando,
che viene attribuito a molti antichi saggi, incluso Eraclito: «Il carattere di
un uomo è il suo destino» (in realtà Eraclito usò la parola éthos, e non
charakter). Naturalmente quel che importa è come definire carattere e
destino: il tifo di Schubert era una parte del suo carattere? Non c’è dubbio
che lo sradicamento fu una componente dei destini della mia generazione, ma lo
sradicamento era una parte del nostro carattere? Sì, lo confesso: i metafisici
giochi di società non hanno mai contribuito a farmi passare il tempo. Il fatto
di non sapere, o di non volere, mettere radici - sia che ne fossi stato
costretto o avessi potuto evitarlo, che fosse stata una cosa vantaggiosa o spiacevole
- ha probabilmente caratterizzato la mia vita. Carattere? Destino? Come solevo
dire in tempi più felici: «Il destino viene ‘dopo, intanto lui deve cadere
nella fossa».
12. Alba a New Haven
La borsa di studio per l’attività di ricerca che
nell’ottobre 1928 mi portò alla Yale University fu la causa della mia prima
assenza, piuttosto lunga, dalla patria. Ai giorni nostri, in cui i popoli si
muovono con tanta maggiore facilità (si passa una gran parte della vita in
continuo insensato movimento, lasciando un luogo per un altro per poi tornare di
nuovo al punto da dove si era partiti), non è facile spiegare che cosa ciò
significasse per me. Provenivo da una famiglia molto sedentaria: credo che mio
padre non abbia posseduto un passaporto se non in età avanzata, e questo
desiderio di una stabile dimora deve essermi passato in eredità. Non c’è da stupirsi
se tale desiderio non si è avverato né per me né per innumerevoli altre
persone, quando si pensi al nostro secolo tanto esageratamente smanioso di
viaggi.
La cordialità con cui fui accolto da tutti alla Yale
University rese meno acuto il dolore del distacco, dolore che tuttavia durò a
lungo e in un certo senso non è mai cessato, anche se mi era difficile dire da
che cosa mi sentissi strappato. Spesso, parlando di me, ho detto di essere nato
con un sasso in una scarpa… era proprio la mancanza di patria il nome di questo
sasso? Che cosa intenda dire con questo non so spiegarlo. Anche Dante riuscì a
descrivere l’inferno molto meglio del paradiso, perché nel primo era vissuto,
mentre aveva dimenticato il secondo.
Rudolph J. Anderson sembrava un ufficiale britannico in
abiti civili che mal si adattavano al personaggio; svedese di nascita, educato
a New Orleans, rappresentava una curiosa mescolanza di caratteristiche
nazionali e culturali. Era un eccellente chimico sperimentale e da lui appresi
il rispetto per la materia, l’attenta valutazione della quantità persino in
ricerche essenzialmente qualitative, l’attenzione quasi reverenziale tributata
all’esattezza dell’osservazione e della descrizione. Se ogni ricercatore ha
bisogno di un maestro, Anderson lo fu nel mio caso, e tuttavia esito a
definirlo così, perché non credo abbia influito in misura notevole sulla mia
carriera. Maestro è chi indica al discepolo la strada che lo porta a conoscere
se stesso, e questo nessuno lo ha mai fatto per me.
Rimasi con Anderson due anni, dal 1928 al 1930, presso
l’istituto di chimica della Yale University, dove Anderson era venuto non
molto prima di me per organizzare un programma di ricerca sulla composizione
chimica dei bacilli tubercolari e di altri microorganismi resistenti agli
acidi. Il mio soggiorno fu davvero proficuo: pubblicai con lui sette lavori; i
più interessanti riguardavano la scoperta di una serie di acidi alifatici con
strane concatenazioni, gli acidi tubercolostearici e ftialici,11, 12 nonché
i complessi lipopolisaccaridi del bacillo della tubercolosi.13 In relazione a queste ricerche feci la
conoscenza anche di una signora meritevole di grande attenzione sul piano
scientifico, Florence Sabin del Rockefeller Institut, autrice di importanti
studi di citologia inerenti gli effetti esercitati sui tessuti dalle sostanze
che avevamo isolato dai bacilli della tubercolosi. Mi rimase anche il tempo di
concludere ricerche interamente autonome sul cianuro di iodio,14
sui composti organici dello iodio15 e anche sui pigmenti
carotenoidi del bacillo del fleolo pratense, una graminacea del genere Phleum,
nota in inglese coime Timothy grass.16 Nel corso
della ricerca sulle sostanze coloranti batteriche ebbi modo di riscoprire gli
studi di cromatografia, ormai dimenticati, eseguiti nel 1906 da M.S. Tswett e
fui in grado di utilizzare questo metodo qualche tempo prima che Richard Kuhn e
i suoi collaboratori lo adottassero su vasta scala a Heidelberg.
Il luglio del 1929 si approssimava e perciò tornai per
l’estate a Vienna. Avevo risparmiato dei miei duemila dollari quanto bastava
per pagare anche il viaggio della mia fidanzata alla volta degli Stati Uniti ed
ero appunto tornato in Europa a prenderla. Non potemmo sposarci a Vienna,
perché il tipo di visto sul mio passaporto non mi avrebbe consentito di portare
con me una moglie, e perciò la mia fidanzata dovette intraprendere il viaggio
con il nome di ragazza come visitatrice temporanea negli Stati Uniti, e fummo
costretti a occupare due caste cabine, lontane l’una dall’altra, sul
transatlantico Berengaria. Prima di lasciare Vienna, avevo acquistato
ancora due biglietti per la Staatsoper e così festeggiammo la nostra partenza
assistendo al Flauto magico di Mozart: fu uno spettacolo memorabile, con
Alexander Kipnis, il più splendido Sarastro dei miei ricordi. Il grido
«Indietro!», che rimbomba alle orecchie del principe Tamino da tutte le porte
del castello solare di Sarastro, mi risuonò come un coro composito di funzionari
americani addetti all’immigrazione. Questa volta però (forse per ragioni di
simmetria) toccò a Vera di trascorrere due o tre giorni a Ellis Island, mentre
io, in cambio, potei mettere piede sulla costa della libertà senza essere
tratto in arresto. Superata ogni difficoltà, celebrammo le nozze nel settembre
1929, e precisamente nella City Hall di New York, un edificio che non merita
neppure il nome di municipio. Due signori male in arnese ci offrirono i loro
servizi all’ingresso dell’ufficio, fungendo da testimoni, e attestarono la nostra
identità; sono eternamente grato a quei due vagabondi.
Mentre volgeva al termine il mio secondo anno di
attività con Anderson, dovetti prendere ancora una volta una di quelle timide
decisioni che consistevano essenzialmente nel decidere di non decidersi. Non
volendo restare più a lungo negli Stati Uniti, scrissi a Paul Karrer, di
Zurigo, il quale mi rispose di essere disposto ad accogliermi purché
provvedessi da me al mio stipendio. Allora mi rivolsi all’Istituto Bach di
Mosca, dal quale però, se ben ricordo, non ebbi risposta (ma in questo mondo
nulla va perduto: 27 anni dopo, mentre partecipavo a Mosca a un simposio
organizzato dall’Accademia delle scienze dell’URSS, un collega russo, con cui
stavo casualmente parlando, si ricordò della mia vecchissima richiesta) Ci
eravamo sentiti molto infelici in America, io e Vera, e bruciavamo di nostalgia
per l’Europa. Avevamo giusto il danaro per restare negli Stati Uniti due o tre
mesi e per i biglietti di ritorno. E così, nonostante l’offerta allettante di
un posto di professore assi stente alla facoltà di chimica della Duke
University, nel North Carolina, che in quel tempo era impegnata su scala a dir
poco esagerata in ricerche sul tabacco dal momento che i quattrini le venivano
forniti dall’industria delle sigarette, lasciai gli Stati Uniti nell’estate
del 1930 per far ritorno in Europa: il caso del topo che va a cacciarsi proprio
sulla nave in procinto di affondare.
Mentre lasciavamo il paese, credevamo di avere raccolto
ricordi istruttivi, destinati a cancellarsi solo a poco a poco. Non
immaginavamo che ben presto saremmo tornati.
13. Sera tardi a
Berlino
A Vienna scoprii che la situazione economica era molto
peggiorata nei due anni della mia assenza. Persino un pensatore in problemi
di economia rozzo come me, avrebbe dovuto allarmarsi per il crollo della Borsa
di New York, un avvenimento, questo, che avevo osservato da vicino. Invece di
seppellirmi a Durham, nel North Carolina, per consacrare la mia vita alla
ricerca di tutte le proprietà della pianta del tabacco, decisi di cercare
fortuna a Berlino, la città in cui minacciavano sempre di trasferirsi i
viennesi disperati, per gustare finalmente i pregi della pulizia, dell’ordine,
della puntualità (e del pessimo cibo).
Quando nel settembre 1930 giunsi a Berlino per un lungo,
come speravo, soggiorno, i vermi avevano già avuto molto tempo per corrodere le
fondamenta della repubblica di Weimar, ma ai miei occhi inesperti l’edificio
fatiscente sembrava andare in rovina in un contesto non più pericoloso di
quello che coinvolgeva il resto del mondo occidentale, ebbro di progresso,
avido di profitto, ingenuamente cinico. Avevo torto. Già due anni e mezzo
dopo, nell’aprile 1933, un treno rapido mi avrebbe portato insieme con mia
moglie a Parigi, e dovevano passare quarant’anni prima che rivedessi Berlino,
una città ormai completamente diversa.
Pensando a quei giorni lontani, usavo dire che il
periodo trascorso presso l’università di Berlino, dall’ottobre 1930 all’aprile
1933, era stato forse il più felice della mia vita.«Come puoi sostenere una
cosa simile?», mi chiedeva molta gente. Che cosa c’era di singolare in una
città e in un paese sul punto di precipitare in uno degli abissi più profondi
che abbia mai inghiottito un popolo civile? Posso rievocare con piacere le
circostanze che mi resero allora la vita gradevole a Berlino.
Vivevo in una città angustiata da una crescente
disoccupazione e da una crisi economica sempre più acuta. I pochi viennesi che
conoscevo e che mi avevano preceduto lavoravano ora nei vari
Kaiser-Wilheim-Institut, e l’unico loro aiuto consisteva nel consigliarmi di
preparare estratti per il «Chemisches Zentralblatt», ma ciò che avrei potuto
guadagnare con questo lavoro non mi sarebbe bastato forse nemmeno per un
giorno. Non avevo lettere di raccomandazione e se pure ne avessi avute, non
avrei saputo utilizzarle, ma miracolosamente riuscii a trovare quasi subito un
buon posto: fu una combinazione di pura fortuna e del vantaggio che potevo
trarre dall’essere tornato in Europa dopo due anni di attività in America come post-doc.
All’istituto di igiene dell’università (che contemporaneamente era anche
l’istituto di batteriologia) avevo conosciuto il professor Julius Hirsch, un
uomo eccezionalmente cordiale e disposto ad aiutare il prossimo. Hirsch
conosceva benissimo i lavori che avevo svolto con Anderson alla Yale Uniersity.
Lo attraeva forse la mia giovane non ancora sbocciata personalità o la mia
conoscenza dei bacilli della tubercolosi? In ogni modo il professor Hirsch mi
presentò subito al capo, il consigliere privato Martin Hahn (noto sin dal tempo
della sua collaborazione con Eduard Buchner e Otto Hahn) e nel giro di pochi
minuti fui assunto come «assistente volontario» (più tardi divenni assistente
ordinario di chimica).
Altrettanto velocemente riuscii ad assicurarmi anche una
borsa di studio. Venni inviato presso il presidente della Deutsche
Forschungsgemeinschaft (Commissione tedesca di ricerca), sua eccellenza
Schmidt-Ott, un autorevole arabista, se ben ricordo; il grand’uomo mi fece
molte domande, ma poche riguardavano le scienze naturali, poi mi lasciò andar
via: avevo ottenuto il posto e la paga. L’informalità e la rapidità della
decisione, l’apertura alle nuove idee, l’assenza di meschinità, l’ampiezza di
orizzonti: tutto ciò doveva per forza fare impressione su un giovane timido,
che era da poco sfuggito al mondo ipercritico, invidioso e immobile di Vienna -
dove persino le cimici si attenevano al vecchio spagnolesco cerimoniale di corte
- e si era appena lasciato alle spalle ill mondo gerarchico e provinciale di
Yale, fiero delle sue caste. Berlino sembrava possedere tutte le belle qualità
che mi erano state descritte come prerogativa dell’America. Per tutta la durata
del nostro rapporto di lavoro, Martin Hahn mi trattò con incredibile
benevolenza. Per motivi di servizio mi fu assegnato come abitazione un appartamento
nell’istituto, a pochi passi del Reichstag, il cui incendio doveva ben presto
illuminare l’inizio del Terzo Reich. Ero del tutto indipendente nelle mie
ricerche e cominciavo addirittura a servirmi di collaboratori.
La Germania si trovava in una grave crisi economica, una
situazione che non veniva allora tollerata con tanta docilità, come sembra
sia invece il caso nella nostra epoca di lavaggio dei cervelli e di persuasioni
tranquillanti. A Berlino le acque erano agitate, ma contemporaneamente fioriva
la più splendida vita culturale a cui abbia mai assistito: i Berliner
Philharmoniker diretti da Furtwàngler; la Kroll-Oper sotto Klemperer, con le
sue mirabili esecuzioni come quella di Perichole di Offenbach, nella
rielaborazione di Karl Kraus; la prima straordinaria esecuzione di Mahagonny
di Brecht e Weill. Il Kronprinzenmuseum fu il primo luogo dove ebbi l’opportunità
di vedere la pittura e la scultura moderne (a quell’epoca Vienna rendeva ancora
omaggio a una secessione ormai stanca). Su tutto si stendeva tuttavia un velo
irreale, una sconfinata tristezza si dipingeva negli occhi della gente, come se
la si fosse trasposta, d’improvviso, dal XIX al XXI secolo. La povera prostituzione
della Friedrichstrasse, la miseria sfacciatamente pudica dell’Alexanderplatz,
scenario dell’eccellente romanzo di Döblin, facevano da stridente contrasto
con il lusso ostentato dei quartieri occidentali. Fu proprio in questo periodo
che cominciai a capire che il nostro mondo era diventato troppo complicato per
l’essere umano, che il motivo principale del nostro tempo sarebbe stata la
fuga, il cieco correre via da una quotidianità insopportabile, per sprofondare
nella follia, nella violenza, nella distruzione.
Nonostante tutto, il mio lavoro andava avanti in modo
vario e interessante. Due dei miei studi più ampi — una ricerca sui lipidi del
bacillo di Calmette-Guérin (BCG)17 e uno studio esauriente sulle
frazioni di lipidi e di fosfolipidi dei batteri della difterite18
dovevano costituire la tesi per la libera docenza. Ma, poiché nella facoltà
di medicina, cui il nostro istituto apparteneva, il titolo di libero docente
era riservato ai laureati in medicina, Martin Hahn fece in modo che diventassi
libero docente alla Berliner Technische Hochschüle, e precisamente, se la
memoria non mi inganna, per la chimica della fermentazione. Alla fine del
gennaio 1933 la «peste nera» aveva assunto il governo in Germania, e una
settimana più tardi mi si sarebbe potuto vedere in un assurdo viaggio alla
volta di Charlottenburg con in mano un plico accuratamente confezionato, il mio
magnum opus da consegnare alla segreteria della Technische Hochschülle.
Quando però fu il momento di decidere la mia assunzione come libero docente,
io ero già a Parigi, lontano da Berlino. A
Berlino sarei potuto restare ancora un po’ di tempo, protetto dal mio
passaporto austriaco, ma mi bastò dare un’occhiata allo stile e alle fisionomie
dei nuovi potenti. Come avrei voluto continuare a essere così sciolto e agile
anche in successive avverse situazioni!
Abitavamo nella Neue Wilhelmstrasse, non lontani dal
palazzo del cancelliere del Reich e dagli altri edifici governativi, fu cosi che
potei assistere, con la testa e le braccia coperte da una spessa fasciatura,
alle diverse fiaccolate e ai vari cortei di giubilo con cui la massa entusiasta
celebrava negli ultimi giorni del gennaio 1933 l’imminente fine della Germania.
Se in quel tempo sembravo l’«uomo invisibile» di Wells, lo dovevo all’unico
incidente di laboratorio ‘1 della
mia vita: nel dicembre 1932, durante la preparazione di alcune sostanze
coloranti al carotene (carotenoidi) erano esplosi contro di me circa 30 litri
di etere, che mi trasformarono in una torcia. I vigili del fuoco,
l’autoambulanza e l’ospedale della Charité fecero la loro parte e me la cavai
con un gran spavento e alcune cicatrici ma per alcuni mesi dovetti andare in
giro protetto da pesanti bende. L’indennizzo dell’assicurazione mi consentì di
affrontare le spese del nostro trasferimento a Parigi.
La
posizione del nostro appartamento fece si che divenissimo testimoni auricolari
dell’incendio del Reichstag. Il 27 febbraio eravamo seduti nella nostra camera,
immersi nella lettura, quando sentimmo un putiferio a non finire che durò tutta
la notte: là, all’angolo della via, il brutto edificio era in fiamme; ma allora
ci eravamo abituati a eccessi di ogni genere e perciò non scendemmo in strada
per vedere che cosa succedeva: avevamo scarsa fiducia nell’esuberanza della
ridesta anima popolare, che si era armata di mazze ferrate e di altri
spiacevoli arnesi. Più tardi, quando nel procedimento giudiziario e negli
articoli di giornale si fece la prima ricostruzione dell’avvenimento, le cause
della catastrofe mi sembrarono del tutto evidenti e così si sono impresse nella
mia mente, ma ora che quasi tutti i testimoni sono morti e gli specialisti di
storia di una generazione successiva si sono lanciati alla ricerca dei fatti, questi
sono diventati nuovamente oscuri, come quasi sempre avviene nella storia.
Comunque, non dimenticai quell’avvenimento, e quando trent’anni dopo il
presidente Kennedy fu assassinato, cercai di indagare se Lee Harvey Oswald
potesse essere il figlio di van der Lubbe,.[L’autore stabilisce un parallelo fra le vicende di Lee Harvey Oswald,
accusato dell’assassinio di Kennedy e a sua volta assassinato prima del
processo, e Marinus van der Lubbe, un comunista olandese processato e
condannato a morte dai nazisti come esecutore materiale dell’incendio del
Reichstag. Entrambi i casi presentano tutt’oggi moltissimi lati oscuri. (n.d.r.)]
ma senza risultato.
A questo punto vorrei gettare ancora uno sguardo
retrospettivo sulla città, dove respirai per la prima volta l’aria di una
ricerca autonoma. Il luogo, dove mi trovavo, poteva sembrare a un chimico
giovane e inesperto addirittura come il paradiso delle scienze naturali.
L’istituto di igiene, che ospitava il mio laboratorio, faceva parte di un
complesso edilizio veramente brutto: edifici di mattoni rossi che si
affacciavano sulla Dorotheenstrasse e sulla Neue Wilhelmstrasse (nel 1973,
quando li rividi fugacemente, avvertendo una strana sensazione, essi mi
sembrarono tali e quali, anche se molto più sporchi, ma le strade erano
intitolate a Klara Zetkin e a Karl Liebknecht) Vi erano riuniti diversi
istituti universitari e molti dei nomi connessi con quegli istituti mi erano
familiari. Nernst, per esempio, dominava nella fisica; l’abitazione
assegnatagli dall’università si trovava in un’ala del gruppo di edifici che
prima ho ricordato, e da una finestra del nostro piccolo appartamento potevo
osservarlo mentre con grande zelo e abbondanza di consigli sovrintendeva al
lavaggio quotidiano della sua grossa automobile. I giorni del terzo principio
della termodinamica erano passati da un pezzo, e ora mi viene in mente una
buffa lezione tenuta dal sessantottenne Nernst su una sorta di pianoforte
elettrico di sua costruzione: spiacevoli e rumorose cacofonie accompagnavano
l’esposizione.
C’erano poi Trendelenburg e Krayer in farmacologia,
Bodenstein e Marckwald in chimica fisica. Non lontano da noi si trovavano i
laboratori di chimica con Schlenk, Leuchs ed Ernst Bergmann. Steudel si
occupava di chimica fisiologica. Ma ho citato pochi nomi, e per tutti quelli
che solo due anni prima avevano superato l’esame conclusivo, il Rigorosum, molti
di questi nomi risuonavano come se provenissero da un sogno angoscioso. In quel
tempo i Kaiser-Wilhelm-Institut nel verde, gradevole quartiere di Dahlem, vivevano
una delle loro epoche più splendide: la fisica con von Laue e Einstein, la
biologia con Correns e Hartmann, la chimica con Otto Hahn, la chimica fisica
con Haber, Polanyi e Freundlich, la fi-siologia cellulare con Warburg; e
c’erano poi alcune altre baronie, con Neuberg, Herzog, Hess e altri ancora. Ho
conosciuto a fondo molti di questi uomini e i loro collaboratori, perché mai la
massoneria delle scienze fu così aperta, così poco riservata come allora, e
mai più avrei avuto la sensazione di appartenere a una tanto degna e
intelligente comunità di dotti. Per quanto sembri assurdo, devo ammetterlo:
quando ripenso a quei giorni lontani, mi sembra che proprio allora cadessero
sulla mia testa gli ultimi raggi del sole ormai al tramonto della civiltà del
XIX secolo, e ciò avveniva nel 1931 o nel 1932, quando i «lunghi coltelli»
avevano già cominciato ad allungarsi con
terribile rapidità.
Con Haber e Warburg i colloqui rivestivano una qualità
del tutto speciale. Fritz Haber era dotato della mirabile abilità socratica di
ricavare il meglio da interlocutori e uditori; molte delle conferenze
trascendevano le mie capacità di comprensione, ma come mi sentivo sollevato
quando alla fine di una conferenza Haber si alza va e dichiarava: «Non ho
capito una parola». Poi, volgendosi a uno dei suoi paladini: «Signor Polanyi»
o, «signor Weiss, potrebbe spiegarmi di che cosa si è trattato?». Quindi
seguiva un brillante dialogo o piuttosto un polilogo, che sembrava chiarire
pienamente ogni cosa, perfino a me. Ma appena tornavo a casa, si addensavano di
nuovo le fosche nubi dell’ottusità.
I seminari di Otto Warburg avevano un carattere diverso.
Una volta toccò a me di tenerne uno e, come succede di solito, la mia relazione
estemporanea era stata accuratamente preparata; io e mia moglie avevamo
passeggiato lunghe ore nel giardino zoologico -provando e riprovando l’improvvisazione. Tutto
andò bene nonostante l’atmosfera molto formale. Il grand’uomo era seduto in
prima fila e pareva immerso in un sonno arrogante, ma quando ebbi finito, mi
pose domande estremamente intelligenti, capii allora che gli uomini di genio
imparano lo scibile mediante una sorta di osmosi, un dono che mi è stato
totalmente negato.
In quello stesso periodo assistetti a una conferenza,
non certo improvvisata, di Max Planck; faticosamente e con precisione, il
vecchio signore leggeva un astruso manoscritto. Ciò doveva servirmi come
avvertimento: la filosofia è per lo scienziato uno dei pericoli connessi con
l’invecchiamento. Ma ben presto sopraggiunsero i giorni neri del gennaio 1933,
le ultime luci si spensero, per le strade buie sentivo il calpestio di stivali
in marcia. La sera era giunta alla fine, seguì una lunga notte: la notte degli
assassini.
14. La fine del principio
Se riuscii a spostare facilmente la mia attività a
Parigi, fu grazie a un altro dei lavori che allora avevo in corso. Il
consigliere segreto Hahn era stato uno degli esperti di questioni giudiziarie
nel noto processo Lübeck: diversi medici erano stati accusati di aver provocato
la morte di numerosi neonati, ai quali essi avevano somministrato bacilli
tubercolari virulenti invece del vaccino BCG, bacillo
di Calmette-Guérin, costituito da bacilli tubercolari indeboliti. Hahn mi aveva
pregato di assumere l’incarico della perizia chimica e credo che la mia
ricerca abbia contribuito in modo sostanziale alla comprensione dei fatti. Il
lavoro fu pubblicato19 e Albert Calmette, vicedirettore
dell’Istituto Pasteur, che naturalmente si era rallegrato della provata
innocuità dei suoi sieri, lo aveva letto. Nel marzo 1933 ricevetti
inaspettatamente da lui una lettera di invito all’Istituto Pasteur: verso la
metà di aprile eravamo già a Parigi.
Calmette, un uomo gentile, benevolo e molto
intelligente, aveva circa settant’anni, e poiché era molto duro d’orecchi e si
offendeva se uno gli urlava addosso, non era facile conversare con lui. Il reparto
di ricerche sulla tubercolosi, che egli dirigeva, aveva un edificio suo
proprio, di struttura moderna per quei tempi, e costituiva in effetti l’unica
sezione dell’Istituto Pasteur in cui fosse possibile effettuare vere ricerche
chimiche. Non c’erano parole per descrivere l’edificio principale
dell’istituto, sul lato opposto della rue Dutot. [Non tento nemmeno di descrivere questo labirinto di camere della
tortura per conigli, porcellini d’India e topi. Qualcuno lo ha già fatto e,
devo dire, con magistrale cattiveria in uno dei più grandi romanzi francesi di
questo secolo, il Viaggio al termine della notte, di Céline (trad. it.,
Milano 1933, pp. 291-297).] L’istituto era diretto da émile Roux, un vecchio incartapecorito di ottant’anni,
estremamente frugale, che già quarant’anni prima aveva portato a termine, come
mi si diceva, importanti lavori. Gli stipendi erano molto bassi, e senza le
sovvenzioni della Fondazione Rockefeller avrei avuto anch’io ben presto
l’aspetto del direttore; i colleghi mi dicevano che era assurdo chiedere un
aumento di stipendio, aggiungevano, però, che il dottor Roux al terzo assalto,
o giù di li, alla sua persona, era di solito disposto a procurare al postulante
denegato la Legion d’onore come premio di consolazione. Negli ultimi giorni
del 1933, dopo un mio secondo inutile approccio, émile Roux purtroppo morì, qualche tempo dopo Calmette, e
così rimasi senza la decorazione di petit ruban.
Benché ai miei tempi l’edificio principale dell’istituto
non disponesse di toilette (l’architetto ebbro di bellezza si era
probabilmente dimenticato di progettarle), aveva in cambio una cripta di
cattivo gusto, in uno strano stile per metà Secondo Impero e per metà bizantino,
dedicata alla memoria di Louis Pasteur, dove feci parte della guardia d’onore
ai defunti, prima per Calmette, poi per Roux. Poiché ero uno dei più giovani
membri dell’istituto, mi avevano assegnato il periodo di veglia dalle tre alle
quattro di notte; seduto in quel singolare ambiente, in cui Giustiniano o
Napoleone III si sarebbero forse trovati più a loro agio, lessi l’Imitazione
di Cristo di Tommaso da Kempis nella mia minuscola edizione debitamente rilegata
in nero.
Nell’Istituto Pasteur svolgevo un po’ di lavoro in
laboratorio - per la verità non era proprio gran che - sui pigmenti dei batteri
e sui polisaccaridi. Rispetto a Yale e a Berlino, le condizioni di lavoro non
erano certo allettanti, anche se i miei colleghi francesi erano, tutto
sommato, persone cordiali e pronte ad aiutarmi. Soprattutto aleggiavano
intorno al nuovo arrivato, un po’ imbarazzato, gli accenti e i toni calorosi e
confortanti della langue d’oc - molto usata nell’istituto - con la sua
raggiante ghirlanda linguistica soffusa di «benvenuto!» e di meridionale
gaiezza. Mi ricordo con immutato rammarico ciò che mi successe quando ebbi
bisogno di un termometro per stabilire i punti di fusione: non se ne trovava
uno, allora andai da Calmette. «Un
thermomètre?!», esclamò stupito, «alors il faut aller chez
monsieur Thurneyssen». [«Un
termometro, allora bisogna andare da monsieur Thurneyssen».] Monsieur Thurneyssen era, come
seppi più tardi, un vecchio artigiano; aveva l’aspetto di Nostradamus ed era
proprietario di un’officina in cui fabbricava di propria mano bellissimi
strumenti, i più belli del mondo. Gli presentai la mia richiesta, mi fece
capire che dovevo tornare dopo alcune settimane. Alla scadenza del tempo
previsto, e forse ancora un poco più tardi, mi fu consegnato un capolavoro
incredibilmente elegante dell’arte di fabbricare strumenti: ricavato per
soffiatura da un vetro sottilissimo, il termometro, con la sua scala incisa a
mano e le cifre artisticamente sagomate, sembrava più degno di una vetrina che
di un banco di laboratorio; al primo tentativo di inserire il delicato
capolavoro in un tampone, andò in frantumi, e io credo di aver potuto
determinare il successivo punto di fusione solo molti mesi dopo, a New York.
Occupavamo un delizioso appartamentino in un nuovissimo
edificio, al margine meridionale del 150 Arrondissement, vicino ai giganteschi mattatoi di cavalli, e facevamo
interminabili passeggiate per le vecchie strade di Parigi. La contrada di Montparnasse,
non molto lontano da noi, era il centro sociale e culturale dell’emigrazione.
Nei caffè, come La Coupole e Le Dome, si sentiva più tedesco e
russo che francese. La meravigliosa città di Parigi viveva forse in quel tempo la sua ultima stagione
autentica, prima che le lacrime e le risa francesi andassero perdute e tutta
la città venisse teutonizzata, americanizzata e ridotta a stile «Pompidou». Ma
le ombre cominciavano a scendere e l’Istituto Pasteur ebbe come nuovo capo un
direttore insignificante con un cervello piccolo piccolo. Si cominciò a
chiamare gli stranieri métèques, un epiteto, che nonostante la sua
nobile origine greca, non era certamente inteso in senso amichevole. Sapevo che
dovevo andarmene e, con l’aiuto di Harry Sobotka del Mount Sinai Hospital di
New York, alla fine del settembre 1934 potemmo lasciare Parigi per raggiungere,
con nostra stessa sorpresa, gli Stati Uniti.
Ma questa è un’altra storia che vi racconterò nei
capitoli seguenti. In ogni modo, nel 1935, dopo molte ricerche si seppe che
Hans Clarke aveva preparato per me un piccolo posto alla Columbia University.
15. Il Silenzio dei cieli
Sono arrivato alla biochimica attraverso la chimica ed
ero giunto alla chimica in parte attraverso quei labirinti che vi ho descritto,
in parte a causa di un modo giovanile-romantico di intendere le scienze come
qualcosa di legato strettamente alla natura. Ciò che mi piaceva nella chimica
era la chiarezza circonfusa di oscurità; quel che invece mi attrasse a poco a
poco e con molte esitazioni verso la biologia fu la sua oscurità contornata
dalla chiarezza propria del dato naturale, della santità della vita. Pertanto,
sono sempre rimasto indeciso tra la chiarezza della realtà e il buio dell’inconoscibile.
Quando Pascal parla del dio nascosto, Deus absconditus, sentiamo
argomentare in lui non solo il profondo pensatore dei fatti esistenziali, ma
anche il grande ricercatore della realtà del mondo. Considero questa
insopprimibile risonanza il dono più grande di cui possa essere partecipe uno
scienziato.
Se ripenso ai primi passi nelle scienze, ai problemi di
cui mi sono occupato, ai lavori che ho pubblicato (e forse ancora di più a
quelli che non furono mai stampati), ho coscienza che nella mia gioventù
esistevano una libertà di movimento e un’assenza di limiti corporativi, di cui
ora, mentre scrivo, mi sono quasi dimenticato. Il mondo della scienza si
spalancava davanti a noi aperto in una misura inimmaginabile oggi che nel
richiedere aiuti finanziari bisogna imbrattare pagine e pagine per
giustificare un particolareggiato piano di ricerca sul trecentoquarantanovesimo
piede del millepiedi, e il comitato dei colleghi che deve decidere in merito
consiste interamente del ramo specialisti molecolari, gente che sa tutto del
saltarupe-millepiedi. Prima non erano mai state eseguite ricerche così
incontrollate e costose e per argomenti di così scarsa rilevanza. Mi sembra che
la maggior parte dei grandi scienziati del passato non avrebbe potuto emergere
e che in effetti la maggior parte delle scienze non avrebbe potuto essere
fondata, se già allora avesse dominato l’attuale atteggiamento esasperatamente
utilitaristico e volto a scopi ben precisi da raggiungere con la massima
determinazione.
Considerare con cognizione di causa la totalità della
natura o anche soltanto la totalità della natura vivente: non è certamente
questa una via che le scienze avrebbero potuto percorrere a lungo, essa è
soltanto la via del poeta, del filosofo, del veggente. Ci doveva pure essere
una divisione del lavoro. Ma l’eccessiva frammentazione di ogni concezione
della natura - o, in realtà, la sua totale scomparsa dal pensiero di quasi
tutti gli scienziati - ha creato un mondo humpty~dumpty,* [Uumpty-Dumpty
è l’Uovo, protagonista di una famosa canzoncina infantile anglosassone, ed è
diventato proverbiale come cosa che, una volta rotta, non si può riparare. (n.d.r.) ] che per forza ci diventa
tanto più inaccessibile quanto più numerosi e quanto più piccoli sono i
pezzetti che vengono staccati, rompendoli, dal continuum della natura
«per essere studiati più a fondo». Le conseguenze dell’eccessiva specializzazione
(la quale ci porta spesso novità che nessuno vorrebbe sentire) si possono
ravvisare nel fatto che quando rivisitiamo un campo che un tempo, diciamo dieci
o venti anni fa, ci era familiare, ci sentiamo come intrusi nella nostra
stessa toilette, mentre ventiquattro specialisti con un diavolo per capello
stanno nella vasca da bagno.
Uomini più acuti di me si sono dimostrati
incapaci di formulare una diagnosi, per non dire un metodo di cura, della
malattia che ci ha assalito. Ho l’impressione che la vera origine della nostra
ricerca sia stata cancellata da scopi pretestuosi; senza un punto centrale ben
saldo ci sviamo. Il meraviglioso tessuto, fine oltre ogni immaginazione, viene
disfatto trama dopo trama, ogni filo è strappato, lacerato, ridotto in pezzi e
misurato, alla fine anche il ricordo della forma originale si perde e non può
più essere rievocato. Che cosa è avvenuto di un’impresa che è iniziata come una
ricerca dei gesta Dei per nazuram? [Le imprese di Dio mediante la natura. (n.d.r.)]
Lo studio di tutto ciò che Dio crea mediante la
natura è un’attività che non potrà mai aver fine, Keplero e molti altri lo
sapevano, ma ora lo si è scordato. Anche se in linea generale si può sperare
che la via da noi intrapresa ci porterà alla comprensione, essa ci porta per lo
più soltanto a spiegazioni: e vi è un processo che tende a lasciare cadere a
poco a poco la differenza tra questi due concetti (ne ho recentemente parlato,
o almeno tentato di parlarne, in un saggio).20,21 Ho letto in
qualche posto che Einstein una volta disse: «l’incomprensibile della natura è
che essa è comprensibile»; a mio parere, egli avrebbe dovuto dire: «che essa è
spiegabile». Sono due cose affatto diverse, perché noi comprendiamo molto
poco della natura, persino le più esatte delle scienze esatte si librano su
imperscrutabili abissi assiomatici. è
vero: quando il nostro intelletto ha la febbre, crediamo, come in un sogno, di
poter veramente disporre della capacità di intendere, ma appena ci destiamo e
la febbre è passata, restano soltanto litanie di banalità.
Oggi le cosiddette leggi della natura vengono prodotte
con la catena di montaggio. Fabbricanti di dogmi, speculatori di assiomi si
affollano intorno al tavolo dei doni, dove si distribuiscono le sovvenzioni per
le ricerche, e le riviste specializzate traboccano di nuovi fatti concreti
rastrellati un po’ dappertutto, ma per lo più questi fatti, prodotti in fretta
e furia, non reggono a lungo, spariscono con il vento, che a sua volta ne
raduna ancora un bel mucchio. Quante volte la regolarità di queste «leggi
naturali» è soltanto il riflesso della regolarità dei metodi che sono serviti a
creare tutta una serie di legittimazioni! Di recente sono stati scoperti nuovi
trucchi, nuove astuzie e linee direttrici che alleviano e arricchiscono la
vita dei ricercatori; ma mi sembra che essi siano stati prodotti proprio dalla
natura per essere riscoperti da chi ha la mente accecata. Dove si trova il
Maimonide che ci potrebbe trarre da questa confusione? In altre parole, lo
studio della natura trova ancor sempre di fronte l’antichissimo ostacolo, cioè
la mancanza di una conferma definitiva. Da che cosa sappiamo di sapere? Negli Analetti
di Confucio (XVII, 19) si legge: «Il maestro
diceva che il cielo non parla».
II. Folle
e saggio
En vieillissant, on devient
plus fou et Plus sage.
La Rouchefoucauld
1. Lode degli spigoli vivi
Alcuni anni fa, dovetti recensire un’autobiografia scientifica,
un bestseller piuttosto insignificante. Ebbi così l’opportunità di esprimere
alcuni concetti di carattere generale su questo tipo di libri e ora vorrei
ripeterli, non fosse altro che per ammonire me stesso.
Questa è dunque un’autobiografia scientifica e,
in quanto tale, appartiene a un genere letterario altamente problematico. Le
difficoltà che deve affrontare chiunque tenti di descrivere la propria vita
sono grandi, e pochi sono riusciti a superarle con successo, ma nel caso degli
scienziati, molti dei quali hanno condotto una vita monotona e priva di
avvenimenti interessanti e che spesso non sanno scrivere, tutto è molto più
difficile. Benché non sia particolarmente addentro in questo genere di libri,
tuttavia, per quanto riguarda la maggior parte delle autobiografie
scientifiche che mi è stato dato di vedere, ho l’impressione che esse siano
state scritte direttamente per il banco delle occasioni delle librerie e che
siano andate a finire lì quasi ancor prima della loro pubblicazione. Ci sono
naturalmente alcune eccezioni, ma persino Darwin e la sua cerchia ci si
presentano in modo molto più convincente nelle brillanti memorie di una
fanciullezza trascorsa a Cambridge, raccolte dalla signora Raverat nel suo
libro, che non nell’autobiografia stessa di Darwin, per quanto notevole possa
essere quest’opera. Quando Darwin, ipocondriacamente inferraiuolato nella sua
coperta da brividi, buttò giù le sue memorie, era agli ultimi anni della sua
vita. E anche questo è un dato significativo: gli scienziati scrivono solitamente la storia della loro vita dopo essersi ritirati
dalla vita attiva, in quel solenne momento in cui avvertono di non avere più
molto da dire. Ecco perché questi libri sono anche così tristi da leggere; i
loro autori non hanno più energie, ed è rimasta soltanto una gran barba, non
si sa se fuori o dentro... Probabilmente esistono anche motivi più profondi per
lo scarso spessore, almeno in linea generale, delle biografie scientifiche. Il Timone
di Atene non sarebbe stato scritto e Les demoiselles d’Avignon non
sarebbero state dipinte, se non fossero esistiti, rispettivamente, né
Shakespeare né Picasso; ma di quante conquiste scientifiche si potrebbe dire
altrettanto? Potremmo quasi dire che, tranne poche eccezioni, non sono gli
uomini a fare la scienza, ma la scienza a fare gli uomini. Ciò che oggi A realizza,
lo potrebbero sicuramente fare domani B o C.
Ho scritto queste righe più di dieci anni fa e non ho
cambiato opinione. Forse avrei dovuto aggiungere che se A, B, C o D hanno fatto la stessa scoperta,
meritevole di squilli di tromba, ciò non significa che essi sono identici come
esseri umani. Le biografie di un Cardano o di un Cellini — per non parlare del grande
Agostino nel crepuscolo del mondo antico che andava in rovina — meritano perciò di essere tanto
più lette in quanto hanno da raccontare una vita e una storia: da quelle pagine
ingiallite volge verso di noi lo sguardo un viso umano e in esse pulsa un cuore
d’uomo. Ciò che la maggior parte degli scienziati è capace di scrivere — senza contare i fatterelli della
vita di tutti i giorni in laboratorio — riguarda nel migliore dei casi le sensazioni provate a
Stoccolma, quando a passo di gambero, ma come gamberi altamente decorati,
retrocedevano dal punto in cui stava il re, così esile e affabile; oppure si
abbandonano a descrivere le loro impressioni terribilmente insignificanti,
quando ricevettero la loro ventesima laurea honoris causa. I loro libri noiosi sono essenzialmente descrizioni di
una carriera, non di una vita.
Naturalmente si potrebbe obiettare che la carriera di un
uomo è la sua vita, ma persino negli anni culminanti degli splendori della
società borghese, intorno al 1850, ciò non era vero in tutto e per tutto, anche
se il denso scuro intingolo di etica professionale e di regola d’oro («Tutte le
cose che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro»,
Matteo 7,12) riusciva a soffocare ogni movimento del cuore e della mente. Se il
principale romanzo tedesco di quegli squallidi tempi aveva il titolo poco
attraente Soll
und Haben (Dare
e avere), la letteratura russa scavava più nel profondo e rispondeva con Delitto e castigo, proprio come Kraft und Stoff (Forza e materia) di Ludwig
Büchner era controbilanciato da Timore e tremore, scritto da un uomo molto riservato di Copenaghen
[Søren Kierkegaard.
(n.d.r.)]. A pochi è dato di esprimere il
proprio genio, o per lo meno il proprio talento nel corso della vita. Io non
sono stato uno di questi e, se mi fosse stato elargito questo dono, non avrei
probabilmente saputo che farne. In ogni modo, questa è una riflessione oziosa,
perché ai giorni nostri - e probabilmente sin dalla rivoluzione francese -
arte, letteratura e scienza hanno soltanto il compito di servire come una pelle
artificiale di aspetto giovanile, che contribuisce a tenere saldamente insieme
lo scheletro, in dissoluzione, del tempo. Quando Hölderlin si rifugiò nella
follia e Rimbaud in Abissinia, sapevano quello che facevano.
Ci si può effettivamente ricordare della propria vita,
degli anni giovanili? è vero,
quanto più si invecchia, tanto più netti sembrano i ricordi di gioventù, ma
sono davvero ricordi? Oppure la nostra fantasia invecchiata rispecchia immagini
che non corrispondono alla realtà del passato? La nostra vita, se la guardiamo
retrospettivamente, è un continuum? In fondo c’è un solo modo per nascere, ma ci sono molti modi per morire.
Mi si dice che siamo nati per intero e che dovremmo morire per intero, ma che
valore ha il tempo fra quei due momenti, un periodo che nel mio caso è lungo in
misura così eccessiva? Persino l’esigenza di totalità, come l’ho espressa
proprio ora, è stata contraddetta. Ecco sorgere, per esempio, dalla polvere
dell’antichità classica un poeta che recita un suo verso immortale: Non omnis moriar (non tutto morirò). Be’, questo
può valere per te, Orazio, ma noi abbiamo dimenticato ciò che tu hai saputo e
tu avresti considerato indegno di te apprendere quello che noi sappiamo. E ora,
mentre sei qui di nuovo con me, vorrei osservare che i nostri monumenti, a paragone
del tuo, non sono più resistenti dell’acciaio, proprio perché sono fatti di
acciaio; essi poggiano su molti piedistalli, ma tutti hanno lo stesso nome,
oblio. Brecht lo ha capito bene: Von diesen
Städten wird bleiben: der durch sie hindurchging, der Wind! (Di queste città rimarrà ciò che
le ha attraversate, il vento!). Se non potessimo dimenticare, non potremmo
neppure ricordare; proprio come soltanto l’oscillante bilancia può pesare. Ci
sono notti che hanno il colore di rose rosse, e giorni scuri di nubi, un
lamento da un letto di morte, una mano sui miei capelli, una voce profonda dal
rogo dell’oblio. Le ceneri, esse parlano, ma è un rotto mormorio. Un fugace
bagliore riflesso di luce, come di uno specchio infranto, gioca sul nero di un
passato sempre presente.
Dico ciò che mi è stato detto. Chi parla? Se è il
ricordo, perché talvolta lo sento sussurrare, talvolta gridare, spesso
balbettare ma il più delle volte sta chiuso in un ostinato silenzio? Ai numeri
telefonici, da lungo tempo obsoleti, dell’abitazione dei miei genitori segue,
quasi senza nesso, il timido mezzo sorriso di una ragazzina, quando avevo otto
anni. Fantasmi indaffarati con cartelle per documenti passano svelti lungo i
corridoi che da gran tempo non conducono più in alcun posto. Specchi ciechi
riflettono volti spaventati, un’infernale macina rosso fuoco inghiotte i
cadaveri e sputa pacchi di fosfati; si fa la cernita di denti d’oro, che poi
vengono catalogati, numerati e fusi, e tutto ciò con l’accompagnamento della
dolce, labirintica musica del quarto atto delle Nozze di Figaro. Tutto è a pezzi, ma i duri
spigoli tagliano e dappertutto c’è sangue.
Sono perciò condannato a scrivere frammenti: è una
sentenza contro la quale non mi appello, perché sono sempre stato innamorato
delle piccole forme, e il frammento si distingue proprio per la sua asprezza:
quanto più i suoi margini sono dilacerati, tanto meglio. Un aforisma invece è
perfetto come un minuscolo uovo è un concentrato di inizio e di fine, cancella
tutto ciò che sta in mezzo, per essenziale che sia, proprio come la carta
bianca che negli acquerelli di Cézanne esplica il ruolo più importante.
2. Un istituto e
il suo guardiano
Lavoravo già da alcuni anni con Hans Clarke alla
Columbia University, quando un visitatore dell’istituto, dopo essere uscito
dall’ascensore al quinto piano del Collegio dei medici e dei chirurghi - come
si chiamava con un’antiquata espressione rococò la facoltà di medicina -,mi
disse che gli sembrava di essere capitato in un manicomio. Molte persone passavano
davanti a lui in gran fretta, altre gridavano, altre portavano recipienti o
apparecchi molto strani, all’improvviso sì apriva una porta e un professore
anzianotto «buttava fuori», in un modo del tutto personale e accompagnando la
cacciata con una voce alta dai toni teutonici in falsetto, uno studente, che
con finto terrore e quasi di corsa cercava di nascondersi tra i compagni; tutto
si svolgeva in una sorta di trasandato passo di corsa, le porte erano quasi
tutte aperte e una ricca mescolanza di accenti di Brooklyn, di Boston, ma
specialmente amburghese-americani riempiva l’aria.
L’andirivieni negli squallidi corridoi e nei laboratori
era intenso, ma dalla generale confusione e dalla fretta senza scopo di
quell’ambiente manicomiale spiccavano alcune persone. Si poteva, per esempio,
vedere un uomo che sembrava provare un grottesco balletto: attorniato da una
copiosa collezione di apparecchi fermi e di recipienti vuoti, travasava il
Nulla dall’uno all’altro: un becher vuoto veniva sollevato e vuotato lentamente
e con cura in un imbuto separatore vuoto, il cui contenuto fatto di niente si
suddivideva dopo un vigoroso scotimento in due strati, separando il nulla dal
nulla; poi i due nulla erano raccolti accuratamente, ciascuno in un recipiente.
Ogni volta che un visitatore vedeva tutta questa manovra, doveva per forza
restare di stucco, ma chi aveva già visto questo bello spettacolo, sapeva che
si trattava di una prova generale, dei preliminari di un esperimento
programmato per una delle notti seguenti. In effetti, questa pantomima
comprendeva molte altre attività - cristallizzare, distillare, sublimare - che
rientravano tutte nel gioco spettrale. Certo, può essere spiacevole che la
maggior parte di questi movimenti ben misurati, di queste azioni ponderate non
approdasse a nulla di ciò che avrebbe reso i posteri più saggi e più ricchi; ma
questo è importante per il singolo e per la sua vita? Il grande corpus mysticum del mondo non comprende forse
tutto ciò che ogni volta viene sentito o pensato, sofferto o superato, creato o
dimenticato, che sia stato scritto o rimasto soltanto nel ricordo, che sia
giunto a noi o sia stato distrutto? In questo senso non siamo forse parti di un
possente organismo, mantenuto in vita dall’incessante circolazione sanguigna
di un gigantesco passato che diventa sempre più grande?
Gran parte della popolazione della facoltà sembrava solo
vegetare ai margini: andava e veniva. Alcuni non facevano nulla, altri lavoravano
duramente, altri ancora, civette di Minerva, volavano soltanto di notte. Era un
luogo sovraffollato; la forma di parte dei laboratori era del tutto irregolare
e parecchie persone erano ammassate negli angoli più strani. La mia memoria
ribelle produce bolle piene di colori cangianti: un ometto con una barba
blu-nera, che per motivi sconosciuti parla con un accento anglo-maltese,
un’attraente signora cinese, che in qualche modo associo a una del-le maggiori
opere storiche del nostro tempo, Scienza e civiltà in Cina, di Joseph Needham, un lavoro
gigantesco che suscita timore reverenziale. E poi di nuovo davanti a me un
amabile leone marino che, non so dove e non so quando, padroneggia un
cimografo; appena tollerato nell’istituto, ma in realtà estraneo a esso e più
tardi estromesso, egli si rivela ora come lo scopritore di un gruppo molto
importante di sostanze fisiologicamente attive, le prostaglandine: era Raphael
Kurzrock, un uomo dal cuore d’oro, un ottimo e simpatico ostetrico,
particolarmente caro negli annali della nostra famiglia, perché nel 1938
assistette al parto di nostro figlio Thomas. In quell’occasione subii molte
critiche, avendo tralasciato di distribuire sigari ai presenti, conformemente
a un’usanza locale, quando nascono figli maschi, ma io ero avaro, povero e
contrario a ogni espressione di folclore.
In una università americana, un dipartimento è (o
piuttosto era, ai miei esordi) qualcosa del tutto diverso da un «istituto»
tedesco.
Vi si rispecchiavano alcune delle migliori qualità del
carattere americano, che allora non era stato completamente subissato o snaturato
dal frastuono, moralmente e fisicamente prevaricante, scatenato su un popolo
bonario e indifeso dal fuoco tambureggiante delle organizzazioni di massa,
incluso tutto ciò che si chiama governo o amministrazione. In realtà, non
conosco alcuna nazione che sia tanto poco rappresentata dai suoi esponenti
(pubblici o privati, industriali o artisti e scienziati) quanto il popolo
americano. La franchezza e la disinvoltura, la mancanza di boria, la disponibilità
e il leale spirito da colleghi, il rassegnato rendersi conto che noi tutti ci
troviamo nella stessa barca che fa acqua, l’assenza così spiritosa di
ambizione: tutto ciò e molte altre cose ancora dovevano fare impressione sul
nuovo venuto dall’Europa. In particolare, anche la caratteristica, cui ho
accennato da ultimo, spiega, almeno in parte, la qualità relativamente bassa
degli istituti. In realtà, ciò era da attribuirsi non tanto al livello mediocre
delle persone che popolavano gli istituti, quanto piuttosto al sentimento, da
tutti condiviso, che nulla di quel che veniva intrapreso con serietà
scientifica potesse avere qualche importanza, poiché lo scenario delle scienze
era interamente occupato dai pesi massimi bercianti e presuntuosi dell’Europa.
Pareva affatto naturale che tutti i concorsi fossero vinti dai campioni
mondiali tedeschi e inglesi. In altri termini: gli istituti universitari
americani, per accoglienti che fossero nella loro bene ordinata vita di
famiglia, non sapevano certo imporsi.
Credo di non esagerare dicendo che per quanto riguarda
la biochimica, la situazione mutò radicalmente con la chiamata di Clarke alla
Columbia University. Ed è giunto il momento di spendere qualche parola su di
lui. I genitori di Hans T. Clarke (1887-1972) erano americani, ma egli era nato
in Inghilterra e venne educato in Inghilterra e in Germania, studiò chimica
organica a Londra e successivamente fu attivo nel famoso laboratorio di Emil
Fischer presso l’università di Berlino. Scoppiata la prima guerra mondiale, si
recò negli Stati Uniti, dove trascorse quattordici anni come chimico organico
presso la Eastman-Kodak, a Rochester, New York. Durante questo periodo esplicò
un ruolo importante nello sviluppo dell’imponente serie dei composti organici
venduti da questa ditta, un gigantesco tesoro di sostanze spesso difficilmente
accessibili, senza le quali sarebbe stato inimmaginabile il grande progresso
della chimica organica americana. [Molti
anzi dopo, quando alla Columbia occupavo lo sgabello di biochimica, -che al
tempo di Clarke era stato ancora una vera e propria cattedra, mi rivolsi alla
ditta sollecitandola ad aiutarci nell’istituzione di un insegnamento
universitario che avrebbe portato il nome di Clarke. La risposta, che ricevetti
allora, resta per -me un monumento della grettezza corporativa americana.] Nel 1928, quando la facoltà di
medicina fu trasferita a Washington Heights, nell’estrema zona settentrionale
di Manhattan, per formare una parte del Columbia Presbyterian Medical Center di
nuova fondazione, Clarke entrò nell’istituto di biochimica come nuovo direttore
e vi rimase per ventotto anni.
Quando conobbi Clarke nel 1935, mi trovai di fronte a un
uomo grande e grosso, dall’aspetto aristocratico, con un volto pieno di umanità
e con occhi che rispecchiavano un carattere benevolo e simpatico. La sua
educazione britannica, o forse il suo innato temperamento, gli avevano
conferito quella sorta di schiva riservatezza che da tempo immemorabile ha
sempre stupito le persone nate sul continente europeo, nel trattare con inglesi
di ceto elevato. Nel suo caso non si può dire che egli giungesse al punto di
balbettare, caratteristica, questa, la più autentica dei fondatori dell’impero
britannico, i quali, mentre il resto del mondo guardava a loro con spiacevole
sorpresa, riuscirono a radunare sotto il proprio balbettio intere parti del
mondo. Clarke parlava con una certa esitazione, in un modo alquanto impacciato
e come oratore, quindi, non valeva molto, era però un eccellente chimico
organico vecchio stile, uno di quelli che si davano volentieri un gran da fare
in laboratorio, con provette, piccoli becher e vetrini, ed era felice se
apparivano cristalli. Apparteneva a una genia di uomini in estinzione, a -. un’epoca in cui le scienze erano
ancora giovani e avventurose, quando era ancora possibile eseguire veri
esperimenti e l’odorato serviva ancora per individuare intere classi di
composti.
Contrariamente agli uomini a una dimensione, sempre
affaccendati, con cui ho trascorso quasi tutta la mia vita - nulla di più che
apparenza e professionismo tirato a lustro - Hans Clarke aveva uno spazio
privato tutto per sè: amava la musica ed era un entusiasta suonatore di
clarinetto. Spesso l’ho ascoltato mentre faceva musica da camera con la sua
prima moglie, una della famiglia di Max Planck.
Clarke pubblicò molto poco e sapeva di più di quel che
appariva. Apparteneva a una generazione di persone coscenziose: ogni giorno,
anche quando era in età avanzata, si presentava di buon’ora all’istituto e si
sedeva al suo posto di lavoro nel suo ufficio disadorno, con la porta aperta
sul corridoio, così che si poteva parlare con lui semplicemente mettendo dentro
la testa. La sua dignità non esigeva cerimonie. Quando penso ai miei azzimati
contemporanei, infagottati in giacche di pelle e velluto, alle segretarie e al
citofono e a tutta l’arte astratta che i soldi delle fondazioni consentono di
acquistare, automobili con autista, sale da pranzo private, posso misurare il
lungo diabolico cammino che abbiamo percorso in quaranta brevi anni.
Clarke non avrebbe impressionato nessuno per la sua
acutezza nè era un profondo pensatore di cose scientifiche. Però era forse lo
scienziato più disinteressato che io abbia mai conosciuto, e spesso mi sono
chiesto se nelle scienze una certa mancanza di passione e fanatismo non sia l’unica
strada verso la vera indipendenza. Ma Clarke era dotato di un quinto senso per
la qualità: dopo un breve colloquio con un esaminando, durante il quale egli
chiedeva di solito al giovane tremante per la paura come si prepara l’acido
solforico, o cose di analoga importanza, emetteva una sentenza che era
assolutamente giusta almeno nove casi su dieci. Può darsi che qualche volta
abbia respinto qualcuno che non se lo sarebbe meritato, ma Clarke non sbagliava
quasi mai nei confronti di quelli che erano ammessi. Più tardi l’ho spesso
invidiato per questa dote che mi manca totalmente. Gli studenti raccolti da
Clarke nell’istituto erano perciò, tutto sommato, di alto livello, come doveva
poi dimostrare il loro curriculum vitae. Egli aveva lo stesso intuito per la qualità nella scelta dei membri
dell’istituto, ma ne parlerò più avanti.
Come molti benestanti, anche Clarke era frugale e non si
rendeva perfettamente conto dell’importanza che il danaro aveva per chi non ne
possedeva. Gli stipendi che Clarke riusciva a spuntare per i suoi colleghi di
facoltà (una delle più importanti funzioni di un direttore di istituto in
un’università americana) erano quasi tutti al di sotto della media ed erano per
lo più insufficienti. Clarke non comprendeva le difficoltà finanziarie con cui
dovevano lottare alcuni dei suoi più giovani colleghi e non faceva molto per
trattenere quelli che venivano mandati via o trasferiti in altra sede.
A lui si deve la creazione del più autorevole istituto
di biochimica degli Stati Uniti, e il gruppo che aveva raccolto intorno a sé e
bonariamente dirigeva senza dirigerlo - membri di facoltà, ospiti, studenti -
rappresentava il primo gruppo americano che contasse qualcosa in questa
disciplina, elevandola ben al di sopra delle condizioni precedenti e facendone
una scienza ausiliaria per la formazione dei medici. L’ideale di Clarke era
F.G. Hopkins, che aveva ottenuto analoghi risultati all’università di
Cambridge. Avevo conosciuto Hopkins per la prima volta nel 1934 a Cambridge,
quando con una cortesia un po’ distaccata e paterna mi mostrò i suoi
laboratori [In occasione della mia
visita a Cambridge ebbi l’opportunità di constatare la bella disinvoltura della
vita universitaria inglese. Quando nel febbraio 1934 giunsi in Gran Bretagna
alla ricerca di un posto, fissai anche un appuntamento con Hopkins. Il giorno
stabilito mi presentai nell’istituto, ma la segretaria mi comunicò che il
professore era sparito e che non sapeva se era andato a Londra per tutta la
giornata. Aggiunse che Hopkins faceva spesso così senza informarla e che c’era
però un sistema per accertarsi. Chiese al portiere dell’istituto se il
professore, quando era uscito in strada, si fosse diretto verso sinistra o
verso destra: verso sinistra significava stazione e treno per Londra; a destra
voleva dire passeggiata. -L’informazione era incoraggiante: Hopkins tornò
effettivamente poco dopo la sua passeggiata ristoratrice.]
Lo incontrai di nuovo durante la guerra, quando egli
visitò Clarke alla Columbia, e so quanto Clarke si rallegrasse per questa
visita. Hopkins era un uomo saggio e garbato, e tali qualità erano le stesse di
Clarke. Vorrei definirle la saggezza del cuore.
Nel 1956, quando Hans Clarke dovette lasciare la
cattedra per raggiunti limiti di età, fece richiesta di poter restare in un
piccolo laboratorio della Columbia University, ma la sua domanda fu respinta.
3. Una famiglia
felice e i suoi meno felici
componenti
Quando all’inizio dell’ottobre 1935 giunsi alla Columbia
University, ciò fu possibile, come in quasi tutti i casi, grazie a una delle
numerose vie traverse. Nella prima parte di queste brevi memorie ho descritto
il mio ritorno negli Stati Uniti verso la fine del 1934, reso possibile
dall’ospitalità del Mount Sinai Hospital di New York, ma specialmente da Harry
Sobotka, direttore dell’istituto di biochimica. Trascorsi alcuni mesi nel suo
laboratorio senza far altro quasi che ascoltare i suoi gradevoli ragionamenti
e i suoi buoni motti di spirito. Sobotka era stato allievo dei due grandi
Riccardi di Monaco, Willstätter e Kuhn, e più tardi collaborò con un altro
grande e non propriamente simpatico biochimico, P.A. Levene, del Rockefeller
Institut. Come molti scienziati arrivati in America prima del tempo (ciò
significa di propria scelta e non sulla spinta della grande emigrazione)
Sobotka non trovò mai un luogo perfettamente adeguato alla sua attività e alla
sua pronta intelligenza e si disperse in piccole cose.
Fu per il tramite di Sobotka se in quel periodo conobbi
Bertold Brecht, che si era recato a New York per occuparsi dell’esecuzione,
peraltro poco soddisfacente, del suo lavoro teatrale La madre, rielaborazione del romanzo di
Maksim Gorkij. Passai con il poeta un pomeriggio indimenticabile, per lo più
scambiandoci vivacemente le nostre idee, perché i nostri punti di vista sul
significato del più nero mostro di quei tempi terribili, Adolf Hitler, erano
molto diversi. A uno sguardo retrospettivo, devo ammettere che in quel colloquio
ebbi torto: non avevo compreso chiaramente che, se si vuole valutare l’importanza
storica di. un despota, bisogna aumentare il suo peso di tanto quanto sono i
cadaveri che egli ha sulla coscienza. Questa nozione, che ho acquisito solo
più tardi, mi ha consentito di valutare più facilmente il significato storico
di alcuni dei nostri uomini politici, per la verità del tutto insignificanti.
Spesi i primi mesi del 1935 nella ricerca di un posto.
Avevo già pubblicato trenta lavori, ma non conoscevo alcuna persona che mi
avrebbe potuto aiutare. Dopo alcune visite infruttuose a Boston, Filadelfia,
Baltimora, Washington e Chicago, mi venne l’idea di recarmi da Hans Clarke per
presentarmi come uno dei primi collaboratori a Yale di Rudolph Anderson, il
quale intratteneva con lui amichevoli rapporti. Ebbi con Clarke il solito
enigmatico colloquio (anche in seguito ne avrei avuto un gran numero con altre
persone), ma non sembrò profilarsi alcuna offerta. In ogni modo, la mia
conoscenza della produzione dell’acido solforico doveva essere riuscita
soddisfacente per Clarke, che alcune settimane più tardi mi pregò di fargli
visita: mi comunicò che due chirurghi della Columbia University cercavano un
biochimico e aggiunse che io ero forse la persona adatta. Fu una combinazione
eccellente. Il dottor Frederic W. Bancroft e la dottoressa Margaret
Stanley-Brown dell’istituto di chirurgia avevano ottenuto dalla Carnegie
Corporation una modesta sovvenzione che li avrebbe aiutati nelle loro ricerche
cliniche sulla coagulazione del sangue; mi fu assegnato quel posto con lo
stipendio di trecento dollari al mese.
Questa fu dunque la via traversa che mi consentì di
entrare nella Columbia University, e poiché nessuno mi ha poi allontanato da
quel posto, sono rimasto là finché il calendario mi ha fatto capire con volto
arcigno che era ormai tempo di sparire dalla circolazione. Mi avevano promesso
il posto di Assistant
Professor di
biochimica, il che, se si considera la mia posizione già avviata di Privatdozent a Berlino e la mia età,
trent’anni, andava benissimo, ma quando arrivai alla Columbia University, con
spatola e quaderno di appunti, Clarke cominciò un poco imbarazzato a
tossicchiare e a fare larghi giri di parole per comunicarmi alla fine che era
stato deciso di attribuirmi un titolo più basso, cioè quello di Research Associate. Sempre docile di fronte
all’inevitabile ed effettivamente poco interessato a queste cose, mi rassegnai:
fu l’inizio non molto promettente di una carriera accademica tutt’altro che
brillante: Assistant
Professor a33
anni, Associate
Professor a 41,
Professor a 47. Ammetto che durante questa
folgorante ascesa la mia assunzione si era trasformata, a un certo punto, in
una posizione stabile; nessuno, però, me ne aveva parlato e io non l’ho mai
chiesto. Come tante altre cose, così anche questo Graal del docente
universitario americano mi era totalmente sfuggito.
Mi avrebbero potuto dire che mi trovavo in un posto
soddisfacente, con un capo rispettabile, colleghi degni di ammirazione. Il
titolo di questo capitolo richiede dunque una giustificazione. Anzitutto,
parole come happy
o happiness (inseguite sino a provocarne la
morte dal linguaggio pubblicitario del nostro tempo) non sono facilmente
comprensibili a chi sia cresciuto in una lingua neolatina, germanica o slava
(in tedesco ambedue gli aggettivi happy, felice, e lucky, fortunato, sono tradotti da glücklich). Mi ricordo molto bene di essermi
stupito quando agli inizi del mio studio dell’inglese incontrai per la prima
volta la frase the
pursuit of happiness. Glückseligkeit, felicité, felicità? Non sembra che altre
lingue posseggano un’unica parola per esprimere l’assenza totale di malessere.
Tuttavia ogni volta che mi guardavo attorno nel nostro felice istituto, notavo
che i suoi membri non si trovavano affatto in uno stato di felicità. Ciò
dipendeva, in parte, dalla sorte generale dell’umanità, in parte (come
accennato prima) dalla mancanza di interesse di Clarke per il futuro delle
persone a lui affidate, ma principalmente da una circostanza che cominciai a
scoprire molto più tardi, cioè che noi tutti lavoravamo all’interno di una
facoltà americana di medicina.
La formazione di galoppini della sanità pubblica è
propriamente la funzione di una scuola sanitaria su scala industriale, e già
allora gli studi di medicina erano effettivamente sul punto di diventarlo.
Certo, nelle facoltà c’erano e ci sono molti ottimi medici e ricerca tori,
ma le ridicole aureole di santità in technicolor, che una solerte corporazione
medica ha messo intorno alla testa dei suoi membri (per non parlare di un
pubblico credulone proprio in quanto viene spaventato a morte), hanno corrotto
ogni cosa.
È deplorevole che la ricerca biologica si svolga ora
soprattutto nelle scuole di medicina, uno sviluppo, questo, cui contribuisce
l’insensata politica finanziaria del governo. Le enormi somme destinate alla
ricerca vengono suddivise comicamente secondo uno schema che si articola in
base all’anatomia umana: qui l’occhio, là il nervo, qui il polmone, là lo
stomaco; e, inoltre, si sa, il cancro, che sembra aumentare e prosperare
parallelamente ai mezzi giganteschi impiegati per combatterlo. I risultati sono
inaspettatamente scarsi e ciò che è stato scoperto si deve a singoli
ricercatori, spesso dotati di insufficienti risorse finanziarie.
Anche se tutto ciò mi era chiaro
fin dagli inizi, sono tuttavia rimasto in quell’istituto. Che cosa avrei
potuto fare altrimenti? Io sono forse lo stoico più impaziente che sia mai
esistito, ma sono comunque uno stoico. Da allora la situazione è molto
peggiorata le facoltà di medicina sono controllate da un tipo particolarmente
virulento di operatori scientifici e una parte di ciò che ora viene spacciata
come «ricerca biomedica» rientra negli annali della criminalità.
4. Un oceano di
nomi e di facce
Mentre mi volgo a considerare ciò che trovavo
nell’istituto di Clarke, entro con timore e con gioia nel regno dei viventi.
Sono certo che i miei colleghi o, come si dice in America, i miei amici, che
godono ancora le loro misere pensioni, saranno ben lieti di essere onorati dal
mio silenzio. Il vecchio detto de mortuis nil nisi bonum (dei morti niente se non bene),
coniato senza dubbio da un impresario di pompe funebri neolitico, non dovrebbe
essere trasformato in un detto del tipo de vivis nil nisi malum (dei vivi niente se non male).
D’altra parte, non ha molto senso invitare Cassandra a tenere una conferenza in
una loggia massonica. Anche i più sinceri inni di lode suonano falsi se
vengono intonati in pubblico. Pertanto, una volta per tutte voglio
sinceramente fare in modo di dire soltanto il meglio di ogni persona.
Lo stato maggiore dell’istituto, se mi è consentito di
chiamarlo così, era formato da tre simpatici personaggi non più giovanissimi e
ben disposti verso tutti: Clarke, Edgar O. Miller e G.L. Foster. Non erano
certamente anziani (avevano rispettivamente 48, 42 e 44 anni), ma allora mi
sembravano vecchi. I tre si erano addossati quasi per intero l’insegnamento,
che consisteva principalmente di mediocri lezioni per gli studenti di medicina.
I laureandi non ricevevano, si può dire, alcun insegnamento formale, che veniva
riservato a noi che eravamo i più giovani membri dell’istituto. Alcuni miei
colleghi si erano già fatto un nome o stavano per farselo, benché l'università
non ne tenesse gran conto: una vecchia consuetudine della Columbia University.
Chi diventa vecchio, si trova in mezzo a un oceano di
vecchi nomi perduti per via e di giovani facce familiari. Alla fine ci si
ricorda dei nomi, e sono nomi dimenticati; si rivedono quelle facce, e sono
diventate vecchie e tristi. L’unico modo per attraversare le Malebolge (e senza
nemmeno la guida di Virgilio) consiste nel dire a se stessi: ciò che era, è;
ciò che un tempo era giovane, resta giovane per sempre; ciò che un tempo era
bello, è bello per sempre; ciò che una volta era splendente, splende per sempre
e ciò che è vissuto, non può morire.
Metto perciò la mia mano in quella di Mnemosine, la dea
del ricordo, e mi lascio guidare. Alcuni dei miei colleghi erano già ricercatori
di alto livello, come Michael Heidelberger, fondatore della chimica
immunologica, una nuova branca della chimica (solo pochi giorni fa ero seduto
in autobus accanto a lui, un vegliardo di 90 anni che andava ancora al lavoro,
e ho di nuovo ammirato il suo bel volto da umanista, come quello che un Quentin
Matsys o un Holbein avrebbe potuto dipingere); forse perché anche lui suonava
bene il clarinetto, Clarke non aveva grande opinione della chimica
immunologica: per questo motivo, ai miei tempi, Heidelberger non appartenne mai
interamente al nostro istituto, il suo laboratorio era situato due piani più in
alto, in medicina interna, e là io andavo spesso a trovarlo per parlare di
zucchero o delle cose del mondo, ma più frequentemente del primo.
C’era poi Oskar Wintersteiner, anche lui un austriaco,
di Graz, ottimo pianista. Aveva già pubblicato pregevoli lavori sul progesterone
e più tardi si dedicò a studi, che dovevano renderlo famoso, sugli ormoni
steroidi, sugli antibiotici e su altri prodotti naturali complessi. Non
diversamente da molti austriaci, Wintersteiner era un uomo tranquillo, sensibile,
chiuso in se stesso e un po’ melanconico. Gli volevo bene e anche Clarke gli
era affezionato, ma invece di fare di tutto per promuovere la carriera di uno
dei migliori chimici organici che conoscevamo, Clarke lo lasciò andare:
Wintersteiner passò alla Squibb, dove percorse una notevole carriera.
Ma il principale pezzo da esposizione, quando entrai
alla Columbia University, era Rudolph Schoenheimer. Era giunto non molto tempo
prima di me dalla Germania, dove era assistente di chimica nel celebre istituto
di patologia di Aschoff, all’università di Friburgo. Schoenheimer aveva portato
con sè un’idea assai brillante ed ebbe la fortuna e l’energia di tradurla in
realtà nel laboratorio di Clarke. Uno dei professori di fisica attivi a
Friburgo, G. von Hevesy (del quale dovevo fare più tardi buona conoscenza)
aveva già prima della guerra 1914-18 utilizzato isotopi [Il termine «isotopo» è ora di uso quotidiano.
Non si può escludere a priori che uno di questi isotopi possa provocare, alla
fine, la distruzione del nostro mondo. Pertanto non sento quasi il bisogno di
spiegare che questo termine indica una sorta di fratello, o sorella, di uno
degli elementi che costituiscono la tavola periodica. Gli isotopi di un atomo
si spartiscono il posto nella tavola e hanno nel loro nucleo lo stesso numero
di protoni, ma un numero diverso di neutroni.] per marcare reazioni biologiche, ma gli isotopi
disponibili prima degli anni Trenta erano di scarso interesse per la biologia.
Gli elementi più importanti per le ricerche sulla materia vivente sono
l’idrogeno, l’ossigeno, il carbonio, l’azoto, il fosforo e lo zolfo; quando
Schoenheimer arrivò a New York, l’isotopo pesante dell’idrogeno, il deuterio,
era ormai disponibile grazie ai lavori di Harold Urey alla Columbia University.
Schoenheimer, dal canto suo, sviluppò un ambizioso programma per utilizzare
questa marcatura isotopica nelle ricerche sul metabolismo intermedio; con lui
collaborò un ex allievo di Urey, David Rittenberg, che era entrato nel
laboratorio di Clarke prima di me. Le loro ricerche - la prima razionale
utilizzazione di isotopi stabili per studiare l’andamento di reazioni chimiche
- rivestono un’importanza storica durevolle; tuttavia, le scienze si sono sviluppate
così rapidamente e hanno assunto dimensioni così gigantesche, che l’attualità
diventa storia già quasi prima che la stampa si sia asciugata, e persino i più
giovani ricercatori sono condannati a sopravvivere a se stessi: i poveretti si
vedono costretti a girare qua e là da far compassione, clown dei loro stessi
successi, battendo su tamburi che già da gran tempo hanno perduto musicalità.
Per questo motivo ho spesso paragonato le nostre scienze della natura a
sculture di sapone.
Schoenheimer aveva un interessante volto di attore, era
un mirabile oratore, un ambizioso e un invadente, ma anche un tipo molto
nervoso e suscettibile. Nell’autunno del 1941, quando sembrava aver raggiunto
l’apice del successo, si tolse la vita. Aveva solo 43 anni. Le università - lo
sanno tutti - sono le roccaforti del pettegolezzo: i «si dice» erano tanti, ma
nessuno di particolare interesse. Poiché non sono fatto per rodermi il
cervello, nè il mio nè quello degli altri, posso soltanto rammaricarmi delle
circostanze che hanno spinto alla disperazione un uomo così dotato; nonostante
il mio modo distaccato e ironico di valutare le cose, non sono mai riuscito a
capire di quale natura fosse l’infelicità in cui egli era vissuto.
C’erano anche altri studiosi, che compivano ricerche su
problemi di grande interesse. Erwin Brand, chimico delle sostanze albuminoidi,
un uomo dall’arrabbiatura facile, ma bonario, ex allievo del grande Max
Bergmann; Warren Sperry, che lavorava sui lipidi; Karl Meyer, che proprio
allora aveva fatto la sua prima importante scoperta nella chimica del tessuto
connettivo. Insieme a tre o quattro altri, costoro formavano l’istituto così
come lo trovai al mio arrivo. Pochi furono i campi della biochimica, come
allora venivano intesi, ai quali il pugno d’uomini messo insieme da Clarke non
avesse dato notevoli contributi.
C’erano poi i laureandi, non molti per la verità, ma di
qualità eccellente. Posso nominare, per esempio, Konrad Bloch, uno degli
allievi di Clarke. Il mio primo laureando alla Columbia fu Seymour S. Cohen.
William H. Stein, che più tardi collaborò con Max Bergmann al Rockefeller
Institut, diventando famoso nel campo dell’analisi delle albumine, aveva
lavorato sotto E.G. Miller.
Quando mi presentai alla Columbia University,
l’immigrazione dall’Europa non era ancora cominciata, ma gli anni seguenti
portarono un gran numero di studiosi. Clarke ne accolse alcuni nella sua
sezione, per esempio Heinrich Waelsch, David Nachmansohn e Zacharias Dische.
Sarebbe però sbagliato credere che in quegli anni quasi tutti venissero accolti
a braccia aperte. Per i più giovanile difficoltà non erano troppo grandi,
perché avevano ben poco orgoglio offeso da mandare giù, ma quanto più uno
studioso era eminente e famoso, tanto meno si era propensi a dargli il
benvenuto; questi poveri luminari avevano una vita difficile: i loro modi erano
imperiosi, il loro tono ridicolo, i loro pregiudizi e i loro convenzionalismi
erano del tutto diversi da quelli che trovavano nel paese in cui erano giunti.
Contrariamente alle molte leggende, fabbricate in tutta
fretta, vorrei dire che nessuno ha guadagnato dalla frantumazione della scienza
europea negli anni dal 1930 al 1950. Ciò che gli esiliati portavano con sé era
meno facilmente utilizzabile dell’arte della tessitura degli ugonotti. Certo,
un paese può essersi impoverito, ma per questo motivo l’altro non è diventato
più ricco. Persino le scienze, per non parlare del diritto o della medicina,
vivono nel grembo di una data lingua e civiltà, e ciò che è stato strappato a
viva forza non è mai veramente rifiorito più tardi. Einstein, che già allora
era soprattutto un prodotto dell’industria della pubblica opinione, sia pure
certamente suo malgrado, può aver costituito un’eccezione, ma uomini come Otto
Meyerhof o Carl Neuberg non ebbero vita facile. Furono piuttosto le generazioni
più giovani, gli uomini nati intorno allo scorcio del secolo, che, per quanto
modesti nella loro piccolezza di insetti, crearono in America uno spirito
nuovo. Quando Enrico Fermi giunse negli Stati Uniti (l’ho conosciuto come
professore di fisica alla Columbia), la situazione era invece diversa: con
l’avvicinarsi della guerra tutte le mani capaci e volenterose erano gradite.
5. Il mazzo sfiorito
Quando entrai nella sezione di biochimica della Columbia
University, la densità della popolazione delle discipline scientifiche in
America era oltremodo bassa. Il gruppo di Clarke era uno dei più numerosi.
Nella primavera del 1935, a Detroit, assistetti al mio primo Federation
Meeting: i riassunti dei discorsi che vi furono tenuti occuparono un sottile
libretto di cento pagine che entrava comodamente nella tasca della mia giacca;
la corrispettiva pubblicazione annuale della Federation of American Societies
of Experimental Biology ha ora le dimensioni dell’elenco telefonico di New
York. L’atmosfera amichevole, ma grigia e un po’ depressa della riunione mi
fece capire come allora le scienze americane vegetassero al margine della
società; ora la situazione è completamente diversa, ma né le scienze né la
società se ne sono avvantaggiate.
Pochi hanno la forza o l’impertinenza di decidere per
tempo che cosa intendono fare nella loro vita e di cercare poi di attuare il
proprio scopo. Io non appartengo certo al novero di questi fortunati: i colpi di vento che mi hanno spinto ora in una, ora in
un’altra direzione, rappresentano una parte importante, forse la più
importante della mia vita; non ebbi mai un’alternativa o non potei mai
permettermi di aspettare una seconda possibilità. L’offerta di Clarke fu la
prima che ricevetti e perciò la accettai senza esitazione, anche se questa
decisione sembrava condizionare il mio destino, ma sin dagli anni verdi ho
sempre creduto che il destino dell’uomo deriva dal suo cuore, e questo cuore,
come ho chiaramente compreso più tardi, non è programmato dal suo DNA. Le condizioni a cui fui assunto
alla Columbia mi mostrarono però la situazione precaria di chi sia intenzionato
a dedicarsi alla ricerca scientifica pura (ma esiste qualcosa di simile?) in
una facoltà di medicina. A un certo momento, per esempio, arrivarono due
simpatici chirurghi che avevano ricevuto un po’ di soldi per lavorare sulla
trombosi e sull’embolia, due notevoli complicazioni cliniche senza dubbio
interessanti per la chirurgia, e poiché la biochimica era allora
particolarmente quotata, fu assunto un biochimico per contribuire a consumare
la modesta dotazione. Siccome quel biochimico ero proprio io, potei
indirizzarmi verso precisi interessi, cioè lo studio del meccanismo chimico
della coagulazione del sangue, un sistema biologico che mi è sempre apparso
affascinante, in quanto ne può trarre utili indicazioni sia il filosofo della
natura sia lo scienziato. L’obolo fu pagato con tre pubblicazioni, frutto di un
lavoro comune. Da quel momento ero libero e lo sono stato fino agli
ultimissimi anni, quando una forma molto peggiore e umiliante di servitù si
impose: la totale dipendenza da mezzi finanziari elargiti con il contagocce
dalla mano pubblica. Ma su questo argomento tornerà più avanti.
In ogni modo, tra il 1936 e il 1948 pubblicai molti
lavori riguardanti diversi aspetti della coagulazione del sangue, prima da
solo e, più tardi, con l’aiuto di alcuni valenti colleghi più giovani. Il modo
con cui l’organismo animale mantiene e regola la fluidità del sangue in
circolazione ci pone di fronte a un dilemma interessante e istruttivo. Ho
cercato di formularlo nelle frasi iniziali della mia prolusione al corso di
lezioni sulla biochimica della coagulazione del sangue, tenuto tra il 1942 e il
1957 agli studenti di medicina della Columbia: «La coagulazione sanguigna è
anzitutto un meccanismo protettivo, ma sussiste una strana antinomia: il
sangue deve restare liquido mentre è in circolazione, deve però coagularsi una
volta versato. Se si comporta altrimenti, dobbiamo pensare a una condizione
patologica». In tutte le mie lezioni e in molti e svariati problemi ho sempre
tentato di far emergere il carattere dialettico dei processi vitali; mi ha
ascoltato una mezza generazione di medici, ma mi domando quanto abbia influito
su di loro.
Le nostre ricerche in questo campo ebbero allora molti
riconoscimenti, ma ora sembra che siano dimenticate. Questo è uno dei molti
fiori appassiti nel bouquet che forma il titolo del presente capitolo. Essere
un pioniere nelle discipline scientifiche ha perso molto del suo fascino:
significativi fatti scientifici e, ancor più, progetti promettenti sbiadiscono
e sono dimenticati ancor prima che il loro potenziale valore sia esaurito:
incalzano sempre fatti nuovi, sempre nuovi progetti che nel giro di uno o due
anni vengono a loro volta sostituiti. Lavoravamo ad attivare la coagulazione
del sangue mediante lipidi dei tessuti: isolammo e purificammo il fattore
istologico che determina il processo fisiologico di coagulazione, la cosiddetta
proteina tromboplastica fummo tra i primi a introdurre nella prassi clinica
l’eparina come anticoagulante; studiammo la modalità di azione di questa
sostanza inibente e scoprimmo che 1’ effetto dell’eparina in circolazione
poteva essere annullato mediante un’iniezione di protamina. Poiché questo
antagonismo tra eparina e protamina viene tuttora frequentemente sfruttato
nella prassi clinica, quegli esperimenti eseguiti in collaborazione con K.B.
Olson sono quasi tutto ciò che rimane delle mie fatiche di allora.
In questo contesto voglio ricordare un mio contributo,
una messa a punto di carattere generale relativa alla coagulazione del sangue,
scritta nel 19441, e della quale riporto soltanto alcuni concetti
conclusivi.
è certamente possibile che la coagulazione del
sangue sia soltanto un esempio
di processi coagulativi aventi una più generale importanza biologica. In che modo l’organismo
vivente controlla tali processi? Lo ignoriamo. Si potrebbe pensare che i diversi fattori inerenti
il fenomeno della coagulazione (benché essi si formino incessantemente e
incessantemente vengano distrutti agendo di continuo gli uni sugli altri) siano
tenuti m una delicatissima condizione di equilibrio. Ma proprio qui si trovano sia la difficoltà sia
l’aspetto attraente del problema: la difficoltà, in quanto si tratta di un problema marginale, che
coinvolge sostanze e reazioni assai difficilmente accessibili e pochissimo
studiate: l’aspetto attraente, in quanto la coagulazione del sangue mette per
così dire in luce
uno degli innumerevoli
sistemi mediante cui l’organismo, in virtù di oscillazioni prestabilite,
mantiene la condizione indispensabile alla vita.
L’insegnamento che ho potuto impartire in questo campo
può essere invecchiato e superato, ma non lo è ciò che ho appreso da esso. Uno
dei più gravi tormenti dello scienziato consiste proprio nel fatto che di lui
rimane attuale non l’esperienza, ma il tentativ
I lipidi - queste interessanti e complesse componenti
cellulari grasse, la cui reale funzione biologica non è ancora chiarita -
svolgono una parte importante nella coagulazione del sangue. Inoltre
rappresentanti di questa classe avevano costituito l’oggetto dei miei primi
sforzi di ricercatore, come vi ho raccontato nella prima parte di questo libro;
perciò fu una cosa del tutto naturale per me continuare le ricerche anche in tale
direzione. Era come un polittico consistente in una serie di tavole: una
riguardava la chimica dei diversi lipidi, e i lavori in questo campo durarono
sino alle metà degli anni Sessanta; un altro gruppo si occupava di una serie di
importanti componenti cellulari ad alto peso molecolare, definite
lipoproteine: questa è la forma (un complicato composto con certe sostanze
albuminoidi) in cui diversi lipidi sono presenti nell’organismo. Su questo
tema ho scritto uno dei primi contributi.2
La considerazione di Clarke nei miei confronti, mai troppo
calorosa, aumentò in virtù di questo articolo: egli mi disse di averlo trovato
particolarmente divertente, e questo vuol dire che persino i lipidi possono
essere uno svago per uno spirito ben disposto.
Un’altra serie di ricerche, che allora avevano il
fascino della grande novità, concerneva il metabolismo dei fosfolipidi, cioè
lipidi contenenti fosforo. L’isotopo radioattivo fosforo-32 cominciava allora
a essere accessibile, sia pure con notevoli difficoltà. Questo isotopo fu
utilizzato contemporaneamente per certi studi sul metabolismo anche da alcuni
altri ricercatori, specialmente da Camillo Artom (i furiosi turbini del nostro
secolo avevano trascinato questo uomo amabile, prosciugato e cotto dal sole di
Sicilia, per un lungo cammino, fino a Winston-Salem nel North Carolina). Quando
incominciai quel lavoro, fu necessario produrre con i nostri mezzi il fosforo
radioattivo e in questa attività da alchimista ebbi la collaborazione di un
giovane fisico della Columbia, John Dunning, che in seguito percorse una
notevole carriera. Benché allora ci sentissimo estremamente stimolati, i
risultati ottenuti, considerandoli retrospettivamente, non mi sembrano oggi
particolarmente entusiasmanti: c’era anzi da aspettarselo che i diversi lipidi
dell’organismo, esterificati con acido fosforico, non si formassero tutti con
la stessa velocità. Se volessi spiegare a un profano i nostri risultati di
allora, egli mi risponderebbe probabilmente in modo analogo a quello tenuto,
come si racconta, da uno scià di Persia, quando respinse l’invito
dell’imperatore Francesco Giuseppe ad assistere a una corsa di cavalli: «Ho
sempre saputo che un cavallo corre più veloce di un altro. Non mi interessa
sapere quale». «Sapere quale» è tuttavia un dovere che compete alla scienza:
quando ero giovane, mi sembrava comunque che fosse proprio così, anche se in
seguito cominciai a pensarla diversamente.
Un curioso prodotto secondario di queste ricerche merita
comunque di essere ricordato: fui il primo a comunicare la sintesi di un
composto organico radioattivo. Le rare volte che cercai di gloriarmi per questa
impresa, incorsi nei dubbi malevoli e nello scherno dei bonzi della fisica
nucleare: di fronte agli innumerevoli lavori apparsi nel frattempo, riguardanti
la sintesi di sostanze organiche radioattive, come potevo essere stato fra i
primi o addirittura il primo? Ma ecco qui il titolo della mia ricerca:3 Sintesi di un composto organico
radioattivo: alfa-acido glicerofosforico. Lo ricordo per convalidare un detto che spesso
ho attribuito a una delle mie nonne: anche una gallina cieca riesce talvolta a
fare un uovo.
Ancora qualche prova polverosa del mio triste erbario e
poi ho finito. Coagulazione del sangue, lipidi, lipoproteine e sostanze marcate
con isotopi radioattivi non esauriscono la gamma delle mie ricerche. Posso
citare altri tre campi di ricerca: abbiamo lavorato abbastanza intensamente
sulla inosite, che costituisce un gruppo di sostanze affini allo zucchero, una
delle quali si presenta quasi sempre in cellule viventi e viene spesso
aggregata alle vitamine; abbiamo effettuato studi sulla sorte biologica degli
acidi ossiamminici e studiato i meccanismi di inibizione del processo di divisione
del nucleo cellulare, cioè della mitosi.
Tutto ciò che facevo avveniva sotto l’impressione di
quel miracolo che è la cellula: qui vedevo soltanto ordine e bellezza. Per me
la cellula era un microcosmo, «l’eterno decoro». Non credevo che saremmo mai
riusciti a decifrarne il progetto di costruzione, un progetto in cui coesione
e compressione sono soltanto due dei molti elementi che noi siamo costretti a
distruggere per poterla studiare. Anche se oggi mi si dice che tale progetto ci
è del tutto chiaro, non posso liberarmi dal sentimento che in quei giorni tanto
lontani io avevo sognato qualcosa di diverso. Il mio laboratorio fu uno dei
primi in cui i mitocondri vennero isolati e studiati dal punto di vista
chimico, e soprattutto fummo tra i primi a utilizzare ultracentrifughe per la
preparazione degli organuli del citoplasma, come, per esempio, i microsomi. è logico, quindi, che qualche tempo dopo, quando mi fu assegnata una serie
di laboratori, li chiamassi con definizione collettiva Cell Chemistry
Laboratory. Questa lista, sia pure incompleta, della mia attività si riferisce
ai primi dodici anni di permanenza alla Columbia University. In questo periodo
furono pubblicati più di sessanta lavori che trattavano un campo molto vasto
della biochimica, così come era allora intesa tale disciplina; alcuni studi
possono aver contribuito un poco al progresso di questa scienza, che in quel
tempo era ancora una scienza lenta, cioè di dimensioni umane. Le ricerche
venivano eseguite con scarsissimi aiuti finanziari forniti dall’esterno: una
piccola dotazione della Markle Foundation e, negli anni di guerra, un po’ di
danaro elargito dall’Office of Scientific Research and Development (OSRD). Non
si faceva pubblicità: non ho mai concesso un’intervista ai giornalisti; in
effetti, «i signori della stampa» si sono tenuti in generale lontani da me: il
raro caso del coniglio che ipnotizza i serpenti.
Sì faceva tutto con olio di gomito: quattro laureandi,
uno o due post-docs,*
un’assistente
di laboratorio. L’elettricità serviva quasi soltanto per azionare le centrifughe
alquanto primitive; isolavamo e persino cristallizzavamo le sostanze ancora in
forma visibile. Si invocava sempre la prodigiosa potenza della chimica, capace
di strappare alla mitologia arcani fenomeni naturali e di trasformarli in
sostanze, non si formulavano affermazioni che andassero oltre l’evidenza della
realtà, non si ponevano domande a cui solo Dio avrebbe potuto rispondere né si
davano risposte sostitutive. Non si tentava di migliorare la natura.
Tuttavia, quando penso a quegli anni meravigliosi, mi
vengono in mente le parole che si attribuiscono a san Tommaso d’Aquino: Omnia quae scnpsi paleae mihi,
videntur (tutto
ciò che ho scritto mi sembra pula). Quando ero giovane, dovevo tornare alle
origini della nostra scienza, e la cosa non era difficile. Le bibliografie di
studi chimici e biologici citavano spesso lavori pubblicati quaranta
cinquant’anni prima, si aveva l’impressione di essere parte di una tradizione
che cresceva tranquillamente, con una velocità a misura d’uomo, che passava con
una velocità a lui adeguata. Ora, invece, nella nostra miserevole società
scientifica di massa, quasi tutte le scoperte nascono morte; i lavori
scientifici sono soltanto una posta in un gioco di potenza, fugaci immagini
sullo schermo di uno sport-spettacolo, comunicazioni frammiste l’una all’altra,
la cui risonanza non dura più di un giorno. Le nostre scienze sono diventate
serre per un mercato che in realtà non esiste. Intanto, con lo spezzarsi della
tradizione, esse hanno creato una confusione davvero babilonica di mente e di
lingua. Oggi la tradizione scientifica risale soltanto a tre o a quattro anni
addietro. Il proscenio è sempre il medesimo, ma gli orpelli mutano
continuamente, come in un sogno febbrile, e sul palcoscenico appena una quinta
è al suo posto viene immediatamente sostituita da un’altra.
La sola cosa che l’esperienza può ora insegnarci è che è
diventata senza valore. Potremmo chiederci se il complesso di nozioni rappresentato
da una disciplina scientifica può sussistere senza una tradizione ben viva, e
comunque, in molti dei campi delle scienze in cui mi è dato di spaziare, questa
tradizione è del tutto scomparsa. Non esagero quindi, né è una forma di falsa
modestia, se arrivo a concludere che il lavoro da noi svolto nell’arco di
trenta o quaranta anni - con tutto l’impegno di cui è capace un’onesta fatica
- è cosa morta e sorpassata.
6. «Il
testo del codice ereditario»
Eravamo agli inizi del 1944, quando qualcuno mi parlò di
un lavoro che aveva appena visto sul «Journal of Experimental Medicine»: era
il celebre contributo di Oswald T. Avery, Colin MacLeod e Maclyn McCarthy e
aveva per titolo Ricerche
sulla natura chimica della sostanza che attiva la trasformazione di alcuni tipi
di pneumococco.4 Non è difficile
descrivere le osservazioni fondamentali. Ci sono parecchi tipi di pneumococchi:
non virulenti e virulenti, se vogliamo distinguerli secondo le loro qualità
biologiche; «ruvidi» e «lisci», se ci riferiamo alle qualità della loro
superficie. Nel 1928, il patologo inglese Frederick Griffith aveva fatto una
scoperta molto importante: l’iniezione di pneumococchi vivi, non virulenti,
associati a un preparato indebolito di cellule virulenti provoca la morte dei
topi così trattati, dai quali si possono poi isolare organismi virulenti; analoghe osservazioni inerenti tale processo,
designato come trasformazione batterica, vennero effettuate anche in provetta.
Era chiaro che le cellule lisce virulenti dovevano contenere qualche sostanza
capace di trasformare permanentemente e in linea ereditaria le colture di
batteri ruvidi non virulenti, e precisamente in una specie di cellule che
assomigliava agli organismi dispensatori lisci virulenti. Avery e i suoi
collaboratori tentarono di isolare questa sostanza sconosciuta, di purificarla
e di definirne la natura chimica: ebbero successo. La loro relazione terminava
con le seguenti parole:
Il materiale qui presentato conferma l’ipotesi
che un acido di tipo desossiribonucleico costituisce l’unità fondamentale
della sostanza di trasformazione derivata dal pneumococco di tipo III.
Non mi è facile descrivere quanto mi abbia colpito
questa frase e anche quale impressione abbiano esercitato su di me gli
splendidi esperimenti che hanno reso possibile tale risultato. Forse posso
esprimere nel migliore dei modi ciò che sento riallacciandomi alle parole che
pronunciai molto più tardi durante un discorso tenuto per celebrare Cento anni di ricerca
riguardante l’acido nuclei co.5
Poiché la trasformazione rappresenta un mutamento
illimitatamente ereditario di una cellula, è stata qui messa in luce, per la
prima volta, la natura chimica della sostanza che produce tale mutamento.
Raramente avviene
che qualcosa di
così importante sia detto con un numero tanto ridotto di parole. Chi le scrisse, Oswald Theodore Avery
(1877-1955), aveva allora già 67 anni: il caso sempre più raro di un uomo anziano che fa una
grande scoperta scientifica. E non fu quella la sua prima scoperta. Avery era
un uomo tranquillo e se il mondo gli avesse tributato più onori, ne sarebbe stato a sua volta onorato; ma nella scienza
non importa tanto essere
il primo quanto l’ultimo. In quel tempo, la scoperta di Avery, che d’un colpo rese possibile una chimica dei fattori
ereditari e plausibile la natura di acido nucleico del gene, impressionò certamente
alcuni - non però molti, come si crede - ma nessuno ne fu colpito più
profondamente di me. Infatti vi ravvisai i confusi contorni delle origini di
una grammatica della biologia. Come il cardinale Newman nel titolo di un suo
celebre libro, Saggio per una grammatica dell’assenso, intese riferirsi
alla grammatica della fede, così adopero ora questo termine per indicare gli
elementi e i principi fondamentali di una scienza. Avery ci diede il primo
testo di una nuova lingua o, più esattamente, ci indicò il luogo dove dobbiamo
cercarlo. Io mi ripromisi di cercare tale testo.
Pertanto decisi di tralasciare tutto ciò intorno a cui
lavoravamo o di portarlo a una più rapida conclusione; eppure vi erano
coinvolte cose davvero interessanti, che riguardavano molti problemi della
chimica cellulare. Spesso mi sono chiesto se non ho commesso un errore dando
un colpo così deciso di timone e se non fosse stato meglio non cedere al fascino
del momento, ma queste quisquilie biografiche non possono interessare nessuno.
Per lo scienziato, la natura è uno specchio che si rompe ogni trent’anni, e chi rimpiange ormai lo specchio infranto
di tempi passati?
A questo punto dovrei forse spendere qualche parola sul
gruppo di sostanze che erano balzate così d’un tratto al centro dell’interesse
scientifico: gli acidi nucleici. Quando il biochimico studia tessuti viventi,
si tratti di animali, piante o batteri, troverà talune qualità comuni, ma
scoprirà anche molte differenze; dipende dal punto di vista e anche dagli scopi
del ricercatore attribuire maggiore importanza alle affinità piuttosto che
alle diversità; talvolta è difficile scoprire punti in comune in cose che
apparentemente sono molto diverse, ed è ancora assai più arduo riconoscere
differenze tra cose che sembrano uguali. Le cellule viventi hanno in comune il
fatto di essere composte soprattutto da quattro classi di sostanze: le proteine,
i polisaccaridi, i lipidi e gli acidi nucleici. I primi tre gruppi sono già
stati studiati da lungo tempo con grande successo, solo per quanto riguarda gli
acidi nucleici dovettero passare settantacinque anni tra la loro scoperta e il
momento in cui si cominciarono a comprenderne le funzioni e le strutture.
Il chimico distingue fra due tipi di acidi nucleici,
secondo il contenuto di zucchero: acido desossiribonucleico, oggi generalmente
noto con il soprannome di DNA, e acido ribonucleico o RNA (in realtà è scorretto usare il singolare perché dietro
di loro si cela una pluralità di individui chimici differenti: questa
constatazione è forse uno dei frutti delle mie ricerche). Quando Avery giunse
alla sua grande scoperta, già si sapeva che nelle cellule animali e vegetali la
maggior parte del DNA si trova nei nuclei delle
cellule, i quali sono anche la sede dei fattori ereditari, in quel tempo ancora
soltanto ipotizzati, cioè dei geni. La scoperta di Avery indusse perciò i ricercatori
a ritenere altamente probabile che i
geni contenessero DNA o che fossero addirittura costituiti da questo acido
nucleico. Credo che oggi soltanto pochi negheranno che questa sia una delle più
importanti scoperte della biologia.
Quando fu pubblicato il grandioso studio di Avery, la
maggior parte dei ricercatori - incluso il comitato del premio Nobel allora in
carica - non se ne curarono affatto. Quelli che avrebbero dovuto averne
consapevolezza, erano troppo occupati nel far girare le loro trottole per i
corridoi del potere. E, poiché non ho mai trovato accesso a tali fruttuosi
labirinti, non appartengo al novero di quelle persone, per cui mi fu subito
evidente la portata della scoperta; cominciai persino a redigere un articolo
che si intitolava Il secondo sogno del professor Kekulé, [Augusì Kekulé von Stradonitz
(1829-1896) fu un importante chimico organico tedesco; immaginò in sogno la
struttura esagonale del benzene. (n.d.r.)]* in cui prevedevo abbastanza correttamente molti aspetti
dei futuri sviluppi della scoperta. Mi spiace che il mio unico tentativo di
scrivere science-fiction,
destinato a
diventare ben presto science-truth, sia andato perduto.
Quando lessi il lavoro di Avery, non ero del tutto
impreparato. Due piani sopra di me lavorava Martin Dawson (scomparso in giovane
età), che si apprestava a effettuare eccellenti studi sulle trasformazioni
batteriche; anche nel mio stesso laboratorio incontrai due volte acidi
nucleici: una volta sotto forma di RNA,
come componente
della proteina tromboplastica, cui ho già accennato, e un’altra come DNA, quando, durante la guerra, avevamo intrapreso ricerche
sull’agente del tifo, Rickettsia prowazekii. Ma ancora più profonda fu l’impressione che suscitò in
me un libriccino pubblicato in quel torno di tempo ne era autore il grande
fisico austriaco Erwin Schrödinger e aveva per titolo una domanda non propriamente
modesta: Che
cos’è la vita? I
grandi ricercatori sono particolarmente degni di essere ascoltati quando
parlano di qualcosa di cui essi stessi sanno poco, poiché nella loro specialità
sono di solito grandi e noiosi. [Benché
il libro dello Schrödinger abbia influito notevolmente sugli inizi della
biologia molecolare, una divertente osservazione di Nestroy lo riguarda
certamente un pochino: «Quando dispensa a sette sapienti ciò che egli possiede
di troppo in stupidità, ne verranno fuori i più magnifici asini» (Lo
stregone pasticcione, atto I, scena VI).] Parlando dei cromosomi (minutissimi bastoncelli
presenti nel nucleo della cellula, il cui numero è costante per una data
specie, e che sono percepibili se il nucleo si prepara alla divisione)
Schrödinger scrisse:
Sono questi cromosomi... a contenere in una
specie di codice cifrato l’intero disegno del futuro sviluppo dell’individuo e
del suo funzionamento nello stadio della maturità...
Paragonando la struttura delle fibre cromosomiche
al testo di un codice, si vuol significare che la mente universale, di cui
parla Laplace, alla quale ogni connessione causale si manifesta immediatamente,
potrebbe dire dalla loro struttura se l’uovo si svilupperà, in opportune
condizioni, in un gallo nero o in una gallina maculata, in una mosca o in una
pianta di granoturco, un rododendro, uno scarafaggio, un topo o una donna...
L’espressione «testo di un codice» ha però
ovviamente un significato troppo ristretto. Le strutture cromosomiche sono,
contemporaneamente, degli strumenti per portare innanzi lo sviluppo che esse simboleggiano.
Esse sono codice di legge e potere esecutivo, o, per usare un’altra metafora,
sono il progetto dell’architetto e insieme abili costruttori.6
Il testo del codice ereditario? Il lettore di
crittografia, che si cela in ognuno di noi, ne fu irresistibilmente coinvolto.
«Cromosomi!», esclamai, «DNA, l’arte del costruttore!
Lavoriamo dunque sul naso di Cleopatra!».
7. Il pregio di
minuscole differenze
Che cosa c’era da fare mi sembrava chiaro, ma non sapevo
affatto come. Gli studi di Avery avevano dimostrato che l’acido desossiribonucleico
di una certa famiglia di pneumococchi possedeva caratteristiche biologiche che
mancano a un preparato corrispondente ricavato dal timo di vitello. Così era
per me evidente che queste due sostanze dovevano essere diverse anche dal punto
di vista chimico, e il passare da qui all’ipotesi che tutti gli acidi nucleici
sono specifici ciascuno di una data specie, mi sembrava un procedimento facile
e illuminante. Quando dapprima discussi insieme ad altri questo problema, mi
meravigliai nel constatare che per essi la cosa non era affatto evidente, non
avevano alcun interesse per tale problema né avevano voglia di stare a sentire
le mie argomentazioni per la verità non molto battagliere. Certo, agli inizi è
arduo rendere il prossimo partecipe di una nuova verità sia che essa riguardi
la scienza sia altri campi, e ciò dimostra che noi pensiamo secondo binari
prefissati e che ci fa male essere distolti bruscamente da concetti
tradizionali, nel cui ambito ci sentiamo sicuri come nel grembo materno.
Se l’arte è la più alta forma di realtà che l’uomo - o
per lo meno l’uomo moderno nella sua profana mondanità - può raggiungere, i
molti casi, in cui grandi creazioni sono state in un primo tempo respinte e
spesso rifiutate con incredibile malevolenza, dimostrano quanto intensamente ci
opponiamo a comprendere e ad afferrare la realtà. Spesso accettiamo soltanto
quello che le discutibili guide del cosiddetto gusto del tempo ci hanno prima
masticato, ma ne deriva poi una realtà non autentica, «un microidolo di
un’isola della Pasqua dello spirito».7 Altrove ho tentato di dire
qualcosa sul potere occulto delle mode in campo scientifico.8
Quando nel 1945 cominciai a occuparmi seriamente degli acidi nucleici,
ciò era naturalmente il risultato del fascino che hanno sempre esercitato su di
me le innumerevoli forme della vita, con la sua enorme molteplicità, la sua
maestosa unitarietà. Quanti colori! Ma sbiadiscono tutti. Quante energie! Ma
tutte si vanificano. Venire al mondo per morire; morire per poter nascere. Già
quando ero bambino, avevo la sensazione di vivere in un universo tranquillo,
ordinato da una mente saggia, che non avrei mai potuto sperare di capire. La
grande dea Anànke [la divinità greca che impersona
il fato. (n.d.r.)]* mi sembrava un’amica fedele.
Quando, più tardi, imparai la chimica e cominciai a riflettere sulla chimica
della vita, la mia fiducia nella superiore saggezza della cellula vivente non
mi aveva affatto abbandonato. Mi era sempre parso evidente che su un certo
gradino tutta la vita è un fatto chimico, esattamente come ci sono molti altri
gradini della vita la cui comprensione può essere soltanto stravolta, se ci si
riferisce esclusivamente alle leggi della chimica. Quello che non capirò mai è
come tutti questi gradini possano strutturarsi insieme a formare la scala
eterna. Il mio grande difetto, come scienziato (che spiega, in parte, la mia
relativa mancanza di successo) consiste probabilmente nell’oppormi alla
semplificazione: diversamente da altri sono un terrible complicateur.
La nostra comprensione del mondo è costituita da
innumerevoli strati. Ognuno merita di essere studiato, purché non dimentichiamo
che esso è soltanto uno dei molti. Se sapessimo tutto ciò che si può sapere di
uno strato- ed è estremamente improbabile - tale conoscenza non ci
illuminerebbe molto sul resto. L’integrazione del numero immenso di singole
informazioni e la visione, che ne scaturisce, della natura, procedono di pari
passo nel nostro intelletto, ma la mente dell’uomo si inganna e si disorienta
facilmente, e la visione della natura è diversa da una generazione all’altra.
In realtà, l’intensità della visione ha un’importanza molto maggiore che non
la sua completezza o esattezza. Dubito che esista qualcosa come una corretta
visione della natura, a meno che le regole del gioco non siano state prima
chiaramente stabilite, ma senza dubbio ci saranno più tardi altri giochi e
altre regole.
Fu dunque la chimica della cellula l’oggetto delle mie
ricerche. Le generazioni precedenti si erano sforzate soprattutto di dimostrare
l’unità della natura, i loro grandi successi consistettero nel mettere in
risalto come la materia vivente sia unitaria nella sua composizione generale,
nelle sue reazioni metaboliche e nell’economia dell’energia indispensabile alla
vita. Io, però, ero più attirato dall’altro lato del volto di Giano, cioè
dall’enorme molteplicità della natura vivente.
[In uno dei primi lavori da me
pubblicati, mentre mi trovavo a Berlino, il problema della «specificità di
struttura»9 è già discusso, ma per sottolineare la dubbia natura di
queste fantasticherie, l’editore della rivista le pubblicò nel corpo più
piccolo a disposizione.] Dal punto di vista del chimico
tale molteplicità si esprime non solo nella conformazione dell’essere o
dell’organo, vale a dire morfologicamente, ma molto di più negli innumerevoli
legami che sono specifici per questo o quest’altro organismo. Mi era però
chiaro che tutti questi diversi pigmenti o sostanze odorose o tossine erano
soltanto i sintomi, non le cause della specificità biologica: chi conferisce
specificità alle differenze, il vero e proprio autore doveva essere cercato
altrove.
Mi sembrava probabile che l’influsso decisivo sulla
molteplicità biologica e sulle sostanze che mantengono costanti i fattori
ereditari di questa molteplicità dovesse provenire dalle componenti cellulari
di alto peso molecolare, i legami macroscopici che costituiscono la parte
principale di tutti i tessuti. Penso alle albumine e alle proteine coniugate,
come, per esempio, le lipoproteine, le muco-proteine e cosi via, i
polisaccaridi e gli acidi nucleici. Quanto alle prime, le proteine e i
polisaccaridi, la loro attività biologica e le importanti differenze chimiche
che le contraddistinguono nelle diverse cellule erano già note da molto tempo.
Di fatto la grande famiglia dei composti albuminici sembrava sostenere il
ruolo principale nella determinazione della specificità biologica. D’altra
parte, gli acidi nucleici costituivano, per così dire, soltanto l’umile supporto
delle albumine, che occupavano i primi posti. L’intera situazione mutò d’un
tratto in seguito alla scoperta di Avery, la quale accertò che gli acidi
desossiribonucleici sono al centro delle forze che dominano il processo
vitale. Mi sembrò che solo in quel momento la chimica fosse veramente divenuta
maggiorenne, in quanto si presentava come la scienza centrale dei processi
vitali.
Fino al 1944 il DNA e l’RNA erano intesi al singolare. Si sapeva che gli acidi
nucleici erano composti da quattro elementi costitutivi, i nucleotidi; ogni
nucleotide consisteva di tre composti chimici collegati tra loro: una base
contenente idrogeno (adenina o guanina, chiamate purine, o citosina, timina e
uracile, detti pirimidine), uno zucchero (desossiribosio o ribosio) e acido
fosforico. Gli acidi nucleici venivano formulati come piccole catene, in cui i
quattro nucleotidi si trovavano collegati tra loro mediante ponti di fosfati.
Questo modello strutturale veniva designato come tetranucleotide: un nome che
valse a condannare queste sostanze insignificanti e poco istruttive al ruolo di
un collante biologico. Grazie alle mie ricerche e a quelle dei miei
collaboratori, questo modesto singolare si è trasformato, dal 1946, in un
gigantesco plurale.
Come ho già detto, sull’influsso della scoperta di Avery
ero giunto alla conclusione che il DNA
doveva essere il
portatore della specificità delle specie. Ciò poteva dipendere, a mio avviso,
da due ragioni: o i preparati di DNA
ricavati da diverse
cellule contenevano diversi elementi costitutivi oppure si distinguevano l’uno
dall’altro per la diversa disposizione dei medesimi elementi. Si potrebbe rappresentare
simbolicamente la prima alternativa con la differenza tra due parole come RAMO e REMO: tre lettere alfabetiche, cioè tre
nucleotidi, sono identiche, una è diversa. Un semplice esempio per il secondo
tipo di differenza potrebbe essere raffigurato con le parole RAMO e OMAR: le medesime componenti
disposte in un diverso ordine. Non valeva però la pena di abbandonarsi ai rompicapo
finché non c’era la possibilità di controllarne l’esattezza. Anche se si volge
lo sguardo a questo passato relativamente recente (poco più di un trentennio),
può essere difficile raffigurarci quanto poco allora si sapeva veramente:
eravamo riusciti a isolare in quantità considerevoli solo due
preparati, ma in stato «decomposto»: l’acido desossiribonucleico da timo di
vitello e l’acido ribonucleico da lievito di birra. Se perfino per la
caratterizzazione delle componenti fondamentali era necessario disporre di
enormi dosi di materiale non era neppure il caso di parlare di un’analisi
quantitativa. Per dimostrare la correttezza delle mie ipotesi circa la chimica
degli acidi nucleici, era evidentemente indispensabile sviluppare metodi quantitativi
estremamente precisi, che dovevano inoltre potersi applicare a piccolissime
quantità di acido nucleico, dal momento che era indispensabile confrontare
diversi organi di molte specie diverse e anche microorganismi relativamente
inaccessibili.
Quando nel 1946 mi proposi seriamente di affrontare
l’enigma degli acidi nucleici, mi vennero in aiuto alcune felici circostanze:
anzitutto, un metodo del tutto nuovo per separare quantità piccolissime, che
era stato sviluppato solo qualche tempo prima; in secondo luogo, la
commercializzazione di un nuovo strumento, che nel nostro lavoro doveva
assolvere una funzione di importanza decisiva; infine, e questa era la
circostanza più importante, avevo ottenuto due ottimi collaboratori, il dottor
Ernst Vischer e la signora Charlotte Green.
Il metodo era quello descritto nel 1944 da R. Consden,
A.H. Gordon e A.J.P. Martin per la separazione di piccole quantità di
amminoacidi. Questo procedimento, che ben presto sarebbe stato noto come
cromatografia su carta, consiste essenzialmente nel collocare su una striscia
di carta da filtro una goccia della soluzione, che contiene le sostanze da
isolare e nell’irrorare poi la striscia con un solvente; ciò determina la
produzione di macchie ben distinte l’una dall’altra, ciascuna delle quali
contiene una delle componenti della soluzione originaria. Riuscimmo a
modificare questo metodo adattandolo all’analisi delle componenti essenziali
dell’acido nucleico, la purina e la pirimidina. La possibilità di fare della
cromatografia su carta un preciso procedimento quantitativo era dovuta alla
disponibilità in commercio del primo spettrofotometro a luce ultravioletta,
perché la purina e la pirimidina posseggono nell’ultravioletto spettri di
assorbimento oltremodo potenti e caratteristici.
Quanto a Ernst Vischer, la sua preparazione e le sue
conoscenze di chimica, acquisite nella natia Basilea, erano solide non meno
delle robustissime scarpe di fattura elvetica che calzava quando per la prima
volta entrò nel mio laboratorio. Era l’autunno del 1946. Mi bastò gettare uno
sguardo su di lui per chiamarlo con il nome giusto, il «fedele Eckart»: il suo
zelo tranquillo, la serietà e la profondità del suo metodo di lavoro, che non
si lasciavano scomporre da nulla, la sua onestà intellettuale si rivelarono
doti inestimabili specialmente per un uomo come me, in quei giovani anni sicuramente
uno dei quietisti più irrequieti.
Ci mettemmo al lavoro, dapprima noi tre, poi si
aggiunsero alcuni altri: Stephen Zamenhof, Boris Magasanik, George Brawerman,
David Elson, Ed Hodes, Ruth Doniger e non so chi più. Io producevo la maggior
parte dei preparati di acido nucleico, Vischer e Green sviluppavano l’analisi
quantitativa. Non ci mancò il successo, e il nostro primo contributo, una
breve provvisoria comunicazione scientifica, fu pubblicato nel maggio 1947.10
Certo, gli inizi erano modesti: i metodi ancora rozzi, i sistemi usati per i
solventi e il modo con cui le zone isolate l’una dall’altra venivano rese
visibili, erano primitivi, ma avemmo la fortuna di isolare da ognuna delle
sostanze minuscole quantità - circa cinque milionesimi di grammo - e di
identificarle. Non posso dire con certezza se prima dei nostri lavori una
quantità anche un milione di volte più grande avrebbe dato risultati
altrettanto affidabili.
I primi risultati sulla composizione dei preparati di DNA ricavati da diversi tipi di cellule erano lacunosi,
poiché i nostri procedimenti erano rozzi, ma valsero a rafforzare la mia
convinzione che specie di animali o di piante diverse dovevano contenere tipi
differenti di DNA. Cominciai a riflettere in quale
modo le diversità di composizione, persino piccole, potessero influire sul
contenuto di «informazione biologica». [Dato che a quell’epoca l’umanità non aveva ceduto totalmente ai
calcolatori i propri diritti a pensare, è probabile che io abbia potuto usare
questa brutta espressione. Purtroppo non abbiamo un’espressione migliore per
designare la cieca capacità percettiva con cui la materia vivente reagisce a
una sostanza attiva.] Ebbe così inizio il «secondo sogno del professor Kekulè» di proporre
diversi schemi spettrali. Pensavo a cambiamenti della sequenza dei nucleotidì,
che potevano essere i
porta tori della
specificità della specie, ma ancora di più pensavo a specifiche strutturazioni
steriche. Mi ero appassionato di topologia, diversi tipi di anelli intrecciati
gli uni agli altri riempivano il mio ufficio, anelli che potevano essere
spezzati nel senso della lunghezza e che portavano a strutture stranamente
intricate. Quando discussi per la rima volta in pubblico le nostre primissime
osservazioni, in un simposio a Cold Spring Harbor e in un congresso di
citologia, a Stoccolma, nell’estate del 1947, il DNA apparve
perciò come un nastro di Mobius. In qualche modo mi spiace ancora che questa
concezione sia rimasta soltanto un’idea campata in aria. Ecco alcuni punti
della mia conferenza.
Una delle superfici più semplici studiate in topologia è
il cosiddetto nastro di Mobius, che consiste in una lunga striscia di carta, le
cui estremità vengono incollate dopo che una è stata sottoposta a un certo
numero di torsioni. Se, per esempio, un’estremità è stata completamente ruotata
(cioè con un angolo di 360°) prima
di essere unita con l’altra, e se la striscia viene tagliata lungo la linea
centrale, si ottengono due anelli intrecciati l’uno all’altro entrambi i quali
hanno ereditato la rotazione originaria. Successivamente è di nuovo possibile dividere ciascun anello in due
altri intrecciati, e così via. Un bambino curioso può, cambiando le disposizioni, fare molte scoperte
affascinanti sull’ereditarietà di particolarità geometriche e quando è cresciuto e se ne ricorda, quelle
scoperte potranno contribuire ad attenuare, almeno in parte, la paura che si
avverte considerando la natura apparentemente automatica dei processi vitali.11
Questo è probabilmente il primo puerile abbozzo della
divisione dei filamenti nel DNA. La paura non è però scomparsa,
anzi è aumentata, perché abbiamo cominciato a definire la vita proprio come
automatismo. La maestà della Genesi è stata sostituita da una tecnologia di
biopoiesi (creazione di vita) che probabilmente farà dei secoli futuri un
incubo che nessuno oggi può nemmeno immaginare.
Nei nostri primi tentativi di studiare la struttura del DNA avevamo scelto preparati di acido nucleico derivanti da
lievito, organi di bovini e bacilli tubercolari, ed è stato un bene, perché
specialmente la prima e l’ultima di queste sostanze si differenziano l’una
dall’altra nel modo più drammatico per quanto attiene alla loro composizione.
Questa diversità mi dava abbastanza sicurezza per riconoscere come
significative anche piccole differenze, se queste erano riproducibili. Se
avessi invece deciso di confrontare il DNA ricavato
dal timo di vitello con quello ricavato da pneumococchi, sarei giunto
probabilmente alla conclusione che entrambi non erano differenziabili l’uno
dall’altro sotto l’aspetto chimico.
Per terminare l’esposizione di questo episodio, potrà
essere interessante citare le frasi introduttive e conclusive del primo studio
in cui compendiavo le nostre ricerche, apparso nel 1950 sulla rivista svizzera
«Experientia»12
Cominciammo il nostro lavoro ammettendo che gli acidi
nucleici sono polimeri complessi e non facilmente identificabili, ad alto peso
molecolare e perciò
comparabili, da questo punto di vista, con le proteine. La determinazione della loro struttura e
delle loro differenze strutturali richiese pertanto lo sviluppo di metodi che soddisfacessero
l’analisi precisa di tutte le componenti dell’acido nucleico. Ci sembrò poi indispensabile produrre preparati di
acido nucleico da un grande numero di diversi tipi di cellule e di renderli
accessibili all’analisi. Tali procedimenti dovevano rendere possibile lo studio
di quantità molto
piccole, essendo evidente che il più del materiale sarebbe stato
molto difficilmente disponibile. I procedimenti sviluppati nel nostro
laboratorio ci misero effettivamente in grado di eseguire un analisi completa
delle componenti con 2-3 mg di acido nucleico, e ciò in sei esami paralleli...
Ecco le nostre conclusioni: gli acidi desossipentosinucleici da cellule animali
e batteriche contengono, in diverse proporzioni, i medesimi quattro composti
azotati, cioè adenina, guanina, citosina, timina. La loro composizione sembra
caratteristica per la specie, ma non per il tessuto da cui esse vengono isolate. è pertanto probabile che ci sia un numero enorme di acidi
nucleici strutturalmente diversi, un numero certamente più grande di quanto sia
dimostrabile con gli attuali metodi di analisi...
Stabilire se polimeri ad alto peso molecolare, esistenti
in natura, siano diversi o identici, e qualcosa
che spesso esorbita dai mezzi attualmente a nostra disposizione, questo vale soprattutto per quelle
sostanze che si differenziano soltanto per la sequenza, non per le proporzioni
delle parti componenti. Il numero dei possibili acidi nucleici, che presentano
la stessa composizione analitica, è veramente immenso... Credo che non possa
insorgere alcuna contraddizione se si afferma che gli acidi nucleici -
nell’ambito delle possibilità chimiche - sono da annoverarsi con ogni probabilità
tra le sostanze (o eventualmente costituiscono la sostanza) cui è affidata la
trasmissione dei caratteri ereditari.
Queste profezie, se le confrontiamo con quelle di Ezechiele,
sembrano in certo qual modo abbastanza aride, ma d’altra parte esse si sono
avverate molto più rapidamente. L’episodio descritto nella conferenza non era
tuttavia concluso, perché nelle bozze del mio contributo avevo aggiunto ancora
due nuove frasi.
8. Il miracolo della complementarietà
Dopo un lungo travaglio interiore mi ero indotto ad
aggiungere alla pagina 206 delle bozze il seguente breve paragrafo:12
I risultati
contraddicono all’ipotesi del tetranucleotide. è tuttavia notevole (se sia, però, un fatto più che casuale,
non si può ancora dire) che in tutti gli acidi desossipentosinucleici da noi
finora studiati, i rapporti molari fra tutte le purine e tutte le pirimidine,
e anche quelli tra l’adenina e la timina e tra la guanina e la citosina, non
sono lontani da 1.
Per molto tempo ho avvertito grande ripugnanza ad
accettare queste regolarità, perché ho sempre avuto la netta impressione che la
nostra ricerca di armonia, di un’armonia facilmente riconoscibile e piacevole,
servisse soltanto ad abbellire o a eliminare le difficoltà di comprendere la
natura. In passato, molti ricercatori si erano sforzati di trovare
formulazioni unificanti per le proteine e per altri polimeri naturali ad alto
peso molecolare, proprio così come gli acidi nucleici vengono considerati
tetranucleotidi semplicemente perché essi sono costituiti da quattro
componenti. Avevo scoperto che tutto questo non era vero e volevo, come dissi
una volta, «evitare di cadere in una forma ammodernata della vecchia trappola in
cui erano andati a finire tanti illustri scienziati nel campo della chimica
degli acidi nucleici»13 I nostri primi risultati sul DNA risentivano negativamente del fatto che per l’esame
della purina e per quello della pirimidina si dovevano usare metodi diversi.
Ne conseguì che il consumo di purine era sempre più alto di quello delle
pirimidine. Ma non potevo fare a meno di notare che nel DNA ricavato da tessuto umano e bovino o dal lievito si
trovava sempre più adenina che guanina, più timina che citosina, mentre nel DNA da bacilli di tubercolosi questi rapporti erano
inversi. Quando calcolai i rapporti delle moli tra l’adenina e la guanina e tra
la timina e la citosina, li trovai quasi uguali per una data fonte e
apparentemente caratteristici per le specie.
Una volta, nel tardo pomeriggio, mentre ero seduto alla
mia scrivania, nello stretto budello che allora mi serviva da ufficio, chiesi
a me stesso: «Che cosa ci sarebbe da dire se ammettessi che il DNA contiene uguali quantità di purine e di pirimidine?».
Misi assieme tutti i valori che avevamo raccolto sui rapporti di moli fra
adenina e guanina e fra citosina e timina in un determinato tipo di DNA e corressi per il 50% ciascuno dei gruppi appartenenti
al medesimo complesso: emersero così per la prima volta le regolarità che in
quel periodo solevo chiamare rapporti di complementarietà e che, più tardi,
divennero famose come appaiamento di basi.
Poiché questa forma di equilibrio non era mai stata
trovata prima in natura, io ero forse più sconcertato che lieto per tale scoperta:
la capacità di scrivere una bella poesia mi avrebbe meno stupito. Il fatto
avvenne o verso la fine del 1948 o all’inizio dell’anno seguente. Quando
nell’estate del 1949 tenni alcune conferenze in Europa, accennai a queste osservazioni,
ma incontrai di nuovo scarsa comprensione. Del resto, neppur’io, un primitivo
della scienza, vedo di buon occhio che si enuncino leggi naturali sulla base di
fattori di correzione e pertanto lasciai da parte la scoperta della
complementarietà quando, utilizzando gli appunti per le conferenze, ricostruii
la comunicazione scientifica che faceva il punto sulla mia attività di ricerca.12
Intanto, però, avevamo migliorato notevolmente i nostri metodi: ora
potevamo determinare tutte le componenti azotate in una medesima analisi.
Avevamo molti più preparati per l’analisi e i risultati furono così
soddisfacenti che non era più necessaria alcuna correzione. Acquistai fiducia e
aggiunsi il paragrafo che prima ho riportato. Una conferenza che tenni agli inizi
del 1951, è tutta pervasa da quel sentimento14 e mette espressamente
in risalto le differenze determinate dalla specie nel DNA e le regolarità nella composizione comuni a tutti i preparati DNA;
sottolinea
l’esistenza dei cosiddetti «tipi AT e GC» del DNA, secondo
se prevalgono le somme di adenina e di timina o quelle di guanina e di
citosina, e, infine, conclude:
Conviene terminare
questa esposizione troppo sommaria con una ammissione di ignoranza. Dalle
nostre ricerche abbiamo imparato soprattutto quanto poco ancora sappiamo della
chimica degli acidi nucleici. La specificità chimica delle macromolecole e le
loro reciproche interazioni - che
assicurano l’organizzazione della cellula - possono essere comprese solo
parzialmente sulla base delle nostre attuali conoscenze. Nel perseguire un
problema scientifico agiscono due principi, generalizzazione e semplificazione
ambedue necessari, ambedue pericolosi. è
evidente che impariamo più geometria dalle illustrazioni dì un manuale di
geometria descrittiva che dalle belle riproduzioni del libro On Growth and
Form di Sir D’Arcy Thompson, ma è difficile dire dove si trova la soglia di
pericolo, oltre la quale un’eccessiva semplificazione provoca necessariamente
una carenza di conoscenza dogmatica Dobbiamo forse mettere in risalto la
molteplicità della natura, che ci fa dimenticare la semplicità del suo progetto
fondamentale, oppure è giusto che la struttura essenziale abbia il sopravvento
sulle forme casuali? Nella Moglie di campagna, di Wycherley, un ciarlatano
viene così apostrofato: «Dottore, Lei non sarà mai un buon chimico, perché Lei
e così scettico e impaziente». Se la pazienza e la credulità rappresentassero
tutto ciò di cui il chimico ha bisogno, il problema degli acidi nucleici -
ancor sempre così enigmatico e inafferrabile - sarebbe già stato risolto da un
pezzo.
Le regolarità nella composizione degli acidi
desossiribonucleici (alcune persone cortesi parlarono, più tardi, di «regole di
Chargaff») si presentano nel modo seguente: a) la somma delle purine (adenina
e guanina) è uguale a quella delle pirimidine (citosina e timina); b) il
rapporto delle moli tra adenina e timina è 1; c) il rapporto delle moli tra
guanina e citosina è 1; conseguenza immediata di queste relazioni, d) il numero
di 6-amminogruppi (adenina e citosina) è uguale al numero di 6-chetogruppi
(guanina e timina).
Per diversi aspetti non ero io l’uomo giusto per fare
queste scoperte: ricco piuttosto di inventiva che di spirito analitico,
apocalittico più che dogmatico, cresciuto e educato a disdegnare la pubblicità,
personaggio scomodo nelle riunioni scientifiche, restio alle relazioni sociali,
sempre più felice in mezzo ai giovani che tra i sapienti, più spaventato da un
mondo assurdo che preso dal tentativo di comprenderlo, ma sempre consapevole,
giorno e notte, che ci sono più cose da vedere di quante sia possibile vedere
e che ci sono persino ancora più cose di cui si dovrebbe tacere.
Non credo che il mio scritto, apparso nel 1950 su
«Experientia», abbia fatto impressione; neppure i principali fruitori delle mie
osservazioni mi hanno citato, ma forse l’hanno fatto con intenzione. Tutto
sommato, sono incline a pensare che il clima scientifico non era ancora pronto
ad accogliere idee riguardanti l’informazione biologica, il suo mantenimento e
la sua diffusione, e che occorreva un enorme sforzo propagandistico o, per
dirla in tono più amichevole, un enorme impegno educativo, per ottenere tale
risultato. Quanto a me, non sarei stato capace di una simile prestazione.
è quasi impossibile ricostruire l’atmosfera
morale, intellettuale e materiale di un’epoca passata e ciò in netto contrasto
con la relativa facilità con cui spesso se ne possono enumerare gli eventi
storici. [Si può stabilire ciò che
Napoleone ha fatto il 18 brumaio, ma non quello che -egli ha pensato, che, a
sua volta, non è la stessa cosa di quello che, Napoleone voleva far credere di
pensare. Quando si tratta di registrare un dato avvenimento per il tramite di
singole persone, brancoliamo ancor più nel buio: recentemente ho letto
l’epistolario fra Goethe e Schiller, e sono rimasto sorpreso nel constatare che
in tutta la loro vasta corrispondenza - più di mille lettere dal 1794 al 1807 -
il Bonaparte fosse ricordato sol tanto una volta.] Per questo motivo la storia
delle idee è un’impresa insicura, e ciò rende quasi impossibile anche la storia
delle scienze, a meno che ci accontentiamo di una descrizione aneddotica e
rozzamente cronologica: ma in questo caso avremo una cronaca, non una storia.
Perciò mi riesce difficile seguire con esattezza storica
lo sviluppo delle mie idee circa gli acidi nucleici e, se voglio sapere su che
cosa stavo riflettendo nell’estate del 1948, devo ricorrere a una raccolta di
aneddoti.15 Sempre più polimane che monomane, mi ero occupato di
tante cose così diverse!
In ogni modo, non si può negare, anche se molti pur
sempre lo vorrebbero, che la scoperta della complementarietà delle basi nel DNA abbia notevolmente influito sullo sviluppo del pensiero
biologico. Questo influsso probabilmente non è ancora finito, e l’«ultima
parola» su un qualsivoglia problema scientifico verrà detta solo quando sul
nostro pianeta la vita cosciente sarà giunta al termine. Ma i pesanti sigilli
d’oro applicati alle bolle dalla biologia molecolare fanno sì che diventi
sempre più difficile riaprire i documenti per aggiungervi altri codicilli.
Ripensando all’arco di tempo di dodici anni dopo le nostre pubblicazioni
originarie, rimasi io stesso stupito.
Negli ultimi tempi
poche conquiste, non so se per il meglio o per il peggio, hanno esercitato
un’influenza così grande sul pensiero biologico come la scoperta
dell’appaiamento delle basi negli acidi nucleici. I principi di
complementarietà sono oggi alla base non solo delle moderne vedute circa la
struttura degli acidi nucleici, ma costituiscono anche la chiave di volta di
tutte le riflessioni, più o meno fondate, sulle proprietà fisiche (denaturazione,
ipocromicità e così via) di questi composti, sulla trasmissione di
informazioni biologiche dall’acido desossiribonucleico all’acido ribonucleico,
e sul ruolo che questo svolge nel controllo della sintesi di proteine
specifiche. Su essi si basa l’attuale spiegazione del meccanismo che attiva gli
amminoacidi prima che questi si uniscano a sintetizzare una proteina, e vengono
continuamente utilizzati anche nei tentativi di decifrare il codice dei
nucleotidi, responsabile della sequenza specifica degli amminoacidi di una
proteina.7
Quando cominciai a rendermi conto quanto singolari
fossero le regolarità che avevamo scoperto, cercai naturalmente di comprendere
che cosa significasse tutto ciò, ma i risultati furono scarsi. Di fronte a un
mistero sono sempre stato propenso a contemplarlo con stupore piuttosto che a
spiegarlo agli spettatori. I più diranno che questa è una qualità estremamente
poco scientifica, e temo che abbiano ragione. Tentai tuttavia di costruire
modelli molecolari di nucleotidi, avendo imparato dai nostri precedenti lavori
sulla inosite quanto sia importante prendere in considerazione e studiare modelli
corretti: potevamo così ricavare dalle diverse strutture molecolari degli
isomeri il diverso comportamento di questi composti rispetto all’ossidazione
enzimatica. Sfortunatamente, i modelli di atomi in mio possesso erano assai
pochi e troppo complessi e ingombranti. Appena terminavo di costruire un
nucleotide, questo si spaccava in uno o più punti delle sue numerose
connessioni, e dopo aver fabbricato un trinucleotide, ero alla fine dei miei
atomi e, ancor più, della mia pazienza. Giocando in questo modo stentato con
modelli di adenina e di timina, credevo effettivamente di notare una sorta di
speciale reciproco adattamento di queste molecole (non mi ricordo della coppia
corrispettiva guanina-citosina) ma non ebbi mai modelli a sufficienza di due
catene di nucleotidi, per poter osservare qualcosa di significativo. Ben presto
rimossi tutta questa esperienza traumatica, perché, come complicateur terrible sempre due passi in anticipo
sulla realtà, sognavo qualcosa di molto più grandioso di una semplice striscia
stampata con caratteri speciali. Non volevo ammettere che la natura è cieca e
che legge il Braille; in realtà non riesco ancora a rassegnarmi. Così persi
l’occasione di diventare un oggetto di esposizione nelle diverse sale della
celebrità dei musei di scienza naturale. Per avere successo in questa
disciplina ci vuole un genere del tutto speciale di limitatezza, che non ho
mai posseduto, sebbene la Provvidenza me ne abbia dati molti altri.
Nel frattempo, sulla struttura dell’acido nucleico
avevamo continuato a pubblicare studi che cominciarono a suscitare qualche attenzione.
Il primo eminente scienziato che si interessò dei miei lavori fu il biologo
svedese John Runnström, che mi invitò nel suo laboratorio a Stoccolma, dove
produssi DNA da diversi tipi di sperma di
riccio di mare, e venne poi a trovarmi a New York. Avevo molta simpatia per
quell’uomo gentile e vivace in un modo così poco svedese: mi sembrava l’ultimo
esponente di quei grandi scienziati del passato che riuscivano ad associare l’ardimento
a un profondo rispetto per la natura. Per il suo tramite conobbi Georg von
Hevesy ed Einar Hammarsten. Hammarsten, benché avesse in maniera più
convincente di qualsiasi altro dimostrato che il DNA era
caratterizzato da un alto peso molecolare, non sembrava impressionato da ciò
che gli raccontavo; del tutto diverso invece fu l’atteggiamento di Hevesy o di
Erik Jorpes, un ricercatore i cui contributi nel campo della biochimica non
hanno forse trovato il meritato riconoscimento.
Due illustri cristallografi inglesi, J.D. Bernal e W.T.
Astbury, si erano già resi conto da molto tempo quante cose interessanti si potessero
ricavare dagli acidi nucleici. Astbury venne da me a New York nel settembre del
1950, poco dopo la pubblicazione del mio scritto su «Experientia», più tardi
gli inviai alcuni dei miei preparati di DNA. Un
giovane biofisico inglese, M.H.F. Willkins, mi fece visita l’anno seguente e
prese con sé alcune provette di DNA da me preparate; ciò avvenne
mentre si svolgeva un congresso Gordon a New Hampton, New Hampshire, al quale
partecipai insieme con alcuni eccellenti chimici, esperti di acido albuminico e
nucleico. A queste sostanze è legato il ricordo del meraviglioso
Linderstrøm-Lang; lo avevo conosciuto a Stoccolma, nel 1947, durante il congresso
internazionale di citologia, quando egli si offrì di darci un passaggio in
automobile per qualche posto a Uppsala. La sua auto descrisse una sorta di
arabesco topologico, ma allorché per la quinta o per la sesta volta mi
comparve davanti agli occhi la stessa chiesina, gli feci timidamente notare
che con ogni probabilità stavamo descrivendo una circonferenza. «Qualunque cosa
fosse, non era una
circonferenza»,
rispose Lang e poi abbandonò quel percorso stregato. Benché non mi ricordi
esattamente dove eravamo diretti (forse volevamo andare a trovare Arne
Tiselius), certamente raggiungemmo la nostra meta, altrimenti non potrei ora
scrivere queste righe. In ogni modo, Linderstrøm-Lang era più grande come uomo
che come guidatore di automobile. Mi vengono in mente molti colleghi di cui potrei dire il contrario.
I preparati di DNA che diedi
ai cristallografi perché li studiassero con i raggi X non erano adatti a ricerche di tipo fisico e perciò richiamai la loro
attenzione su questo particolare: erano stati prodotti con particolare
riguardo alla purezza e alla omogeneità chimica, ma una completa
disidratazione li aveva privati del loro contenuto di acqua, un elemento
strutturalmente importante; si era così ottenuto una sorta di feltro bianco come
la neve, particolarmente adatto alle ricerche chimiche, ma per effetto del
processo di trattamento i preparati dovevano essersi certamente rotti in molti
punti. Ma tutto questo non si rivelò una cosa molto importante. Mentre mi
proponevo di andare avanti con il mio ritmo misurato, non mi rendevo
sufficientemente conto che ci trovavamo sulla soglia di un nuovo genere di
ricerca: una biologia normativa, in cui la realtà serve soltanto a confermare
previsioni e, se non è in grado di farlo, viene sostituita da una nuova realtà.
Per quanto riguarda i dogmi, invece, questi non richiedono alcuna
sperimentazione. Per conseguenza, anche la struttura dell’acido
desossiribonucleico, così come viene oggi generalmente accettata, è stata
proposta per via totalmente deduttiva, in un modo, cioè, che non esigeva
affatto veri preparati di acidi nucleici ad alto grado di polimerizzazione o
demoliti. Naturae
imperatum est (si
è impartito un ordine alla natura) possiamo dire variando il celebre
avvertimento di Francesco Bacone [«Naturae enim non imperatur nisi parendo» (Non si comanda alla natura se non ubbidendo)
(Bacone, Novum Organum, paragrafo 129)]
: nessuno però ha pensato di
ubbidire.
9. Ritratto di due giovani su fondo
nero
Quando incontrai per la prima volta F.H.C. Crick e J.D.
Watson a Cambridge negli ultimi giorni del maggio 1952, mi sembrarono una coppia male assortita. Questo episodio
per niente memorabile è stato dipinto o ridipinto («Cesare entra nel
Rubicone»), ritoccato o riverniciato. Le diverse autoglorificazioni e
agiografie15,16 sono state così generose di aureole posticce, che
perfino io stesso con la mia buona memoria per fatterelli comici e la mia
grande ammirazione per i film dei fratelli Marx, trovo difficile grattar via
tutta l’incrostazione leggendaria. Cercherò comunque di riportare alla luce il
piccolo avvenimento e spero che ne risulteranno ritratti meno deformati del
celebre autoritratto del Parmigianino nel museo di Vienna.
Ecco come andò la faccenda. L’estate del 1952 sembrava
un periodo caratterizzato da un’eccezionale mole di lavoro: il congresso di
biochimica a Parigi, conferenze all’Istituto Weizmann e in alcune città
europee, poi un altro tentativo fallito, come già due precedenti, di ottenere
una cattedra in Svizzera. La mia prima conferenza era prevista a Glasgow.
Durante il viaggio trascorsi i giorni dal 24 al 27 maggio a Cambridge, dove
John Kendrew mi aveva procurato un alloggio al Peterhouse College. In questa
occasione egli mi pregò di conferire con due persone del Cavendish Laboratory,
che proprio allora stavano per occuparsi degli acidi nucleici: non gli era
chiaro che cosa intendessero fare né suonava molto promettente.
La mia prima impressione non fu certo buona e non
migliorò nonostante le facezie che animavano il colloquio tenuto subito dopo,
se «colloquio» è il vocabolo giusto per designare qualcosa che sembrava una
tirata di parole slegate fra loro. Per prevenire l’accusa di crimen laesarum maiestatum, devo rilevare che coppie mitologiche
o storiche, come Castore e Polluce, Armodio e Aristogitone, Romeo e Giulietta,
dovevano sembrare del tutto diverse prima dell’azione rispetto a quel che
sarebbero state successivamente. Comunque, ho l’impressione di aver perso
l’opportunità di vivere il brivido di un momento storico, un cambiamento nel
ritmo cardiaco della biologia. Inoltre giudicavo talmente esigua la
probabilità che due geni fossero associati nel Cavendish Laboratory, da non
prenderla neppure in considerazione: ebbi la sfortuna di conoscere quei due
grandi quando erano ancora straordinariamente piccoli; ciò che spuntava fuori
dai loro zaini non erano propriamente bastoni da maresciallo, e persino gli
zaini erano ben poco appariscenti. Il mio giudizio fu sicuramente affrettato e
forse sbagliato. Che aspetto avevano dunque i personaggi che si ergevano
davanti a me? Uno, sui quarantacinque anni, vivace, pallido: l’incarnazione o,
meglio, l’ossificazione della caricatura di Cruikshank o di Daumier, o, se si
vuole, un personaggio tratto dalla Carriera di un libertino di Hogarth, del quale si
potrebbero leggere altre notizie in Lichtenberg; una voce acuta, agitata,
simile a quella di un instancabile ottavino con alcune luccicanti pietruzze
d’oro nel torbido torrente delle sue chiacchiere. L’altro, molto più giovane,
con un eterno sorriso e un’espressione alquanto subdola sul viso non ancora maturo,
una giovane figura di spilungone, che in qualche modo mi ricordava (come ho
già detto un’altra volta)17 uno dei garzoni del calzolaio nel Lumpazivagabunds di Nestroy. Riconobbi subito un numero di
varietà con artisti bene affiatati, anche se in anni successivi la duplice
spirale si allentò notevolmente. Il repertorio era invece una sorpresa: da quel
che potevo capire i due, non gravati da alcuna cognizione di chimica su questo
argomento, volevano in qualche modo definire il DNA come
un’elica; il principale motivo di ispirazione sembrava il modello a
elica-α di una proteina, approntato da Pauling, perché era naturale
estendere questo principio di struttura ad altre macromolecole concatenate Non
mi ricordo se effettivamente ho avuto l’opportunità di vedere un modello
dimensionalmente corretto di una catena di polinucleotidi, però non lo credo,
perché quei ricercatori non avevano ancora alcuna familiarità con le strutture
chimiche dei nucleotidi; già allora si preoccupavano invece, e probabilmente
avevano ragione, della corretta geometria della loro spirale. Mi è anche uscito
di mente se siano state mai citate le ricerche della struttura del DNA, effettuate con i raggi Röntgen contemporaneamente da
Rosalind Franklin e da M.H.F. Wilkins al King’s College di Londra. Poiché
almeno in quel tempo non avevo fiducia che le fotografie eseguite con i raggi X di preparati di polimeri ad alto peso molecolare molto allungati e messi
in salamoia nei modi più disparati potessero avere qualche utilità per la
biologia, è plausibile che non abbia dedicato abbastanza attenzione a questo
aspetto della ricerca.
Era chiaro che mi trovavo di fronte a una novità
assoluta: enorme ambizione e aggressività, associate a una quasi totale
ignoranza e disprezzo della chimica, la più reale di tutte le scienze esatte,
un disprezzo che più tardi doveva esercitare un’influenza molto dannosa sullo
sviluppo della «biologia molecolare». Quando ripenso ai molti anni grondanti di
sudore passati nella preparazione di innumerevoli preparati, alle ore
(quante?) occorse per analizzarli, non posso fare a meno di restare sbalordito;
sono convinto che se avessi avuto più contatti per esempio con i fisici teorici,
mi sarei stupito molto di meno. In ogni modo, essi stavano qui davanti a me,
con le loro speculazioni, destreggiandosi con le loro ipotesi, avidi di informazioni.
Così pareva a me, un uomo la cui limitata facoltà visiva è nota a tutti.
Dissi loro tutto ciò che sapevo. Se avevano già sentito
qualcosa sulle regole di appaiamento, essi non me lo dicevano, ma poiché
sembrava che non sapessero gran che di qualsivoglia cosa, non mi stupivo
troppo. Parlavo dei nostri primi tentativi di spiegare le relazioni di
complementarietà con l’ipotesi che nelle catene di acidi nucleici l’acido
adenilico si presentava sempre accanto all’acido timidilico, ma noi stessi
respingemmo questa ipotesi, quando ci accorgemmo che la graduale demolizione
degli enzimi rispondeva a un modello totalmente aperiodico: infatti, se la
catena di acidi nucleici fosse consistita di una disposizione di dinucleotidi
A-T e G-C, le regolarità avrebbero dovuto mantenersi.
Credo che il modello a duplice filamento del DNA fosse la conseguenza del nostro colloquio, ma cose di
questo genere devono essere affidate a un giudizio posteriore:
Quando Iudex est venturus,
cuncta stricte discussurus.
[Sono due versi del Dìes
irae: ... «quando il giudice verrà a indagare tutto con
severità». (n.d.r.)]
Quando, un anno più tardi, Watson e Crick pubblicarono
la loro prima comunicazione sulla doppia elica, ignorarono il mio apporto e
citarono soltanto un piccolo lavoro del nostro laboratorio pubblicato nel
1952, poco tempo prima del loro, ma non come sarebbe stato lecito aspettarsi -
i miei esaurienti contributi apparsi molto tempo prima.12,14
In seguito, quando i vorticosi balletti dei dervisci
molecolari raggiunsero il culmine della frenesia (tutto, non solo la biologia,
divenne d’un colpo «molecolare»), spesso molte persone, più o meno in buona
fede, mi chiesero perché non avessi scoperto il famoso modello. Rispondevo
sempre che ero stato troppo sciocco, ma che se Rosalind Franklin e io avessimo
potuto lavorare insieme, avremmo portato a termine qualcosa del genere in uno o
due anni. Dubito, però, che saremmo riusciti a elevare la doppia elica a ciò
che una volta ho definito «il simbolo potente che ha sostituito la croce come
firma dell’analfabeta di biologia»
10. Fiammiferi per Erostrato
Quando, nel 356 a.C., l’Artemision - una delle sette meraviglie
dell’antichità - andò in fiamme, fu tratto in arresto un uomo che confessò di
avere appiccato il fuoco per immortalare il proprio nome, e, quando i giudici
lo condannarono, decisero che il suo nome sarebbe stato eternamente
sconosciuto. Ben presto, però, lo storico Teopompo sostenne che il nome
dell’incendiario era Erostrato. Non è possibile stabilire se questo era davvero
il suo nome o se Teopompo voleva soltanto fare arrabbiare qualcuno, per esempio
suo suocero. Quando, qualche tempo fa, citai il nome di Erostrato in un mio
scritto, l’editore mi chiamò per telefono e disse che nessuno della casa
editrice aveva mai sentito quel nome, dando così una soddisfazione tardiva ai
giudici di Efeso.
Se Erostrato si è meritato l’immortalità per aver
distrutto con il fuoco il tempio di Artemide, non si dovrebbe forse dimenticare
del tutto l’uomo che gli ha dato i fiammiferi. Quell’uomo sono io.
Temo di essere frainteso dicendo che tutte le grandi
scoperte scientifiche (o, come taluni direbbero, tutti i grandi progressi della
scienza) contengono un elemento erostratico, una perdita insostituibile di
qualcosa che l’umanità non può permettersi di perdere. Probabilmente ciò non si
notava finché le scienze erano modeste e impotenti, e i più grandi fra tutti
gli spiriti che mai siano stati attivi nelle scienze - gli scopritori del
fuoco, gli inventori della ruota, coloro che hanno coniato concetti come tempo
o energia - rimangono, come benefattori dell’umanità, celati in
un’antichissima nebbia. Non si può stabilire se Prometeo abbia meritato di
essere tormentato dalle aquile; i creatori del mito credevano certamente che
gli dei avessero le loro buone ragioni.
Agli inizi della storia, c’era, come è probabile, una
chiara distinzione fra ricerca scientifica e tecnica. Tranne poche eccezioni,
la tecnica non può essere considerata un’applicazione della ricerca scientifica
che si avvale del processo induttivo, ma piuttosto deve essere intesa come un
processo, poco sistematico, di apprendimento che cresce con l’esperienza Agli
inizi della fase moderna delle scienze della natura, nei primi anni del XVII secolo, la distinzione divenne molto più incisiva e per quanto concerne
gli ultimi centocinquant’anni si dovrebbe in ogni singolo caso discutere se la
scienza ha influito sulla tecnica o viceversa, ma non intendo certo
avventurarmi a soppesare il guadagno o la perdita.
Gli effetti filosofici e morali delle scienze furono
diversi a seconda delle condizioni storiche e sociali. La fisica newtoniana
influì in un modo sicuramente diverso su Newton stesso rispetto a Voltaire.
Cartesio, Malebranche e Diderot lessero probabilmente i medesimi libri, ma le
conclusioni che ne trassero furono diverse. Non abbiamo elementi per dire che
Pascal avesse dimenticato le sue nozioni di matematica, quando cominciò a
lavorare all’Apologia.
La scienza
scosse chi si prestava a esserne scosso e consolidò chi era già solido; la sua
utilizzazione come arma ideologica doveva venire in anni più recenti.
Tra le varie scienze la biologia occupa un posto
particolare e, anche se uscì soltanto tardi dalla sua fase puramente
descrittiva e classificatoria, la sua influenza fu immediata. Al tempo di
Copernico, Tyge Brahe, Keplero e Galilei, solo l’astronomia può essere
paragonata alla biologia, ma il profondo mutamento nella nostra concezione
della natura determinato dalla moderna biologia non ha prodotto né nenie di
lutto né inni di gloria, né The Sun Is lost, and th’earth..., di John Donne, e nemmeno Die Sonne tönt nach alter Weise,
di Goethe. [«[E la nuova filosofia mette tutto in dubbio, / ..
] il sole è perduto, e la terra [; e nessun ingegno umano / può indicare
all’uomo dove andarlo a cercare.]» J. Donne, Anatomia del mondo, in Anatomia
del mondo. Duello della morte, trad. it. di O. Melchiori, Mondadori, Milano
1983. «Risuona il sole al suo modo antico [nell’emula armonia delle sfere
sorelle...]» J.W. Goethe, Faust, Prologo in cielo, trad. it. di G.
Manacorda, Mondadori, Milano 1949. (n.d.r.)]
Negli ultimi anni, i grandi nomi della biologia sono
Darwin, Mendel e Avery. L’influsso di Darwin sul pensiero e sulla prassi di
ricerca fu quasi immediato; sotto molti aspetti egli è il Richard Wagner delle
scienze naturali, e non a caso uno spirito sensibile, fragile e destinato a
spezzarsi, come quello di Nietzsche - ogni lineetta di sospensione è un trauma
del suo pensiero - fu vittima di entrambi. La fama di Mendel ebbe bisogno di
tempi più lunghi per affermarsi, ma appena la genetica fu riconosciuta come
scienza autonoma - sia pure male intesa in vaste cerchie di studiosi - il
mendelismo trovò, al pari del darwinismo, una rapida e sfrenata
volgarizzazione. Sarebbe un’idiozia incolpare questi ricercatori dei misfatti
commessi in loro nome (i macellai avrebbero senza dubbio potuto trovare altri
santi protettori), ma il fetore promanante da slogan come «il miglioramento
della razza superiore», con tutti gli inauditi orrori che l’hanno accompagnato,
non si dissolverà mai. Mendel non ne ha colpa alcuna, non si può dire però
altrettanto di Darwin; la vergogna principale tocca tuttavia ai violenti che
hanno formulato quelle parole d’ordine.
Avery esercitò la sua influenza su un piano del tutto
diverso, limitandosi alle scienze biologiche, e il suo nome è tuttora sconosciuto
in larghe cerchie. Mentre i successori di Mendel poterono dimostrare che le
leggi dell’ereditarietà da lui scoperte erano riconducibili a fattori
ereditari realmente esistenti e riscontrabili nei cromosomi, la scoperta di
Avery richiamava la natura chimica di quei fattori, cioè la composizione dei
geni. Le osservazioni fatte nel mio laboratorio completarono la ricerca, in
quanto dimostravano che gli acidi desossiribonucleici potevano effettivamente
rappresentare testi ricchi di informazioni precise e che, inoltre, tali testi
avevano in comune una qualità del tutto nuova, presentando un appaiamento
rarissimo e inaspettato di componenti del DNA. Tutte
queste scoperte erano il risultato di un pensiero induttivo, si fondavano su
numerose osservazioni sperimentali, come fu il caso di successive importanti
scoperte: per esempio, nella scoperta dei meccanismi di duplicazione degli
acidi nucleici e nell’esplorazione del codice genetico.
Il modello a doppia elica del DNA, che ebbe un notevole influsso sulle scienze biologiche,
è qualcosa di affatto diverso. Nel modo in cui fu presentato, questo modello è
in sostanza un capolavoro di imballaggio, un gioco estremamente abile e arguto
della mente, e come tale ben si adattò alla vigorosa campagna pubblicitaria che
si scatenò quasi subito dopo la sua formulazione. Dodici anni più tardi,
volgendo lo sguardo a quel trambusto iniziale, così scrissi:20
Non è questa la sede
per scrivere l’histoire intime di una scoperta, ma voi sapete che il più
eminente simbolo carismatico del nostro tempo - la scala a chiocciola, che,
come speriamo, conduce al cielo - è stato oggetto di una pubblicità
notevolmente penetrante. è
servita come emblema, si trova impressa sulle cravatte, orna fogli di carta da
lettera, è collocata davanti a certi edifici come scultura di richiamo
commerciale. Ed è penetrata persino nelle sfere, più alte, dell’arte
manieristica. Il carattere semirigido, pieghevole, della struttura del DNA ha
probabilmente ispirato a Salvador Dali i suoi duttili orologi; e così,
l’Arcimboldi del nostro tempo ha più volte dipinto il ritratto di una doppia
elica alquanto floscia e forse in parte un poco snaturata. [In un’esposizione di Dalì, a
New York, nel 1963, uno dei suoi quadri si intitolava
Galacidalacidacidodesossiribonucleico e in una verbosa spiegazione,
stampata sul catalogo, i nomi degli inventori della doppia elica figuravano
insieme a quelli di Isaia e di Gesù Cristo.] Se considerate che in Tiziano non si trova neppure un’eco di Copernico,
come, del resto, in Rubens o in Poussin non v’è traccia di Keplero o di
Galilei, ne argomenterete forse qualcosa per la nostra arte, ma temo che
potrete imparare anche qualcosa circa la nostra scienza della natura.
Tutti questi gai
rumori, questo esuberante spirito carnascialesco hanno avuto uno spiacevole
effetto: la maggior parte degli studenti non studia più la natura, esamina
modelli.
Sono passati ormai molti anni da quando scrissi queste
righe. Le acque si sono placate, perché la scienza viene lentamente soffocata,
in parte a causa della sovrapproduzione, in parte per effetto del
sottofinanziamento Le cattive condizioni cui allude l’ultima frase della mia
citazione, durano tuttora. Lo spirito texano («per l’impossibile ci occorrono
soltanto tempi un po’ più lunghi») ha celebrato nella scienza molti effimeri
trionfi, ma la nuova scienza, nata dalla fusione di chimica, fisica e genetica,
voglio dire la biologia molecolare, continua a essere imperatoria e dogmatica.
Uno dei dogmi più fastidiosi da essa annunciato, il cosiddetto dogma centrale (DNA=RNA; RNA=albume), oggi non è più sostenibile (non ho mai
accettato questa posizione come risulta dalle conferenze che tenni a Mosca nel
1957 e a Vienna nel 1958),21, 22 ma il fatto che si sia potuto far
scendere certi dogmi dal piedestallo indica in quale modo infausto la scienza
sia cambiata.
Era il tempo in cui cominciavo a sentirmi molto isolato:
né il paese, né la professione, né la lingua, né la società e neppure la
contemplazione serena e riverente della natura sembravano offrirmi un rifugio.
Tutti moriamo in un carro armato di ghiaccio, solevo dire. Ma non avevo ancora
55 anni. Lo studio razionale, pieno di amore e di zelo, della natura aveva
ceduto il posto a una caccia affannosa e chiassosa del sensazionale e di
«sfondamenti»; un genere del tutto nuovo di scienziati affollava i laboratori
e i congressi. Mi chiedevo se anch’io non avessi contribuito, sia pure in
picco la parte, alla loro formazione; ma risposi a questa domanda con un no
pronunciato sottovoce e per ragioni di sicurezza ripetei le belle parole con
cui la guerra viene rifiutata in una poesia di Matthias Claudius: «Purtroppo è
la guerra... e io desidero ardentemente di non averne colpa!». Se poi con
questo sfogo lirico mi sia veramente scaricato della colpa, è un’altra
questione.
11. Nella luce dell’oscurità
Nel 1969 ero stato invitato per una conferenza a
Basilea. Ciò doveva servire a due scopi: commemorare i cento anni che erano
passati dalla scoperta del DNA ad opera di Friedrich Miescher e
festeggiare il venticinquesimo anniversario del periodico svizzero di scienze
naturali «Experientia». Poiché non mi erano estranei né il DNA né la rivista, sulla quale era apparso il mio vecchio
contributo sugli acidi nucleici, nel quale per la prima volta pubblicavo le
relazioni di complementarietà da noi osservate nel DNA, fui ben lieto di accettare l’invito. Tenni la conferenza
in un piacevole giorno di maggio nell’elegante aula magna dell’università,
affollata di giovani, il mio pubblico preferito: era una folla insolita che
metteva in discussione molte cose, sincera e sospettosa insieme, perché era un
periodo di grande fermento studentesco in tutto il mondo, una sollevazione
verso nuovi, indefiniti orizzonti. L’anno precedente aveva visto passare
fiammeggiando la singolare insurrezione di Parigi, forse l’ultimo tentativo
della gioventù di prendersi aria per respirare. Ma tutto ciò si sarebbe
purtroppo ben presto volatilizzato, senza lasciare vere e proprie tracce, in
assoluto contrasto con il movimento romantico di centocinquant’anni prima, a
cui mi richiamava sotto certi aspetti la nuova ondata di entusiasmo. I giovani
non erano certo venuti per ascoltare me solo; infatti, l’eminente ecologo
Nikolaas Tinbergen doveva parlare di etologia. Naturalmente il pubblico non
era formato soltanto da studenti, in sala c’erano anche molti ricercatori di
altissimo livello; uno di questi, il famoso chimico organico Leopold Ruzicka,
seguì con viva attenrione le mie parole, nonostante i suoi 82 anni, e al
termine della conferenza si alzò e proferì alcune parole sin troppo lusinghiere
nei miei confronti.
Prima di scegliere l’argomento della conferenza avevo
molto ri flettuto su Friedrich Miescher, [Friedrich Miescher (1811-1887), fisiopatologo svizzero, fu lo scopritore
degli acidi nucleici. (n.d.r.)] un personaggio affascinante, il
quale mi sembrava uno dei rari ricercatori che io solevo definire die Stillen im Lande (i silenziosi nel paese). Mi
chiedevo anche come in tempi più tranquilli potesse nascere e svilupparsi una
nuova idea scientifica. Per formulare un piano scientifico con prospettive di
successo, occorre soddisfare molte condizioni preliminari, che devono
interagire con un determinato sincronismo. è
anzitutto indispensabile porre alla persona giusta la domanda giusta, e ciò
può avvenire in un modo apparentemente casuale o può essere una circostanza
che si presenta molto più spesso di quanto immaginiamo. Infatti non è possibile
riconoscere il «Raffaello disgraziatamente nato senza mani» di Lessing, né il
«muto Milton senza gloria» di Thomas Gray: in altri termini, non è escluso che
anche nelle scienze naturali uno debba, ma non possa. Meno casuale è che
quest’uomo trovi un suo pubblico, cioè che egli possa pubblicare e trovare chi
lo legga; ma probabilmente non doveva essere una cosa tanto facile neppure nei
giorni idilliaci del secolo scorso. In ogni modo, quel che più importa è che i
tempi siano maturi sia per la domanda sia per la risposta. Ciò che un’epoca si
prende a cuore, muore talvolta con essa, e gli esempi sono numerosi. I bestsellers scientifici non sono, tutto
sommato, più duraturi di altri bestsellers, e si sarebbe potuto dire che se i lavori di Miescher
trovarono così scarsa risonanza, mentre egli era in vita, proprio tale
insuccesso fu di buon auspicio per il loro valore duraturo. Questa conferenza
(in sostanza un libero sguardo panoramico su un secolo di ricerca nel campo
dell’acido nucleico) venne poi rielaborata in forma di saggio con il titolo Introduzione a una grammatica
della biologia. Poiché
ritenevo fosse bene che il mio scritto raggiungesse un pubblico più vasto, lo
offri alla rivista mensile tedesca «Merkur», ma l’editore, meravigliato, lo
respinse, e così venne alla fine pubblicato sul periodico svizzero
«Experientia»,5 sul quale ebbe modo di vederlo il compianto Sam
Granick, della Rockefeller University, un valente e rispettabile biochimico,
che fu così impressionato dal mio contributo da scrivere di sua propria
iniziativa all’editore del periodico «Science», sollecitandolo a pubblicare una
traduzione in lingua inglese. Benché abbia sempre definito la lingua madre
come la lingua che non può essere tradotta, cedetti al pressante invito di
eseguire personalmente la traduzione in inglese, e in questa forma23 quello
scritto fu probabilmente il più letto di tutti i miei contributi. Recentemente,
dopo aver terminato un libro in cui doveva apparire anche quel saggio, mi cadde
l’occhio sull’ultimo paragrafo. Ora voglio citarlo, perché vi si può cogliere
il tentativo di esprimere qualcosa che costituisce il punto centrale della mia
valutazione delle scienze così come oggi si presentano. Per quanto incerte ed
esitanti possano sembrare, credo che esse siano valide.
Mi pare che l’uomo
non possa vivere senza misteri. Si potrebbe dire che i grandi biologi lavorarono proprio alla luce
dell’oscurità. Noi siamo stati e defraudati di questa notte fruttuosa. Già non
esiste più alcuna luna; mai più essa riempirà silenziosamente di un velato
chiarore boschi e valli! Che cosa ci aspetta? Temo di essere frainteso, se
affermo che in conseguenza di queste grandi imprese scientifico-tecnologiche
nessuna esclusa, i punti di contatto fra l’umanità e la realtà vengano
irreparabilmente ridotti.
Un tale che aveva letto queste parole, mi disse: «Sembra
che lei tenga in alta considerazione le scienze soltanto finché non conseguono
alcun successo. L’oscurità, quando è illuminata, diventa luce». E io mi
limitai a rispondergli: «Che cosa è il successo nella scienza? L’oscurità
illuminata non è la luce. Dimoriamo nella caverna delle possibilità
illimitate. Se prende con sé una piccola lanterna, risulterà probabilmente che
lei si trova soltanto in un ripostiglio di ferri vecchi. Se so che cosa devo
trovare, non voglio neppure trovarlo. L’incertezza è il sale della vita». Il
tale soggiunse: «Quando lei dice oscurità, intende le tenebre». Lo negai. Ma
non credo che giungemmo a un’intesa.
Questo colloquio mi fece tornare d’un balzo a un tempo
remoto. Avevo dodici anni ed escogitavo motti o motivi-guida per la mia vita futura; essi erano, come si
conveniva, di tipo
araldico e perciò scritti in latino, perché così doveva essere il blasone di un
alunno del ginnasio inferiore. C’erano, per esempio, oculis aperhis o larvatus prodeo, ma come animale araldico
ricorreva più spesso
la talpa associata al
motto fodio in
tenebris. «Scavo
nel buio», diceva la talpa ed era una creatura irrimediabilmente sotterranea;
sulla Terra poteva ben splendere il Sole, ma nelle sue viscere c’era quell’animale
stilizzato, tutto preso dai suoi scavi senza luce. Cambiamo davvero nel corso
della nostra vita? «Come eri agli inizi, così rimarrai», scrisse Hölderlin
nella sua poesia Il
Reno. Volgiamo
lo sguardo all’Elena raggrinzita e sdentata e non comprendiamo che come essa fu
un tempo tale resterà in eterno: la più bella di tutte le donne. Anch’io ho
cercato di mantenermi fedele ai miei inizi.
Ciò che ricordo di essi è il brivido veramente lirico che provavo contemplando la natura. Non
sono sicuro se sapevo che cosa intendessi con natura: la natura era il sangue
e le ossa dell’universo, la sua ascesa e il suo declino, il fiorire e
l’avvizzire, il firmamento e il camposanto. Corsi e ricorsi dello spirito e
della materia, il librarsi tra il futuro e il passato, gli arcani destini della
pietra perenne e della mosca dalla breve vita: tutto ciò mi colmava di
ammirazione e di timore reverenziale. La natura, così mi pareva, era quasi
l’intero non-io, l’intero non-ragazzino. Se allora qualcuno mi avesse chiesto se desideravo uscire per il vasto mondo ed
eliminare alcuni di questi misteri della natura, non credo che lo avrei capito:
non ero forse uscito dalle tenebre che circondavano in uguale misura il mio
passato e il mio futuro, non era forse la natura a sostenermi? Così un
ragazzino comincia con il non poter intendere l’intelligibile, ma quando
diviene adulto, rimuove spesso ciò che non è possibile comprendere. Sono
riconoscente alla sorte che mi ha preservato da questa specie di cecità:
attorniato da un eccesso di enigmi risolti, mi colpisce ancora sempre quanto
poco noi sappiamo. Non vorrei giungere al punto di dire che sapere e saggezza
si escludono a vicenda, ma non sono certo vasi comunicanti e la situazione del
l’uno non influisce su quella dell’altra. Un maggior numero di persone ha
acquisito più saggezza dal non sapere (che è cosa diversa dall’ignoranza)
piuttosto che dal sapere (vorrei ricordare un trattato di mistica del medioevo
inglese, che ha il bel titolo The Cloud of Unknowing, La nube del non sapere).
Ecco perché, quando da bambino ero seduto in un grande
bosco, mi accontentavo di ammirarne l’immensità, senza preoccuparmi del nome
delle singole piante. Questa esigenza la sentii più tardi, e ci furono persino
momenti in cui desideravo ardentemente di scavare il
terreno, ma il mio motto rimase immutato: «Io scavo nel buio». A quindici anni
cominciai a leggere i Pensieri di
Pascal, probabilmente prima di sapere che grande scienziato fu. Prendiamo dagli
altri solo ciò che già possediamo in noi stessi: forse da Pascal attinsi la
profondità e l’intensità dell’osservazione, ma non il filo del rasoio dello
«spirito di geometria» o la sobria eleganza della prosa. Pascal mi ha convinto
che anch’io sono una «canna pensante», ma io ero più consapevole del
sostantivo che dell’aggettivo. La sua affermazione che gli uomini di spirito
hanno un brutto carattere mi addolorava, perché ero fiero di essere un tipo spiritoso. [C’è un humour di alto e un humour di basso fondale. Quest’ultimo vive
nelle vuote chiacchiere dei conferenzieri snob e nello squallido deserto dell’industria
del divertimento e del giornalismo. Il primo, invece, è morto. La scomparsa del
buono spirito come attività intellettuale dell’uomo, come agile fioretto del
pensiero associativo, la sua totale svalutazione nel patrimonio lessicale di
quasi tutte le lingue costituiscono un sintomo dell’estinguersi del senso della
linea nel nostro tempo. Perché nelle arguzie dello spirito la lingua aprì gli
occhi, vide che era una cosa buona e rise.]
Cionondimeno pensavo che Pascal mi avrebbe insegnato
come una vita colma di profonde riflessioni religiose potesse accordarsi con
una vita dedicata alla ricerca scientifica, benché non sia escluso che egli si
dovesse negare a questa prima di potersi dedicare a quella.
Con tali inclinazioni giovanili non avrei dovuto forse
pensare di diventare un artista o uno scrittore? Ma non ero affatto dotato per
la prima professione e non avevo abbastanza coraggio per la seconda. Ebbi poi
anche la sfortuna di saper far bene molte cose, ma nessuna in modo eccellente;
mi piaceva la musica, ma ero un pianista impacciato; ero innamorato dello
scrivere, ma i miei tentativi mi facevano ribrezzo. Già da bambino ero un
osservatore disincantato di me stesso, avevo un forte senso del ridicolo, specialmente se entrava in gioco la
mia piccola personalità. Non c’era alcuna professione che, cosi come mi
vedevo, avrei voluto scegliere liberamente, nessuna vocazione che avrei potuto
seguire. La cosa che mi piaceva di più era la lettura, ero un bambino
orribilmente dotto, ma non avrei mai pensato di utilizzare il mio sapere. Ero
una monade alla ricerca di un destino che non esisteva. Mi sembra di avere avuto fin da bambino una notevole inclinazione per
ciò che Unamuno ha definito «il senso tragico della vita»: non ho mai pensato
tanto alla morte quanto allora e da piccolo sono stato un grosso teorico dell’ars
moriendi.
Quel che possedevo già allora, e che non mi ha mai
abbandonato, era il sogno di una realtà che possiamo toccare soltanto tangenzialmente,
un timore per il numinoso che v’è in natura e la cui potenza si fonda proprio
sulla sua irraggiungibilità. Era come se avvertissi il senso dell’oscurità
nella vita dell’uomo. Nella Cappella Sistina, dove Michelangelo rappresenta la
creazione dell’uomo, il dito di Dio e quello di Adamo sono separati soltanto da
un piccolo spazio: chiamavo eternità questa distanza e là - così sentivo - ero
mandato a viaggiare.
Non mi angustiava sapere che questo
viaggio avrebbe potuto essere senza scopo: quante volte ho detto che conta
soltanto il cammino, non la meta? In ogni modo, qualcuno potrebbe osservare
che Jakob Böhme non aveva bisogno di essere
esatto fino ai due
decimali e che i mistici potevano fare a meno di calcolatrici elettroniche. Ma
viviamo in strani tempi. Inoltre, quando mi lasciai scivolare nelle scienze, un
giovanotto ingenuo poteva ancora avere la presunzione di dedicarsi allo studio
della natura; ciò poteva essere dovuto soltanto alla mia semplicità, ma fu
solo più tardi nella vita che divenni consapevole di quanto le scienze della
natura fossero lontane dalla natura. In ogni modo, la parola natura significa
sempre per me la più alta forma della realtà.
In un capitolo precedente ho descritto come, giovane
debolmente motivato approdai alle scienze. Ciò che veramente si desidera in gioventù
è dominare la temibile bestia nera del «futuro», tuttavia, ancora una volta per
ragioni non troppo ponderate, scelsi quella che mi sembrava la meno
problematica delle scienze della natura, la chimica. Vienna era ben lontana
dalla puzza - non solo materiale - che promanava dalle industrie Leuna, e,
anche se fossi stato in grado di percepirla, dubito che quei miasmi mi
avrebbero reso consapevole dei molti gravi pericoli per la nostra
sopravvivenza insiti nell’industria chimica. Come avviene per ogni altra cosa
buona della vita, ci avvediamo dell’ambiente che ci circonda solo quando
l’ambiente comincia a degradarsi. A uno sguardo retrospettivo, ho
l’impressione che la mia vita non fosse al passo con tutto ciò che mi stava
attorno e che per me l’epoca Biedermeier fosse sul punto di concludersi soltanto nel 1933.
Quando mi laureai all’università, il diploma di laurea
attestava che avevo studiato chimica. Mi sembrava che ciò mi desse il diritto
e, a quell’epoca, anche la facoltà di esercitare questa scienza in tutte le sue
branche. Allora la specializzazione non si era ancora così fortemente
instaurata né nelle scienze né in altre discipline come, invece, doveva
avvenire in seguito: certo, bisognava decidere di diventare un chimico
inorganico o un chimico analitico, un chimico fisico o un chimico organico, un
tecnologo chimico o un chimico biologo, ma i confini erano tenui e facilmente
superabili. La direzione prescelta era dettata da un cumulo di circostanze e
solo molto raramente dalla preferenza, perché tutte le branche della scienza
erano interdipendenti. L’illusione di scegliere senza costrizioni dava un
senso di libertà che oggi le scienze non possono assolutamente offrire più. Il
ridursi dei margini di gioco si accompagna a un radicale cambiamento del tipo
di uomini che si dedicano alle diverse discipline, oppure lo ha addirittura
determinato. La scienza è diventata maestra rigorosa e spietata e, per giunta,
totalmente priva di humour.
Avevo dunque una laurea. Questo faceva di me uno
scienziato? Certamente no. Come si diventa scienziati? Vorrei forse poter descrivere
le tappe; esse sono oscure. D’altra parte nei diversi rami delle scienze i passaggi non sono gli stessi. I confini, ben definiti, della fisica o della chimica
sono una cosa, il gigantesco e apparentemente sconfinato oceano della biologia
rappresenta qualcosa di sostanzialmente diverso. Il geologo non ignora quel che
si intende con il nome di Terra, un termine che egli porta nel suo stesso nome,
ma un biologo sa che cosa è la vita? Molti ricercatori sono stati attirati
proprio dal fascino dei misteri in innumerevoli circoli concentrici di
oscurità. E, in effetti, questo fu il motivo principale per cui volli applicare la chimica che mi era stata insegnata
alla soluzione dei problemi della vita. Il profondo Lichtenberg mi aveva
in-segnato che se si vuole trovare qualcosa, bisogna anzitutto sapere se questo
qualcosa esiste. In tutta la mia vita non mi è mai mancata tale fiducia, ma
quanto più invecchiavo tanto più si indeboliva la convinzione che lo stile e i
modi da noi scelti per la ricerca fossero quelli giusti.
La sensazione che c’è sempre qualcosa di più da poter
trovare, di riuscire a strappare soltanto qualche brandello da un contesto
inestricabile, costituisce una parte della mia definizione di scienziato, che
però si adatta a pochi dei miei contemporanei e certamente non a quelli che hanno avuto «successo». Che cosa è il
successo nelle scienze della natura? Premi, titoli e altre onorificenze,
quattrini a palate? Taluni direbbero la gloria e un nome che resta. Ma quanto
dura il nome «duraturo»? I venti della moda, questi indomabili venti, soffiano
polvere anche sulle conquiste più sfavillanti. C’è il grosso pericolo che il
professor Ozymandias sembri ridicolo già molto tempo prima della sua morte
[Nell’omonimo
celebre sonetto di Shelley, sul monumento in completa rovina di un grande
dominatore vissuto nell’antichità si trova questa boriosa iscrizione:
My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye
Mighty, and despair!
(Il mio nome è
Ozymandias, re dei re: / osserva le mie opere, o
potente, e dispera!)];
i cataloghi delle biblioteche lo registrano come «Mandias, Oskar, detto Ozzy»,
e presto non ci saranno più neppure biblioteche.
Molti di quelli che ora cominciano a occuparsi di
scienza sono portati dai venti della moda (una cosa, questa, dalla quale mi ero
ben guardato in gioventù) e tenteranno di legarsi a qualcuno che segue la corrente del momento o, ancor meglio, di unirsi
persino a coloro che producono quella corrente. Alcuni di questi giovani diventeranno scienziati nel corso del loro
tirocinio, ma non certo la maggior parte: i più diventeranno soltanto
specialisti. Il genere di individuazione che precorre il formarsi di un
autentico scienziato non sono in grado di descriverlo, ma tra le migliaia di
artigiani della scienza che ho incontrato nella mia vita ce ne sono stati
forse venti o trenta ai quali avrei potuto attribuire la qualifica di « «scienziati». Spesso sono stato in dubbio se dovessi includervi me stesso.
A mio avviso, è proprio la forza dei misteri a stimolare
il vero scienziato: la stessa forza, che, vedendo pur senza occhi, udendo pur
senza orecchi, pensando pur senza averne coscienza, spinge la larva a diventare
farfalla. Chi non ha avvertito - almeno qualche volta nella vita - questo
brivido freddo nella schiena, questo confronto con un volto immane, invisibile,
il cui respiro lo muove alle lacrime, non è uno scienziato. Quanto più oscura è
la notte, tanto più chiara è la luce. Chi lo sapeva meglio di san Giovanni
della Croce, quando nella notte buia mandò la propria anima verso la sua
perenne ricerca?
… sin otra luz y guia
sino la que en el corazón ardia
(….con nessun’altra
luce e guida
se non con quella
che ardeva nel cuore)
Non bruciamo forse ancor sempre sulla pira di Giordano
Bruno o di Serveto? Non ci tocca ancora di marcire nella segreta di Galilei?
Non muore forse di sete ognuno di noi nella sua propria nube di non sapere?
Tante domande, nessuna risposta.
Ma quando oggi guardo il palcoscenico illuminato a
giorno delle nostre scienze, come è diverso lo Spettacolo! Le avanzate si susseguono
l’un l’altra impetuosamente, e c’è sempre posto per altre finché bastano i
denari. Una cosa porta a una cosa successiva e alla fine sapremo tutto. «Il
danaro è il seme delle scienze», avrebbe potuto concludere un moderno
Tertulliano, anche se, pensando all’ultima guerra mondiale, egli avrebbe
potuto, tautologicamente, mettere «sangue» al posto di «danaro». E quale boria,
quale arroganza! Non riesco a immaginarmi che un prestigioso commerciante di formaggio possa alzarsi in piedi e proclamare di essere un commerciante di formaggi a ventiquattro
carati, perché egli sa che persino in un Edamer o in un Emmenthal c’è più di
quanto il suo cervello possa comprendere; ma poco tempo fa non ho forse visto e
sentito uno dei nostri più eminenti dignitari della scienza scattare in piedi
dichiarando nel bel mezzo di un convegno di essere un incorreggibile «riduzionista»? Concedete a lui e ai suoi pari semplicemente un poco
più di tempo e molto più danaro e, mentre essi fanno la spola in aereo tra EMBO e NATO, fra NHI e CNRS e MRC [EMBO,
European Molecular Biology Organization; NATO, Nord
Atlantic Treaty Organization; NHI, National Institute
of Health; CNRS; Centre National de la Recherche Scientifique; MRC; Medical Research Council. (n.d.r.)], i loro post-docs dovranno essere per forza ancora
più zelanti e ben presto non ci saranno più segreti e sorgerà il giorno perenne
del sapere integrale [Se in quel tempo una Terra completamente devastata debba sopportare ancora un homo non nimis sapiens, non lo so dire.
Ma intanto le sonde spaziali avranno reso familiari
all’universo non solo il codice genetico e l’immagine di uno Scimpanzé, ma anche la voce del
signor Jimmy Carter, incisa su disco o nastro (ammesso, naturalmente che si
possa dotare l’universo di adatte apparecchiature HI-FI, presumibilmente made
in Japan: tutti i timori furono dissipati, quando si venne a sapere che
nell’idiota capsula spaziale erano contenute esaurienti istruzioni per l’uso e
una puntina di ricambio).]
Quanti dei nostri grandi hanno annunciato a gran voce
che noi abbiamo bisogno di ancor più scienza, cioè di loro stessi? E ciò del
tutto in contrasto con l’antica classe sacerdotale egizia, i cui membri forse
non avevano scoperto che occorreva una massa critica di biascicatori di
preghiere per poter indurre il Nilo a rientrare nell’alveo.
Non c’è quindi da stupirsi se in tutta la mia vita mi
sono sentito così isolato come
ricercatore, dolorosamente
consapevole del divario che mi separava da quasi tutti gli altri scienziati
che conoscevo. Tutti abbiamo cominciato allo stesso modo, ma poi le nostre strade si sono
snodate in direzioni diverse e io ho dovuto percorrere un -sentiero solitario: non sono
stato io a sceglierlo, esso ha scelto me.
Nella nostra epoca svagata, che racchiude tra virgolette
ogni pensiero, e punisce gli outsider affibbiando loro soprannomi cretini, mi
hanno chiamato «vitello non marchiato» (maverick) o «tafano» (gadfly), ma penso che siffatte
definizioni lasceranno il tempo che trovano, e io, diversamente da quei
fastidiosi insetti, non ho mai avuto particolare predilezione per il sangue dei buoi, cioè non ho
mai provato voglie da vampiro in presenza dei miei colleghi.
Nelle scienze c’è sempre un nodo di Gordio più di quanti
non siano gli Alessandri. Si potrebbe quasi dire che le scienze, così come sono
oggi praticate, rappresentano un sistema che consente di produrre altri due
nodi gordiani appena uno viene
tagliato, e così via.
Da un problema considerato risolto scaturiscono cento nuovi problemi, e così è sorto il mito delle scienze che non conoscono confini: in realtà, molte scienze sembrano ora
così deboli e consumate come madri che hanno messo al mondo molti bambini. [In un mio saggio del 1977 ho tentato di valutare
i limiti della scienza24]
L’osservazione che esistono altrettante, o addirittura
più, filosofie che filosofi mi ha sempre fatto molto piacere, perché essa mi
mostrava che la filosofia è un’impresa davvero umana. Un fisico o un chimico
non ha certo la stessa libertà di scelta: il corsetto di ferro degli assiomi, delle leggi
e delle teorie e, non meno efficaci, le costrizioni imposte dai metodi oggi autorizzati nelle singole discipline,
impediscono deviazioni e voli di fantasia.
Le scienze tendono, per lo più, a formulare previsioni e la maggior parte dei
loro risultati è prevedibile. Quanto a me, vorrei dire che il vero interesse ha
inizio soltanto là dove siffatte qualità non valgono più, cioè dove l’oscurità domina come
minaccia e seduzione. L’ospitale illuminazione delle scienze, cui siamo
abituati, ha attirato troppe zanzare scientifiche.
C’è qualcosa da fare? Il tentativo di migliorare una
situazione insopportabile viene di solito definito utopistico e perciò disprezzato.
L’abbozzo di un’utopia deriva effettivamente dalla disperazione nei riguardi
del mondo qual è, e questo sentimento deve essere sorto alla fine dell’aurea aetas o, se si preferisce, poco dopo
la cacciata dal Paradiso: era un sentimento del tutto giustificato. Se
considero il ruolo delle scienze al giorno d’oggi, fiorenti come non mai
nell’opinione generale, non sono in grado di decidere se il loro strapotente
predominio abbia determinato la scomparsa della sensibilità
religiosa o se non sia stato esso determinato proprio da questa scomparsa. Non
vi sono, però, molte ragioni per dubitare che le scienze siano diventate sotto
ogni aspetto una religione di ricambio, nel cui ambito svolgono il doppio ruolo
richiesto: per il pubblico dei profani, quello della misteriosa
incomprensibilità; per chi le esercita, quello di un mezzo per guadagnarsi la
vita. Il primo compito potrebbe facilmente essere assolto da un’altra fede o superstizione;
non così il secondo. Il dilatarsi delle scienze a un’occupazione di massa (questo fenomeno è cominciato durante la mia
vita) ha determinato la necessità della loro crescita incessante (simile, da
questo punto di vista, ad altre strutture mitiche, condannate alla crescita,
come il «prodotto sociale lordo»), non perché ci sia tanto più da scoprire, ma
perché ci sono tante più persone che devono essere remunerate per questo scopo.
Qualsiasi tentativo di riforma, anche il più modesto, verrà perciò accolto con
artificiosi schiamazzi
sulla «libertà della ricerca scientifica» e l’immediata formazione dei più diversi
gruppuscoli di pressione, tutti marcianti all’insegna, ormai logora, di
Galilei. Per quanto grotteschi possano apparire nel loro travestimento da
combattenti della libertà, tutti i faccendieri sono di solito efficienti,
perché poche cose sono così irresistibili come la forza motrice del
portafoglio.
All’inizio di questo mio libro ho descritto quanto
avessero influito su di me e sul mio rapporto con la scienza le bombe atomiche
di Hiroshima e Nagasaki. Da allora tutte le volte che riflettevo sull’orientamento
che le scienze avrebbero assunto, avevo la sensazione che le cose - così come stavano - non potessero
durare molto più a lungo. Tuttavia, con il trascorrere degli anni, non potei
fare a meno di notare che la situazione era sempre la stessa: avrei potuto
dedurne che i talenti apocalittici non servono molto per predire il futuro, ma
quel che volevo dire veramente a me stesso era che il futuro, nella sua corsa
in avanti, è sempre un po’ più passato di quanto non sembri all’occhio del
profeta. Tutto sommato, i pessimisti di
professione hanno ragione, purché non li si costringa ad attenersi troppo
rigorosamente a una misura cronologica. La maggior parte della gente evita le
Cassandre, perché sa che potrebbe apprendere soltanto le più sgradevoli di
tutte le possibilità, eppure, nonostante l’aroma di decadenza e di declino che
emana dalla mia persona, mi hanno spesso chiesto quali idee avessi sul futuro
della scienza. Questa, più o meno, è la mia risposta.
Uno scienziato che si conceda considerazioni dialettiche
sulla scienza dovrà affrontare un dilemma: da un lato, la mirabile armonia
della scienza, la sua regolarità, la sua schiettezza, il grande fascino che
essa esercita su uno spirito acuto e ricercatore; dall’altro --gli usi di crudele barbarie cui
può essere piegata, la brutalità del pensiero e della fantasia che ne sono
scaturiti, la crescente arroganza di coloro che la praticano. Nessun’altra
attività intellettuale presenta aspetti così contraddittori. L’arte, le
lettere, la musica non esplicano alcun potere; è sostanzialmente impossibile
sfruttarle o abusarne: se le sinfonie potessero uccidere, il Pentagono avrebbe -già da gran tempo patrocinato la
«ricerca musicale». [Le teorie
scientifiche possono però essere utilizzate per scopi malvagi, anche se poi
risulta che esse erano sbagliate. Molto tempo prima che si cominciasse a capire
l’attività funzionale del sistema nervoso, si producevano gas nervini. In
effetti, molte cose orribili furono fatte sulla base di ipotesi errate, ma non
per questo apparvero meno esecrabili. Per il nostro lacunoso modo di
intendere, la morte non è un processo particolarmente specifico: se (per il
momento!) c’è soltanto una via per venire al mondo, esistono però molte vie che
conducono alla morte, e ciò avviene con l’ausilio di numerosi processi chimici
e fisici.]
Chi si vuole occupare di previsioni può agire come un
realista o come utopista: se sceglie il primo atteggiamento, terrà in pari considerazione
entrambi i lati del dilemma prima ricordato; se invece vuole essere un
utopista, passeggerà - in segno di rispetto per il suo predecessore Tommaso
Campanella - soltanto dalla parte del sole, senza preoccuparsi delle ombre nere
che gli potrebbe gettare il presente. Poiché mi piace di più la prima
possibilità, penso che le scienze continueranno, almeno per qualche tempo
ancora, a proseguire sulla strada imboccata intorno al 1940: una sempre più
grande frammentazione della nostra visione della natura, una specializzazione
in rapido progresso che distanzierà sempre di più tra loro le varie discipline
scientifiche, un mostruoso ingigantirsi degli stanziamenti necessari per
mantenere e ampliare le istituzioni scientifiche e, quindi, una divaricazione
sempre più larga fra esigenza e prestazione.
Vedo soltanto due valvole di sicurezza per la pressione
della pentola in pericoloso aumento. Di fronte ai tempi difficili che si
profilano all’orizzonte, gli stati, uno dopo l’altro, cominceranno forse ad
avere penuria di fondi; in secondo luogo - ma non senza rapporto con le
difficoltà finanziarie - può avvenire che ben presto le scienze non abbiano
più un sufficiente numero di giovani disposti a studiarle. Già più volte è
stato rilevato che le valvole di sicurezza si aprono di solito troppo tardi e
nel senso sbagliato (potremmo definire questa situazione come «sindrome di
Seveso»). [A Seveso, in provincia di
Milano, nel 1976 una reazione
incontrollata nella fabbrica di prodotti chimici ICMESA provocò una fuga di gas contenente
diossina, un veleno potentissimo, che contaminò una vasta area e costrinse all
evacuazione di centinaia di persone. (n.d.r.) ]
In definitiva, anche ciò avrà naturalmente una fine,
forse perché i cervelli saranno allora così pieni di piombo o di mercurio che
non potranno più capire i tradizionali
programmi dei computer. Senza dubbio l’umanità avrà altre preoccupazioni, così
numerose che il nostro modo di praticare la scienza scomparirà, vorrei dire,
per effetto di una sentenza in contumacia,
come è avvenuto nel passato per molte altre istituzioni apparentemente indispensabili. Giganteschi
mutamenti storici non vengono di solito riconosciuti mentre sono in corso, ed è senz’altro possibile
che la scomparsa del nostro tipo di scienza sia già in atto da qualche tempo,
senza che ce ne avvediamo
Non vorrei però terminare questo capitolo in un modo
così cupo, ma piuttosto con un quadretto arcadico. Prima, comunque, dovrei
rispondere a un’obiezione: di solito si rimprovera ai critici delle scienze di
ostacolare il progresso, ma che cosa significa la frase «progresso delle
scienze»? Si può valutare in termini quantitativi la scienza, ed essa può
essere subordinata a un piano quinquennale? Sei principi di termodinamica sono
meglio di tre? E i più alti punti di fusione sono anche i migliori? C’è una
velocità ottimale per la crescita delle scienze? «Più veloce» equivale a
«meglio»? E se siamo già a questo
punto, tutto deve crescere? In nessun altro campo di attività intellettuale la
distorsione vittoriana dell’idea di progresso ha causato tanti danni come
nella ricerca scientifica. I cittadini di Praga, che applaudirono il Don Giovanni di Mozart alla prima di Herzen,
potranno aver creduto, per quel che mi riguarda, all’esistenza del flogisto:
comunque vivevano in un mondo migliore. Non so se di bene ce ne può essere troppo, ma sono convinto che la crescita
delle scienze - come di ogni altra cosa - deve essere trattata con
moderazione. Credo che il nostro mondo spinga avanti troppo in fretta la
scienza e disprezzi l’intelligenza per favorire la furbizia. [Se qualcuno riuscisse a elaborare, per esempio,
un QU, quoziente di umanità, invece del QI, quoziente di intelligenza, i
test darebbero risultati stupefacenti.] Un’insaziabile curiosità svuota il cervello.
Se il compito vero e proprio delle scienze consiste nel
ricercare la verità della natura, nello scoprire la realtà [Wirklichkeìt e realtà, benché esprimano la stessa cosa, sono
termini che hanno etimologie diverse. In Wirklichkeit, come anche nella parola russa equivalente, è contenuta la radice di wirken,
Werk (operare, opera), mentre nei corrispondenti vocaboli inglesi e delle
lingue romanze, derivati dal latino res, viene
messa in risalto la cosa di per se stessa. Di un ricercatore si potrebbe dire
che egli studia la Wìrklichkeit del mondo e
trascura però la sua «realtà», e di un altro si potrebbe affermare il
contrario.] del
mondo, tale insegnamento dovrebbe portare con sé una maggiore saggezza, un più
grande amore per la natura e, in molti, una più profonda ammirazione per la
potenza della divinità. Mentre ci mette a confronto con qualcosa di
immensamente più grande di noi, la scienza dovrebbe servire per ridurre i
limiti della miseria dell’esistenza umana (e forse ha esercitato questa
influenza su uomini come Keplero o Pascal). Forze imperscrutabili hanno
tuttavia impedito alle scienze di procedere in questa direzione: da un’impresa,
il cui fine era la comprensione della natura, le scienze sono diventate una
professione, che si sente incaricata anzitutto di spiegare la natura e poi di
migliorarla. La concezione delle scienze come stazione sperimentale per lo
studio di nuovi fenomeni naturali o come officina di riparazione per quelli di
vecchia data non più funzionanti ha generato strani effetti, ponendo l’accento
su punti di vista meccanicistici. In quest’ordine di idee importa soprattutto
come funzionano le ruote e gli ingranaggi necessari per conseguire gli effetti
previsti e gli scopi prestabiliti; generazioni di scienziati hanno formulato
molte spiegazioni definitive e convincenti, ma le spiegazioni sono cambiate
con il mutare dei tempi.
Non so se l’analogia regge, ma non posso fare a meno di
pensare al fatto deplorevole che appena un bambino riesce a scoprire come
funziona il giocattolo meccanico, questo non esiste più. Anche se di solito in
campo scientifico la ricerca non consuma così irrimediabilmente l’oggetto,
sembra tuttavia influire sulla direzione dei processi mentali, limitandone
spesso anche il raggio d’azione. L’importanza attribuita ai meccanismi ha
generato uno dei mali del nostro tempo, lo specialista: dai medici sono
scaturiti meccanici del corpo e dai biologi, meccanici delle cellule; e se non
si può ancora definire il filosofo un meccanico della mente, questa impossibilità
è soltanto un segno della sua arretratezza.
Vedo soltanto una via di uscita, il ritorno a quella che
vorrei chiamare «piccola scienza». Diversamente dai grandi Tommasi privi di
dubbi (Moro, Campanella), ho visto il regno di Utopia da me descritta: di là io
sono venuto, dalla scienza degli anni Venti e Trenta di questo secolo; di là i
miei contemporanei hanno cominciato a muovere i primi passi. I tempi non erano certamente meno bestiali degli attuali, sia pure in modo
diverso, ma le istituzioni erano piccole e piccolo era il numero degli
scienziati che vi lavoravano. Il ritmo lento delle scoperte permetteva, in
certa misura, al pubblico dei profani e agli stessi scienziati di adattarsi più
facilmente. Si
faceva molto meno chiasso, perché in realtà oggi sono le innumerevoli voci risonanti nel deserto
quelle che hanno prodotto il deserto.
Il desiderio di tornare a un altro tipo di scienza si
fonda su considerazioni estetiche ed etiche, due settori della filosofia che
sono stati trascurati, a quanto pare, dai filosofi della scienza. Come i grandi
scienziati si sono lasciati guidare da una visione dell’armonia dell’universo,
così tutto ciò che vi è di bello al mondo, è bello in virtù della sua forma.
Nelle Enneadi (I, 6, 2) Plotino scrive, fra
l’altro:
Queste [le cose
terrestri - affermiamo - son belle per partecipazione all’idea. Infatti, tutto
ciò che, pur essendo nato a ricevere forma e idea, resta, invece, senza forma:
ecco ciò che merita l’attributo di brutto e di estraneo alla ragione divina,
fino a quando non avrà la sua parte di ragione e di forma! in ciò consiste la
bruttezza assoluta.25
Potrei dire che proprio questo è avvenuto nel caso della
ricerca scientifica: è diventata informe.
Naturalmente non sostengo a spada tratta un ritorno al
tipo di scienza che sarebbe piaciuta a Plotino, per non parlare poi del suo
maestro Platone. Entrambi avrebbero probabilmente definito ciò che facciamo
come indegno degli sforzi dell’uomo. Aristotele, piuttosto, avrebbe potuto
trovarsi a suo agio nei nostri laboratori, ma anch’egli avrebbe forse sollevato
gravi obiezioni contro il modo non ponderato in cui esercitiamo le nostre
attività non facilmente comprensibili. «Qual è il fine delle tue azioni?»
avrebbe potuto chiedersi. «Che cosa vuoi ottenere? Maggiori ricchezze?
Pollastri più a buon mercato? Una vita più felice o più lunga? Vuoi comandare
al tuo vicino? Fuggi soltanto la tua morte? O sei in cerca di una più grande
saggezza, di una devozione più profonda?» Gli spi- -riti che incontro sono sempre
molto loquaci, e a questo non avrei --sicuramente saputo dare una risposta; tanto meno, in
quanto penso che il significato e lo scopo delle scienze siano stati oscurati
o addirittura dissolti non solo dall’enormità degli spazi in cui esse si sono
estese, ma anche dalle orde dei semiiniziati che calpestano ogni cosa: Thyrsigeri multi, paucos
afflavit Iacchus [Che ci siano molti portatori di tirso, ma
soltanto pochi che avvertono il respiro di Bacco, è una vecchia lagnanza. Del
resto, ero meravigliato di scoprire che il celebre passo corrispettivo in
Matteo 20, 16 sui molti chiamati e sui pochi eletti si trova relegato come
lezione in una nota a piè di pagina nel testo del mio Nuovo Testamento in
greco, mentre nella Volgata e nelle diverse traduzioni a mia disposizione
compare nel testo principale.] Può darsi che ciò sia stato vero un tempo, ma ora il povero Bacco, invece
di organizzare baccanali, deve preoccuparsi di racimolare quattrini per pagare
tutti questi affamati portatori di tirso.
Quel che mi auguro è l’introduzione o più propriamente,
1a reintroduzione di condizioni di lavoro che consentano a un uomo di
effettuare, magari con due o tre collaboratori più giovani, le proprie
ricerche in modo degno e tranquillo. Gradirei che il chiasso e gli schiamazzi e
le masse popolari degli stadi e delle arene dei circhi siano tenuti lontani. è prevedibile che questo avvenga
soltanto se non ci saranno più crediti giganteschi né il relativo corredo retorico
di parole d’ordine, cioè quando fronzoli del tipo «rivoluzione scientifica» e
«centri di eccellenza», «ricerca interdisciplinare d’équipe» e peer review [Lettura
incrociata da parte di esperti per valutare gli articoli proposti per la
pubblicazione su una rivista scientifica. (n.d.r.)] saranno soltanto brutti ricordi di un cattivo passato.
Delicatamente e con timore reverenziale il ricercatore del futuro - questa
pallida immagine dei miei sogni - cercherà di mettere in luce ciò che riposa
nella natura, e il modo con cui egli lo farà, determinerà il valore della sua
scoperta. Cercherà di evitare le grigie strisce di natura corrosa, che le sue
macchine di misurazione lasciano solitamente dietro di sé e nei limiti del
possibile si terrà lontano dal METODO, questo bulldozer della realtà. Procederà con lentezza, perché egli sarà
uno dei pochi. Si farà una ragione dell’immutabile fatale condizione che tra
lui e il mondo c’è sempre la barriera del cervello umano. Ma, soprattutto, sarà
consapevole del buio eterno che deve circondarlo mentre scruta la natura.
III Il sole e la morte
Le soleil ni la mort ne
se peuvent regader fixement.
La Rochefoucauld
1. Una
medaglia di puro argento
Siamo all’inizio dell’ottobre 1974 e io sono seduto nel
mio vecchio ufficio della Medical School. è
una piccola stanza proprio alla fine di una lunga fila di laboratori, piena di
libri e di carte, con mucchi di periodici di recente pubblicazione; e le pile,
raccolte nel giro di pochi mesi, sono così alte e irregolari da sembrare
braccia che si protendono disperatamente al cielo, quasi presentassero un
sacrificio alla polvere e alla vanità del sapere terreno. Nella stanza regna il
tipo di disordine dal quale si può tirar fuori ciò che si vuole, purché lo
faccia l’iniziato. Qui si segue il principio della lettera rubata di Poe:
quello che i non iniziati non devono leggere, viene offerto in comoda visione.
Quando vi entrai la prima volta, era ancora una stanza
graziosa, con una bella vista sul fiume Hudson e sulle verdi coste del New
Jersey. Ne presi possesso all’inizio del 1951: la Rockefeller Foundation e
1’U.S. Public Health Service con la loro generosità avevano fatto sì che
potessi allestire un gruppo efficiente di laboratori con tutto il corredo
necessario. Chiamammo questa unità con il nome collettivo di laboratorio di
chimica cellulare. Molti giovani erano passati per questi locali, studenti e
laureati alle prime armi: alcuni molto dotati, la maggior parte, comunque,
persone a modo; furono celebrate nozze, vennero al mondo bambini; nessuno passò
a miglior vita. Il laboratorio era un vero microcosmo, forse più «micro» che «cosmo». I pettegolezzi e le
invidiuzze dell’istituto, usuale passatempo di un’università (solo la lingua russa esprime con una sola parola, pošlost’, tanto vuoto squallore),
giungevano sino a noi solo lentamente e in modo frammentario, perché sei piani
ci separavano dal quartier generale del settore biochimico.
Ma oggi, 24 anni dopo, mentre sono seduto al mio tavolo,
quel bel panorama è scomparso, acque e cielo sono nascosti da una massa di alti
edifici, le ombre sono diventate più lunghe. è come se un’amara sensazione di
disagio avvolga le scienze: nulla sembra più procedere come dovrebbe. Qual è la
causa, quale il sintomo? La scienza partecipa all’una e all’altra di queste situazioni: colpevole quando è benedetta,
colpevole quando è condannata.
Intanto altre ombre, destinate soltanto a me, sono
diventate ancora più scure e minacciose. La polvere si è accumulata non solo
sui miei libri, ma anche sui miei capelli, e questa non potrà più andarsene.
Sono un vecchio e, mentre sono qui seduto nel mio ufficio, leggendo e
scrivendo, mi viene in mente un verso di un vecchio canto studentesco: Auf dem Dach sitzt ein Greis,
der sich nicht zu helfen weiss (sul tetto c’è un vecchio che non sa togliersi d’impiccio).
In realtà non appartengo al novero di chi non sa quali pesci pigliare, ma non
sono riuscito a cavarmela con un fenomeno che s’incontra ormai ovunque, cioè
con quel genere di ricercatori d’assalto che sembrano avere per scopo la
vendita ai propri simili di leggi naturali nuove di zecca, come se quelle
vecchie fossero automobili usate. Il sentimento del tipico procedere a tentoni
del conoscere, il concetto del carattere provvisorio e frammentario di ogni
conoscenza della natura da parte dell’uomo, la consapevolezza di quanta
arroganza e precipitazione accompagnano persino l’intelligenza più profonda
quando si appresta a fare constatazioni di carattere generale sulla vita:
tutto ciò costituirà una parte dell’eredità, con la quale i molti anni hanno
oppresso il ricercatore che diventa vecchio, e se egli è buono anche solo in
modo passabile, sarà diventato molto più modesto.
Ogni contemporaneità rifiuta ciò che è meglio e ciò che
è peggio e si aggrappa alla mediocrità, quasi fosse il grembo materno. Per il
lavoratore o il pensatore solitario, il quale rifletta sugli ostacoli affrontati,
sulla malevolenza incontrata, sui pettegolezzi sussurrati, sulle sciocchezze
didattiche dell’establishment, si profila il pericolo di una blanda
megalomania. Egli
rammenterà ciò che uomini più grandi hanno detto del modo con cui erano accolti dal mondo: si ricorderà
per esempio, delle parole di Goethe nei suoi colloqui con il cancelliere
Friedrich von Muller (23 novembre 1823):
Questa è la vecchia
esperienza: appena emerge qualcosa di significativo, ecco apparire come
contrasto la trivialità, l’opposizione. Lasciamo pure che seguano il loro
corso, non riusciranno a reprimere il bene.
O quelle
di Jonathan Swift nei Thoughts on Various Subjects:
When a true Genius appears in the World, you may know
him by this infallible Sign; that the Dunces are all in Confederacy
against him. (Quando nel mondo
compare un vero genio, potete riconoscerlo da questo infallibile segno: che
tutti gli imbecilli si uniscono in confederazione contro di lui).
Ma la vittima avrebbe torto se si prendesse a cuore
questi imbecilli (Duns Scoto, però, non avrebbe meritato di entrare nel
lessico inglese come il proverbiale cretino): [Etimologicamente il vocabolo inglese dunce (imbecille) deriva da Duns men, termine spregiativo coniato dagli Oppositori
filosofici di Duns Scoto. (n.d.r.) ] gli imbecilli sono semplicemente
contro tutti i non imbecilli e, per giunta, fanno qualche altra cosa, che
neppure Swift aveva previsto: scelgono nella loro stessa cerchia il proprio
genio e lo impongono ai discendenti, i quali, appartenendo essi stessi alla
categoria degli imbecilli, approveranno con tutta probabilità la decisione dei
loro predecessori. Il genio (chi oserebbe usare a cuor leggero questa
denominazione?) [Si è molto discusso
se nelle scienze possa esistere qualcuno che sia possibile definire genio. Kant
lo nega espressamente (Critica del giudizio, paragrafo 47), Jean Paul
contesta Kant e intende utilizzare questo concetto per i filosofi «inventivi»,
ma non per quelli che «vagliano e discernono» (Preliminari di estetica, paragrafo
11). Oggi si tende a maneggiare questo titolo d’onore con tale disinvoltura da
togliergli qualsiasi significato.] è qualcosa di estremamente raro, specialmente nelle
scienze. Per quel che mi riguarda, non l’ho mai incontrato, pur avendo
conosciuto scienziati di grande talento.
In questo chiaro e azzurro mattino di ottobre mi trovo
ancora seduto alla mia scrivania, ed ecco che, senza bussare, una piccola pattuglia entra nel mio
laboratorio, la guida il decano della facoltà di medicina (negli Stati Uniti,
il decanato non è una qualifica onorifica, ma comprende molte attribuzioni
concrete). Il decano voleva mostrare il laboratorio di chimica cellulare a un
certo giovane studioso, che doveva entrare a far parte di un gruppo clinico.
L’omaggio, in puro stile di Swift, non mi fece piacere nella misura dovuta,
perché d’un tratto compresi che la Columbia University aveva scelto questa
maniera elegante per significarmi che quarant’anni erano sufficienti e che ora
dovevo andarmene. Ciò avveniva tre mesi dopo il mio ritiro ufficiale.
Già qualche tempo prima - meno di due settimane - dopo
che avevo raggiunto i fatali limiti di età, l’ufficio di vicepresidenza
dell’università mi aveva comunicato che la Columbia non era più in grado di
finanziare le sovvenzioni che avevo richiesto per la ricerca scientifica. Mi si
faceva anche intendere che era meglio trovare qualcuno pronto a firmare la
richiesta al mio posto; naturalmente respinsi quest’ultimo punto, e così ebbe
fine un vecchissimo rapporto, ma temevo di essere diventato troppo corpulento
per potermi nascondere dietro a un’interposta persona: avrei fatto capolino da
tutti e quattro i lati.
La meschinità ha pervaso le strutture più intime delle
nostre istituzioni al punto che nessuno che vi abbia trascorso un lungo periodo
della vita avrebbe il diritto di lamentarsi, se esse sono quel che sono. Tutto
è avvenuto come mi ero aspettato. Del resto l’università dimostrò la propria
riconoscenza organizzando una cena per i capi di istituto dimissionari; non
mancarono brevi, commoventi allocuzioni, e ricevemmo una specie di medaglia
ricordo, che, come ci disse sottovoce il decano, era di puro argento.
2. Grande magazzino del sapere
La moderna università americana è diventata un vera
mostruosità. Parlo dei grandi magazzini intellettuali che ho conosciuto durante
la mia vita. Può darsi che non sia sempre stato così, perché ritengo che i
piccoli colleges
sorti negli
ultimi cento anni sul continente americano (modellini provinciali di Oxford e
di Cambridge) erano, tutto sommato, istituzioni gradevoli, consacrate alla
cosiddetta istruzione superiore. Probabilmente non c’era in essi gran che di
molto o di colto, tuttavia, specialmente prima della guerra civile,
assolvevano il compito di aiutare i giovani a inserirsi in una società che
sapeva ancora quel che voleva, o per lo meno credeva di saperlo. Nessuno, a
quanto pare, aveva previsto che ciò che quella società voleva aveva in sé il seme della futura catastrofe, sebbene Henry
Adams o, un poco più tardi, Santayana avessero idee ben chiare su questo punto.
Il rapido processo di disumanizzazione una sorta di
capovolgimento
progressivo del processo di individuazione, che pervase il paese e si trasformò nell’attuale sogno
angoscioso, produsse paradossalmente un vuoto sempre maggiore, una perdita di
senso di orientamento persino là dove non potevano sussistere dubbi sulla direzione, una vacua
disperazione. Il dissolvimento del nucleo, la scomparsa di ciò che in mancanza
di un termine migliore vorrei chiamare carattere individuale, si avvertirono
anzitutto nella decadenza della lingua
(basta soltanto confrontare un testo americano scritto, diciamo centocinquanta
anni fa con uno redatto nei giorni nostri, Per rilevare ciò che io intendo). A
tutto questo si accompagnarono una crescita perversa di tutte le istituzioni e
del relativo corollario burocratico; la sostituzione della realtà con la sua image, cioè con la pretesa immagine
riflessa nel torbido specchio di un’opinione pubblica brutalmente imposta e pur
tuttavia mai effettivamente esistente; la distorsione di tutti i vecchi valori
da cui le precedenti generazioni si erano lasciate guidare; la scoperta che le
umane aspirazioni e prestazioni potevano essere compensate con moneta sonante. «Nell’inferno
ogni cosa ha il suo prezzo», solevo dire quando ero giovane. [Una società formata solo da schiavi deve trovare
un maestro. Esso può essere definito come «volontà del popolo», «opinione
pubblica» o qualcosa di simile, ma naturalmente non esiste. Poiché le chimere
si addormentano facilmente, bisogna tenere sempre sveglio il maestro, e ciò
avviene mediante un dispositivo che consente una costante manipolazione e
un’ininterrotta propaganda, un lavaggio del cervello, affidato ai cosiddetti
mass media. In un solo giorno vengono raccontate al popolo più bugie di quante
non ne avrebbe potuto escogitare Belzebù durante tutta la sua gestione. E tutto
ciò senza un ministero della propaganda formalmente costituito: non c’è
bisogno di nessun Goebbels. Il sistema funziona in modo quasi automatico;
dunque Belzebù potrebbe parteciparvi come nel caso di ogni macchinamento
automatico. Le vie del diavolo sono così alla luce del giorno che neppure le
notiamo.]
Le scuole, specialmente gli istituti superiori, furono,
come è naturale, le prime a essere colpite da queste deformazioni. Così persero
completamente di vista il loro scopo, inghiottite dal vortice di una società
consumistica, dove non è più possibile distinguere tra ciò che entra dall’alto
e ciò che esce dal basso.
Si lasciò ai
cosiddetti esperti di educazione la facoltà di decidere se una certa poltiglia
era un alimento o un escremento, e molto spesso essi cambiarono -la loro opinione. Dopo qualche
tempo, quando tutto si era deteriorato, anche quello faceva poca differenza.
Quando nel 1928 entrai alla Yale University, non si era
ancora imposta la convinzione che la sapienza fosse più conveniente all’ingrosso.
Anche se non si poteva dubitare del loro carattere classista, le grandi
università adempivano, con decoro e discrezione, al loro compito di preparare i
giovani dei ceti superiori a una carriera nel mondo degli affari e delle
finanze. A quell’epoca la Yale University era più un college che un vero e proprio ateneo, e
gli studenti dei corsi inferiori - giovanottoni con le facce da bambini -
riempivano tutta la città. Mi sembrava che proprio allora stessero finendo di
digerire i loro ultimi salatini, perché il periodo del Whoopee, degli Speakeasies e delle pellicce di procione
stava per finire e al suo posto succedeva un’America biliosa che non avrebbe
più riavuto il gusto della vita caratteristico dei ceti superiori.
L’università vera e propria - la «Spiritual De Luxe
Motel» del signor von Humboldt - era molto meno appariscente. Celebrità di
bassa levatura, come il professor Wiliam Lyon Phelps, dovettero la loro
effimera fama all’abilità con cui sapevano tenere gli studenti in uno stato di
sonnolenza d’alta qualità. La Graduate School e gli studenti, pochini per la
verità, che lavoravano alle tesi di laurea restavano quasi nell’ombra. Le
università americane erano ancora colonie di un’Europa che stava cessando di
esistere. Non era questa l’unica circostanza che mi ricordava Roma nel suo
declino. Ma l’ottima biblioteca mi ricompensava per le molte cose spiacevoli:
alcuni anni prima, quando talvolta prendevo in prestito libri dalla prestigiosa
Biblioteca nazionale di Vienna, mi stupivo se mi venivano consegnate opere di
Pico della Mirandola o di Swedenborg nelle edizioni originali del xvi o del XVIII secolo; ma questo non era nulla in confronto con Yale,
dove potevo accedere liberamente al deposito principale della biblioteca e non
finivo di meravigliarmi per i tesori su cui potevo metter mano. Almeno sotto
questo punto di vista posso dire di essere stato formato anche a Yale.
Quando, alcuni anni più tardi, tornai negli Stati Uniti
per seppellirmi nella Columbia University trovai un’istituzione analoga, anche
se più trasandata e meno austera. La grande crisi economica dei primi anni
Trenta non era ancora terminata. In effetti, depressioni e recessioni hanno
punteggiato quasi tutta la mia vita e, se il paese in cui vivevo se la cavava
abbastanza bene, io e la mia famiglia non potevamo dire altrettanto: solo i
miei primi cinque anni non avevano conosciuto crisi.
La Columbia era un luogo più vivace della Yale
University, soprattutto perché si trovava a New York, con tutte le sue distrazioni intellettuali, artistiche e
di altro genere. Persino le difficoltà economiche contribuivano a dar vita
all’università. La Graduate School, molto più importante di quella di Yale, era
affollata principalmente da studenti che appartenevano a famiglie da poco
immigrate: la terra promessa, anche se manteneva solo poche delle sue promesse
consentiva ai suoi figli l’accesso a un’istruzione gratuita, approfondita ed
eccellente nel City College. I giovani irlandesi, italiani ed ebrei che venivano alla Columbia
University per laurearsi erano in complesso persone a modo, diligenti e
intelligenti, e trovavano molti esimi professori con cui poter lavorare. Non ho affatto
l’intenzione di travestirmi da Beato Angelico nell’atto di dipingere il Paradiso, ma
allora la Columbia era davvero una buona università che dava a molti giovani la
possibilità di trovare la loro strada. Ciò che oggi la Columbia è divenuta è
un’altra storia, una storia più triste; ma è anche la storia di tutto il paese
e persino dell’intero -. mondo occidentale. Il volto del XXI secolo fa
capolino da tutte le finestre. [Gli
uomini hanno sempre temuto il futuro e non a torto, ma ciò che contraddistingue
il nostro tempo, almeno per me, è la totale scomparsa del «principio speranza»,
specialmente nella gioventù. Il diffondersi terribile e incontrollato della
droga ne è di certo una conseguenza. L’unica speranza che ci resta oggi è
quella «iniettabile».]
Che cosa abbia reso, durante la mia permanenza, la
Columbia un’istituzione così sgradevole, è difficile spiegarlo. Può darsi che
ciò sia dovuto, in parte, alla collocazione dell’università nel cuore di una
città gigantesca e brutale: uscendo dalla metropolitana ed entrando
nell’università, quasi non si avvertiva un cambiamento di -atmosfera. Ma questo non può
spiegare lo strano genius loci, che vorrei definire l’assenza assoluta di tradizione.
Tutti siamo stati educati a considerare la tradizione
come qualcosa di ridicolo. Quando un giorno, a Cambridge, John Kendrew mi fece
sapere che soltanto i Fellows e
i loro ospiti avevano il diritto di calpestare il tappeto erboso del college, io, che frequentavo il Central
Park, giudicai questa norma estremamente ridicola. Quando a Padova mi
mostrarono il cortile dell’università, i cui muri erano ricoperti dai begli
stemmi gentilizi del xvii secolo, e con atteggiamento reverenziale mi
condussero alla cattedra di Galilei e nel primo emiciclo di anatomia del mondo,
come contrasto lo spettacolo attuale mi parve ancora più triste. E un’altra
volta, quando in occasione di un’udienza pontificia i camerlenghi entrarono
nella sala con rapido passo annunciando ad alta voce: «Il papa, il papa!», mi ritornò forse alla mente
l’ultimo atto del Cavaliere della rosa, ma non si trattò soltanto di questo. Spesso la
tradizione è gravosa come un busto d’acciaio: ma se la schiena fa male, anche
il busto aiuta. La fedeltà alla tradizione è spesso una cosa ingannevole e
vuota, ma alla Columbia si notava la sua mancanza. Mi accontenterò di qualche
esempio. Nel 1904 Avery (della cui grande influenza sulla biologia moderna ho già parlato) terminò i suoi studi presso il College
of Physicians and Surgeons della Columbia University; più volte ho tentato di
indurre le autorità accademiche a ricordare questo memorabile fatto, ma non
ebbi successo: anche se interi edifici, aule e laboratori sono ornati con i
nomi di diversi ricconi (o, come spesso si chiamano, filantropi e benefattori),
per Avery non c’è posto. Schoenhieimer, che ha rivoluzionato la biochimica
moderna, era così dimenticato nel suo stesso istituto, che alcuni anni fa,
quando uno storico delle scienze mi pregò di raccogliere alcuni
elementi degni di essere ricordati, non trovai di lui neppure un pezzo di carta
e solo con la più grande difficoltà riuscii a scovare una fotografia.
Tuttavia la
mancanza di collegialità, il carattere impersonale di tutti i rapporti e altri
difetti erano in parte compensati da una piacevole qualità: la Columbia veniva
sottoamministrata nel più gradevole dei modi. Ci lasciavano per lo più in
pace: un professore avrebbe potuto benissimo morire nel suo ufficio e
continuare a ritirare lo Stipendio per molti mesi, prima che segnali funesti
spingessero gli uomini delle pulizie a occuparsi della sua stanza in una delle
loro visite. Come molte altre cose, anche questa situazione mutò in seguito
alla «rivoluzione» del 1968, da cui l’università non si è più ripresa. Per
proteggersi da attacchi giustificati e anche da quelli infondati gli atenei si
sono racchiusi in uno spesso guscio amministrativo. Contemporaneamente hanno
subito l’attacco di una forma particolarmente maligna di cancro burocratico: i
sempre più numerosi posti amministrativi non presentano nessun tipo di inibizione
da contatto e proliferano creando nuove posizioni improduttive. Ecco perché il
cosiddetto overhead
(costi
generali) imputato ai servizi amministrativi ha raggiunto livelli fantastici,
in alcuni casi il 100% e più dei fondi devoluti alla ricerca. Così le
università hanno cominciato ad assumere l’aspetto di campi di transito
scientifici, in cui si prende in affitto un laboratorio o un ufficio con
l’aiuto di questo overhead e,
se si perde il credito, si viene messi alla porta.
La funzione delle scuole medie americane nel secolo
scorso (e oggi quella dei college e
delle università) consisteva, così almeno mi sembra, nel mediare un poco di
civiltà. Se leggo uno dei primi romanzi di Henry James, per esempio Roderick Hudson, Ritratto di
signora, o I bostoniani ho l’impressione che quella
funzione fosse esercitata con successo, al contrario di oggi. Non sono nemmeno
certo che le università assolvano ancora il compito che ai miei tempi era
assegnato all’università di Vienna, di uffici dispensatori di lauree. C’è in
giro un’aria di disgusto (e io credo che pervada tutto il mondo), un orrore per
l’arte e per il sapere, per la ricerca e per il pensiero, una stanchezza greve
come il piombo; uno sprofondarsi in un nirvana in miniatura. I paradisi
artificiali di Baudelaire sono diventati inferni sintetici.
3. Respiro
pesante
Molto tempo fa, ho acquistato a un’asta la prima
edizione di una raccolta di caricature di Max Beerbohm (1872-1956). Questo
artista, un tipico rappresentante della vanitosa gioventù oxfordiana dell’epoca
tardovittoriana e edoardiana, non è rimasto ben vivo nella memoria dei posteri,
come, del resto, suole quasi sempre accadere nel caso di tipici rappresentanti
di qualche fenomeno culturale; eppure Beerbohm era un caricaturista originale
e uno scrittore pieno di humour. Il libro si intitola Observations e fu pubblicato nel 1925; poiché risale ai buoni tempi
antichi, quando si producevano in Inghilterra libri eccellenti, ha superato il
tempo, il clima e l’inquinamento quasi altrettanto bene dei miei libri del XVI o del XVII secolo. Un capitolo mi è sempre
particolarmente piaciuto, «Il vecchio e il giovane Io». Ogni disegno confronta
(talvolta senza parole, talaltra con didascalie) la versione giovanile e
quella più in là con
gli anni di un
medesimo personaggio famoso. Così, per esempio, vediamo il vecchio Lloyd
George, oltremodo corpulento, lasciar cadere il sigaro, avvertendo un senso di
disagio nell’osservare la propria figura giovanile, altrettanto pingue, di
scolaro sgradevole e impertinente dell’età vittoriana. Joseph Conrad è seduto
con grande dignità, mentre il suo giovane Io parla, incombendo su di lui, in
una lingua che suona come una specie di polacco pidgin, ed egli gli risponde in
francese. E ancora, Stanley Baldwin sorprende il monellaccio che era un tempo
comunicandogli che ora è diventato primo ministro.
Quante volte, Narciso su un torbido stagno, ho tentato
di evocare il mio giovane e il mio vecchio Io - 17 contro 71 - e mi sono stupito di poterlo fare con
facilità! Non solo gli anni sono passati veloci, come un breve respiro, ma
quanto più quel tempo si allontana da me, tanto più mi è vicino. Tra il
passato e il presente la vita del singolo forma un ponte, il cui arco tanto si
rafforza quanto pìu è lungo, perciò la morte del singolo lascia anche nel
passato una lacuna, perché, a questo punto, ogni ricordo è cancellato. Ma il
mondo sembra vivere della scomparsa di questi ricordi: se ci ricordassimo di
tutto, non sapremmo nulla. Non ho cambiato il mio modo di vedere, anzi la mia
fede, anche se mi sembra più difficile esprimerla ora che non durante la mia
giovinezza, quando possedevo ancora una lingua materna. Una sorte benevola mi
ha preservato dal dover fare concessioni; l’osservatore assoluto non è
diventato relativista. Fortunatamente non sono divenuto molto più saggio, anche
se una pacata selvatichezza si è trasformata in una selvatica pacatezza. Questi
presentimenti di un identità che si trasforma (essi sono l’antitesi della troppo
«chiacchierata» crisi di identità) forse si fondano solo sulla presunzione, ma
non ne sono convinto. Ho mantenuto un sufficiente interesse per la mia
professione, anche se la fede che si tratti di una nobile attività - se mai ho
avuto una convinzione del genere - è stata distrutta nel 1945, come ho
spiegato all’inizio di questo libro.
Se in mezzo a massacri e a distruzioni, circondato da
rovine e da barbarie, in un mondo di disperazione e di oblio, mai lontano
dall’orlo di questo o di quell’altro abisso, sono riuscito a sopravvivere con
la mia famiglia, scrivendo lentamente una frase dopo l’altra, annodando parola
a parola, pensiero a pensiero (e qualche volta anche solamente stando seduto al
sole), ebbene, tutto questo può esser definito con un termine molto semplice:
felicità. Non credo di essere stato un giovane particolarmente brillante,
soprattutto se penso ad alcuni che ho conosciuto durante gli anni del mio insegnamento
universitario, e certo non sono diventato più brillante con il crescere dell’età.
è vero, d’altra parte, che non ho mai avuto grande considerazione per le
nature brillanti: ho sempre guardato a qualità del tutto diverse e le ho
trovate in persone che non stupivano per il loro ingegno. Se osassi
considerare me stesso in un contesto storico, mi vedrei come una versione in
miniatura di un Ausonio o di un Claudiano, cioè come uno di quegli scrittori
della tarda romanità, in lotta disperata contro la barbarie, ma a loro volta Imbarbariti,
intenti a incollare una accanto all’altra, a fatica e in una lingua decaduta,
distici maldestri, senza produrre niente che non fosse già stato detto prima in modo migliore. C’è qualcosa
di più triste di questa iridescente decadenza, di questa lotta continua tra il
«devo» e il «non posso»? è questo un caso in cui il pendolo
della vita si trasforma in una mazza battente.
Per quanto riguarda la mia vita in questi tardi anni,
devo dire che è divenuta molto più tranquilla: le oscillazioni del pendolo si
sono visibilmente smorzate Ero capitato nella ricerca dell’acido nucleico come
in una morsa: l’interessamento ufficiale a un tema scientifico comprime in
quanto si rafforza e limita in quanto si approfondisce Benché continuassi ad
avere eccellenti collaboratori e alcuni ottimi studenti, essi non venivano più
da me come prima per lavorare sulla chimica della cellula vivente, ma volevano
imparare tutto sugli acidi nucleici. Un osservatore ingenuo potrebbe considerare
questo scopo perfettamente raggiungibile, ma non è così, perché è tipico della
più intrinseca sostanza delle scienze produrre sempre nuovi problemi. Una volta
che ci si è imbarcati, non si toccherà mai terra, e ben presto si dimenticherà
che esiste qualcosa come una terra: Orizzonti incessantemente mutevoli e
irraggiungibili ci attirano nell’ignoto; un ignoto
che pochi, però, desiderano conoscere. Ma siamo pagati per conoscere.
Ho l’impressione che negli ultimi quindici anni il mondo
delle scienze, o per lo meno quella parte delle scienze che mi è dato di
abbracciare, ha subito una deformazione, una distorsione, le cui dimensioni
faccio fatica a comprendere. il processo di gonfiamento è cominciato
probabilmente già verso la fine della seconda
guerra mondiale, ma solo dieci o quindici anni più tardi - qualche tempo dopo
il lancio dello Sputnik da parte dei russi - esso ha mostrato le
caratteristiche perverse, divenute. poi così evidenti. Prima chiunque si
occupasse di una disciplina scientifica (cioè chi si dedicava a una ricerca
scientifica fondamentale) non si trovava mai lontano dal nocciolo della sua
scienza e non poteva perderne di vista il carattere specifico e il «codice
d’onore»; ora, invece, deve mantenersi nella periferia più lontana, sempre
distante dal punto centrale. il motivo principale di questa situazione è il
moltiplicarsi veramente esplosivo degli sforzi di ricerca e delle
pubblicazioni. Forse dalle bibliografie dei lavori scientifici sì può
riconoscere nel modo migliore la totale rottura con la tradizione. Come
esempio, confronterò tra loro due dei miei lavori, pubblicati uno nel 1946,
l’altro nel 1976. Nell’apparato bibliografico del contributo del 1946 erano
citati trentanove titoli, sedici dei quali avevano più di trent’anni e solo
quattro si riferivano a scritti pubblicati nei cinque anni prece denti. Il
lavoro del 1976 contiene sedici titoli, di cui la metà riguarda lavori redatti
meno di cinque anni prima, mentre solo due delle pubblicazioni citate hanno più
di dieci anni.
La scienza moderna vive alla giornata; assomiglia molto
di più a una speculazione in borsa che a una ricerca della verità sulla natura:
una verità alla quale credetti, forse sbagliando, di dedicarmi, quando più di
cinquant’anni orsono entrai in campo scientifico. Intanto le scienze si sono
così gonfiate, che nessuno è più in grado di sapere abbastanza del suo oggetto.
Qualche tempo fa, ho formulato questo concetto nel modo seguente: «Le scienze,
come tutte le altre professioni, non possono durare se chi le esercita non è in
grado di conoscere più di una parte - che diventa sempre più piccola - di ciò che
egli deve sapere per assolvere in maniera giusta il proprio compito».1
Andavo avanti meglio che potevo: collaboratori giovani e altri non più tanto giovani, lavori, articoli che
facevano il punto della situazione, conferenze, simposi, congressi e comitati,
comitati... Oggi ci sono professori che non fanno altro che sedere in comitato,
ma non ho mai appartenuto a questa categoria. Ma c’era ancora qualcosa che
durava: la continua insoddisfazione di me stesso; la sensazione (non credo che
questa abbia attinenza con l’ambizione) di non aver speso il mio tempo come
dovevo, di avere sperperato il poco talento che la natura mi ha dato; il
sentimento, infine, che quando liber scriptus profereur, [Nel Dìes irae si dice che nel giudizio
universale «un libro scritto verrà mostrato», in cui sono segnate le azioni degli uomini perché
vengano giudicati. (n.d.r.),*] il mio nome vi comparirà in
lettere scarlatte. Ci furono, però, rari momenti (e sono diventati sempre più
rari) in cui mi sembrava che un cielo fresco, terso, azzurro si aprisse su
Manhattan, anche se i giorni sono per lo più afosi e grigi o freddi e bui.
Una cosa forse utile di cui mi occupai fu l’edizione del
vasto manuale The
Nucleic Acids, curata
in collaborazione con J.N. Davidson dell’Università di Glasgow:2 i
primi due volumi apparvero nel 1955, il terzo nel 1960. Il capitolo relativo
alla chimica degli acidi desossiribonucleici, scritto da me, è la prima
trattazione moderna di questo argomento. A mio giudizio, è il miglior saggio
che abbia mai scritto, e spesso mi è spiaciuto di non avere avuto l’opportunità
di enucleare le frequenti considerazioni d’ordine generale da quelle parti che
sono una pesante e faticosa complicazione di effimeri dati di fatto. Come
avviene spesso nelle scienze, sono questi fatti a trascinare le idee in fondo
al mare dell’oblio.
Immagino che pochi saranno d’accordo con me, se affermo
che negli ultimi quindici o vent’anni le scienze si sono orientate verso una
direzione e sono cresciute con una rapidità tale da rendere molto probabile il
loro definitivo declino: si potrebbe dire che hanno relegato se stesse in un
angolo. Quando ripenso alla mia vita dopo il 1960 circa, devo confessare che
non partecipavo con il mio cuore a quel che facevo. La stupefacente crescita della
biologia e della biochimica, lo splendore delle loro più recenti prestazioni,
alle quali forse anch’io ho contribuito in piccola parte, mi scoraggiavano e
mi spaventavano Assistevo a una valanga di trionfi, e coloro che formalmente
li avevano determinati non si trovavano più in un rapporto adeguato alla
grandezza di tali conquiste: qualcosa forse non quadrava, se uomini sempre più
piccoli facevano scoperte sempre più grandi. Non riesco a immaginarmi qualcosa
di simile a una immeritata creazione dello spirito umano, si tratti di una
poesia, di una composizione musicale o di un dipinto; ma sono stato testimone
di cosiddette «clamorose conquiste scientifiche» assolutamente immeritate
Naturalmente si potrebbe obiettare che le scienze non sono qualcosa di molto
diverso da una sorta di archeologia dei fenomeni naturali: per scavare non
occorre molto intelletto, ma ci vogliono piuttosto fortuna e occhi bene aperti
e forse anche una certa sfacciata capacità di generalizzazioni precipitose In
effetti (quasi avrei detto purtroppo) le scienze si occupano ora di molte più
cose che soltanto di scavi alla ricerca di tesori nascosti.
Nel suo grande romanzo L’uomo senza qualità, Robert Musil deriva presagi di
catastrofi e di disastri imminenti e colossali dall’aver letto in un giornale
qualcosa intorno a un geniale cavallo da corsa. Cominciai a sospettare che questo fosse il genere che mieteva
i più sorprendenti successi scientifici, anche se il concetto di «successo»
riferito alla scienza è altrettanto falso quanto il concetto di «genio»
parlando di un cavallo da corsa, campioni olimpionici o premi Nobel. Le scienze
erano diventate uno sport spettacolare, nonostante che per questo tipo di sport
non ci fossero veri e propri spettatori, e si potevano annoverare ormai - così
almeno mi sembrava - fra i più efficaci strumenti di incretinimento delle
masse.
Ma per me era troppo tardi per evadere, anche se avessi
saputo dove andare. La libertà, il meno afferrabile di tutti gli ideali, è un -bene che non mi è mai stato
elargito: non ero più libero di un tronco d’albero fluttuante su un fiume
impetuoso. Così il mio fluttuare o il mio essere trasportato continuavano senza
posa.
Un’estate, nell’agosto 1961, mentre mi trovavo sul prato
davanti alla casetta che allora usavamo prendere in affitto per le ferie nel
Maine, mi venne l’idea di rendermi finalmente degno del soprannome, con cui
talvolta chiamavo me stesso, di viellard misérable e di scrivere qualcosa di primo getto. Il dialogo
Amphisbaena si svolge tra un insopportabile
vecchio chimico onnisciente e un giovane chimico molecolare cretino e
altrettanto insopportabile. Era questo il mio primo tentativo di una critica
della scienza in forma libera, cioè in un gergo satiricamente distorto e senza
la sfarzosa parrucca di apparati bibliografici e di citazioni. La definizione,
che vi davo, della biologia molecolare come «pratica della biochimica senza licenza»
è largamente nota ed è spesso citata. Questo testo apparve insieme con altri
saggi nel 1963 nella raccolta Essays on Nucleic Acids.3 Sarò sempre riconoscente alla casa editrice
Elsevier di Amsterdam per essersi cimentata in un compito così anticonformista,
che richiedeva di certo un po’ di coraggio. Il dogma dell’infallibilità delle
scienze è tanto potente e così generalmente accettato, che non c’è stato
nemmeno bisogno di prevedere processi di scomunica, usuali in chiese più
deboli. E forse proprio per questo motivo mi è stato risparmiato il destino
degli eretici di un tempo. Comunque, il rifiuto di concedere fondi per la
ricerca è pur sempre una forma piuttosto efficace di interdetto, una misura di
rappresaglia, per la quale negli ultimi anni non mi è stata concessa alcuna
dispensa.
Dall’epoca in cui scrissi il dialogo, cioè dal 1961, ho
redatto ancora tre scritti di questo genere; tutta la serie è stata pubblicata
sotto il titolo Voices
in Labyrinth.4 In questo lavoro, come anche in molti saggi e conferenze di carattere
generale, continuo a valutare con occhio critico le scienze così come oggi sono
conformate. Probabilmente molti hanno letto questi saggi e dialoghi soltanto
perché essi contengono poche briciole di informazione scientifica e certamente
ne saranno stati delusi. Questo è comprensibile, in quanto i lavori scientifici
hanno da gran tempo rinunciato alla pretesa di essere qualcosa di più che
agili dispensatori di un sapere provvisorio ma immediatamente disponibile. In
questi testi, però, avevo mirato allo scopo, ben diverso, di elevare a livello
letterario la valutazione critica di problemi scientifici tornerò più avanti su
questo argomento, ma dovrei qui mettere in risalto che si è trattato di una
sorta di comoda schizofrenia che mi ha salvato l’intelligenza. Sotto alcuni
aspetti, la mia posizione assomigliava a quella di un prelato della chiesa
moderna, in cui è lecito fare quasi tutto purché con gusto e cautela.
Ci devono però essere stati anche molti lettori non
delusi da questi scritti e me lo conferma un notevole numero di lettere
sorprendenti. In America, questo strano paese, dove c’è sempre qualcosa di
tutto, e probabilmente qualcosa di più che altrove, ci sono anche molti che,
disgustati dalle grida e dal chiasso della nostra industria della scienza, sono
grati alle timide voci di chi sa ancora riflettere e meditare, specialmente se
esse provengono da una parte da cui si sarebbero aspettati molto di peggio.
Certo, esistono persino i santi, ma di loro non Possiamo saper nulla per
definizione. Poveretti, chissà come devono trovarsi in difficoltà: se la stampa
scandalistica si impadronisse di loro, si vedrebbero costretti a comportarsi
da santi del teleschermo
4. Correre avanti e indietro per
accrescere la conoscenza
Il titolo di questo capitolo deriva dalla Bibbia, nella
bella edizione inglese dell’Authorized Version. In Daniele, 12,4 si legge:
Ma tu, Daniele,
tieni nascoste queste parole, e sigilla il libro sino al tempo della fine;
molti correranno avanti e indietro, e la conoscenza si accrescerà.
Il misterioso versetto di un libro misterioso mi è
sembrato quanto mai adatto a descrivere la brama sconsiderata con cui i
ricercatori del nostro tempo si spostano da un congresso all’altro per attingere
fresco sapere e nuove conoscenze da fonti che certamente non le contengono (è
molto più facile rovinarsi lo stomaco). Mi aspettava però una delusione, quando
rilessi il versetto nella Bibbia di Lutero per trovare il titolo
corrispettivo:
E ora, Daniele,
tieni nascoste queste parole e sigilla il libro sino al tempo della fine; molti
lo consulteranno e allargheranno le loro cognizioni.
L’elemento essenziale, il correre su e giù, non si trova
nella versione di Lutero. Anche la traduzione di Martin Buber, probabilmente
la più fedele al testo, anche se un po’ nibelungica per il mio gusto, non mi è
servita; e così ho mantenuto per questo capitolo il titolo ispirato alla
versione inglese, titolo che meglio si addice a ciò che segue.
Ogni tanto nei tempi passati, il telefono squillava nel
mio accogliente ufficio annesso alla facoltà di medicina, e la mia segretaria,
l’indimenticabile Emmy Bloch, mi comunicava che erano arrivati due signori per
conferire con me, da parte del Federal Bureau of Investigation o della. Central
Intelligence Agency. Dopo qualche volta questa inquietante notizia cessò di
sorprendermi, perché sapevo in anticipo che cosa sarebbe accaduto. Due uomini
serenamente bovini (FBI) o due volponi (CIA) sarebbero entrati sventolando autorizzazioni di ogni genere per chiedermi
con un ghigno ebete o subdolo tutto, ma proprio tutto, su un certo personaggio
che solitamente si faceva chiamare Abdul
Mur Rahman o qualcosa di simile; contemporaneamente, avrebbero tirato fuori
dalla cartella portadocumenti la fotografia di un individuo ultrabarbuto, nel
quale per un’improvvisa illuminazione avrei riconosciuto mio nonno di parte
paterna, che conoscevo soltanto da alcuni ritratti, essendo morto due anni
prima della mia nascita. Ben presto, però, imparai a diffidare di questo
riconoscimento troppo affrettato, perché avevo capito chiaramente che i barbuti
e la maggior parte degli altri volti sembrano tutti uguali. In ogni modo, il
signor Rahman o chi altri mai mi erano completamente estranei e lo dicevo anche
agli sbirri di turno; pronto sempre a collaborare, solitamente chiedevo poi a
quei due se non mi scambiavano per caso con un dr. Chaikoff che lavorava in
California, ed essi, ammettendo che era una cosa possibile, si allontanavano.
Tutto ciò accadde soprattutto in quell’infelice periodo
in cui per iniziativa del senatore Joseph R. McCarthy cominciò a imporsi la
pretesa che il primo dovere di un cittadino fosse quello di denunciare i suoi
concittadini. Non tutte le indagini avevano per oggetto individui sospetti che
minacciavano il «mondo libero»; spesso i detective andavano in cerca soltanto di una specie di certificato
di buona condotta, o qualcosa che attestasse come la persona sotto inchiesta
desse garanzia della più pura democraticità: si scandagliava il passato dei
candidati a posti di lavapiatti in un laboratorio federale o ad analoghe
posizioni-chiave, specialmente le donne delle pulizie che avevano una certa
età erano sospettate di nutrire recondite idee radicaleggianti. Una volta,
però, la visita ebbe un altro scopo.
All’inizio del 1957 fui invitato a un simposio
sull’origine della vita (questo si che era un bel tema per lo scienziato «provvisto
di tutto»): l’incontro, organizzato dall’Accademia delle scienze dell’URSS, doveva aver luogo a Mosca. Pochi giorni dopo aver
ricevuto la lettera che mi invitava in Russia, si presentarono nel mio ufficio
due uomini della CIA; i due
appartenevano senz’altro a una categoria più alta della solita e, se non erano
aquile, erano almeno del genere avvoltoi. Evidentemente avevano letto la
lettera prima di me e vollero sapere se intendevo proprio partecipare al
convegno; risposi che non lo sapevo ancora, perché avevo problemi finanziari. I
due soggiunsero di sperare davvero che io avrei intrapreso il viaggio e tenuto
gli occhi bene aperti. Tenere gli occhi aperti? Sin dal tempo in cui era stata
affidata al buon soldato Schwejk la direzione dello stato maggiore unificato,
non era stata fatta una scelta più opportuna. Manifestai la mia sorpresa, ed
essi offrirono addirittura di pagarmi il viaggio; respinsi l’offerta e i due se
ne andarono. Mi rimase l’amaro in bocca. L’indifferenza con cui affrontai
l’intera situazione doveva avere impressionato sfavorevolmente i due sgherri:
certo non potevano sapere che avevo sempre evitato qualsiasi film di agenti
segreti e che per il luppolo del cinema e il malto della televisione erano del
tutto sprecati.
Naturalmente la cosa non fini qui. L’accolita di spie da
quattro soldi lanciò un’altra bolla, questa volta nei panni di una signora, ma
non propriamente quella che si direbbe una femme fatale. Terminati i
preparativi per il mio viaggio, mi si presentò improvvisamente un tipo materno
(dobbiamo chiamarla Mamma Orsa?) che, tutto sommato, aveva l’aspetto di una
madre sottopagata di figli difficili. In questa occasione non mi fu offerto
danaro, tutto procedette in modo pienamente scientifico, anche se si vedeva
chiaramente che la povera donna non sapeva che pesci pigliare. Mamma Orsa mi
pregò di aiutarla a risolvere non facili problemi, che neppure lei era in
grado di compitare per il verso giusto; non era chiaro perché mai fosse venuta
a trovarmi e lasciava trapelare un’aria amabilmente confusa e un distratto
interesse. Nell’atto di andarsene, mi augurò buon viaggio e purtroppo aggiunse
un arrivederci.
Senza dubbio il simposio a Mosca e il successivo viaggio
a Leningrado erano interessanti, ma per me erano in certo qual modo rovinati
dai visitatori, grevi di piede e di sedere, che avevo lasciato alle spalle. «Tenere
gli occhi aperti!» sibilarono gli avvoltoi; «Arrivederci!», sussurrò Mamma
Orsa. Naturalmente volevo tenere gli occhi aperti, perché sono sempre stato uno
spettatore cortese. Insieme con mia moglie avevo cominciato alcuni anni prima
a imparare il russo e, lasciati a noi stessi, non ci sentivamo perduti e avevamo
addirittura la smania di mettere alla prova le nostre nozioni linguistiche; ma
per tutta la vita ero stato un uomo tremendamente riservato, sempre in fuga da
incontri chiassosi, nauseato dalle chiacchiere, persino da quelle patriottiche.
L’unica conseguenza del tentativo idiota di intrupparci fu che vidi meno di ciò
che altrimenti avrei potuto vedere, parlai con un minor numero di persone e
visitai spesso i musei: la mia profonda conoscenza del bel museo dell’Hermitage
a Leningrado (inclusa la mia incapacità di spiegare ai custodi la differenza
tra Manet e Monet, perché le orecchie russe non riescono a distinguere l’una
dall’altra le due vocali) si deve soprattutto a Mamma Orsa. Rinfrescai la mia
conoscenza di parecchi autorevoli biochimici russi, come Vladimir Engelhardt e
Aleksandr Oparin, e incontrai molti colleghi, specialmente dell’Europa orientale,
che non avevo più visto da anni. Mi allietò in modo particolare la compagnia
di Andrej Belozerskij, uno dei più simpatici giardinieri del nostro comune
frutteto; oltre a molte altre cose che ci univano, scoprimmo di avere
esattamente la stessa età.
Quando tornammo a New York dalla nostra lunga estate,
Mamma Orsa fu tra le prime persone che ci vennero a trovare, era ancora più
svagata di prima e se ne andò borbottando: invece di un’astuzia diabolica,
cominciai a diagnosticare in quella donna una blanda forma di squilibrio
mentale. Tuttavia tornò di nuovo e questa volta non avrebbe potuto essere più
chiara: chi le aveva dato l’incarico voleva sapere se i russi erano riusciti a
produrre qualcosa di simile a un homunculus: piccoli esseri ideati in
vista della miniaturizzazione delle loro navi spaziali (in quel periodo gli
sputnik erano al centro di un’esaltazione alimentata artificiosamente). Finalmente
potei dirle la verità, e così Mamma Orsa uscì di scena.
Fra i molti viaggi spiccano chiaramente soltanto quelli
che mi condussero in paesi che sembravano offrire un’alternativa alla società
in cui dovevo trascorrere la mia vita: il Giappone, il Brasile, il Vaticano. In
generale, poche cose sono meno appaganti dei viaggi di lavoro di uno scienziato;
ciò dipende, in parte, dalla divisione della nostra vita in compartimenti
stagni e dall’imperialismo cultuale, mai ammesso, dell’America. Dovunque si
vada si parla il medesimo pidgin, si ritrovano gli stessi cocktail, gli stessi
cibi di difficile digestione, le stesse centrifughe, gli stessi elaboratori di
gradienti, le stesse curve: niente emerge dall’ammasso. Dopo un po’ tutte le
conferenze si confondono in un’unica macchia, tutti gli oratori abborracciano
alla meno peggio i soliti dieci minuti di recitazione da automi, tutti i
problemi vengono sminuzzati e confuiscono in un’unica frase senza senso come «struttura
e funzione». Lo strepito brutale di una macchina insensata che si occupa della
cosiddetta diffusione dell’informazione scientifica soffoca ogni idea, ogni
fantasia. Diogene, con la sua lanterna alla ricerca di un uomo, non sarebbe al
posto giusto in questi consessi.
Ma non è sempre stato così. Per molti secoli, viaggiare
veniva considerato come una delle principali forme di educazione: serviva a
formare l’uomo. Che cosa sarebbero stati Goethe o Stendhal senza l’Italia? Non
avevano bisogno, però, di volare da Hilton a Hilton. Certo, dato che i viaggi
costavano moltissimo, pochi scienziati potevano permetterseli, a meno che essi
non fossero precettori di giovani aristocratici, tenuti a effettuare il loro grand
tour. Lichtenberg sì recò due volte in Inghilterra e sicuramente spese il
suo tempo più nei teatri di Londra che nell’osservatorio di Oxford e imparò
più da Hogarth e da Garrick che dal dottor Priestley, ma, intelligente e acuto
osservatore di un’umanità troppo incline alle tentazioni, imparò soprattutto
dall’osservazione della vita delle strade londinesi. Collezionisti di curiosità
o anche soltanto di fatti inconsueti, i dotti del XVIII secolo erano amatori o dilettanti nel senso originario
dei termini: amavano la natura ed erano pervasi da un onesto e disinteressato
desiderio di conoscere.
Come appartenente a una generazione che sta scomparendo,
ho sempre viaggiato secondo il vecchio stile, sia pure con qualche cedimento.
Ovviamente ho partecipato a molti congressi e tenuto conferenze in molti
luoghi. Questi viaggi mi hanno dato l’opportunità non tanto di approfondire le
scienze quanto di arricchirmi interiormente in un modo non facile da
descrivere. I mirabili e arcani templi e giardini di Kyoto si rispecchiano nel
mio spirito con tratti più vivaci che non l’Istituto delle proteine di Osaka,
il cui aspetto era né più né meno simile a quello di tutti gli altri istituti
del genere. Gli archi dei vecchi ponti, le rosse colonne nel mare, i disegni
dai molti significati dei ciottoli e dei cespugli, le Vedute ufficiali del
monte Fuji numerate secondo il rango, i vulcani ammansiti e i geyser puntuali
nelle loro eruzioni, le recitazioni stilizzate sullo sfondo dipinto di un unico
albero ieratico, le prescritte esaltazioni dell’antico recipiente all’inizio
della cerimonia del tè: tutto ciò - per quanto degradato al livello di esca per
un mondo turisticizzato e attorniato dalla brutalità della vita giapponese di
ogni giorno - mi parlava con una voce millenaria che ascoltavo in rispettoso
silenzio. Mi si mostrava un’alternativa al mondo malato dell’occidente: ed era
un’alternativa per me altrettanto irraggiungibile quanto i templi di Paestum.
Brasile: monumento in rovina del colonialismo neolatino;
un gigante che geme nel suo sonno cocente; l’orrore di São Paulo, una Chicago
più grande senza comodità igieniche, ma con una certa aria molle dovuta alla
sua lingua senza ossa; la bellezza eternamente sfuggevole e malinconica di una
Rio de Janeiro trasognata; e più di ogni altra cosa il nord, Belem immersa
nella sua calura che ottunde, sonnacchiosa nel ronzio tropicale di ventilatori
intermittenti; il barocco demenziale di Recife in mezzo alla disperata, fissa
imperturbabilità dei villaggi indios; una Sinfonia in mais maggiore
è che dire delle visite proustiane ai papi? Ne ho
visti due da vicino, prigionieri delle pieghe irrigidite di un ufficio
impossibile: essere insieme luogotenenti e ragionieri di Dio in Terra,
direttori di una banca teocratica di investimento con una vista obbligata
sull’eternità. La prima volta, a Castel Gandolfo, assistetti a un’allocuzione
del pontefice a un gruppo di ematologhi miscredenti, che con gli scatti delle
loro macchine fotografiche sovrastavano le cadenze armoniose del discorso. Pio XII, nella sua bianca veste, un monumento di manierismo,
scandiva con le sue belle mani dalle dita affusolate, il ritmo di una
spossatezza sublime: il santo più elegante che il mondo abbia mai visto, come
se un Francisco de Zurbarán avesse d’un tratto prodotto un capolavoro di bondieuserie.
Ciò deve essere avvenuto nel 1958. Che atmosfera diversa, tre anni più
tardi, con Giovanni XXIII, il papa gradito a tutto il
mondo, esclusi i prelati. L’opportunità di incontrarlo mi fu offerta da un
piccolo simposio sulle macromolecole biologiche, organizzato dall’Accademia
pontificia delle scienze in coincidenza di una delle sue regolari riunioni. Fu
un piccolo convegno, uno dei più gradevoli a cui abbia partecipato; il tipico
atteggiamento italiano nei confronti delle scienze si manifestò nel suo modo
migliore come se la riunione si fosse tenuta sotto gli auspici di Spallanzani o
Malpighi, Volta o Galvani: assoluta disponibilità e cortesia, senza le durezze
che caratterizzano la nostra epoca. Una lieve, ironica mestizia si effondeva
tra le graziose colonne di un padiglione rinascimentale: il Casino di Pio IV,
eclettico capolavoro di Ligorio, in cui si svolgeva il convegno, nobilitava
anche i contributi più rozzi; ma ancora meglio si stava nel bel cortile ovale,
davanti al colonnato, nella pallida luce solare di una giornata di tardo
autunno. Il sole al di sopra del piccolo edificio, un sole più saggio degli
altri, aveva visto tutto, anche l’immortale Sibilla Cumana, che voleva morire.
Una delle conferenze cominciava con una frase
particolarmente grossolana (il corsivo è mio): «Ciò che è essenziale nel dogma,
che sembra cosi accettabile al nostro tempo, può essere riassunto nel
ben noto diagramma: DNA -> RNA -> proteina». (A me, comunque, non era
parso accettabile, ma io non appartengo al «nostro tempo».) Ricordo ancora
quanto mi sia sembrato comico questo atto di omaggio da un’ortodossia
all’altra, in mezzo al parco del Vaticano, e dissi a non so chi: «Alcuni filioque
in più o in meno non fanno differenza». In effetti questo dogma, sul quale
si trovano d’accordo sia liberi pensatori sia persone credenti, ha dato pessima
prova di sé: solo pochi anni più tardi si moltiplicavano gli stessi rigattieri
con dogma opposto.
Alla fine del convegno Giovanni XXIII avrebbe dovuto dare udienza agli ospiti, ma si ammalò e
il ricevimento fu disdetto. Tre giorni più tardi, stando meglio, fece invitare
i partecipanti al convegno ancora presenti a Roma. I castori più zelanti erano
già tornati in tutta fretta ai loro argini e alle loro costruzioni, così il
gruppo che si raccolse nel Palazzo del Vaticano fu molto esiguo: alcuni membri
dell’accademia e qualcuno di noi meno abbiente. Bastò una saletta con sei-otto
file di posti, i membri dell’accademia erano in frack: Otto Hahn, già
ottantaduenne e di salute molto cagionevole; Leopold Ruzicka, che si
inginocchiò baciando l’anello al papa e alcuni altri. Quanto a me, ero seduto
in terza fila e potevo vedere tutto da vicino. L’uomo tarchiato, in là con gli
anni, con un volto insolitamente bonario e occhi un po’ buffi di contadino, non
era un attore. Sistemando con disinvoltura il bianco zucchetto che spesso gli
scivolava da una parte, il papa parlava correntemente in francese con un forte
accento italiano. Non intendeva, ci disse, tenere un discorso preparato, ma
preferiva richiamarsi ai suoi primi giorni di liceo, quando studiava le scienze
naturali, ed ebbe particolari parole di lode per quello che egli definì «il
nobile sistema periodico degli elementi». C’è chi deride ciò che i vecchi
raccontano, altri li ascoltano volentieri tornare agli anni lontani della giovinezza,
levigando per un troppo breve attimo le rughe del tempo e del declino. Io sono
di questa specie e la voce del vecchio papa che ci raccontava del tempo quando
era bambino e ragazzo non mi è ancora uscita dalle orecchie.
5. La scienza come professione
Il cliometrico [Il termine cliometrician designa una specialità del tutto nuova
che ha fatto un po’ di chiasso negli Stati Uniti. Il cliometrician è una sorta di storico molecolare, uno
specialista che si dedica alla misurazione scientifica di fatti storici
secondari. Il suo nome dovrebbe probabilmente significare che egli è in grado
di misurare la camicetta alla musa della storia con la stessa maestria con cui
il «geometra» misura la Terra.] (che professione!) che fosse diventato famoso per aver
contato, con l’ausilio di un modello computerizzato, il numero di pulci sulla
schiena di un cane appartenuto a un presidente americano di secondo rango,
avrebbe tutte le buone ragioni di aspettarsi che io conosca il suo nome. E
mentre io lo conoscerò davvero (che vergogna!), lui non avrà mai sentito il
mio. E perché mai dovrebbe conoscerlo? La scienza è un’occupazione occulta,
privata ed ermetica. Chi si sprofonda in essa dimentica che esiste un mondo
esterno; chi osserva le cose dal di fuori non può capirla facilmente, e persino
la maggior parte di quelli che la praticano non potrebbe dire che cosa essa sia
effettivamente.
La scienza come professione? Quando ero giovane, la
scienza, intesa come professione, quasi non esisteva. Tra le scienze pure,
soltanto la chimica offriva discrete speranze di trovare un impiego, come ho
già raccontato in questo libro, ma anche questa opportunità esisteva
soprattutto in settori che riguardavano la chimica applicata, cioè
nell’industria o nell’amministrazione. Quando penso ai miei compagni di
università, mi vengono in mente soltanto tre o quattro nomi di giovani che
intendevano (così si sarebbe potuto dire) dedicarsi a una carriera scientifica.
I numerosi laureati della f acoltà di medicina potevano forse ritenersi
scienziati, ma nessuno avrebbe dato loro ragione. Se si esclude la chimica, la
richiesta di scienziati muniti di preparazione universitaria era molto bassa:
solo pochi erano utilizzati per mantenere il numero indispensabile di istituti
superiori di zoologia, botanica, geologia, fisica o astronomia. Naturalmente
il numero di quelli che studiavano queste discipline era esiguo, e molti di
essi speravano di trovare una sistemazione nelle scuole medie, come avveniva
del resto per gli studenti di materie umanistiche.
La prima guerra mondiale e i rivolgimenti economici e
politici che ne seguirono diedero la prima scossa a questa situazione
abbastanza omeostatica, non certo brillante. Ciò si avvertì più nei paesi
sconfitti che presso gli alleati vittoriosi. Le ragioni erano molte e alcune
del tutto evidenti, ma penso che non si sia dato sufficiente rilievo al fatto
che proprio la Germania, più di ogni altro paese, aveva cominciato già prima
del 1914 a fare delle scienze un’occupazione di massa. L’idea della scienza
come professione, il concetto di ricerca scientifica condotta da un gran
numero di persone e spesso in gruppo sorsero, a mio avviso, nell’impero
tedesco, che solo con grande ritardo era entrato nel novero delle potenze
imperialistiche. Non c’era più un’India da conquistare, tutte le colonie più
redditizie erano ormai diventate preda di un’antica sete di possesso: al Reich
tedesco restava soltanto di volgere contro la natura il suo zelo
imperialistico. I Kaiser-Wilhelm-Institute avrebbero ottenuto ciò che era stato
negato al kaiser Guglielmo.
Nella seconda metà del secolo XIX e all’inizio del XX,
gli altri paesi di primo piano in campo scientifico - specialmente l’Inghilterra,
ma anche la Francia - avevano prodotto scienziati di grande spicco, ma la
ricerca di base era lasciata in sostanza al singolo studioso. L’Inghilterra si
era particolarmente distinta per una serie di dilettanti della scienza, che
senza aiuti finanziari, ma anche senza le limitazioni imposte da burocrazia e
regolamenti, avevano fatto scoperte importanti, destinate a incidere sullo
sviluppo della ricerca non solo per quanto riguarda la fisica e la geologia, ma
anche nel campo della chimica e della biologia. Si può dire che da questi
grossi personaggi non si sprigionava alcun aroma di professionismo; persino il
termine «specialista» li avrebbe stupiti. In confronto con loro, addirittura
Liebig e Wöhler si possono annoverare tra i primi esempi di una
specializzazione piuttosto accanita, come risulta dal loro interessante
epistolario. E se si studiano situazioni posteriori, come si può paragonare un
Perkin con un Emil Fischer?
Dopo il crollo degli imperi centrali nel 1918, la
Germania e quanto restava dell’Austria continuavano a essere dotate di un
apparato per la creazione di laureati, e specialmente di scienziati, ormai
troppo grande rispetto alle loro necessità. Ne derivò, meno in Austria, che in
Germania, la produzione in massa di un proletariato intellettuale munito di
laurea, che, pretendendo di occupare una posizione sociale ormai perduta,
rimaneva condannato a una disoccupazione chiusa nel proprio astio, tormentata e
malevola. Questo mucchio di mercenari insoddisfatti fu un elemento importante nel
finale imbestialimento fascista della Germania. Non è escluso che gli inizi di
un simile sviluppo si avvertano oggi anche negli Stati Uniti, ma in questo
paese, data la collocazione sociale molto più modesta e la scarsa influenza dei
laureati, i risultati non saranno necessariamente gli stessi dell’Europa
centrale.
La scienza, in quanto professione che richiede la
collaborazione della testa ed è quindi un lavoro intellettuale, ha sempre
dimostrato caratteristiche anomale: c’è, per esempio, qualcosa di assurdo nel
ricevere un salario fisso per le attività di pensiero e di ricerca. Diverso è
naturalmente il caso dello scienziato docente, perché in tutti i paesi fino a
poco tempo fa si considerava l’insegnamento un’attività socialmente necessaria
e utile; ma, tutto sommato, la ricerca scientifica in quanto prestazione
intellettuale è forse l’unica occupazione di questo tipo regolarmente pagata
nei nostri paesi. Si obietterà che ciò non è vero e che tutti gli studiosi
(matematici, filosofi, storici ecc.) si trovano nelle stesse condizioni, ma io
penso che in questo caso, come in molti altri, la quantità ha prodotto una
nuova qualità e che, per quanto riguarda gli scienziati in America, il rapporto
fra «insegnamento» e «ricerca» è talmente spostato a favore di quest’ultima,
che la loro professione è paragonabile con quella di un pittore, di uno
scrittore o di un compositore piuttosto che con quella di un docente. Se gli
scienziati fossero costretti a vivere con la vendita dei loro prodotti come
fanno gli artisti, le nostre scienze tornerebbero a uno stato molto più felice
di equilibrio, ma ci sarebbe qualcuno disposto a comperare i frutti della loro
mente?
Naturalmente nessuno lo farebbe, ma la mia grottesca
proposta mette in risalto una delle particolari stranezze della professione
scientifica: chi non ne fa parte la considera con timore o repulsione, anche se
ha la sensazione che essa sia un’attività indispensabile, e se chiederemo
perché mai le scienze sono necessarie, avremo risposte che attestano una
deprecabile, per quanto diffusa, incapacità di distinguere fra scienza e
tecnica. Diranno, per esempio, che le scienze servono alla formazione di medici
o ingegneri, ma, se si dovesse ricorrere alla scienza unicamente per la
formazione di queste specialità molto probabilmente utili, solo una piccola
parte del numero enorme di scienziati maturati in questi ultimi trent’anni
sarebbe utile al mondo.
Gli uomini non hanno ancora imparato che in certi casi è
necessario metter Prometeo a metà razione. Se uno mi chiedesse se è più urgente
aiutare la povera gente ad avere una miglior cura dei loro denti oppure mettere
le mani su un frammento del suolo di Marte, risponderei senza esitare in un
modo che deluderebbe tutti i ciarlatani della libertà di ricerca.
A mio avviso, il paradosso per cui troppe buone risorse
possono essere devolute a scopi di morte è divenuto evidente solo dopo che gli
Stati Uniti ebbero deciso di calcare la scena della ricerca scientifica nel
loro stile notoriamente grandioso (anche se non credo che ci sia mai stata una
decisione cosciente). Se la tendenza tipicamente nazionale alla magniloquenza e
l’elefantiasi di pretese e di aspettative vengono sostenute da mezzi che per un
certo periodo sono parsi inesauribili, c’è da aspettarsi grandi sciagure.
Finché gli scienziati costituivano soltanto un’esigua minoranza della popolazione
colta, non si chiedeva loro quali intenzioni e quali scopi avessero, come non
lo si chiederebbe a un linguista o a uno studioso di logica. In una società
sviluppata e a maglie larghe ci sono sempre state brecce sufficienti attraverso
le quali si può scomparire: non si ponevano domande ed era facile celare
l’insuccesso o il tipo di prestazione. Ora però il tenue scudo di una tiepida e
comoda invisibilità ha perduto la sua capacità protettiva.
Spesso mi sono chiesto come al giorno d’oggi si scelgono
le professioni scientifiche. Nella prima parte di questo libro ho cercato di
descrivere la disinvoltura della mia scelta: posso essere, stato un asino, ma
non certo del genere di Buridano, perché non ebbi mai un’a1ternativa: se
c’erano due fastelli di fieno, c’erano duecento concorrenti. E nemmeno credo
che qualcuno dei miei colleghi o coetanei abbia avuto indicazioni più chiare e
intendesse spendere i talenti loro concessi da Dio nell’importazione di caffè,
nella produzione di vetro o nella speculazione in borsa. Se come si dice, Il
carattere di un uomo è il suo destino, nella mia generazione questo ruolo è
toccato alla mancanza di carattere. L’azzardo con cui navigavo attorno a
decisioni angosciose fece si che io non sia mai diventato un autentico
specialista ma soltanto uno strano commensale di molti strani banchetti, dove
si bevevano vini di vario colore e dello stesso sapore. Se però considero la
scena del giorno d’oggi, noto come essa sia mutata in modo sinistro. Si dà
ormai per scontato che ognuno sia preso dall’ossessione della propria
specialità ridicolmente angusta: l’ortopedico vive soltanto di ortopedia, il
sociobiologo deve vivere e morire come tale. Notte e giorno, per quaranta o
cinquant’anni, nella veglia e nel sonno, tutto ciò che si fa, tutto quello che
si legge, tutto quel che si pensa, tutto ciò di cui si parla, viene, che so,
dedicato alla genetica di popolazioni o ai sistemi autoimmunitari. Così è
prescritto, così si vive, così si muore e anche le pietre sepolcrali, quando
esistono, ricorderanno, come si conviene, le conoscenze specifiche
dell’estinto. Verace, singolare sarà la schiera che si raccoglierà nella valle
di Giosafat!
Ho probabilmente assistito alla nascita di un numero di
specializzazioni scientifiche più grande di quello che complessivamente
esisteva quando mi avventurai nella scienza. Anche il sacerdozio presso gli
antichi egizi era, come è probabile, un’attività con molte specializzazioni, ma
non so se soltanto alcuni sacerdoti erano incaricati di pronunciare le parole
magiche che potevano far passare il dolore di un dato premolare e se, per
questo scopo, erano diplomati in scongiuri. Oggi sarebbe certamente indispensabile.
Una persona o due decidono, per esempio, di studiare un qualsiasi coleottero di
una specie non comune; non importa se lo fanno perché quell’animaletto è una
calamità o una delizia zoologica, ma se scoprono qualcosa di interessante dal
punto di vista scientifico, ne salteranno fuori subito altri dieci, o anche di
più, per seguire il loro esempio. Quando poi saranno in cento a studiare il
raro coleottero, si formerà una società e si pubblicherà un periodico; una
società scientifica genera una professione e una professione, se mai ce n’è
una, non può estinguersi: spetta alla gente mantenerla in vita e, se la gente
ne sarà convinta, ben presto ci saranno mille membri della società che si
dedicheranno allo studio di quell’eccezionale insetto. è evidente che a questo punto il coleottero non ha più il
permesso di estinguersi: che cosa si metterebbero a fare tutti questi
specialisti che forse sono diventati più numerosi dei coleotteri delle specie
più strane? Ora prende corpo una fondazione i cui soci onorari (banchieri
influenti, dame della società) ignorano - né si preoccupano di saperlo - se
devono collaborare allo sterminio o alla tutela dei coleotteri: essi sanno una
cosa soltanto, che devono sostenere quelli che studiano il coleottero, e per
tale scopo si svolgerà forse anche uno speciale ballo del coleottero. Ma che
cosa succede se, nonostante tutto, l’animaletto muore? Quando corse voce che la
paralisi infantile era ormai un ricordo del passato, la National Infantile
Paralysis Foundation sfuggì al peggio ribattezzandosi National Foundation ed
escludendo così dal nome il suo scopo originario, ma rimase pur sempre
un’attività di beneficenza. Per l’American Cancer Society la cosa non sarà
forse altrettanto facile.
Quando penso al modo singolare con cui attualmente gli
interessi scientifici diventano diritti riconosciuti, mi chiedo se la vera
spinta a questo cambiamento non derivi dalla semplice, antica e ardente
aspirazione dell’umanità a una vita tranquilla e gradevole. Del resto, anche in
epoche remote ci saranno sempre alcuni che, naturalmente per una piccola
ricompensa, erano pronti a spiegare la natura del sole ai loro consimili
neandertaliani, che sfacchinavano con onesto sudore.
Spesso ho parlato di queste cose per lo più con i
giovani e naturalmente non con i miei colleghi, perché ha poco senso lamentarsi
della lebbra con i lebbrosi. Da alcuni di questi discorsi sono derivate
comunicazioni scientifiche che hanno guadagnato in forbitezza quanto perdevano
di spontaneità. L’esempio di una di queste allocuzioni, senza miglioramenti né
modifiche, susciterà forse qualche interesse: nel capitolo seguente riprodurrò
allo stato grezzo una conferenza che tenni il 14 agosto 1975 agli studenti
dell’università del Wisconsin.
6 Sul grande dilemma delle scienze della vita
Non sono sicuro che la parola «dilemma» possa designare
adeguatamente le difficoltà in cui si trovano le scienze biologiche. Queste
difficoltà riguardano, a mio avviso, tutto il mondo, ma certamente si sono
aggravate, perché purtroppo (se si considerano le cose nella loro giusta luce)
le scienze sono diventate per lo più scienze americane. Permettetemi di dire in
poche parole che cosa intendo con queste parole. Per quelli tra voi che hanno
deciso di dedicare la propria vita alla scienza, alla ricerca scientifica, è
importante scoprire dove vanno a impelagarsi e vedere se la professione da loro
scelta sia veramente quella che essi credono di scegliere. La definizione «scienze
della vita», così come viene comunemente usata, è soltanto una denominazione
più elegante per biologia, ma include anche le diverse scienze ausiliarie,
quali la biochimica, la biofisica e così via. Ci sono anche talune persone con
idee poco chiare, le quali credono che quanto ora si chiama «biologia
molecolare» comprenda tutte le scienze della vita, ma questo è giusto soltanto
da un punto di vista superficiale, cioè nel senso che tutto quello che possiamo
vedere nel nostro mondo è costituito in qualche modo di molecole. E questo è
tutto? Possiamo descrivere la musica dicendo che gli strumenti sono di legno,
di ottone eccetera e lasciando da parte i suoni? Chi non concorderà con me che
la musica è qualcosa di più? Nel cervello del compositore, e persino della
maggior parte degli esecutori, esiste una musica affatto priva di ottoni e di
legni. Uno potrebbe, però, giustamente ribattere che anche il nostro cervello è
fatto di molecole, ma io risponderei nel mio modo svagato: «I1 nostro cervello
è formato veramente solo da esse?». E così. saremmo trascinati nella sciocca
polemica che contrappone i riduzionisti ai non riduzionisti. Questo certame
viene sostenuto da quasi 2500 anni e non è ancora concluso. La condizione umana
sembra essere tale che ci si trova d’accordo soltanto nelle cose più banali.
Probabilmente tutti i gatti hanno la stessa opinione sui topi, ma dubito
persino di questo.
Il dilemma del mio titolo, cioè la decisione fra
alternative che all’uno o all’altro sembrano estremamente insulse, sta nel
fatto che la biologa dovrà decidere se ridimensionarsi e riuscire a ritrovare una
misura umana nella ricerca e nel fabbisogno di danaro, oppure se persistere
nell’attuale tendenza e quindi assumere una dimensione tecnica enorme,
diventare sempre costosa e ingombrante, sempre più estranea alla gente che deve
sostenere le spese e vivere sempre più di promesse grandiose e impossibili da
mantenere.
Proprio per tutti questi motivi ho usato l’espressione «misura
umana». Ciò presuppone che al mondo esiste una giusta grandezza per ogni cosa,
che c’è una misura che non è lecito superare. Nessuno lo sapeva meglio dei
greci con il loro celebre μηδεν
αγαν («di nulla troppo» o «tutto con misura»).
Abbiamo perso totalmente questo senso per la misura, la riservatezza, la
coscienza dei nostri limiti, e tuttavia l’uomo è forte soltanto se è cosciente della
propria debolezza, altrimenti le aquile del cielo divoreranno il suo fegato,
come è avvenuto, a suo tempo, per Prometeo. Ora non esistono più aquile
celesti, non ci sono più Prometei, al loro posto c’è il cancro, la principale
malattia delle civiltà sviluppate.
Gli scienziati di professione dispongono necessariamente
di una visuale limitata e non dovrebbe essere loro consentito di proseguire
liberamente per la loro strada senza curarsi dei comuni mortali, perché, mentre
i loro occhi non possono staccarsi dalle cose più alte, essi devono pur fare i
conti con la realtà immediata. Ciò non significa che i non scienziati che
governano questo paese siano migliori: sono soltanto diversi. Ho sempre cercato
di non essere uno scienziato di professione, perché non posso tollerare
professionisti professionali, ma nel contesto attuale ciò non ha importanza.
Comunque, per quasi cinquant’anni sono sempre andato ogni mattina in
laboratorio e tornato a casa ogni sera. Questo monotono andirivieni tra
metropolitana, posto di lavoro e riposo non è mai stato meglio descritto di
quanto facevano i parigini ai miei tempi: métro, boulot, métro, dodo (metropolitana,
lavoro, metropolitana, sonno). Ma persino in una vita così limitata e ridotta
come quella di un ricercatore e di un docente non si può fare a meno di
constatare cambiamenti, mutamenti giganteschi, avvenuti nella nostra vita e nel
nostro ambiente quotidiano.
Quando mi guardo attorno, noto che quelli che io solevo
chiamare «esseri umani» sono diventati più rari. Ci fu un tempo, ormai remoto,
in cui Sant’Agostino poteva dire: «Il cuore parla al cuore». Ora, invece, solo
i computer parlano tra loro. Le persone che incontro nalla mia o in altre università sembrano, per la
maggior parte, materiale di scarto proveniente dai sacchi della spazzatura
della IBM: con loro si può parlare
esclusivamente in triplice copia. Schiavi o prigionieri del NIH o del NSF, della Xeròx e della Beckman, [I NHI (Nationai
Institutes of Health) e la NSF (Nationai Science Foundation) sono i principali
finanziatori della ricerca americana; gli altri due nomi rappresentano le ditte
con cui il ricercatore americano è ogni giorno in contatto.] costituiscono veramente la
specie più angusta, più squallida di esperti o specialisti: in sostanza li si
potrebbe definire specialisti molecolari del piede, gente che sa tutto sul
quindicesimo piede del millepiedi. è
difficile credere che questa professione potesse essere un tempo quella di un
Keplero o di un Faraday, di un Mendel o di un Avery.
Viviamo in tempi corrotti. Non occorre dimostrarlo. Non
ho la licenza di spiegare che cosa mai li ha fatti così. Persino i grandi
dottori del nostro tempo mi sembrano ciarlatani, quando li considero nella mia
ottica. è senz’altro possibile
che il mondo sia davvero troppo complicato per gli esseri umani e che non ci
sia alcuno in grado di comprenderlo ancora e meno ancora di riformarlo. Forse
tutti noi abbiamo accumulato troppo piombo nei nostri cervelli.
In ogni modo non c’è da stupirsi se chi si occupa di
scienze - la più fragile, la più vulnerabile di tutte le attività - ha subito
duri colpi e gravi danni proprio nel nostro secolo. In quel che segue, mi
occuperò soprattutto di tre temi: 1) che cosa è la scienza; 2) come viene
esercitata la scienza al giorno d’oggi; 3) quali sono alcuni dei problemi
principali che scaturiscono dalla scienza della vita?
Che cos’è la scienza? Davvero una domanda, questa, di
notevole importanza, sulla quale sono stati scritti poderosi volumi che posso
leggere soltanto con la più grande difficoltà. Darò una risposta semplice: la
scienza è il tentativo di conoscere la verità relativa a quelle parti della
natura che sono esplorabili, perciò la scienza non è un dispositivo pei
esplorare l’inesplorabile: per esempio, non è suo compito discettare sull’esistenza
o sulla non esistenza di Dio o stabilire il peso di un’anima. è deplorevole che le scienze siano
diventate oltremodo arroganti (ciò ebbe inizio al tempo di Darwin, ma la
situazione peggiorerà sempre di più) e che gli scienziati accampino lo speciale
diritto di esprimere la loro opinione in modo chiassoso e spesso terribilmente
stupido su quasi tutti gli argomenti. Tanto per dirne una, la National Academy
of Sciences è in realtà soltanto una camera di commercio scientifica, formata
da uomini di valore molto diverso da un punto di vista qualitativo, e tuttavia
è considerata come un autentico ricettacolo di sapienza. Però se uno passa la
vita a osservare, diciamo, una camera a nebbia, a contare bollicine o a
produrre gradienti di cloruro di cesio, può darsi che egli diventi un
gorgogliatore specialistico o un produttore di gradienti, ma non è probabile
che in questo modo acquisisca molta sapienza. Tali specialisti sono quanto meno
predestinati a diventare scialbi lavoranti che sprecano la loro vita a gareggiare
con dieci altri scialbi lavoranti, loro concorrenti.
Ho appena detto che la scienza è il tentativo di
riconoscere, almeno in parte, la verità della natura, e sussiste ovviamente la
speranza che la verità sia seguita anche dalla comprensione. Orbene, la natura
è troppo vasta perché la mente umana possa abbracciarla e comprenderla nella
sua totalità e perciò deve essere studiata separatamente da molte diverse
discipline, ognuna delle quali purtroppo ha sviluppato un proprio codice. Se le
diverse scienze sono in rapporto tra loro, ciò avviene per mezzo di una specie
di esperanto, cioè la matematica, e la matematica è un linguaggio bello, ma
troppo asciutto. In tutte le altre sfere di interesse le scienze si sono
sviluppate allontanandosi l’una dall’altra; e quando sto a sentire quel che si
dicono i rappresentanti delle diverse discipline, i loro discorsi riguardano
per lo più le automobili e il prezzo della benzina e, qualche volta, anche i
ristoranti cinesi.
Se si domanda a un profano che cos’è la scienza,
probabilmente risponderà che essa consiste nella raccolta razionale e critica
di dati concreti dimostrabili o confutabili; se poi gli si chiede che cosa è un
dato concreto, risponderà che i dati concreti consistono in ciò che gli
scienziati raccolgono. Se a questo punto si ribatte che gli adulti devono
evitare tautologie e che non ha senso intraprendere la quadratura di un circolo
vizioso, egli assumerà quella vuota espressione che ci è familiare nelle
fotografie dei nostri più importanti uomini politici, ma così il colloquio sarà
giunto alla fine. Infatti, mai le scienze sono diventate tanto estranee
all’uomo della strada e mai l’uomo della strada ha nutrito più sfiducia nei
loro riguardi.
Se potessimo abbracciare con un solo sguardo tutte le
scienze, dall’astronomia alla zoologia, noteremmo che alcune possono stare in
rapporto fra loro mediante la matematica, mentre altre non hanno questa
possibilità. Noteremmo inoltre che le scienze differiscono notevolmente l’una
dall’altra per il modo con cui raccolgono i loro dati. La chimica, per esempio,
si basa sulla sperimentazione, da cui non può derogare, e il risultato degli
esperimenti è sempre ripetibile purché le condizioni sperimentali siano
costanti. Un composto organico, del quale sia stata descritta la sintesi, può
sempre essere sintetizzato di nuovo se si segue scrupolosamente il procedimento
enunciato: avrà lo stesso punto di fusione odi ebollizione, lo stesso spettro e
così via. In questo caso ci troviamo di fronte un caso ideale di scienza
esatta. Lo stesso vale per larghe sezioni della fisica. Ma consideriamo
l’astronomia: di certo essa è in sostanza una scienza esatta, ma non una
scienza sperimentale nel senso della fisica e della chimica. Quando Keplero
voleva provare la giustezza dei suoi calcoli, poteva naturalmente ripetere le
misurazioni o addirittura affinarle, ma non aveva a disposizione un altro Sole
o un’altra serie di pianeti. Le medesime limitazioni, o persino limitazioni
ancora maggiori, condizionano, per esempio, la geologia o la paleontologia. Il
successo delle scienze esatte e il fascino che ne derivava erano tuttavia così
grandi, che attualmente altre scienze estranee a tale metodica hanno cominciato
a imitarle, anche se non ne ricavano alcun vantaggio. Se ponderare e misurare
possono essere il pane vitale di una scienza, altre servendosene si
renderebbero ridicole.
Se ci volgiamo alla biologia, troviamo una situazione
singolare. La biologia è la scienza della vita e la vita è qualcosa con cui le
scienze esatte non si trovano davvero a loro agio. Persino le altre scienze,
quelle «non esatte», non sanno in questo caso da dove cominciare. Di
conseguenza, con il termine «biologia», si designa un paesaggio assai
variegato: da un lato, ci sono discipline quali la biochimica e la biofisica,
che cercano di presentarsi come scienze esatte; dall’altro, esistono scienze
che procedono soprattutto in modo descrittivo o addirittura storico. è evidente che chiunque tenti di
studiare a fondo un ciclo metabolico o di introdurre molecole
marcate nel centro di attività di un enzima, ha ben poco a che fare con chi
cerca di studiare, che so, le abitudini di vita dei gabbiani o di ricostruire
per intero il cranio sulla base di una mascella preistorica.
Alla fine della conferenza tornerò su questo problema;
ora vorrei considerare il secondo dei miei tre temi.
Come viene esercitata oggi la scienza? Devo subito
distinguere fra scienza come professione e scienza come espressione di certe
capacità intellettuali. Le due cose non sono necessariamente connesse l’una con
l’altra. Se uno mi dice: «Sono uno scienziato di professione», ciò non
significa senz’altro che egli è uno scienziato. La distinzione che qui propongo
non riguarda affatto il problema del talento individuale: sono sempre esistiti
scienziati più o meno dotati, e alcuni, molto pochi, furono forse dei geni; ma
vorrei mettere in risalto che la scienza, considerata come professione, è una
delle più giovani. Quando iniziai i miei studi, quasi non esisteva ancora. La
chimica era forse l’unica eccezione, ma, se uno si qualificava chimico di
professione, la gente intendeva sicuramente che egli lavorava nell’industria
chimica, probabilmente il solo vasto campo di attività dei laureati in
discipline scientifiche. Non a caso, quando gli istituti scientifici universitari
cominciarono a crescere e a estendersi, l’istituto di chimica era al primo
posto; proprio il laboratorio chimico di Liebig, a Giessen, è stato forse la
prima istituzione moderna di insegnamento e di ricerca attiva in una
università.
Si cominciava una carriera scientifica così come si
faceva, per esempio, nella storia o nella filosofia, tentando, cioè, di
sistemarsi come docente in un istituto superiore o in una scuola media
superiore. I posti erano pochi e quasi nessuno offriva abbastanza da vivere, tranne
la cattedra di professore ordinario, di solito una sola per ogni materia; ne
derivò i1 venerabile adagio studentesco, secondo il quale ci sono soltanto due
vie per arrivare alla carriera universitaria: per anum o per vaginaml.
Bisognava cercare di diventare l’allievo preferito del professore o di sposare
sua figlia. Ovviamente, ciò restringeva la scelta: alcuni professori erano
orripilanti, alcune figlie erano molto brutte. Le studentesse erano in genere
escluse dal giro, ma ce n’erano molto poche.
Giustamente potete concludere che quello era un sistema
sgradevolissimo. Aveva però un pregio: serviva da setaccio che lasciava passare
soltanto i pochi che non potevano fare diversamente. Prescrivendo, per
così dire, il voto di povertà teneva lontano quelli che - per usare
un’espressione ripugnante - non erano «altamente motivati». Si produceva, così,
un numero di buoni scienziati, un poco più piccolo, ma probabilmente molto più
compatto di quello che è possibile con il sistema attuale.
Non vorrei suscitare l’impressione che io mi pronunci a
favore del vecchio sistema, un sistema orribile. D’altra parte, non posso
proprio entusiasmarmi per il modo con cui vanno le cose oggi, perché sono
convinto che con il nostro metodo di organizzare e finanziare la scienza siamo
effettivamente sul punto di affossarla. Non siamo lontani dal distruggere
l’intero progetto della scienza quale si è sviluppato nel corso di diversi
secoli.
Può darsi che le mie parole vi sembrino apocalittiche. è giusto, quindi, che tenti di
esprimermi meglio. Lo farò valendomi dei quattro punti seguenti. Quale parte
hanno avuto le scienze nelle nostre università? Qual è stato l’atteggiamento
delle università verso le scienze? Come si sono comportate le scienze nei
confronti del paese? Quale è stata la risposta del paese? Queste influenze
reciproche riguardano le scienze come professione. Ma ricorderete che ho fatto
una distinzione tra questo aspetto e quello della scienza intesa come prodotto
dello spirito umano: in quest’ordine di idee (cioè come ricerca della verità
sulla natura) le scienze cominciarono come un ramo della filosofia e, per
quanto mi è dato di vedere, questo nesso non si è mai spezzato. La
scienza è un mirabile prodotto del pensiero umano, non meno ammirevole e
sorprendente della musica, della poesia o delle arti figurative. Le generazioni
precedenti lo avevano ben compreso: così, per esempio, io sono membro
dell’American Academy of Arts and Sciences e sino al mio ritiro dall’università
appartenevo alla Graduate Faculty of Arts and Sciences.
Come occupazione intellettuale, come prodotto dello
spirito umano, le scienze della natura non possono essere vincolate a scadenze
temporali. Come non si sarebbe potuto dire a Mozart quante opere egli doveva
scrivere, così non può esistere un piano quinquennale per le scienze. Tutto
viene come viene, tutto va come va. Bisogna aumentare ogni punto di fusione del
10%? Sei leggi di termodinamica sono migliori di tre? Ma quando l’America
decise di impegnarsi nel grande affare delle scienze (e ciò è avvenuto soltanto
negli ultimi trenta o quarant’anni) lo fece in un modo pazzesco: questo paese
ha sempre avuto la tendenza a gonfiare qualsiasi pallone sino a farlo scoppiare
e si è comportato così anche con le scienze.
Ciò che le scienze hanno fatto alle università è
consistito nel gonfiarle e nello sfigurarle, lasciando dietro di sé un
fallimento più grande di prima. Le grandi università private sono giganteschi
gruppi finanziari il cui unico affare consiste nel perdere denaro. Non mancano eccezioni ma in generale le
università sono controllate da imprenditori assetati di potere, uomini con poco
sale in zucca. L’unica e reale funzione di università, cioè quella di aiutare i
giovani a orientarsi accostandoli alla memoria storica dell’umanità, è
soffocata. Il vecchio concetto dell’unità di ricerca e insegnamento - divenuto
un luogo comune a furia di ribadirlo - è oggi frainteso e ridotto a un semplice
espediente didattico, oltremodo costoso e fatto per rincitrullire la gente, in
quanto costringe ogni studente a diventare un ricercatore, banalizzando così il
fine della ricerca scientifica. Si eseguono migliaia di esperimenti insensati e
costosi per convincere i giovani che l’acqua bolle a 100 ºC. Oggi paghiamo il
fio della nostra eccessiva venerazione per il valore del pensiero induttivo.
Ora vengo al mio secondo punto: che cosa hanno fatto le
università alla scienza? Anzitutto sono state spinte a sfruttare senza ritegno
le scienze: facendosi rimborsare i cosiddetti costi le università ricavano ben
più di quello che spendono. Inoltre, hanno degradato le scienze e le hanno
volgarizzate sino al punto di renderle irriconoscibili; e in collaborazione con
l’industria brutale dei mass media le università hanno fatto delle scienze un
astuto mezzo pubblicitario. Se i prodotti di un’educazione di questo tipo sono
spesso ancora buoni, ciò dimostra soltanto l’elasticità di talune giovani
menti. Molti, però, vengono irrimediabilmente danneggiati.
Che cosa ha fatto la scienza al paese? Come si può
vedere, molto bene e molto male. Se la repubblica sognata da Platone fosse
divenuta realtà, cioè una dittatura dei più saggi filosofi, le scienze non
avrebbero probabilmente potuto fare molto male allo stato (in ogni modo vorrei
dire, per inciso, che questo ideale platonico non mi ha mai strappato grida di
giubilo, perché temo che persino il più saggio dei filosofi, quando abbia
ceduto alla lusinga di di essere un uomo di stato, diventerebbe necessariamente
come tutti costoro: un asino o un criminale). E quanti uomini saggi
incontrerete nella vostra vita che mi auguro lunga? Se penso ai nostri uomini
politici, mi sovvengono le parole immortali del duca di Wellington a proposito
dei suoi generali: «Può darsi che non facciano paura al nemico ma, per Dio,
fanno paura a me!». L’uso sconsiderato o quasi automatico delle scienze come
seme vivificatore della tecnica ha generato una terribile confusione morale. La
fama secondo cui la scienza diventa sempre di più l’unica medicina per sanare
il male che le scienze hanno causato ha perduto, a mio giudizio, ogni forza di
convinzione. Non saranno le oche a salvare i1 Campidoglio, neppure quelle
munite di dottorato di ricerca.
Che cosa ha fatto il paese alla scienza? In effetti, ho
già risposto a questa domanda. Chi ha speso la propria vita nella ricerca, passando
ogni giorno in laboratorio e sempre in mezzo ai colleghi, fa fatica a
immaginare che in questo paese ci siano altre persone al di fuori dei
ricercatori, benché, secondo un’ottimistica previsione formulata qualche anno
fa, gli Stati Uniti avranno tra meno di cento anni più scienziati che gente
comune. Allora ogni americano sarà uno scienziato in sedicesimo. Intanto, però,
come ho già detta, notiamo. che una grossa parte della popolazione diffida
tremendamente delle scienze e spesso le avversa; e la pioggia della sfiducia
cade senza distinzione sui colpevoli e sui giusti. Non intendo immischiarmi in
noiose discussioni su inquinamento, DDT e tutto il resto, né voglio compiacermi
in riflessioni del tipo: era necessario - come è avvenuto di recente - sterminare
con il Tergitol dieci milioni di merli? Gli uccelli avevano probabilmente nei
confronti di Dio e della natura non meno diritto di esistere di quanto ne aveva
il professore di Harvard, che con il suo innocente passatempo, il napalm, ha
provocato tante sciagure chimiche.
La nostra scienza dipende ormai a tal punto dal sostegno
pubblico che nessuno sembra più in grado di dedicarsi alla ricerca senza una
benevole offerta, e quando le loro richieste di danaro sono respinte, persino i
più giovani ed energici assistant professors smettono di eseguire
qualsiasi lavoro e trascorrono il resto delle loro squallide giornate scrivendo
nuove richieste, sempre più lunghe, come le facce dei supplici. Il continuo
chiudersi e aprirsi dei rubinetti del danaro genera nelle vittime riflessi
condizionati e una generale nevrosi, che con il passare del tempo causerà per
forza danni irreparabili alla scienza. Sarebbe stato molto meglio per la
scienza se non fosse divenuta tanto ricca prima di diventare così povera,
perché nel frattempo molti giovani sono stati indotti a intraprendere una
carriera che probabilmente resterà irrealizzata.
Ora tratterò il mio ultimo punto: quali sono i problemi
specifici che le scienze della vita devono affrontare? Parlando di biologia,
lascio da parte le scienze applicate, come l’agronomia o la medicina. Per
questo motivo non sentirete da me alcuna parola su argomenti quali i problemi
etici inerenti il trapianto di organi e altre cose simili, anche se molte
sarebbero le cose da dire.
I particolari problemi che ho in mente sono di indole
generale - potrei chiamarli problemi filosofici - e anche di tipo specifico.
Cominciamo con l’osservare che nessun’altra scienza è così sconfinata, così
aperta come la biologia; nessun’altra scienza si riferisce persino con il suo
nome a un oggetto che non sa definire; in nessun’altra disciplina il divario
tra ciò che si dovrebbe comprendere e ciò che è possibile comprendere è tanto
grande. Persino la costellazione di «metodi» e le relative applicazioni portano
a risultati affatto diversi, se si confronta, per esempio, la chimica con la
zoologia. Ci sono senz’altro metodi e procedimenti per determinare il contenuto
in ferro di un dato minerale, ma non esiste un metodo per scrutare a fondo la
vita, anche se si pretende che ci siano artifici e scorciatoie in grado di
arrivare a tanto. Ma proprio il grande numero e la varietà dei metodi (oltre
alla rigidità del concetto di ciò che è possibile ottenere) hanno determinato
una tale frammentazione da rendere impossibile una visione unitaria della
natura vivente, anche se nell’antichità Aristotele ha forse creduto di non
essere lontano da questa meta. La straordinaria ricchezza di informazioni che
ci ha assalito con inattesa rapidità ha portato più confusione che lumi.
Ciò sta in rapporto diretto con la perdita di
proporzioni umane nelle scienze, della quale ho già parlato. La scienza -
almeno dal mio punto di vista - è un’attività dell’intelletto, qualcosa che si
fa più con la mente che con le mani. Il cervello dell’uomo ha un’ enorme
capacità di immagazzinare dati e conoscenze e di servirsene al momento
opportuno, ma, a mio avviso, neppure questa capacità è illimitata. Per dirla
con parole semplici: quanti più numeri telefonici devo imparare a memoria,
tanto minore è la probabilità che io possa mandare contemporaneamente a memoria
il Paradiso Perduto. Potreste naturalmente ribattere che non ho alcuna
necessità di imparare a memoria tutto Milton, perché esiste già un librò sul
cui dorso è stampato «Milton», un libro che posso consultare in ogni momento:
giusto, ma la scienza, quando è creativa, non funziona così, poiché abbiamo
bisogno di un minimo di informazione immediatamente disponibile, senza la quale
conclusioni analogiche per non parlare di idee originali, sono impossibili. E
questo minimo è cresciuto ad una velocità davvero spaventosa, mentre nel
medesimo tempo siamo sempre più bombardati da numeri telefonici e da simili
comunicazioni banali, e il nostro povero cervello non riescie più a distinguere
fra ciò di cui ha bisogno e ciò che è inutile. Così abbiamo raggiunto uno
stadio cui bene si addice ciò che ebbi a direi in un altro contesto: «Quanto
più sappiamo, tanto meno sappiamo».
Non è poi per me un motivo di consolazione sentirmi dire
che ci sarà sempre un computer in grado di aiutarmi. Senza tener conto della
probabilità che non sempre ci sarà un computer, perché andiamo verso tempi
incerti e oscuri, questo bello strumento sarebbe per me del tutto inutile: il
migliore amico dell’idiota è lui stesso idiota. Quel che occorre allo
scienziato è una memoria selettiva non automatica e ancor più ha bisogno di ciò
che vorrei definire spazi vuoti fra i ricordi, poiché egli lavora come in un
sogno della ragione. Grandi idee scientifiche hanno spesso un lato fantastico e
non induttivo. Perciò più di qualsiasi altra cosa allo scienziato serve la
capacità di salvaguardare questi spazi vuoti, sia dentro di sé sia fuori di sé.
Ma la nostra struttura di insegnamento è interamente indirizzata contro
questa esigenza: perché noi stessi siamo stati defraudati di tale collegamento
con il punto centrale della scienza, rimpinziamo i nostri studenti delle ultime novità: anime perdute che
insegnano ai giovani a perdere la propria.
Io stesso comprendo chiaramente che ho cominciato a far
risuonare la mia parola come un profeta minore apocrifo e, tuttavia, forse non
è sconveniente che io continui ancora per un poco in questa direzione, prima di
tornare sulla terra ferma. L’argomento di cui volevo parlare con voi riguarda
l’«utilità» di attività umane come la ricerca scientifica. è un tema molto delicato, specialmente
se lo si tratta con autentici pragmatici, come dicono che siano gli americani.
Ovviamente esiste un numero limitato (non molto grande)
di attività umane fondamentali, che possano essere considerate indispensabili
per sopravvivere, come, per esempio, coltivare, costruire, tessere; la
produzione di alimenti, di alloggi e di vestiti sono di quelle. La maggior
parte degli uomini - non tutti - probabilmente annovererebbe anche
l’insegnamento fra le attività di importanza vitale e, per conseguenza, utili.
Ci sono poi altre attività che in effetti sono inutili, ma per le particolari
condizioni sociali ed economiche in cui sono praticate rivendicano il diritto
di essere utili: per esempio, il settore legale o bancario, il mondo della
pubblicità o il giornalismo. Non sono sicuro dove collocherei la medicina: in
una certa misura essa è probabilmente utile o persino indispensabile, ma per lo
più è un vero pasticciaccio. Quando sento le esortazioni a produrre più medici,
rabbrividisco e mi domando: la gente sarà in grado di produrre abbastanza
ammalati per garantire a tutti questi dottori il livello di vita a cui, per
motivi sconosciuti, essi credono di avere diritto? Ma niente paura, uno dei
miei vecchi proverbi casalinghi dice: «Medici creano ammalati». Sono convinto
che questa antica regola è ancora valida.
Ora, però, devo fare una confessione: tutto questo
discorso sull’utilità e sull’inutilità non mi preoccupa proprio, sono categorie
in cui non voglio per niente impegolarmi. Se si ragiona in termini rigorosi di
computo dei costi, alcune delle più belle professioni del mondo sono
assolutamente inutili, eppure sono sempre state con noi sin dall’epoca più
antica. Penso all’arte in tutte le sue forme: che cosa saremmo senza di essa?
Alcuni di voi avranno già capito dove voglio mirare. Per
i miei occhi indifesi e forse anche inesperti, le scienze non si
distinguono essenzialmente dalle arti. Come avrei voluto che esse fossero
rimaste altrettanto «inutili!»! Permettetemi una breve citazione da un mio
scritto pubblicato di recente.
L’induzione
scientifica è in effetti la risultante di un parallelogramma di forze razionali
e irrazionali. Pertanto la scienza sotto molti aspetti non è scienza: è arte.
Direi che associazioni imprevedibili e il libero gioco
della fantasia sono nella scienza, cioè nella vera scienza, non meno importanti
di quanto lo siano nella poesia.
Ci sono, però, due differenze non trascurabili. Una è
che le arti si creano la propria verità, mentre delle scienze si dice che
svelino la verità celata nella natura. Se risulta che l’affermazione di avere
scoperto qualcosa è inventata, si parla di imbroglio, e il ricercatore
smascherato resta screditato, di solito, per tutta la vita, poiché lo scienziato
deve apparire come una vestale, anche se ha la faccia ornata di una barba alla
cappuccina. Errare è umano, ma le nostre scienze non sono umane e non conoscono
grazia. Certo, la loro verità cambia ogni trent’anni, ma mentre domina è un
autocrate superzelante. Anche nell’arte c’è qualcosa che potremmo chiamare
inganno, ma è una cosa del tutto diversa e non ho tempo da dedicarle. La
seconda differenza consiste nel modo con cui le diverse professioni vengono
sostenute o, se preferite, finanziate, e ciò mi riporta a terra con un tonfo
fragoroso.
Vorrei dire che la nostra epoca è caratterizzata da un
estremo disaccordo, quando si tratta di dare un appoggio alla ricerca
scientifica. «Disaccordo» non è forse la parola giusta, dovrei parlare di
«accordo zero», perché di fronte alle scienze la gente ha la sensazione di
essere completamente perduta, non sa se si debba appoggiarle, in quale modo e
che cosa convenga sostenere. Ecco perché oggi siamo nei guai. Quanto meno un
popolo è disposto a dare, tanto più numerose devono essere le promesse. Un
metodo veloce per allungare la vita? La libertà da tutte le malattie, una cura
del cancro, ben presto forse l’eliminazione della morte - e che altro? Una
volta, invece, nessuna cantante doveva promettermi di fare di me un uomo
migliore soltanto se stavo a sentire i suoi trilli.
Ciò deriva - ora qualcuno potrebbe forse ribattere - dal
fatto che le scienze non procurano molta gioia, se non a quelli che partecipano
direttamente alla ricerca; può darsi che abbia ragione. E questo mi riporta al
«dilemma» del mio titolo. O dovrete accontentarvi di sgobbare in gigantesche
fabbriche laboratorio, per distillare l’elisir di lunga vita per l’imprenditore
che vi ha assunto e lasciargli il compito di rivenderlo ad altri imprenditori,
oppure la nostra scienza diventerà necessariamente di nuovo qualcosa di
circoscritto: un’attività svolta da un minor numero di persone, scelte e
animate da grande dedizione. Sopra la porta del laboratorio figura questa
scritta: «Non c’è fretta, non c’è mai fretta!».
7. La scienza come ossessione
La
scienza ci ha insegnato che l’uomo è
un animale; un’opinione che spesso adduce chi cerca una giustificazione per la
propria bestialità. Io, però, non ho mai potuto abituarmi a un’idea del genere.
Quando da bambino mi portavano allo zoo, la Menagerie nel castello di
Schönbrunn, e mi mostravano, come è ovvio, il mio parente prossimo, la scimmia,
io la guardavo sgomento, anzi addirittura inorridito. Essa mi ricordava
minacciosamente le orribili figure che erano apparse nei miei sogni: retaggi di
immagini primordiali, archetipi risalenti alla cacciata dal paradiso terrestre.
Non dovete additarmi come nemico degli animali, al contrario alcuni dei miei
migliori amici erano animali. Solo con profondo cordoglio posso pensare alla
mia cara Minka, la gatta dei miei anni di ginnasio, che ha incontrato una morte
spaventosa. E se ho mai trovato in vita mia un cavaliere, audace oltre ogni
dire, dolce e pronto, questi fu proprio l’amico della mia età di mezzo, Terry,
il terrier irlandese, che ha lasciato un buco perenne nel mio cuore come nel
mio tappeto. Comunque gli animali di mia conoscenza non avevano bisogno di
essere convinti che la loro animalità non era spesa male: erano quello che
erano. Sotto questo aspetto, come del resto da molti altri punti di vista, gli
animali sono del tutto diversi da quegli altri amici dei miei anni maturi, gli
studenti, i quali, maturati precocemente e precocemente andati a male, dovevano
essere continuamente rassicurati che la loro esistenza non era affatto priva di
senso. Il professore come balsamo per giovani anime ferite è un fenomeno di
tipo nuovo; i miei professori si sarebbero stupiti se davanti a loro avessi
aperto qualcosa d’altro del libretto universitario.
In
nessun luogo la scienza ha svelato la propria nudità come nei tentativi
infruttuosi di scrutare nella mente dell’uomo e dell’animale. Per mio conto,
Terry era un cane capace di fantasia sconfinata e di profondo pensiero, ma non
me lo fece mai capire. Queste caratteristiche - fantasia sconfinata, pensiero
profondo - sono in effetti le qualità che liberano l’uomo dai ceppi della
materialità, dalle catene della carne, che lo rendono un vero uomo, elevandolo
per sempre dallo scialbo mare del non essere. Queste erano certamente le doti
che accompagnarono gli inizi dell’umanità e proprio per loro virtù l’uomo si
vide costretto e reso idoneo a riflettere sulla natura in cui si trovava
gettato. Ben presto deve essersi presentata una singolare contraddizione:
quanto più progredisce la riflessione sulla natura, tanto più grande è il
pericolo che essa pregiudichi la fantasia. In effetti occorse molto tempo prima
che tale pericolo diventasse evidente, perché c’è un’enorme distanza tra la
riflessione e le decisioni di provare la sua validità e di valutare i suoi
frutti; la prima di queste decisioni fu presa ben presto, ma dovettero passare
migliaia di anni prima che si giungesse alla seconda.
La
logica, ossia quella branca della filosofia che concerne i criteri del
giudicare corretto, ha naturalmente subito modificazioni nel corso della
storia, dall’epoca di Aristotele e della Stoà, ma da gran tempo accompagna, per
così dire come un guardiano, i processi mentali dell’uomo. Tuttavia la logica
non basta per valutare le deduzioni scientifiche: quando le ricerche riguardano
la materia o, in generale, fenomeni misurabili o ponderabili, bisogna
richiamarsi ad altri criteri per saggiare la validità delle constatazioni
scientifiche. I temi principali, per lo meno nelle discipline con cui sono
entrato in contatto, si possono contare sulle dita: a) la sperimentazione, b)
il metodo, c) il modello. Ognuno di questi processi ha contribuito alla «politomia»,
alla deplorevole frammentazione delle nostre idee sulla natura, alle
lacerazioni con cui il ricercatore deve tutti i giorni fare i conti. Ciascuno
di questi procedimenti ha ampliato l’abisso che separa la capacità umana della
rappresentazione fantastica dal pensiero scientifico, accentuando così la
crescente separazione tra lo scienziato e il resto dell’umanità. Contemporaneamente,
però, la sperimentazione e la metodologia hanno accresciuto in modo
impressionante le nostre conoscenze della natura (ma si tratta di un sapere sui
generis), e tuttavia vorremmo chiederci se proprio questo è il tipo di
conoscenza di cui l’umanità ha bisogno.
Solo
negli ultimi trecentocinquant’anni lo strapotere della sperimentazione ha dato
vita alle diverse scienze sperimentali, un processo che di solito viene
attribuito (ingiustamente, a mio avviso) al sopravvalutato filosofo Francesco
Bacone. Mentre in latino classico il termine experimentum indica
qualcosa come tormento o sofferenza e Goethe parla di «tortura della natura»,
la parola «esperimento» comparve con il significato attuale nelle lingue
europee intorno al 1300, anche se naturalmente l’esercizio di ciò che potremmo
chiamare sperimentazione era praticato talvolta anche nell’antichità. Anche
nella civiltà cinese, un genere del tutto particolare di problematica
sperimentale risale a epoca molto antica. Tuttavia, benché la natura venisse
interrogata, non credo che le risposte ottenute servissero alla costruzione di
un sistema di conoscenza, eccettuate forse l’astronomia e la geografia, né per
lo più si trattava di quel tipo di problema che ora chiameremmo esperimento.
Quanto più limitato e angusto è il problema, tanto più si ha la probabilità di
ottenere una risposta ben definita e comprensibile, che rientri cioè in un
sistema o un modello preordinato e possa addirittura arricchirlo. In scienze
nettamente circoscritte come la fisica o la chimica, le quali son fatte, si
potrebbe dire, di limiti ben definiti, la molteplicità delle risposte maturate
nel corso di secoli e spesso sovrapponentesi le une alle altre ha ampliato
notevolmente le nostre capacità di comprensione, benché anche qui molte cose
siano ancora oscure.
Ma la biologia non ha confini e i nostri esperimenti
sono soltanto poche gocce di un oceano che muta la propria forma a ogni maroso.
E poiché le domande che poniamo devono muoversi a tastoni lungo la nostra
abissale ignoranza sulla natura della vita, le risposte che diamo possono
essere soltanto una distorsione della verità; una verità, per giunta, che
presenta sfaccettature così numerose che non potremmo mai coglierla
compiutamente. Il modo con cui si pongono le domande, cioè il metodo di
pianificazione degli esperimenti, viene lasciato interamente al caso oppure è
determinato dalle nostre idee di un’armonia prestabilita, la quale - come
ammettiamo solo raramente - rappresenta un contratto con Dio, che Egli però non
ha mai sottoscritto.
Forse si potrebbe dire che la fede in un cosmo ordinato
è una delle condizioni di esistenza dell’uomo. Molti spiriti di eletta
sensibilità avranno senza dubbio condiviso il rimpianto di John Donne per la
perdita della solida concezione tolemaica del mondo. Non sono però sicuro che
l’uomo, così come è dotato di un senso quasi istintivo per la simmetria, sia
animato anche da un corrispettivo desiderio elementare di semplicità. Ma Ludwig
Wittgenstein scrive il 19 settembre 1916 nel suo diario: « L’umanità ha sempre mirato a una
scienza nella quale simplex è
sigillum veri». Questa aspirazione alla
semplificazione ha costituito, in effetti, una delle energie intellettuali che
hanno fatto progredire la scienza moderna, ma il tentativo di trovare simmetria
e semplicità nel tessuto vivente del mondo ha spesso portato a conclusioni
erronee e a distorsioni antropomorfe. Il mondo è costruito in molti modi:
semplice per chi ha una mentalità semplice, profondo per chi ha un pensiero
profondo. Il nostro tempo è piuttosto debole di mente, [Si confronti, per esempio, il Decamerone o
l’Eptamerone con uno dei nostri bestseller oppure, se si vuole, Jean
Paul, questa magnifica alternativa al classicismo tedesco, con uno dei nostri
premiatissimi grandi della letteratura. La capacità di leggere con rigore cose
dure e difficili è scomparsa. Oggi si può accettare soltanto la letteratura più
fiacca.] ma le
scienze diventano sempre più complicate, mentre alcuni sanno sempre di più su
sempre di meno. La condizione ideale cui ci avviciniamo in modo asintotico è
sapere tutto su nulla.
L’edificio del mondo animato poggia, si potrebbe dire,
su due pilastri: uno è l’unità della natura, l’altro la sua grande varietà e
molteplicità. Noi di solito volgiamo la nostra attenzione soltanto all’unità, e
questa deforma completamente le nostre concezioni e rappresentazioni della
natura e ci condanna a quella sorta di ricerca per analogie che riempie le
nostre riviste. Chi potrebbe afferrare la musica analizzando la composizione
degli strumenti in un’orchestra? La novità di un organico in cui tutte le
trombe siano di latta è banale, se la si confronta con l’incommensurabilità
dell’universo musicale. Non è escluso che santa Cecilia abbia suonato molto
dolcemente con una tromba di vetro.
Spesso si sente dire che l’inadeguatezza di ogni
sperimentazione biologica in confronto all’ampiezza della vita deve essere
compensata dal ricorso a una solida metodologia, ma procedimenti definiti con
rigore presuppongono obiettivi molto limitati, e l’onnipotenza del «metodo» ha
portato a ciò che con un eccellente neologismo tedesco viene chiamato Kleinkariertheit (gretta pedanteria,
letteralmente «piccola quadrettatura») della ricerca biologica attuale. Nella
scienza moderna la disponibilità di un gran numero di metodi generalmente
riconosciuti in realtà serve spesso come un surrogato del pensiero. Oggi molti
ricercatori utilizzano metodi di cui non conoscono a fondo i principi
fondamentali.
Per lo sperimentatore un metodo di comprovata efficacia
è per così dire uno strumento molto affilato che gli consente di tagliare via
dalla carne della natura strisce sottili e regolari. Ciò che egli esperimenta
vale per il frammento in causa, ma non per le aree contigue, le quali però
possono essere analogamente studiate con l’ausilio di altri metodi. Speriamo
che tutto questo mondo dilacerato del sapere possa confluire alla fine in un
quadro di insieme , ma ciò non è mai avvenuto e neppure è probabile che accada
in futuro, perché quanto più suddividiamo, tanto meno possiamo concludere
(persino una bambina impara infine che una bambola integra, supportata dalla
fantasia che si tratti di un vero bebè, vale di più di una quantità di
frammenti)
Qualche anno fa si è tentato di descrivere alcune delle
conseguenze che ne derivano6.
Oggi sono di moda i dogmi. E poiché un dogma è
qualcosa che tutti devono accettare, si è giunti all’incredibile monotonia
delle nostre pubblicazioni periodiche. Molto spesso mi basta leggere il titolo
di un lavoro per potere ricostruire il riassunto e addirittura alcuni
diagrammi. I lavori sono, per lo più, altamente specialistici, utilizzano gli
stessi metodi e contengono gli stessi risultati. Tutto questo prende il nome di
conferma di un dato scientifico. Ogni due anni i metodi cambiano, e quindi
ognuno si servirà dei nuovi metodi e confermerà una nuova serie di dati. E ciò
viene chiamato progresso della scienza. Se c’è qualcosa di originale, ebbene la
novità deve celarsi nelle crepe di un onnicomprensivo espediente convenzionale:
un gigantesco mucchio di letame preistorico, in cui, attraverso
apparecchiature, dispositivi e artifici e, ancor meglio, attraverso concetti
appena abbozzati, espressioni tecniche e slogan disparati, che in un dato
momento erano moderni, si possono datare gli strati successivi dell’attività
degli insediamenti scientifici.
Il ruolo delle mode nella scienza è un tema molto
interessante che ho trattato più a fondo in un saggio pubblicato per la prima
volta nel 1976. Esso si avverte in tutte le scienze, ma specialmente nella
ricerca biologica, perché in questo campo l’indirizzo con cui la natura (o ciò
che in biologia si considera tale) viene studiata subisce l’influenza delle
mode così come la subisce la scelta dei metodi e dei modelli. Certo, i modelli
possono aver sostenuto un ruolo in molte forme di pensiero deduttivo, ma
solitamente erano soggetti a un controllo più rigoroso che non oggi.
Soprattutto la cosiddetta biologia molecolare fu accompagnata, ai suoi inizi da
un’orgia di costruzioni di modelli, molti dei quali lasciavano trasparire
un’evidente stupidità. Le riviste specializzate sovrabbondavano di modelli che
dovevano essere abbandonati subito dopo la loro pubblicazione, se non lo erano
già stati prima. Purtroppo, questo era un campo in cui anche uno zelo cieco
recava i suoi frutti. Già allora predicavo moderazione, e ciò contribuì alla
mia fama di «personalità discutibile». In una conferenza ad Harvey, nel 1956, ebbi a dire: «Il mio consiglio è
di stare ad aspettare. I modelli, a differenza delle modelle che posavano per
Renoir, migliorano con gli anni».
Una delle qualità più perfide e dannose dei modelli
scientifici è la loro capacità di sovrapporsi alla realtà e di prenderne il
posto. Spesso essi servono come paraocchi e limitano l’attenzione a un campo
eccessivamente ristretto. Nessun ricorso alla logica può dimostrare la
veridicità di un modello, anche se spesso la sua improbabilità può essere
facilmente dimostrata. La fiducia eccessiva nei modelli ha contribuito
notevolmente al carattere artificioso e falso di importanti parti della ricerca
scientifica attuale [L’incitamento
proclamato a gran voce «Torniamo alla natura!» sorprenderebbe
giustamente gli attuali ricercatori, perché costoro non sono mai stati là.]
Lo stato di debolezza e di disagio in cui si trovano le
scienze nei confronti della vita ha, tuttavia, a mio parere, ragioni più
profonde. Probabilmente non è a caso che la biologia fra tutte le scienze sia
quella che non riesce a definire con sicurezza l’oggetto delle sue ricerche:
non esiste alcuna definizione scientifica della vita. In effetti le ricerche
più rigorose si eseguono su cellule e tessuti morti. Lo dico con esitazione e
apprensione, ma non è escluso che ci troviamo di fronte a una sorta di
principio di esclusione: la nostra incapacità di cogliere la vita nella sua
realtà potrebbe essere dovuta al fatto che noi stessi siamo in vita. Se fosse
davvero così, allora soltanto i morti potrebbero capire la vita, ma loro
pubblicano su altre riviste.
La comparsa e lo sviluppo delle scienze nella loro forma
attuale furono quasi contemporanei alla nascita e all’ascesa della borghesia e,
se è lecito citare un avvenimento storico che segni l’inizio della scienza
moderna, questo è non fortuitamente la rivoluzione francese. Il tiers état, il quale non godeva di buona
fama tra gli spiriti creativi che soffrivano sotto il suo predominio (non credo
sia mai esistito un genio borghese), ha sempre potuto additare il fiorire della
scienza e della tecnica come il suo maggiore trionfo. E poiché ora assistiamo
al principio della fine di quest’epoca ebbra di progresso, c’è da aspettarsi
che una nuova era storica dia vita a un genere del tutto diverso di scienza:
una scienza che noi, guardando attraverso le sbarre dei nostri concetti, non
potremmo riconoscere come tale. Sarà una scienza migliore? Il pessimista di
professione non osa affermarlo.
Intanto, però, i grandi successi (alcuni li
chiamerebbero forse trionfi) delle scienze sperimentali, specialmente della
fisica e della chimica, hanno esercitato uno strano effetto sulle discipline scientifiche
che di solito vengono definite scienze morali. Ed è un effetto ancor più
evidente da quando quei ben noti pragmatici che sono gli americani sono venuti
alla ribalta delle scienze. Nel tentativo di emulare i loro fratelli fortunati
(con tutte le loro tavole logaritmiche, i regoli calcolatori, le calcolatrici,
le carte millimetrate e i più svariati metodi di mascheramento statistico; in
altri termini: con tutta la loro trionfante decimalizzazione della natura)
anche le scienze morali hanno cominciato a scimiottare le scienze naturali. Il
diffondersi dello scientismo alla storia e all’economia, alla psicologia e alla
linguistica, per non parlare della sociologia della filosofia e della
filologia, sta per deformare queste discipline nel modo più grottesco. Ma
proprio la facilità con cui le cose dello spirito possono banalizzarsi tirando
in ballo la matematica ha anche dimostrato che ciò che è buono per Giuditta non
lo è probabilmente per Oloferne. Ci sono, infatti, taluni fenomeni che
diventano più comprensibili quando vengono pesati e misurati, e altri che
reagiscono, per così dire, negativamente. Non ho bisogno di un’analisi
statistica dei vocaboli per dimostrare a me stesso che l’ex presidente Ford non
è l’autore di Re
Lear, e non mi
interessa sapere quante volte alla settimana lo spensierato schiavo della
piantagione rideva a crepapelle per la felicità, né mi occorre un’analisi
psicologica nel profondo della personalità di Cleopatra o di Jan Hus.
L’incredibile cicaleccio scatenato da tutti questi umanisti votati al computer
non è probabilmente peggiore di quello degli scienziati, ma poiché i primi
hanno appena iniziato a sviluppare un gergo da consorteria o una propria lingua
da bestiario, sono costretti ancora a usare parole più o meno comprensibili, e
sono proprio queste a smascherarli.
8. L’oscillare della bilancia
Il lettore di questo libro può avere avuto l’impressione
- erronea, ma non del tutto ingiustificatta - che il suo autore sia un uomo che
sta alla destra di Ivan il Terribile o di Gengis Khān. Si sarebbe potuto
pensare che le esperienze di una lunga vita e le riflessioni che ne sono
derivate mi abbiano portato in questa sgradita situazione. In realtà, per
quanto mi ricordo, non ne sono mai stato lontano. Mi rammento perfettamente che
una volta nei miei verdi anni, sedici o diciassette, mi descrissi in un lavoro
di scuola come un «reazionario rosso»: certo, era un’esagerazione da liceale e
naturalmente sarebbe stato più giusto se mi fossi definito un conservatore
radicale. In ogni modo, devo dire che nel frattempo mi sono talmente stancato
di siffatte etichette, che esiterei a caratterizzare con due parole uno
scarafaggio. Al contrario degli illustri malfattori che prima ho nominato e
senza avvicinarmi al mio stimatissimo Georges Sorel, sono sempre stato contro
la violenza, e l’universo lirico in cui crebbe il mio spirito prendeva
significato dalle sue proprie rime.
Noi, però, viviamo in un mondo, dove le rime non sono
più possibili, e quel senso di serenità si è trasformato in un senso di
malinconia. [è davvero un caso se proprio nel nostro tempo, e quasi
contemporaneamente, la rima e il verso sono scomparsi dalla poesia, la melodia
dalla musica, la forma riconoscibile dalla pittura e dalla scu1tura?] Il nostro mondo è per la verità
un mondo crepuscolare, in cui marionette senz’anima gettano ombre rosso sangue
sullo schermo di un immediato oblio, vanno e vengono con una celerità che
riduce i secoli in giorni, i loro nomi sono dimenticati prima ancora di avere
il tempo di apparire sugli striscioni che annunciano la loro gloria eterna. Che
cosa li abbia privati dell’anima non so dire. Persino la parola « anima» è oggi diventata
altrettanto assurda come lo sarebbero le rime di Shakespeare o di Pope. L’uomo
sembra essersi trasformato in una materia plastica biodegradabile.
Persino quando ero bambino, un bambino molto poco
infantile, ero senza dubbio cosciente di essere nato in uno strappo fra due
epoche, perché crebbi in una nube di lutto. Anche se il nostro secolo atroce
era solo agli inizi, non potevano sfuggire i segnali di futuri orribili
avvenimenti, né riuscivo a sfuggire alla sensazione che non c’era nulla da fare
per evitarli e che dovevo soltanto essere testimone del mio orrore. Come
valvola di sfogo per questo avvilente senso di impotenza soccorrevano talvolta
un po’ di umorismo e di ironia: una fuga nel paesaggio perenne ed eternamente
mutevole della lingua e della fantasia, un paesaggio che minaccia di scomparire
per sempre agli occhi del ricercatore in lotta con le immagini riflesse della
materia. Le fonti inesauribili della poesia e, più tardi, anche della musica
ristoravano chi era scoraggiato e rafforzavano la sua fede in potenze che
trascendevano la nostra miseria. Persino oggi, quando leggo una pagina di
Goethe, di Hölderlin o di Stifter, un raggio di luce cade sul cupo carcere dei
miei anni. La convinzione che non omnis moriar (non tutto morirò), parole che spesso ho avvertito nella
quiete della notte, riguardava non tanto questa esclamazione di un Orazio ebbro
di gloria e il suo monumento aere perennius (più duraturo del bronzo), quanto piuttosto ciò che
prometteva il bel suono delle vocali scandite ó-o-í-o-i-á; e la vera convalida
della promessa veniva da un’altra parte, dall’amabilità della musica mozartiana
che risplende dall’interno del cuore.
Tre storici, nessuno dei quali appartiene interamente
alla categoria, hanno esercitato una notevole influenza: Machiavelli, Gibbon e
specialmente Jakob Burckhardt, un’intelligenza spassionata e dalle idee chiare
come quelle di La Rochefoucauld. Egli mi ha insegnato che solo un pessimista
può essere un buon profeta; comunque, non ho mai auspicato di essere uno
specialista in predizioni, ben sapendo che persino ai tempi di Isaia i
servitori di Dio erano disprezzati.
Poiché vivo in tempi menzogneri e turbinosi, in cui i
venti dominanti spirano tutti dalla parte dell’ipocrisia, della squallida
simulazione e dell’ignobile strizzata d’occhio, in un paese dove non si muore
ma si decede, dove il cioccolato amaro deve per forza chiamarsi «semidolce»,
mentre un uomo può «valere» un milione di dollari; poiché vivo in una città che
invidia Detroit, perché ha celebrato di recente il suo primo giorno, dal 1928,
senza omicidi; in altri termini, poiché vivo nella chiavica in cui si riversano
i liquami di un’epoca putrida, trovo arduo spiegare che la dote da me più
lodata accanto alla sincerità è l’intensità. Tale qualità, specialmente in
quanto si riferisce allo spirito creatore, è ormai molto rara; non bisogna
confonderla con l’aggressività o con l’invadenza, qualità che si incontrano
spesso nei viaggiatori di commercio o negli scienziati. Per me questa parola
designa la capacità del singolo di concentrare immaginazione e produttività in
modo tale da determinare un’impressione travolgente di abbagliante verità. Ecco
alcuni esempi di ciò che intendo per intensità, questa dote misteriosa, simile
a una lente ustoria, dello spirito umano: Shakespeare e Donne, Goethe e
Claudius, Racine e Rimbaud la posseggono; Milton, invece, e Shelley, Heine e
Lenau, Lamartine e Victor Hugo non ne sono molto dotati. Se raffronto Kleist
con Schiller, Stendhal con Balzac, Heinrich con Thomas Mann, non esito ad
attribuire ai primi il grado più alto di intensità, almeno per i miei gusti.
Quanto più un poeta è fiacco, tanto più facilmente può essere tradotto in altre
lingue. Analoga è la situazione della musica o della pittura. Benché la mia
vita sia stata piuttosto assorta nelle parole, ho ricavato le gioie più
consolanti dalle opere di J.S. Bach, Mozart e Haydn. Ma con le scienze la mia
pietra di paragone fa cilecca, perché il mio concetto di intensità non può
essere scambiato con la capacità di produrre un rumore gigantesco. Anche nelle
scienze esiste senza dubbio qualcosa che corrisponde a questo concetto, ma non
sono in grado di valutare gli stili di pensiero, al contrario degli stili
letterari: Schopenhauer è certamente uno scrittore migliore, diciamo, di Hegel,
[Comunque, anche in Hegel prorompe,
talvolta, dalla grigia crosta di una prosa irrigidita una vera lava] ma ciò non lo ha preservato
dall’occupare un gradino inferiore sulla scala della filosofia. In ogni modo,
la vox populi incorre più facilmente in errori
nei confronti delle scienze che non di altre attività intellettuali.
Due grandi scrittori religiosi mi hanno accompagnato per
tutta la vita: Pascal e Kierkegaard. Specialmente i Pensieri di Pascal, che grazie al fatto
che ci sono stati trasmessi senza ordine hanno tanto acquisito in profondità,
sono sempre stati la mia lettura preferita. Quello che di Pascal mi appare
degno di nota è soprattutto che egli fu un grande fisico il quale riuscì a
sfuggire al labirinto della scienza della natura, guidato, vorrei dire, dal
battito del suo cuore; «un Mosè che dovette maledire la Terra Promessa», come
un giorno l’ho definito.9 Karl Kraus è il terzo grande scrittore che
ha influito su di me in misura notevolissima, ma di lui ho già detto qualcosa
prima.
Nei paesi che imitano il modello di vita anglosassone
(per me è sempre stato difficile distinguere fra essere signorili e darsene
l’aria) spesso ci si sente chiedere qual è il nostro hobby, una domanda,
questa, che sorprenderebbe uno scalpellino italiano o un contadino francese.
Chi la pone si attende una risposta originale: raccogliere monete dei parti o
allevare levrieri. Se mi piacesse rispondere a domande sciocche, direi
probabilmente che il mio hobby è la biochimica, ma ciò che faccio realmente non
interessa nessuno. Quel che ho fatto per tutta la vita è consistito nello
studio delle lingue; nel corso degli anni mi sono occupato di molte lingue
almeno per poterle leggere; già da gran tempo ho smesso di leggere traduzioni,
ma raramente passa un giorno senza che non legga alcune pagine in tre o quattro
lingue diverse. Persino il più breve testo che abbia valore è intraducibile, ed
è questo un altro esempio della mirabile molteplicità di tutto ciò che vive. Se
due lingue fanno la stessa cosa, non si tratta mai di due cose identiche.
Recentemente, mentre leggevo alcune deliziose lettere di
Lichtenberg, espressioni autentiche del mio secolo preferito, mi spiacque
scoprire che l’autore non condivideva la mia opinione sull’importanza dello
studio delle lingue. Così, riferendosi a un nipote, Lichtenberg scriveva il 13
agosto 1773 in una lunga lettera indirizzata a uno dei suoi fratelli maggiori.
Ho notato in lui qualcosa... una grande
inclinazione per le lingue ed anche la convinzione che sia utile apprendere
molte lingue. Certo, lui questo non deve farlo o, per lo meno, non lo
consiglierò mai in tal senso. Sarebbe la via più diritta da intraprendersi
verso ex omnibus aliquid (un poco di ogni cosa...) E tuttavia, purché
l’intelligenza sia matura, è utile apprendere per diletto alcunché delle lingue
principali, qualcosa che si amplia sino a un certo grado di perfezione, che,
peraltro, il linguista all’acqua di rose non è in grado di raggiungere... Se si
comprende la madrelingua, il latino e il francese, allora anche le altre lingue
più comuni - specialmente se soccorra un poco di spirito filosofico - si
imparano incredibilmente presto, senza perdere le ore migliori sui verbis
irregularibus e sulla loro coniugazione.
Lichtenberg era una delle menti più acute e spiritose di
un secolo particolarmente ricco di uomini provvisti di tali doti, un grande
scrittore, certo il più significativo autore di aforismi della letteratura
tedesca, e anche un noto fisico. Come si vede, le sue esigenze minime,
madrelingua, latino e francese, erano molto superiori a quello che oggi le
nostre scuole possono offrire agli studenti. L’imbarbarimento dell’epoca
presente non risulta tanto evidente quanto nel pigro ottuso atteggiamento nei
confronti della lingua, si tratti della propria o di quella di altri popoli. Le
ragioni sono molte e ne ho spesso parlato, dall’Apocalisse alla zoologia, ma le scienze e le
discipline che cercano di scimmiottarle hanno una grossa parte di colpa.
Qualche tempo fa ho parlato con un eminente linguista, che mi assicurava di trovare del
tutto sufficiente per i suoi scopi l’inglese
e lo jiddish, ma naturalmente egli era dotato di spirito cartesiano e avrebbe
potuto dire con ragione: Scribo, ergo cogito. [In
latino, scrivo dunque penso, a parafrasi del motto di Cartesio: Cogito, ergo
sum (Penso, dunque sono). (n.d.r.)] Avrei dovuto inoltre sapere che la linguistica riguarda
le lingue tanto quanto la scienza della natura riguarda la natura.
Un’epoca e un paese che così lietamente cianciano di
traduzione meccanica non potranno capire ciò di cui sto parlando: Nausicaa,
nell’atto di scendere verso la riva - la lingua greca, che si desta dalla
nebbia mattutina di un brivido miceneo; o la francese, che a essa si richiama: La fille de Minos et de Pasiphaé
- un verso che
ha condannato
all’eufonia secoli di poesia francese.
L’assassinio di mia madre e quello della mia lingua
materna appartengono l’uno all’altro: entrambe si sono dissolte nella stessa
cenere. La lingua, tuttavia, può risorgere e questo avverrà senz’altro quando
il sangue metafisico che imbratta e paralizza tutte le fibre in crescita della
lingua si scolorirà. Solo con l’aiuto di grandi scrittori può avvenire questa
purificazione, questa rinascita. [Molti
- e ne sono sempre esistiti - obietterannno che qui non c’è nulla da purificare
e che una linea mai interrotta va da Goethe a Grass, da Brentano a Böll e che,
infine, la natura fenicia della lingua viene proprio dimostrata dalla presenza
tutt’intorno di tanta cenere ancora più rovente. Ma io sono d’altro avviso.] Intanto, però, gli scrittori più
significativi del mio tempo (tutti, curiosamente, dell’Austria vecchia maniera)
sono pur sempre Kraus, Kafka e Trakl. Inebriato fin da bambino del suono e del
senso delle parole, in cui la fantasia del fanciullo e le idee dell’uomo
diventavano tutt’uno come in un abbraccio di innamorati, cercai naturalmente
con ogni energia di salvaguardare il legame con la lingua materna: continuai a scrivere e,
sia pure raramente, a pubblicare in tedesco, ma come Anteo ero un peso leggero. Non avevo un
posto dove stare e
perciò non fui profeta in molte patrie. Non senza commozione trovai in una
lettera di Franz Kafka all’amico Max Brod (giugno 1921) questo grido di angoscia, in cui descrive
la disperata situazione degli scrittori ebreo-tedeschi residenti a Praga: scrivono in una lingua che non è del
tutto la loro e sono attorniati da un’altra ancor più straniera; ed egli pensa
anche a se stesso.
Ma ecco il passo scritto da uno dei più puri maestri di prosa tedesca.
Anzitutto ciò in cui si scaricava la loro disperazione
non poteva essere letteratura tedesca, che sembrava tale soltanto
esteriormente. Essi vivevano fra tre impossibilità...:
l’impossibilità di non scrivere, l’impossibilità di scrivere tedesco,
l’impossibilità di scrivere in un modo diverso. Quasi si potrebbe aggiungere
una quarta impossibilità, quella di scrivere… dunque si trattava di
una letteratura impossibile da
qualsiasi lato la si considerasse, una letteratura da zingari, che ha rubato
l’infante tedesco dalla culla, lo ha acconciato in gran fretta non so come, perché
qualcuno deve pur danzare sulla corda.
Una bilancia che non oscilla non può pesare. Un uomo che
non trema non può vivere. Si pensa, si sogna e poi si pensa di nuovo, ma le due
funzioni devono restare distinte. Goya così scrisse sotto il suo
quarantatreesimo capriccio: El sueno de la razón produce
monstruos (il
sogno della ragione produce mostri).
Dalle caricature del passato scaturiscono i ritratti del
presente. I diavoli dipinti dagli antichi maestri sulle pareti si sono
scatenati e circolano tra noi. Satana, dispensatore di piaceri per Faust e di
orrore per Ivan Karamazov, spera ora in un impiego duraturo: come noi tutti,
anche lui è mal ridotto in questo mondo, perché viviamo in tempi sordidi, ma
non ci è consentito di ripetere l’errore di Ivan, che giudicò il diavolo uno
sciocco. Scoperta e invenzione, gli idoli più cari ai nostri nonni, hanno probabilmente
perso molto della loro forza risanatrice e certamente la maggior parte del loro
profumo d’ambrosia, ma non vivo forse in mezzo a gente la quale mi assicura che
l’unico modo per rimediare al danno causato dalle scienze consiste in un
accrescimento della scienza? [Vorrei
qui innalzare una stele modesta alla memoria di Sir Arthur Hopkins (1813-1875),
segretario e confidente della regina Vittoria. Fu lui, probabilmente, a
inventare il verbo to disinvent (disinventare). L’unico esempio di
questo termine nell’Oxford English Dictionary (vol. iii) è una citazione
di Helps, del 1868: I would disinvent telegraphic communication (Vorrei
disinventare la comunicazione telegrafica). Come fonderei volentieri, se fossi
più giovane, il Club degli occultatori e dei disinventori!]
Così, inspirando ed espirando, sono diventato
improvvisamente un uomo vecchio e passo il mio tempo a consolare i quarantenni,
se si lamentano della loro età. Era soltanto ieri quando giunsi con i genitori
e mia sorella nella Vienna scossa dalla guerra, la Vienna del 1914, dove c’era
gente che doveva dormire nelle vasche da bagno, perché le stanze erano piene
di profughi. Devo ringraziare Dio che il braccio stava ben saldo anche quando i
piatti della bilancia si alzavano e si abbassavano. L’alternanza di lavoro
scientifico manuale e di cose del pensiero e della lingua, l’eterna sistole e
diastole del cuore e della mente mi hanno consentito di non uscire di senno in
mezzo a un mondo spaventoso.
9. La scopa
della Signora Partington, o la terza faccia della medaglia
Il reverendo Sydney Smith era un uomo molto arguto, del
quale avrei fatto volentieri conoscenza, così come avrei conosciuto volentieri
Lichtenberg, Chamfort, Rivarol, Peacock o, per altri motivi, il più amabile
degli scrittori tedeschi, Theodor Fontane. Il 12 ottobre 1831 il «Taunton
Courier» pubblicò un discorso politico tenuto da Smith. Ne cito un passo.
Non ho l’intenzione di sembrare irrispettoso, ma
il tentativo dei Lords di arrestare il progresso della riforma mi ricorda irresistibilmente
la grande tempesta di Sidmouth e il comportamento tenuto dall’eccellente
signora Partington in quell’occasione. Nell’inverno del 1824 la città fu
assalita dall’alta marea, i flutti salirono a un’altezza incredibile, le onde
strinsero d’assedio le case e tutto fu minacciato di distruzione. In mezzo a
questa eccezionale e terribile tempesta si poteva vedere la signora Partington
con scopa e zoccoli sulla porta di casa - non lontano dalla spiaggia - tutta
indaffarata nel tentativo di espellere l’acqua marina, agitando lo spazzolone
per respingere vigorosamente l’oceano Atlantico. Il mare imperversava.
L’energia della signora Partington era al massimo, ma non ho bisogno di dirvi
che la lotta era impari. Fu l’oceano Atlantico a vincere la signora Partington.
Di fronte a pozzanghere e pantani il suo comportamento fu straordinario, ma non
avrebbe dovuto impegnarsi in una bufera di quel genere. Cari signori, vi prego,
state tranquilli e con i nervi saldi: batterete senz’altro la signora
Partington.
Poiché una volta volevo fondare l’ufficio delle cause smarrite, devo essermi ben presto accorto che non esistono
abbastanza persone
come la signora Partington. Il più della gente è saggia e apprezza l’inevitabile, ma per motivi
imperscrutabili io sto volentieri dalla parte dei perdenti. Sotto Giuliano
l’Apostata mi sarei certamente arruolato volontario; sono un albigese nato;
ammiro Thomas Müntzer. In altri termini, sono un catoniano incorreggibile: Victrix
causa deis placuit, sed victa Catoni («la causa vincente piacque agli dei, ma la perdente a
Catone», così dice Lucano nella Farsaglia); sono convinto che Catone abbia avuto le sue buone
ragioni, e ciò vale anche per me. Se ammettiamo che una moneta abbia due facce,
una preferita dal severo Catone e l’altra dagli dei sconsiderati, e venga
lanciata in un mondo di pura casualità, allora, dopo un numero sufficiente di
lanci, sia gli dei sia Catone dovrebbero essere ugualmente soddisfatti.
Tuttavia, in questo caso, i «ma» sono più di uno: 1) guadagnare e perdere non
equivalgono rispettivamente a bene e a male; 2) probabilmente la causa piace
agli dei non perché è quella vincente, ma vince perché piace agli dei; 3) il
nostro mondo non è un mondo di pura casualità; [Fui molto contento quando, di recente, lessi in uno scritto di uno dei
più ammirevoli esponenti di un secolo ammirevole: Dialoghi sulla religione
naturale di Hume: «Il caso è una parola senza significato».] 4) abbiamo spesso a che fare con una moneta, per così
dire, a tre facce, di cui ci sono visibili solo due facce, entrambe cattive, e
solo una può essere quella
superiore. Potrei riassumere quasi la mia vita, dicendo che sono sempre stato
alla ricerca della terza faccia della moneta. Sembriamo spesso oscillare fra
due diavoli, mentre l’unico angelo si mantiene in disparte con la massima
discrezione. Sono anche convinto che nel nostro mondo imperfetto il lato buono
non potrà mai vincere, perché, se vince, non rimane buono a lungo. Quello che
chiamerei principio di Acton [Lo storico inglese John
Emerich Dalberg Acton (1834-1902) espresse la convinzione che «spina dorsale di
tutta la storia moderna» è stata la libertà. (n.d.r.)] della corruzione comincerà a
operare e il potere assoluto corromperà in modo assoluto. A questo proposito, il bramino assicurerà
il manicheo che egli non è affatto sorpreso. «Fai», egli potrebbe dire, «anche il più piccolo strappo nel velo di Maia e non vedrai
che un cranio sogghignante».
Questo richiamo alla
nullità del mondo mi dà il coraggio di dire qualcosa di vergognosamente ingenuo:
nulla, a mio avviso, di ciò che è fatto o pensato può mai andare perduto; se
qualcosa esiste, continuerà a esistere. Le tragedie perdute di Eschilo o di
Sofocle, Dafne, l’unica opera di Heinrich
Schütz, o l’Arianna
di Monteverdi, La storia della mia anima di Kleist, questo manoscritto
perduto dopo il suicidio del suo autore, gli affreschi di Giorgione a Venezia o
i libri di Livio non giunti sino a noi, gli innumerevoli edifici, i dipinti, le
sculture, le opere letterarie o musicali, irrimediabilmente scomparse, possono essere
perdute per noi, ma
in un senso più
alto non sono
perdute: sono passate nel corpus mysticum in cui tutto
è contenuto, ogni respiro che fu mai emesso, ogni azione che fu mai compiuta.
Sotto questo aspetto, nulla è andato perduto, nessuna battaglia è mai stata
vinta.
In ogni modo ho affrontato lotte che ho perduto, perché,
come la signora Partington, anch’io ero incline ad affrontare tempeste. Di una battaglia
dichiaramente scientifica, quella sull’importanza biologica degli acidi nucleici,
si potrebbe dire che fu una mia vittoria, ma si trattò di una comica vittoria:
l’armata vincitrice decise di passare a un altro campo di battaglia. Ciò avvenne,
mi è stato detto, perché avevo cautamente definito la mia scoperta «complementarietà delle basi»,
mentre gli altri
avevano preferito parlare
di «appaiamenti». è vero, ero particolarmente poco
avido e neppure
avevo gran voglia di fondare una nuova religione scientifica.
Battaglie più importanti non furono veramente perdute
(soltanto i posteri proclamano, più tardi, i vincitori), ma non approdarono a
nulla. Spicca in prima linea il mio tentativo donchisciottesco di preservare
alla scienza un volto umano. Ciò significa piccola scienza, una scienza per la quale può essere
garante il singolo e in cui si può udire ancora una voce umana; una scienza
anche che viene guidata
da una coscienza umana e non soltanto scientifica. La coscienza scientifica si
limita all’esortazione di riferire le scoperte con la massima fedeltà, perché
altrimenti si potrebbe
essere smascherati e, oltre ad altre sgradevoli
conseguenze, si potrebbe
perdere il buon
nome, l’unica cosa che al posto di beni concreti lo scienziato è in grado di accumulare.
La piccola scienza era in effetti quel genere di scienza
in cui ero cresciuto,
come ho già raccontato.
Essa ha cambiato il suo carattere abbastanza rapidamente durante la seconda
guerra mondiale, e alla fine del conflitto ci trovammo di fronte a un’impresa
gonfiata che conteneva il germe di un’ulteriore crescita incontrollata e maligna.
Centinaia, anzi migliaia
di «scienziati
puri» si erano abituati a lavorare in campi di concentramento scientifici, come
il « Progetto Manhattan». [«Progetto Manhattan» fu, durante la seconda
guerra mondiale, il nome in codice del complesso organizzativo e di ricerca
scientifica che portò alla costruzione della bomba atomica. (n.d.r.)] Queste cucine infernali
rigidamente organizzate si occupavano con ricchezza di idee e di trovate dell’elaborazione di
osservazioni sperimentali altamente esoteriche e i loro successi vivranno in eterno, se «vivere» è la parola giusta
per la fabbricazione della bomba atomica. L’immagine del professore distratto
(che non è andata mai bene per le scienze sperimentali, perché in questo caso
lo «star via con la testa» lo avrebbe ben presto condotto all’autocombustione)
è però sopravvissuta al momento felice in cui il medesimo scienziato lavorava
appassionatamente al perfezionamento della bomba all’idrogeno.
Due nefaste scoperte scientifiche, non ancora ben
valutate nei loro effetti conclusivi, hanno segnato la mia vita: la fissione
dell’atomo e il chiarimento della chimica dei fattori ereditari con la loro
conseguente manipolazione. In entrambi i casi viene maltrattato un nucleo,
rispettivamente il nucleo dell’atomo e il nucleo della cellula; in entrambi i
casi ho la sensazione che la scienza abbia superato un limite che avrebbe
dovuto temere. Come spesso avviene nella scienza, le scoperte fondamentali
erano dovute a uomini del tutto degni di ammirazione, ma il mucchio che immediatamente
li seguì già emanava un odore più
mefitico. «Dio non
può averlo voluto!» avrebbe esclamato Otto Hahn: ma
lo ha chiesto a Lui prima, oppure Egli ha taciuto? Mi sembra che Dio preferisca
non essere coinvolto in tali discussioni.
Nelle prime pagine di questo racconto ho cercato di descrivere l’effetto che la
scoperta sanguinosa dell’energia nucleare ha esercitato su di me. Da quel
momento il carnevale del diavolo non ha conosciuto soste: quanto più le danze
diventavano frenetiche, tanto più l’aria si assottigliava e diveniva difficile
da respirare. Che la scienza, la professione cui ho dedicato la mia vita (e una
vita è il rischio più importante che un uomo è in grado di affrontare), si sia
abbandonata a misfatti di questo genere, era più di quanto potessi sopportare;
fui costretto a dichiararlo con tutta franchezza, perché dovetti pormi
necessariamente la domanda: era ancor sempre lo stesso tipo di scienza nella
quale avevo creduto di entrare cinquant’anni prima? E non potei fare a meno di
rispondere: no, non lo era. A questa immagine deformata della scienza ho
dedicato negli ultimi anni una serie di scritti, che sono comparsi dapprima su
alcuni periodici e, più tardi, sotto forma di libro.10 Credo, però, che a questo proposito valga la pena di spendere qualche
parola. Quando intrapresi la mia strada, le scienze - il cui ordinamento, come
del resto è il caso delle migliori istituzioni, non era stato codificato -
erano formate da una comunità internazionale di studiosi, impegnati a fondo
nell’esplorare le vie della natura (fino al XVIII secolo si sarebbe parlato
piuttosto delle «vie del Signore nella natura»). Si trattava, come ho già
accennato in un altro punto, di una comunità molto piccola, e persino un
novellino non avrebbe incontrato difficoltà nell’intraprendere il proprio
cammino. I principi fondamentali erano per la maggior parte stabiliti; c’era
una quantità di assiomi, di teorie e di ipotesi, ma poiché il numero dei
ricercatori era piccolo, tutto procedeva con calma. Sembrava che una piana
assolata si
stendesse all’infinito davanti ai nostri occhi e persino di notte uno poteva proseguire con
sicurezza alla velocità commisurata alle proprie capacità. Lo scopo non creava
problemi: era una buona cosa capire di più del mondo in cui viviamo. Non si
poteva parlare di fini immediati di tipo pragmatico o concettuale; il Graal era irraggiungibile,
nessuno di noi si sarebbe mai arrampicato sul Montsalvat. La materia consisteva
di molecole, di cui si doveva ancora stabilire il numero; le molecole erano
formate da atomi,
tutti ben
conosciuti e ordinatamente disposti; gli atomi - come indica il nome - non
potevano essere scissi. Se quando ero ancora un principiante nel campo della
chimica, qualcuno mi avesse chiesto il mio parere su questo argomento, avrei
risposto: non è lecito, non è bene che gli atomi vengano scissi. Ero infatti un
giovane stolto, cresciuto pieno di venerazione per la natura.
Fino a qual punto giungesse la mia stoltezza risulta dal
fatto che avevo studiato radioattività all’università di Vienna, dove si
trovava uno dei primi importanti istituti di radiologia. Avrei dovuto ricordarmi anche dei sospetti paranoici e quasi dell’odio
(ma la paranoia di un genio è spesso profetica) che August Strindberg nutriva
per i coniugi Curie; ero stato un lettore appassionato dei notevoli diari di
Strindberg, En blå bok (Un libro azzurro), e sapevo bene che i sogni
angosciosi di un genio hanno la forza di evocare i cavalieri dell’Apocalisse. Benché
non ignorassi il
radio e la sua disintegrazione, la grande rivoluzione nella fisica del nucleo atomico mi era in qualche modo passata davanti senza destare
immediatamente la mia attenzione. Solo quando i lavori dei coniugi Joliot-Curie
e del gruppo di
Fermi si presentarono imperiosamente davanti ai miei occhi (proprio nel momento
in cui cominciavo a occuparmi dell’impiego dell’isotopo radioattivo fosforo-32)
e quando, non molto
tempo dopo, seguii la fatale scoperta dell’energia nucleare, cominciai a intuire la terrificante dimensione di
questo stravolgente sconvolgimento scientifico. Per me fu come se il nucleo
atomico, incessantemente
tormentato, cominciasse a vendicarsi dell’uomo: mi venne in mente un pensiero di Goethe che mi aveva sempre colpito: «Die Natur verstummt auf
der Folter; ihre treue
Antwort auf redliche
Frage ist: Ja! ja! Nein! nein! Alles Übrige ist vom Übel». [«La natura ammutolisce sul cavalletto di
tortura; la sua risposta sincera a una domanda leale è: Si! Si! No! No!
tutto il resto appartiene al male».] (Massime e riflessioni, n. 115). Se la
natura tormentata restava muta, tanto più forti divenivano le grida delle
vittime di questi straordinari esperimenti in mortuo. Goethe esalterebbe
ancora la mancanza di castelli in rovina e di
basalto, mancanza che gli rendeva così cara l’America?
Il pubblico, se pur esiste qualcosa di simile, non aveva
avuto l’opportunità di discutere e di
riflettere sullo sviluppo e l’uso della bomba atomica; tutto era stato un
segreto di guerra ben tutelato. Ma liberi dibattiti avrebbero fatto differenza?
Avrebbero davvero arrestato l’ulteriore inesorabile sviluppo delle armi
atomiche? Naturalmente non sarebbero mancati né un mucchio di chiacchiere né un
vuoto sbracciarsi in gesti inutili, ma il movimento, una spinta senza sollecitazioni, una caduta
senza forza di gravità, non avrebbe conosciuto soste. Chiedi alla lava dove
vuole scorrere, risponderebbe conformemente a quella che io chiamo dottrina del
diavolo: «Ciò che si lascia fare, deve essere fatto». E ci sono una quantità di
cose che si lasciano fare!
Nel caso della fissione nucleare e dei fenomeni a essa
collegati ci trovammo di fronte, si potrebbe dire, a una atrocité accomplie. Ma il mio secondo esempio - lo sfruttamento della scoperta
che le caratteristiche ereditarie della cellula sono codificate nel suo acido
desossiribonucleico - è forse più istruttivo, perché qui possiamo studiare il misfatto «sul punto
di essere commesso». La direzione verso cui si tende è chiara, ma i singoli
passi sono così
piccoli che non si notano. Alla stupenda scoperta della funzione genetica del DNA seguì un gran numero di induzioni, deduzioni, sconfinamenti e abusi. Dapprima
si riconobbe che i geni responsabili della formazione di enzimi e di altre
proteine erano segmenti di DNA, poi si cominciò a capire la
modalità della loro azione e fu possibile, per così dire, definire cartograficamente la
situazione dei singoli
geni nel genoma. La scoperta di enzimi altamente specifici, che spezzano una catena di DNA in dati punti di una composizione nota di nucleotidi,
consentì ai ricercatori di porsi il problema di isolare frammenti di DNA che contenevano un unico gene o
alcuni geni. Poi furono messi a punto alcuni metodi (tralascio di parlare
singolarmente dei noiosi particolari) per inglobare tali frammenti in batteri
viventi (Escherichia coli).
Ora si spera, o
si teme, che i pezzi di DNA di recente elaborazione e i
prodotti in essi programmati possano ulteriormente moltiplicarsi, il che
equivarrebbe a generare nuove forme di vita, forme che la natura vivente non ha
forse mai incontrato nel corso della sua lunga storia.Se le notizie di nuove atrocità vengono
somministrate in minuscole dosi omeopatiche, la normale coscienza dell’uomo vi si abitua,
poiché la mente non è in grado di attuare una sintesi immediata, da cui il
misfatto potrebbe emergere in tutta la sua orribile concretezza. Ci vorrebbe
pertanto la fiamma di un Isaia o un genio religioso dell’intensità di
Kierkegaard, del quale una volta scrissi:4
è un privilegio del grande pensatore religioso
prevedere l’incombente olocausto dei Diecimila martiri, il futuro assassinio di
milioni di innocenti, dopo che egli abbia letto non so quale chiacchiera
giornalistica su ciò che la signorina Gusta aveva detto poco prima nel palco
della consigliera di commercio Waller.
Oggi è però difficile trovare profeti biblici, bisogna perciò rimediare con la
lettura di scrittori come Kierkegaard, Kraus, Kafka o Bernanos: naturalmente se si prendono
sul serio, ardua impresa nel nostro tempo così spensierato. Comunque dissi a me
stesso: «Oggi il batteriuncolo, domani l’omuncolo. Oggi la guarigione di
malattie genetiche, domani il miglioramento sperimentale delle caratteristiche umane. Erimus sicut dei (saremo come dei), così promisero un giorno alla mia
progenitrice. Ma la povera pazza si procurò, invece, la morte». E pensare che
Adamo ed Eva potrebbero vivere ancora in Paradiso assolutamente non migliorati
da un punto di vista genetico e forse, prima di andare a dormire, potrebbero
leggere l’ultimo fascicolo del «Journal of Molecular Biology» al posto di un racconto poliziesco.
Se, come sostiene Mallarmé, le poesie sono fatte di parole, i lavori scientifici consistono
soprattutto di acronimi. Nella lettera seguente, indirizzata all’editore di «Science» ero però tutt’altro
che oscuro.”11
Il pericolo di un pasticcio genetico
Il tentativo recentemente intrapreso di far
gustare al pubblico il bricolage genetico, pone un curioso problema. I National
Institutes of Health (NIH) si sono lasciati coinvolgere in una controversia
(probabilmente perché qualcuno li ha pregati di stabilire «linee direttrici»),
in cui non hanno proprio nulla da cercare. Forse, si sarebbe dovuto rivolgere
una siffatta richiesta al dipartimento della giustizia, il quale, però, dubito
che si sarebbe occupato dei problemi di una biologia molecolare colposa.
Anche se non credo che un’organizzazione
terroristica abbia mai chiesto alla polizia federale di emanare direttive
riguardanti l’esecuzione corretta di esperimenti con esplosivi, sono sicuro del
tipo di risposta: dovrebbero mantenersi estranei a qualsiasi azione illegale.
Ciò rientra anche nel caso di cui intendo ora parlare: nessuna cortina fumogena
e nessun laboratorio di sicurezza del tipo P3 o P4 possono esimere il
ricercatore dalla colpa, se ha recato danno a un suo simile. Devo riporre le
mie speranze nelle donne delle pulizie e negli addetti agli animali impiegati
nei laboratori a giocherellare con i DNA ricombinanti, o nel legislatore che
deve ravvisare un’occasione d’oro nella possibilità di perseguire le pratiche
biologiche illecite, e nelle corti d’assise che disdegnano dottori di ogni
tipo.
Nell’esecuzione della mia impresa
donchisciottesca - una lotta contro mulini a vento muniti di laurea in medicina
- comincerò con la follia principale, ciooè con la scelta dell’Escherichia
coli come ospite. In tale contesto vorrei citare una definizione contenuta
in un prestigioso manuale di microbiologia: «L’Escherichia coli viene
indicato come il “bacillo dell’intestino crasso”, perché è la specie
predominante in quel tratto dell’intestino». In realtà noi ospitiamo molte
centinaia di diverse varianti di questo utile microorganismo, responsabile di
poche infezioni, ma forse del maggior numero di lavori scientifici che
qualsiasi altro organismo vivente. Se gli uomini del nostro tempo si sentono
chiamati a produrre nuove specie di cellule viventi (specie che il mondo non ha
probabilmente mai visto dagli inizi della sua esistenza), perché scegliere
proprio un microorganismo che da gran tempo è convissuto con noi in rapporti
più o meno felici? La risposta è che noi ne sappiamo di più sull’Escherichia
coli che su qualsiasi altro essere vivente, inclusi noi stessi. Ma questa è
una risposta valida? Prendetevi tempo, fate con diligenza le vostre ricerche e
ricaverete alla fine molte cose su microorganismi che non possono vivere
nell’uomo e nell’animale. Non c’è fretta, non c’è per niente bisogno di avere
premura. A questo punto, molti colleghi mi interromperanno assicurandomi di non
poter aspettare più a lungo, di avere una fretta incredibile di aiutare
l’umanità sofferente. Orbene, senza mettere in dubbio la nobiltà dei loro
motivi, devo dire che, per quanto io sappia, nessuno ha mai presentato un
progetto chiaro dì come preveda di guarire tutto, dall’alcaptonuria alla
degenerazione di Zenker, per non parlare del modo con cui intende migliorare e
sostituire i nostri geni. Ma schiamazzi e vuote promesse riempiono l’aria: «Non
volete in fin dei conti avere un’insulina a buon mercato? Non vi piacerebbe
vedere il grano prendere il suo azoto direttamente dall’aria? E non sarebbe
bello se a verde umanità potesse preparare il suo cibo mediante fotosintesi:
dieci minuti al sole come colazione, trenta minuti per il pranzo e un’ora per
la cena?». Bene, forse sì, forse no.
Se è veramente necessario che il dottor
Frankenstein continui a produrre i suoi piccoli mostri biologici (ma io ne nego
l’urgenza e persino la necessità) deve forse essere l’Escherichia coli a
fornire il grembo materno? Questo è un campo dove quasi ogni esperimento
costituisce un. colpo sparato a casaccio, e chi può sapere che cosa mai si
riesce a impiantare nel DNA dei plasmidi che saranno moltiplicati dal bacillo
sino alla consumazione dei secoli? E alla fin fine questa roba penetrerà
nell’uomo e nell’animale, nonostante tutte le misure di sicurezza. Tra interno
ed esterno non c’è una reale differenza. In seguito ci assicureranno che i
lavori verranno eseguiti con virus lambda indeboliti e con ceppi di E. coli modificati
e difettosi, i quali non possono vivere nell’intestino. Ma come la mettiamo con
lo scambio di materiale genetico nell’intestino? Come possiamo essere sicuri di
quel che accadrà, quando i piccoli mostri sgattaioleranno fuori dal
laboratorio? Ecco un’altra citazione dal ragguardevole manuale: «In effetti non
si può escludere la possibilità che mediante una ricombinazione genetica nel
tratto intestinale persino bacilli innocui possano diventare in qualche
occasione virulenti». Io, però, penso a qualcosa di peggio della virulenza.
Stiamo giocando con il fuoco.
Non è un motivo di sorpresa ma di deplorazione se
i gruppi con il compito di stabilire «linee direttrici» e i diversi comitati
consultivi siano stati formati esclusivamente, o in maggioranza, di sostenitori
di questo genere di sperimentazione genetica. Si è trascurato completamente
(questa, almeno è stata l’impressione) il fatto che ci trovavamo di fronte a un
problema non tanto di igiene quanto di etica, e che la domanda cui si doveva
anzitutto rispondere era se noi avevamo il diritto di porre un’ulteriore
terribile ipoteca su generazioni non ancora nate. Uso l‘aggettivo «ulteriore»
in rapporto al problema irrisolto e altrettanto pauroso dell’eliminazione delle
scorie nucleari. Il nostro tempo è condannato a lasciar prendere decisioni di
enorme portata da persone deboli, travestite da specialisti. C’è qualcosa di
più vasta portata della creazione di nuove forme di vita?
Ora, poiché è chiaro che i National Institutes of
Health non sono adatti a decidere su dilemmi così importanti, posso soltanto
sperare, anche senza alcuna seria prospettiva, in un’azione del parlamento. Si
potrebbero, per esempio, valutare le possibilità di compiere i seguenti passi:
1) divieto assoluto di utilizzare come ospiti batteri presenti nell’organismo
umano; 2) istituzione di un’autorità veramente rappresentativa di questo paese,
la quale dovrebbe accordare e sostenere ricerche su ospiti e metodiche meno
contestabili; 3) rendere monopolio federale qualsiasi forma di «ingegneria
genetica»; 4) concentrazione di tutto il lavoro di ricerca in un solo luogo,
per esempio a Fort Detrick. Naturalmente sarà necessaria una forma di moratoria
sino alla promulgazione di norme legislative di sicurezza.
Ma al di là di tutto ciò si presenta un
importantissimo problema di carattere
generale: la spaventosa irrevocabilità dei propositi. Si può smettere con a
fissione atomica, si può desistere dal visitare ancora la Luna, ci si può
astenere dall’uso di aerosol, è possibile persino prendere in considerazione la
decisione di non uccidere intere popolazioni per mezzo di alcuni tipi di bombe,
ma non si possono revocare nuove forme di vita. Una cellula di Escherichia
coli appena costruita e in grado di vivere, che porti con sé un DNA
plasmidico insieme a un pezzo di DNA eucariotico trapiantato, sopravviverà a
noi, ai nostri figli e ai nostri nipoti. Un attacco irreversibile alla biosfera
è una cosa talmente inaudita e sarebbe parso così impensabile alle generazioni
passate, da indurmi soltanto a desiderare che la nostra generazione non
commetta tale colpa. L’ibridazione di Prometeo con Erostrato produce necessariamente
risultati cattivi. In effetti, i risultati sinora pubblicati delle
sperimentazioni in questo campo non sono certo convincenti. Comprendiamo assai
poco del DNA eucariotico e non sono ancora pienamente intellegibili il significato delle interruzioni e delle
sequenze ripetute del DNA e la funzione dell’eterocromatina. Si ha
l’impressione che esperimenti di ricombinazione in cui un pezzo di DNA animale
viene incorporato nel DNA di un plasmide microbico siano effettuati senza
capire a fondo ciò che sta succedendo. Il luogo in cui un dato gene si trova
nel DNA con riferimento alle sequenze dei nucleotidi contigui viene lasciato al
caso o si tratta dì controllo e regolazione reciproci? Possiamo essere sicuri -
tanto per citare qualcosa di fantasticamente improbabile - che il gene per un
determinato ormone albuminico, funzionante soltanto in alcune cellule
specializzate, non diventi cancerogeno, qualora sia introdotto, per così dire,
nudo e crudo nell’intestino? è
una cosa saggia mescolare ciò che la natura ha tenuto distinto, cioè i genomi
di cellule eucariotiche con quelli di cellule procariotiche?
Il peggio è che non lo sapremo mai. Rispetto
all’uomo, i batteri e virus sono sempre appartenuti a un movimento biologico
clandestino estremamente attivo, la nostra comprensione della guerriglia per
mezzo della quale essi influiscono su forme superiori di vita è molto lacunosa.
Mentre aggiungiamo a questo arsenale insondabili strutture vitali (procarioti,
che moltiplicano geni eucariotici) gettiamo un velo di incertezza sulla vita
delle future generazioni. Abbiamo .il diritto di operare in contrasto con la
saggezza evolutiva di milioni di anni per accontentare l’ambizione e la
curiosità di alcuni scienziati?
Questo mondo ci è dato soltanto in
prestito. Arriviamo e ce ne andiamo e dopo di noi lasciamo terra, aria e acqua
ad altri che ci seguono. La mia generazione - o forse quella che l’ha preceduta
- ha intrapreso per prima sotto la guida delle scienze esatte una distruttiva
guerra coloniale contro la natura. Perciò il futuro cimaledirà.
Andrè Gide, uno scrittore che spesso si ripete, scrisse
in molti punti che
con i bei
sentimenti si fa cattiva letteratura. Non sono sicuro che egli abbia ragione: nulla è più
insulso di una
disinvoltura stantia, e le frivolezze sorpassate dagli anni vanno facilmente in
muffa. In ogni modo, la lingua inglese è oggi contraria a qualsiasi tipo di espressione
patetica; non è più la lingua della glorificazione, qual era ai tempi di
Shakespeare o di Dryden, e come lo sono ancora il francese e l’italiano. In
preda alla follia di una fredda indifferenza, non riesce a parlare con il
cuore, anche se potrà ancora venire un poeta in grado di farlo. Così, il povero ultimo
paragrafo della mia lettera fu pubblicato su un giornale e si osservò, non so
se per lode o se
per biasimo, che era addirittura poetico. Certo, sono parole scaturite dal
cuore e spero che il resto sia uscito, invece, dalla testa. In Europa la mia
lettera non avrebbe probabilmente potuto trovare spazio. Non così in America,
forse perché chi pretende la libertà è considerato un pazzo e perciò gode della
libertà riservata ai folli.
La mia lettera fu molto letta e commentata e ricevetti
un gran numero di risposte. Non diversamente dalla celebre predica ai pesci di
sant’Antonio da Padova, il suo effetto fu però soltanto passeggero, tutt’al più
contribuì a consacrare la mia fama di controversial: nulla di peggio può succedere a uno in America, dove si deve cantare solo in coro. Probabilmente i lucci hanno
detto qualcosa di simile riferendosi a sant’Antonio.
Considero un delitto inconcepibile intervenire
nell’omeostasi della natura. Questi uomini hanno dunque curiosato nella
creazione e l’hanno trovata difettosa? Non abbiamo ancora una patologia dell’immaginazione scientifica, ma
l’impulso a modificare irrimediabilmente la biosfera potrebbe fornire un
eccellente tema per una ricerca di questo genere, addirittura migliore di
quanto non sia l’ardente desiderio di saltellare qua e là sulla Luna. Se, come
si dice, un pesce comincia a puzzare dalla testa, si potrebbe affermare che l’uomo emana cattivo odore
anzitutto dal cuore.
Ora gli esperti mi assicurano che non potrà accadere
niente di spiacevole. Come fanno a saperlo? Hanno osservato come la trama dell’eternità apre e chiude le sue maglie infinite?
Le loro previsioni sono ora più affidabili di quel
che erano qualche settimana fa, quando li incontrai per l’ultima volta? Per gli
americani lo specialista ideale deve essere un uomo dal muso freddo: che cosa significa un muso freddo in un cane l’ho sempre
saputo, ma in uno specialista?
Nella mia protesta non ero solo, sono sicuro che tutti
questi avvertimenti resteranno lettera morta, tanto più che il processo
irreversibile era già cominciato
prima che ci fosse
soltanto l’opportunità
di dare l’allarme. Per quel che mi riguarda, questa è prevedibilmente la fine
della mia carriera come signora Partington. Ma per lei è stato più facile,
l’oceano Atlantico non dispone di uffici pubblicitari, e i pesci che lo abitano
sono forse più lungimiranti dei nostri esperti scientifici. Poiché l’umanità non ha mai
prestato ascolto a
un avvertimento, come doveva - e come poteva - comportarsi in questo caso?
Tutto ciò che può accadere accadrà, e dovrà passare molto tempo prima che si
possa dire con chiarezza se ho avuto ragione o torto.
10. Tornare
alla polvere
In quel mirabile oratorio di Haydn, La creazione, una delle numerose sue «opere
più grandi», tre punti mi hanno sempre particolarmente commosso: il caos dei
primordi, l’apparire del sole e la creazione del primo uomo. Non tutto ciò che
ha un inizio felice ha una fine felice. Tale è, però, il caso di quest’opera di
Haydn, che termina poco prima della comparsa del serpente: una prova ulteriore
del fatto, ben conosciuto, che ogni- resoconto storico può concludersi in modo
delizioso e ordinato, purché si scelga opportunamente il punto di chiusura. La
maggior parte degli storici, e tra questi io stesso, respingono tuttavia tale
facile soluzione.
Il testo inglese originale, che rivela l’influenza di
Milton, era destinato a Windel, ma il grande compositore non lo traspose in musica. Molti anni più tardi, il
libro fu offerto a Haydn e il diplomatico e scrittore austriaco Gottfried van
Swieten ne curò, per suo desiderio, la stesura tedesca e così questa musica
immortale viene ora cantata con parole tedesche.
Dopo la creazione dell’infelice coppia, gli arcangeli
osservano.
Gabriele,
Uriele:
A Te, o Signore,
ogni creatura leva lo sguardo,
ogni creatura ti
implora cibo.
Tu apri la mano,
ed essi vengono
satollati.
Raffaele:
Tu volgi altrove il
tuo viso,
e ogni cosa trema e
si irrigidisce.
Tu togli il respiro,
ed essi tornano alla
polvere.
Poi i tre angeli si
raccolgono insieme e cantano nel più dolce dei toni. Al tempo in cui si svolgeva l’azione
dell’oratorio, la morte non era ancora stata inventata, ma molti ascoltatori,
porgendo l’orecchio alla voce profonda di Raffaele, devono aver pensato a essa.
A me, invece, quelle parole ricordavano le mie dimissioni. Il momento del mio
tornare alla polvere professionale si avvicinava sempre di più. Purtroppo, lo storico non
può indugiare nel giubilo generale e la fine effettiva è ben di rado felice.
Tra le molte altre cose, talvolta si dice che io sono un
uomo tetro. Forse è vero, benché una gran parte della mia tetraggine derivi in
realtà dalla valutazione delle persone che mi affibbiano questa caratteristica.
Ora, poiché mi sto
occupando di un
argomento piuttosto triste, mi sembra che dovrei assicurare il lettore che il mio tono sarà altrettanto leggero e
disinvolto, quanto quello di uno speculatore di aree fabbricabili della Florida
che inviti i cari vecchietti a passeggiare nel suo salone. I bicchieri saranno pieni solo per metà; il fiele avrà
un buon odore, perché amarezza vuol dire dolce-amaro; gli uomini non moriranno,
ma decederanno; la Gehenna sarà deodorata; ma, soprattutto, non parlerò di me stesso
se non alla fine del capitolo.
Da una biografia di Arnold Schönberg12 apprendo
che questo insigne compositore ottenne, dopo il suo ritiro dall’università
della Carolina del Sud, nel 1944, una pensione mensile di 38 dollari (dalla stessa fonte ricavo
l’interessante notizia che contemporaneamente fu respinta la sua richiesta di
una Guggenheim Fellowship). Vecchio ammiratore della mitologia americana,
solevo sempre dire
ai miei studenti, quando si lamentavano di diverse difficoltà: «A questo si
porrà rimedio nella vostra biografia». Ma anche per chi crede più fortemente di
me nell’etica protestante del lavoro, al motivo del profitto e all’economia
libera, la descrizione degli ultimi anni di questo «compositore americano di
origine austriaca», come lo definiscono le enciclopedie, non può costituire una
lettura allietante. E non trova compenso nella biografia
La difficoltà di cui Giovenale si lamentava è
discutibile: se esiste qualcosa di più difficile di non scrivere una satira è
proprio scriverne una. Non mi ci provo neppure. Forse perché non posseggo un
apparecchio televisivo, la mia collezione di orrori è piuttosto antiquata, e
dovrebbe essere possibile trovare un fiele più amaro. Ammetterò, invece, che
l’atteggiamento del nostro tempo nei confronti della vecchiaia, del
collocamento a riposo e della morte merita di essere trattato in un modo più
penetrante e deciso di quanto io sia in grado di fare. Appena scelgo per una
breve riflessione il meno metafisico dei tre mali, il collocamento a riposo, mi
rendo conto come il clima oggi predominante sia curiosamente mutato rispetto a
un tempo: quando ero giovane, ero tenuto a inginocchiarmi davanti alla
vecchiaia; ora che sono vecchio, mi si chiede, direi perentoriamente, di
onorare i giovani e di vergognarmi perché non ho già da tempo ceduto loro il
mio posto. Tuttavia non intendo lagnarmi se nessuno si è gettato ai miei piedi,
come avrei dovuto aspettarmi da un pezzo vorrei soltanto osservare che il
significato del concetto di ritiro, di pensionamento, si è modificato in
connessione con la moda recente di adorare la gioventù e la forza. Non più
inteso come un procedimento destinato a liberare gli anziani da pesi che non
possono più portare, il collocamento a riposo è diventato una pratica da rupe
Tarpea del tipo ôte-toi que je m’y mette (sbrigati, che mi ci metto io).
Ma non fa nulla: proprio come l’unico scopo della natura sembra ora quello di
mantenere il naturalista, così la vita è diventata una macchina per restare in
vita.
In ogni modo, vorrei spendere qualche parola sul
problema della messa a riposo come essa si presenta al docente universitario.
Non penso affatto a una critica dell’idea di pensionamento, perché, se la
pensione non fosse prevista dalla consuetudine o dalla legge, sarebbe prima o
poi imposta dalla natura. In fin dei conti, la differenza concerne soltanto un
piccolo numero di anni.
Come ha constatato con molto spirito uno dei suoi
presidenti, gli affari dell’America sono gli affari. Con una moneta
relativamente stabile e in assenza di gravi rivolgimenti economici, un popolo
formato di uomini d’affari e fatto per essi non poteva trovare difficile, né
sul piano concettuale né su quello pratico, finanziare misure a favore della
vecchiaia dai proventi del giro d’affari giornaliero. Una parte notevole della
popolazione era proprietaria di case e di appartamenti in cui potersi ritirare.
La rapida industrializzazione generò una domanda gigantesca di manodopera a
basso costo, che fu soddisfatta attingendo all’importazione e all’immigrazione
di poveri europei, sfruttabili ed energicamente sfruttati. Dopo lotte
sanguinose e strazianti, essi riuscirono a organizzarsi in sindacati, i quali,
onesti e rispettabili almeno agli inizi, istituirono con il passare del tempo
fondi per pensioni di varia efficienza. Così, insieme al sistema di previdenza
sociale su scala nazionale, molti lavoratori grazie a quegli strumenti
riuscivano a conseguire un sufficiente grado di stabilità economica. Le pensioni
percepite da ex funzionari federali, statali o comunali avevano anche
raggiunto, in linea generale, un livello adeguato, se si assume come
percentuale minima circa il 60% dello stipendio.
La grossa eccezione a questo stato di cose, per lo meno
tollerabile benché non del tutto soddisfacente, è rappresentata dai dipendenti
delle imprese private, che comprendono anche un settore importante, per quanto
cronicamente insolvente: le università private e i college. La scarsa
stima popolare verso l’istruzione mi ha sorpreso sin da quando sono venuto per
la prima volta in America: la cara vecchia maestra elementare nel piccolo
edificio rosso della scuola può andare benissimo come nota decorativa dei
discorsi politici, ma nessuno si preoccupa di come vive o, piuttosto, di come
muore di fame. Quando cominciai a riflettere su queste cose, giunsi ben presto
alla conclusione che il grado di civiltà di un paese può essere determinato da
tre fattori: come la gente si comporta con i suoi bambini, con gli anziani e
con i suoi maestri. L’America è un fallimento in tutti questi tre punti e mi
sembra che i turchi, per esempio, si trovino a un livello più alto, nonostante
i bagni più scadenti e una minore abilità a riparare le automobili.
Le università private rientrano, per la maggior parte,
in un sistema pensionistico gestito dalla cosiddetta Teachers Insurance and
Annuity Association, un’istituzione i cui metodi di lavoro sono chiarissimi per
chi riesce a raccapezzarsi nel castello di Kafka. Ogni mese viene detratta una
certa aliquota dallo stipendio corrisposto ai docenti, e l’università, dal
canto suo, versa un uguale importo o persino il doppio, per la composizione
definitiva della pensione (poiché abbiamo a che fare anche in questo caso con
un paese aperto ed esposto a tutti i venti, sussiste una quantità di eleganti
differenze fra le diverse università). Una volta all’anno il professore riceve
una scheda, sulla quale non poche cifre misteriose ed estremamente provvisorie
gli prospettano un futuro per niente roseo. Il professore ha solo 48 o 50 anni
e il futuro gli sembra ancora lontano; in men che non si dica ha 65, 68
o 70 anni, a seconda dei limiti di età prescritti, ed è tempo per lui di
mettersi a sedere all’ombra di un albero e di godere gli anni d’oro, ma la
doratura è davvero troppo sottile e probabilmente non si tratta neppure di oro.
Ci sono però molte altre cose che il nostro professore scopre
contemporaneamente: per esempio, scopre che l’assegno di pensione fattogli
balenare dalle multicolori e ben poco chiarificanti schede annuali
corrispondeva a un’opzione assolutamente non realistica, che per diverse
ragioni non era adatta per lui, e finirà per accorgersi che l’ammontare
definitivo della pensione è molto più esiguo di quanto egli si sarebbe
aspettato. Lo studioso così «buggerato» scopre anche, se la sua acuta mente
scientifica non lo ha già riconosciuto prima, che nel frattempo il valore del
dollaro si è ridotto a un quinto di quando lui versava alla cassa pensioni la
più alta aliquota dei suoi contributi, e forse deve giungere alla paradossale
conclusione che quanto più a lungo sono durati i versamenti, tanto minore sarà
la pensione. Per giunta, dato che fino agli ultimi anni Cinquanta, gli stipendi
corrisposti dalle università erano in maggioranza incredibilmente bassi, i miei
colleghi più anziani (collocati a riposo dieci anni prima di me) dovevano (e
devono, se il buon Dio li ha mantenuti in vita) accontentarsi di una manciata
di quattrini ancora più modesta.
L’argomento ora affrontato trascende di gran lunga il
mio caso personale. Appena ne parlavo con altri, i loro volti assumevano spesso
una vuota espressione di gelo, come succede quando la gente cerca di
atteggiarsi a filosofo, e mi dicevano: «Certo, certo, la filosofia imperante in
America è che ognuno provveda a se stesso. Nessuno vive volentieri di elemosina».
Ma mi ricordai quanto fossi rimasto sbalordito durante il mio primo soggiorno
in America notando che la povertà era considerata evidentemente una vergogna,
anzi addirittura un delitto, e pensai: «Che squallida filosofia!». Le letture
giovanili dei grandi scrittori del passato - Dostoevskij, Tolstoj, Hamsun - mi
avevano insegnato altri valori.
In ogni caso, sono pochi i professori universitari che
non avranno difficoltà a mettere da parte il danaro necessario per arrotondare
pensioni vergognosamente basse. Un professore di cinese, che guadagna
probabilmente un quarto di un patologo di quarto rango, non è quasi in grado di
«provvedere a se stesso» e, nei primi e più duri anni dopo il suo ritiro, non
può neppure fare assegnamento sull’assicurazione di invalidità e vecchiaia se
gli salta in mente di guadagnare qualche cosina in più con lavoretti saltuari.
Certo il collocamento a riposo è una situazione sociale necessaria, solo
dovrebbe essere possibile strutturarlo in un modo più decente e umano,
soprattutto in periodi di crisi economiche, delle quali, a quanto sembra, il
capitalismo non può fare a meno. La meschina esiguità delle pensioni degli
insegnanti è ancora una vergogna dell’America.
Non si tratta naturalmente soltanto di una questione di
danaro. Se ci limitiamo al personale delle università, ai professori o ai
ricercatori, possiamo cogliere notevoli differenze tra le condizioni di
pensionamento di un ricercatore sperimentale e quelle di uno storico o di un
filologo. Mentre questi ultimi possono conservare i loro uffici o continuare
l’attività a casa e non vanno incontro a una brusca interruzione del proprio
lavoro, com’è diverso il caso di uno scienziato di laboratorio, un fisico, un
chimico, un genetista e, tanto per rimanere nella disciplina che mi riguarda
più da vicino, di un biochimico! Se si esclude il raro caso di un uomo modesto
e felice, che si accontenta sempre del suo semplice colorimetro, del suo
apparecchio di Kjeldahl o del suo microscopio a contrasto di fase, si devono
fare i conti con una massa di macchine e di dispositivi costosi, pesanti e
complicati, tutti tendenti a interrompere il servizio senza alcun preavviso, i
quali richiedono un’intera squadra di assistenti. Ne deriva un generale
nervosismo: inoltre ci vuole un grande spazio, occorrono aiuti e molto danaro:
ma con il pensionamento tutte queste cose spariscono e, per giunta, a
una velocità esplosiva.
E non è tutto. Quanto più diventa vecchio, tanto più il
ricercatore comincia a sentirsi solo nel suo caro laboratorio, più solo di quel
che si potrebbe pensare. Lo circonda una parete di ghiaccio che lo separa dai
colleghi più giovani: la loro lingua non è più la sua, ma è l’unica lingua che
egli sente; i loro metri sono diversi, ma in base a questi anche l’anziano
viene giudicato. Gli editori di riviste scientifiche e i loro sponsorizzatori
sono gli allievi dei suoi allievi; e ciò vale anche per i cosiddetti suoi pari,
i peers, che dovranno esaminare la sua richiesta di finanziamento per la
ricerca. [Nell’epoca senza storia in
cui vivo non si fa credito: ogni giorno si comincia da capo. Non c’è nulla di
più straziante dell’assistere alla gara che vede raccolti sulla stessa arena le
vecchie celebrità con il fiatone e i giovani accanitamente ambiziosi.] L’instabilità, le svolte
improvvise, o come dicono gli ottimisti il progresso, hanno reso obsoleto lo
scienziato vecchio stile.
Ciò che lo mantiene ancora in piedi, le voci giovanili,
le vecchie stanze, il quotidiano viaggio per raggiungere il laboratorio e
l’ufficio, le lettere che riceve, le riviste che legge, il panorama dalla sua
finestra e persino la polvere sul davanzale: tutto ha formato un castello di
abitudini e di cose ricorrenti, uno scheletro che egli ha impolpato con la carne
dei suoi lunghi anni, delle sue preoccupazioni e delle sue gioie. Poi,
all’improvviso e crudelmente, tutto crolla. Da un giorno all’altro, gli si
dice, deve sgomberare, fare fagotto come se nulla fosse successo, deve sparire.
E così se ne è andato.
è istruttivo leggere nelle lettere di Robert Musil
ciò che il grande scrittore aveva dovuto sopportare, quando, poco prima della
sua morte, cercò invano di ottenere una borsa di studio americana. Tutto viene
macinato a grana fine nei mulini del nostro tempo, e polvere gareggia con
polvere.
Questa è stata,
più o meno, e senza abusare della libertà poetica, la mia storia. Mi sono
trovato in questa situazione - così come mi è sempre accaduto in altre
circostanze della mia vita - senza aver fatto nulla per quanto era in me o,
piuttosto, perché non avevo fatto nulla. In origine avevo sperato di poter
lasciare l’università nel 1970, a 65 anni, e di trasferirmi in Europa.
La vita a New York era diventata molto sgradevole e l’atroce guerra del Vietnam
mi induceva a una separazione simbolica. In alcuni luoghi si dimostrava per me
un nebuloso interesse: Bordeaux, Montpellier, Losanna, Napoli. Ma il crollo del
dollaro, l’inflazione con il conseguente assottigliarsi dei miei risparmi e la
pensione ancora da arrivare mi rendevano impossibile tale passo. E così, sempre
devotamente rispettoso del principio taoista wu wei (non far nulla),
rimasi dov’ero.
Più volte mi
avevano detto che subito dopo la scadenza del credito concessomi partecipante
la ricerca, avrei dovuto lasciare il mio posto, e perciò negli ultimi anni
della mia attività non avevo accettato studenti, non volendo trascinare con me
nel declino e nel tramonto nessun giovane. Anche se la collocazione a riposo
presentava alcuni risvolti comici, mi rattristava la scoperta che la mia
pensione ammontava a poco meno del 30% dell’ultimo stipendio regolarmente
percepito. Per quanto riguarda il rituale piuttosto ridicolo del pensionamento
per cui un professore diventa emerito, non c’è dubbio che sia stato progettato
da uno cui piacevano particolarmente i vecchi film che descrivono la
degradazione del capitano Dreyfus. Anche se non si sentivano rullare tamburi
con la sordina, non si strappavano spalline né si spezzavano spade, lo spirito
e, in particolare, l’ipocrisia erano le stesse. Il passaggio improvviso a una
condizione diversa porta con sé anche qualcosa d’altro: un giorno ci si trova
in mezzo a un’operosità quasi eccessiva e a un gran baccano; il giorno dopo
tutto è così tranquillo che si potrebbe sentire il tintinnio di un dollaro
caduto sul pavimento.
Avevo un laboratorio bene attrezzato, una grande
biblioteca scientifica e un gigantesco mucchio di carte: lavori, lettere,
manoscritti e quanto altro mai si accumula in quarant’anni di attività. Non è
possibile chiudere una ricerca come si fa con un rubinetto: rimanevano una
bella mole di attività scientifica e una quantità di contributi scritti per
metà e molti altri ancora da scrivere. Mandai le mie carte alla biblioteca
dell’American Philosophical Society, a Filadelfia, e regalai quasi tutti i miei
libri alla biblioteca di medicina della Columbia University. Con quel che
rimaneva dovetti trasferirmi con incredibile fretta in un ospedale situato in
un altro quartiere di New York, dove c’era ancora un po’ di spazio.
Il 20 novembre 1975 vennero gli uomini dei traslochi.
Diverse cose, tuttavia, dovettero essere lasciate indietro, perché richiedevano
particolari precauzioni, specialmente un armadio pieno dei miei vecchi
preparati. Quando tornammo, non potemmo più entrare nei nostri laboratori:
qualcuno, ci dissero, era stato incaricato di sostituire tutte le serrature.
Il viaggio sentimentale attraverso la mia vita sembrava
avviarsi verso la fine, o per lo meno stava per concludersi la sua parte
principale, in cui il sentimento non è ancora sopraffatto dal ricordo. Ma
poiché appartengo a un’epoca poco appassionata, prevalse il piacere sardonico
di veder trascorrere tutto esattamente come avevo previsto. Ho sempre avuto il
senso dell’adeguatezza di ogni cosa. E siccome alla Columbia la mano sinistra
non sa mai che cosa stia facendo la destra, era perfettamente conforme a questa
realtà che meno di sei mesi dopo la sostituzione prudenziale delle serrature
dei miei uffici all’istituto di medicina, la stessa università mi conferisse la
laurea honoris causa.
Mentre lo spedizioniere era occupato nel trasloco,
rimasi a casa a sfogliare libri. A un tratto l’occhio mi cadde su questo
pensiero di Eraclito: «La strada che conduce in alto e quella che volge al
basso è la medesima». Credo, però, che Eraclito abbia torto.
11. Liber scriptus
proferetur
«EC», disse la Voce Muta, «ti peserebbe dirmi qual è,
secondo te, il tuo peccato più grande?»
«VM», rispose EC, «mi meraviglio. Ci si aspetta
veramente confessioni da me? In fin dei conti, non sono Jean-Jacques e persino
se ci fosse stata una Madame de Warens [Gentildonna svizzera alla quale Jean-Jacques Rousseau dedicò celebri
pagine nelle sue Confessioni. (n.d.r.)] (e questo non era il caso) non
avrebbe trovato posto in questo libro. E per quanto riguarda l’altro, il
grandissimo autore delle Confessioni, il figlio di Monica, dove avrebbe
potuto trovare adesso un editore, con tutte quelle cose sull’anima che tende a
Dio? Al tempo di sant’Agostino il circo delle pulci del dott. Freud non era
stato ancora aperto, ed egli non avrebbe potuto mostrare nulla, neppure una
buona crisi di identità o almeno un complesso di Edipo. Del resto, chi può dire
di avere un’anima? Oggi abbiamo la psiche e questa è ammalata, ma analizzabile».
VM: Ti prego di essere gentile e di rispondere alla mia
domanda.
EC: Vorrei solo prendermi un po’ di tempo per
raccogliere le idee. Non avevo capito che si faceva sul serio. Gli scienziati
non sono abituati a occuparsi di peccati o di virtù, raccolgono particolari e,
quando ne hanno a sufficienza, li trasformano in dati concreti; quando hanno a
sufficienza dati concreti li inquadrano in un sistema; infine, quando hanno
sistemi quanto basta, lasciano il tutto così com’è e cominciano da capo.
VM: Parli troppo. Ti prego, rispondi alla mia domanda.
EC: Il mio peccato più grande è stata l’indolenza.
Quando cominciai, la natura mi donò...
VM: Sii gentile, usa il termine esatto. Chi ti diede
quel che tu vuoi dire?
EC: E va bene... mi donò la vita...
VM: Lo dirò io per te. Dio ti diede...
EC:…mi diede alcuni doni, non molti, ma qualcuno sì, e
per tutta la vita mi è sembrato di non averne fatto buon uso. Con ogni
probabilità ero quel che oggi si dice un mediocre, anche se non mi piace questo
modo di valutare l’umanità. Per me tutti gli uomini sono i migliori, credo
ancora nella dignità umana. Ma per tutta la vita ho cercato di gridare: «Svegliatevi,
svegliatevi! ».
VM: Hai avuto successo?
EC: No. Come in un sogno ho rinunciato alla mia
primogenitura per un piatto di schiuma. Non sono mai stato uno di quelli che
trovano senza cercare. Ho cercato, ma sempre con una mano legata dietro la
schiena. Non ho mai bruciato il mio cammino attraverso le rupi, ero troppo
tiepido per questo. Se trovavo qualcosa, lo raccoglievo, ma spesso il giorno
dopo non sapevo più dove l’avevo messo.
VM: Tiepidezza e pigrizia non sono la stessa cosa. Di
che si tratta, dunque?
EC: Direi che ero quasi troppo pigro per essere tiepido.
Non fui mai un uomo tutto d’un pezzo. Se ogni cosa grande viene fatta con la
schiuma alla bocca, ebbene, questo mi è sempre mancato. In ciò che era triste
vedevo il ridicolo e nel ridicolo ravvisavo il triste. La mia progenitrice era
stata indotta sulla via sbagliata dal serpente, quel maestro di dialettica
dalla lingua biforcuta. Da lui ho ereditato il mio amore per la dialettica. E
così sogno spesso l’orribile, grosso spauracchio della verità.
VM: Devo dedurne che verità e dialettica non sono
conciliabili?
EC: Questo è il giudizio ultimo o un esame di
ammissione?
VM: Non chiederesti, se tu non sapessi. O forse ascolto
di nuovo il dialettico fiacco e indeciso?
EC: Verità e dialettica non sono inconciliabili, ma la
dialettica senza misericordia produrrà soltanto un certo grado di probabilità.
La verità è qualcosa di più, viene dal cuore... posso citare Vauvenargues?
VM: Non puoi. La biblioteca è bruciata.
EC: Eppure qui fa così freddo.
VM: Vorresti dunque dire che il pensiero dialettico è
stato il tuo peccato più grosso e che hai sempre visto contemporaneamente i due
lati della medaglia?
EC: No, ho cercato il terzo lato della medaglia. Ma
tutto quello che facevo, lo facevo con esitazione, senza troppo slancio:
l’Ecclesiaste mi aveva avvelenato: vanitas vanitatum vanitas! Potrei
sempre dire che la pigrizia fu il mio maggiore peccato. Per giunta io sono, a
quanto pare, una sorta di re Mida alla rovescia: qualunque cosa toccassi,
diventava una falsificazione. E mentre l’oro, impiegato con moderazione, dà il
suo utile, questo non vale per le falsificazioni.
VM: Ti prego di non fare commenti cattivi sul tuo ambiente
originario. Saresti disposto a modificare la tua precedente dichiarazione e
ammettere che la superbia era il tuo peccato più grave?
EC: No, la pigrizia aveva sempre il sopravvento. I russi
dispongono di una bellissima parola per designare questo mio stato d’ animo, Oblomovščina.
è un vocabolo che trae origine da
una straordinaria personificazione di pigrizia metafisica, Oblomov, nel bel
romanzo di Gončarov.
VM: La biblioteca è bruciata. Ma sarò costretto ad
accettare la tua dichiarazione (tu non vuoi chiamarla confessione), anche se ho
il sospetto che tu finga un pochino. Concedimi un’altra domanda: quale pensi
sia la tua dote migliore o, se vuoi, quella che più si concilia con tutto il
resto?
EC: Non ha senso arrossire, questa notte. Vorrei ancora
dire la pigrizia.
VM: è ridicolo.
Non è più tempo di paradossi. Smettila di atteggiarti come l’uomo senza
qualità.
EC: Ma io ho sempre vissuto in un mondo paradossale, un
mondo che dura un’eternità e che è breve come la vita di una mosca. L’indolenza
è in realtà l’unica risposta a un universo assurdo. è un peccato, se rende una persona incapace di ammettere che
esistono enigmi; è una salvezza, se quella stessa persona esita a dichiarare
risolti quegli enigmi, anche se non è mai accaduto qualcosa di simile, perché i
grandi enigmi non hanno probabilmente alcuna soluzione. L’indolenza è una virtù
che impedisce a un uomo di rimestare nella pentola solo per il piacere di
farlo. I miglioratori hanno ottenuto risultati così cattivi che il tenersi
lontani da questo tipo di meglio è ormai una virtù.
VM: Grazie per l’eloquenza, ma ti ripeto la domanda.
EC: Allora dovrò cercare tra le mie doti di secondo
rango. Ma non è facile: ce ne sono tante. Forse è la capacità di mettermi nei
panni degli altri, una modesta dose di immaginazione; o forse è la mia mancanza
di peso.
VM: Non sapevo che ti fossi messo alla prova anche come
cosmonauta.
EC: No, no, non è così. Volevo solo alludere alla mia
scarsa inclinazione a rendermi greve e ingombrante; è una sorta di innata
tendenza a comparire il meno possibile, una forma di accettabile anonimità.
Quanti saranno gli scienziati che in cinquant’anni non sono mai stati chiamati
a ricoprire alcun incarico?
VM: Ciò che tu dici è proprio una forma estrema di
impopolarità. La annovereresti tra le tue doti migliori?
EC: Sì.
VM: Mi sembra che tu creda erroneamente che io abbia la
forza di guardare nel tuo cuore. Non sono né onnisciente né onnipotente. Sono
soltanto onnichiedente: sono io a porre tutte le domande. Perciò non contare
sulla mia comprensione: se sai rispondere meglio alla mia domanda, ti prego di
farlo. Ma non te la caverai con l’astuzia.
EC: Nessun’altra cosa mi è più estranea. Ma dove dovrei
attingere tutta questa capacità di confessione spontanea? L’uomo è soltanto un
povero diavolo.
VM: Da noi non si parla di angeli in pensione. Evita
questo spiacevole modo immaginoso di esprimerti e rispondi senza tanti
fronzoli.
EC: Se devo cercare con il lanternino altre qualità
auspicabili della mia personalità, fra poco sarò costretto a dire che mi
piacciono le ciliege. Ma forse c’è ancora qualcosa d’altro: per esempio, soffro
di logofilia, amo le piccole parole e provo pietà se vengono bistrattate, le
considero il più grande miracolo del fenomeno uomo, cristalli di lacrime e di
gioia. Sono proprio loro a forgiare i nostri pensieri. Se una parola muore,
muore un’idea. Sono gli ultimi testimoni della creazione, gli unici garanti di
un’umanità che scompare rapidamente. Ecco perché ho sempre accolto a braccia
aperte parole dimenticate.
VM: Se ami davvero tanto le parole, perché non ne hai
fatto oggetto del tuo lavoro?
EC: Bene, una volta avevo questa intenzione, ma presto
sono giunto alla conclusione che non si deve studiare ciò che si ama, perché in
questo caso si acquista una falsa confidenza.
VM: Ma non ti ho sentito spesso affermare che tu ami la
natura? Eppure sei diventato uno scienziato.
EC: Mi c’è voluto un bel po’ di tempo prima di
scoprirlo; ora, però, sono convinto che le scienze della natura non hanno nulla
a spartire con la natura, per cui si può essere scienziati e tuttavia amare la
natura. Sono due cose diverse che non si escludono a vicenda, come, per
esempio, essere un viaggiatore di commercio e suonare il flauto dolce.
Comunque, mi sono dimenticato di un altro tratto conciliante: ho sempre avuto
simpatia per i giovani e penso di essere stato un buon maestro. A questo
proposito, mi è consentita una confessione?
VM: Sei qui apposta.
EC: Ecco quello che vorrei dire: se penso a ciò che ora
viene chiamato uno scienziato, comincio a chiedermi se lo sono mai stato. Può
darsi che sia partito da un’idea sbagliata o che si sia trattato effettivamente
di qualcosa d’altro. Probabilmente sono appartenuto all’ultima generazione di
non-specialisti, prima che le scienze cominciassero a frantumarsi in
innumerevoli specialità. Come ho detto più volte, la ricerca scientifica quasi
non esisteva come professione agli inizi della mia carriera, si capitava nel
mondo delle scienze come un ciabattino in una calzoleria; oppure, per essere
più precisi, si cominciava come docente, e la ricerca era un’attività
secondaria, apparteneva all’insegnamento. Può essere quindi che abbia
cominciato come scienziato, secondo il modo di concepire in quel tempo la
scienza e che, alla fine, non lo fossi più.
VM: Non temere... come sei venuto al mondo, così lo
lascerai, senza alcun diploma. Sei soddisfatto della tua vita?
EC: Che cosa devo dire? Non è forse la migliore, ma è
tutto quello che ho. E poi non mi sono mai mancate alcune cose molto belle, che
esulano, però, da questo nostro singolare colloquio.
VM: E i tempi in cui sei vissuto?
EC: Potrei dare la stessa risposta di prima: ho avuto
davvero ben poca scelta. Vorrei tuttavia notare che il nostro secolo è uno dei
più bestiali che la storia dell’umanità abbia conosciuto, anche se
probabilmente sarà superato dal prossimo. Se l’umanità dovrà mai risvegliarsi
tra due sogni angosciosi, è più di quanto sappia dire.
VM: Potresti descrivere in cinque parole il tuo
carattere?
EC: Mi spaventa proprio, anzi vorrei evitarlo. Viviamo
troppo immersi in un diabolico giardino d’infanzia, e la mia risposta avrebbe
il tono di un compito da scuola elementare. Perché insistere? Gli scolastici
non hanno forse insegnato che l’individuo è «ineffabile»? Di me stesso solevo
dire: ogni giorno sono un uomo diverso, ma porto sempre lo stesso cappotto. Ed
è questo che gli altri vedono. Lo so, la biblioteca è bruciata, ma ho per caso,
in tasca, un foglietto con una citazione dal Libro della consolazione divina
di Meister Eckhart.
«La pietra ci dà una testimonianza manifesta di
questa dottrina: la sua operazione esteriore è quella di cadere e di restare a
terra. Tale operazione può essere ostacolata, per cui la pietra non cade sempre
e continuamente. Ma essa ha un’altra operazione più intima: è la tendenza a
dirigersi verso il basso che le è intrinseca, tanto che né Dio né alcuna
creatura gliela può togliere. La pietra compie questa operazione di continuo,
giorno e notte: se anche stesse mille anni là in alto, continuerebbe a tendere
verso il basso come il primo giorno, nello stesso identico modo». Meister
Eckhart, Opere tedesche, trad. it. di M. vannini, La Nuova
Italia, Firenze 1982.
VM: Bello! Ma con questo?
EC: Ora, se si prescinde dall’ardita affermazione che
neppure Dio può annullare la legge di gravità (non avrei mai osato affermare
una cosa simile), mi pare che con questo passo Eckhart intenda dire che noi
pietre (già cadute al suolo o non ancora) vogliamo tutti cadere. Noi siamo come
siamo nati e non come siamo diventati. Siffatta costante «inclinazione verso il
basso», questo cieco impulso verso un fine sconosciuto, ci costringe a cadere
mentre siamo in posizione di riposo e a riposare, una volta caduti. «... Perché
come eri agli inizi, così rimani», scrisse Hölderlin in una delle sue ultime
poesie.
VM: Se hai pensato a questo come a una scusa, è inutile.
Mi sembra che tu alluda alla predestinazione. Sei sostanzialmente calvinista?
EC: Dio me ne guardi. Per dirla con Dante, la più alta
sapienza è anche il primo amore. Redenzione è una bella parola, salute
dell’anima è ancora meglio. Dio può far volare in cielo tutte le pietre. Chi
altrimenti potrebbe dispensarci dalle leggi naturali?
VM: Hai mai assistito a un miracolo?
EC: No, senonché ho visto che in questo mondo uno può
diventare un grand’uomo senza aver mai avuto una propria idea nella testa.
VM: Che cosa hai appreso dalla scienza?
EC: Una cosa soltanto: che bisogna lavarsi le mani prima
di toccare la natura.
VM: Vuoi forse insinuare che la maggior parte degli
scienziati non meritano la scienza?
EC: Sì, ma della scienza hanno fatto qualcosa che si
meritano.
VM: Qual è il rimedio?
EC: Non c’è rimedio.
VM: Nel luogo dove ora ti trovi non ti spetta suonare la
tromba dell’Apocalisse. Un’altra tuba diffonderà il suo mirabile suono. Ripeto
la domanda.
EC: Il primo passo dovrebbe consistere nel
ridimensionare la scienza e disaccoppiarla dalla tecnica e dalla caccia al
potere. Gli imprenditori scatenati, ognuno travestito da Prometeo, devono
tenere giù le mani dalla scienza, e i negromanti, che pretendono di educare
l’uomo moderno, devono essere messi alla berlina.
VM: Come otterresti questo risultato?
EC: Non penso si possa raggiungerlo secondo un piano
prestabilito, credo che ciò avverrà soltanto attraverso una serie di catastrofi
di tali dimensioni che l’umanità sarà costretta a fermarsi e a guardarsi
attorno. Può darsi che un tempo gli scienziati servissero a indirizzare
l’umanità verso pensieri migliori, ma ora costituiscono essi stessi il pensiero
malvagio. Il nostro tipo di scienza si è trasformato in una malattia dello
spirito occidentale. Ci hanno insegnato che scavando sempre più a fondo
dovremmo raggiungere il centro del nostro mondo, ma non troviamo che roccia e
fuoco, perciò prendiamo la pietra come nostro cuore e la fiamma come nostra
speranza.
VM: Questo è tutto ciò che è stato trovato?
EC: Ci indussero a cercare dimensioni sempre più
piccole. Ogni nuova cifra decimale dischiude una fresca grotta di delizie, un
affascinante monte di Venere. Annegando nella precisione, ubriachi di controlli
dei controlli, ci perdiamo nelle morte sabbie mobili dell’eternità. Quando ci
accorgeremo del nostro errore, sarà troppo tardi. Il centro del nostro mondo
non è dove lo abbiamo cercato.
VM: Dov’è allora?
EC: Se lo avessi saputo, non sarei qui.
VM: Credi davvero che ci siano eccezioni? Pensi che
faccia differenza se i candidati vengono portati al punto di controllo o vi
sono trascinati?
EC: Si, lo credo. Ma tenterò di rispondere alla domanda.
Quando ero giovane, la speranza era il centro del mio mondo. Non era una
speranza in qualcosa di preciso, di determinabile, era la speranza che al di
sopra delle nuvole, o addirittura dell’azzurro cielo d’estate, ci fosse
un’entità incredibile, un qualcosa di eterno, qualcosa che tutto trascendeva e
che era dotato di possibilità inimmaginabili. Era la certezza che se la mia
anima si trovava in una notte oscura, l’unica cosa che avrebbe potuto
raggiungerla era la luce, e si era sicuri che ciò sarebbe avvenuto.
VM: Ed è successo davvero?
EC: Sì.
VM: Potresti essere un poco più chiaro?
EC: Come posso gareggiare con san Giovanni della Croce?
Per quello di cui ora parlo i verbi, i tempi grammaticali, non servono: è la
fine della grammatica umana. Il mondo ha cominciato a perdere il proprio
carattere divino con la scomparsa degli ideogrammi. Dio non esiste come esiste
un tavolo. In effetti, non mi riesce di dire di più. Al massimo posso
aggiungere una cosa sola: che io mi trovo nella situazione di un giovane
scultore, il quale aveva scoperto qualcosa che egli sperava essere un blocco di
marmo. La pietra era tutta coperta di fango e di sporcizia, non si poteva
nemmeno essere certi che si trattasse di un pezzo di marmo. E il .giovane
scultore cominciò a rimuovere il fango e la sporcizia; più tardi prese uno
scalpello o un martello, ma non sapeva ancora che cosa egli stesse elaborando e
formando. D’un tratto, una forma gli balzò dalla pietra. Era ciò in cui aveva
sperato. Era la figura di marmo che egli si era messo a cercare? Non poteva
dirlo. Mentre continuava a lavorare, la forma spariva, la figura si dissolveva:
c’erano strutture, ma queste mutavano continuamente; c’era una specie di
pietra, ma era marmo? E mentre egli era là, su una piana ventosa, si vedeva
attorniato da molte migliaia di persone che facevano la stessa cosa. «Tanti
idoli», disse, «ma dov’è l’isola di Pasqua?». Sopraggiunse altra gente con
nuovi strumenti; il numero delle statue aumentava mostruosamente; le statue
riempivano tutto lo spazio a disposizione e la maggior parte delle opere
sembrava finita solo per metà. Gli fu detto che ciò era un bene per l’anima e
la mente dell’uomo.
VM: E se ne è avuta poi conferma?
EC: No. La massa di ciò che mi si offriva mi spaventava.
Non sapendo da che parte cominciare, mi limitai a prendere atto della sua
esistenza. E mentre gli scultori erano sempre più estasiati, la maggioranza
degli altri (avevano palloncini, sui quali era scritto Happiness) sembravano
non accorgersi di nulla.
VM: Vorrei pregarti di abbandonare questa affascinante
allegoria. Andrà tutto avanti così, oppure quale sarà il futuro della scienza?
EC: Per la scienza le cose non vanno bene. Il nostro
tipo di scienza non avrà più lunga vita, almeno a mio avviso. Passeranno,
direi, meno di cento anni.
VM: Qualcosa d’altro ne prenderà il posto?
EC: In realtà, la scienza - al pari
dell’arte, della letteratura, della musica, e così via - non ha mai occupato
nel nostro mondo un posto vero e proprio. Ma le altre attività intellettuali
non si sono sviluppate come la scienza al punto di diventare occupazioni di
massa. In questo momento tutto sembra un’assurdità; ma sembrerà meno assurdo ai
pochi superstiti dai quali, immagino, sarà abitata in futuro la Terra e che si
nutriranno di formiche radioattive.
VM: Non sai che la fine del tempo è venuta, che lo
spazio è stato eliminato, che non esiste più un hic et nunc, un futuro?
EC: Lo so. Ma pensavo che le domande si riferissero al
passato, e un passato c’è sempre. Quanto al mio tempo, vorrei dire che il mondo
era divenuto troppo complicato per gli uomini che lo abitavano. La vita umana
non ha perduto il suo valore a causa delle grandi conquiste della biologia: la
verità è che questi due processi hanno proceduto parallelamente: ogni volta che
su una rivista scientifica leggevo la relazione di un lavoro interessante, il
giornale riportava contemporaneamente la notizia di un assassinio
raccapricciante. Una società, che aveva i mezzi per visitare la Luna, non
riusciva a preservare l’umanità dai suoi stessi componenti e andava in frantumi
nel medesimo tempo in cui faceva irruzione nell’universo. Essa guastava la vita
del suo stesso ambiente, mentre formulava ipotesi sulla vita su Marte. Sono
convinto che anche i dinosauri avevano i loro comitati di sicurezza, non meno
efficienti dei nostri.
VM: Vorresti dire che le scienze sono la causa del
declino?
EC: Ho smesso di distinguere tra causa e sintomo. La
putrefazione segue alla maturità come la notte al giorno.
VM: In principio era il verbo, e alla fine è il
silenzio. L’interrogatorio è aggiornato.
12. Con una lacrima per Johann Peter
Hebel
[Questo titolo
vuole essere un modesto omaggio a un mite, tranquillo poeta. Nella sua poesia Unverhofftes
Wiedersehen (Inatteso rivedersi) si trova un bellissimo passaggio che ha
inizio con l’avverbio unterdessen (frattanto) e ci presenta via via,
procedendo verso il cantus firmus di una piccola povera vita, i grandi
avvenimenti di mezzo secolo.]
Nel frattempo quattro anni di guerra avevano stroncato
milioni di giovani vite; vetusti imperi erano crollati e i popoli si erano
immiseriti. L’impero dei Romanov era stato abbattuto e sostituito con una
repubblica dei sovieti; la monarchia asburgica si era dissolta; la Germania era
divenuta una repubblica inquieta. Sulla scia del grande rivolgimento,
innumerevoli persone andarono in rovina. Le scienze si ingigantirono e
acquisirono grande potere rivelandosi utili per la guerra e per il commercio.
Il fascismo si impadronì dell’Italia, della Germania e della Spagna.
L’industria dei mass media apprese il modo di manipolare il cervello umano.
Hitler cercò di estendere il dominio tedesco sull’intera Europa, ma fallì il
suo intento. L’atomo fu scisso. Milioni di ebrei, zingari, comunisti, dementi e
ribelli vennero sterminati dai tedeschi. Altri milioni persero la vita in una
seconda guerra che durò quasi sei anni. Bombe atomiche furono sganciate su Hiroshima
e Nagasaki. La scoperta della natura del gene apri la via alla sua
manipolazione. La vittoria sulle potenze fasciste fu seguita dalla presunta
fine degli imperi coloniali. La Cina divenne una repubblica popolare; fu
proclamato lo stato d’Israele. Gli americani devastarono l’Asia sudorientale e
misero piede sulla Luna. Miseria e disoccupazione si estesero sulla faccia
della Terra; i tesori del nostro pianeta furono dilapidati; tutto il mondo
venne contaminato; l’assassinio e il crimine ebbero il sopravvento; le
religioni esistenti cominciarono la ritirata; la schiavitù della droga cominciò
ad avanzare.
Mentre tutto ciò avveniva, io sono cresciuto e diventato
vecchio. Poi ho scritto questo libro.
Note bibliografiche
I Una febbre della ragione
1 L. Bloy, Exégèse des
lieux communes,1ère série. CXXIV, Mercure de France, Parigi 1902
2 E. Chargaff, über den gegenwärtigen Stand der
chemischen Erforschung des Tuberkelbazillus, «Naturwissenschaften», 19
(1931), pagg. 202-206.
3 E.
Chargaff, Lipoproteins, «Adv. Protein Chem.», 1 (1944), pagg. 1-24.4 E.
Chargaff, Bitter fruits from the tree of knowledge: Remarks on the
current revulsion from science, «Perspect. Biol. Med.», 16 (1973), pagg. 486-502.
5 E.
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1963.
6 A. Fuchs, Geistige
Strömungen in österreich, 1867-1
918, Globus Verlag, Vienna 1949, poi Löcker Verlag, ivi 1978.
7 F. Feigl e E. Chargaff, (Über
die Reaktionsfähigkeit von Jod in organischen Lösungsmitteln (I.), «Monatsh.
Chem.», 49 (1928), pagg. 417-428.
8 F. Feigl e E. Chargaff, Über
die analytische A uswertung einer durch CS2 bewirkten Katalyse zur jodometrischen
Bestimmung von Aziden und zum Nachweis von CS2, «Z. anal. Chem.», 74 (1928), pagg. 376-380.
9 E.
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chromatography of nitrogenous lipide constituents, sulfur-containing amino
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10 E.
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11 R.J.
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Analysis of acetone-soluble fat, «J. Biol. Chem.», 84 (1929), pagg.
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12 R.J.
Anderson e E. Chargaff, The chemistry of the lipoids of tubercie bacilli.
VI. Concerning tuberculostearic acid and phthioic acid from the acetone-soluble
fat, «J. Biol. Chem.», 85 (1929), pagg. 77-88.
13 E. Chargaff e R.J.
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die katalytische Zersetzung einiger Jodverbindungen, «Biochem. Z.», 215
(1929), pagg. 69-78.
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Kenntnis der Pigmente der Timotheegrasbakterien, «Zentralbl. f. Bakt.», 119
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17 E. Chargaff, Über die
Lipoide des Bacillus Calmette-Guérin (BCG), «Z. physiol. Chem.»,
217 (1933), pagg. 115-137.
18 E. Chargaff, Über das
Fett und das Phosphatid der Duphetriebakterien, «Z. physiol. Chem.», 218
(1933), pagg. 223-240.
19 E. Chargaff e J. Dieryck,
Über die Lipoidgehalt verschiedener Typen von Tuberkelbasillen, «Biochem.
Z.», 255 (1932), pagg. 319-329.
20 E. Chargaff, Vorwort
zu einer Grammatik der Biologie. Hundert Jahre Nukleinsäurenforschung, «Experientia»,
26 (1970), pagg. 810-816.
21 E.
Chargaff, Preface to a grammar of biology. A hundred years of nucleic acid
research, «Science», 172 (1971), pagg. 637-642
II - Folle e saggio
1 E.
Chargaff, The coagulation of Blood, «Adv. Enzymol.», 5 (1945), Pag.
59
2 E.
Chargaff, Lipoproteins, «Adv. Protein. Chem.», 1(1944), pagg. 1-24.
3 E.
Chargaff, Synthesis of a radioactive organic compound: alphaglycerophosphorìc
acid, «J. Am. Chem. Soc.», 60 (1938), pagg. 1700-1701.
4 O.T.
Avery, C.M. MacLeod e M. McCarthy, Studies on the chemical nature of the
substance inducing transformation of ofpneumococcal types, «J. Exp.Med.»,
79 (1944), pagg. 137-158.
5 E. Chargaff, Vorwort zu
einer Grammatik der Biologie. Hundert Jahre Nukleinsäureforschung, «Experientia»,
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6 E.
Schrodinger, What ls Life? The Physical Aspect of the Living Cell, Cambridge
University Press, New York 1945 (trad. it di M. Ageno in Scienza e umanesimo.
Che cos’è la vita, Sansoni, Firenze 1978, pagg. 104-105).
7 E.
Chargaff, Essais on Nucleic Acids, Elsevier, Amsterdam-Londra-New York
1963, pag. VII
8 E.
Chargaff, Triviality in science: A brief meditation on fashions, «Perspect.
Biol. Med.», 19 (1976), pagg. 324-333.
9 E. Chargaff, Über
höhere Fettsäuren mit verzweigter Kohlenstoffkette, «Ber. Chem. Ges.», 65 (1932), pag. 745-754.
10 E.
Vischer e E. Chargaff, The separation and characterization of purines in
minute amounts of nucleic acid hydrolysates, «J. Biol. Chem. », 168
(1947), pagg. 781-782.
11 E.
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Spring Harbor Symp. Quant. Biol.», 12 (1947), pag. 33.
12 E.
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enzymatic degradation, «Experientia», 6 (1950), pagg. 201-209.
13 E.
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14 E.
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15 R.
Olby, The Path to the Double Helix. University of Washington Press,
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16 J.D. Watson, The Double Helix, Atheneum, New
York 1968 (trad. it. di B. Vitale e M. Attardo Magrini, La doppia elica:
trent’anni dopo, nuova ed. a cura di G.S. Stent, Garzanti, Milano 1982).
17 E.
Chargaff, Building of the Tower of Babble, «Nature», 248 (1974), pagg.
776-779.
18 D.
Watson e F.H.C. Crick, Molecular structure of nucleic acids, «Nature»,
171 (1953), pagg. 737-738.
19 E.
Chargaff, Review of «The Path to the Double Helix», by R. Olby, «Perspect.
Biol. Med.», 19 (1976), pagg. 289-290.
20 E.
Chargaff, On some of the Biological Consequences of Base-pairing in the
Nucleic Acids, in Developmental and Metabolic Control Mechanisms and
Neoplasia, a cura di M.D. Anderson, Williams and Wilkins, Baitimore 1965,
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21 E.
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on the Origin of Li/e, Accademia delle scienze dell’URSS, Mosca 1957, pagg.
188-193, poi m The Origin of Li/e on Earth, Pergamon Press, Londra 1959,
pagg. 297-302.
22 E.
Chargaff, First steps toward a chemistry of heredity, in Fourth
international Congress of Biochemistry, Pergamon Press, Londra 1959,
vol.XIV, pagg. 21-35.
23 E.
Chargaff, Preface to a grammar of biology. A hundred years of nucleic acid
research, «Science», 172 (1971), pagg. 637-642.
24 E. Chargaff, Kommentar
im Proszenium, « Scheidewege”, 7 (1977), pagg. 131-152.
25 Plotino, Enneadi, trad. it. di V. Cilento,
Laterza, Bari 1958, vol. I pagg. 99-100.
III. Il sole e la morte
1 E.
Chargaff, Bitter fruits from the tree o/ knowledge: Remarks on the current
revulsion from science, «Perspect. Biol. Med.», 16 (1973), pagg. 486-502.
2 E. Chargaff
e J.N. Davidson (a cura di), The Nucleic Acids, 3 voll., Academic Press,
Londra-New York 1955 e 1960.
3 E.
Chargaff, Essays on Nucleic Acids, Elsevier, Amsterdam-Londra-New York
1963.
4 E.
Chargaff, Voices in the Labyrinth: Dialogues around the study of nature, «Perspect.
Biol. Med.», 18 (1975), pagg. 251-285 e 313-330.
5 J. Liebig e
F. Wöhier, Briefwechsel 1829-1873, Verlag Chemie, Wemheim 1958.
6 E.
Chargaff, On some of the Biological Consequences of Base-pairing in the
Nucleic Acids, in Developmental and Metabolic Control Mechanisms and
Neoplasia, a cura di M. D. Anderson, Williams and Wilkins, Baltimora 1965
pag.19.
7 E.
Chargaff, Triviality in Science: A brief meditation on fashions, «Perspect.
Biol. Med.», 19 (1976), pagg. 324-333.
8 E.
Chargaff, Essays on Nucleic Acids, cit., pag. 83.
9 Ibid
pag. 110
10 E.
Chargaff, Voices in the Labyrinth: Essays and Dialogues on the Nature in
preparazione.
11 E. Chargaff, On the dangers of genetic
meddling, «Science», 192 (1976), pagg. 938-940.
12 E. Freitag, Schönberg,
Rowohlt, Reinbeck 1973, pag. 149.
Indice dei nomi
Adams, Henry B. (storico
statunitense)
Adler, Alfred (psicanalista
austriaco)Agostino, santo (padre della chiesa)
Allen, Woody (attore
e regista cinematografico statunitense) 40
Altenberg, Peter (scrittore
austriaco)
Anderson, Rudolph
J. (chimico statunitense)
Angelico, Beato (pittore
italiano)
Arcimboldi,
Giuseppe (pittore italiano)
Aristotele (filosofo
greco)
Artom, Camillo (biochimico
statunitense)
Aschoff, Ludwig (patologo
tedesco)
Astbury, W.T. (biofisico
statunitense)
Ausonio, Decimo
Magno (poeta latino)
Avery, Oswald T. (microbiologo
statunitense)
Bach, Johann
Sebastian (compositore tedesco)
Bacone, Francesco (filosofo
e scienziato britannico)
Baldwin, Stanley (uomo
politico britannico)
Balzac, Honoré de (scrittore
francese)
Bancroft, Frederic
W. (chirurgo statunitense)
Baudelaire,
Charles (poeta francese)
Beerbohm, Max (caricaturista
e scrittore inglese)
Belozerskij,
Andrej (biochimico sovietico)
Berg, Alban (compositore
austriaco)
Bergmann, Ernst (chimico
israeliano)
Bergmann, Max (chimico
tedesco)
Bernal, J.D. (fisico
britannico)
Bernanos, Georges
(scrittore francese)
Blake, William (poeta
inglese)
Bleibtreu, Hedwig
(attrice austriaca)
Bloch, Konrad E. (biochimico
statunitense)
Bloy, Léon (scrittore
francese)
Bodenstein, Max (chimico
tedesco)
Böhme, Jakob (mistico
tedesco)
Böll, Heinrich (scrittore
tedesco)
Brahe, Tyge (astronomo
danese)
Brand, Erwin (biochimico
statunitense)
Brawerman, George (biochimico
statunitense)
Brecht, Bertold (scrittore
tedesco)
Brentano, Clemens
Maria (scrittore tedesco)
Brod, Max (scrittore
austriaco)
Brontё,
Anne, Charlotte e Emily (scrittrici inglesi)
Bruno, Giordano (filosofo
italiano)
Buber, Martin (filosofo
e scrittore tedesco)
Buchner, Eduard (chimico
tedesco)
Büchner, Ludwig (filosofo
tedesco)
Burckhardt, Jacob (storico
svizzero)
Bürger, Gottfried
August (poeta tedesco)
Calmette, Albert (batteriologo
francese)
Campanella,
Tommaso (filosofo italiano)
Cardano, Gerolamo (scienziato
italiano)
Carter, Jimmy (presidente
degli Stati Uniti)
Cartesio (filosofo
francese)
Catone, Marco
Porcio (uomo politico romano)
Céline,
Louis-Ferdinand (scrittore francese)
Cellini, Benvenuto
(scultore e scrittore italiano)
Cézanne, Paul (pittore
francese)
Chaikoff I.L. (fisiologo
chimico statunitense)
Chamfort, Nicolas
Sébastien Roch (scrittore francese)
Chamisso,
Adalbert von (poeta tedesco)
Chaplin, Charles
S. (attore e regista cinematografico inglese)
Chateaubriand, François-René de (scrittore
francese)
Clarke,
Hans T. (chimico statunitense)
Claudiano,
Claudio (poeta latino)
174
Claudius,
Matthias (poeta tedesco)
Cohen,
Seymour S. (biochimico statunitense)
Confucio
(pensatore cinese)
Conrad,
Joseph (scrittore inglese di origine polacca)
Consden,
R. (chimico britannico)
Cooper,
James Fenimore (scrittore statunitense)
Copernico,
Nicola (astronomo polacco)
Correns,
Carl E. (botanico tedesco)
Cranach,
Lucas (pittore tedesco)
Crick,
Francis H.C. (biochimico britannico)
Cruikshank,
George (caricaturista britannico)
Curie,
Marie e Pierre (fisici e chimici francesi)
Dalì,
Salvador (pittore spagnolo)
Dante
Alighien (poeta italiano)
Darwin,
Charles (naturalista britannico)
Daumier,
Honorè (pittore e scultore francese)
Davidson,
J.N. (biochimico britannico)
Dawson,
Martin (medico statunitense)
de
Chirico, Giorgio (pittore italiano)
Degas,
Edgar (pittore francese)
Dickens,
Charles (scrittore inglese)
Diderot, Denis (scrittore
francese)
Dingelstedt, Frani
Freiherr von (scrittore tedesco)
Diogene di Sinope (filosofo
greco)
Dische, Zacharias
(biochimico statunitense)
Döblin, Alfred (scrittore
tedesco)
Doniger, Ruth (biochimica
statunitense)
Donne, John (scrittore
inglese)
Dostoevskij,
Fёdor M. (scrittore russo)
Dreiser, Theodore
(scrittore statunitense)
Dryden, John (poeta
inglese)
Dunning, John R. (fisico statunitense)
Duns Scoto,
Giovanni (filosofo e teologo inglese)
Ebner,
Ferdinand (filosofo austriaco)
Eckhart
Johannes, Meister (mistico tedesco)
Einstein, Albert (scienziato
svizzero di origine tedesca)
Elson, David (biochimico
statunitense)
Engelhardt,
Vladimir A. (biochimico sovietico)
Eraclito (filosofo
greco)
Erostrato (personaggio
leggendario greco)
Eschilo (poeta
tragico greco)
Faraday, Michael (fisico
britannico)
Feigl, Fritz (chimico
brasiliano di ori grne austriaca)
Fermi, Enrico (fisico
italiano)
Ficker, Ludwig von
(scrittore e giornalista austriaco)
Fischer, EmiI (chimico
tedesco)
Fontane, Theodor (scrittore
tedesco)
Ford, Gerald R. (presidente
degli Stati Uniti)
Foster, G.L. (biochimico
statunitense)
Francesco
Ferdinando (arciduca d’Austria)
Francesco Giuseppe
(imperatore d’Austria-Ungheria)
Fränkel, S. (fisiologo
chimico austriaco)
Franklin, Rosalind
(biofisica britannica)
Freud, Sigmund (neurologo
e psichiatra austriaco)
Freundlich,
Herbert (chimico americano di origine austriaca)
Fuchs, Albert (filosofo
austriaco)
Furtwängler,
Wilhelm (direttore d’orchestra tedesco)
Galileo, Galilei (scienziato
italiano)
Galvani, Luigi (fisiologo
italiano)
Garbo, Greta (attrice
cinematografica svedese)
Garrick, David (attore
britannico)
George, Stefan (poeta
tedesco)
Gibbon, Edward (storico
britannico)
Gide, André (scrittore
francese)
Giorgione (pittore
italiano)
Giovanni XXIII (papa)
Giovenale (poeta
latino)
Giuliano
l’Apostata (imperatore romano)
Giustiniano (imperatore
romano d’oriente)
Goebbels, Joseph (uomo
politico tedesco)
Goecking, Leopold
Friedrich von (poeta tedesco)
Goethe, Johann
Wolfgang Von (scrittore tedesco)
Gončarov,
Ivan A. (scrittore russo)
Gordon, A.H. (chimico
britannico)
Gorkij, Maxim (scrittore
sovietico)
Goya y Lucientes,
Francisco Josè (pittore spagnolo)
Granick sam (biochimico
statunitense)
Grass, Gunter (scrittore
tedesco)
Gray, Thomas. (poeta
inglese)
Greco, el (pittore
spagnolo di origine cretese)
Green, Charlotte (biochimica
statunitense)
Griffith,
Frederick (patologo britannico)
Gryphius, Andreas (poeta
tedesco)
Guglielmo II (imperatore
di Germania)
Guglielmo il
Conquistatore (re d’Inghilterra)
Günther, Johann
Christian (poeta tedesco)
Haber, Fritz (chimico
tedesco)
Haecker, Theodor (scrittore
tedesco)
Hahn, Martin (batteriologo
tedesco)
Hahn, Otto (chimico
tedesco)
Hammarsten, Einar (biochimico
svedese)
Hamsun, Knut (scrittore
norvegese)
Hände1, Georg
Friedrich (compositore tedesco)
Harsdörffer, Georg
Philipp (scrittore tedesco)
Hartmann, Max (biologo
tedesco)
Hauptmann, Gerhard
(scrittore tedesco)
Haydn, Franz
Joseph (compositore austriaco)
Hebel, Joann Peter
(scrittore e poeta tedesco)
Hegel, Georg
Wilhelm Friedrich (scrittore tedesco)
Heidegger, Martin
(filosofo tedesco)
Heidelberger,
Michael (biochimico statunitense)
Heine, Heinrich (scrittore
tedesco)
He1ps, Arthur (scrittore
inglese)
Herzog, R.O. (chimico
tedesco)
Hess, Kurt
(chimico tedesco)
Hesse, Hermann (scrittore
tedesco)
Hevesy, Georg von (fisico
ungherese)
Hirsch, Julius (batteriologo
tedesco)
Hitler, Adolf (uomo
politico tedesco)
Hodes, M.E. (medico
e biochimico statunitense)
Hoffmann, Ernst
Theodor Amadeus (scrittore e musicista tedesco)
Hofmannsthal,
Hugo von (scrittore austriaco)
Hofmann von
Hofmannswaldau, Christian (poeta tedesco)
Hogarth, William
(pittore britannico)
Holbein, Hans (pittore
tedesco)
Hölderlin,
Friedrich (goeta tedesco)
Hölty, Ludwig
Christoph Heinrich (poeta tedesco)
Hoover, Herbert (presidente
degli Stati Uniti)
Hopkins, Frederick
Gowland (biochimico britannico)
Hugo, Victor (scrittore
francese)
Huizinga,Johan (storico
e saggista olandese)
Humboldt, Wilhelm
von (linguista, filosofo e statista tedesco)
Hume, David(filosofo
inglese)
Hus, Jan (riformatore
religioso boemo)
Iken, Carl. J.L. (letterato
tedesco)
James, Henry (scrittore
statunitense)
Jarry, Alfred (scrittore
francese)
Jean Paul (scrittore
tedesco)
Jeritza, Maria (cantante
austriaca)
Johnson, Treat B. (chimico
statunitense)
Joliot-Curie,
Frédéric e Irène (fisici francesi)
Jorpes, Erik (biochimico
svedese)
Jung, Carl
Gustav (psichiatra svizzero)
Kafka, Franz (scrittore
boemo)
Kant, Immanuel (filosofo
tedesco)
Karrer, PauI (chimico
svizzero)
Keaton, Buster (attore
cinematografico statunitense)
Kekulé von
Stradonitz, Friedrich August (chimico tedesco)
Kendrew, John (chimico
britannico)
Kennedy, John F. (presidente
degli Stati Uniti)
Keplero, Johannes
(astronomo tedesco)
Kerenskij,
Aleksandr F. (uomo politico russo)
Kierkegaard Soren (filosofo
e scrittore danese)
Kipnis, Alexander (cantante
statunitense di origine russa)
Kissinger, Henry (uomo
politico statunitense)
Klages, Ludwig (filosofo
e psicologo tedesco)
Kleist, Heinrich von (scrittore tedesco)
Klemperer, Otto (direttore
d’orchestra tedesco)
Klopstock,
Friedrich Gottlieb (poeta tedesco)
Kraus, Karl (scrittore
austriaco)
Krayer, Otto (farmacologo
statunitense di ori me tedesca)
Kuh, Anton (scrittore
austriaco)
Kuhn, Richard (chimico
tedesco)
Kurzrok, Raphael (medico
e biochimico statunitense)
Labiche, Eugène (autore
drammaticofrancese)
Lamartine,
Alphonse de (poeta francese)
Laplace, Pierre
Simon marchese de (scienziato francese)
La Rochefoucauld,
François duca de (scrittore francese)
Laue, Max von (fisico
tedesco)
Leavis, Frank R. (critico
letterario britannico)
Lenau, Nikolaus (poeta
austriaco)
Lenin, Vladimir I.
(uomo politico sovietico)
Leskov, Nicolaj S.
(scrittore russo)
Lessing, Gotthold Ephraim (scrittore tedesco)
Leuchs, Hermann (chimico
tedesco)
Levene, P.A. (chimico
statunitense)
Lewis, Sinclair (scrittore
statunitense)
Lichtenberg, Georg
Christoph (scrittore e fisico tedesco)
Liebig, Justus von
(chimico tedesco)
Liebknecht, Karl (uomo
politico tedesco)
Ligorio, Pirro (architetto
italiano)
Linderstrǿm-Lang,
Kaj U. (biochimico danese)
Livio, Tito (storico
romano)
Lloyd, Harold (attore
cinematografico statunitense)
Lloyd George,
David (uomo politico britannico)
Lucano, Marco
Anneo (poeta latino)
Luigi XIV (re
di Francia)
Lutero, Martin (riformatore
religioso tedesco)
McCarthy, Joseph
R. (uomo politico statunitense)
McCarty,Maclyn (batteriologo
statunitense)
Machiavelli, Nicolò (uomo politico e
scrittore italiano)
MacLeod,
Colin M. (microbiologo statunitense)
Magasanik,
Boris (biochimico statunitense)
Mahler,
Gustav (compositore austriaco)
Maimonide,
Mosè (pensatore e medico ebreo spagnolo)
Malebranche,
Nicolas (filosofo francese)
Mallarmè,
Stéphane (poeta francese)
Malpighi,
Marcello (biologo italianò)
Manet,
Edouard (pittore francese)
Mann,
Heinrich (scrittore tedesco)
Mann,
Thomas (scrittore tedesco)
Marckwald,
W. (chimico tedesco)
Martin,
Archer John (chimico britannico)
Matsys,
Quentin (pittore fiammingo)
May,
Karl (scrittore tedesco)
Mayr,
Richard (cantante austriaco)
Mendel,
Gregor Johann (biologo austriaco)
Metternich,
Furst Klemens von (uomo politico austriaco)
Meyer,
Kar1 (biochimico statunitense)
Meyerhof,
Otto (biochimico tedesco)
Michelangelo
Buonarroti (artista e scrittore italiano)
Miescher,
Friedrich (fisiologo svizzero)
Miller,
Edgar G. (biochimico statunitense)
Mflton,
John (poeta inglese)
Molière (commediografo
francese)
Monet, Claude (pittore
francese)
Monteverdi,
Claudio (compositore italiano)
Mörike, Eduard (scrittore
tedesco)
Moro, Tommaso (scrittore
e uomo politico britannico, santo)
Mozart, Wolfgang
Amadeus (compositore austriaco)
Müller, Friedrich
von (pubblico funzionario tedesco)
Müntzer, Thomas (riformatore
religioso tedesco)
Musil, Robert (scrittore
austriaco)
Nabokov, Vladimir
V. (scrittore statunitense di origine russa)
Nachniannsohn,
David (biochimico tedesco)
Napoleone I (imperatore
dei francesi)
Needham, Joseph (biochimico
e storico britannico)
Nernst, Walther H.
(fisico tedesco)
Nestroy, Johann
Nepomuk (commediografo e attore austriaco)
Neuberg, Carl (biochimico
tedesco)
Newman, John Henry
(cardinale e teologo britannico)
Newton, Isaac (scienziato
britannico)
Niebergall, Ernst
Elias (scrittore tedesco)
Nietzsche,
Friedrich (filosofo tedesco)
Nikisch, Arthur (direttore
d’orchestra tedesco)
Nostradamus (medico
e astrologo francese)
Offenbach, Jacq
ues (compositore francese)
Olson, K.B. (medico
statunitense)
Oparin, Aleksandr
I. (biochimico sovietico)
Orazio Flacco,
Quinto (poeta latino)
Oswald, Lee Harvey (presunto assassino di J.F Kennedy)
Parmigianino (pittore
italiano)
Pascal, Blaise (scienziato,
filosofo e scrittore francese)
Pasteur, Louis (chimico
francese)
Pauling, Linus C. (chimico
statunitense)
Pavlov, Ivan P. (fisiologo
e psicologo russo)
Peacock, Thomas Love (scrittore britannico)
Perkin, William Henry Jr. (chimico britannico)
Phelps, William
Lyon (divulgatore di letteratura statunitense)
Picasso, Pablo (pittore
spagnolo)
Pico della
Mirandola, Giovanni (umanista italiano)
Pio XII(papa)
Planck, Max (fisico
tedesco)
Platen, August von
(poeta tedesco)
Platone (filosofo
greco)
Plotino (filosofo
greco)
Poe, Edgar Allan (scrittore
statunitense)
Polanyi, Michael (chimico,
economista e filosofo britannico)
Pope, Alexander (poeta
inglese)
Poussin, Nicolas (pittore
francese)
Priestley, Joseph (chimico
britannico)
Rabelais, François
(scrittore francese)
Racine, Jean (drammaturgo
francese)
Raimund, Ferdinand
(attore e commediografo austriaco)
Raverat, Gwen (scrittore
inglese)
Reinhardt, Max (regista
e direttore teatrale austriaco)
Renoir, Pierre
Auguste (pittore francese)
Rimbaud, Arthur (poeta
francese)
Rittenberg, David (biochimico
statunitense)
Rivarol, Antoine
de (scrittore francese)
Ronsard, Pierre de (poeta francese)
Roth, Joseph (scrittore
austriaco)
Rousseau, Jean
Jacques (filosofo e scrittore francese)
Roux, Emile (direttore
dell’Institut Pasteur)
Rubens, Peter Paul
(pittore fiammingo)
Runnström, John (biologo
svedese)
Ruzicka, Leopold (chimico
svizzero)
Sabin, Florence R.
(istologa statunitense)
San Giovanni della
Croce (mistico e poeta spagnolo, santo)
Santayana, George
(filosofo statunitense)
Schalk, Franz (direttore
d’orchestra austriaco)
Schiller, Friedrich von (poeta tedesco)
Schlegel, August Wilhelm von (scrittore te esco)
Schlenk, Wilhelm (chimico tedesco)
Schlick, Moritz (filosofo austriaco)
Schmidt-Ott, Friedrich (arabi sta tedesco)
Schoenheimer, Rudolf (biochimico statunitense)
Schönberg, Arnold (compositore austriaco)
Schopenhauer, Arthur (filosofo tedesco)
Schrödinger, Erwin (fisico austriaco)
Schubert, Franz (compositore austriaco)
Schütz,
Heinrich (compositore tedesco)
Seipel,
Ignaz (uomo politico austriaco)
Serveto,
Michele (riformatore religioso spagnolo)
Shakespeare,
William (drammaturgo inglese)
Shelley,
Percy Bysshe (poeta inglese)
Smith,
Sydney (scrittore e ecclesiastico in lese)
Sobotka,
Harry (biochimico austriaco)
Sofocle (poeta
tragico greco)
Sorel,
Georges (scrittore e uomo politico francese)
Sörensen,
Sören (biochimico danese)
Spallanzani,
Lazzaro (biologo e fisiologo italiano)
Späth, Ernst (chimico
austriaco)
Sperry,
Warren (biochimico statunitense)
Stanley-Brown,
Margaret (chirurgo statunitense)
Stein, William H. (biochimico statunitense)
Stendhal
(scrittore francese)
Steudel,
Hermann (biochimico tedesco)
Stifter,
Adalbert (scrittore austriaco)
Strauss,
Richard (compositore austriaco)
Strindberg,
August (scrittore svedese)
Swedenborg,
Emanuel (scienziato e teosofo svedese)
Swieten,
Gottfried van (diplomatico e musicofilo
austriaco)
Swift,
Jonathan (scrittore inglese)
Teopompo
(storico greco)
Tertulliano
(scrittore latino cristiano)
Thompson,
Sir d’Arcy (naturalista britannico)
Tinbergen,
Nikolaas (zoologo britannico)
Tiselius,
Arne (chimico svedese)
Tiziano
Vecellio (pittore italiano)
Tolstoj,
Lev N. (scrittore russo)
Tommaso
da Kempis (mistico tedesco)
Tommaso
d’Aquino (filosofo e teologo italiano, santo)
Trakl,
Georg (poeta austriaco)
Trendelenburg,
F. (medico tedesco)
Trockij,
Lev D. (uomo politico sovietico)
Truman,
Harry (presidente degli Stati Uniti)
Tswett,
M.S. (botanico russo)
Twain,
Mark (scrittore statunitense)
Unamuno,
Miguel de (scrittore spagnolo)
Urey,
Harold C. (chimico statunitense)
Valéry,
Paul (poeta francese)
Van
der Lubbe, Marinus (militante comunista olandese)
Vauvenargues, Luc de Clapiers de (moralista
francese)
Virgilio
(poeta latino)
Vischer,
Ernst (chimico svizzero)
Visconti,
Luchino (regista cinematografico e teatrale italiano)
Vittoria
(regina di Gran Bretagna)
Volta,
Alessandro (fisico italiano)
Voltaire
(scrittore francese)
Waelsch,
Heinrich (biochimico tedesco)
Wagner,
Richard (compositore tedesco)
Walter,
Bruno (direttore d’orchestra tedesco)
Warburg,
Otto (biochimico tedesco)
Warens,
Louise Eléonore de La Tour de (gentildonna svizzera)
Watson,
James D. (biochimico statunitense)
Webern,
Anton (compositore austriaco)
Wedekind,
Frank (scrittore tedesco)
Wegscheider,
R. (chimico austriaco)
|
5 19 23 25 27 33 38 44 51 57 60 64 70 73 80 83 |
|
89 93 99 103 108 |
Weill, Kurt (compositore
tedesco)
Weingartner, Felix
von (direttore d’orchestra austriaco)
Wellington,
Arthur Wellesley duca di (militare e uomo politico britannico)
Wells, Herbert George (scrittore inglese)
Whitman, Walt (poeta statunitense)
Wilkins, Maurice Hugh Frederick (biofisico
britannico)
Willstätter, Richard (chimico tedesco)
Wintersteiner, Oskar (biochimico statunitense)
Wittgenstein, Ludwig (filosofo austriaco)
Wöhler, Friedrich (chimico tedesco)
Wycherley,
William (drammaturgo inglese)
Zamenhof, Stephen (biochimico
statunitense)
Zetkin, Clara (donna
politica tedesca)
Zurbaràn,
Francisco de (pittore spagnolo)
Indice
generale
I
Una febbre della ragione
1. Sangue bianco, neve rossa
2. I vantaggi della scomodità
3. L’outsider che opera all’interno
4. Una brutta notte per un bambino
piccolo
5. Stazione sperimentale della
distruzione del mondo
6. Il bosco e i suoi alberi
7. Il mondo in una voce
8. Nessun Ercole, nessun bivio
9. Il Gran Rifiuto
10. L’azzurro uccello della felicità
11. Cerchio senza centro
12. Alba a New Haven
13. Sera tardi a Berlino
14. La fine del principio
15. Il silenzio dei cieli
II Folle e saggio
1. Lode degli spigoli vivi
2. Un istituto e il suo guardiano
3. Una famiglia felice e i suoi meno felici
componenti
4. Un oceano di nomi e di facce
5. Il mazzo sfiorito
6. “Il testo del codice ereditario”
7. Il pregio di minuscole differenze
8. Il miracolo della complementarietà
9. Ritratto di due giovani su fondo nero
10. Fiammiferi per
Erostrato
11. Nella luce
dell’oscurità
III - Il sole e la morte
1. Una medaglia di puro argento
2. Grande magazzino del sapere
3. Respiro pesante
4. Correre avanti e indietro per accrescere la
conoscenza
5. La scienza come professione
6. Sul grande dilemma delle scienze della vita
7. La scienza come ossessione
8. L’oscillare della bilancia
9. La scopa della signora Partington, o la terza
faccia della medaglia
10. Tornare alla polvere
11. Liber scriptus proferetur
12. Con una lacrima per Johann Peter
Hebel
Note bibliografiche
Indice dei nomi