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Il Fuoco di Eraclito

 

Erwin Chargaff

 

La jeunesse est une ivresse continuelle:

C’est la fièvre de la raison

 

La Rochefoucauld

 

 

 

1. Sangue bianco, neve rossa

 

Nel 1945, quando le bombe atomiche caddero su Hiroshima e Nagasaki, avevo giusto quarant’anni, i miei proventi di lavoro era­no modesti e occupavo ancora un posto di assistente alla Columbia University di New York. Avevo già pubblicato quasi novanta lavori, disponevo di un buon laboratorio e potevo contare su alcuni giovani di valore, e proprio allora mi accingevo allo studio degli acidi nucleici. Una dotazione annua di seimila dollari della fondazione Markle rappresentava il coronamento del mio successo su questa terra.

Non è facile descrivere quanto abbia influito su di me il trionfo della fisica nucleare. (Qualche tempo fa, ho visto un film girato al­lora dai giapponesi e ho rivissuto tutte quelle ore spaventose, ammesso che sia lecito usare il verbo «rivivere» parlando di una megamorte.) Stava per scendere la sera in quell’agosto del 1945 (la data era il 6?). Io, mia moglie e il nostro figlioletto trascorrevamo l’estate a South Brooksville, nel Maine; avevamo deciso di fare dopo cena una passeggiata fino alla baia di Penobscot, che, al tramonto, si poteva ammirare in tutta la sua delicata bellezza. D’un tratto ci venne incontro un uomo, sosteneva di aver sentito qualcosa alla radio, che si riferiva a una bomba di nuovo tipo sganciata sul Giappone. Il giorno seguente il «New York Times» fu ricco di particolari che da allora non hanno mai cessato di angosciarci.

Il duplice orrore legato al nome delle due città giapponesi si trasformò per me in un duplice sentimento non meno orribile: da un lato, la sconcertante consapevolezza del limite estremo a cui si erano spinti gli Stati Uniti, il paese che cinque anni prima mi aveva concesso la cittadinanza; dall’altro, la realtà terrificante e disgustosa della strada che le scienze della natura avevano imboccato. Io, che non ero mai riuscito a staccarmi da una visione apocalittica del mondo, vedevo davanti a me la fine di tutto ciò che significava umanità, una fine resa più vicina, o addirittura possibile, proprio dalla professione che esercitavo. Ero convinto che le scienze della natura formassero un tutto unico e che se una scienza non poteva più richiamarsi alla propria innocente purezza, nessun’altra avrebbe potuto farlo. Ormai da gran tempo non si poteva più dire che un uomo era diventato scienziato soltanto perché voleva conoscere più a fondo la natura. Ciò avrebbe immediatamente provocato la domanda: «Ma perché lei vuole saperne di più? Non ne sappiamo già abbastanza?» Avremmo allora dovuto dare questa risposta, peraltro scontata: «No, non ne sappiamo abbastanza; ma se anche siamo a questo punto, miglioreremo certamente la natura, sapremo meglio sfruttarla. Saremo i padroni dell’universo». E anche se non fosse stata formulata questa sciocca risposta, sarebbe rimasta nel nostro intimo la sensazione che con questo modo di ragionare i sedicenti miglioratori della natura se la sarebbero cavata, se non ci fosse stata pur sempre la morte, massima correttrice di tutte le idiozie. Non aveva forse già Bacone assicurato che sapere è potere, e Nietzsche o, più precisamente, quelli che si erano data la pena dì testimoniare il falso su di lui, sfruttatori del grand’uomo messo a tacere, non mi avevano dato per certo che proprio quella era la più grande aspirazione della mia vita? Naturalmente, per quanto mi riguarda, essi avevano torto marcio, e sono convinto che ci sia più saggezza in uno dei racconti di Tolstoj o di Leskov che non in tutto il Novum Organum (con Zarathustra come aggiunta).

Per conseguenza, nel 1945 mi comportai come un bel matto sentimentale, e il signor Truman mi avrebbe potuto classificare, senza la minima esitazione, tra quegli idioti piagnucolosi ai quali sbarrava l’accesso al suo ufficio di presidente. Mi sembrava però che nessun uomo avesse il diritto di ordinare tanto dolore e che le scienze, dopo aver fornito e affilato il coltello e sostenuto la mano che lo impugnava, si erano addossata una colpa, di cui non avrebbero più potuto scaricarsi. In quegli anni si delineò chiaramente ai miei occhi il nesso tra scienza e sterminio. Alcuni anni dopo il terrificante avvenimento, tra il 1947 e il 1952, cercai disperatamente, ma senza successo, un posto in Svizzera, un paese che allora mi sembrava del tutto bucolico. Solo più tardi e gradualmente ebbi coscienza che l’attacco atomico a Hiroshima e Nagasaki non era stato il primo e non certo il più grande massacro di innocenti perpetrato nel nostro tempo. I governi del mondo, amici e nemici, avevano con il più grande successo e per motivi affatto diversi tenuta nascosta ogni notizia riguardante le fabbriche tedesche di sterminio. Nomi come Auschwitz, Belsen, Chelmno e il restante infernale repertorio dei centri dove aveva regnato sovrana la morte per asfissia e erano arsi incessantemente i forni crematori, sino a Westerbork, in Olanda, e a Yanovo, in Cecoslovacchia, si insinuavano lentamente nel mio animo come gocce di sangue dall’inferno.

Nei primi anni di questo secolo il grande Léon Bloy scrisse1 a proposito delle scienze (allora esse erano giganti che non facevano paura!): «La science pour aller vite, la science pour jouir, la science pour tuer!». [«La scienza per andare veloce, la scienza per la gioia, la scienza per uccidere!».(n.d.r.)] Intanto, però, siamo andati ancora più veloci, ci siamo divertiti meno e abbiamo ucciso di più. Gli esperimenti di eugenetica operati dai nazisti, «la liquidazione di elementi razziali di categoria inferiore», erano conseguenze di un’analoga mentalità, di un modo di pensare meccanicistico che in una forma esteriormente del tutto diversa avevano contribuito a ciò che la maggior parte delle persone considererebbe il trionfo delle scienze. La diabolica dialettica del progresso trasforma le cause in sintomi e i sintomi in cause; distinguere tra aguzzino e vittima è una funzione che riguarda soltanto i punti di vista. L’umanità non ha imparato (se fossi un vero scienziato, cioè un ottimista, vi aggiungerei l’avverbio «ancora») a frenare questo delirio vertiginoso: una progressione geome­trica di catastrofi da noi catalogate, prima ancora che accadano, sotto l’etichetta «progresso».

Non era questo il tipo di scienza che mi prefiguravo quando feci la mia scelta, ma ne riparlerò più avanti. Non avevo certo capito allora che le scienze sarebbero divenute una macchina per la soluzione di determinati problemi. E questi problemi, mentre venivano risolti con metodi scientifici, generavano a loro volta problemi an­cora più grandi, e così via. L’anno 1945 cambiò del tutto il mio atteggiamento nei confronti delle scienze della natura o, per lo meno, del genere di scienza che mi stava d’attorno. Persino nei miei verdi anni ero orientato verso uno scetticismo critico: potevo credere soltanto in quello che non mi veniva detto alla stregua di una pre­dica, come attestano già i miei primi articoli consuntivi, uno sulla chimica del bacillo della tubercolosi,2 l’altro sulle lipoproteine.3 Ma neppure io ero preparato all’orgia di esagerazioni e di vuote pro­messe che si riversavano sulle scienze biologiche. E non si tratta solo di questo, perché il nostro tempo ha inventato la comica istituzione dei think tanks; vorrei tradurre questa espressione con le parole «acquari del pensiero»: quanti specialisti, infatti, si vedono in­tenti alle loro riflessioni dietro a una lastra di vetro! Le bolle che salgono dalle loro bocche sono le perle della saggezza.

 

 

2. I vantaggi della scomodità

 

Quando ero più giovane, e la gente mi diceva ancora qualche volta la verità, spesso mi definiva un bell’originale [Naturalmente, la lingua era l’inglese e mi si chiamava misfit. Questa parola, usata in origine per un vestito di cattiva taglia e riferito a persone soltanto a cominciare dal nostro secolo, indica molto più efficacemente di «tipo strano» o «originale» un individuo che non si adatta alla società in cui vive e che ne è respinto.], e io non potevo fare altro che assentire con un mesto cenno del capo. Certo, tranne in pochi magnifici casi eccezionali, non mi ero bene inserito nel paese e nella società in cui dovevo vivere, e neppure nella lingua che dovevo per forza usare. Ma dirò di più: mi sentivo un disadattato persino nel secolo in cui ero venuto al mondo. Naturalmente questo è stato il destino di molti uomini nel corso della storia, e il nostro secolo così disumano, così pieno di guerre immani, di devastazioni senza precedenti, di odissee strazianti, ha notevolmente accresciuto l’umana miseria. Comunque, non tutti sono nati con un sassolino nella scarpa.

L’outsider, chi fa parte per se stesso, ha però anche grossi vantaggi: non è detto che sia del tutto spiacevole sentirsi a disagio. Se uno viene lasciato in pace al punto di finire per trovarsi solo, ciò significa che l’essere lasciato in pace equivale a vivere indisturbato. Poiché nessun’altra università mi ha mai chiamato (ciò spiega assai più delle mie abitudini sedentarie o del fascino giustamente indefinibile della Columbia University, la mia quarantennale permanenza in questo centro di studi) mi è stato anche risparmiato lo sconquasso di frequenti trasferimenti. Inoltre, non avendo mai occupato un posto direttivo in una delle società scientifiche alle quali appartengo, sono potuto sfuggire alla necessità di dover pronunciare quelle vuote allocuzioni con cui i nostri uomini politici, di scienza, o di che altro mai ancora, cercano di ipnotizzare la gente. Anche se non ho mai appartenuto a una delle conventicole che in questo paese si spartiscono le sovvenzioni per la ricerca scientifica, non posso comunque lamentarmi, perché i loro esponenti sono sempre stati cortesi con me e non mi è mai mancato il loro appoggio scientifico, né mai mi mancherà per lo meno fino a quando l’età, la distanza, l’estraniamento e forse addirittura una decisione saggia non avranno eretto intorno a me una barriera di ghiaccio. Ciononostante, se talvolta ho pettinato qualche collega contro pelo, ne chiedo scusa: non mi ero accorto che indossava una pelliccia.

 

 

3. L’outsider che opera all’interno

 

La causa prima di questo libro fu l’invito a scrivere il capitolo introduttivo a un volume dell’«Annual Review of Biochemistry», una serie in cui si dà il rendiconto annuale dei progressi scientifici nel campo della biochimica. Mi fu difficile capire perché mai me lo avessero chiesto. Non si deve intendere questo mio stupore come un esempio di modestia arrogante, ma davvero non sono adatto a far da modello per scienziati più giovani. Ciò che posso insegnare non può essere appreso. Non sono mai stato uno «scienziato al cento per cento»; le mie letture erano sempre scandalosamente non professionali; non posseggo una capace cartella diplomatica e perciò non sono in grado di portarmi a casa, la sera, un mazzo di riviste; mi concedo lunghe ferie. Per giunta l’elenco delle mie attività suonerebbe generalmente come una vergogna alle orecchie degli apostoli della razionalizzazione. Non diffondo zuccherose note di flauto dolce né ho intenzione di visitare workshops della NATO su un’isola greca o in cima a un monte della Sicilia. Ciò vuol dire che non sono neppure un biologo molecolare. In effetti, la lista di tutto quello che mi manca costituisce proprio il cosiddetto «sogno americano». Il lettore concluderà giustamente che il gradus ad Parnassum deve essere appreso prendendo esempio dai passi di qualcun altro. Tutto sommato, ho sempre cercato di salvaguardare la mia condizione di dilettante.4 Dubito persino di soddisfare alla mia stessa definizione di buon maestro: il buon maestro ha imparato molto e ha insegnato ancora di più. Di una sola cosa sono convinto: un buon maestro può avere soltanto scolari apostati, e sotto questo riguardo ho fatto forse qualcosa di buono.

Spesso mi è piaciuto definirmi un outsider che opera all’interno delle scienze. I custodi del santo Graal diranno, non a torto, che possono benissimo fare a meno di simili outsider. Può essere, ma la scienza ha bisogno di loro. Qualsiasi attività dello spirito umano ha provocato in ogni tempo voci di critica provenienti dalle stesse file di coloro che la praticano; e alcune discipline scientifiche come, per esempio, la filosofia consistono in gran parte di critiche a tentativi precedenti e di valutazioni dei concetti che sottendono quei tentativi. Oggi solo le scienze della natura sono diventate presuntuose, sonnecchiano beate nella loro euforica ortodossia e sprezzantemente non si curano delle poche timide voci di avvertimento; ma queste voci annunciano forse future tempeste. Talvolta gli uccelli, presagendo bufere, volano qua e là timorosi, portati da venti che gli uomini non sentono ancora.

La nostra scientifica società di massa non ha grande simpatia per gli outsider. In nessun luogo, però, la punizione per chi violi, sia pure minimamente, una norma stabilita da forze occulte è più dura che negli Stati Uniti. Ho trascorso la maggior parte della mia vita in America, dove ho svolto anche la mole principale del mio lavoro di ricerca e quasi tutta l’attività di insegnamento. Se talune delle mie osservazioni scientifiche o anche di carattere generale ha qualche validità, lo si saprà forse più tardi. Comunque non ho trovato molte persone disposte ad ascoltarmi e ciò stava probabilmente in rapporto direttamente proporzionale alla lontananza in cui mi venivo a trovare dal luogo di residenza: durante i miei numerosi viaggi ho sempre potuto constatare che, curiosamente, la fama della mia università tanto più cresceva quanto più mi allontanavo da New York. In paesi dove non c’era neppure acqua corrente la Columbia era l’unica università di cui la gente avesse sentito parlare. Per esempio, in una zona interna del Giappone, circondata da belle foreste e da cascate d’acqua, il superiore di un monastero mi disse che avrebbe desiderato far conoscenza, almeno una volta nella sua vita, di un professore della Columbia University. Esaudito finalmente il suo desiderio, insistette per una fotografia che ci ritraesse insieme. Aggiungo, per inciso, che sulla fotografia lui ha un’aria molto più intelligente della mia.

Ho sempre considerato fuori luogo le lamentele dei profeti sulla loro personale assoluta inefficacia (sebbene neppure io sia stato esente da tale errore): la caratteristica autentica di un profeta consiste nell’essere inascoltato.

 

 

4.  Una brutta notte per un bambino piccolo

 

Ho cominciato a scrivere queste righe a mezza strada, direi, della mia vita. Sono nato l’11 agosto 1905 a Czernowitz, che in quel tempo era capoluogo di provincia della monarchia austriaca. Appartenendo alla classe 1905, ero troppo giovane per la prima guerra mondiale e troppo vecchio per la seconda, un fatto, questo, che non mancò di influire sul corso della mia vita.

La mia infanzia è stata serena e priva di ostacoli, perché sono cresciuto negli ultimi bagliori di un’epoca tranquilla, illuminata dal sole, un’epoca che doveva ben presto finire. Ero il primogenito; una sorellina venne cinque anni più tardi, e quando mi mostrarono il nuovo fagottino, lo guardai con ebete stupore.

Quando in altre biografie leggo di oppressione e di odio in seno alla famiglia, di complessi, di disturbi di vario genere sofferti negli anni giovanili, provo un sentimento quasi di vergogna pensando alla mancanza assoluta di questi fattori negativi nella mia infanzia trasognata. Amavo i miei genitori e ne ero contraccambiato; erano buoni con me e mi aiutavano quando ne avevo bisogno. Se mi fosse stata offerta l’occasione, anch’io avrei fatto altrettanto, ma morirono prima che potessi essere per loro di valido aiuto.

Ho sempre provato grande compassione per i miei meravigliosi genitori, che avevano trascorso una vita più dura della mia. Come possa accadere - e succede spesso - che un bambino piccolo soffra per i suoi genitori, non ve lo so dire. è stato il mio caso. A ogni modo, occupavo un posto davvero singolare in famiglia: sin dall’età di sei anni, i miei genitori non nascondevano la loro ammirazione per me.

Mio padre, Hermann Chargaff (1870-1934), aveva ereditato da mio nonno un modesto capitale e una ancor più modesta banca privata. Aveva iniziato gli studi di medicina all’università di Vienna, ma dopo la morte prematura del nonno dovette rinunciare al suo proposito di diventare medico. Mia madre si chiamava Rosa Silberstein, era nata nel 1878 e morì solo Dio sa dove e quando, perché nel 1943 fu deportata da Vienna e scomparve nel nulla. [Una canaglia di medico viennese e un console americano senza cuore le impedirono con tutte le loro forze di raggiungermi a New York prima dello scoppio della guerra.] Continua a vivere, però, come una dolce e indulgente figura di donna nei miei ricordi infantili. Più di ogni altra persona, che ebbi la ventura di conoscere, la mamma seppe incarnare ciò che in latino si definiva, attingendo alle radici profonde della lingua, con la parola «misericordia».

Posso ancora vederla, ancora è ritta davanti a me nelle belle vesti femminili in uso agli inizi del secolo: lunghe gonne, ampi cappelli, adornata da una tremula guarnizione di crespo (è il pianto della sua veste o il pianto dei miei sognanti occhi di fanciullo?), graziosa, mesta figura di giovane donna. Ben delineata è l’immagine, eppure, mentre solleva con la mano sinistra un lembo della sua lunga gonna, sembra dipinta su onde. Quando, molto tempo fa, vidi il film di Visconti Morte a Venezia, la mia memoria tornò d’un colpo melanconicamente indietro negli anni, fu l’irreale conoscere dell’inconoscibile: vidi mia madre giovane in una sequela di immagini identiche, scosse da un tremito nella densa foschia, poi la figura si mosse lungo la spiaggia nebbiosa, scivolando dietro uno schermo di lacrime.

Quanto a mio padre, lo ricordo come un uomo relativamente giovane che, due volte diverso da me sotto questo aspetto, aveva un temperamento gioviale e un bel paio di baffoni. Mantenne queste due caratteristiche per tutta la sua vita. La sua salute era però fragile, gli anni duri e spietati, che ebbero inizio con lo scoppio della prima guerra mondiale, erano più di quanto egli potesse sopportare. Sotto molti punti di vista, mio padre era un tipo austriaco del buon tempo antico, un uomo cresciuto in tempi più miti e incapace di cavarsela con la violenza, la guerra, l’inflazione, l’impoverimento. Era un buon violinista, ma una lesione a una mano gli impedì di suonare nella seconda metà della sua vita. Ho ancora un vivo ricordo della sua biblioteca: i libri erano disposti in una gigantesca libreria con decorazioni di cattivo gusto e chiusa da antine di vetro; la parte centrale dell’armadio era occupata da una grande opera di consultazione, il Meyers Grosses Konversationslexikon, in 24 volumi. Fanciullo assetato di sapere sino a rendermi quasi ridicolo, trassi la maggior parte della mia precipitosa erudizione proprio da quella solida enciclopedia. Si aggiunsero poi i cosiddetti classici (Goethe, Schiller, Lessing, e anche Shakespeare, per quel che ricordo, nell’infelice traduzione del Dingelstedt), libroni in quarto con pesanti decorazioni in oro, figure e ritratti, e testo riccamente illustrato con tutto il pessimo gusto, tipico dell’epoca dei «fondatori». C’erano però anche le buone e seriose edizioni Cotta dei classici tedeschi, che conservo in parte ancora, per esempio Kleist, E.T.A. Hoffmann, Platen e Chamisso. Questi libri e l’orologio d’oro di mio padre: ecco tutto ciò che ho ereditato.

Fin da bambino mi arrabbiavo nel vedere spesso il mio cognome scritto in modo sbagliato, ma questo voleva anche dire che portavo un cognome raro o addirittura unico: in gioventù, quando visitai molti paesi, ho consultato centinaia di elenchi telefonici, senza mai trovare il cognome Chargaff. Mio nonno fu Isaak Don Chargaf (1848-1903) - così il nome era scritto in un documento che ebbi modo una volta di vedere - e una delle nostre leggende di famiglia, peraltro terribilmente opinabili, diceva che i miei antenati di sesso maschile avevano sempre «Don» come secondo cognome. Se questo significa che i Chargaff sono originari dalla Spagna, lo ignoro e neppure so se la doppia «f» alla fine del cognome sia dovuta a una sorta di tedeschizzazione, un’allusione predarwiniana al mio capostipite. Devo aggiungere che non ho mai nutrito particolare interesse per gli alberi genealogici, essendo giunto alla conclusione che basta un po’ di sforzo perché sia sempre possibile far ri­salire la propria origine a Enea, a Guglielmo il Conquistatore, a Lucas Cranach il Vecchio o, nel caso opposto, a Rabbi Katzenellenbogen [Cognome molto diffuso nell’ebraismo ashkenazita, qui sta a significare un illustre sconosciuto. (n.d.r.) ]

.Quando venni al mondo, i miei genitori si trovavano in buone condizioni economiche e la mia famiglia avrebbe potuto essere annoverata, per usare una sgradevole classificazione attuale, al ceto medio superiore. Più tardi, il capitale della banca si ridusse a zero, soprattutto perché mio padre si era fidato erroneamente dei suoi collaboratori e clienti; nel 1910 liquidò l’impresa e dovette cercare un’occupazione. Secondo un’altra favola di famiglia - non so fino a che punto credibile - unaa parte del danaro sottratto, o comun­que scomparso, prese la rotta d’oltreoceano, verso gli Stati Uniti, dove contribuì ai primi clamorosi successi di Hollywood. Avrei voluto immaginarmi un migliore uso dell’ex patrimonio familiare.

Intanto volgevano alla fine i primi anni, ultimi di un’epoca di pace, di un secolo, che doveva passare alla storia (se ci sarà ancora una storia) come il secolo degli stermini di massa. Non ho vissuto gli anni della guerra boera e di quella russo-giapponese, ma sin dall’età di sette anni tutta la mia vita è stata accompagnata da un’incessante bufera di bollettini di guerra, di quotidiani bilanci di cadaveri, di storie di uccisioni. Il primo film che ho visto, una rassegna settimanale di attualità nel 1912, mostrava un treno militare nella guerra dei Balcani; la locomotiva sembrava venirmi addosso dallo schermo con spaventosa velocità, accresciuta dall’accompagnamento martellante del pianoforte. In anni più maturi la scienza mi parve un rifugio che mi metteva al riparo dagli orrori, ma questi mi hanno poi raggiunto di nuovo.

Della mia città natale ho un ricordo nebuloso; mi si presentano alla mente soprattutto i colori: il nero e il rosa, i costumi festosamente chiari e luccicanti dei contadini ruteni, gli uzuli, mentre si recano al mercato, e poi il parco del palazzo vescovile: non ho più visto in vita mia un verde così intenso. Czenowitz, definita da un rapporto dell’esercito sovietico in occasione della sua conquista nel marzo 1944 «città ucraina di provincia e importante centro industriale», non aveva in quel tempo queste prerogative, ma era soltanto una tipica città provinciale dell’Austria vecchia maniera. Quanto all’assolutismo imperiale, molto temperato dalla sciatteria, si poteva notare a Czenowitz solo quest’ultima, cioè la sciatteria.

La casa a due piani, due ali e un cortile lastricato, era un vecchio edificio, le stanze avevano alti soffitti e grandi finestre, e attraverso l’arco del portone d’ingresso si scorgeva la tranquilla Franzensgasse. Ospitava pochissime famiglie, forse tre o quattro. L’appartamento sopra il nostro era occupato da un benestante (la gente che usava il nostro dialetto, che era poi quello di Francesco Giuseppe, parlava di un Grossgrundbesitzer, grande proprietario terriero). Nell’ala dirimpetto viveva il padrone di casa, una specie di vicario vescovile greco-ortodosso con numerosa famiglia; tutto si agitava come foglia al vento in questo signor Bežan: il suo ampio mantello da ecclesiastico pieno di macchie d’unto, la sua barba bianca. Ancora molti anni dopo mi figuravo il Signore Iddio del tutto simile a lui, che sul balcone usava esprimere ad alta voce, e in rumeno, i suoi rimbrotti.

Il giardino dietro la nostra casa: come mi sembrava grande allora, e misterioso e pauroso! Ma in quel giardino c’era di tutto, persino una collinetta, sulla quale era costruita un’edicola di legno, la cosiddetta «pergola» e, sotto, la grotta più meravigliosa del mondo, la più buia, quella percorsa dalla maggior quantità d’acqua. Mai avrei osato misurare la sua oscura e umida profondità, le pietre in­trise d’acqua riflettevano la nitida notte. Quando il bussare del commendatore si diffonde nella sala dei banchetti di Don Giovanni, avvertiamo nella musica il brivido del mondo dei morti trasposto nella vita di tutti i giorni: così mi ricordo ancora di quella grotta con i suoi aspetti gradevolmente temibili. Là giocavo, quasi sempre da solo, e tutti i pericoli di una cavalleria che si faceva scudo di coperchi di cartone erano rivissuti con cuore trepidante nel modo terribilmente serio di un fanciullo assorto. Precocemente insensibi­le alla realtà, vivevo in un mondo che mi ero creato e che, anche se non era allestito così a puntino come l’Orplid di Mörike o il mondo di sogni delle creature delle sorelle Brontë, rappresentava soltanto il frutto delle mie fatiche, perché avevo pochi amici.

Ancora sento la voce di mia madre scaturire teneramente dalla sua tomba sconosciuta. Ancora la vedo sulla soglia della cucina vi­gilare sui giochi dei bimbi, buona e paziente, smarrita e sempre un po’ stanca, con i suoi begli occhi scuri, incastonati nel suo largo viso; i folti capelli sono raccolti in un’alta pettinatura: unica con­cessione, durante il giorno, al contegno di donna sposata, che si esigeva in quel tempo. «Erwinchen», grida al piccolo di tre anni, che tenta di salire sulla collinetta nel giardino, «Erwinchen, non fare l’alpinista!». Fu così che non diventai mai uno scalatore. A quel che si dice, ho cominciato molto tardi a parlare, un ritardo, questo, cui certamente ho posto rimedio nel corso della mia vita.

Tutte le maggiori città della monarchia asburgica si rassomigliavano l’una all’altra come componenti di una stessa famiglia e, nonostante il turbinoso corso della storia più recente, hanno sempre mantenuto questa caratteristica. Alcuni anni fa ho visitato Zagabria, in Croazia, e mi è parso di vedere la mia città natale: il medesimo stile eclettico - una sorta di Rinascimento erariale - del massiccio teatro comunale al centro di una grande piazza, l’univer­sità, il palazzo di giustizia, il ginnasio-liceo, i giardini pubblici. Purtroppo i manovratori dei tram non soffiano più in una trombetta, ma le vetture sono le stesse della mia fanciullezza. Il caffè principale si affaccia ancora sulla piazza del teatro. Penso che lacrime simili alle mie, di malinconica riscoperta, riempiano gli occhi degli americani, quando al centro di Yokohama si imbattono in un Hotdog Emporium o in un Hamburger Haven. Ma dai caffè austriaci traspariva una cultura più raffinata.

Poi venne il 1914. Trascorremmo l’estate a Zoppot, sul Baltico. Un pomeriggio di fine giugno eravamo seduti su un campo di tennis e osservavamo il gioco dei figli più giovani di Guglielmo lì; d’un tratto giunse un aiutante che sussurrò qualcosa nelle auguste orecchie, i giovanotti (che indossavano golf bianchi con aquile nere) buttarono via le racchette e se ne andarono: l’arciduca Francesco Ferdinando era stato assassinato. Questa fu la vera fine del XIX secolo: mai più si sarebbero accese le lampade che allora venivano spente. La prima guerra mondiale fu lo spartiacque, o meglio lo spartisangue, tra due epoche.

Quando l’estate finì e dovemmo tornare, non avevamo più una casa: l’esercito russo si accingeva a occupare Czernowitz. Andammo allora a Vienna, nella città che ho sempre considerato sotto molti aspetti come la mia città natale. Del resto, mio padre è sepolto a Vienna e da Vienna i nazisti hanno deportato mia madre.

 

 

5  Stazione sperimentale della distruzione del mondo

 

La monarchia austro-ungarica, la luce del cui tramonto potei appena vedere, era un’istituzione unica nel suo genere. L’abilità degli Asburgo nel contrarre matrimoni, immortalata da un celebre esametro, [Bella gerant alii, tu, felix Austria, nube! (Facciano pure altri le guerre, tu, Austria fortunata, concludi matrimoni!). Il matrimonio era, in sostanza, la continuazione della guerra con altri mezzi.] aveva, per la verità, ben poco a che fare con quella sua unicità, e tanto meno la famosa cordialità viennese, la quale non di rado è soltanto una sottile crosta che spesso nasconde una inciviltà davvero bestiale. Il principe Metternich (il Kissinger del XIX secolo, ma di aspetto, se si vuole, più bello) non era certo responsabile, come non lo erano neppure Haydn, o Mozart o Schubert, Stifter, Nestroy o Trakl. L’impero - umanizzato non tanto dai suoi padroni tedeschi o ungheresi, quanto, e molto di più, dalle componenti slave soggiogate - era effettivamente tenuto insieme dalla patina formatasi più o meno casualmente nel corso di molti secoli. Quando cominciai ad aprire gli occhi e a osservare quella sorta di involucro, la monarchia era in una condizione di equilibrio oltremodo instabile. A questo proposito mi viene in mente un bel passo contenuto in una lettera di Heinrich von Kleist, datata 16 novem­bre 1800. Kleist era passato poco prima sotto un arco: «Perché la volta non crolla, se non ha alcun sostegno? Questo è possibile, risposi, perché tutte le pietre vogliono crollare insieme...» La tranquillità antoniniana della tarda monarchia era naturalmente fittizia, ma come ogni altra finzione che si rispetti aveva una sua propria vita. Era certo che l’impero sarebbe crollato, ma la sua scomparsa non avrebbe contribuito al sorgere di un mondo migliore.

Non sono mancati tentativi - raramente, però, coronati di suc­cesso -  di descrivere ciò che significava vivere, e per di più a Vienna, gli ultimi anni della monarchia austriaca. L’odore che emanava dagli edifici della pubblica amministrazione, una mescolanza di rose appassite e di urina fermentata, non posso farlo rivivere se non nei sogni; l’unione di sciatteria disinvoltamente esibita, di giovialità da sicofanti e di selvaggia brutalità era, a dire il vero, impareg­giabile, quanto la ricerca istintiva di una via di mezzo e del mo­strarsi disponibili proponendo e accettando un compromesso, pur­ché questo recasse vantaggi al partito che lo proponeva. Penso, pe­rò, che ogni «basso impero» sia destinato a sviluppare analoghi ca­nali di beata degenerazione. Benché fossi ancora soltanto un bam­bino, divenni ben presto un osservatore non disattento; i miei oc­chi si erano aperti per tempo.

Un giorno del 1915 o del 1916, rovistando tra i libri di mio zio, mi capitò tra le mani l’ultimo fascicolo della «Fackel», il periodico edito da Karl Kraus e già allora scritto interamente da lui. Avevo sempre letto con avidità cose che non mi riguardavano e perciò cercai, anche in questo caso, di capire il contenuto di quel numero, ma non fu un’impresa facile, per giunta il testo era cosparso di macchie bianche: la censura aveva infuriato, poiché Karl Kraus, il più grande scrittore satirico e il maggior polemista del nostro tem­po, criticava coraggiosamente la guerra e la società che l’aveva pro­vocata. Nessuno ha più di lui influito sugli anni della mia adole­scenza; i suoi insegnamenti morali, la sua visione dell’umanità, del­la lingua e della poesia si sono radicati profondamente nel mio cuore. Fu Karl Kraus a rendermi così sensibile contro i luoghi comuni e le banalità, a insegnarmi che i vocaboli hanno bisogno di tutte le nostre cure, quasi fossero bambini inermi, che dovevo soppesare infine le conseguenze di ciò che dicevo come se da esse dipendesse la vita di noi tutti. Nei miei anni giovanili Kraus ebbe la funzione di una sorta di edizione in miniatura del giudizio universale. Questo scrittore apocalittico - il titolo del presente capitolo deriva dal suo elogio funebre in onore dell’arciduca Francesco Ferdinando («Fackel», nn. 400-403, pag. 2) -  fu veramente il mio unico maestro, e quando, molti anni dopo, dedicai alla sua memo­ria una raccolta di saggi,5 pagai solo in piccola parte un debito di riconoscenza. Alcune persone, che non lo conoscevano affatto mi chiesero una volta se egli era stato uno dei miei primi maestri di scuola. Risposi di si.

Ciò che imparai da Kraus stava soprattutto in rapporto con i suoi atteggiamenti verso la parola parlata e scritta. A ogni modo furono questi gli insegnamenti che maggiormente si incisero nella mia mente durante la giovinezza, perché prendiamo dagli altri ciò che già si trova in noi stessi. Kraus ravvisava nella lingua lo spec­chio dell’animo umano e nel suo abuso il segno premonitore di azioni nere e malvage. Aruspice della parola scritta e grammaticalmente ordinata, preconizzava i futuri tempi della barbarie e del sangue, esaminando le viscere della stampa quotidiana, la quale, dal canto suo, ricompensava il suo maggiore critico con una con­giura del silenzio che doveva durare per tutta la vita di Kraus. Cen­tinaia di saggi magistrali, un miracolo di stile e di pensieri, in cui batte il cuore della lingua, libri e lavori teatrali, sette volumi di poesie, le Parole in versi, tre collezioni di aforismi: tutta questa produzione la stampa cercava di seppellirla in una muta miserabile tomba. Paradossalmente, questa specie di silenzio mortale si inter­ruppe insieme con la vita della vittima: sono all’opera forze arcane che trovano espressione, non compiutamente però, nell’antico ada­gio veritas praevalebit. La congiura di cui ho parlato, questa intesa automatica governata dall’istinto, non era naturalmente una spe­cialità viennese; ho conosciuto anche in altri paesi analoghe azioni di camarilla, portate a termine con successo, per esempio nel caso di uno dei maggiori critici della letteratura contemporanea, Francis R. Leavis, recentemente scomparso. E molti anni dopo, in preda a improvvisi effimeri attacchi di megalomania, anch’io ho avvertito il soffio di quello stesso malvagio respiro.

Una volta vissi l’Austria nella sua gloria passata; fu quando nel 1916 passò a miglior vita l’imperatore Francesco Giuseppe, ormai un vegliardo, e le sue spoglie furono tumulate con tutta la greve solennità del barocco spagnolo. Quello spettacolo mi impressionò profondamente, anche se si trattava forse soltanto della copia in­cartapecorita di un El Greco originale. Ancora molte settimane do­po, vedevo muoversi al trotto, nei miei sogni, i destrieri senza cava­liere.

Un avvenimento molto più importante, di cui serbo vivo ricordo, risale all’anno seguente. Mi riferisco, naturalmente, alla rivoluzio­ne russa. In quel tempo avevo dodici anni e già leggevo regolar­mente il più autorevole giornale di Vienna, la «Neue Freie Presse», i cui squallidi articoli di fondo avevano accompagnato la guerra sanguinosa e il fatale crollo dell’Austria-Ungheria. Mi ricordo di aver letto qualcosa su Kerenskij, e, più tardi, su Lenin e anche su Trockij (con i figli di quest’ultimo mia moglie era solita giocare, quando era piccola, nella Vienna d’anteguerra). Parole come Palaz­zo d’Inverno, Brest Litovsk e Kronstadt emergono ancora non so come dalla nebbia davanti ai miei occhi. Con sciocco interesse se­guivo i quotidiani resoconti sulla conferenza, che doveva escludere la Russia come potenza belligerante; intuivo di essere testimone del più grande avvenimento del nostro secolo, oppure ero più inte­ressato alla mia divisa di piccolo esploratore e al diritto, che ne de­rivava, di salutare i generali, quando si trattenevano a Vienna in licenza dopo qualcuna delle loro numerose sconfitte? Non so pro­prio.

Fui educato in uno degli ottimi licei che esistevano nella Vienna di allora, il liceo «Massimiliano», nel nono distretto. Quanto ai contenuti l’insegnamento era limitato, ma di qualità eccellente. Mi piacevano soprattutto le lingue classiche e le studiavo con grande profitto. Avevo insegnanti validissimi e non ho mai dimenticato il loro nome: latino, Lackenbacher; greco, Nathansky; tedesco, Zel­lweker; storia, Valentin Pollak; matematica, Manlik. Queste erano le materie principali; tranne un po’ di filosofia, pochissima fisica e una risibile dose di cosiddetta «storia naturale», la chimica e le al­tre scienze naturali erano inesistenti. Appartenevo a quella sgrade­vole genia di ragazzi che a scuola si sente a proprio agio, avevo buona memoria e imparavo con facilità.

Il teatro viennese, e specialmente il Burgtheater, avevano cono­sciuto nel XIX secolo autentici splendori, ma io vidi soltanto gli ul­timi bagliori di una grande epoca; rammento tuttavia la mia prima Ifigenia con Hedwig Bleibtreu. La musica, invece, era ancor sem­pre meravigliosa: serate indimenticabili alla Hofoper, più tardi chiamata Staatsoper, con la Jeritza nei panni di losca, Mayr in quelli di Leporello, Richard Strauss come direttore delle opere di Mozart o delle sue proprie, con Franz Schalk nel Fidelio e, più tar­di, le terribili lotte con la «banda Stieglitz», una claque semiufficia­le che tiranneggiava quanti facevano correttamente la coda per i posti in piedi. Indimenticabili anche i pomeriggi con il quartetto Rosé o con i Philarmoniker sotto la direzione di Nikisch, Wein­gartner o Bruno Walter. A quell’epoca mi erano quasi sconosciuti Schönberg, Webern e Berg; il pubblico si spingeva con riluttanza fino a Gustav Mahler, ma non andava oltre.

In ogni modo, vale la pena di osservare come la vita culturale fosse divisa in strati: tranne, forse, che per la letteratura, vivevamo più nel passato che nel presente. Lungo la strada per il liceo passa­vo quasi ogni giorno davanti a una casa nella Berggasse, dove una targhetta sull’ingresso indicava l’orario delle visite del «dr. S. Freud». Allora il nome di Freud non mi diceva nulla: non avevo ancora sentito parlare dell’uomo che aveva scoperto nuovi conti­nenti dell’anima continenti che probabilmente sarebbe stato me­glio non scoprire.

Certo, intorno a me era stato compiuto in molte discipline (filo­sofia e linguistica, storia dell’arte, economia e matematica, per ci­tarne alcune) un buon lavoro, ma tutta questa attività sfuggiva alla mia conoscenza. E anche se, in seguito, ebbi qualche contatto con il circolo filosofico di Vienna (presi parte, per esempio, a una delle conferenze di Schlick), solo dopo essermi trasferito a New York mi divenne familiare il nome di Wittgenstein.

Il sapore della vita di Vienna in quel tempo può essere colto in alcuni romanzi, come L’uomo senza qualità di Musil o La marcia di Radetzky di Joseph Roth, ma anche dagli schizzi di Peter Alten­berg. La storia della cultura e del pensiero austriaco si trova com­pendiata in un ottimo libro, che il mio amico Albert Fuchs ha con­dotto a termine poco prima della sua morte.6

 

 

6.  Il bosco e i suoi alberi

 

La malattia infantile della mia generazione in fatto di letteratura - una risibile ammirazione per i puerili racconti avventurosi di Karl May - l’ho superata per tempo. Già da bambino ero un let­tore instancabile; quando entrai al ginnasio superiore, avevo già fagocitato la maggior parte della letteratura classica occidentale. Benché il tedesco, oltre al russo, sia la lingua più adatta a essere tradotta, molte delle traduzioni che ho letto, sono con tutta proba­bilità qualcosa di atroce. Sono giunto a questa conclusione dopo aver riesaminato di recente tre opere che avevo letto con estrema avidità all’età di dodici anni, preso da un’insensata esaltazione. Le posseggo ancora, le ho davanti ai miei occhi, queste grandi falsifi­cazioni di tutto ciò che i poeti, loro autori, hanno sentito ed espres­so: La divina commedia, l’Orlando furioso, la Gerusalemme liberata. -Ma lo stesso si può dire probabilmente anche per Guerra e pace o per I viaggi di Gulliver e per innumerevoli altre traduzioni da molte lingue, traduzioni che contribuirono a introdurmi affrettatamente nella letteratura del passato e del presente. Solo il francese non ho mai letto in traduzione. Molto più tardi, dopo avere appreso diverse altre lingue, mi resi conto fino a che punto quasi tutte le tradu­zioni tradivano lo spirito dell’autore. Se leggiamo Ronsard o Goe­the o Blake in traduzioni, abbiamo la stessa impressione che ci prenderebbe ascoltando, per esempio, una trascrizione per ocarina della Messa in si minore. Per quanto concerne il tedesco, esistono due grandi eccezioni, la Bibbia di Lutero (nelle sue prime edizioni) e la traduzione di molte tragedie di Shakespeare da parte di A. W. von Schlegel: in esse avverti la mente e il cuore di chiunque abbia come madrelingua il tedesco. Ma la mia vera attività di lettore ebbe inizio nel 1920, quando mia madre mi regalò niente di meno che le opere complete di Goethe in sedici volumi nella bella edizione della casa editrice Insel. Questi libri sono ancora li, molto letti, su uno scaffale della mia libreria, anche se la legatura in tela e la colla del dopoguerra hanno da gran tempo rinunciato alla loro funzione. Oltre a Karl Kraus, che ho già nominato, altri due scrittori, en­trambi scandinavi, hanno lasciato un solco profondo nel mio ani­mo durante gli anni della prima giovinezza: Knut Hamsun e Søren Kierkegaard. Il primo romanzo di Hamsun che ebbi modo di leg­gere fu Misteri: la controllata franchezza, la preponderante riserva­tezza, il conservatorismo radicale, la poesia dialettica di questo no­tevole scrittore, sotto molti aspetti frainteso, hanno accompagnato la mia adolescenza. Per diversi motivi, Hamsun non ha mai occu­pato presso i lettori inglesi la stessa prestigiosa posizione che gli uomini della mia generazione gli hanno assicurato in Austria e in Germania. Quanto all’America posso ben comprendere la mancan­za di simpatia, perché Hamsun, quando era un manovratore del tram a Chicago, apparteneva al novero dei primi apostati del sogno americano.

A un ancora più grande dialettico della vita interiore, a Kierke­gaard, giunsi per una strana via traversa. Quando avevo quindici o sedici anni, lessi qualcosa nella «Fackel» che richiamò la mia at­tenzione su un periodico filosofico-letterrario non molto noto, edito - circostanza davvero insolita - a Innsbruck. «Der Brenner», co­si si chiamava la rivista, veniva pubblicato a intervalli irregolari da Ludwig von Ficker, un autorevolissimo, disinteressato maieuta di grande letteratura. «Der Brenner» era una rivista straordinaria, forse la migliore del suo genere; vi fu pubblicata per la prima volta la produzione poetica di Georg Trakl, un autore austriaco di note­vole importanza, e vi trovò spazio anche il filosofo Ferdinand Eb­ner, dal pensiero profondo e non facilmente comprensibile. Tra i regolari collaboratori del periodico figurava Theodor Haecker, for­se il più significativo scrittore e polemista, accanto a Bernanos, del cattolicesimo moderno Fu un saggio di Haecker a dischiudermi Kierkegaard, e io lessi con più entusiasmo che comprensione dap­prima Aut-aut, poi Timore e tremore, ambedue in una traduzione che snaturava pedantemente il testo. Quando, come tuttora faccio qualche volta, sia pure con il povero aiuto di un vocabolario dane­se, leggo la prosa di Kierkegaard (i suoi diari, le sue prediche o le pagine di fiamma vivissima pubblicate sul periodico «Ojebliket»), come mi addolora constatare che una nera coltre fumosa di fredda razionalità copre tutto il mondo! Dove possono trovare gio­vani menti trasognate l’angusto spiraglio per sfuggire, sia pure per una breve notte, a questo mondo che essi sentono così estraneo? Nell’hashish, in Hesse? Un secolo fa avrebbero potuto ridere con Offenbach, con Nestroy e persino con Labiche; oggi, nel migliore dei casi, resta Woody Allen.

Forse il lettore avrà capito che sin da bambino ho coltivato un magico e stretto rapporto con la lingua. Ho sempre amato ardente­mente le parole e i concetti che esse esprimono e per questo e per altri motivi considero con rammarico il processo che ha fatto della linguistica una pseudoscienza naturale, una sorta di filologia mole­colare, in cui la precisione di elementi secondari maschera l’assen­za dell’essenziale... proprio come nella biologia molecolare. Gli esperti parlano di écriture e di «grado zero dello scrivere», ma in realtà nessuno più scrive e quelli che sostengono il contrario, co­minciano piuttosto a somigliare ai cani di Pavlov, senonché la pro­duzione di saliva, cioè la gioia di creare, non è condizionata dal suono di un campanello, ma deve ormai accontentarsi di un picco­lo contratto televisivo.

La lingua, il più misterioso dono dell’umanità, viene solitamente esaltata come la facoltà che più di ogni altra distingue l’uomo dalla bestia. Potrei pensare ad altre distinzioni meno lusinghiere, ma co­munque non c’è dubbio che la lingua distingue l’uomo dall’uomo e è lo specchio più fedele dell’ascesa e del declino. Spesso ho riflettu­to su come un processo così poco appariscente come la scomparsa del pronome di seconda persona thou nell’inglese parlato abbia de­terminato per le popolazioni interessate un rivolgimento maggiore di molte celebri rivoluzioni. Dio, amanti e portalettere vengono in­terpellati allo stesso modo, la maestà di ciò che più ci appartiene nell’intimo della coscienza ha ceduto a una compassata freddezza: l’indispensabile rito dell’alternanza di vous e di tu, di Sie e di du di «voi» e «tu» è stato sacrificato in nome di un appiattimento grammaticale che ha logorato la sostanza poetica della lingua, i cui lirici labirinti sono ora ammassati alla rinfusa e resi utilizzabili per tutti gli scopi possibili. Dopo che si era arrivati a ciò, solo i poeti più grandi sono riusciti a infrangere le barriere di un lessico esausto, erette da un utilitarismo falsamente inteso.

Naturalmente ci saranno pure le ragioni che spiegano questo fe­nomeno, ma a me interessa poco dare o aspettare spiegazioni: lun­ghi anni spesi nelle «scienze di spiegazione» (così amo definire le scienze della natura) mi hanno tolto la voglia di fornirle o di rice­verle. Le spiegazioni - se si eccettuano i fatti e le circostanze più banali - fungono da calmanti per la nostra mente, ninnandola al cospetto dei misteri che ci circondano e ci sono indispensabili per vivere. Anche se fossi disposto ad ammirare il moderno concetto di «informazione biologica», una delle più discutibili ipostasi meccanomorfe del nostro tempo, non credo che la spiegazione della scomparsa del preziosissimo pronome sia da ricondurre a una mu­tazione genetica, per esempio alla perdita di alcune purine da parte del DNA degli inglesi.

Per questo e per molti altri motivi seguo con molte riserve i di­battiti fra le diverse scuole della linguistica moderna: più precisa­mente, quella che io chiamo linguistica molecolare, spesso definita linguistica cartesiana, da un lato, e la linguistica behavioristica, dall’altro. Chi sostiene che la capacità di produrre strutture sintat­tiche sia innata in noi, ha probabilmente ragione. Ciò presuppone forse l’esistenza di particolari regioni nel nostro DNA che ci «pro­grammano» per questa capacità o, meglio, per questa costrizione? Ne dubito: non penso che il nostro animo lavori a transistori, vive­re significa incessante intervento dell’inspiegabile. Probabilmente, seguendo passo dopo passo la stesura di una lirica, possiamo ap­prendere di più circa le origini del linguaggio che non analizzando le strutture sintattiche  [ *         Si potrebbe, per esempio, trascorrere non inutilmente alcune ore passando in rassegna le fasi e i molteplici aspetti di senso, ritmo ed espressione attraverso i quali si è sviluppata una delle maggIor~composjz10~ poetiche di Holderlin. A questo studio è particolarmente adatta l’«edizione di Francoforte».] Se il ponte subitamente gettato sopra l’o­scuro abisso delle origini della vita, se l’esplosiva produzione di as­sociazioni, in cui non è possibile distinguere tra senso e suono, fan­no di un uomo un grande poeta o un grande attore, il bambino pic­colo è probabilmente l’una e l’altra cosa.

Se mi fosse stata concessa una seconda vita per imparare, la de­dicherei - come spesso ho detto - allo studio del linguaggio. Pos­so però affermare di avere imparato più dai grandi scrittori che dai manuali, purtroppo solo pochi poeti hanno trattato delle parole: forse non le consideravano il loro strumento oppure non veniva a loro in mente nulla a questo proposito. [Ci fu comunque un grande poeta che non aveva dubbi su tale argomento. Paul Valèry, nel suo Degas Danse Dessin, riproduce un mirabile dialogo tra Mallarmé e Degas. Questi si lamentava amaramente del fatto che il poetare gli riuscisse tanto difficile. Degas: «Che lavoraccio! Ho perso tutto il giorno con un maledetto so­netto, senza andare avanti d’un passo... Eppure non mi mancano idee...». Mallarmè: «Ma Degas, non si fanno versi con le idee... Si fanno con le parole».]

Non mancano, però, alcuni brani molto interessanti. Il terzo atto del secondo Faust, la magica resurrezione di Elena, Bewundert viel und vielgescholten, Helena (Elena molto ammirata e molto vitupe­rata), è probabilmente la più grande transustanziazione dell’anti­chità mitica. Il 25 agosto 1827, un giovane erudito, Cari Iken, inviò una lunga lettera concernente questa parte del poema a Goethe, che gli rispose il mese seguente. Queste due rimarchevoli lettere, peraltro non sufficientemente note, mi hanno insegnato molte cose sulla creazione del linguaggio. Anche i saggi così concettosi raccol­ti da Karl Kraus nel suo libro La lingua gettano fasci di luce sui processi creativi di cui si trova intessuta la lingua.

Non a caso, le centinaia di ipotesi formulate negli ultimi duecen­to anni intorno all’origine del linguaggio sono del tutto simili alle congetture più recenti, e non meno infruttuose, sull’origine della vita. è un vecchio artificio di prestidigitazione pseudoscientifica spacciare il «potrebbe-essere-stato» dimostrabile sperimentalmente per un «è stato» non trattabile in via sperimentale: così si finisce di solito con chiamare «vita» ciò che vita non è, e «lingua» ciò che non è lingua. Il tentativo di definire l’indefinibile, di risalire all’ori­gine delle origini, porterà sempre alla banale constatazione che le scienze sperimentali non sono scienze storiche e che anzi sono per­sino meno filosofiche della filosofia attuale. Goethe, il cui pensiero come naturalista è stato così spesso vilipeso dagli idioti, ha detto ciò che è necessario dire una volta per tutte: «Das schönste Glück des denkenden Menschen ist, das Erforschliche erforscht zu haben und das Unerforschliche ruhig verehren». [«La più grande fortuna dell’uomo pensante consiste nell’aver esplorato 1’splorabife e nell’onorare in tutta pace l’inesplorabile».]

Spesso passeggiavo la sera e durante la notte con il mio amico Albert Fuchs nelle belle vie di Vienna e discorrevamo all’infinito sull’arte dello scrivere e ci chiedevamo perché mai un testo riuscis­se a esprimere qualcosa di autentico e una poesia fosse vera poesia. Stabilimmo una distinzione tra «eloquio» ed «espressione» e giun­gemmo alla conclusione che soltanto il genio può «esprimere», mentre ogni persona di talento riesce a «esternare» qualcosa. Ho sempre conservato, in parte, tale distinzione e vorrei dire che solo ciò che viene «detto» può essere tradotto, ma non ciò che viene «espresso», per questo motivo Thomas Mann è facilmente traducibi­le, mentre, per esempio, Stifter o Rimbaud non lo sono.

Poiché Karl Kraus mi aveva insegnato che le parole possono essere molto difficili, mi sono sempre rammaricato del mio forzato distacco dalla lingua in cui mia madre mi parlava quando ero bam­bino. Così non mi sono lasciato mai strappar via dalla lingua tede­sca e mai neppure le ho dichiarato guerra, tuttavia un certo estra­niamento è inevitabile, non compensato certo dal fatto che nel frattempo ho imparato alcune altre lingue. A quattro anni parlavo una di queste, il francese, meglio di quanto mi riesca ora (ne aveva­no la responsabilità alcune Fräuleins di Friburgo o di Neuchatel). Ci sono segreti legami tra lingua e cervello. Ai giorni nostri il modo spietato e brutale di usare la lingua, quasi fosse soltanto un como­do strumento per trattare con la clientela, la via più breve dal pro­duttore astuto al consumatore ingenuo, mi è sempre parso il sinto­mo più minaccioso di un incipiente imbestialimento Provo spa­vento nell’osservare come una progressiva afasia, non attribuibile a modificazioni organiche, sembri cogliere un numero sempre mag­giore di persone, al punto da renderle incapaci di esprimersi in al­tro modo se non mediante un roco abbaio e un monotono rozzo berciare. [Ora ci sono molti che in inglese se la cavano con dodici lettere dell’alfabeto: tre vocali e nove consonanti, con le quali si possono formare le tre parole fondamentali del loro vocabolario ]

Il dono della lingua, ben difficilmente spiegabile con la selezione naturale, è il vero attributo dell’essere che diventa uomo ed è quanto mai raccomandabile riprendere questo dono poco prima che ri­comincino a spuntare le code.

 

 

7. Il mondo in una voce

 

Quando le conseguenze della guerra mondiale - frazionamento dell’impero, carestia, svalutazione - divennero meno sensibili, Vienna e la sua appendice, la repubblica austriaca, si apprestarono a promuovere il turismo. Stranieri ben provvisti di valuta («stranie­ri con forte potere di acquisto», come venivano definiti con una lo­cuzione un po’ comica) si videro imbandire una bella dose della ben nota «cordialità» viennese, una materia prima piuttosto rara in altri tempi, quando si trattava di una specie ben diversa di forestie­ri, per esempio di poveri sarti boemi o di cuoche polacche. Ora si organizzavano festival in ogni angolo del paese; tutto il passato culturale austriaco - ed era stato un grande passato - fu messo in campo per la caccia ai merli. Avvoltoi pubblicitari travestiti da uccelli canori furono mandati in giro per il mondo; Max Reinhardt e altri ingegnosi imprenditori riuscirono a fare del festival di Sali­sburgo un’istituzione durevole, tanto che dopo più di cinquant’anni la campana suona ancor sempre per Ognuno nella scialba rielaborazione di Hofmannsthal. [Dal 1920 si rappresenta ogni anno in estate davanti al duomo di Salisburgo quest’opera di Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), che riprende le sacre rappre­sentazioni medievali sul tema del ricco peccatore. (n.dr.)]

 

 

In genere la divinizzazione ha inizio poco dopo che la salma è stata deposta nella misera tomba, ma nel caso di Mozart l’Austria ha avuto bisogno di tempi un poco più lunghi; tuttavia quando ero giovane, egli era il cardine attorno a cui ruotava l’entusiasmo degli austriaci per lo straordinario decollo del turismo, con la piacevole conseguenza che le sue opere, veramente insostituibili, erano spes­so rappresentate e, per la verità, in modo impeccabile.

In altri campi l’ansia frenetica di far da giullari per il mondo intero determinò la produzione di una grossa mole di immondizie. Specialmente il teatro era in declino, tranne occasionali rappresentazioni eseguite da singoli attori o da compagnie provenienti da al­tre città. A Berlino e forse anche a Monaco c’era da vedere molto di più.

Comunque, io e i miei amici frequentavamo ben poco gli spetta­coli, perché avevamo trovato altrove il teatro che ci stava a cuore. In quel tempo, Karl Kraus organizzava frequenti conferenze e tra il 1920 e il 1928 partecipai quasi a tutte. Poiché i dibattiti sono elencati nella «Fackel», posso accertare, per esempio, che a Vienna si tennero diciassette conferenze nel 1921 e diciotto nel 1927. Anche i programmi di quelle serate, o pomeriggi, erano insoliti e mol­to interessanti: consistevano, per lo più, di un grande foglio di circa 28 cm per 22, o anche più grande, che portava sulle due facciate testi di ogni genere: programma e osservazioni, poesie, appelli, lettere di biasimo o di assenso, annunci di futuri allestimenti collette di beneficenza. [Quando, dopo la deportazione di mia madre da Vienna la sua abitazione venne saccheggiata, non solo andarono perduti quasi tutti i libri e le carte della mia gioventù, ma anche una collezione assolutamente insostituibile di oltre cento programmi.] Per molti anni Kraus spese i proventi di tutte le sue conferenze per le vittime della guerra, per i bambini russi du­rante la carestia e per altri scopi analoghi.

Le conferenze comprendevano una gamma di attività oggi inim­maginabile. Spesso Kraus leggeva brani dei suoi scritti: poesie, brevi testi satirici o polemici (le famose «glosse», una forma d’arte che gli era peculiare) e talvolta anche saggi più lunghi o alcune sce­ne tratte dagli Ultimi giorni dell’umanità, quest’opera gigantesca e del tutto inclassificabile, che solo esteriormente sembra un lavoro teatrale. Di quando in quando, Kraus includeva nei suoi incontri con il pubblico anche una sezione dedicata a poesie del Seicento e del Settecento, molte delle quali erano state riscoperte proprio da lui (fu in quei due secoli con i nomi di Gryphius, Hofmannswaldau, Günther, Claudius, Goecking, Klopstock, Bürger, Hölty e Goethe che la lirica tedesca raggiunse forse il suo punto più alto). Talvolta leggeva un intero lavoro teatrale, di Büchner o di Wede­kind, di Raimund, Niebergall o Gerhard Hauptmann Ma più che per ogni altro aveva una predilezione per Shakespeare, Nestroy e Offenbach, e di alcune opere di Shakespeare aveva curato un’edizione specifica per il teatro (due volumi videro la luce mentre egli era ancora in vita).

All’infuori della cerchia in cui sono cresciuto, è forse molto diffi­cile comprendere perché io metta il nome di Nestroy accanto a quello di Shakespeare. Eppure Johann Nestroy (1801-1862), commediografo e attore viennese, fu un miracolo di humour, di satira e di fantasia linguistica. Tutte queste sue doti mettono in imbarazzo il critico letterario, che non riesce a classificarle correttamente; sot­to vari aspetti Nestroy fu un secondo Molière, ma più difficile da tradurre e molto più comico, almeno per il mio gusto. La sua fama, tuttavia, non andò mai (e per molte ragioni) oltre i confini della sua città natale: la Vienna di Francesco Giuseppe non era la Parigi di Luigi XIV, e la lingua di Nestroy, che rispecchia in modo sma­gliante una vigorosa parlata dialettale, non era la lingua di una neofondata Académie. In un’epoca di sonnacchioso benessere, co­me quello che pervase l’Europa prima del 1914, fu il senso del co­mico il primo a farne le spese. In ogni modo, se la fortuna lettera­ria di Nestroy venne rinverdita, il merito spetta in gran parte a Karl Kraus, a partire dal saggio Nestroy e la posterità, che egli pub­blicò nel 1912 in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte.

In certi periodi le conferenze si succedevano con ritmo febbrile e non erano che una parte secondaria di una produttività letteraria davvero monumentale e di altissimo livello. Nel 1925, per esempio, si susseguirono nel giro di tre settimane quattro conferenze, di cui tre erano dedicate ai lavori dello stesso Kraus, una a Re Lear, e di nuovo, nel 1927, ancora nello spazio di tre settimane: L’incantatore confusionario di Nestroy, e tre opere di Offenbach, Barbablù, La granduchessa di Gerolstein e Vita parigina.

Conosco pochi casi di un legame così forte tra grandi capacità letterarie e possibilità rappresentative. Dickens è probabilmente l’altro unico esempio di pari valore. In gioventù, Karl Kraus aveva  sperato di diventare attore e a diciannove anni debuttò in un’esecuzione semiprofessionale de I masnadieri, sostenendo la parte di Franz Moor, ma non ebbe successo (in quella stessa rappresentazione ebbe una piccola parte anche Max Reinhardt).

Gli incontri avvenivano di solito in sale da concerto o da conferenze di media grandezza, che potevano ospitare poche centinaia di persone, e ai miei tempi le sale erano sempre affollate senza più alcun posto disponibile (più tardi, quando già avevo lasciato Vien­na, questa situazione era, a quanto pare, completamente cambia­ta). Il pubblico era per lo più formato da giovani in preda a una sorta di entusiasmo isterico, le ovazioni, che spesso esplodevano fragorosamente, sembravano fare un gran piacere a Kraus, tanto più che la stampa e altri organi ufficiali della sua città si erano coa­lizzati per nascondere sotto una cortina di silenzio la sua esistenza e la sua attività. Da questo punto di vista Kraus ben si accomuna alle altre grandi figure della Vienna contemporanea: Freud, Musil, Schönberg. Musil registrava, non senza cattiveria, l’entusiasmo che durante le conferenze esplodeva in rumorosi applausi, annotando nel suo diario:

 

Molto tempo prima dei dittatori, il nostro tempo ha prodotto una sorta di venerazione intellettuale per essi. Si pensi, per esempio, a [Stefan] George. Poi anche a Kraus a Freud, a Adler e a Jung. E se volete, ag­giungetevi anche Klages e Heidegger...

 

Non so dire, però, se Musil si accorgesse di quanta disperata protesta fosse contenuta in quelle esplosioni di entusiasmo talvolta sgradevoli. Il pubblico abituale non era costituito solo da adole­scenti; tra i regolari frequentatori si trovavano anche persone mol­to più anziane, spesso ragguardevoli Mi ricordo di una coppia molto distinta che incontravo quasi sempre alle conferenze, sedeva nelle prime file e applaudiva vigorosamente; molto più tardi venni a sapere che si trattava del compositore Alban Berg e di sua moglie.

Gli ascoltatori di questo livello erano numerosi: per molti era quella l’unica opportunità di esprimere la loro protesta culturale, e perciò anche politica, contro la prostituzione di tutto ciò che aveva reso grande l’Austria contro l’indegno mercato a cui prendeva par­te quasi tutta l’Austria ufficiale, partiti politici, stampa, ambienti artistici e dello spettacolo, le università Mentre ora cerco di richia­mare alla memoria i tratti della faccia ippocratica [L’espressione dei moribondi secondo la descrizione di Ippocrate (n.d.r.)] dell’Europa di quel tempo, un’Europa che si apprestava a morire, e mentre passo mentalmente in rassegna gli oggetti della nostra protesta di allora, l’analogia con ciò che ora vedo negli Stati Uniti è spaventosa.

Lo scenario di quelle conferenze: un tavolino vuoto e una pol­trona, l’uno e l’altra non esattamente al centro del podio. Kraus entra a passi svelti da un lato, porta alcuni libri con segnapagine sporgenti o un fascio di carte, è un uomo di statura leggermente inferiore alla media e ha una spalla un poco più alta dell’altra, alla prima impressione lo si direbbe estremamente timido, di solito non sembra neppure avvedersi del fragoroso applauso che lo accoglie. La conferenza ha inizio, ma non senza una rituale accurata pulizia e sostituzione degli occhiali e frequenti soffiate di naso. Quest’ulti­mo atto, che si ripete talvolta anche in momenti di grande eccita­zione, è uno dei mezzi di straniamento, di cui Kraus è stato un maestro ante litteram. [Uso questa parola oltremodo sfruttata nel senso che Brecht le attribuisce nella conferenza che egli tenne a Stoccolma nel 1939 Sul teatro sperimentale: «Estrania­re un processo o un carattere significa anzitutto togliere semplicemente al proces­so o al carattere in questione ciò che lo rende di per sé intellegibile, familiare e il­luminante e suscitare così stupore e curiosità nei suoi confronti».] L’illusione, una volta creata, deve essere infranta mediante il riconoscimento che si tratta, appunto, di un’illu­sione creata ad arte. Non ha alcun senso avere un sogno, se allo stesso tempo non si sa che si sta sognando.

Kraus si siede al tavolo e comincia a leggere rimarcando forte­mente la struttura grammaticale e logica dei periodi incastonati l’u­no nell’altro senza suture, tanto che persino le frasi complicate suonano chiare all’ascoltatore, come se contemplasse un labirinto da una prospettiva aerea. Talvolta una mano si leva ben in alto o un’invettiva [Nella prosa di Kraus molti piccoli insetti del passato appaiono custoditi come in un pezzo d’ambra. Ora, nelle meritorie ristampe di tutti i numeri della «Fackel», recentemente edite, è possibile studiare l’intera paleopatologia di una società andata a fondo.]  viene sottolineata da secchi colpi sul tavolo. In certi momenti particolarmente enfatici Kraus balza in piedi, tenendo stretto il manoscritto tra le mani, e la voce assume i toni dello «staccato» e si fa tagliente, incisivo falsetto premonitore di un fata­le destino. (C’era sempre qualcuno che rideva, ma da allora non sono forse avvenuti sufficienti avvenimenti fatali? E gli interessi composti non sono stati neppure pagati.)

In altri momenti siamo subissati da cascate di giochi di parole in rapida successione, giochi di parole che provocano meraviglia e spavento. La lingua inglese, nella cui veste queste pagine videro per la prima volta la sdegnosa luce del mondo, possiede solo il vo­cabolo dispregiativo pun per indicare il gioco di parole; il fatto che esso venga considerato insulso e aberrante, una ridicola stravagan­za, rivela solamente quanto sia invecchiata la lingua inglese: al tempo di Elisabetta I c’era più spirito. In realtà il gioco di parole è gioco di idee, e il gioco (non ce lo ha dimostrato soltanto Huizinga per primo) può essere una cosa seria: il ritmico avvedersi delle possibilità altrimenti inimmaginabili di una natura che sempre si rinnova, muore e nuovamente risorge. Solo a pochi è dato di ritornare alla pura, chiara fonte da cui fluisce la lingua. Rabelais è probabil­mente uno di questi, e così anche, Lichtenberg e Kraus; non fu for­se Goethe a dire una volta di Lichtenberg: «Quando lui scherza, c’è nascosto un problema?». Lo stesso si può dire a proposito di Karl Kraus, che probabilmente è stato il più spiritoso scrittore tedesco. La cateratta sintattica delle sue frasi, presentate con una voce particolarmente acuta, era un agguato in cui si celavano costellazioni di idee piene di un’imprevista immediatezza che toglieva il respiro. E che voce aveva! Per descriverla dovrei ricorrere ai sonanti aggettivi con cui i poeti del barocco tedesco, incantati dalla rigogliosa ricchezza di una giovane lingua, abbellivano i loro canti di lode. Georg Philipp Harsdörffer fornisce una breve lista di possibilità: freveltrotzig (ostinato nel male), grimmbewehrt (armato di rancore), zornblind (cieco d’ira), ma anche holdselig (pieno di grazia), liebreich (ricco d’amore), lustreizend (eccitante). (Nello scarno inglese del mio testo originario non potevo assolutamente rendere questi aggettivi, ma anche la lingua tedesca attuale si troverebbe in difficoltà: una spessa scorza di apatia ha tolto slancio alla sua originalità. Esistono ancora vocaboli, possiamo ancora immaginarli in cui la lingua tuona e piange, mugghia e piagnucola, abbatte e solleva, ferisce e risana?)

In altri momenti, quando si rappresentavano operette o i fre­quenti intermezzi musicali nei lavori teatrali di Nestroy richiedevano il canto, il pubblico veniva intrattenuto anche con questo. Karl Kraus aveva una gradevole voce tenorile, ma priva di studio ed esercitazione ed egli riusciva a esprimere musica in un originalissimo stile «parlando», che faceva di un difetto un pregio; nel caso di Karl Kraus tuttavia nessuno poneva problemi di qualità tecnica del canto (gli eccellenti pianisti, che lo accompagnavano, si tenevano di solito dietro a un paravento). Per molti Lieder, per diverse arie o canzoni, Kraus scriveva strofe aggiuntive, spesso molto co­miche, che riguardavano per lo più problemi di attualità. Questa tecnica, che Kraus utilizzava anche per i suoi lavori teatrali, non è comunque l’unico esempio dell’influsso che egli esercitò su Brecht. Kraus d’altra parte teneva in gran conto quest’ultimo (la sua recitazione della poesia di Brecht Gli amanti rimane indelebile nella mia memoria), né è certamente un caso che Kraus e Brecht si sti­massero a vicenda, anche se negli ultimi anni della prima repubbli­ca austriaca erano su posizioni molto distanti.

Perché ho raccontato tutto questo? Soprattutto per testimoniare la fortuna che mi è stata concessa di avere un maestro come lui.

 

 

8.  Nessun Ercole, nessun bivio

 

I miei coetanei nell’Europa centrale vengono solitamente definiti i figli della grande inflazione. Quanti non hanno vissuto questo fenomeno difficilmente riusciranno a raffigurarsi la portata della svalutazione, che, nei primi anni Venti vanificò ogni tipo di rispar­mio sia in Austria sia in Germania (d’altra parte, proprio mentre scrivo, un analogo processo comincia a delinearsi, specialmente nell’occidente capitalistico): modesti patrimoni, risparmi, pensioni, polizze, tutto si ridusse a zero. Sull’economia si addensavano nubi sempre più nere, che dovevano generare un temporale spaventoso, e ciò significò per l’Europa centrale e occidentale il regime hitleriano. Quando una polizza di assicurazione stipulata da mio padre nel 1902 si estinse vent’anni dopo, il suo valore corrispondeva né più né meno al prezzo di un biglietto del tram. Un altro esempio: nell’estate del 1923, mentre, secondo una consuetudine dei paesi di lingua tedesca, compivo il mio «viaggio di maturità» attraverso la Germania, bisognava consumare il pasto in un ristorante il più ra­pidamente possibile, perché spesso i prezzi raddoppiavano mentre si era ancora seduti a tavola. Anche i miei genitori, impoveriti fino all’osso, non facevano eccezione.

In quella stessa estate terminai gli studi liceali e sostenni gli esa­mi di maturità; se fosse esistito ancora un imperatore sarei uscito dalla scuola sub auspiciis imperatoris, grazie al mio ottimo profitto, e ciò avrebbe comportato un anello con brillante e forse altre cose piacevoli. Avevo diciotto anni e il mondo si apriva davanti a me, come si usa dire scioccamente. In realtà, il mondo non è mai aperto e allora era più chiuso che mai e, d’altra parte, in nessun’altra età della vita esso sembra più oscuro di quanto lo sia per un diciotten­ne. Il futuro studioso di scienze dovrebbe poter raccontare molte storie dei suoi verdi anni: come abbia sempre saputo di voler diventare un chimico o un entomologo e come non avrebbe potuto diventare alcunché d’altro, perché già a sei anni era saltato in aria con il suo laboratorio in cantina o in tenera età aveva catturato una farfalla straordinaria, un insetto di tale splendore e bellezza da fare impallidire di rabbia persino il signor Nabokov. [Vladimir Nabokov (1899-1977): il celebre scrittore russo-americano fu anche un appassionato cultore di entomologia. (n.d.r.)]

Quanto a me, non posso vantare nulla di simile: dotato per molte cose, non ero buono per nessuna; indolente, schivo e sensibile, avevo collocato le mie trappole dove la selvaggina non si sarebbe mai fatta vedere.

Per tutti era chiaro che dovevo frequentare l’università e conse­guire una laurea. Ciò aveva il vantaggio di rimandare di quattro o più anni la scelta imbarazzante della mia futura sistemazione; inol­tre il mio nome avrebbe potuto ornarsi di quell’irrinunciabile paroletta-preambolo, il titolo accademico, senza il quale un austriaco del ceto medio, appartenente alla mia generazione, si sarebbe senti­to nudo come un verme. Diversamente da altre culture più progre­dite, che riservano questo titolo a chi professa l’arte medica, la qualifica di dottore costituiva a Vienna una parte essenziale del «personaggio», e così il «dott.» mi ha accompagnato per tutta la vita e compare persino nell’attuale elenco telefonico di New York, perché, si sa, non avrei potuto sopportare il dolore di una simile amputazione.

Giunse dunque il momento di decidere a quale facoltà dovessi iscrivermi. Di solito le decisioni non sono il frutto di profonde ri­flessioni, ma vengono prese in un modo molto più disinvolto che solo a posteriori viene definito razionale, e questo fu sicuramente il mio caso. L’università comprendeva cinque facoltà: filosofia, giuri­sprudenza, medicina, teologia, scienze politiche; inoltre alla Scuola superiore di tecnica si poteva conseguire il titolo di ingegnere, il quale però non faceva gran che impressione su portieri d’albergo, barbieri e sarti. Non presi neppure in considerazione la medicina, poiché con il mio temperamento, non mi sentivo tagliato per que­sta professione; per motivi analoghi scartai anche giurisprudenza, né volevo dedicarmi agli affari o alla politica; anche l’idea di di­ventare professore di scuola non mi andava a genio. Il fatto è che non mi sentivo attratto irresistibilmente da nulla e quindi scelsi la chimica per i seguenti frivoli motivi: 1) la chimica era una scienza di cui sapevo particolarmente poco, non avendola mai studiata pri­ma e, poiché sembrava essere in stretto rapporto con la realtà, non mi era antipatica; 2) nella Vienna del 1923 la chimica era l’unica disciplina scientifica che lasciava adito a qualche possibilità d’im­piego; 3) come quasi tutti i viennesi anch’io avevo uno zio ricco, ma a differenza della maggior parte degli altri zii, il mio era pro­prietario di distillerie e di altre cose del genere in Polonia, e pertan­to balenavano davanti ai miei occhi vaghe speranze di futura agia­tezza (prima ancora che iniziassi la tesi di laurea, però, lo zio morì e le alcoliche speranze evaporarono nella torrida estate del 1926).

Avevo escogitato un piano folle: iscrivermi contemporaneamente a due corsi universitari (il diploma di maturità conseguito con un’alta votazione mi esentava da ogni tassa) e studiare chimica alla Scuola superiore mentre seguivo all’università anche le lezioni di storia della letteratura e di filologia inglese. Così speravo di ottene­re contemporaneamente e parallelamente i titoli di ingegnere chi­mico e di dottore in lettere. Questo sistema funzionò per un anno, ma poi sembrò incepparsi, soprattutto per ragioni logistiche: era sempre più difficile trovarsi contemporaneamente in due luoghi di­stanti l’uno dall’altro. Decisi perciò di studiare chimica non alla Scuola superiore, ma all’università, dove conseguii la laurea nel 1928. Il mio diploma di laurea, che è stato duplicato qualche tem­po fa dall’università di Vienna dopo la bellezza di cinquant’anni, fa di nuovo bella mostra nel nuovo splendore dorato delle sue scritte latine.

Non credo che si possa dire che durante i miei anni di corso, 1923-1928, l’università di Vienna fosse ancora un eccellente centro di studi. Il crollo della monarchia austro-ungarica, la rivoluzione del 1918, anche se non si trattava di una rivoluzione autentica, il pauroso disastro economico del dopoguerra, l’improvvisa limita­zione dell’area da cui trarre le «teste d’uovo» ad alcune piccole province alpine: tutto ciò diede vita a una generazione poverissima di talento. Faceva eccezione la facoltà di medicina e qua e là, anche in altri istituti, brillava qualche raggio di luce, ma il panorama era sconsolante. D’altra parte, si deve ammettere che l’università mo­derna, così come è organizzata, ha qualcosa di sconcertante anche nelle circostanze più favorevoli: è un caravanserraglio di specialità senza legame tra loro, dove il patrimonio culturale dell’occidente viene distribuito in un numero infinito di fiale dai colori più diversi a orde di consumatori riluttanti. Negli Stati Uniti questo aspetto grottesco è ancora più evidente, perché il campus, concentrando notevolmente molte strutture e attività, rende ancora più evidente il suo carattere di hotel intellettuale. Le università europee fungevano - per lo meno ai miei tempi - essenzialmente come uffici dispensatori di attestati su carta bollata.

Avevo iniziato lo studio della chimica senza nessuna idea di ciò che mi aspettava, e pertanto non potevo sottrarmi al fascino che promanava dalla novità e dall’armonia di una scienza esatta ormai matura e pienamente sviluppata. In realtà si trattava forse soltanto di quella specie di attrazione che una partita di calcio esercita sugli spettatori; in ogni modo tutto mi parve meno sgradevole di quanto mi ero aspettato. Il disorientamento che veniva dal fatto di avven­turarmi in un campo sconosciuto fu probabilmente attenuato dal tipo di insegnamento vecchia maniera che ci veniva impartito, soprattutto per quanto riguardava le lezioni introduttive. La rivolu­zione prodottasi nella chimica teorica negli anni Venti non mi sfio­rò neppure, e così non sono mai diventato un buon «trafficante di elettroni». Soltanto nei «colloqui», peraltro non troppo frequenti, si poteva avvertire lo spirito dei nuovi tempi, e in quella sede ebbi l’opportunità di sentire molti luminari della fisica e della chimica. Ma nella biblioteca di chimica non esisteva neppure un periodico americano, e quando chiesi informazioni sul «Journal of the Ame­rican Chemical Society», mi risposero che in quella pubblicazione non c’era alcunché di scientificamente valido.

Ogni volta che ripenso al passato (e che cos’altro si può fare quando si diventa vecchi?) devo dire che dai miei maestri non ho imparato molto. A essere precisi, maestri non ne ho avuto alcuno. Quasi per tutta la mia vita sono stato più maestro che scolaro, ma anche questo non è probabilmente molto significativo nella singo­lare epoca in cui viviamo. Le scienze annettono grande importanza alle genealogie (chi era il relatore della tesi di laurea del tale, e con quale «barone» la futura celebrità ha eseguito i suoi primi lavori postlaurea?), e la strada che conduce al sommo dell’Olimpo è la­stricata di raccomandazioni, di amichevoli bisbigli nei bui corridoi dei congressi, di chiamate telefoniche nel cuor della notte. Io, tut­tavia, non ho mai potuto approfittare di tutto questo e in misura inconsueta sono il prodotto di me stesso. Mi ricordo, invece, di un congresso scientifico a cui partecipai con quattro eminenti colle­ghi: ognuno di questi avrebbe potuto definirsi a buon diritto l’allie­vo prediletto di Otto Meyerhof.

Dunque non sono mai stato un allievo nel vero senso della paro­la, figuriamoci poi un allievo prediletto (una delle grandi figure dell’establishment del passato), e non sono mai stato in grado di sfruttare questa fama dalla mia culla sino alla tomba del maestro e oltre ancora; ma non ne ho mai sofferto. Se mai esistono grandi indagatori della natura (in tutta la mia vita ne ho incontrati forse uno o due ai quali avrei potuto riconoscere tale attributo), siffatta grandezza non può certo essere trasmessa mediante quel che si chiama usualmente «insegnamento». Ciò che gli allievi possono apprendere consiste in manierismi, piccoli trucchi del mestiere, la strada per fare carriera e solo molto più raramente, in compenso, la capacità di intendere con spirito critico che cosa significa prova scientifica e come la si deve interpretare. Un vero maestro può insegnare con il proprio esempio (proprio come gli anatroccoli se­guono in tutto e per tutto mamma anatra) o in casi molto rari me­diante la pregnanza e l’originalità delle sue vedute, la sua immagi­ne razionale o visionaria della natura.

Chi erano i miei professori? L’istituto di chimica fisica era diret­to dal vecchio Wegscheider (allora era certamente molto più giova­ne di quanto lo sia ora io mentre scrivo), un tipico consigliere auli­co, cortese, un po’ brontolone ma bonario, senza troppe arie ma non privo di una certa astuzia. Non posso affermare che egli sia riuscito a fare apparire la chimica fisica tanto interessante e importante quanto essa meritava; solo alcuni anni più tardi, mentre vive­vo a Berlino, mi fu evidente che il professor Wegscheider avrebbe potuto ottenere molto di più in quel senso. Ernst Späth insegnava chimica organica, era un buon chimico e un famoso specialista per gli alcaloidi, ma non quel che si dice un esempio trascinante. La stretta fessura attraverso cui lo scienziato, se vuole successo, deve considerare la natura restringe, se ciò dura a lungo, tutta la sua personalità e nella maggior parte dei casi egli finisce col diventare un «idiota specializzato». Non era facile essere accettati da Späth come candidati al dottorato, e inoltre ci volevano molti soldi (i lau­reandi dovevano acquistare a proprie spese tutte le sostanze chimi­che e gli apparecchi necessari allo svolgimento della tesi), e pertan­to manco ci provai. Devo però ammettere che Späth mi ha sempre trattato gentilmente nel corso dei miei studi, e nel grande esame conclusivo che segue la fine della dissertazione, il Rigorosum, mi diede la summa cum laude.

Mi premeva moltissimo rendermi presto indipendente sul piano economico e mi rendevo conto, d’altra parte, che dovevo scegliermi un relatore le cui richieste notoriamente comportassero un non grave dispendio di tempo e non molto danaro. Perciò la mia scelta cadde su Fritz Feigl, allora libero docente nell’istituto diretto da Spath. D’aspetto Feigl sembrava piuttosto un tenore italiano che uno scienziato ed era un uomo molto affabile, i suoi interessi si di­videvano tra la politica - era un attivo socialdemocratico - e la chimica dei complessi organici metallici. La prima attività contri­buiva indirettamente al suo benessere, perché a Vienna predomina­vano i socialdemocratici, la seconda favoriva lo sviluppo metodo­logico delle reazioni a impronta, e su questo argomento aveva pub­blicato un noto manuale. Il nostro secolo crudele, con le sue spinte centrifughe, portò questo tipico viennese a Rio de Janeiro, dove visse a partire dal 1939 e morì dopo una lunga vita attiva e molto probabilmente anche felice.

La mia tesi, terminata alla fine del 1927, concerneva i complessi organici dell’argento e l’effetto dello iodio su taluni azoturi; una parte di questo lavoro di ricerca è descritto in due pubblicazioni scientifiche.7,8 Il più interessante aspetto di questa ricerca, cioè la scoperta che l’ossidazione dell’azoturo di sodio per mezzo di iodio viene catalizzata da derivati organici del gruppo solfidrilico non venne allora pubblicata; molti anni dopo ripresi lo studio di questa reazione, mentre cercavo un reagente per dimostrare la presenza di amminoacidi solforosi mediante cromatografia su carta.9

Mi laureai dunque agli inizi dell’estate del 1928. Era il momento delle grandi decisioni, e, come sempre ho fatto nella mia vita, le presi senza le dovute riflessioni e in un modo assai incerto. In real­tà non giunsi mai a una vera e propria decisione, ma mi lasciai tra­sportare da un avvenimento a quello immediatamente conseguente.

 

 

9.  Il Gran Rifiuto

 

Ciò che restava da decidere era naturalmente il problema di cosa fare nell’immediato futuro. In Austria era quasi impossibile trova­re un occupazione al nano dal grosso testone: la perdita - sotto molto aspetti meritata - della guerra aveva lasciato quasi intatto in eredità il sistema dell’istruzione superiore in lingua tedesca ela­borato dalla grande monarchia nel corso di alcuni secoli. La pro­duzione di laureati procedeva ancora a gonfie vele, ma per loro non c’era lavoro: si poteva pensare soltanto a esportarli. La mag­gior parte emigrava, soprattutto per motivi linguistici, in Germania, dove però le prospettive di trovare un posto nell’industria, per non parlare nelle università, erano allora molto scarse. Alcuni an­davano in paesi prima appartenenti agli Asburgo, in Cecoslovac­chia, in Ungheria e in Polonia.

L’anno in cui dovetti decidere del mio futuro, il 1928, fu un brut­to anno: nuvole nere dappertutto. Proprio allora l’America si ap­prestava a eleggere come nuovo presidente il «grande ingegnere», Herbert Hoover. La favorevole congiuntura dell’immediato dopo­guerra, da cui non fu esclusa nemmeno l’Europa centrale dopo la stabilizzazione dei corsi valutari, era ormai finita. Le belve dell’a­bisso, tenute dall’industria alla catena e in riserva, cominciavano a sognare il nobile sogno della notte dei lunghi coltelli [La notte del 30 giugno 1934, in cui Hitler fece eliminare dalle ss gli oppositori interni al nazismo. (n.d.r.)] e presto do­vevano essere scatenate per dare avvio allo spaventoso salasso. La classe operaia era disorientata e mal diretta. Un anno prima, nel 1927, avevo assistito a Vienna all’incendio del palazzo di giustizia e ai primi grandi disordini di piazza: la crudele e sanguinosa repres­sione delle dimostrazioni era stata opera del prelato di ghiaccio, [Si allude a monsignor Ignaz Seipel (1876-1932), presidente del partito cristiano-sociale e cancelliere della repubblica austriaca, e alla repressione dell’insurrezione socialista di Vienna (16-17 luglio 1927). (n.d.r)]* che presiedeva il governo austriaco rappresentante della ecclesia militans. Così mi sono per tempo sensibilizzato contro parole d’or­dine come «legge e ordine»: l’unica cosa che esse producono alla fine è un Chile con sangre. Ma per essere giusto dovrei anche ricor­dare che di fronte alle chiacchiere parlamentari e ai giochi di paro­le con cui la socialdemocrazia pretendeva di combattere il fascismo in ascesa, scrissi uno dei miei primi aforismi: «Socialdemocrazia austriaca: in caso di pioggia la rivoluzione ha luogo a Saale».

Avvertivo il desiderio di sottrarmi, almeno per qualche tempo, a questa realtà, recarmi in un altro paese, sentire un’altra lingua, ma su tutto dominava una sorta di logica di fiaba: mi proposi di co­gliere al volo la prima offerta che mi venisse fatta, si trattasse di industria, ricerca o insegnamento; proprio come in una fiaba, quando al ragazzo si assegna il compito di mettersi in cammino e di seguire la prima bestia che incontra. Il primo animale a venire verso di me nel mio mondo da fratelli Grimm si chiamava «ricer­ca», e così gli sono rimasto sempre accanto. Avevo sempre asse­condato l’abitudine di lasciarmi trasportare senza resistenza dove la corrente mi conduceva; se la corrente si esauriva, mi fermavo. Dal mazzo di carte avevo estratto per prima la carta della ricerca, e ciò corrispondeva probabilmente a una mia tendenza inconfessata: ho sempre mirato a una remota torre d’avorio (naturalmente con aria condizionata e acqua corrente calda e fredda). Scherzi a parte, almeno sotto un certo aspetto l’accesso all’attività di ricerca era nel 1928 qualcosa di affatto diverso da ciò che è divenuto, diciamo, ne­gli ultimi venti anni. Non molto tempo fa, ho tentato di descrivere questo cambiamento di clima10 e non voglio ripetermi. La differen­za più importante consisteva forse in questo, che negli anni dei miei inizi la scelta degli apprendisti stregoni avveniva in certo qual modo in virtù di un impegno solenne di eterna miseria (natural­mente, ai nostri occhi giovani e inesperti sfuggiva il particolare seguente: gli stregoni che imponevano il giuramento erano già perso­ne a dir poco benestanti).

A lungo non mi resi conto dell’enorme risucchio del vortice in cui mi lasciavo trascinare. Quando avevo 23 anni, sapevo per abi­tudine distinguere con precisione tra quello che si faceva con la testa e ciò che dava da vivere: la chimica era la mia vocazione e spe­ravo che mi avrebbe nutrito e mantenuto, e non me soltanto, dal momento che stavo per sposare la signorina Vera Broido che avevo conosciuto all’università. Intanto continuavo a considerarmi uno scrittore: avevo già scritto molto e qualcosa era stato pubblicato; avrebbe potuto essere di più, se la mia timidezza e la mancanza di conoscenze non me lo avessero impedito. Se non avessi lasciato Vienna, strappandomi alla lingua tedesca, e ancor più (che «più» gigantesco!), se tutto il nostro mondo non si fosse inabissato, anne­gato in una barbarie incredibilmente sanguinosa che si serviva del­la stessa lingua tedesca, forse ci sarebbe stato un nuovo mediocre scrittore tedesco. Ora, poiché le leggi che regolano il bilancio intel­lettuale del mondo mi sono oscure, non so valutare né la perdita né il guadagno, tuttavia il fascino esercitato dalle scienze persino su uno spirito critico e scettico si dimostrò di gran lunga più potente di quanto avrei potuto immaginare, ed è ciò che vuole esprimere il titolo di questo capitolo, con le parole di uno più grande* [Dante nella Divina Commedia, parlando di papa Celestino V, che rinunciò al pontificato, dice: …colui / che fece per viltà il gran rifiuto. (Inferno, canto III, V.60). (n.d.r.)] di me.

 

 

10.  L’azzurro uccello della felicità

 

La spensieratezza travestita da serietà di vita proseguiva il suo cammino e con mia grande sorpresa la trasformazione del futuro in passato avveniva nel modo più semplice che si possa immaginare. Mi ero procurato una grammatica pratica della lingua danese ed ero tutto preso dall’apprendimento di questa lingua: correva voce che Sörensen aveva un posto libero nel suo laboratono di Carlsberg, a Copenaghen. Ero già a buon punto nel padroneggiare la più ostica specialità fonetica del danese, il colpo di glottide (stød), cioè quella sorta di rantolo non bene espresso tipico dell’introverso che sem­bra esalare l’ultimo respiro, quando da una fonte più sicura mi giunse all’orecchio che S. Fränkel, uno dei professori di chimica fi­siologica della facoltà di medicina, era appena tornato da un giro di conferenze in America recando la notizia che Treat B. Johnson della Yale University aveva messo a disposizione una borsa di stu­dio per un giovane ricercatore disposto ad assistere Rudolph J. An­derson nei suoi lavori sui lipidi presenti nei bacilli della tubercolo­si. A quell’epoca conoscevo già molto bene l’inglese, le cui delicate sfumature avevo appreso con l’aiuto di due attempate signore di Cambridge, titolari di una piccola scuola a Vienna, ma degli Stati Uniti non sapevo quasi nulla e ciò che sapevo non accresceva in me il desiderio di saperne di più. Da bambino avevo letto Cooper, Poe e Mark Twain, per lo più in pessime traduzioni, e anche, ma con scarso entusiasmo, le poesie di Walt Whitman; avevo letto poi in originale alcuni romanzi di Dreiser e di Sinclair Lewis, senza però esser stato travolto dalle loro qualità letterarie. Gli svenevoli film sentimentali che giungevano da Hollywood mi provocavano il vomito, tranne quelli con Greta Garbo; mi piacevano anche Charlie Chaplin, Buster Keaton e Harold Lloyd: da quel minaccioso continente, fosco e disumanizzato, sembrava soffiare un vento di libertà dell’assurdo.

In ogni modo concorsi a quel posto e, con mio grande orrore, lo ottenni. La Milton Campbell Research Fellowship in chimica orga­nica fruttava duemila dollari all’anno, da riscuotere in dieci rate mensili. [Questo era circa un sesto dello stipendio percepito da un professore-sterlina d’oro, titolare di una delle prestigiose cattedre della Yale University. Benché sia­no passati più di cinquant’anni, il divario tra il reddito di un post-doc agli inizi della carriera e quello di un professore ordinario ben pagato è rimasto pratica­mente invariato.]

La data di inizio cadeva nell’autunno ma, poiché non sa­pevo nulla di lipidi, avrei dovuto frequentare per breve tempo il laboratorio di Frankel per rendermeli amabili e familiari; la cosa fu però impossibile. Quanto più si avvicinava il giorno della par­tenza, tanto più crescevano le mie ansie: avevo paura di recarmi in un paese che era più giovane della maggior parte dei gabinetti di decenza viennesi. Alcuni cercavano di consolarmi, assicurandomi che avrei vissuto una sorprendente esperienza e che l’America era meno brutta di quanto mi immaginassi, ma io persistevo nei miei dubbi e citavo spesso una delle immortali frasi dì Anton Kuh, un esponente della fabbrica viennese del buon umore, trasponendo al­la mia terra promessa ciò che egli aveva detto a proposito della sto­ria universale: «Wie der kleine Moritz sich Amerika vorstellt, so ist es» (Come il piccolo Moritz si immagina l’America, così essa è). [Il piccolo Moritz è un’importante figura dell’umorismo austriaco, un ragazzo tremendamente limitato, il tipico simplificateur terrible, che però spesso ha ragio­ne dove i sapienti rimangono inviluppati nelle loro complicate costruzioni.]

Per un giovanotto raggiungere l’America da Vienna era in quel tempo un’impresa straordinaria e costosa. Dove avrebbero potuto i miei genitori trovare i soldi per il viaggio, nientemeno che duecen­to dollari? Avevo guadagnato il danaro per le spese minute impar­tendo lezioni private, ma al massimo bastava per comperare qual­che libro o per condurre talvolta la mia Vera al caffè, al cinema o a teatro. Alla fine una zia, la vedova di quello zio ricco, mi diede i soldi necessari e così negli ultimi giorni del settembre 1928 potei intraprendere il mio pusillanime viaggio. Dovevo arrivare a Cherbourgh via Parigi, così ebbi l’opportunità di conoscere per la prima volta la capitale francese, ma potei farlo soltanto attraversando a piedi da un capo all’altro, per un giorno intero, la magnifica im­mensa metropoli, da sud a nord, da est a ovest. Il mio francese era abbastanza buono, tanto che alcuni parigini cui chiesi informazioni mi presero per un belga o per uno svizzero francofono, dimostran­do nella loro altezzosa degnazione quanto poca stima avessero di siffatti commensali della loro lingua.

Il gigantesco piroscafo Leviathan (l’ex Vaterland se non erro) mi portò a New York. Appena misi piede nel paese della libertà, mi trovai in prigione: un funzionario dell’ufficio immigrazione, sor­prendentemente sgarbato, esaminò il mio passaporto, in cui il mio nome era preceduto dal tanto desiderato e fruttuoso titolo di dot­tore, poi gettò uno sguardo sul «visto per studenti» (me lo aveva dato, a Vienna, come se fosse il santo Graal, un console americano per niente simpatico); nel viso da sbirro del funzionario si rifletté una dolorosa, torbida attività cerebrale e da un angolo della sua bocca scaturirono le parole «Ellis Island».

Così fui rinchiuso in quel memorabile campo di concentramento americano, che i sostenitori delle cosiddette libere democrazie vor­rebbero volentieri dimenticare. Ma io lo ricordo benissimo. Dalla mia segreta godevo una magnifica vista della Statua della Libertà, e mi indussi a pensare che questo trovarsi accanto di prigione e di monumento non poteva essere casuale, ci doveva essere sotto qual­cosa di intenzionale: forse si voleva insegnare agli immigrati impri­gionati i pregi del pensiero dialettico. Ma di per se stessa la vista del paesaggio marino velato dalla nebbia nelle prime ore del matti­no era affascinante, e il suono lamentoso delle sirene da nebbia e il verso dei gabbiani formavano un malinconico accompagnamento a un’America che non sarebbe mai esistita.

Dopo uno o due giorni fui chiamato in tribunale. Lo presiedeva un’imponente dama nera affiancata da due sonnacchiosi signori anziani in uniformi sbiadite (così mi immaginavo i pigiama dell’e­sercito della salvezza). Seguì rapida la sentenza: deportazione im­mediata, dal momento che il caso era chiaro ed ero stato smasche­rato come un doppio imbroglione: se ero un dottore, non potevo certo essere uno studente, e se ero uno studente, come potevo essere anche un dottore? Balbettai qualcosa citando Faust, che nono­stante molti dottorati era stato un eterno studente; avrei potuto tentare altrettanto bene di giocare a briscola con un marziano. Tut­ta questa storia grottesca avrebbe potuto essere una scena di Ubu Roi di Jarry. Il condannato fu riportato nella sua minicella, inviò un telegramma alla Yale University; il cui legale intervenne presso le autorità di Washington, e dopo alcuni giorni riebbe la libertà. Non ho mai potuto accertare se tutto quel rigore sia venuto meno in virtù di un’intelligente argomentazione o grazie a qualcosa di più lucente. Forse costituivo addirittura una sorta di precedente, perché appartenevo alla prima infornata di post-docs, che proprio allora cominciavano a emigrare sempre più numerosi negli Stati Uniti.

Quando giunsi a New Haven, mi attendeva alla stazione Treat B. Johnson, barone della facoltà di chimica e perciò sei volte più po­tente della mia insignificante persona. Era un uomo di tratti distin­ti e gentile, un rappresentante autentico di ciò che restava di un’A­merica d’altri tempi, un’America migliore, di cui si vedevano anco­ra le tracce. Johnson cercò di rendere meno difficili i primi penosi giorni della mia vita nel continente esageratamente nuovo. Solo molto più tardi, quando cominciai a occuparmi degli acidi nucleici, compresi l’importanza dei suoi lavori sulla chimica della purina e della pirimidina.

Johnson mi ospitò alcuni giorni in casa sua; nella mia camera era appesa una sorta di grande ricamo da parete che raffigurava un uccello azzurro con una scritta ricamata che diceva: «Possa l’azzur­ro uccello della felicità trovare un luogo di eterno riposo nella tua casa»: mi parve oltremodo commovente la fiducia dell’America nei Bluebirds. Nel paese da cui venivo gli uccelli erano particolarmente grigi.

 

 

11.  Cerchio senza centro

 

Spesso ho riflettuto sul significato di un concetto come «man­canza di radici». Agli inizi, quando sentivo dire o leggevo di qual­cuno che non aveva radici, non riuscivo ad afferrare il senso di questa espressione e dicevo a me stesso: «Ma in fin dei conti un uomo non è una pianta». Invece, in realtà l’uomo è una pianta: il mito del gigante Anteo, che perdeva le forze appena non era più a contatto con la terra da cui era nato, ha un profondo significato. Ci avvizziamo, se ci tolgono il suolo nel quale possiamo mettere radi­ci, sia pure in senso metaforico. Lo slogan «sangue e terra» è stato screditato dalla storia più recente; quelli che ciarlavano intorno a tale concetto erano isterici senza radici, tipici fin de siècle; ma se lascio da parte il sangue e la sua immaginaria purezza, di cui ho poco rispetto (non c’è poi tanto DNA nel sangue, se si escludono i leucociti), devo pur preoccuparmi delle radici metafisiche nella ter­ra allegorica.

Sono giunto alla conclusione che la mia generazione è la quintes­senza dello sradicamento: la caratterizzano la scomparsa, il disgre­garsi di ogni legame; non si odono più le voci dei genitori che par­lano nella camera accanto, ognuno è solo con se stesso; essere soli in mezzo alla folla: questa è stata la maledizione dei miei contem­poranei. Un uomo veramente pio affonda le radici nella sua reli­gione. Ci deve essere ancora molta gente del genere, ma non so se ne ho mai incontrata, benché conosca molti seguaci, solidi e fedeli, di forme religiose acquisite per eredità. Senza dubbio la forza del­l’abitudine può essere, almeno in parte, un elemento di compensa­zione, e spesso un surrogato altrettanto efficace, e forse ancor più attivo, è il nazionalismo o il suo gemello meno aggressivo, il pa­triottismo. Per molti dei miei contemporanei, le scienze della natu­ra - o anche, al limite, la psicoterapia o la ragioneria - erano espedienti per vivere. Tuttavia negli scritti di Tolstoj o in quelli di Knut Hamsun mi sembrava di aver trovato uomini di tipo diverso: erano soltanto figure immaginarie?

Probabilmente faccio ridere se dico che i miei genitori erano ra­dicati in Austria, ma è la verità. In ogni modo, la religione non c’entrava quasi per nulla e la società solo un poco. I legami familia­ri si erano allentati, tranne il piccolo nucleo della microfamiglia, padre, madre, sorella e io stesso. La letteratura e la musica erano scialbi ornamenti di tarde serate, ma c’era pur sempre la decrepita duplice monarchia, e i miei genitori sembravano, sotto molti aspet­ti, l’incarnazione di austriaci del XIX secolo. La prima guerra mon­diale sconvolse tutto questo mondo e noi diventammo profughi di professione con alloggi di ricambio, cittadinanze di ricambio e, più tardi, addirittura una lingua di ricambio. In un certo senso ho avu­to più fortuna di quelli che hanno fatto un’analoga esperienza in età più matura, perché quando aprii gli occhi al mondo, questo era ormai un mondo senza illusioni, ma era anche un mondo in cui sol­tanto pochi si sentivano a casa loro. Se mi fossi chiesto, quando ero bambino, dove erano le mie radici, con quale realtà mi trovassi in­trecciato - ma i bambini hanno altre e maggiori preoccupazioni - avrei probabilmente risposto: nei e con i miei genitori. Ma en­trambi sarebbero ben presto scomparsi. Divenuto un po’ più gran­de, avrei forse trovato un’altra risposta, una risposta ingannevol­mente più solida, perché prima di tutto avrei nominato la lingua, l’idioma in cui mia madre parlava al suo bambino, ma la lingua materna è bruciata insieme a mia madre, e quando tutto ciò fu scomparso, non rimase più nulla.

Sono nato in un mondo selvaggio, pericoloso, instabile e folle. Un vecchio non riesce a rievocare l’intensità con cui una giovane creatura vede se stessa e il mondo, ma mi ricordo che mi pareva di essere un trovatello esposto presso la porta di Sodoma. Quando a ventitré anni mi misi in viaggio per l’America, tutto doveva restare alle mie spalle: mi recavo in un mondo nuovo. Come mi avrebbe accolto e, ciò che era ancor più importante, come lo avrei accettato? L’arrivo a New York significava per me un grande sconvolgi­mento. Cercando di richiamare alla mente le mie prime impressio­ni e perciò quelle decisive, so benissimo di avventurarmi in un’im­presa infida e pericolosa.

Un uomo che passa da Sodoma a Gomorra vedrà molte cose si­mili e altre diverse e, se è incline a eccessi apocalittici, giungerà alla conclusione che forse esiste soltanto un paradiso ma sicuramente molti inferni. E se ha anche una particolare predisposizione per una valutazione simbolica degli avvenimenti quotidiani, molte del­le cose che gli è dato di incontrare gli ricorderanno, per così dire, il futuro: un futuro che egli non osa guardare in faccia. Se poi subito dopo il suo arrivo gli abitanti di Gomorra gli chiederanno se Go­morra gli piace e se è felice di aver lasciato Sodoma, il nostro per­sonaggio non aprirà bocca: che cosa può dire? Non vuole che lo si chiami un sodomita incorreggibile.

Alcune persone, ancora in grado di pensare in termini positivi, mi hanno spesso detto, in tono di rimprovero, che esagero. Certo, è possibile, ma chi stabilisce la linea direttrice, chi la misura? O forse un piccolo resto dei geni che hanno stimolato Ezechiele è toccato a me? O è semplicemente dispepsia? Se la mia fede nei dottori fosse più forte, lo chiederei a loro, ma così come stanno le cose, essi sa­rebbero sicuramente disposti a prescrivere tranquillanti a san Gio­vanni sull’isola di Patmo (lui però stava meglio senza l’assistenza di un medico specialista).

L’uomo di Sodoma non metterà mai radici a Gomorra, mai si sentirà di nuovo a casa sua in Sodoma. Il futuro, il più misericor­dioso di tutti i tempi, egli non lo può leggere, naturalmente; ma ha letto la Genesi e si ricorda che Sodoma e Gomorra sono state distrutte da una medesima tempesta di fuoco e di zolfo.

Non venni in America come immigrato. Ma anche per un visita­tore in cerca di curiosità era un’esperienza indescrivibilmente scon­volgente vedere New York, percepire le sue voci strane e le grida, i lamenti e i suoni. Il pulsare nevrotico di una città che non è mai andata a dormire perché non si è mai svegliata; il grottesco cerimo­niale del «proibizionismo», quando ognuno doveva essere fiero di violare la legge; l’orgoglio primitivo di un’intelligenza rozza e pre­suntuosa; l’incredibile sporcizia di tutto ciò che non era incredibil­mente tirato a pomice e pacchianamente lussuoso; la spudorata ipocrisia di tutte le istituzioni e il ghigno melenso con cui una bric­coneria, una volta scoperta, veniva ammessa e contemporaneamen­te cancellata; i ditirambi a pagamento che accompagnavano came­re politiche e mercantili, ben presto finite nel dimenticatoio o tra le mura di un carcere; la confusione del linguaggio e la svalutazione di ogni forma grammaticale, specialmente del superlativo; un gi­gantesco tranello, un’ingannevole apparenza come Vangelo della nazione, una trappola che rendeva impossibile ogni fede futura, ogni fede nel futuro: tutto ciò doveva sopraffare un giovane che credeva di avere lasciato dietro di sé l’Europa, mentre si trovava di fronte a una super Europa. Come tutta questa realtà mi sembrava lontana da James Fenimore Cooper o da Chateaubriand! Però, co­me ero ingenuo! Mi aspettavo forse di trovare coccodrilli nel lago di Hudson o indiani Sioux sul sentiero di guerra nei viali di Man­hattan? Solo molto più tardi dovevo scoprire che tutto quello che avevo pensato di trovare esisteva davvero, ma sotto travestimenti inaspettati.

Quando nel 1928 giunsi per la prima volta in America, avevo l’a­bitudine di passeggiare per molte ore lungo le strade desolate, che in quel tempo non erano ancora particolarmente pericolose, e cer­cavo di scoprire un volto umano. Ma ciò che vedevo mi spaventa­va: il nuovo mondo aveva, a quanto pare, generato un nuovo tipo di fisionomia, talvolta insignificante per lo più triste e indifferente o distorta in uno scialbo sorriso. Nel primo film sonoro cui assistetti sentii canticchiare Sunny boy (ragazzo solare), ma dovunque volgessi lo sguardo per le strade e nella metropolitana, nelle bettole e nei teatri, nelle sale delle conferenze e nelle chiese, la gente sem­braya indicibilmente infelice, come se cercasse di dire qualcosa senza riuscire a trovare le parole. Dappertutto vedevo persone che sembravano dar la caccia ad altre ed essere a loro volta cacciate, mentre si affrettavano disperate per cadenti contrade, simili a pae­saggi di De Chirico, lasciate nella sporcizia e, invano, cercavano di nascondersi a un destino che per loro aveva soltanto il nome di pri­vazione o di miseria, anche se includeva certamente ansie più me­tafisiche. E ogni qual volta sentivo nelle mie sconsolate peregrina­zioni qualcosa che assomigliava a risa umane, mi voltavo e vedevo sempre e soltanto facce nere, ma anche questa benedizione di sere­nità originaria, quasi primordiale, ultimo avanzo di ciò che erano gli uomini in epoche remote, è nel frattempo scomparsa. In mezzo alla massa di una gaiezza in scatolette di conserva e meccanicamente potenziata, in mezzo a tutti questi ghigni e sogghigni, l’Ame­rica è diventata un paese feroce.

Talvolta vedevo una vecchia donna nera dall’aria stanca avanza­re faticosamente trascinandosi il velo luttuoso della sua pelle. Allo­ra mi era chiaro di soggiornare in un paese in cui i poveri portavano sul volto i segni della loro miseria. Lontani erano Alëša Kara­mazov o il principe Myškin. [Personaggi di due romanzi di Dostoevskij, rispettivamente dei Fratelli Karamazov e deIl’Idiota. (n.d.r.)] Per contro, i ritratti di personalità politiche e di altri uomini importanti apparivano sui giornali in tutta la loro giovialità senza limite, come se venissero direttamente dal padiglione delle risa del Wurstelprater di Vienna. La compo­nente tragica veniva respinta come immorale. In quel tempo mi convinsi per la prima volta che la più grande di tutte le rivoluzioni doveva ancora scoppiare e che soltanto grazie a essa l’umanità avrebbe potuto liberarsi dai ceppi del pensiero meccanicistico, ver­so il quale si sentiva attratta dai canti del progresso, dai peana del­la scienza. E la mia convinzione che ciò dovrebbe avvenire non è ancora venuta meno; forse è la speranza a essere scomparsa. Molti sogni di millenni sono sbiaditi e il chiliasta, ormai vecchio, comin­cia a capire che nell’economia dell’eternità imperi millenari durano talvolta meno della vita effimera di una mosca.

L’estraniamento dall’insostituibile lingua materna, che si accom­pagnava al mio stabilirsi in un paese anglofono, era per me una grave perdita, ma la meravigliosa lingua inglese era ricca di consolazioni. Non intendo istituire alcuna gerarchia: tutte le lingue sono le migliori, ero solito dire, poche lingue, però, si sono dimostrate così solide come la lingua inglese, così chiara e concisa in tutta la sua ricchezza, così flessibile, così resistente. Poche lingue hanno sa­puto sopravvivere ad abusi tanto brutali senza andare in rovina, mentre, per esempio, il francese corre il pericolo di soccombere a un tale attacco. Non conosco alcun’altra lingua che nel suo vocabolario si scomponga in due parti (la romanza e la germanica) al punto che quasi ogni vocabolo è una sorta di parola straniera per l’una o per l’altra parte, ma la forza della lingua inglese consiste proprio in questo, che essa rappresenta una lega, nella cui massa fusa si sciolgono facilmente intrusioni straniere. Noi non siamo i padroni, siamo gli schiavi del nostro linguaggio, e nel mio caso l’in­glese si è dimostrato un maestro indulgente e comprensivo, e lodo il giorno che mi ha avvicinato alla lingua di Shakespeare e di Don­ne, di Pope e di Swift, di Gibbon e di Blake. Una delle ultime me­raviglie costruite dall’uomo artigianalmente, l’Oxford English Dic­tionary, è stato per me un amico silenzioso. Oggi i vocabolari si fabbricano con il computer, e raggi luminosi imparziali e instanca­bili frugano masse informi per presentarle all’elaborazione lessico-grafica.

C’è un detto abbastanza insignificante, ma venerando, che viene attribuito a molti antichi saggi, incluso Eraclito: «Il carattere di un uomo è il suo destino» (in realtà Eraclito usò la parola éthos, e non charakter). Naturalmente quel che importa è come definire caratte­re e destino: il tifo di Schubert era una parte del suo carattere? Non c’è dubbio che lo sradicamento fu una componente dei destini della mia generazione, ma lo sradicamento era una parte del nostro carattere? Sì, lo confesso: i metafisici giochi di società non hanno mai contribuito a farmi passare il tempo. Il fatto di non sapere, o di non volere, mettere radici - sia che ne fossi stato costretto o avessi potuto evitarlo, che fosse stata una cosa vantaggiosa o spia­cevole - ha probabilmente caratterizzato la mia vita. Carattere? Destino? Come solevo dire in tempi più felici: «Il destino viene ‘dopo, intanto lui deve cadere nella fossa».

 

 

12.  Alba a New Haven

 

La borsa di studio per l’attività di ricerca che nell’ottobre 1928 mi portò alla Yale University fu la causa della mia prima assenza, piuttosto lunga, dalla patria. Ai giorni nostri, in cui i popoli si muovono con tanta maggiore facilità (si passa una gran parte della vita in continuo insensato movimento, lasciando un luogo per un altro per poi tornare di nuovo al punto da dove si era partiti), non è facile spiegare che cosa ciò significasse per me. Provenivo da una famiglia molto sedentaria: credo che mio padre non abbia posse­duto un passaporto se non in età avanzata, e questo desiderio di una stabile dimora deve essermi passato in eredità. Non c’è da stu­pirsi se tale desiderio non si è avverato né per me né per innumerevoli altre persone, quando si pensi al nostro secolo tanto esagerata­mente smanioso di viaggi.

La cordialità con cui fui accolto da tutti alla Yale University rese meno acuto il dolore del distacco, dolore che tuttavia durò a lungo e in un certo senso non è mai cessato, anche se mi era difficile dire da che cosa mi sentissi strappato. Spesso, parlando di me, ho detto di essere nato con un sasso in una scarpa… era proprio la mancanza di patria il nome di questo sasso? Che cosa intenda dire con questo non so spiegarlo. Anche Dante riuscì a descrivere l’in­ferno molto meglio del paradiso, perché nel primo era vissuto, mentre aveva dimenticato il secondo.

Rudolph J. Anderson sembrava un ufficiale britannico in abiti civili che mal si adattavano al personaggio; svedese di nascita, edu­cato a New Orleans, rappresentava una curiosa mescolanza di caratteristiche nazionali e culturali. Era un eccellente chimico sperimentale e da lui appresi il rispetto per la materia, l’attenta valutazione della quantità persino in ricerche essenzialmente qualitative, l’attenzione quasi reverenziale tributata all’esattezza dell’osservazione e della descrizione. Se ogni ricercatore ha bisogno di un mae­stro, Anderson lo fu nel mio caso, e tuttavia esito a definirlo così, perché non credo abbia influito in misura notevole sulla mia carriera. Maestro è chi indica al discepolo la strada che lo porta a co­noscere se stesso, e questo nessuno lo ha mai fatto per me.

Rimasi con Anderson due anni, dal 1928 al 1930, presso l’istitu­to di chimica della Yale University, dove Anderson era venuto non molto prima di me per organizzare un programma di ricerca sulla composizione chimica dei bacilli tubercolari e di altri microorganismi resistenti agli acidi. Il mio soggiorno fu davvero proficuo: pub­blicai con lui sette lavori; i più interessanti riguardavano la scoper­ta di una serie di acidi alifatici con strane concatenazioni, gli acidi tubercolostearici e ftialici,11, 12 nonché i complessi lipopolisaccaridi del bacillo della tubercolosi.13  In relazione a queste ricerche feci la conoscenza anche di una signora meritevole di grande attenzione sul piano scientifico, Florence Sabin del Rockefeller Institut, autri­ce di importanti studi di citologia inerenti gli effetti esercitati sui tessuti dalle sostanze che avevamo isolato dai bacilli della tuberco­losi. Mi rimase anche il tempo di concludere ricerche interamente autonome sul cianuro di iodio,14 sui composti organici dello iodio15 e anche sui pigmenti carotenoidi del bacillo del fleolo pratense, una graminacea del genere Phleum, nota in inglese coime Timothy grass.16 Nel corso della ricerca sulle sostanze coloranti batteriche ebbi modo di riscoprire gli studi di cromatografia, ormai dimenti­cati, eseguiti nel 1906 da M.S. Tswett e fui in grado di utilizzare questo metodo qualche tempo prima che Richard Kuhn e i suoi collaboratori lo adottassero su vasta scala a Heidelberg.

Il luglio del 1929 si approssimava e perciò tornai per l’estate a Vienna. Avevo risparmiato dei miei duemila dollari quanto bastava per pagare anche il viaggio della mia fidanzata alla volta degli Stati Uniti ed ero appunto tornato in Europa a prenderla. Non potem­mo sposarci a Vienna, perché il tipo di visto sul mio passaporto non mi avrebbe consentito di portare con me una moglie, e perciò la mia fidanzata dovette intraprendere il viaggio con il nome di ra­gazza come visitatrice temporanea negli Stati Uniti, e fummo co­stretti a occupare due caste cabine, lontane l’una dall’altra, sul transatlantico Berengaria. Prima di lasciare Vienna, avevo acqui­stato ancora due biglietti per la Staatsoper e così festeggiammo la nostra partenza assistendo al Flauto magico di Mozart: fu uno spettacolo memorabile, con Alexander Kipnis, il più splendido Sa­rastro dei miei ricordi. Il grido «Indietro!», che rimbomba alle orecchie del principe Tamino da tutte le porte del castello solare di Sarastro, mi risuonò come un coro composito di funzionari americani addetti all’immigrazione. Questa volta però (forse per ragioni di simmetria) toccò a Vera di trascorrere due o tre giorni a Ellis Island, mentre io, in cambio, potei mettere piede sulla costa della libertà senza essere tratto in arresto. Superata ogni difficoltà, cele­brammo le nozze nel settembre 1929, e precisamente nella City Hall di New York, un edificio che non merita neppure il nome di municipio. Due signori male in arnese ci offrirono i loro servizi all’ingresso dell’ufficio, fungendo da testimoni, e attestarono la no­stra identità; sono eternamente grato a quei due vagabondi.

Mentre volgeva al termine il mio secondo anno di attività con Anderson, dovetti prendere ancora una volta una di quelle timide decisioni che consistevano essenzialmente nel decidere di non decidersi. Non volendo restare più a lungo negli Stati Uniti, scrissi a Paul Karrer, di Zurigo, il quale mi rispose di essere disposto ad ac­cogliermi purché provvedessi da me al mio stipendio. Allora mi rivolsi all’Istituto Bach di Mosca, dal quale però, se ben ricordo, non ebbi risposta (ma in questo mondo nulla va perduto: 27 anni dopo, mentre partecipavo a Mosca a un simposio organizzato dall’Accademia delle scienze dell’URSS, un collega russo, con cui stavo casualmente parlando, si ricordò della mia vecchissima richiesta) Ci eravamo sentiti molto infelici in America, io e Vera, e bruciavamo di nostalgia per l’Europa. Avevamo giusto il danaro per restare negli Stati Uniti due o tre mesi e per i biglietti di ritorno. E così, nonostante l’offerta allettante di un posto di professore assi stente alla facoltà di chimica della Duke University, nel North Carolina, che in quel tempo era impegnata su scala a dir poco esa­gerata in ricerche sul tabacco dal momento che i quattrini le veni­vano forniti dall’industria delle sigarette, lasciai gli Stati Uniti nel­l’estate del 1930 per far ritorno in Europa: il caso del topo che va a cacciarsi proprio sulla nave in procinto di affondare.

Mentre lasciavamo il paese, credevamo di avere raccolto ricordi istruttivi, destinati a cancellarsi solo a poco a poco. Non immaginavamo che ben presto saremmo tornati.

 

 

13.  Sera tardi a Berlino

 

A Vienna scoprii che la situazione economica era molto peggio­rata nei due anni della mia assenza. Persino un pensatore in pro­blemi di economia rozzo come me, avrebbe dovuto allarmarsi per il crollo della Borsa di New York, un avvenimento, questo, che avevo osservato da vicino. Invece di seppellirmi a Durham, nel North Ca­rolina, per consacrare la mia vita alla ricerca di tutte le proprietà della pianta del tabacco, decisi di cercare fortuna a Berlino, la città in cui minacciavano sempre di trasferirsi i viennesi disperati, per gustare finalmente i pregi della pulizia, dell’ordine, della puntualità (e del pessimo cibo).

Quando nel settembre 1930 giunsi a Berlino per un lungo, come speravo, soggiorno, i vermi avevano già avuto molto tempo per corrodere le fondamenta della repubblica di Weimar, ma ai miei occhi inesperti l’edificio fatiscente sembrava andare in rovina in un contesto non più pericoloso di quello che coinvolgeva il resto del mondo occidentale, ebbro di progresso, avido di profitto, ingenua­mente cinico. Avevo torto. Già due anni e mezzo dopo, nell’aprile 1933, un treno rapido mi avrebbe portato insieme con mia moglie a Parigi, e dovevano passare quarant’anni prima che rivedessi Berli­no, una città ormai completamente diversa.

Pensando a quei giorni lontani, usavo dire che il periodo trascor­so presso l’università di Berlino, dall’ottobre 1930 all’aprile 1933, era stato forse il più felice della mia vita.«Come puoi sostenere una cosa simile?», mi chiedeva molta gente. Che cosa c’era di sin­golare in una città e in un paese sul punto di precipitare in uno degli abissi più profondi che abbia mai inghiottito un popolo civi­le? Posso rievocare con piacere le circostanze che mi resero allora la vita gradevole a Berlino.

Vivevo in una città angustiata da una crescente disoccupazione e da una crisi economica sempre più acuta. I pochi viennesi che co­noscevo e che mi avevano preceduto lavoravano ora nei vari Kaiser-Wilheim-Institut, e l’unico loro aiuto consisteva nel consigliar­mi di preparare estratti per il «Chemisches Zentralblatt», ma ciò che avrei potuto guadagnare con questo lavoro non mi sarebbe ba­stato forse nemmeno per un giorno. Non avevo lettere di racco­mandazione e se pure ne avessi avute, non avrei saputo utilizzarle, ma miracolosamente riuscii a trovare quasi subito un buon posto: fu una combinazione di pura fortuna e del vantaggio che potevo trarre dall’essere tornato in Europa dopo due anni di attività in America come post-doc. All’istituto di igiene dell’università (che contemporaneamente era anche l’istituto di batteriologia) avevo conosciuto il professor Julius Hirsch, un uomo eccezionalmente cordiale e disposto ad aiutare il prossimo. Hirsch conosceva benissimo i lavori che avevo svolto con Anderson alla Yale Uniersity. Lo attraeva forse la mia giovane non ancora sbocciata personalità o la mia conoscenza dei bacilli della tubercolosi? In ogni modo il professor Hirsch mi presentò subito al capo, il consigliere privato Martin Hahn (noto sin dal tempo della sua collaborazione con Eduard Buchner e Otto Hahn) e nel giro di pochi minuti fui assunto come «assistente volontario» (più tardi divenni assistente ordinario di chimica).

Altrettanto velocemente riuscii ad assicurarmi anche una borsa di studio. Venni inviato presso il presidente della Deutsche Forschungsgemeinschaft (Commissione tedesca di ricerca), sua eccel­lenza Schmidt-Ott, un autorevole arabista, se ben ricordo; il grand’uomo mi fece molte domande, ma poche riguardavano le scienze naturali, poi mi lasciò andar via: avevo ottenuto il posto e la paga. L’informalità e la rapidità della decisione, l’apertura alle nuove idee, l’assenza di meschinità, l’ampiezza di orizzonti: tutto ciò doveva per forza fare impressione su un giovane timido, che era da poco sfuggito al mondo ipercritico, invidioso e immobile di Vienna - dove persino le cimici si attenevano al vecchio spagnolesco cerimoniale di corte - e si era appena lasciato alle spalle ill mondo gerarchico e provinciale di Yale, fiero delle sue caste. Berlino sem­brava possedere tutte le belle qualità che mi erano state descritte come prerogativa dell’America. Per tutta la durata del nostro rap­porto di lavoro, Martin Hahn mi trattò con incredibile benevolenza. Per motivi di servizio mi fu assegnato come abitazione un ap­partamento nell’istituto, a pochi passi del Reichstag, il cui incendio doveva ben presto illuminare l’inizio del Terzo Reich. Ero del tutto indipendente nelle mie ricerche e cominciavo addirittura a servirmi di collaboratori.

La Germania si trovava in una grave crisi economica, una situa­zione che non veniva allora tollerata con tanta docilità, come sem­bra sia invece il caso nella nostra epoca di lavaggio dei cervelli e di persuasioni tranquillanti. A Berlino le acque erano agitate, ma con­temporaneamente fioriva la più splendida vita culturale a cui abbia mai assistito: i Berliner Philharmoniker diretti da Furtwàngler; la Kroll-Oper sotto Klemperer, con le sue mirabili esecuzioni come quella di Perichole di Offenbach, nella rielaborazione di Karl Kraus; la prima straordinaria esecuzione di Mahagonny di Brecht e Weill. Il Kronprinzenmuseum fu il primo luogo dove ebbi l’oppor­tunità di vedere la pittura e la scultura moderne (a quell’epoca Vienna rendeva ancora omaggio a una secessione ormai stanca). Su tutto si stendeva tuttavia un velo irreale, una sconfinata tristezza si dipingeva negli occhi della gente, come se la si fosse trasposta, d’improvviso, dal XIX al XXI secolo. La povera prostituzione della Friedrichstrasse, la miseria sfacciatamente pudica dell’Alexanderplatz, scenario dell’eccellente romanzo di Döblin, facevano da stri­dente contrasto con il lusso ostentato dei quartieri occidentali. Fu proprio in questo periodo che cominciai a capire che il nostro mon­do era diventato troppo complicato per l’essere umano, che il moti­vo principale del nostro tempo sarebbe stata la fuga, il cieco corre­re via da una quotidianità insopportabile, per sprofondare nella follia, nella violenza, nella distruzione.

Nonostante tutto, il mio lavoro andava avanti in modo vario e interessante. Due dei miei studi più ampi una ricerca sui lipidi del bacillo di Calmette-Guérin (BCG)17 e uno studio esauriente sulle frazioni di lipidi e di fosfolipidi dei batteri della difterite18 dove­vano costituire la tesi per la libera docenza. Ma, poiché nella facol­tà di medicina, cui il nostro istituto apparteneva, il titolo di libero docente era riservato ai laureati in medicina, Martin Hahn fece in modo che diventassi libero docente alla Berliner Technische Hochschüle, e precisamente, se la memoria non mi inganna, per la chi­mica della fermentazione. Alla fine del gennaio 1933 la «peste nera» aveva assunto il governo in Germania, e una settimana più tardi mi si sarebbe potuto vedere in un assurdo viaggio alla volta di Charlottenburg con in mano un plico accuratamente confezionato, il mio magnum opus da consegnare alla segreteria della Technische Hochschülle. Quando però fu il momento di decidere la mia assun­zione come libero docente, io ero già a Parigi, lontano da Berlino. A Berlino sarei potuto restare ancora un po’ di tempo, protetto dal mio passaporto austriaco, ma mi bastò dare un’occhiata allo stile e alle fisionomie dei nuovi potenti. Come avrei voluto continuare a essere così sciolto e agile anche in successive avverse situazioni!

Abitavamo nella Neue Wilhelmstrasse, non lontani dal palazzo del cancelliere del Reich e dagli altri edifici governativi, fu cosi che potei assistere, con la testa e le braccia coperte da una spessa fasciatura, alle diverse fiaccolate e ai vari cortei di giubilo con cui la massa entusiasta celebrava negli ultimi giorni del gennaio 1933 l’imminente fine della Germania. Se in quel tempo sembravo l’«uomo invisibile» di Wells, lo dovevo all’unico incidente di laboratorio ‘1 della mia vita: nel dicembre 1932, durante la preparazione di alcune sostanze coloranti al carotene (carotenoidi) erano esplosi contro di me circa 30 litri di etere, che mi trasformarono in una torcia. I vigili del fuoco, l’autoambulanza e l’ospedale della Charité fecero la loro parte e me la cavai con un gran spavento e alcune cicatrici ma per alcuni mesi dovetti andare in giro protetto da pesanti bende. L’indennizzo dell’assicurazione mi consentì di affrontare le spese del nostro trasferimento a Parigi.

La posizione del nostro appartamento fece si che divenissimo testimoni auricolari dell’incendio del Reichstag. Il 27 febbraio eravamo seduti nella nostra camera, immersi nella lettura, quando sentimmo un putiferio a non finire che durò tutta la notte: là, all’angolo della via, il brutto edificio era in fiamme; ma allora ci erava­mo abituati a eccessi di ogni genere e perciò non scendemmo in strada per vedere che cosa succedeva: avevamo scarsa fiducia nell’esuberanza della ridesta anima popolare, che si era armata di mazze ferrate e di altri spiacevoli arnesi. Più tardi, quando nel procedimento giudiziario e negli articoli di giornale si fece la prima ricostruzione dell’avvenimento, le cause della catastrofe mi sembrarono del tutto evidenti e così si sono impresse nella mia mente, ma ora che quasi tutti i testimoni sono morti e gli specialisti di storia di una generazione successiva si sono lanciati alla ricerca dei fatti, questi sono diventati nuovamente oscuri, come quasi sempre avviene nella storia. Comunque, non dimenticai quell’avvenimento, e quando trent’anni dopo il presidente Kennedy fu assassinato, cercai di indagare se Lee Harvey Oswald potesse essere il figlio di van der Lubbe,.[L’autore stabilisce un parallelo fra le vicende di Lee Harvey Oswald, accusato dell’assassinio di Kennedy e a sua volta assassinato prima del processo, e Marinus van der Lubbe, un comunista olandese processato e condannato a morte dai nazi­sti come esecutore materiale dell’incendio del Reichstag. Entrambi i casi presenta­no tutt’oggi moltissimi lati oscuri. (n.d.r.)] ma senza risultato.

A questo punto vorrei gettare ancora uno sguardo retrospettivo sulla città, dove respirai per la prima volta l’aria di una ricerca au­tonoma. Il luogo, dove mi trovavo, poteva sembrare a un chimico giovane e inesperto addirittura come il paradiso delle scienze natu­rali. L’istituto di igiene, che ospitava il mio laboratorio, faceva par­te di un complesso edilizio veramente brutto: edifici di mattoni rossi che si affacciavano sulla Dorotheenstrasse e sulla Neue Wil­helmstrasse (nel 1973, quando li rividi fugacemente, avvertendo una strana sensazione, essi mi sembrarono tali e quali, anche se molto più sporchi, ma le strade erano intitolate a Klara Zetkin e a Karl Liebknecht) Vi erano riuniti diversi istituti universitari e mol­ti dei nomi connessi con quegli istituti mi erano familiari. Nernst, per esempio, dominava nella fisica; l’abitazione assegnatagli dall’u­niversità si trovava in un’ala del gruppo di edifici che prima ho ri­cordato, e da una finestra del nostro piccolo appartamento potevo osservarlo mentre con grande zelo e abbondanza di consigli sovrin­tendeva al lavaggio quotidiano della sua grossa automobile. I gior­ni del terzo principio della termodinamica erano passati da un pez­zo, e ora mi viene in mente una buffa lezione tenuta dal sessantot­tenne Nernst su una sorta di pianoforte elettrico di sua costruzione: spiacevoli e rumorose cacofonie accompagnavano l’esposizione.

C’erano poi Trendelenburg e Krayer in farmacologia, Boden­stein e Marckwald in chimica fisica. Non lontano da noi si trovavano i laboratori di chimica con Schlenk, Leuchs ed Ernst Bergmann. Steudel si occupava di chimica fisiologica. Ma ho citato pochi no­mi, e per tutti quelli che solo due anni prima avevano superato l’e­same conclusivo, il Rigorosum, molti di questi nomi risuonavano come se provenissero da un sogno angoscioso. In quel tempo i Kai­ser-Wilhelm-Institut nel verde, gradevole quartiere di Dahlem, vi­vevano una delle loro epoche più splendide: la fisica con von Laue e Einstein, la biologia con Correns e Hartmann, la chimica con Ot­to Hahn, la chimica fisica con Haber, Polanyi e Freundlich, la fi-siologia cellulare con Warburg; e c’erano poi alcune altre baronie, con Neuberg, Herzog, Hess e altri ancora. Ho conosciuto a fondo molti di questi uomini e i loro collaboratori, perché mai la masso­neria delle scienze fu così aperta, così poco riservata come allora, e mai più avrei avuto la sensazione di appartenere a una tanto degna e intelligente comunità di dotti. Per quanto sembri assurdo, devo ammetterlo: quando ripenso a quei giorni lontani, mi sembra che proprio allora cadessero sulla mia testa gli ultimi raggi del sole or­mai al tramonto della civiltà del XIX secolo, e ciò avveniva nel 1931 o nel 1932, quando i «lunghi coltelli» avevano già cominciato ad allungarsi con terribile rapidità.

Con Haber e Warburg i colloqui rivestivano una qualità del tut­to speciale. Fritz Haber era dotato della mirabile abilità socratica di ricavare il meglio da interlocutori e uditori; molte delle conferenze trascendevano le mie capacità di comprensione, ma come mi sentivo sollevato quando alla fine di una conferenza Haber si alza va e dichiarava: «Non ho capito una parola». Poi, volgendosi a uno dei suoi paladini: «Signor Polanyi» o, «signor Weiss, potrebbe spiegarmi di che cosa si è trattato?». Quindi seguiva un brillante dialogo o piuttosto un polilogo, che sembrava chiarire pienamente ogni cosa, perfino a me. Ma appena tornavo a casa, si addensavano di nuovo le fosche nubi dell’ottusità.

I seminari di Otto Warburg avevano un carattere diverso. Una volta toccò a me di tenerne uno e, come succede di solito, la mia relazione estemporanea era stata accuratamente preparata; io e mia moglie avevamo passeggiato lunghe ore nel giardino zoologico -provando e riprovando l’improvvisazione. Tutto andò bene nono­stante l’atmosfera molto formale. Il grand’uomo era seduto in pri­ma fila e pareva immerso in un sonno arrogante, ma quando ebbi finito, mi pose domande estremamente intelligenti, capii allora che gli uomini di genio imparano lo scibile mediante una sorta di osmosi, un dono che mi è stato totalmente negato.

In quello stesso periodo assistetti a una conferenza, non certo improvvisata, di Max Planck; faticosamente e con precisione, il vecchio signore leggeva un astruso manoscritto. Ciò doveva servir­mi come avvertimento: la filosofia è per lo scienziato uno dei peri­coli connessi con l’invecchiamento. Ma ben presto sopraggiunsero i giorni neri del gennaio 1933, le ultime luci si spensero, per le stra­de buie sentivo il calpestio di stivali in marcia. La sera era giunta alla fine, seguì una lunga notte: la notte degli assassini.

 

 

14.  La fine del principio

 

Se riuscii a spostare facilmente la mia attività a Parigi, fu grazie a un altro dei lavori che allora avevo in corso. Il consigliere segreto Hahn era stato uno degli esperti di questioni giudiziarie nel noto processo Lübeck: diversi medici erano stati accusati di aver provo­cato la morte di numerosi neonati, ai quali essi avevano somministrato bacilli tubercolari virulenti invece del vaccino BCG, bacillo di Calmette-Guérin, costituito da bacilli tubercolari indeboliti. Hahn mi aveva pregato di assumere l’incarico della perizia chimica e cre­do che la mia ricerca abbia contribuito in modo sostanziale alla comprensione dei fatti. Il lavoro fu pubblicato19 e Albert Calmette, vicedirettore dell’Istituto Pasteur, che naturalmente si era rallegra­to della provata innocuità dei suoi sieri, lo aveva letto. Nel marzo 1933 ricevetti inaspettatamente da lui una lettera di invito all’Isti­tuto Pasteur: verso la metà di aprile eravamo già a Parigi.

Calmette, un uomo gentile, benevolo e molto intelligente, aveva circa settant’anni, e poiché era molto duro d’orecchi e si offendeva se uno gli urlava addosso, non era facile conversare con lui. Il re­parto di ricerche sulla tubercolosi, che egli dirigeva, aveva un edifi­cio suo proprio, di struttura moderna per quei tempi, e costituiva in effetti l’unica sezione dell’Istituto Pasteur in cui fosse possibile effettuare vere ricerche chimiche. Non c’erano parole per descrive­re l’edificio principale dell’istituto, sul lato opposto della rue Du­tot. [Non tento nemmeno di descrivere questo labirinto di camere della tortura per conigli, porcellini d’India e topi. Qualcuno lo ha già fatto e, devo dire, con magistrale cattiveria in uno dei più grandi romanzi francesi di questo secolo, il Viaggio al termine della notte, di Céline (trad. it., Milano 1933, pp. 291-297).] L’istituto era diretto da émile Roux, un vecchio incartapeco­rito di ottant’anni, estremamente frugale, che già quarant’anni pri­ma aveva portato a termine, come mi si diceva, importanti lavori. Gli stipendi erano molto bassi, e senza le sovvenzioni della Fonda­zione Rockefeller avrei avuto anch’io ben presto l’aspetto del diret­tore; i colleghi mi dicevano che era assurdo chiedere un aumento di stipendio, aggiungevano, però, che il dottor Roux al terzo assal­to, o giù di li, alla sua persona, era di solito disposto a procurare al postulante denegato la Legion d’onore come premio di consolazio­ne. Negli ultimi giorni del 1933, dopo un mio secondo inutile ap­proccio, émile Roux purtroppo morì, qualche tempo dopo Calmet­te, e così rimasi senza la decorazione di petit ruban.

Benché ai miei tempi l’edificio principale dell’istituto non dispo­nesse di toilette (l’architetto ebbro di bellezza si era probabilmente dimenticato di progettarle), aveva in cambio una cripta di cattivo gusto, in uno strano stile per metà Secondo Impero e per metà bi­zantino, dedicata alla memoria di Louis Pasteur, dove feci parte della guardia d’onore ai defunti, prima per Calmette, poi per Roux. Poiché ero uno dei più giovani membri dell’istituto, mi avevano as­segnato il periodo di veglia dalle tre alle quattro di notte; seduto in quel singolare ambiente, in cui Giustiniano o Napoleone III si sa­rebbero forse trovati più a loro agio, lessi l’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis nella mia minuscola edizione debitamente ri­legata in nero.

Nell’Istituto Pasteur svolgevo un po’ di lavoro in laboratorio - per la verità non era proprio gran che - sui pigmenti dei batteri e sui polisaccaridi. Rispetto a Yale e a Berlino, le condizioni di lavo­ro non erano certo allettanti, anche se i miei colleghi francesi era­no, tutto sommato, persone cordiali e pronte ad aiutarmi. Soprat­tutto aleggiavano intorno al nuovo arrivato, un po’ imbarazzato, gli accenti e i toni calorosi e confortanti della langue d’oc - molto usata nell’istituto - con la sua raggiante ghirlanda linguistica sof­fusa di «benvenuto!» e di meridionale gaiezza. Mi ricordo con im­mutato rammarico ciò che mi successe quando ebbi bisogno di un termometro per stabilire i punti di fusione: non se ne trovava uno, allora andai da Calmette. «Un thermomètre?!», esclamò stupito, «alors il faut aller chez monsieur Thurneyssen». [«Un termometro, allora bisogna andare da monsieur Thurneyssen».] Monsieur Thurneys­sen era, come seppi più tardi, un vecchio artigiano; aveva l’aspetto di Nostradamus ed era proprietario di un’officina in cui fabbricava di propria mano bellissimi strumenti, i più belli del mondo. Gli presentai la mia richiesta, mi fece capire che dovevo tornare dopo alcune settimane. Alla scadenza del tempo previsto, e forse ancora un poco più tardi, mi fu consegnato un capolavoro incredibilmente elegante dell’arte di fabbricare strumenti: ricavato per soffiatura da un vetro sottilissimo, il termometro, con la sua scala incisa a mano e le cifre artisticamente sagomate, sembrava più degno di una vetrina che di un banco di laboratorio; al primo tentativo di inserire il delicato capolavoro in un tampone, andò in frantumi, e io credo di aver potuto determinare il successivo punto di fusione solo molti mesi dopo, a New York.

Occupavamo un delizioso appartamentino in un nuovissimo edi­ficio, al margine meridionale del 150 Arrondissement, vicino ai giganteschi mattatoi di cavalli, e facevamo interminabili passeggiate per le vecchie strade di Parigi. La contrada di Montparnasse, non molto lontano da noi, era il centro sociale e culturale dell’emigra­zione. Nei caffè, come La Coupole e Le Dome, si sentiva più tede­sco e russo che francese. La meravigliosa città di Parigi viveva for­se in quel tempo la sua ultima stagione autentica, prima che le la­crime e le risa francesi andassero perdute e tutta la città venisse teutonizzata, americanizzata e ridotta a stile «Pompidou». Ma le ombre cominciavano a scendere e l’Istituto Pasteur ebbe come nuovo capo un direttore insignificante con un cervello piccolo pic­colo. Si cominciò a chiamare gli stranieri métèques, un epiteto, che nonostante la sua nobile origine greca, non era certamente inteso in senso amichevole. Sapevo che dovevo andarmene e, con l’aiuto di Harry Sobotka del Mount Sinai Hospital di New York, alla fine del settembre 1934 potemmo lasciare Parigi per raggiungere, con nostra stessa sorpresa, gli Stati Uniti.

Ma questa è un’altra storia che vi racconterò nei capitoli seguen­ti. In ogni modo, nel 1935, dopo molte ricerche si seppe che Hans Clarke aveva preparato per me un piccolo posto alla Columbia University.

 

 

15.  Il Silenzio dei cieli

 

Sono arrivato alla biochimica attraverso la chimica ed ero giunto alla chimica in parte attraverso quei labirinti che vi ho descritto, in parte a causa di un modo giovanile-romantico di intendere le scienze come qualcosa di legato strettamente alla natura. Ciò che mi piaceva nella chimica era la chiarezza circonfusa di oscurità; quel che invece mi attrasse a poco a poco e con molte esitazioni verso la biologia fu la sua oscurità contornata dalla chiarezza pro­pria del dato naturale, della santità della vita. Pertanto, sono sem­pre rimasto indeciso tra la chiarezza della realtà e il buio dell’inco­noscibile. Quando Pascal parla del dio nascosto, Deus absconditus, sentiamo argomentare in lui non solo il profondo pensatore dei fat­ti esistenziali, ma anche il grande ricercatore della realtà del mon­do. Considero questa insopprimibile risonanza il dono più grande di cui possa essere partecipe uno scienziato.

Se ripenso ai primi passi nelle scienze, ai problemi di cui mi sono occupato, ai lavori che ho pubblicato (e forse ancora di più a quelli che non furono mai stampati), ho coscienza che nella mia gioventù esistevano una libertà di movimento e un’assenza di limiti corpora­tivi, di cui ora, mentre scrivo, mi sono quasi dimenticato. Il mondo della scienza si spalancava davanti a noi aperto in una misura inimmaginabile oggi che nel richiedere aiuti finanziari bisogna im­brattare pagine e pagine per giustificare un particolareggiato piano di ricerca sul trecentoquarantanovesimo piede del millepiedi, e il comitato dei colleghi che deve decidere in merito consiste intera­mente del ramo specialisti molecolari, gente che sa tutto del salta­rupe-millepiedi. Prima non erano mai state eseguite ricerche così incontrollate e costose e per argomenti di così scarsa rilevanza. Mi sembra che la maggior parte dei grandi scienziati del passato non avrebbe potuto emergere e che in effetti la maggior parte delle scienze non avrebbe potuto essere fondata, se già allora avesse do­minato l’attuale atteggiamento esasperatamente utilitaristico e vol­to a scopi ben precisi da raggiungere con la massima determinazione.

Considerare con cognizione di causa la totalità della natura o anche soltanto la totalità della natura vivente: non è certamente questa una via che le scienze avrebbero potuto percorrere a lungo, essa è soltanto la via del poeta, del filosofo, del veggente. Ci dove­va pure essere una divisione del lavoro. Ma l’eccessiva frammenta­zione di ogni concezione della natura - o, in realtà, la sua totale scomparsa dal pensiero di quasi tutti gli scienziati - ha creato un mondo humpty~dumpty,*  [Uumpty-Dumpty è l’Uovo, protagonista di una famosa canzoncina infantile anglosassone, ed è diventato proverbiale come cosa che, una volta rotta, non si può riparare. (n.d.r.) ] che per forza ci diventa tanto più inacces­sibile quanto più numerosi e quanto più piccoli sono i pezzetti che vengono staccati, rompendoli, dal continuum della natura «per es­sere studiati più a fondo». Le conseguenze dell’eccessiva specializ­zazione (la quale ci porta spesso novità che nessuno vorrebbe senti­re) si possono ravvisare nel fatto che quando rivisitiamo un campo che un tempo, diciamo dieci o venti anni fa, ci era familiare, ci sen­tiamo come intrusi nella nostra stessa toilette, mentre ventiquattro specialisti con un diavolo per capello stanno nella vasca da bagno.

Uomini più acuti di me si sono dimostrati incapaci di formulare una diagnosi, per non dire un metodo di cura, della malattia che ci ha assalito. Ho l’impressione che la vera origine della nostra ricer­ca sia stata cancellata da scopi pretestuosi; senza un punto centrale ben saldo ci sviamo. Il meraviglioso tessuto, fine oltre ogni imma­ginazione, viene disfatto trama dopo trama, ogni filo è strappato, lacerato, ridotto in pezzi e misurato, alla fine anche il ricordo della forma originale si perde e non può più essere rievocato. Che cosa è avvenuto di un’impresa che è iniziata come una ricerca dei gesta Dei per nazuram? [Le imprese di Dio mediante la natura. (n.d.r.)]

Lo studio di tutto ciò che Dio crea mediante la natura è un’atti­vità che non potrà mai aver fine, Keplero e molti altri lo sapevano, ma ora lo si è scordato. Anche se in linea generale si può sperare che la via da noi intrapresa ci porterà alla comprensione, essa ci porta per lo più soltanto a spiegazioni: e vi è un processo che tende a lasciare cadere a poco a poco la differenza tra questi due concetti (ne ho recentemente parlato, o almeno tentato di parlarne, in un saggio).20,21 Ho letto in qualche posto che Einstein una volta disse: «l’incomprensibile della natura è che essa è comprensibile»; a mio parere, egli avrebbe dovuto dire: «che essa è spiegabile». Sono due cose affatto diverse, perché noi comprendiamo molto poco della na­tura, persino le più esatte delle scienze esatte si librano su imper­scrutabili abissi assiomatici. è vero: quando il nostro intelletto ha la febbre, crediamo, come in un sogno, di poter veramente disporre della capacità di intendere, ma appena ci destiamo e la febbre è passata, restano soltanto litanie di banalità.

Oggi le cosiddette leggi della natura vengono prodotte con la catena di montaggio. Fabbricanti di dogmi, speculatori di assiomi si affollano intorno al tavolo dei doni, dove si distribuiscono le sovvenzioni per le ricerche, e le riviste specializzate traboccano di nuovi fatti concreti rastrellati un po’ dappertutto, ma per lo più questi fatti, prodotti in fretta e furia, non reggono a lungo, spariscono con il vento, che a sua volta ne raduna ancora un bel mucchio. Quante volte la regolarità di queste «leggi naturali» è soltanto il riflesso della regolarità dei metodi che sono serviti a creare tutta una serie di legittimazioni! Di recente sono stati scoperti nuovi trucchi, nuo­ve astuzie e linee direttrici che alleviano e arricchiscono la vita dei ricercatori; ma mi sembra che essi siano stati prodotti proprio dalla natura per essere riscoperti da chi ha la mente accecata. Dove si trova il Maimonide che ci potrebbe trarre da questa confusione? In altre parole, lo studio della natura trova ancor sempre di fronte l’antichissimo ostacolo, cioè la mancanza di una conferma definitiva. Da che cosa sappiamo di sapere? Negli Analetti di Confucio (XVII, 19) si legge: «Il maestro diceva che il cielo non parla».

 

 

II.  Folle e saggio

 

En vieillissant, on devient

plus fou et Plus sage.

           La Rouchefoucauld

 

 

 

1.  Lode degli spigoli vivi

 

Alcuni anni fa, dovetti recensire un’autobiografia scientifica, un bestseller piuttosto insignificante. Ebbi così l’opportunità di esprimere alcuni concetti di carattere generale su questo tipo di libri e ora vorrei ripeterli, non fosse altro che per ammonire me stesso.

 

Questa è dunque un’autobiografia scientifica e, in quanto tale, appar­tiene a un genere letterario altamente problematico. Le difficoltà che deve affrontare chiunque tenti di descrivere la propria vita sono grandi, e po­chi sono riusciti a superarle con successo, ma nel caso degli scienziati, molti dei quali hanno condotto una vita monotona e priva di avvenimenti interessanti e che spesso non sanno scrivere, tutto è molto più difficile. Benché non sia particolarmente addentro in questo genere di libri, tutta­via, per quanto riguarda la maggior parte delle autobiografie scientifiche che mi è stato dato di vedere, ho l’impressione che esse siano state scritte direttamente per il banco delle occasioni delle librerie e che siano andate a finire lì quasi ancor prima della loro pubblicazione. Ci sono natural­mente alcune eccezioni, ma persino Darwin e la sua cerchia ci si presenta­no in modo molto più convincente nelle brillanti memorie di una fanciul­lezza trascorsa a Cambridge, raccolte dalla signora Raverat nel suo libro, che non nell’autobiografia stessa di Darwin, per quanto notevole possa essere quest’opera. Quando Darwin, ipocondriacamente inferraiuolato nella sua coperta da brividi, buttò giù le sue memorie, era agli ultimi anni della sua vita. E anche questo è un dato significativo: gli scienziati scrivo­no solitamente la storia della loro vita dopo essersi ritirati dalla vita atti­va, in quel solenne momento in cui avvertono di non avere più molto da dire. Ecco perché questi libri sono anche così tristi da leggere; i loro auto­ri non hanno più energie, ed è rimasta soltanto una gran barba, non si sa se fuori o dentro... Probabilmente esistono anche motivi più profondi per lo scarso spessore, almeno in linea generale, delle biografie scientifiche. Il Timone di Atene non sarebbe stato scritto e Les demoiselles d’Avignon non sarebbero state dipinte, se non fossero esistiti, rispettivamente, né Shakespeare né Picasso; ma di quante conquiste scientifiche si potrebbe dire altrettanto? Potremmo quasi dire che, tranne poche eccezioni, non sono gli uomini a fare la scienza, ma la scienza a fare gli uomini. Ciò che oggi A realizza, lo potrebbero sicuramente fare domani B o C.

 

Ho scritto queste righe più di dieci anni fa e non ho cambiato opinione. Forse avrei dovuto aggiungere che se A, B, C o D hanno fatto la stessa scoperta, meritevole di squilli di tromba, ciò non si­gnifica che essi sono identici come esseri umani. Le biografie di un Cardano o di un Cellini per non parlare del grande Agostino nel crepuscolo del mondo antico che andava in rovina meritano perciò di essere tanto più lette in quanto hanno da raccontare una vita e una storia: da quelle pagine ingiallite volge verso di noi lo sguardo un viso umano e in esse pulsa un cuore d’uomo. Ciò che la maggior parte degli scienziati è capace di scrivere senza contare i fatterelli della vita di tutti i giorni in laboratorio riguarda nel migliore dei casi le sensazioni provate a Stoccolma, quando a passo di gambero, ma come gamberi altamente decorati, retrocedevano dal punto in cui stava il re, così esile e affabile; oppure si abbando­nano a descrivere le loro impressioni terribilmente insignificanti, quando ricevettero la loro ventesima laurea honoris causa. I loro li­bri noiosi sono essenzialmente descrizioni di una carriera, non di una vita.

Naturalmente si potrebbe obiettare che la carriera di un uomo è la sua vita, ma persino negli anni culminanti degli splendori della società borghese, intorno al 1850, ciò non era vero in tutto e per tutto, anche se il denso scuro intingolo di etica professionale e di regola d’oro («Tutte le cose che voi volete che gli uomini vi faccia­no, fatele anche voi a loro», Matteo 7,12) riusciva a soffocare ogni movimento del cuore e della mente. Se il principale romanzo tede­sco di quegli squallidi tempi aveva il titolo poco attraente Soll und Haben (Dare e avere), la letteratura russa scavava più nel profondo e rispondeva con Delitto e castigo, proprio come Kraft und Stoff (Forza e materia) di Ludwig Büchner era controbilanciato da Timore e tremore, scritto da un uomo molto riservato di Copena­ghen [Søren Kierkegaard. (n.d.r.)]. A pochi è dato di esprimere il proprio genio, o per lo meno il proprio talento nel corso della vita. Io non sono stato uno di que­sti e, se mi fosse stato elargito questo dono, non avrei probabil­mente saputo che farne. In ogni modo, questa è una riflessione oziosa, perché ai giorni nostri - e probabilmente sin dalla rivoluzione francese - arte, letteratura e scienza hanno soltanto il compito di servire come una pelle artificiale di aspetto giovanile, che contribuisce a tenere saldamente insieme lo scheletro, in dissoluzione, del tempo. Quando Hölderlin si rifugiò nella follia e Rimbaud in Abissinia, sapevano quello che facevano.

Ci si può effettivamente ricordare della propria vita, degli anni giovanili? è vero, quanto più si invecchia, tanto più netti sembrano i ricordi di gioventù, ma sono davvero ricordi? Oppure la nostra fantasia invecchiata rispecchia immagini che non corrispondono alla realtà del passato? La nostra vita, se la guardiamo retrospettivamente, è un continuum? In fondo c’è un solo modo per nascere, ma ci sono molti modi per morire. Mi si dice che siamo nati per intero e che dovremmo morire per intero, ma che valore ha il tempo fra quei due momenti, un periodo che nel mio caso è lungo in misura così eccessiva? Persino l’esigenza di totalità, come l’ho espressa proprio ora, è stata contraddetta. Ecco sorgere, per esem­pio, dalla polvere dell’antichità classica un poeta che recita un suo verso immortale: Non omnis moriar (non tutto morirò). Be’, questo può valere per te, Orazio, ma noi abbiamo dimenticato ciò che tu hai saputo e tu avresti considerato indegno di te apprendere quello che noi sappiamo. E ora, mentre sei qui di nuovo con me, vorrei osservare che i nostri monumenti, a paragone del tuo, non sono più resistenti dell’acciaio, proprio perché sono fatti di acciaio; essi poggiano su molti piedistalli, ma tutti hanno lo stesso nome, oblio. Brecht lo ha capito bene: Von diesen Städten wird bleiben: der durch sie hindurchging, der Wind! (Di queste città rimarrà ciò che le ha attraversate, il vento!). Se non potessimo dimenticare, non potremmo neppure ricordare; proprio come soltanto l’oscillante bilancia può pesare. Ci sono notti che hanno il colore di rose rosse, e giorni scuri di nubi, un lamento da un letto di morte, una mano sui miei capelli, una voce profonda dal rogo dell’oblio. Le ceneri, esse parlano, ma è un rotto mormorio. Un fugace bagliore riflesso di luce, come di uno specchio infranto, gioca sul nero di un passato sempre presente.

Dico ciò che mi è stato detto. Chi parla? Se è il ricordo, perché talvolta lo sento sussurrare, talvolta gridare, spesso balbettare ma il più delle volte sta chiuso in un ostinato silenzio? Ai numeri telefonici, da lungo tempo obsoleti, dell’abitazione dei miei genitori segue, quasi senza nesso, il timido mezzo sorriso di una ragazzina, quando avevo otto anni. Fantasmi indaffarati con cartelle per do­cumenti passano svelti lungo i corridoi che da gran tempo non con­ducono più in alcun posto. Specchi ciechi riflettono volti spaventa­ti, un’infernale macina rosso fuoco inghiotte i cadaveri e sputa pac­chi di fosfati; si fa la cernita di denti d’oro, che poi vengono catalo­gati, numerati e fusi, e tutto ciò con l’accompagnamento della dol­ce, labirintica musica del quarto atto delle Nozze di Figaro. Tutto è a pezzi, ma i duri spigoli tagliano e dappertutto c’è sangue.

Sono perciò condannato a scrivere frammenti: è una sentenza contro la quale non mi appello, perché sono sempre stato innamorato delle piccole forme, e il frammento si distingue proprio per la sua asprezza: quanto più i suoi margini sono dilacerati, tanto me­glio. Un aforisma invece è perfetto come un minuscolo uovo è un concentrato di inizio e di fine, cancella tutto ciò che sta in mezzo, per essenziale che sia, proprio come la carta bianca che negli ac­querelli di Cézanne esplica il ruolo più importante.

 

 

2.  Un istituto e il suo guardiano

 

Lavoravo già da alcuni anni con Hans Clarke alla Columbia University, quando un visitatore dell’istituto, dopo essere uscito dall’ascensore al quinto piano del Collegio dei medici e dei chirurghi - come si chiamava con un’antiquata espressione rococò la facoltà di medicina -,mi disse che gli sembrava di essere capitato in un manicomio. Molte persone passavano davanti a lui in gran fretta, altre gridavano, altre portavano recipienti o apparecchi molto strani, all’improvviso sì apriva una porta e un professore anzianotto «buttava fuori», in un modo del tutto personale e accompagnando la cacciata con una voce alta dai toni teutonici in falsetto, uno studente, che con finto terrore e quasi di corsa cercava di nascondersi tra i compagni; tutto si svolgeva in una sorta di trasandato passo di corsa, le porte erano quasi tutte aperte e una ricca mescolanza di accenti di Brooklyn, di Boston, ma specialmente amburghese-americani riempiva l’aria.

L’andirivieni negli squallidi corridoi e nei laboratori era intenso, ma dalla generale confusione e dalla fretta senza scopo di quell’ambiente manicomiale spiccavano alcune persone. Si poteva, per esempio, vedere un uomo che sembrava provare un grottesco balletto: attorniato da una copiosa collezione di apparecchi fermi e di recipienti vuoti, travasava il Nulla dall’uno all’altro: un becher vuoto veniva sollevato e vuotato lentamente e con cura in un imbuto separatore vuoto, il cui contenuto fatto di niente si suddivideva dopo un vigoroso scotimento in due strati, separando il nulla dal nulla; poi i due nulla erano raccolti accuratamente, ciascuno in un recipiente. Ogni volta che un visitatore vedeva tutta questa manovra, doveva per forza restare di stucco, ma chi aveva già visto questo bello spettacolo, sapeva che si trattava di una prova generale, dei preliminari di un esperimento programmato per una delle notti seguenti. In effetti, questa pantomima comprendeva molte altre at­tività - cristallizzare, distillare, sublimare - che rientravano tutte nel gioco spettrale. Certo, può essere spiacevole che la maggior parte di questi movimenti ben misurati, di queste azioni ponderate non approdasse a nulla di ciò che avrebbe reso i posteri più saggi e più ricchi; ma questo è importante per il singolo e per la sua vita? Il grande corpus mysticum del mondo non comprende forse tutto ciò che ogni volta viene sentito o pensato, sofferto o superato, creato o dimenticato, che sia stato scritto o rimasto soltanto nel ricor­do, che sia giunto a noi o sia stato distrutto? In questo senso non siamo forse parti di un possente organismo, mantenuto in vita dal­l’incessante circolazione sanguigna di un gigantesco passato che di­venta sempre più grande?

Gran parte della popolazione della facoltà sembrava solo vegetare ai margini: andava e veniva. Alcuni non facevano nulla, altri la­voravano duramente, altri ancora, civette di Minerva, volavano soltanto di notte. Era un luogo sovraffollato; la forma di parte dei laboratori era del tutto irregolare e parecchie persone erano am­massate negli angoli più strani. La mia memoria ribelle produce bolle piene di colori cangianti: un ometto con una barba blu-nera, che per motivi sconosciuti parla con un accento anglo-maltese, un’attraente signora cinese, che in qualche modo associo a una del-le maggiori opere storiche del nostro tempo, Scienza e civiltà in Cina, di Joseph Needham, un lavoro gigantesco che suscita timore re­verenziale. E poi di nuovo davanti a me un amabile leone marino che, non so dove e non so quando, padroneggia un cimografo; ap­pena tollerato nell’istituto, ma in realtà estraneo a esso e più tardi estromesso, egli si rivela ora come lo scopritore di un gruppo molto importante di sostanze fisiologicamente attive, le prostaglandine: era Raphael Kurzrock, un uomo dal cuore d’oro, un ottimo e simpatico ostetrico, particolarmente caro negli annali della nostra famiglia, perché nel 1938 assistette al parto di nostro figlio Thomas. In quell’occasione subii molte critiche, avendo tralasciato di distri­buire sigari ai presenti, conformemente a un’usanza locale, quando nascono figli maschi, ma io ero avaro, povero e contrario a ogni espressione di folclore.

In una università americana, un dipartimento è (o piuttosto era, ai miei esordi) qualcosa del tutto diverso da un «istituto» tedesco.

Vi si rispecchiavano alcune delle migliori qualità del carattere ame­ricano, che allora non era stato completamente subissato o snatu­rato dal frastuono, moralmente e fisicamente prevaricante, scate­nato su un popolo bonario e indifeso dal fuoco tambureggiante delle organizzazioni di massa, incluso tutto ciò che si chiama go­verno o amministrazione. In realtà, non conosco alcuna nazione che sia tanto poco rappresentata dai suoi esponenti (pubblici o pri­vati, industriali o artisti e scienziati) quanto il popolo americano. La franchezza e la disinvoltura, la mancanza di boria, la disponibi­lità e il leale spirito da colleghi, il rassegnato rendersi conto che noi tutti ci troviamo nella stessa barca che fa acqua, l’assenza così spi­ritosa di ambizione: tutto ciò e molte altre cose ancora dovevano fare impressione sul nuovo venuto dall’Europa. In particolare, an­che la caratteristica, cui ho accennato da ultimo, spiega, almeno in parte, la qualità relativamente bassa degli istituti. In realtà, ciò era da attribuirsi non tanto al livello mediocre delle persone che popo­lavano gli istituti, quanto piuttosto al sentimento, da tutti condiviso, che nulla di quel che veniva intrapreso con serietà scientifica potesse avere qualche importanza, poiché lo scenario delle scienze era interamente occupato dai pesi massimi bercianti e presuntuosi dell’Europa. Pareva affatto naturale che tutti i concorsi fossero vinti dai campioni mondiali tedeschi e inglesi. In altri termini: gli istituti universitari americani, per accoglienti che fossero nella loro bene ordinata vita di famiglia, non sapevano certo imporsi.

Credo di non esagerare dicendo che per quanto riguarda la bio­chimica, la situazione mutò radicalmente con la chiamata di Clarke alla Columbia University. Ed è giunto il momento di spendere qualche parola su di lui. I genitori di Hans T. Clarke (1887-1972) erano americani, ma egli era nato in Inghilterra e venne educato in Inghilterra e in Germania, studiò chimica organica a Londra e suc­cessivamente fu attivo nel famoso laboratorio di Emil Fischer pres­so l’università di Berlino. Scoppiata la prima guerra mondiale, si recò negli Stati Uniti, dove trascorse quattordici anni come chimi­co organico presso la Eastman-Kodak, a Rochester, New York. Durante questo periodo esplicò un ruolo importante nello sviluppo dell’imponente serie dei composti organici venduti da questa ditta, un gigantesco tesoro di sostanze spesso difficilmente accessibili, senza le quali sarebbe stato inimmaginabile il grande progresso della chimica organica americana. [Molti anzi dopo, quando alla Columbia occupavo lo sgabello di biochimica, -che al tempo di Clarke era stato ancora una vera e propria cattedra, mi rivolsi alla ditta sollecitandola ad aiutarci nell’istituzione di un insegnamento universitario che avrebbe portato il nome di Clarke. La risposta, che ricevetti allora, resta per -me un monumento della grettezza corporativa americana.] Nel 1928, quando la facoltà di medicina fu trasferita a Washington Heights, nell’estrema zona set­tentrionale di Manhattan, per formare una parte del Columbia Presbyterian Medical Center di nuova fondazione, Clarke entrò nell’istituto di biochimica come nuovo direttore e vi rimase per ventotto anni.

Quando conobbi Clarke nel 1935, mi trovai di fronte a un uomo grande e grosso, dall’aspetto aristocratico, con un volto pieno di umanità e con occhi che rispecchiavano un carattere benevolo e simpatico. La sua educazione britannica, o forse il suo innato temperamento, gli avevano conferito quella sorta di schiva riservatezza che da tempo immemorabile ha sempre stupito le persone nate sul continente europeo, nel trattare con inglesi di ceto elevato. Nel suo caso non si può dire che egli giungesse al punto di balbettare, caratteristica, questa, la più autentica dei fondatori dell’impero britannico, i quali, mentre il resto del mondo guardava a loro con spiacevole sorpresa, riuscirono a radunare sotto il proprio balbet­tio intere parti del mondo. Clarke parlava con una certa esitazione, in un modo alquanto impacciato e come oratore, quindi, non vale­va molto, era però un eccellente chimico organico vecchio stile, uno di quelli che si davano volentieri un gran da fare in laborato­rio, con provette, piccoli becher e vetrini, ed era felice se apparivano cristalli. Apparteneva a una genia di uomini in estinzione, a -. un’epoca in cui le scienze erano ancora giovani e avventurose, quando era ancora possibile eseguire veri esperimenti e l’odorato serviva ancora per individuare intere classi di composti.

Contrariamente agli uomini a una dimensione, sempre affaccen­dati, con cui ho trascorso quasi tutta la mia vita - nulla di più che apparenza e professionismo tirato a lustro - Hans Clarke aveva uno spazio privato tutto per sè: amava la musica ed era un entusia­sta suonatore di clarinetto. Spesso l’ho ascoltato mentre faceva musica da camera con la sua prima moglie, una della famiglia di Max Planck.

Clarke pubblicò molto poco e sapeva di più di quel che appariva. Apparteneva a una generazione di persone coscenziose: ogni giorno, anche quando era in età avanzata, si presentava di buon’o­ra all’istituto e si sedeva al suo posto di lavoro nel suo ufficio disa­dorno, con la porta aperta sul corridoio, così che si poteva parlare con lui semplicemente mettendo dentro la testa. La sua dignità non esigeva cerimonie. Quando penso ai miei azzimati contemporanei, infagottati in giacche di pelle e velluto, alle segretarie e al citofono e a tutta l’arte astratta che i soldi delle fondazioni consentono di acquistare, automobili con autista, sale da pranzo private, posso misurare il lungo diabolico cammino che abbiamo percorso in quaranta brevi anni.

Clarke non avrebbe impressionato nessuno per la sua acutezza nè era un profondo pensatore di cose scientifiche. Però era forse lo scienziato più disinteressato che io abbia mai conosciuto, e spesso mi sono chiesto se nelle scienze una certa mancanza di passione e fanatismo non sia l’unica strada verso la vera indipendenza. Ma Clarke era dotato di un quinto senso per la qualità: dopo un breve colloquio con un esaminando, durante il quale egli chiedeva di soli­to al giovane tremante per la paura come si prepara l’acido solfori­co, o cose di analoga importanza, emetteva una sentenza che era assolutamente giusta almeno nove casi su dieci. Può darsi che qual­che volta abbia respinto qualcuno che non se lo sarebbe meritato, ma Clarke non sbagliava quasi mai nei confronti di quelli che era­no ammessi. Più tardi l’ho spesso invidiato per questa dote che mi manca totalmente. Gli studenti raccolti da Clarke nell’istituto era­no perciò, tutto sommato, di alto livello, come doveva poi dimo­strare il loro curriculum vitae. Egli aveva lo stesso intuito per la qualità nella scelta dei membri dell’istituto, ma ne parlerò più avanti.

Come molti benestanti, anche Clarke era frugale e non si rende­va perfettamente conto dell’importanza che il danaro aveva per chi non ne possedeva. Gli stipendi che Clarke riusciva a spuntare per i suoi colleghi di facoltà (una delle più importanti funzioni di un di­rettore di istituto in un’università americana) erano quasi tutti al di sotto della media ed erano per lo più insufficienti. Clarke non com­prendeva le difficoltà finanziarie con cui dovevano lottare alcuni dei suoi più giovani colleghi e non faceva molto per trattenere quelli che venivano mandati via o trasferiti in altra sede.

A lui si deve la creazione del più autorevole istituto di biochimi­ca degli Stati Uniti, e il gruppo che aveva raccolto intorno a sé e bonariamente dirigeva senza dirigerlo - membri di facoltà, ospiti, studenti - rappresentava il primo gruppo americano che contasse qualcosa in questa disciplina, elevandola ben al di sopra delle con­dizioni precedenti e facendone una scienza ausiliaria per la forma­zione dei medici. L’ideale di Clarke era F.G. Hopkins, che aveva ottenuto analoghi risultati all’università di Cambridge. Avevo co­nosciuto Hopkins per la prima volta nel 1934 a Cambridge, quan­do con una cortesia un po’ distaccata e paterna mi mostrò i suoi laboratori [In occasione della mia visita a Cambridge ebbi l’opportunità di constatare la bella disinvoltura della vita universitaria inglese. Quando nel febbraio 1934 giunsi in Gran Bretagna alla ricerca di un posto, fissai anche un appuntamento con Hopkins. Il giorno stabilito mi presentai nell’istituto, ma la segretaria mi comunicò che il professore era sparito e che non sapeva se era andato a Londra per tutta la giornata. Aggiunse che Hopkins faceva spesso così senza informarla e che c’era però un sistema per accertarsi. Chiese al portiere dell’istituto se il professore, quando era uscito in strada, si fosse diretto verso sinistra o verso destra: verso si­nistra significava stazione e treno per Londra; a destra voleva dire passeggiata. -L’informazione era incoraggiante: Hopkins tornò effettivamente poco dopo la sua passeggiata ristoratrice.]

Lo incontrai di nuovo durante la guerra, quando egli visitò Clarke alla Columbia, e so quanto Clarke si rallegrasse per questa visita. Hopkins era un uomo saggio e garbato, e tali qualità erano le stesse di Clarke. Vorrei definirle la saggezza del cuore.

Nel 1956, quando Hans Clarke dovette lasciare la cattedra per raggiunti limiti di età, fece richiesta di poter restare in un piccolo laboratorio della Columbia University, ma la sua domanda fu re­spinta.

 

 

3.  Una famiglia felice e i suoi meno felici

componenti

 

 

Quando all’inizio dell’ottobre 1935 giunsi alla Columbia Univer­sity, ciò fu possibile, come in quasi tutti i casi, grazie a una delle numerose vie traverse. Nella prima parte di queste brevi memorie ho descritto il mio ritorno negli Stati Uniti verso la fine del 1934, reso possibile dall’ospitalità del Mount Sinai Hospital di New York, ma specialmente da Harry Sobotka, direttore dell’istituto di biochimica. Trascorsi alcuni mesi nel suo laboratorio senza far al­tro quasi che ascoltare i suoi gradevoli ragionamenti e i suoi buoni motti di spirito. Sobotka era stato allievo dei due grandi Riccardi di Monaco, Willstätter e Kuhn, e più tardi collaborò con un altro grande e non propriamente simpatico biochimico, P.A. Levene, del Rockefeller Institut. Come molti scienziati arrivati in America pri­ma del tempo (ciò significa di propria scelta e non sulla spinta del­la grande emigrazione) Sobotka non trovò mai un luogo perfetta­mente adeguato alla sua attività e alla sua pronta intelligenza e si disperse in piccole cose.

Fu per il tramite di Sobotka se in quel periodo conobbi Bertold Brecht, che si era recato a New York per occuparsi dell’esecuzione, peraltro poco soddisfacente, del suo lavoro teatrale La madre, rielaborazione del romanzo di Maksim Gorkij. Passai con il poeta un pomeriggio indimenticabile, per lo più scambiandoci vivacemente le nostre idee, perché i nostri punti di vista sul significato del più nero mostro di quei tempi terribili, Adolf Hitler, erano molto diversi. A uno sguardo retrospettivo, devo ammettere che in quel col­loquio ebbi torto: non avevo compreso chiaramente che, se si vuole valutare l’importanza storica di. un despota, bisogna aumentare il suo peso di tanto quanto sono i cadaveri che egli ha sulla coscien­za. Questa nozione, che ho acquisito solo più tardi, mi ha consentito di valutare più facilmente il significato storico di alcuni dei no­stri uomini politici, per la verità del tutto insignificanti.

Spesi i primi mesi del 1935 nella ricerca di un posto. Avevo già pubblicato trenta lavori, ma non conoscevo alcuna persona che mi avrebbe potuto aiutare. Dopo alcune visite infruttuose a Boston, Filadelfia, Baltimora, Washington e Chicago, mi venne l’idea di recarmi da Hans Clarke per presentarmi come uno dei primi collabo­ratori a Yale di Rudolph Anderson, il quale intratteneva con lui amichevoli rapporti. Ebbi con Clarke il solito enigmatico colloquio (anche in seguito ne avrei avuto un gran numero con altre perso­ne), ma non sembrò profilarsi alcuna offerta. In ogni modo, la mia conoscenza della produzione dell’acido solforico doveva essere riu­scita soddisfacente per Clarke, che alcune settimane più tardi mi pregò di fargli visita: mi comunicò che due chirurghi della Colum­bia University cercavano un biochimico e aggiunse che io ero forse la persona adatta. Fu una combinazione eccellente. Il dottor Fre­deric W. Bancroft e la dottoressa Margaret Stanley-Brown dell’isti­tuto di chirurgia avevano ottenuto dalla Carnegie Corporation una modesta sovvenzione che li avrebbe aiutati nelle loro ricerche clini­che sulla coagulazione del sangue; mi fu assegnato quel posto con lo stipendio di trecento dollari al mese.

Questa fu dunque la via traversa che mi consentì di entrare nella Columbia University, e poiché nessuno mi ha poi allontanato da quel posto, sono rimasto là finché il calendario mi ha fatto capire con volto arcigno che era ormai tempo di sparire dalla circolazio­ne. Mi avevano promesso il posto di Assistant Professor di biochi­mica, il che, se si considera la mia posizione già avviata di Privatdozent a Berlino e la mia età, trent’anni, andava benissimo, ma quando arrivai alla Columbia University, con spatola e quaderno di appunti, Clarke cominciò un poco imbarazzato a tossicchiare e a fare larghi giri di parole per comunicarmi alla fine che era stato deciso di attribuirmi un titolo più basso, cioè quello di Research Associate. Sempre docile di fronte all’inevitabile ed effettivamente poco interessato a queste cose, mi rassegnai: fu l’inizio non molto promettente di una carriera accademica tutt’altro che brillante: Assistant Professor a33 anni, Associate Professor a 41, Professor a 47. Ammetto che durante questa folgorante ascesa la mia assunzione si era trasformata, a un certo punto, in una posizione stabile; nessuno, però, me ne aveva parlato e io non l’ho mai chiesto. Come tante altre cose, così anche questo Graal del docente universitario ameri­cano mi era totalmente sfuggito.

Mi avrebbero potuto dire che mi trovavo in un posto soddisfa­cente, con un capo rispettabile, colleghi degni di ammirazione. Il titolo di questo capitolo richiede dunque una giustificazione. Anzi­tutto, parole come happy o happiness (inseguite sino a provocarne la morte dal linguaggio pubblicitario del nostro tempo) non sono facilmente comprensibili a chi sia cresciuto in una lingua neolati­na, germanica o slava (in tedesco ambedue gli aggettivi happy, feli­ce, e lucky, fortunato, sono tradotti da glücklich). Mi ricordo molto bene di essermi stupito quando agli inizi del mio studio dell’inglese incontrai per la prima volta la frase the pursuit of happiness. Glückseligkeit, felicité, felicità? Non sembra che altre lingue posseggano un’unica parola per esprimere l’assenza totale di malessere. Tutta­via ogni volta che mi guardavo attorno nel nostro felice istituto, notavo che i suoi membri non si trovavano affatto in uno stato di felicità. Ciò dipendeva, in parte, dalla sorte generale dell’umanità, in parte (come accennato prima) dalla mancanza di interesse di Clarke per il futuro delle persone a lui affidate, ma principalmente da una circostanza che cominciai a scoprire molto più tardi, cioè che noi tutti lavoravamo all’interno di una facoltà americana di  medicina.

La formazione di galoppini della sanità pubblica è propriamente la funzione di una scuola sanitaria su scala industriale, e già allora gli studi di medicina erano effettivamente sul punto di diventarlo. Certo, nelle facoltà c’erano e ci sono molti ottimi medici e ricerca      tori, ma le ridicole aureole di santità in technicolor, che una solerte corporazione medica ha messo intorno alla testa dei suoi membri (per non parlare di un pubblico credulone proprio in quanto viene spaventato a morte), hanno corrotto ogni cosa.

È deplorevole che la ricerca biologica si svolga ora soprattutto nelle scuole di medicina, uno sviluppo, questo, cui contribuisce l’insensata politica finanziaria del governo. Le enormi somme de­stinate alla ricerca vengono suddivise comicamente secondo uno schema che si articola in base all’anatomia umana: qui l’occhio, là il nervo, qui il polmone, là lo stomaco; e, inoltre, si sa, il cancro, che sembra aumentare e prosperare parallelamente ai mezzi giganteschi impiegati per combatterlo. I risultati sono inaspettatamente scarsi e ciò che è stato scoperto si deve a singoli ricercatori, spesso dotati di insufficienti risorse finanziarie.

Anche se tutto ciò mi era chiaro fin dagli inizi, sono tuttavia ri­masto in quell’istituto. Che cosa avrei potuto fare altrimenti? Io so­no forse lo stoico più impaziente che sia mai esistito, ma sono comunque uno stoico. Da allora la situazione è molto peggiorata le facoltà di medicina sono controllate da un tipo particolarmente virulento di operatori scientifici e una parte di ciò che ora viene spacciata come «ricerca biomedica» rientra negli annali della criminalità.

 

 

4.  Un oceano di nomi e di facce

 

Mentre mi volgo a considerare ciò che trovavo nell’istituto di Clarke, entro con timore e con gioia nel regno dei viventi. Sono certo che i miei colleghi o, come si dice in America, i miei amici, che godono ancora le loro misere pensioni, saranno ben lieti di es­sere onorati dal mio silenzio. Il vecchio detto de mortuis nil nisi bonum (dei morti niente se non bene), coniato senza dubbio da un impresario di pompe funebri neolitico, non dovrebbe essere tra­sformato in un detto del tipo de vivis nil nisi malum (dei vivi niente se non male). D’altra parte, non ha molto senso invitare Cassandra a tenere una conferenza in una loggia massonica. Anche i più sin­ceri inni di lode suonano falsi se vengono intonati in pubblico. Per­tanto, una volta per tutte voglio sinceramente fare in modo di dire soltanto il meglio di ogni persona.

Lo stato maggiore dell’istituto, se mi è consentito di chiamarlo così, era formato da tre simpatici personaggi non più giovanissimi e ben disposti verso tutti: Clarke, Edgar O. Miller e G.L. Foster. Non erano certamente anziani (avevano rispettivamente 48, 42 e 44 anni), ma allora mi sembravano vecchi. I tre si erano addossati quasi per intero l’insegnamento, che consisteva principalmente di mediocri lezioni per gli studenti di medicina. I laureandi non rice­vevano, si può dire, alcun insegnamento formale, che veniva riser­vato a noi che eravamo i più giovani membri dell’istituto. Alcuni miei colleghi si erano già fatto un nome o stavano per farselo, benché l'università non ne tenesse gran conto: una vecchia consuetudi­ne della Columbia University.

Chi diventa vecchio, si trova in mezzo a un oceano di vecchi no­mi perduti per via e di giovani facce familiari. Alla fine ci si ricorda dei nomi, e sono nomi dimenticati; si rivedono quelle facce, e sono diventate vecchie e tristi. L’unico modo per attraversare le Malebolge (e senza nemmeno la guida di Virgilio) consiste nel dire a se stessi: ciò che era, è; ciò che un tempo era giovane, resta giovane per sempre; ciò che un tempo era bello, è bello per sempre; ciò che una volta era splendente, splende per sempre e ciò che è vissuto, non può morire.

Metto perciò la mia mano in quella di Mnemosine, la dea del ricordo, e mi lascio guidare. Alcuni dei miei colleghi erano già ri­cercatori di alto livello, come Michael Heidelberger, fondatore del­la chimica immunologica, una nuova branca della chimica (solo pochi giorni fa ero seduto in autobus accanto a lui, un vegliardo di 90 anni che andava ancora al lavoro, e ho di nuovo ammirato il suo bel volto da umanista, come quello che un Quentin Matsys o un Holbein avrebbe potuto dipingere); forse perché anche lui suonava bene il clarinetto, Clarke non aveva grande opinione della chimica immunologica: per questo motivo, ai miei tempi, Heidelberger non appartenne mai interamente al nostro istituto, il suo laboratorio era situato due piani più in alto, in medicina interna, e là io andavo spesso a trovarlo per parlare di zucchero o delle cose del mondo, ma più frequentemente del primo.

C’era poi Oskar Wintersteiner, anche lui un austriaco, di Graz, ottimo pianista. Aveva già pubblicato pregevoli lavori sul progeste­rone e più tardi si dedicò a studi, che dovevano renderlo famoso, sugli ormoni steroidi, sugli antibiotici e su altri prodotti naturali complessi. Non diversamente da molti austriaci, Wintersteiner era un uomo tranquillo, sensibile, chiuso in se stesso e un po’ melanco­nico. Gli volevo bene e anche Clarke gli era affezionato, ma invece di fare di tutto per promuovere la carriera di uno dei migliori chi­mici organici che conoscevamo, Clarke lo lasciò andare: Wintersteiner passò alla Squibb, dove percorse una notevole carriera.

Ma il principale pezzo da esposizione, quando entrai alla Co­lumbia University, era Rudolph Schoenheimer. Era giunto non molto tempo prima di me dalla Germania, dove era assistente di chimica nel celebre istituto di patologia di Aschoff, all’università di Friburgo. Schoenheimer aveva portato con sè un’idea assai brillan­te ed ebbe la fortuna e l’energia di tradurla in realtà nel laboratorio di Clarke. Uno dei professori di fisica attivi a Friburgo, G. von He­vesy (del quale dovevo fare più tardi buona conoscenza) aveva già prima della guerra 1914-18 utilizzato isotopi [Il termine «isotopo» è ora di uso quotidiano. Non si può escludere a priori che uno di questi isotopi possa provocare, alla fine, la distruzione del nostro mondo. Pertanto non sento quasi il bisogno di spiegare che questo termine indica una sor­ta di fratello, o sorella, di uno degli elementi che costituiscono la tavola periodica. Gli isotopi di un atomo si spartiscono il posto nella tavola e hanno nel loro nucleo lo stesso numero di protoni, ma un numero diverso di neutroni.] per marcare reazioni biologiche, ma gli isotopi disponibili prima degli anni Trenta erano di scarso interesse per la biologia. Gli elementi più importanti per le ricerche sulla materia vivente sono l’idrogeno, l’ossigeno, il car­bonio, l’azoto, il fosforo e lo zolfo; quando Schoenheimer arrivò a New York, l’isotopo pesante dell’idrogeno, il deuterio, era ormai disponibile grazie ai lavori di Harold Urey alla Columbia Universi­ty. Schoenheimer, dal canto suo, sviluppò un ambizioso program­ma per utilizzare questa marcatura isotopica nelle ricerche sul metabolismo intermedio; con lui collaborò un ex allievo di Urey, Da­vid Rittenberg, che era entrato nel laboratorio di Clarke prima di me. Le loro ricerche - la prima razionale utilizzazione di isotopi stabili per studiare l’andamento di reazioni chimiche - rivestono un’importanza storica durevolle; tuttavia, le scienze si sono svilup­pate così rapidamente e hanno assunto dimensioni così gigante­sche, che l’attualità diventa storia già quasi prima che la stampa si sia asciugata, e persino i più giovani ricercatori sono condannati a sopravvivere a se stessi: i poveretti si vedono costretti a girare qua e là da far compassione, clown dei loro stessi successi, battendo su tamburi che già da gran tempo hanno perduto musicalità. Per que­sto motivo ho spesso paragonato le nostre scienze della natura a sculture di sapone.

Schoenheimer aveva un interessante volto di attore, era un mira­bile oratore, un ambizioso e un invadente, ma anche un tipo molto nervoso e suscettibile. Nell’autunno del 1941, quando sembrava aver raggiunto l’apice del successo, si tolse la vita. Aveva solo 43 anni. Le università - lo sanno tutti - sono le roccaforti del pette­golezzo: i «si dice» erano tanti, ma nessuno di particolare interesse. Poiché non sono fatto per rodermi il cervello, nè il mio nè quello degli altri, posso soltanto rammaricarmi delle circostanze che han­no spinto alla disperazione un uomo così dotato; nonostante il mio modo distaccato e ironico di valutare le cose, non sono mai riuscito a capire di quale natura fosse l’infelicità in cui egli era vissuto.

C’erano anche altri studiosi, che compivano ricerche su problemi di grande interesse. Erwin Brand, chimico delle sostanze albumi­noidi, un uomo dall’arrabbiatura facile, ma bonario, ex allievo del grande Max Bergmann; Warren Sperry, che lavorava sui lipidi; Karl Meyer, che proprio allora aveva fatto la sua prima importante scoperta nella chimica del tessuto connettivo. Insieme a tre o quat­tro altri, costoro formavano l’istituto così come lo trovai al mio ar­rivo. Pochi furono i campi della biochimica, come allora venivano intesi, ai quali il pugno d’uomini messo insieme da Clarke non avesse dato notevoli contributi.

C’erano poi i laureandi, non molti per la verità, ma di qualità eccellente. Posso nominare, per esempio, Konrad Bloch, uno degli allievi di Clarke. Il mio primo laureando alla Columbia fu Seymour S. Cohen. William H. Stein, che più tardi collaborò con Max Bergmann al Rockefeller Institut, diventando famoso nel campo dell’analisi delle albumine, aveva lavorato sotto E.G. Miller.

Quando mi presentai alla Columbia University, l’immigrazione dall’Europa non era ancora cominciata, ma gli anni seguenti porta­rono un gran numero di studiosi. Clarke ne accolse alcuni nella sua sezione, per esempio Heinrich Waelsch, David Nachmansohn e Zacharias Dische. Sarebbe però sbagliato credere che in quegli anni quasi tutti venissero accolti a braccia aperte. Per i più giovanile difficoltà non erano troppo grandi, perché avevano ben poco orgoglio offeso da mandare giù, ma quanto più uno studioso era eminente e famoso, tanto meno si era propensi a dargli il benvenuto; questi poveri luminari avevano una vita difficile: i loro modi erano imperiosi, il loro tono ridicolo, i loro pregiudizi e i loro convenzio­nalismi erano del tutto diversi da quelli che trovavano nel paese in cui erano giunti.

Contrariamente alle molte leggende, fabbricate in tutta fretta, vorrei dire che nessuno ha guadagnato dalla frantumazione della scienza europea negli anni dal 1930 al 1950. Ciò che gli esiliati portavano con sé era meno facilmente utilizzabile dell’arte della tessi­tura degli ugonotti. Certo, un paese può essersi impoverito, ma per questo motivo l’altro non è diventato più ricco. Persino le scienze, per non parlare del diritto o della medicina, vivono nel grembo di una data lingua e civiltà, e ciò che è stato strappato a viva forza non è mai veramente rifiorito più tardi. Einstein, che già allora era soprattutto un prodotto dell’industria della pubblica opinione, sia pure certamente suo malgrado, può aver costituito un’eccezione, ma uomini come Otto Meyerhof o Carl Neuberg non ebbero vita facile. Furono piuttosto le generazioni più giovani, gli uomini nati intorno allo scorcio del secolo, che, per quanto modesti nella loro piccolezza di insetti, crearono in America uno spirito nuovo. Quan­do Enrico Fermi giunse negli Stati Uniti (l’ho conosciuto come professore di fisica alla Columbia), la situazione era invece diversa: con l’avvicinarsi della guerra tutte le mani capaci e volenterose erano gradite.

 

 

5.  Il mazzo sfiorito

 

Quando entrai nella sezione di biochimica della Columbia Uni­versity, la densità della popolazione delle discipline scientifiche in America era oltremodo bassa. Il gruppo di Clarke era uno dei più numerosi. Nella primavera del 1935, a Detroit, assistetti al mio pri­mo Federation Meeting: i riassunti dei discorsi che vi furono tenuti occuparono un sottile libretto di cento pagine che entrava comoda­mente nella tasca della mia giacca; la corrispettiva pubblicazione annuale della Federation of American Societies of Experimental Biology ha ora le dimensioni dell’elenco telefonico di New York. L’atmosfera amichevole, ma grigia e un po’ depressa della riunione mi fece capire come allora le scienze americane vegetassero al mar­gine della società; ora la situazione è completamente diversa, ma né le scienze né la società se ne sono avvantaggiate.

Pochi hanno la forza o l’impertinenza di decidere per tempo che cosa intendono fare nella loro vita e di cercare poi di attuare il pro­prio scopo. Io non appartengo certo al novero di questi fortunati: i colpi di vento che mi hanno spinto ora in una, ora in un’altra dire­zione, rappresentano una parte importante, forse la più importante della mia vita; non ebbi mai un’alternativa o non potei mai permettermi di aspettare una seconda possibilità. L’offerta di Clarke fu la prima che ricevetti e perciò la accettai senza esitazione, anche se questa decisione sembrava condizionare il mio destino, ma sin dagli anni verdi ho sempre creduto che il destino dell’uomo deriva dal suo cuore, e questo cuore, come ho chiaramente compreso più tardi, non è programmato dal suo DNA. Le condizioni a cui fui as­sunto alla Columbia mi mostrarono però la situazione precaria di chi sia intenzionato a dedicarsi alla ricerca scientifica pura (ma esi­ste qualcosa di simile?) in una facoltà di medicina. A un certo mo­mento, per esempio, arrivarono due simpatici chirurghi che avevano ricevuto un po’ di soldi per lavorare sulla trombosi e sull’embolia, due notevoli complicazioni cliniche senza dubbio interessanti per la chirurgia, e poiché la biochimica era allora particolarmente quotata, fu assunto un biochimico per contribuire a consumare la modesta dotazione. Siccome quel biochimico ero proprio io, potei indirizzarmi verso precisi interessi, cioè lo studio del meccanismo chimico della coagulazione del sangue, un sistema biologico che mi è sempre apparso affascinante, in quanto ne può trarre utili indica­zioni sia il filosofo della natura sia lo scienziato. L’obolo fu pagato con tre pubblicazioni, frutto di un lavoro comune. Da quel mo­mento ero libero e lo sono stato fino agli ultimissimi anni, quando una forma molto peggiore e umiliante di servitù si impose: la totale dipendenza da mezzi finanziari elargiti con il contagocce dalla ma­no pubblica. Ma su questo argomento tornerà più avanti.

In ogni modo, tra il 1936 e il 1948 pubblicai molti lavori riguar­danti diversi aspetti della coagulazione del sangue, prima da solo e, più tardi, con l’aiuto di alcuni valenti colleghi più giovani. Il modo con cui l’organismo animale mantiene e regola la fluidità del san­gue in circolazione ci pone di fronte a un dilemma interessante e istruttivo. Ho cercato di formularlo nelle frasi iniziali della mia prolusione al corso di lezioni sulla biochimica della coagulazione del sangue, tenuto tra il 1942 e il 1957 agli studenti di medicina della Columbia: «La coagulazione sanguigna è anzitutto un mecca­nismo protettivo, ma sussiste una strana antinomia: il sangue deve restare liquido mentre è in circolazione, deve però coagularsi una volta versato. Se si comporta altrimenti, dobbiamo pensare a una condizione patologica». In tutte le mie lezioni e in molti e svariati problemi ho sempre tentato di far emergere il carattere dialettico dei processi vitali; mi ha ascoltato una mezza generazione di medi­ci, ma mi domando quanto abbia influito su di loro.

Le nostre ricerche in questo campo ebbero allora molti ricono­scimenti, ma ora sembra che siano dimenticate. Questo è uno dei molti fiori appassiti nel bouquet che forma il titolo del presente ca­pitolo. Essere un pioniere nelle discipline scientifiche ha perso mol­to del suo fascino: significativi fatti scientifici e, ancor più, progetti promettenti sbiadiscono e sono dimenticati ancor prima che il loro potenziale valore sia esaurito: incalzano sempre fatti nuovi, sempre nuovi progetti che nel giro di uno o due anni vengono a loro volta sostituiti. Lavoravamo ad attivare la coagulazione del sangue me­diante lipidi dei tessuti: isolammo e purificammo il fattore istologi­co che determina il processo fisiologico di coagulazione, la cosid­detta proteina tromboplastica fummo tra i primi a introdurre nel­la prassi clinica l’eparina come anticoagulante; studiammo la mo­dalità di azione di questa sostanza inibente e scoprimmo che 1’ ef­fetto dell’eparina in circolazione poteva essere annullato mediante un’iniezione di protamina. Poiché questo antagonismo tra eparina e protamina viene tuttora frequentemente sfruttato nella prassi cli­nica, quegli esperimenti eseguiti in collaborazione con K.B. Olson sono quasi tutto ciò che rimane delle mie fatiche di allora.

In questo contesto voglio ricordare un mio contributo, una mes­sa a punto di carattere generale relativa alla coagulazione del san­gue, scritta nel 19441, e della quale riporto soltanto alcuni concetti conclusivi.

è certamente possibile che la coagulazione del sangue sia soltanto un esempio di processi coagulativi aventi una più generale importanza biologica. In che modo l’organismo vivente controlla tali processi? Lo ignoriamo. Si potrebbe pensare che i diversi fattori inerenti il fenomeno della coagulazione (benché essi si formino incessantemente e incessantemente vengano distrutti agendo di continuo gli uni sugli altri) siano tenuti m una delicatissima condizione di equilibrio. Ma proprio qui si trovano sia la difficoltà sia l’aspetto attraente del problema: la difficoltà, in quanto si tratta di un problema marginale, che coinvolge sostanze e reazioni assai difficilmente accessibili e pochissimo studiate: l’aspetto attraente, in quanto la coagulazione del sangue mette per così dire in luce uno degli innumerevoli sistemi mediante cui l’organismo, in virtù di oscillazioni prestabilite, mantiene la condizione indispensabile alla vita.

L’insegnamento che ho potuto impartire in questo campo può essere invecchiato e superato, ma non lo è ciò che ho appreso da esso. Uno dei più gravi tormenti dello scienziato consiste proprio nel fatto che di lui rimane attuale non l’esperienza, ma il tentativ

I lipidi - queste interessanti e complesse componenti cellulari grasse, la cui reale funzione biologica non è ancora chiarita - svolgono una parte importante nella coagulazione del sangue. Inoltre rappresentanti di questa classe avevano costituito l’oggetto dei miei primi sforzi di ricercatore, come vi ho raccontato nella prima parte di questo libro; perciò fu una cosa del tutto naturale per me continuare le ricerche anche in tale direzione. Era come un polittico consistente in una serie di tavole: una riguardava la chimica dei diversi lipidi, e i lavori in questo campo durarono sino alle metà degli anni Sessanta; un altro gruppo si occupava di una serie di im­portanti componenti cellulari ad alto peso molecolare, definite lipoproteine: questa è la forma (un complicato composto con certe sostanze albuminoidi) in cui diversi lipidi sono presenti nell’orga­nismo. Su questo tema ho scritto uno dei primi contributi.2  La con­siderazione di Clarke nei miei confronti, mai troppo calorosa, au­mentò in virtù di questo articolo: egli mi disse di averlo trovato particolarmente divertente, e questo vuol dire che persino i lipidi possono essere uno svago per uno spirito ben disposto.

Un’altra serie di ricerche, che allora avevano il fascino della grande novità, concerneva il metabolismo dei fosfolipidi, cioè lipi­di contenenti fosforo. L’isotopo radioattivo fosforo-32 cominciava allora a essere accessibile, sia pure con notevoli difficoltà. Questo isotopo fu utilizzato contemporaneamente per certi studi sul meta­bolismo anche da alcuni altri ricercatori, specialmente da Camillo Artom (i furiosi turbini del nostro secolo avevano trascinato que­sto uomo amabile, prosciugato e cotto dal sole di Sicilia, per un lungo cammino, fino a Winston-Salem nel North Carolina). Quan­do incominciai quel lavoro, fu necessario produrre con i nostri mezzi il fosforo radioattivo e in questa attività da alchimista ebbi la collaborazione di un giovane fisico della Columbia, John Dun­ning, che in seguito percorse una notevole carriera. Benché allora ci sentissimo estremamente stimolati, i risultati ottenuti, conside­randoli retrospettivamente, non mi sembrano oggi particolarmente entusiasmanti: c’era anzi da aspettarselo che i diversi lipidi dell’or­ganismo, esterificati con acido fosforico, non si formassero tutti con la stessa velocità. Se volessi spiegare a un profano i nostri ri­sultati di allora, egli mi risponderebbe probabilmente in modo ana­logo a quello tenuto, come si racconta, da uno scià di Persia, quan­do respinse l’invito dell’imperatore Francesco Giuseppe ad assiste­re a una corsa di cavalli: «Ho sempre saputo che un cavallo corre più veloce di un altro. Non mi interessa sapere quale». «Sapere quale» è tuttavia un dovere che compete alla scienza: quando ero giovane, mi sembrava comunque che fosse proprio così, anche se in seguito cominciai a pensarla diversamente.

Un curioso prodotto secondario di queste ricerche merita co­munque di essere ricordato: fui il primo a comunicare la sintesi di un composto organico radioattivo. Le rare volte che cercai di gloriarmi per questa impresa, incorsi nei dubbi malevoli e nello scher­no dei bonzi della fisica nucleare: di fronte agli innumerevoli lavori apparsi nel frattempo, riguardanti la sintesi di sostanze organiche radioattive, come potevo essere stato fra i primi o addirittura il pri­mo? Ma ecco qui il titolo della mia ricerca:3 Sintesi di un composto organico radioattivo: alfa-acido glicerofosforico. Lo ricordo per con­validare un detto che spesso ho attribuito a una delle mie nonne: anche una gallina cieca riesce talvolta a fare un uovo.

Ancora qualche prova polverosa del mio triste erbario e poi ho finito. Coagulazione del sangue, lipidi, lipoproteine e sostanze marcate con isotopi radioattivi non esauriscono la gamma delle mie ricerche. Posso citare altri tre campi di ricerca: abbiamo lavo­rato abbastanza intensamente sulla inosite, che costituisce un gruppo di sostanze affini allo zucchero, una delle quali si presenta quasi sempre in cellule viventi e viene spesso aggregata alle vitami­ne; abbiamo effettuato studi sulla sorte biologica degli acidi os­siamminici e studiato i meccanismi di inibizione del processo di di­visione del nucleo cellulare, cioè della mitosi.

Tutto ciò che facevo avveniva sotto l’impressione di quel miraco­lo che è la cellula: qui vedevo soltanto ordine e bellezza. Per me la cellula era un microcosmo, «l’eterno decoro». Non credevo che sa­remmo mai riusciti a decifrarne il progetto di costruzione, un pro­getto in cui coesione e compressione sono soltanto due dei molti elementi che noi siamo costretti a distruggere per poterla studiare. Anche se oggi mi si dice che tale progetto ci è del tutto chiaro, non posso liberarmi dal sentimento che in quei giorni tanto lontani io avevo sognato qualcosa di diverso. Il mio laboratorio fu uno dei primi in cui i mitocondri vennero isolati e studiati dal punto di vi­sta chimico, e soprattutto fummo tra i primi a utilizzare ultracen­trifughe per la preparazione degli organuli del citoplasma, come, per esempio, i microsomi. è logico, quindi, che qualche tempo do­po, quando mi fu assegnata una serie di laboratori, li chiamassi con definizione collettiva Cell Chemistry Laboratory. Questa lista, sia pure incompleta, della mia attività si riferisce ai primi dodici anni di permanenza alla Columbia University. In questo periodo furono pubblicati più di sessanta lavori che trattavano un campo molto vasto della biochimica, così come era allora intesa tale disciplina; alcuni studi possono aver contribuito un poco al progresso di questa scienza, che in quel tempo era ancora una scienza lenta, cioè di dimensioni umane. Le ricerche venivano ese­guite con scarsissimi aiuti finanziari forniti dall’esterno: una picco­la dotazione della Markle Foundation e, negli anni di guerra, un po’ di danaro elargito dall’Office of Scientific Research and Deve­lopment (OSRD). Non si faceva pubblicità: non ho mai concesso un’intervista ai giornalisti; in effetti, «i signori della stampa» si sono tenuti in generale lontani da me: il raro caso del coniglio che ipnotizza i serpenti.

Sì faceva tutto con olio di gomito: quattro laureandi, uno o due post-docs,* un’assistente di laboratorio. L’elettricità serviva quasi soltanto per azionare le centrifughe alquanto primitive; isolavamo e persino cristallizzavamo le sostanze ancora in forma visibile. Si invocava sempre la prodigiosa potenza della chimica, capace di strappare alla mitologia arcani fenomeni naturali e di trasformarli in sostanze, non si formulavano affermazioni che andassero oltre l’evidenza della realtà, non si ponevano domande a cui solo Dio avrebbe potuto rispondere né si davano risposte sostitutive. Non si tentava di migliorare la natura.

Tuttavia, quando penso a quegli anni meravigliosi, mi vengono in mente le parole che si attribuiscono a san Tommaso d’Aquino: Omnia quae scnpsi paleae mihi, videntur (tutto ciò che ho scritto mi sembra pula). Quando ero giovane, dovevo tornare alle origini della nostra scienza, e la cosa non era difficile. Le bibliografie di studi chimici e biologici citavano spesso lavori pubblicati quaranta cinquant’anni prima, si aveva l’impressione di essere parte di una tradizione che cresceva tranquillamente, con una velocità a misura d’uomo, che passava con una velocità a lui adeguata. Ora, invece, nella nostra miserevole società scientifica di massa, quasi tutte le scoperte nascono morte; i lavori scientifici sono soltanto una posta in un gioco di potenza, fugaci immagini sullo schermo di uno sport-spettacolo, comunicazioni frammiste l’una all’altra, la cui ri­sonanza non dura più di un giorno. Le nostre scienze sono diventa­te serre per un mercato che in realtà non esiste. Intanto, con lo spezzarsi della tradizione, esse hanno creato una confusione davvero babilonica di mente e di lingua. Oggi la tradizione scientifica ri­sale soltanto a tre o a quattro anni addietro. Il proscenio è sempre il medesimo, ma gli orpelli mutano continuamente, come in un so­gno febbrile, e sul palcoscenico appena una quinta è al suo posto viene immediatamente sostituita da un’altra.

La sola cosa che l’esperienza può ora insegnarci è che è diventa­ta senza valore. Potremmo chiederci se il complesso di nozioni rap­presentato da una disciplina scientifica può sussistere senza una tradizione ben viva, e comunque, in molti dei campi delle scienze in cui mi è dato di spaziare, questa tradizione è del tutto scompar­sa. Non esagero quindi, né è una forma di falsa modestia, se arrivo a concludere che il lavoro da noi svolto nell’arco di trenta o qua­ranta anni - con tutto l’impegno di cui è capace un’onesta fatica - è cosa morta e sorpassata.

 

 

6.  «Il testo del codice ereditario»

 

Eravamo agli inizi del 1944, quando qualcuno mi parlò di un la­voro che aveva appena visto sul «Journal of Experimental Medici­ne»: era il celebre contributo di Oswald T. Avery, Colin MacLeod e Maclyn McCarthy e aveva per titolo Ricerche sulla natura chimica della sostanza che attiva la trasformazione di alcuni tipi di pneumococco.4  Non è difficile descrivere le osservazioni fondamentali. Ci sono parecchi tipi di pneumococchi: non virulenti e virulenti, se vogliamo distinguerli secondo le loro qualità biologiche; «ruvidi» e «lisci», se ci riferiamo alle qualità della loro superficie. Nel 1928, il patologo inglese Frederick Griffith aveva fatto una scoperta molto importante: l’iniezione di pneumococchi vivi, non virulenti, asso­ciati a un preparato indebolito di cellule virulenti provoca la morte dei topi così trattati, dai quali si possono poi isolare organismi vi­rulenti; analoghe osservazioni inerenti tale processo, designato co­me trasformazione batterica, vennero effettuate anche in provetta. Era chiaro che le cellule lisce virulenti dovevano contenere qualche sostanza capace di trasformare permanentemente e in linea eredi­taria le colture di batteri ruvidi non virulenti, e precisamente in una specie di cellule che assomigliava agli organismi dispensatori lisci virulenti. Avery e i suoi collaboratori tentarono di isolare que­sta sostanza sconosciuta, di purificarla e di definirne la natura chi­mica: ebbero successo. La loro relazione terminava con le seguenti parole:

 

Il materiale qui presentato conferma l’ipotesi che un acido di tipo de­sossiribonucleico costituisce l’unità fondamentale della sostanza di tra­sformazione derivata dal pneumococco di tipo III.

 

Non mi è facile descrivere quanto mi abbia colpito questa frase e anche quale impressione abbiano esercitato su di me gli splendidi esperimenti che hanno reso possibile tale risultato. Forse posso esprimere nel migliore dei modi ciò che sento riallacciandomi alle parole che pronunciai molto più tardi durante un discorso tenuto per celebrare Cento anni di ricerca riguardante l’acido nuclei co.5

Poiché la trasformazione rappresenta un mutamento illimitatamente ereditario di una cellula, è stata qui messa in luce, per la prima volta, la natura chimica della sostanza che produce tale mutamento. Raramente avviene che qualcosa di così importante sia detto con un numero tanto ridotto di parole. Chi le scrisse, Oswald Theodore Avery (1877-1955), aveva allora già 67 anni: il caso sempre più raro di un uomo anziano che fa una grande scoperta scientifica. E non fu quella la sua prima scoperta. Avery era un uomo tranquillo e se il mondo gli avesse tributato più onori, ne sarebbe stato a sua volta onorato; ma nella scienza non importa tanto essere il primo quanto l’ultimo. In quel tempo, la scoperta di Avery, che d’un colpo rese possibile una chimica dei fattori ereditari e plausibile la natura di acido nucleico del gene, impressionò certamente alcuni - non però molti, come si crede - ma nessuno ne fu colpito più profondamente di me. Infatti vi ravvisai i confusi contorni delle origini di una grammati­ca della biologia. Come il cardinale Newman nel titolo di un suo celebre libro, Saggio per una grammatica dell’assenso, intese riferirsi alla gramma­tica della fede, così adopero ora questo termine per indicare gli elementi e i principi fondamentali di una scienza. Avery ci diede il primo testo di una nuova lingua o, più esattamente, ci indicò il luogo dove dobbiamo cercarlo. Io mi ripromisi di cercare tale testo.

Pertanto decisi di tralasciare tutto ciò intorno a cui lavoravamo o di portarlo a una più rapida conclusione; eppure vi erano coinvolte cose davvero interessanti, che riguardavano molti problemi della chimica cel­lulare. Spesso mi sono chiesto se non ho commesso un errore dando un colpo così deciso di timone e se non fosse stato meglio non cedere al fa­scino del momento, ma queste quisquilie biografiche non possono interes­sare nessuno. Per lo scienziato, la natura è uno specchio che si rompe ogni trent’anni, e chi rimpiange ormai lo specchio infranto di tempi passati?

A questo punto dovrei forse spendere qualche parola sul gruppo di sostanze che erano balzate così d’un tratto al centro dell’interes­se scientifico: gli acidi nucleici. Quando il biochimico studia tessuti viventi, si tratti di animali, piante o batteri, troverà talune qualità comuni, ma scoprirà anche molte differenze; dipende dal punto di vista e anche dagli scopi del ricercatore attribuire maggiore impor­tanza alle affinità piuttosto che alle diversità; talvolta è difficile scoprire punti in comune in cose che apparentemente sono molto diverse, ed è ancora assai più arduo riconoscere differenze tra cose che sembrano uguali. Le cellule viventi hanno in comune il fatto di essere composte soprattutto da quattro classi di sostanze: le protei­ne, i polisaccaridi, i lipidi e gli acidi nucleici. I primi tre gruppi so­no già stati studiati da lungo tempo con grande successo, solo per quanto riguarda gli acidi nucleici dovettero passare settantacinque anni tra la loro scoperta e il momento in cui si cominciarono a comprenderne le funzioni e le strutture.

Il chimico distingue fra due tipi di acidi nucleici, secondo il con­tenuto di zucchero: acido desossiribonucleico, oggi generalmente noto con il soprannome di DNA, e acido ribonucleico o RNA (in realtà è scorretto usare il singolare perché dietro di loro si cela una pluralità di individui chimici differenti: questa constatazione è for­se uno dei frutti delle mie ricerche). Quando Avery giunse alla sua grande scoperta, già si sapeva che nelle cellule animali e vegetali la maggior parte del DNA si trova nei nuclei delle cellule, i quali sono anche la sede dei fattori ereditari, in quel tempo ancora soltanto ipotizzati, cioè dei geni. La scoperta di Avery indusse perciò i ricer­catori a ritenere altamente probabile che i geni contenessero DNA o che fossero addirittura costituiti da questo acido nucleico. Credo che oggi soltanto pochi negheranno che questa sia una delle più importanti scoperte della biologia.

Quando fu pubblicato il grandioso studio di Avery, la maggior parte dei ricercatori - incluso il comitato del premio Nobel allora in carica - non se ne curarono affatto. Quelli che avrebbero dovu­to averne consapevolezza, erano troppo occupati nel far girare le loro trottole per i corridoi del potere. E, poiché non ho mai trovato accesso a tali fruttuosi labirinti, non appartengo al novero di quelle persone, per cui mi fu subito evidente la portata della scoperta; co­minciai persino a redigere un articolo che si intitolava Il secondo sogno del professor Kekulé, [Augusì Kekulé von Stradonitz (1829-1896) fu un importante chimico organico tedesco; immaginò in sogno la struttura esagonale del benzene. (n.d.r.)]* in cui prevedevo abbastanza corretta­mente molti aspetti dei futuri sviluppi della scoperta. Mi spiace che il mio unico tentativo di scrivere science-fiction, destinato a diven­tare ben presto science-truth, sia andato perduto.

Quando lessi il lavoro di Avery, non ero del tutto impreparato. Due piani sopra di me lavorava Martin Dawson (scomparso in gio­vane età), che si apprestava a effettuare eccellenti studi sulle trasformazioni batteriche; anche nel mio stesso laboratorio incontrai due volte acidi nucleici: una volta sotto forma di RNA, come componente della proteina tromboplastica, cui ho già accennato, e un’altra come DNA, quando, durante la guerra, avevamo intrapreso ricerche sull’agente del tifo, Rickettsia prowazekii. Ma ancora più profonda fu l’impressione che suscitò in me un libriccino pubblica­to in quel torno di tempo ne era autore il grande fisico austriaco Erwin Schrödinger e aveva per titolo una domanda non propria­mente modesta: Che cos’è la vita? I grandi ricercatori sono partico­larmente degni di essere ascoltati quando parlano di qualcosa di cui essi stessi sanno poco, poiché nella loro specialità sono di solito grandi e noiosi. [Benché il libro dello Schrödinger abbia influito notevolmente sugli inizi della biologia molecolare, una divertente osservazione di Nestroy lo riguarda certamen­te un pochino: «Quando dispensa a sette sapienti ciò che egli possiede di troppo in stupidità, ne verranno fuori i più magnifici asini» (Lo stregone pasticcione, atto I, scena VI).] Parlando dei cromosomi (minutissimi bastoncelli presenti nel nucleo della cellula, il cui numero è costante per una data specie, e che sono percepibili se il nucleo si prepara alla divi­sione) Schrödinger scrisse:

 

Sono questi cromosomi... a contenere in una specie di codice cifrato l’intero disegno del futuro sviluppo dell’individuo e del suo funzionamento nello stadio della maturità...

 

Paragonando la struttura delle fibre cromosomiche al testo di un codi­ce, si vuol significare che la mente universale, di cui parla Laplace, alla quale ogni connessione causale si manifesta immediatamente, potrebbe dire dalla loro struttura se l’uovo si svilupperà, in opportune condizioni, in un gallo nero o in una gallina maculata, in una mosca o in una pianta di granoturco, un rododendro, uno scarafaggio, un topo o una donna...

 

L’espressione «testo di un codice» ha però ovviamente un significato troppo ristretto. Le strutture cromosomiche sono, contemporaneamente, degli strumenti per portare innanzi lo sviluppo che esse simboleggiano. Esse sono codice di legge e potere esecutivo, o, per usare un’altra metafo­ra, sono il progetto dell’architetto e insieme abili costruttori.6

 

Il testo del codice ereditario? Il lettore di crittografia, che si cela in ognuno di noi, ne fu irresistibilmente coinvolto. «Cromosomi!», esclamai, «DNA, l’arte del costruttore! Lavoriamo dunque sul naso di Cleopatra!».

 

 

7.  Il pregio di minuscole differenze

 

Che cosa c’era da fare mi sembrava chiaro, ma non sapevo affat­to come. Gli studi di Avery avevano dimostrato che l’acido desossi­ribonucleico di una certa famiglia di pneumococchi possedeva ca­ratteristiche biologiche che mancano a un preparato corrispondente ricavato dal timo di vitello. Così era per me evidente che queste due sostanze dovevano essere diverse anche dal punto di vista chi­mico, e il passare da qui all’ipotesi che tutti gli acidi nucleici sono specifici ciascuno di una data specie, mi sembrava un procedimento facile e illuminante. Quando dapprima discussi insieme ad altri questo problema, mi meravigliai nel constatare che per essi la cosa non era affatto evidente, non avevano alcun interesse per tale pro­blema né avevano voglia di stare a sentire le mie argomentazioni per la verità non molto battagliere. Certo, agli inizi è arduo rendere il prossimo partecipe di una nuova verità sia che essa riguardi la scienza sia altri campi, e ciò dimostra che noi pensiamo secondo binari prefissati e che ci fa male essere distolti bruscamente da concetti tradizionali, nel cui ambito ci sentiamo sicuri come nel grembo materno.

Se l’arte è la più alta forma di realtà che l’uomo - o per lo meno l’uomo moderno nella sua profana mondanità - può raggiungere, i molti casi, in cui grandi creazioni sono state in un primo tempo respinte e spesso rifiutate con incredibile malevolenza, dimostrano quanto intensamente ci opponiamo a comprendere e ad afferrare la realtà. Spesso accettiamo soltanto quello che le discutibili guide del cosiddetto gusto del tempo ci hanno prima masticato, ma ne deriva poi una realtà non autentica, «un microidolo di un’isola della Pasqua dello spirito».7 Altrove ho tentato di dire qualcosa sul potere occulto delle mode in campo scientifico.8

Quando nel 1945 cominciai a occuparmi seriamente degli acidi nucleici, ciò era naturalmente il risultato del fascino che hanno sempre esercitato su di me le innumerevoli forme della vita, con la sua enorme molteplicità, la sua maestosa unitarietà. Quanti colori! Ma sbiadiscono tutti. Quante energie! Ma tutte si vanificano. Veni­re al mondo per morire; morire per poter nascere. Già quando ero bambino, avevo la sensazione di vivere in un universo tranquillo, ordinato da una mente saggia, che non avrei mai potuto sperare di capire. La grande dea Anànke  [la divinità greca che impersona il fato. (n.d.r.)]* mi sembrava un’amica fedele. Quando, più tardi, imparai la chimica e cominciai a riflettere sulla chimica della vita, la mia fiducia nella superiore saggezza della cel­lula vivente non mi aveva affatto abbandonato. Mi era sempre par­so evidente che su un certo gradino tutta la vita è un fatto chimico, esattamente come ci sono molti altri gradini della vita la cui com­prensione può essere soltanto stravolta, se ci si riferisce esclusiva­mente alle leggi della chimica. Quello che non capirò mai è come tutti questi gradini possano strutturarsi insieme a formare la scala eterna. Il mio grande difetto, come scienziato (che spiega, in parte, la mia relativa mancanza di successo) consiste probabilmente nell’oppormi alla semplificazione: diversamente da altri sono un terrible complicateur.

La nostra comprensione del mondo è costituita da innumerevoli strati. Ognuno merita di essere studiato, purché non dimentichia­mo che esso è soltanto uno dei molti. Se sapessimo tutto ciò che si può sapere di uno strato- ed è estremamente improbabile - tale conoscenza non ci illuminerebbe molto sul resto. L’integrazione del numero immenso di singole informazioni e la visione, che ne scaturisce, della natura, procedono di pari passo nel nostro intellet­to, ma la mente dell’uomo si inganna e si disorienta facilmente, e la visione della natura è diversa da una generazione all’altra. In real­tà, l’intensità della visione ha un’importanza molto maggiore che non la sua completezza o esattezza. Dubito che esista qualcosa co­me una corretta visione della natura, a meno che le regole del gioco non siano state prima chiaramente stabilite, ma senza dubbio ci sa­ranno più tardi altri giochi e altre regole.

Fu dunque la chimica della cellula l’oggetto delle mie ricerche. Le generazioni precedenti si erano sforzate soprattutto di dimostrare l’unità della natura, i loro grandi successi consistettero nel mettere in risalto come la materia vivente sia unitaria nella sua composizione generale, nelle sue reazioni metaboliche e nell’economia dell’energia indispensabile alla vita. Io, però, ero più attirato dall’altro lato del volto di Giano, cioè dall’enorme molteplicità della natura vivente.  [In uno dei primi lavori da me pubblicati, mentre mi trovavo a Berlino, il pro­blema della «specificità di struttura»9 è già discusso, ma per sottolineare la dubbia natura di queste fantasticherie, l’editore della rivista le pubblicò nel corpo più piccolo a disposizione.]   Dal punto di vista del chimico tale molteplicità si esprime non solo nella conformazione dell’essere o dell’organo, vale a dire morfologicamente, ma molto di più negli innumerevoli legami che sono specifici per questo o quest’altro organismo. Mi era però chiaro che tutti questi diversi pigmenti o sostanze odorose o tossine erano soltanto i sintomi, non le cause della specificità biologica: chi conferisce specificità alle differenze, il vero e proprio autore doveva essere cercato altrove.

Mi sembrava probabile che l’influsso decisivo sulla molteplicità biologica e sulle sostanze che mantengono costanti i fattori eredita­ri di questa molteplicità dovesse provenire dalle componenti cellu­lari di alto peso molecolare, i legami macroscopici che costituisco­no la parte principale di tutti i tessuti. Penso alle albumine e alle proteine coniugate, come, per esempio, le lipoproteine, le muco-proteine e cosi via, i polisaccaridi e gli acidi nucleici. Quanto alle prime, le proteine e i polisaccaridi, la loro attività biologica e le im­portanti differenze chimiche che le contraddistinguono nelle diver­se cellule erano già note da molto tempo. Di fatto la grande fami­glia dei composti albuminici sembrava sostenere il ruolo principale nella determinazione della specificità biologica. D’altra parte, gli acidi nucleici costituivano, per così dire, soltanto l’umile supporto delle albumine, che occupavano i primi posti. L’intera situazione mutò d’un tratto in seguito alla scoperta di Avery, la quale accertò che gli acidi desossiribonucleici sono al centro delle forze che do­minano il processo vitale. Mi sembrò che solo in quel momento la chimica fosse veramente divenuta maggiorenne, in quanto si pre­sentava come la scienza centrale dei processi vitali.

Fino al 1944 il DNA e l’RNA erano intesi al singolare. Si sapeva che gli acidi nucleici erano composti da quattro elementi costitutivi, i nucleotidi; ogni nucleotide consisteva di tre composti chimici collegati tra loro: una base contenente idrogeno (adenina o guani­na, chiamate purine, o citosina, timina e uracile, detti pirimidine), uno zucchero (desossiribosio o ribosio) e acido fosforico. Gli acidi nucleici venivano formulati come piccole catene, in cui i quattro nucleotidi si trovavano collegati tra loro mediante ponti di fosfati. Questo modello strutturale veniva designato come tetranucleotide: un nome che valse a condannare queste sostanze insignificanti e poco istruttive al ruolo di un collante biologico. Grazie alle mie ri­cerche e a quelle dei miei collaboratori, questo modesto singolare si è trasformato, dal 1946, in un gigantesco plurale.

Come ho già detto, sull’influsso della scoperta di Avery ero giun­to alla conclusione che il DNA doveva essere il portatore della spe­cificità delle specie. Ciò poteva dipendere, a mio avviso, da due ra­gioni: o i preparati di DNA ricavati da diverse cellule contenevano diversi elementi costitutivi oppure si distinguevano l’uno dall’altro per la diversa disposizione dei medesimi elementi. Si potrebbe rap­presentare simbolicamente la prima alternativa con la differenza tra due parole come RAMO e REMO: tre lettere alfabetiche, cioè tre nucleotidi, sono identiche, una è diversa. Un semplice esempio per il secondo tipo di differenza potrebbe essere raffigurato con le parole RAMO e OMAR: le medesime componenti disposte in un diverso ordine. Non valeva però la pena di abbandonarsi ai rompicapo fin­ché non c’era la possibilità di controllarne l’esattezza. Anche se si volge lo sguardo a questo passato relativamente recente (poco più di un trentennio), può essere difficile raffigurarci quanto poco allo­ra si sapeva veramente: eravamo riusciti a isolare in quantità consi­derevoli solo due preparati, ma in stato «decomposto»: l’acido de­sossiribonucleico da timo di vitello e l’acido ribonucleico da lievito di birra. Se perfino per la caratterizzazione delle componenti fon­damentali era necessario disporre di enormi dosi di materiale non era neppure il caso di parlare di un’analisi quantitativa. Per dimo­strare la correttezza delle mie ipotesi circa la chimica degli acidi nucleici, era evidentemente indispensabile sviluppare metodi quan­titativi estremamente precisi, che dovevano inoltre potersi applica­re a piccolissime quantità di acido nucleico, dal momento che era indispensabile confrontare diversi organi di molte specie diverse e anche microorganismi relativamente inaccessibili.

Quando nel 1946 mi proposi seriamente di affrontare l’enigma degli acidi nucleici, mi vennero in aiuto alcune felici circostanze: anzitutto, un metodo del tutto nuovo per separare quantità picco­lissime, che era stato sviluppato solo qualche tempo prima; in se­condo luogo, la commercializzazione di un nuovo strumento, che nel nostro lavoro doveva assolvere una funzione di importanza de­cisiva; infine, e questa era la circostanza più importante, avevo ot­tenuto due ottimi collaboratori, il dottor Ernst Vischer e la signora Charlotte Green.

Il metodo era quello descritto nel 1944 da R. Consden, A.H. Gordon e A.J.P. Martin per la separazione di piccole quantità di amminoacidi. Questo procedimento, che ben presto sarebbe stato noto come cromatografia su carta, consiste essenzialmente nel col­locare su una striscia di carta da filtro una goccia della soluzione, che contiene le sostanze da isolare e nell’irrorare poi la striscia con un solvente; ciò determina la produzione di macchie ben distinte l’una dall’altra, ciascuna delle quali contiene una delle componenti della soluzione originaria. Riuscimmo a modificare questo metodo adattandolo all’analisi delle componenti essenziali dell’acido nu­cleico, la purina e la pirimidina. La possibilità di fare della croma­tografia su carta un preciso procedimento quantitativo era dovuta alla disponibilità in commercio del primo spettrofotometro a luce ultravioletta, perché la purina e la pirimidina posseggono nell’ul­travioletto spettri di assorbimento oltremodo potenti e caratteristici.

Quanto a Ernst Vischer, la sua preparazione e le sue conoscenze di chimica, acquisite nella natia Basilea, erano solide non meno delle robustissime scarpe di fattura elvetica che calzava quando per la prima volta entrò nel mio laboratorio. Era l’autunno del 1946. Mi bastò gettare uno sguardo su di lui per chiamarlo con il nome giusto, il «fedele Eckart»: il suo zelo tranquillo, la serietà e la pro­fondità del suo metodo di lavoro, che non si lasciavano scomporre da nulla, la sua onestà intellettuale si rivelarono doti inestimabili specialmente per un uomo come me, in quei giovani anni sicura­mente uno dei quietisti più irrequieti.

Ci mettemmo al lavoro, dapprima noi tre, poi si aggiunsero alcu­ni altri: Stephen Zamenhof, Boris Magasanik, George Brawerman, David Elson, Ed Hodes, Ruth Doniger e non so chi più. Io produ­cevo la maggior parte dei preparati di acido nucleico, Vischer e Green sviluppavano l’analisi quantitativa. Non ci mancò il succes­so, e il nostro primo contributo, una breve provvisoria comunica­zione scientifica, fu pubblicato nel maggio 1947.10 Certo, gli inizi erano modesti: i metodi ancora rozzi, i sistemi usati per i solventi e il modo con cui le zone isolate l’una dall’altra venivano rese visibi­li, erano primitivi, ma avemmo la fortuna di isolare da ognuna del­le sostanze minuscole quantità - circa cinque milionesimi di grammo - e di identificarle. Non posso dire con certezza se prima dei nostri lavori una quantità anche un milione di volte più grande avrebbe dato risultati altrettanto affidabili.

I primi risultati sulla composizione dei preparati di DNA ricavati da diversi tipi di cellule erano lacunosi, poiché i nostri procedimenti erano rozzi, ma valsero a rafforzare la mia convinzione che spe­cie di animali o di piante diverse dovevano contenere tipi differenti di DNA. Cominciai a riflettere in quale modo le diversità di compo­sizione, persino piccole, potessero influire sul contenuto di «infor­mazione biologica». [Dato che a quell’epoca l’umanità non aveva ceduto totalmente ai calcolatori i propri diritti a pensare, è probabile che io abbia potuto usare questa brutta espressione. Purtroppo non abbiamo un’espressione migliore per designare la cie­ca capacità percettiva con cui la materia vivente reagisce a una sostanza attiva.] Ebbe così inizio il «secondo sogno del professor Kekulè» di proporre diversi schemi spettrali. Pensavo a cam­biamenti della sequenza dei nucleotidì, che potevano essere i porta tori della specificità della specie, ma ancora di più pensavo a speci­fiche strutturazioni steriche. Mi ero appassionato di topologia, di­versi tipi di anelli intrecciati gli uni agli altri riempivano il mio uffi­cio, anelli che potevano essere spezzati nel senso della lunghezza e che portavano a strutture stranamente intricate. Quando discussi per la rima volta in pubblico le nostre primissime osservazioni, in un simposio a Cold Spring Harbor e in un congresso di citologia, a Stoccolma, nell’estate del 1947, il DNA apparve perciò come un na­stro di Mobius. In qualche modo mi spiace ancora che questa con­cezione sia rimasta soltanto un’idea campata in aria. Ecco alcuni punti della mia conferenza.

Una delle superfici più semplici studiate in topologia è il cosiddetto nastro di Mobius, che consiste in una lunga striscia di carta, le cui estre­mità vengono incollate dopo che una è stata sottoposta a un certo numero di torsioni. Se, per esempio, un’estremità è stata completamente ruotata (cioè con un angolo di 360°) prima di essere unita con l’altra, e se la stri­scia viene tagliata lungo la linea centrale, si ottengono due anelli intrec­ciati l’uno all’altro entrambi i quali hanno ereditato la rotazione origina­ria. Successivamente è di nuovo possibile dividere ciascun anello in due altri intrecciati, e così via. Un bambino curioso può, cambiando le dispo­sizioni, fare molte scoperte affascinanti sull’ereditarietà di particolarità geometriche e quando è cresciuto e se ne ricorda, quelle scoperte potran­no contribuire ad attenuare, almeno in parte, la paura che si avverte con­siderando la natura apparentemente automatica dei processi vitali.11

Questo è probabilmente il primo puerile abbozzo della divisione dei filamenti nel DNA. La paura non è però scomparsa, anzi è au­mentata, perché abbiamo cominciato a definire la vita proprio co­me automatismo. La maestà della Genesi è stata sostituita da una tecnologia di biopoiesi (creazione di vita) che probabilmente farà dei secoli futuri un incubo che nessuno oggi può nemmeno imma­ginare.

Nei nostri primi tentativi di studiare la struttura del DNA aveva­mo scelto preparati di acido nucleico derivanti da lievito, organi di bovini e bacilli tubercolari, ed è stato un bene, perché specialmente la prima e l’ultima di queste sostanze si differenziano l’una dall’al­tra nel modo più drammatico per quanto attiene alla loro composi­zione. Questa diversità mi dava abbastanza sicurezza per ricono­scere come significative anche piccole differenze, se queste erano riproducibili. Se avessi invece deciso di confrontare il DNA ricavato dal timo di vitello con quello ricavato da pneumococchi, sarei giun­to probabilmente alla conclusione che entrambi non erano diffe­renziabili l’uno dall’altro sotto l’aspetto chimico.

Per terminare l’esposizione di questo episodio, potrà essere inte­ressante citare le frasi introduttive e conclusive del primo studio in cui compendiavo le nostre ricerche, apparso nel 1950 sulla rivista svizzera «Experientia»12

Cominciammo il nostro lavoro ammettendo che gli acidi nucleici sono polimeri complessi e non facilmente identificabili, ad alto peso molecola­re e perciò comparabili, da questo punto di vista, con le proteine. La de­terminazione della loro struttura e delle loro differenze strutturali richiese pertanto lo sviluppo di metodi che soddisfacessero l’analisi precisa di tut­te le componenti dell’acido nucleico. Ci sembrò poi indispensabile pro­durre preparati di acido nucleico da un grande numero di diversi tipi di cellule e di renderli accessibili all’analisi. Tali procedimenti dovevano rendere possibile lo studio di quantità molto piccole, essendo evidente che il più del materiale sarebbe stato molto difficilmente disponibile. I procedimenti sviluppati nel nostro laboratorio ci misero effettivamente in grado di eseguire un analisi completa delle componenti con 2-3 mg di aci­do nucleico, e ciò in sei esami paralleli... Ecco le nostre conclusioni: gli acidi desossipentosinucleici da cellule animali e batteriche contengono, in diverse proporzioni, i medesimi quattro composti azotati, cioè adenina, guanina, citosina, timina. La loro composizione sembra caratteristica per la specie, ma non per il tessuto da cui esse vengono isolate. è pertanto probabile che ci sia un numero enorme di acidi nucleici strutturalmente diversi, un numero certamente più grande di quanto sia dimostrabile con gli attuali metodi di analisi...

Stabilire se polimeri ad alto peso molecolare, esistenti in natura, siano diversi o identici, e qualcosa che spesso esorbita dai mezzi attualmente a nostra disposizione, questo vale soprattutto per quelle sostanze che si dif­ferenziano soltanto per la sequenza, non per le proporzioni delle parti componenti. Il numero dei possibili acidi nucleici, che presentano la stes­sa composizione analitica, è veramente immenso... Credo che non possa insorgere alcuna contraddizione se si afferma che gli acidi nucleici - nell’ambito delle possibilità chimiche - sono da annoverarsi con ogni pro­babilità tra le sostanze (o eventualmente costituiscono la sostanza) cui è affidata la trasmissione dei caratteri ereditari.

Queste profezie, se le confrontiamo con quelle di Ezechiele, sem­brano in certo qual modo abbastanza aride, ma d’altra parte esse si sono avverate molto più rapidamente. L’episodio descritto nella conferenza non era tuttavia concluso, perché nelle bozze del mio contributo avevo aggiunto ancora due nuove frasi.

 

 

8.  Il miracolo della complementarietà

 

Dopo un lungo travaglio interiore mi ero indotto ad aggiungere alla pagina 206 delle bozze il seguente breve paragrafo:12

 

I risultati contraddicono all’ipotesi del tetranucleotide. è tuttavia note­vole (se sia, però, un fatto più che casuale, non si può ancora dire) che in tutti gli acidi desossipentosinucleici da noi finora studiati, i rapporti mo­lari fra tutte le purine e tutte le pirimidine, e anche quelli tra l’adenina e la timina e tra la guanina e la citosina, non sono lontani da 1.

 

Per molto tempo ho avvertito grande ripugnanza ad accettare queste regolarità, perché ho sempre avuto la netta impressione che la nostra ricerca di armonia, di un’armonia facilmente riconoscibi­le e piacevole, servisse soltanto ad abbellire o a eliminare le diffi­coltà di comprendere la natura. In passato, molti ricercatori si era­no sforzati di trovare formulazioni unificanti per le proteine e per altri polimeri naturali ad alto peso molecolare, proprio così come gli acidi nucleici vengono considerati tetranucleotidi semplicemen­te perché essi sono costituiti da quattro componenti. Avevo scoper­to che tutto questo non era vero e volevo, come dissi una volta, «e­vitare di cadere in una forma ammodernata della vecchia trappola in cui erano andati a finire tanti illustri scienziati nel campo della chimica degli acidi nucleici»13 I nostri primi risultati sul DNA risentivano negativamente del fat­to che per l’esame della purina e per quello della pirimidina si do­vevano usare metodi diversi. Ne conseguì che il consumo di purine era sempre più alto di quello delle pirimidine. Ma non potevo fare a meno di notare che nel DNA ricavato da tessuto umano e bovino o dal lievito si trovava sempre più adenina che guanina, più timina che citosina, mentre nel DNA da bacilli di tubercolosi questi rap­porti erano inversi. Quando calcolai i rapporti delle moli tra l’adenina e la guanina e tra la timina e la citosina, li trovai quasi uguali per una data fonte e apparentemente caratteristici per le specie.

Una volta, nel tardo pomeriggio, mentre ero seduto alla mia scri­vania, nello stretto budello che allora mi serviva da ufficio, chiesi a me stesso: «Che cosa ci sarebbe da dire se ammettessi che il DNA contiene uguali quantità di purine e di pirimidine?». Misi assieme tutti i valori che avevamo raccolto sui rapporti di moli fra adenina e guanina e fra citosina e timina in un determinato tipo di DNA e corressi per il 50% ciascuno dei gruppi appartenenti al medesimo complesso: emersero così per la prima volta le regolarità che in quel periodo solevo chiamare rapporti di complementarietà e che, più tardi, divennero famose come appaiamento di basi.

Poiché questa forma di equilibrio non era mai stata trovata prima in natura, io ero forse più sconcertato che lieto per tale scoper­ta: la capacità di scrivere una bella poesia mi avrebbe meno stupi­to. Il fatto avvenne o verso la fine del 1948 o all’inizio dell’anno seguente. Quando nell’estate del 1949 tenni alcune conferenze in Europa, accennai a queste osservazioni, ma incontrai di nuovo scarsa comprensione. Del resto, neppur’io, un primitivo della scienza, vedo di buon occhio che si enuncino leggi naturali sulla base di fattori di correzione e pertanto lasciai da parte la scoperta della complementarietà quando, utilizzando gli appunti per le con­ferenze, ricostruii la comunicazione scientifica che faceva il punto sulla mia attività di ricerca.12 Intanto, però, avevamo migliorato notevolmente i nostri metodi: ora potevamo determinare tutte le componenti azotate in una medesima analisi. Avevamo molti più preparati per l’analisi e i risultati furono così soddisfacenti che non era più necessaria alcuna correzione. Acquistai fiducia e aggiunsi il paragrafo che prima ho riportato. Una conferenza che tenni agli inizi del 1951, è tutta pervasa da quel sentimento14 e mette espres­samente in risalto le differenze determinate dalla specie nel DNA e le regolarità nella composizione comuni a tutti i preparati DNA; sottolinea l’esistenza dei cosiddetti «tipi AT e GC» del DNA, secon­do se prevalgono le somme di adenina e di timina o quelle di gua­nina e di citosina, e, infine, conclude:

 

Conviene terminare questa esposizione troppo sommaria con una am­missione di ignoranza. Dalle nostre ricerche abbiamo imparato soprattutto quanto poco ancora sappiamo della chimica degli acidi nucleici. La specificità chimica delle macromolecole e le loro reciproche interazioni  - che assicurano l’organizzazione della cellula - possono essere comprese solo parzialmente sulla base delle nostre attuali conoscenze. Nel persegui­re un problema scientifico agiscono due principi, generalizzazione e sem­plificazione ambedue necessari, ambedue pericolosi. è evidente che im­pariamo più geometria dalle illustrazioni dì un manuale di geometria de­scrittiva che dalle belle riproduzioni del libro On Growth and Form di Sir D’Arcy Thompson, ma è difficile dire dove si trova la soglia di pericolo, oltre la quale un’eccessiva semplificazione provoca necessariamente una carenza di conoscenza dogmatica Dobbiamo forse mettere in risalto la molteplicità della natura, che ci fa dimenticare la semplicità del suo pro­getto fondamentale, oppure è giusto che la struttura essenziale abbia il sopravvento sulle forme casuali? Nella Moglie di campagna, di Wycherley, un ciarlatano viene così apostrofato: «Dottore, Lei non sarà mai un buon chimico, perché Lei e così scettico e impaziente». Se la pazienza e la cre­dulità rappresentassero tutto ciò di cui il chimico ha bisogno, il problema degli acidi nucleici - ancor sempre così enigmatico e inafferrabile - sa­rebbe già stato risolto da un pezzo.

 

Le regolarità nella composizione degli acidi desossiribonucleici (alcune persone cortesi parlarono, più tardi, di «regole di Char­gaff») si presentano nel modo seguente: a) la somma delle purine (adenina e guanina) è uguale a quella delle pirimidine (citosina e timina); b) il rapporto delle moli tra adenina e timina è 1; c) il rap­porto delle moli tra guanina e citosina è 1; conseguenza immediata di queste relazioni, d) il numero di 6-amminogruppi (adenina e citosina) è uguale al numero di 6-chetogruppi (guanina e timina).

Per diversi aspetti non ero io l’uomo giusto per fare queste sco­perte: ricco piuttosto di inventiva che di spirito analitico, apocalit­tico più che dogmatico, cresciuto e educato a disdegnare la pubbli­cità, personaggio scomodo nelle riunioni scientifiche, restio alle relazioni sociali, sempre più felice in mezzo ai giovani che tra i sa­pienti, più spaventato da un mondo assurdo che preso dal tentativo di comprenderlo, ma sempre consapevole, giorno e notte, che ci so­no più cose da vedere di quante sia possibile vedere e che ci sono persino ancora più cose di cui si dovrebbe tacere.

Non credo che il mio scritto, apparso nel 1950 su «Experientia», abbia fatto impressione; neppure i principali fruitori delle mie osservazioni mi hanno citato, ma forse l’hanno fatto con inten­zione. Tutto sommato, sono incline a pensare che il clima scientifico non era ancora pronto ad accogliere idee riguardanti l’informa­zione biologica, il suo mantenimento e la sua diffusione, e che oc­correva un enorme sforzo propagandistico o, per dirla in tono più amichevole, un enorme impegno educativo, per ottenere tale risul­tato. Quanto a me, non sarei stato capace di una simile prestazione.

è quasi impossibile ricostruire l’atmosfera morale, intellettuale e materiale di un’epoca passata e ciò in netto contrasto con la relati­va facilità con cui spesso se ne possono enumerare gli eventi stori­ci. [Si può stabilire ciò che Napoleone ha fatto il 18 brumaio, ma non quello che -egli ha pensato, che, a sua volta, non è la stessa cosa di quello che, Napoleone voleva far credere di pensare. Quando si tratta di registrare un dato avvenimento per il tramite di singole persone, brancoliamo ancor più nel buio: recentemente ho letto l’epistolario fra Goethe e Schiller, e sono rimasto sorpreso nel constatare che in tutta la loro vasta corrispondenza - più di mille lettere dal 1794 al 1807 - il Bonaparte fosse ricordato sol tanto una volta.] Per questo motivo la storia delle idee è un’impresa insicura, e ciò rende quasi impossibile anche la storia delle scienze, a meno che ci accontentiamo di una descrizione aneddotica e rozzamente cronologica: ma in questo caso avremo una cronaca, non una storia.

Perciò mi riesce difficile seguire con esattezza storica lo sviluppo delle mie idee circa gli acidi nucleici e, se voglio sapere su che cosa stavo riflettendo nell’estate del 1948, devo ricorrere a una raccolta di aneddoti.15 Sempre più polimane che monomane, mi ero occupa­to di tante cose così diverse!

In ogni modo, non si può negare, anche se molti pur sempre lo vorrebbero, che la scoperta della complementarietà delle basi nel DNA abbia notevolmente influito sullo sviluppo del pensiero biolo­gico. Questo influsso probabilmente non è ancora finito, e l’«ulti­ma parola» su un qualsivoglia problema scientifico verrà detta solo quando sul nostro pianeta la vita cosciente sarà giunta al termine. Ma i pesanti sigilli d’oro applicati alle bolle dalla biologia moleco­lare fanno sì che diventi sempre più difficile riaprire i documenti per aggiungervi altri codicilli. Ripensando all’arco di tempo di do­dici anni dopo le nostre pubblicazioni originarie, rimasi io stesso stupito.

 

Negli ultimi tempi poche conquiste, non so se per il meglio o per il peggio, hanno esercitato un’influenza così grande sul pensiero biologico come la scoperta dell’appaiamento delle basi negli acidi nucleici. I principi di complementarietà sono oggi alla base non solo delle moderne vedute circa la struttura degli acidi nucleici, ma costituiscono anche la chiave di volta di tutte le riflessioni, più o meno fondate, sulle proprietà fisiche (de­naturazione, ipocromicità e così via) di questi composti, sulla trasmissio­ne di informazioni biologiche dall’acido desossiribonucleico all’acido ri­bonucleico, e sul ruolo che questo svolge nel controllo della sintesi di pro­teine specifiche. Su essi si basa l’attuale spiegazione del meccanismo che attiva gli amminoacidi prima che questi si uniscano a sintetizzare una proteina, e vengono continuamente utilizzati anche nei tentativi di decifrare il codice dei nucleotidi, responsabile della sequenza specifica degli amminoacidi di una proteina.7

 

Quando cominciai a rendermi conto quanto singolari fossero le regolarità che avevamo scoperto, cercai naturalmente di compren­dere che cosa significasse tutto ciò, ma i risultati furono scarsi. Di fronte a un mistero sono sempre stato propenso a contemplarlo con stupore piuttosto che a spiegarlo agli spettatori. I più diranno che questa è una qualità estremamente poco scientifica, e temo che abbiano ragione. Tentai tuttavia di costruire modelli molecolari di nucleotidi, avendo imparato dai nostri precedenti lavori sulla ino­site quanto sia importante prendere in considerazione e studiare modelli corretti: potevamo così ricavare dalle diverse strutture mo­lecolari degli isomeri il diverso comportamento di questi composti rispetto all’ossidazione enzimatica. Sfortunatamente, i modelli di atomi in mio possesso erano assai pochi e troppo complessi e in­gombranti. Appena terminavo di costruire un nucleotide, questo si spaccava in uno o più punti delle sue numerose connessioni, e do­po aver fabbricato un trinucleotide, ero alla fine dei miei atomi e, ancor più, della mia pazienza. Giocando in questo modo stentato con modelli di adenina e di timina, credevo effettivamente di nota­re una sorta di speciale reciproco adattamento di queste molecole (non mi ricordo della coppia corrispettiva guanina-citosina) ma non ebbi mai modelli a sufficienza di due catene di nucleotidi, per poter osservare qualcosa di significativo. Ben presto rimossi tutta questa esperienza traumatica, perché, come complicateur terrible sempre due passi in anticipo sulla realtà, sognavo qualcosa di mol­to più grandioso di una semplice striscia stampata con caratteri speciali. Non volevo ammettere che la natura è cieca e che legge il Braille; in realtà non riesco ancora a rassegnarmi. Così persi l’oc­casione di diventare un oggetto di esposizione nelle diverse sale della celebrità dei musei di scienza naturale. Per avere successo in questa disciplina ci vuole un genere del tutto speciale di limitatez­za, che non ho mai posseduto, sebbene la Provvidenza me ne abbia dati molti altri.

Nel frattempo, sulla struttura dell’acido nucleico avevamo conti­nuato a pubblicare studi che cominciarono a suscitare qualche at­tenzione. Il primo eminente scienziato che si interessò dei miei la­vori fu il biologo svedese John Runnström, che mi invitò nel suo laboratorio a Stoccolma, dove produssi DNA da diversi tipi di sper­ma di riccio di mare, e venne poi a trovarmi a New York. Avevo molta simpatia per quell’uomo gentile e vivace in un modo così po­co svedese: mi sembrava l’ultimo esponente di quei grandi scien­ziati del passato che riuscivano ad associare l’ardimento a un pro­fondo rispetto per la natura. Per il suo tramite conobbi Georg von Hevesy ed Einar Hammarsten. Hammarsten, benché avesse in ma­niera più convincente di qualsiasi altro dimostrato che il DNA era caratterizzato da un alto peso molecolare, non sembrava impres­sionato da ciò che gli raccontavo; del tutto diverso invece fu l’at­teggiamento di Hevesy o di Erik Jorpes, un ricercatore i cui contri­buti nel campo della biochimica non hanno forse trovato il merita­to riconoscimento.

Due illustri cristallografi inglesi, J.D. Bernal e W.T. Astbury, si erano già resi conto da molto tempo quante cose interessanti si po­tessero ricavare dagli acidi nucleici. Astbury venne da me a New York nel settembre del 1950, poco dopo la pubblicazione del mio scritto su «Experientia», più tardi gli inviai alcuni dei miei prepara­ti di DNA. Un giovane biofisico inglese, M.H.F. Willkins, mi fece visita l’anno seguente e prese con sé alcune provette di DNA da me preparate; ciò avvenne mentre si svolgeva un congresso Gordon a New Hampton, New Hampshire, al quale partecipai insieme con alcuni eccellenti chimici, esperti di acido albuminico e nucleico. A queste sostanze è legato il ricordo del meraviglioso Linderstrøm-Lang; lo avevo conosciuto a Stoccolma, nel 1947, durante il con­gresso internazionale di citologia, quando egli si offrì di darci un passaggio in automobile per qualche posto a Uppsala. La sua auto descrisse una sorta di arabesco topologico, ma allorché per la quin­ta o per la sesta volta mi comparve davanti agli occhi la stessa chie­sina, gli feci timidamente notare che con ogni probabilità stavamo descrivendo una circonferenza. «Qualunque cosa fosse, non era una circonferenza», rispose Lang e poi abbandonò quel percorso stregato. Benché non mi ricordi esattamente dove eravamo diretti (forse volevamo andare a trovare Arne Tiselius), certamente rag­giungemmo la nostra meta, altrimenti non potrei ora scrivere que­ste righe. In ogni modo, Linderstrøm-Lang era più grande come uomo che come guidatore di automobile. Mi vengono in mente molti colleghi di cui potrei dire il contrario.

I preparati di DNA che diedi ai cristallografi perché li studiassero con i raggi X non erano adatti a ricerche di tipo fisico e perciò ri­chiamai la loro attenzione su questo particolare: erano stati pro­dotti con particolare riguardo alla purezza e alla omogeneità chi­mica, ma una completa disidratazione li aveva privati del loro con­tenuto di acqua, un elemento strutturalmente importante; si era così ottenuto una sorta di feltro bianco come la neve, particolar­mente adatto alle ricerche chimiche, ma per effetto del processo di trattamento i preparati dovevano essersi certamente rotti in molti punti. Ma tutto questo non si rivelò una cosa molto importante. Mentre mi proponevo di andare avanti con il mio ritmo misura­to, non mi rendevo sufficientemente conto che ci trovavamo sulla soglia di un nuovo genere di ricerca: una biologia normativa, in cui la realtà serve soltanto a confermare previsioni e, se non è in grado di farlo, viene sostituita da una nuova realtà. Per quanto riguarda i dogmi, invece, questi non richiedono alcuna sperimentazione. Per conseguenza, anche la struttura dell’acido desossiribonucleico, così come viene oggi generalmente accettata, è stata proposta per via totalmente deduttiva, in un modo, cioè, che non esigeva affatto ve­ri preparati di acidi nucleici ad alto grado di polimerizzazione o demoliti. Naturae imperatum est (si è impartito un ordine alla natu­ra) possiamo dire variando il celebre avvertimento di Francesco Bacone   [«Naturae enim non imperatur nisi parendo» (Non si comanda alla natura se non ubbidendo) (Bacone, Novum Organum, paragrafo 129)]  : nessuno però ha pensato di ubbidire.

 

 

9.    Ritratto di due giovani su fondo nero

 

Quando incontrai per la prima volta F.H.C. Crick e J.D. Watson a Cambridge negli ultimi giorni del maggio 1952, mi sembrarono una coppia male assortita. Questo episodio per niente memorabile è stato dipinto o ridipinto («Cesare entra nel Rubicone»), ritoccato o riverniciato. Le diverse autoglorificazioni e agiografie15,16 sono state così generose di aureole posticce, che perfino io stesso con la mia buona memoria per fatterelli comici e la mia grande ammira­zione per i film dei fratelli Marx, trovo difficile grattar via tutta l’incrostazione leggendaria. Cercherò comunque di riportare alla luce il piccolo avvenimento e spero che ne risulteranno ritratti me­no deformati del celebre autoritratto del Parmigianino nel museo di Vienna.

Ecco come andò la faccenda. L’estate del 1952 sembrava un pe­riodo caratterizzato da un’eccezionale mole di lavoro: il congresso di biochimica a Parigi, conferenze all’Istituto Weizmann e in alcu­ne città europee, poi un altro tentativo fallito, come già due prece­denti, di ottenere una cattedra in Svizzera. La mia prima conferen­za era prevista a Glasgow. Durante il viaggio trascorsi i giorni dal 24 al 27 maggio a Cambridge, dove John Kendrew mi aveva procu­rato un alloggio al Peterhouse College. In questa occasione egli mi pregò di conferire con due persone del Cavendish Laboratory, che proprio allora stavano per occuparsi degli acidi nucleici: non gli era chiaro che cosa intendessero fare né suonava molto promettente.

La mia prima impressione non fu certo buona e non migliorò nonostante le facezie che animavano il colloquio tenuto subito do­po, se «colloquio» è il vocabolo giusto per designare qualcosa che sembrava una tirata di parole slegate fra loro. Per prevenire l’accu­sa di crimen laesarum maiestatum, devo rilevare che coppie mitolo­giche o storiche, come Castore e Polluce, Armodio e Aristogitone, Romeo e Giulietta, dovevano sembrare del tutto diverse prima dell’azione rispetto a quel che sarebbero state successivamente. Co­munque, ho l’impressione di aver perso l’opportunità di vivere il brivido di un momento storico, un cambiamento nel ritmo cardia­co della biologia. Inoltre giudicavo talmente esigua la probabilità che due geni fossero associati nel Cavendish Laboratory, da non prenderla neppure in considerazione: ebbi la sfortuna di conoscere quei due grandi quando erano ancora straordinariamente piccoli; ciò che spuntava fuori dai loro zaini non erano propriamente ba­stoni da maresciallo, e persino gli zaini erano ben poco appariscen­ti. Il mio giudizio fu sicuramente affrettato e forse sbagliato. Che aspetto avevano dunque i personaggi che si ergevano davanti a me? Uno, sui quarantacinque anni, vivace, pallido: l’incarnazione o, meglio, l’ossificazione della caricatura di Cruikshank o di Dau­mier, o, se si vuole, un personaggio tratto dalla Carriera di un liber­tino di Hogarth, del quale si potrebbero leggere altre notizie in Li­chtenberg; una voce acuta, agitata, simile a quella di un instancabi­le ottavino con alcune luccicanti pietruzze d’oro nel torbido torren­te delle sue chiacchiere. L’altro, molto più giovane, con un eterno sorriso e un’espressione alquanto subdola sul viso non ancora ma­turo, una giovane figura di spilungone, che in qualche modo mi ri­cordava (come ho già detto un’altra volta)17 uno dei garzoni del cal­zolaio nel Lumpazivagabunds di Nestroy. Riconobbi subito un nu­mero di varietà con artisti bene affiatati, anche se in anni successivi la duplice spirale si allentò notevolmente. Il repertorio era invece una sorpresa: da quel che potevo capire i due, non gravati da alcu­na cognizione di chimica su questo argomento, volevano in qualche modo definire il DNA come un’elica; il principale motivo di ispira­zione sembrava il modello a elica-α di una proteina, approntato da Pauling, perché era naturale estendere questo principio di struttura ad altre macromolecole concatenate Non mi ricordo se effettiva­mente ho avuto l’opportunità di vedere un modello dimensional­mente corretto di una catena di polinucleotidi, però non lo credo, perché quei ricercatori non avevano ancora alcuna familiarità con le strutture chimiche dei nucleotidi; già allora si preoccupavano in­vece, e probabilmente avevano ragione, della corretta geometria della loro spirale. Mi è anche uscito di mente se siano state mai citate le ricerche della struttura del DNA, effettuate con i raggi Röntgen contemporaneamente da Rosalind Franklin e da M.H.F. Wilkins al King’s College di Londra. Poiché almeno in quel tempo non avevo fiducia che le fotografie eseguite con i raggi X di prepa­rati di polimeri ad alto peso molecolare molto allungati e messi in salamoia nei modi più disparati potessero avere qualche utilità per la biologia, è plausibile che non abbia dedicato abbastanza atten­zione a questo aspetto della ricerca.

Era chiaro che mi trovavo di fronte a una novità assoluta: enor­me ambizione e aggressività, associate a una quasi totale ignoranza e disprezzo della chimica, la più reale di tutte le scienze esatte, un disprezzo che più tardi doveva esercitare un’influenza molto dan­nosa sullo sviluppo della «biologia molecolare». Quando ripenso ai molti anni grondanti di sudore passati nella preparazione di innu­merevoli preparati, alle ore (quante?) occorse per analizzarli, non posso fare a meno di restare sbalordito; sono convinto che se aves­si avuto più contatti per esempio con i fisici teorici, mi sarei stupito molto di meno. In ogni modo, essi stavano qui davanti a me, con le loro speculazioni, destreggiandosi con le loro ipotesi, avidi di infor­mazioni. Così pareva a me, un uomo la cui limitata facoltà visiva è nota a tutti.

Dissi loro tutto ciò che sapevo. Se avevano già sentito qualcosa sulle regole di appaiamento, essi non me lo dicevano, ma poiché sembrava che non sapessero gran che di qualsivoglia cosa, non mi stupivo troppo. Parlavo dei nostri primi tentativi di spiegare le re­lazioni di complementarietà con l’ipotesi che nelle catene di acidi nucleici l’acido adenilico si presentava sempre accanto all’acido ti­midilico, ma noi stessi respingemmo questa ipotesi, quando ci ac­corgemmo che la graduale demolizione degli enzimi rispondeva a un modello totalmente aperiodico: infatti, se la catena di acidi nu­cleici fosse consistita di una disposizione di dinucleotidi A-T e G-C, le regolarità avrebbero dovuto mantenersi.

Credo che il modello a duplice filamento del DNA fosse la conse­guenza del nostro colloquio, ma cose di questo genere devono esse­re affidate a un giudizio posteriore:

 

Quando Iudex est venturus,

cuncta stricte discussurus.

 

[Sono due versi del Dìes irae: ... «quando il giudice verrà a indagare tutto con severità». (n.d.r.)]

 

 

Quando, un anno più tardi, Watson e Crick pubblicarono la loro prima comunicazione sulla doppia elica, ignorarono il mio appor­to e citarono soltanto un piccolo lavoro del nostro laboratorio pub­blicato nel 1952, poco tempo prima del loro, ma non come sa­rebbe stato lecito aspettarsi - i miei esaurienti contributi apparsi molto tempo prima.12,14

In seguito, quando i vorticosi balletti dei dervisci molecolari rag­giunsero il culmine della frenesia (tutto, non solo la biologia, di­venne d’un colpo «molecolare»), spesso molte persone, più o meno in buona fede, mi chiesero perché non avessi scoperto il famoso modello. Rispondevo sempre che ero stato troppo sciocco, ma che se Rosalind Franklin e io avessimo potuto lavorare insieme, avremmo portato a termine qualcosa del genere in uno o due anni. Dubito, però, che saremmo riusciti a elevare la doppia elica a ciò che una volta ho definito «il simbolo potente che ha sostituito la croce come firma dell’analfabeta di biologia»

 

 

10.      Fiammiferi per Erostrato

 

Quando, nel 356 a.C., l’Artemision - una delle sette meraviglie dell’antichità - andò in fiamme, fu tratto in arresto un uomo che confessò di avere appiccato il fuoco per immortalare il proprio no­me, e, quando i giudici lo condannarono, decisero che il suo nome sarebbe stato eternamente sconosciuto. Ben presto, però, lo storico Teopompo sostenne che il nome dell’incendiario era Erostrato. Non è possibile stabilire se questo era davvero il suo nome o se Teopompo voleva soltanto fare arrabbiare qualcuno, per esempio suo suocero. Quando, qualche tempo fa, citai il nome di Erostrato in un mio scritto, l’editore mi chiamò per telefono e disse che nes­suno della casa editrice aveva mai sentito quel nome, dando così una soddisfazione tardiva ai giudici di Efeso.

Se Erostrato si è meritato l’immortalità per aver distrutto con il fuoco il tempio di Artemide, non si dovrebbe forse dimenticare del tutto l’uomo che gli ha dato i fiammiferi. Quell’uomo sono io.

Temo di essere frainteso dicendo che tutte le grandi scoperte scientifiche (o, come taluni direbbero, tutti i grandi progressi della scienza) contengono un elemento erostratico, una perdita insosti­tuibile di qualcosa che l’umanità non può permettersi di perdere. Probabilmente ciò non si notava finché le scienze erano modeste e impotenti, e i più grandi fra tutti gli spiriti che mai siano stati attivi nelle scienze - gli scopritori del fuoco, gli inventori della ruota, coloro che hanno coniato concetti come tempo o energia - riman­gono, come benefattori dell’umanità, celati in un’antichissima neb­bia. Non si può stabilire se Prometeo abbia meritato di essere tor­mentato dalle aquile; i creatori del mito credevano certamente che gli dei avessero le loro buone ragioni.

Agli inizi della storia, c’era, come è probabile, una chiara distin­zione fra ricerca scientifica e tecnica. Tranne poche eccezioni, la tecnica non può essere considerata un’applicazione della ricerca scientifica che si avvale del processo induttivo, ma piuttosto deve essere intesa come un processo, poco sistematico, di apprendimento che cresce con l’esperienza Agli inizi della fase moderna delle scienze della natura, nei primi anni del XVII secolo, la distinzione divenne molto più incisiva e per quanto concerne gli ultimi cento­cinquant’anni si dovrebbe in ogni singolo caso discutere se la scienza ha influito sulla tecnica o viceversa, ma non intendo certo avventurarmi a soppesare il guadagno o la perdita.

Gli effetti filosofici e morali delle scienze furono diversi a seconda delle condizioni storiche e sociali. La fisica newtoniana influì in un modo sicuramente diverso su Newton stesso rispetto a Voltaire. Cartesio, Malebranche e Diderot lessero probabilmente i medesimi libri, ma le conclusioni che ne trassero furono diverse. Non abbia­mo elementi per dire che Pascal avesse dimenticato le sue nozioni di matematica, quando cominciò a lavorare all’Apologia. La scien­za scosse chi si prestava a esserne scosso e consolidò chi era già solido; la sua utilizzazione come arma ideologica doveva venire in anni più recenti.

Tra le varie scienze la biologia occupa un posto particolare e, an­che se uscì soltanto tardi dalla sua fase puramente descrittiva e classificatoria, la sua influenza fu immediata. Al tempo di Copernico, Tyge Brahe, Keplero e Galilei, solo l’astronomia può essere paragonata alla biologia, ma il profondo mutamento nella nostra concezione della natura determinato dalla moderna biologia non ha prodotto né nenie di lutto né inni di gloria, né The Sun Is lost, and th’earth..., di John Donne, e nemmeno Die Sonne tönt nach alter Weise, di Goethe. [«[E la nuova filosofia mette tutto in dubbio, / .. ] il sole è perduto, e la terra [; e nessun ingegno umano / può indicare all’uomo dove andarlo a cercare.]» J. Donne, Anatomia del mondo, in Anatomia del mondo. Duello della morte, trad. it. di O. Melchiori, Mondadori, Milano 1983. «Risuona il sole al suo modo antico [nell’emula armonia delle sfere sorelle...]» J.W. Goethe, Faust, Prologo in cielo, trad. it. di G. Manacorda, Mondadori, Mila­no 1949. (n.d.r.)]

Negli ultimi anni, i grandi nomi della biologia sono Darwin, Mendel e Avery. L’influsso di Darwin sul pensiero e sulla prassi di ricerca fu quasi immediato; sotto molti aspetti egli è il Richard Wagner delle scienze naturali, e non a caso uno spirito sensibile, fragile e destinato a spezzarsi, come quello di Nietzsche - ogni li­neetta di sospensione è un trauma del suo pensiero - fu vittima di entrambi. La fama di Mendel ebbe bisogno di tempi più lunghi per affermarsi, ma appena la genetica fu riconosciuta come scienza au­tonoma - sia pure male intesa in vaste cerchie di studiosi - il mendelismo trovò, al pari del darwinismo, una rapida e sfrenata volgarizzazione. Sarebbe un’idiozia incolpare questi ricercatori dei misfatti commessi in loro nome (i macellai avrebbero senza dubbio potuto trovare altri santi protettori), ma il fetore promanante da slogan come «il miglioramento della razza superiore», con tutti gli inauditi orrori che l’hanno accompagnato, non si dissolverà mai. Mendel non ne ha colpa alcuna, non si può dire però altrettanto di Darwin; la vergogna principale tocca tuttavia ai violenti che hanno formulato quelle parole d’ordine.

Avery esercitò la sua influenza su un piano del tutto diverso, li­mitandosi alle scienze biologiche, e il suo nome è tuttora scono­sciuto in larghe cerchie. Mentre i successori di Mendel poterono dimostrare che le leggi dell’ereditarietà da lui scoperte erano ricon­ducibili a fattori ereditari realmente esistenti e riscontrabili nei cromosomi, la scoperta di Avery richiamava la natura chimica di quei fattori, cioè la composizione dei geni. Le osservazioni fatte nel mio laboratorio completarono la ricerca, in quanto dimostravano che gli acidi desossiribonucleici potevano effettivamente rappre­sentare testi ricchi di informazioni precise e che, inoltre, tali testi avevano in comune una qualità del tutto nuova, presentando un appaiamento rarissimo e inaspettato di componenti del DNA. Tutte queste scoperte erano il risultato di un pensiero induttivo, si fonda­vano su numerose osservazioni sperimentali, come fu il caso di suc­cessive importanti scoperte: per esempio, nella scoperta dei mecca­nismi di duplicazione degli acidi nucleici e nell’esplorazione del co­dice genetico.

Il modello a doppia elica del DNA, che ebbe un notevole influsso sulle scienze biologiche, è qualcosa di affatto diverso. Nel modo in cui fu presentato, questo modello è in sostanza un capolavoro di imballaggio, un gioco estremamente abile e arguto della mente, e come tale ben si adattò alla vigorosa campagna pubblicitaria che si scatenò quasi subito dopo la sua formulazione. Dodici anni più tardi, volgendo lo sguardo a quel trambusto iniziale, così scrissi:20

 

Non è questa la sede per scrivere l’histoire intime di una scoperta, ma voi sapete che il più eminente simbolo carismatico del nostro tempo - la scala a chiocciola, che, come speriamo, conduce al cielo - è stato oggetto di una pubblicità notevolmente penetrante. è servita come emblema, si trova impressa sulle cravatte, orna fogli di carta da lettera, è collocata da­vanti a certi edifici come scultura di richiamo commerciale. Ed è penetra­ta persino nelle sfere, più alte, dell’arte manieristica. Il carattere semirigi­do, pieghevole, della struttura del DNA ha probabilmente ispirato a Salva­dor Dali i suoi duttili orologi; e così, l’Arcimboldi del nostro tempo ha più volte dipinto il ritratto di una doppia elica alquanto floscia e forse in parte un poco snaturata. [In un’esposizione di Dalì, a New York, nel 1963, uno dei suoi quadri si intitola­va Galacidalacidacidodesossiribonucleico e in una verbosa spiegazione, stampata sul catalogo, i nomi degli inventori della doppia elica figuravano insieme a quelli di Isaia e di Gesù Cristo.] Se considerate che in Tiziano non si trova nep­pure un’eco di Copernico, come, del resto, in Rubens o in Poussin non v’è traccia di Keplero o di Galilei, ne argomenterete forse qualcosa per la no­stra arte, ma temo che potrete imparare anche qualcosa circa la nostra scienza della natura.

Tutti questi gai rumori, questo esuberante spirito carnascialesco hanno avuto uno spiacevole effetto: la maggior parte degli studenti non studia più la natura, esamina modelli.

 

Sono passati ormai molti anni da quando scrissi queste righe. Le acque si sono placate, perché la scienza viene lentamente soffocata, in parte a causa della sovrapproduzione, in parte per effetto del sottofinanziamento Le cattive condizioni cui allude l’ultima frase della mia citazione, durano tuttora. Lo spirito texano («per l’im­possibile ci occorrono soltanto tempi un po’ più lunghi») ha cele­brato nella scienza molti effimeri trionfi, ma la nuova scienza, nata dalla fusione di chimica, fisica e genetica, voglio dire la biologia molecolare, continua a essere imperatoria e dogmatica. Uno dei dogmi più fastidiosi da essa annunciato, il cosiddetto dogma cen­trale (DNA=RNA; RNA=albume), oggi non è più sostenibile (non ho mai accettato questa posizione come risulta dalle conferenze che tenni a Mosca nel 1957 e a Vienna nel 1958),21, 22 ma il fatto che si sia potuto far scendere certi dogmi dal piedestallo indica in qua­le modo infausto la scienza sia cambiata.

Era il tempo in cui cominciavo a sentirmi molto isolato: né il paese, né la professione, né la lingua, né la società e neppure la contemplazione serena e riverente della natura sembravano offrirmi un rifugio. Tutti moriamo in un carro armato di ghiaccio, solevo dire. Ma non avevo ancora 55 anni. Lo studio razionale, pieno di amore e di zelo, della natura aveva ceduto il posto a una caccia affannosa e chiassosa del sensazionale e di «sfondamenti»; un ge­nere del tutto nuovo di scienziati affollava i laboratori e i congres­si. Mi chiedevo se anch’io non avessi contribuito, sia pure in picco la parte, alla loro formazione; ma risposi a questa domanda con un no pronunciato sottovoce e per ragioni di sicurezza ripetei le belle parole con cui la guerra viene rifiutata in una poesia di Matthias Claudius: «Purtroppo è la guerra... e io desidero ardentemente di non averne colpa!». Se poi con questo sfogo lirico mi sia veramente scaricato della colpa, è un’altra questione.

 

 

11. Nella luce dell’oscurità

 

Nel 1969 ero stato invitato per una conferenza a Basilea. Ciò do­veva servire a due scopi: commemorare i cento anni che erano pas­sati dalla scoperta del DNA ad opera di Friedrich Miescher e festeg­giare il venticinquesimo anniversario del periodico svizzero di scienze naturali «Experientia». Poiché non mi erano estranei né il DNA né la rivista, sulla quale era apparso il mio vecchio contributo sugli acidi nucleici, nel quale per la prima volta pubblicavo le rela­zioni di complementarietà da noi osservate nel DNA, fui ben lieto di accettare l’invito. Tenni la conferenza in un piacevole giorno di maggio nell’elegante aula magna dell’università, affollata di giova­ni, il mio pubblico preferito: era una folla insolita che metteva in discussione molte cose, sincera e sospettosa insieme, perché era un periodo di grande fermento studentesco in tutto il mondo, una sol­levazione verso nuovi, indefiniti orizzonti. L’anno precedente aveva visto passare fiammeggiando la singolare insurrezione di Pa­rigi, forse l’ultimo tentativo della gioventù di prendersi aria per re­spirare. Ma tutto ciò si sarebbe purtroppo ben presto volatilizzato, senza lasciare vere e proprie tracce, in assoluto contrasto con il movimento romantico di centocinquant’anni prima, a cui mi richiamava sotto certi aspetti la nuova ondata di entusiasmo. I gio­vani non erano certo venuti per ascoltare me solo; infatti, l’emi­nente ecologo Nikolaas Tinbergen doveva parlare di etologia. Na­turalmente il pubblico non era formato soltanto da studenti, in sa­la c’erano anche molti ricercatori di altissimo livello; uno di questi, il famoso chimico organico Leopold Ruzicka, seguì con viva atten­rione le mie parole, nonostante i suoi 82 anni, e al termine della conferenza si alzò e proferì alcune parole sin troppo lusinghiere nei miei confronti.

Prima di scegliere l’argomento della conferenza avevo molto ri flettuto su Friedrich Miescher, [Friedrich Miescher (1811-1887), fisiopatologo svizzero, fu lo scopritore degli acidi nucleici. (n.d.r.)] un personaggio affascinante, il quale mi sembrava uno dei rari ricercatori che io solevo definire die Stillen im Lande (i silenziosi nel paese). Mi chiedevo anche come in tempi più tranquilli potesse nascere e svilupparsi una nuova idea scientifica. Per formulare un piano scientifico con prospettive di successo, occorre soddisfare molte condizioni preliminari, che de­vono interagire con un determinato sincronismo. è anzitutto indi­spensabile porre alla persona giusta la domanda giusta, e ciò può avvenire in un modo apparentemente casuale o può essere una cir­costanza che si presenta molto più spesso di quanto immaginiamo. Infatti non è possibile riconoscere il «Raffaello disgraziatamente nato senza mani» di Lessing, né il «muto Milton senza gloria» di Thomas Gray: in altri termini, non è escluso che anche nelle scien­ze naturali uno debba, ma non possa. Meno casuale è che quest’uomo trovi un suo pubblico, cioè che egli possa pubblicare e trovare chi lo legga; ma probabilmente non doveva essere una cosa tanto facile neppure nei giorni idilliaci del secolo scorso. In ogni modo, quel che più importa è che i tempi siano maturi sia per la domanda sia per la risposta. Ciò che un’epoca si prende a cuore, muore tal­volta con essa, e gli esempi sono numerosi. I bestsellers scientifici non sono, tutto sommato, più duraturi di altri bestsellers, e si sareb­be potuto dire che se i lavori di Miescher trovarono così scarsa ri­sonanza, mentre egli era in vita, proprio tale insuccesso fu di buon auspicio per il loro valore duraturo. Questa conferenza (in sostanza un libero sguardo panoramico su un secolo di ricerca nel campo dell’acido nucleico) venne poi riela­borata in forma di saggio con il titolo Introduzione a una grammati­ca della biologia. Poiché ritenevo fosse bene che il mio scritto rag­giungesse un pubblico più vasto, lo offri alla rivista mensile tede­sca «Merkur», ma l’editore, meravigliato, lo respinse, e così venne alla fine pubblicato sul periodico svizzero «Experientia»,5 sul quale ebbe modo di vederlo il compianto Sam Granick, della Rockefeller University, un valente e rispettabile biochimico, che fu così im­pressionato dal mio contributo da scrivere di sua propria iniziativa all’editore del periodico «Science», sollecitandolo a pubblicare una traduzione in lingua inglese. Benché abbia sempre definito la lin­gua madre come la lingua che non può essere tradotta, cedetti al pressante invito di eseguire personalmente la traduzione in inglese, e in questa forma23 quello scritto fu probabilmente il più letto di tutti i miei contributi. Recentemente, dopo aver terminato un libro in cui doveva apparire anche quel saggio, mi cadde l’occhio sull’ul­timo paragrafo. Ora voglio citarlo, perché vi si può cogliere il ten­tativo di esprimere qualcosa che costituisce il punto centrale della mia valutazione delle scienze così come oggi si presentano. Per quanto incerte ed esitanti possano sembrare, credo che esse siano valide.

 

Mi pare che l’uomo non possa vivere senza misteri. Si potrebbe dire che i grandi  biologi lavorarono proprio alla luce dell’oscurità. Noi siamo stati e defraudati di questa notte fruttuosa. Già non esiste più alcuna luna; mai più essa riempirà silenziosamente di un velato chiarore boschi e valli! Che cosa ci aspetta? Temo di essere frainteso, se affermo che in conseguenza di queste grandi imprese scientifico-tecnologiche nessuna esclusa, i punti di contatto fra l’umanità e la realtà vengano irreparabilmente ridotti.

 

Un tale che aveva letto queste parole, mi disse: «Sembra che lei tenga in alta considerazione le scienze soltanto finché non conse­guono alcun successo. L’oscurità, quando è illuminata, diventa lu­ce». E io mi limitai a rispondergli: «Che cosa è il successo nella scienza? L’oscurità illuminata non è la luce. Dimoriamo nella ca­verna delle possibilità illimitate. Se prende con sé una piccola lan­terna, risulterà probabilmente che lei si trova soltanto in un ripo­stiglio di ferri vecchi. Se so che cosa devo trovare, non voglio nep­pure trovarlo. L’incertezza è il sale della vita». Il tale soggiunse: «Quando lei dice oscurità, intende le tenebre». Lo negai. Ma non credo che giungemmo a un’intesa.

Questo colloquio mi fece tornare d’un balzo a un tempo remoto. Avevo dodici anni ed escogitavo motti o motivi-guida per la mia vita futura; essi erano, come si conveniva, di tipo araldico e perciò scritti in latino, perché così doveva essere il blasone di un alunno del ginnasio inferiore. C’erano, per esempio, oculis aperhis o larvatus prodeo, ma come animale araldico ricorreva più spesso la talpa associata al motto fodio in tenebris. «Scavo nel buio», diceva la talpa ed era una creatura irrimediabilmente sotterranea; sulla Terra poteva ben splendere il Sole, ma nelle sue viscere c’era quell’ani­male stilizzato, tutto preso dai suoi scavi senza luce. Cambiamo davvero nel corso della nostra vita? «Come eri agli inizi, così ri­marrai», scrisse Hölderlin nella sua poesia Il Reno. Volgiamo lo sguardo all’Elena raggrinzita e sdentata e non comprendiamo che come essa fu un tempo tale resterà in eterno: la più bella di tutte le donne. Anch’io ho cercato di mantenermi fedele ai miei inizi.

Ciò che ricordo di essi è il brivido veramente lirico che provavo contemplando la natura. Non sono sicuro se sapevo che cosa inten­dessi con natura: la natura era il sangue e le ossa dell’universo, la sua ascesa e il suo declino, il fiorire e l’avvizzire, il firmamento e il camposanto. Corsi e ricorsi dello spirito e della materia, il librarsi tra il futuro e il passato, gli arcani destini della pietra perenne e della mosca dalla breve vita: tutto ciò mi colmava di ammirazione e di timore reverenziale. La natura, così mi pareva, era quasi l’intero non-io, l’intero non-ragazzino. Se allora qualcuno mi avesse chiesto se desideravo uscire per il vasto mondo ed eliminare alcuni di questi misteri della natura, non credo che lo avrei capito: non ero forse uscito dalle tenebre che circondavano in uguale misura il mio passato e il mio futuro, non era forse la natura a sostenermi? Così un ragazzino comincia con il non poter intendere l’intelligibile, ma quando diviene adulto, rimuove spesso ciò che non è possibile comprendere. Sono riconoscente alla sorte che mi ha preservato da questa specie di cecità: attorniato da un eccesso di enigmi risolti, mi colpisce ancora sempre quanto poco noi sappiamo. Non vorrei giungere al punto di dire che sapere e saggezza si escludono a vicenda, ma non sono certo vasi comunicanti e la situazione del l’uno non influisce su quella dell’altra. Un maggior numero di persone ha acquisito più saggezza dal non sapere (che è cosa diversa dall’ignoranza) piuttosto che dal sapere (vorrei ricordare un tratta­to di mistica del medioevo inglese, che ha il bel titolo The Cloud of Unknowing, La nube del non sapere).

Ecco perché, quando da bambino ero seduto in un grande bosco, mi accontentavo di ammirarne l’immensità, senza preoccuparmi del nome delle singole piante. Questa esigenza la sentii più tardi, e ci furono persino momenti in cui desideravo ardentemente di scavare il terreno, ma il mio motto rimase immutato: «Io scavo nel buio». A quindici anni cominciai a leggere i Pensieri di Pascal, probabilmente prima di sapere che grande scienziato fu. Prendiamo dagli altri solo ciò che già possediamo in noi stessi: forse da Pascal attinsi la profondità e l’intensità dell’osservazione, ma non il filo del rasoio dello «spirito di geometria» o la sobria eleganza della prosa. Pascal mi ha convinto che anch’io sono una «canna pensan­te», ma io ero più consapevole del sostantivo che dell’aggettivo. La sua affermazione che gli uomini di spirito hanno un brutto caratte­re mi addolorava, perché ero fiero di essere un tipo spiritoso. [C’è un humour di alto e un humour di basso fondale. Quest’ultimo vive nelle vuote chiacchiere dei conferenzieri snob e nello squallido deserto dell’industria del divertimento e del giornalismo. Il primo, invece, è morto. La scomparsa del buono spirito come attività intellettuale dell’uomo, come agile fioretto del pensie­ro associativo, la sua totale svalutazione nel patrimonio lessicale di quasi tutte le lingue costituiscono un sintomo dell’estinguersi del senso della linea nel nostro tempo. Perché nelle arguzie dello spirito la lingua aprì gli occhi, vide che era una cosa buona e rise.]

Cionondimeno pensavo che Pascal mi avrebbe insegnato come una vi­ta colma di profonde riflessioni religiose potesse accordarsi con una vita dedicata alla ricerca scientifica, benché non sia escluso che egli si dovesse negare a questa prima di potersi dedicare a quella.

Con tali inclinazioni giovanili non avrei dovuto forse pensare di diventare un artista o uno scrittore? Ma non ero affatto dotato per la prima professione e non avevo abbastanza coraggio per la secon­da. Ebbi poi anche la sfortuna di saper far bene molte cose, ma nessuna in modo eccellente; mi piaceva la musica, ma ero un piani­sta impacciato; ero innamorato dello scrivere, ma i miei tentativi mi facevano ribrezzo. Già da bambino ero un osservatore disincan­tato di me stesso, avevo un forte senso del ridicolo, specialmente se entrava in gioco la mia piccola personalità. Non c’era alcuna pro­fessione che, cosi come mi vedevo, avrei voluto scegliere libera­mente, nessuna vocazione che avrei potuto seguire. La cosa che mi piaceva di più era la lettura, ero un bambino orribilmente dotto, ma non avrei mai pensato di utilizzare il mio sapere. Ero una mo­nade alla ricerca di un destino che non esisteva. Mi sembra di ave­re avuto fin da bambino una notevole inclinazione per ciò che Unamuno ha definito «il senso tragico della vita»: non ho mai pen­sato tanto alla morte quanto allora e da piccolo sono stato un gros­so teorico dell’ars moriendi.

Quel che possedevo già allora, e che non mi ha mai abbandonato, era il sogno di una realtà che possiamo toccare soltanto tangen­zialmente, un timore per il numinoso che v’è in natura e la cui po­tenza si fonda proprio sulla sua irraggiungibilità. Era come se av­vertissi il senso dell’oscurità nella vita dell’uomo. Nella Cappella Sistina, dove Michelangelo rappresenta la creazione dell’uomo, il dito di Dio e quello di Adamo sono separati soltanto da un piccolo spazio: chiamavo eternità questa distanza e là - così sentivo - ero mandato a viaggiare.

Non mi angustiava sapere che questo viaggio avrebbe potuto es­sere senza scopo: quante volte ho detto che conta soltanto il cam­mino, non la meta? In ogni modo, qualcuno potrebbe osservare che Jakob Böhme non aveva bisogno di essere esatto fino ai due deci­mali e che i mistici potevano fare a meno di calcolatrici elettroniche. Ma viviamo in strani tempi. Inoltre, quando mi lasciai scivolare nelle scienze, un giovanotto ingenuo poteva ancora avere la pre­sunzione di dedicarsi allo studio della natura; ciò poteva essere do­vuto soltanto alla mia semplicità, ma fu solo più tardi nella vita che divenni consapevole di quanto le scienze della natura fossero lon­tane dalla natura. In ogni modo, la parola natura significa sempre per me la più alta forma della realtà.

In un capitolo precedente ho descritto come, giovane debolmente motivato approdai alle scienze. Ciò che veramente si desidera in gioventù è dominare la temibile bestia nera del «futuro», tuttavia, ancora una volta per ragioni non troppo ponderate, scelsi quella che mi sembrava la meno problematica delle scienze della natura, la chimica. Vienna era ben lontana dalla puzza - non solo mate­riale - che promanava dalle industrie Leuna, e, anche se fossi sta­to in grado di percepirla, dubito che quei miasmi mi avrebbero re­so consapevole dei molti gravi pericoli per la nostra sopravvivenza insiti nell’industria chimica. Come avviene per ogni altra cosa buo­na della vita, ci avvediamo dell’ambiente che ci circonda solo quando l’ambiente comincia a degradarsi. A uno sguardo retro­spettivo, ho l’impressione che la mia vita non fosse al passo con tutto ciò che mi stava attorno e che per me l’epoca Biedermeier fosse sul punto di concludersi soltanto nel 1933.

Quando mi laureai all’università, il diploma di laurea attestava che avevo studiato chimica. Mi sembrava che ciò mi desse il diritto e, a quell’epoca, anche la facoltà di esercitare questa scienza in tutte le sue branche. Allora la specializzazione non si era ancora così fortemente instaurata né nelle scienze né in altre discipline come, invece, doveva avvenire in seguito: certo, bisognava decidere di di­ventare un chimico inorganico o un chimico analitico, un chimico fisico o un chimico organico, un tecnologo chimico o un chimico biologo, ma i confini erano tenui e facilmente superabili. La dire­zione prescelta era dettata da un cumulo di circostanze e solo mol­to raramente dalla preferenza, perché tutte le branche della scienza erano interdipendenti. L’illusione di scegliere senza costrizioni da­va un senso di libertà che oggi le scienze non possono assolutamen­te offrire più. Il ridursi dei margini di gioco si accompagna a un radicale cambiamento del tipo di uomini che si dedicano alle diver­se discipline, oppure lo ha addirittura determinato. La scienza è di­ventata maestra rigorosa e spietata e, per giunta, totalmente priva di humour.

Avevo dunque una laurea. Questo faceva di me uno scienziato? Certamente no. Come si diventa scienziati? Vorrei forse poter de­scrivere le tappe; esse sono oscure. D’altra parte nei diversi rami delle scienze i passaggi non sono gli stessi. I confini, ben definiti, della fisica o della chimica sono una cosa, il gigantesco e apparen­temente sconfinato oceano della biologia rappresenta qualcosa di sostanzialmente diverso. Il geologo non ignora quel che si intende con il nome di Terra, un termine che egli porta nel suo stesso no­me, ma un biologo sa che cosa è la vita? Molti ricercatori sono stati attirati proprio dal fascino dei misteri in innumerevoli circoli con­centrici di oscurità. E, in effetti, questo fu il motivo principale per cui volli applicare la chimica che mi era stata insegnata alla solu­zione dei problemi della vita. Il profondo Lichtenberg mi aveva in-segnato che se si vuole trovare qualcosa, bisogna anzitutto sapere se questo qualcosa esiste. In tutta la mia vita non mi è mai mancata tale fiducia, ma quanto più invecchiavo tanto più si indeboliva la convinzione che lo stile e i modi da noi scelti per la ricerca fossero quelli giusti.

La sensazione che c’è sempre qualcosa di più da poter trovare, di riuscire a strappare soltanto qualche brandello da un contesto inestricabile, costituisce una parte della mia definizione di scienziato, che però si adatta a pochi dei miei contemporanei e certamente non a quelli che hanno avuto «successo». Che cosa è il successo nelle scienze della natura? Premi, titoli e altre onorificenze, quattri­ni a palate? Taluni direbbero la gloria e un nome che resta. Ma quanto dura il nome «duraturo»? I venti della moda, questi indo­mabili venti, soffiano polvere anche sulle conquiste più sfavillanti. C’è il grosso pericolo che il professor Ozymandias sembri ridicolo già molto tempo prima della sua morte

[Nell’omonimo celebre sonetto di Shelley, sul monumento in completa rovina di un grande dominatore vissuto nell’antichità si trova questa boriosa iscrizione:

My name is Ozymandias, king of kings:

Look on my works, ye Mighty, and despair!

(Il mio nome è Ozymandias, re dei re: / osserva le mie opere, o potente, e dispera!)]; i cataloghi delle bibliote­che lo registrano come «Mandias, Oskar, detto Ozzy», e presto non ci saranno più neppure biblioteche.

Molti di quelli che ora cominciano a occuparsi di scienza sono portati dai venti della moda (una cosa, questa, dalla quale mi ero ben guardato in gioventù) e tenteranno di legarsi a qualcuno che segue la corrente del momento o, ancor meglio, di unirsi persino a coloro che producono quella corrente. Alcuni di questi giovani di­venteranno scienziati nel corso del loro tirocinio, ma non certo la maggior parte: i più diventeranno soltanto specialisti. Il genere di individuazione che precorre il formarsi di un autentico scienziato non sono in grado di descriverlo, ma tra le migliaia di artigiani del­la scienza che ho incontrato nella mia vita ce ne sono stati forse venti o trenta ai quali avrei potuto attribuire la qualifica di « «scien­ziati». Spesso sono stato in dubbio se dovessi includervi me stesso.

A mio avviso, è proprio la forza dei misteri a stimolare il vero scienziato: la stessa forza, che, vedendo pur senza occhi, udendo pur senza orecchi, pensando pur senza averne coscienza, spinge la larva a diventare farfalla. Chi non ha avvertito - almeno qualche volta nella vita - questo brivido freddo nella schiena, questo confronto con un volto immane, invisibile, il cui respiro lo muove alle lacrime, non è uno scienziato. Quanto più oscura è la notte, tanto più chiara è la luce. Chi lo sapeva meglio di san Giovanni della Croce, quando nella notte buia mandò la propria anima verso la sua perenne ricerca?

 

… sin otra luz y guia

sino la que en el corazón ardia

 

(….con nessun’altra luce e guida

se non con quella che ardeva nel cuore)

 

Non bruciamo forse ancor sempre sulla pira di Giordano Bruno o di Serveto? Non ci tocca ancora di marcire nella segreta di Gali­lei? Non muore forse di sete ognuno di noi nella sua propria nube di non sapere? Tante domande, nessuna risposta.

Ma quando oggi guardo il palcoscenico illuminato a giorno delle nostre scienze, come è diverso lo Spettacolo! Le avanzate si susse­guono l’un l’altra impetuosamente, e c’è sempre posto per altre fin­ché bastano i denari. Una cosa porta a una cosa successiva e alla fine sapremo tutto. «Il danaro è il seme delle scienze», avrebbe po­tuto concludere un moderno Tertulliano, anche se, pensando all’ul­tima guerra mondiale, egli avrebbe potuto, tautologicamente, mettere «sangue» al posto di «danaro». E quale boria, quale arrogan­za! Non riesco a immaginarmi che un prestigioso commerciante di formaggio possa alzarsi in piedi e proclamare di essere un commer­ciante di formaggi a ventiquattro carati, perché egli sa che persino in un Edamer o in un Emmenthal c’è più di quanto il suo cervello possa comprendere; ma poco tempo fa non ho forse visto e sentito uno dei nostri più eminenti dignitari della scienza scattare in piedi dichiarando nel bel mezzo di un convegno di essere un incorreggibile «riduzionista»? Concedete a lui e ai suoi pari semplicemente un poco più di tempo e molto più danaro e, mentre essi fanno la spola in aereo tra EMBO e NATO, fra NHI e CNRS e MRC  [EMBO, European Molecular Biology Organization; NATO, Nord Atlantic Treaty Organization; NHI, National Institute of Health; CNRS; Centre National de la Recherche Scientifique; MRC; Medical Research Council. (n.d.r.)], i loro post-docs dovranno essere per forza ancora più zelanti e ben presto non ci saranno più segreti e sorgerà il giorno perenne del sapere integrale [Se in quel tempo una Terra completamente devastata debba sopportare ancora un homo non nimis sapiens, non lo so dire. Ma intanto le sonde spaziali avranno reso familiari all’universo non solo il codice genetico e l’immagine di uno Scimpanzé, ma anche la voce del signor Jimmy Carter, incisa su disco o nastro (am­messo, naturalmente che si possa dotare l’universo di adatte apparecchiature HI-FI, presumibilmente made in Japan: tutti i timori furono dissipati, quando si venne a sapere che nell’idiota capsula spaziale erano contenute esaurienti istruzioni per l’uso e una puntina di ricambio).]

Quanti dei nostri grandi hanno annunciato a gran voce che noi abbiamo bisogno di ancor più scienza, cioè di loro stessi? E ciò del tutto in contrasto con l’antica classe sacerdotale egizia, i cui mem­bri forse non avevano scoperto che occorreva una massa critica di biascicatori di preghiere per poter indurre il Nilo a rientrare nel­l’alveo.

Non c’è quindi da stupirsi se in tutta la mia vita mi sono sentito così isolato come ricercatore, dolorosamente consapevole del diva­rio che mi separava da quasi tutti gli altri scienziati che conoscevo. Tutti abbiamo cominciato allo stesso modo, ma poi le nostre strade si sono snodate in direzioni diverse e io ho dovuto percorrere un -sentiero solitario: non sono stato io a sceglierlo, esso ha scelto me.

Nella nostra epoca svagata, che racchiude tra virgolette ogni pensiero, e punisce gli outsider affibbiando loro soprannomi creti­ni, mi hanno chiamato «vitello non marchiato» (maverick) o «tafa­no» (gadfly), ma penso che siffatte definizioni lasceranno il tempo che trovano, e io, diversamente da quei fastidiosi insetti, non ho mai avuto particolare predilezione per il sangue dei buoi, cioè non ho mai provato voglie da vampiro in presenza dei miei colleghi.

Nelle scienze c’è sempre un nodo di Gordio più di quanti non siano gli Alessandri. Si potrebbe quasi dire che le scienze, così come sono oggi praticate, rappresentano un sistema che consente di produrre altri due nodi gordiani appena uno viene tagliato, e così via. Da un problema considerato risolto scaturiscono cento nuovi problemi, e così è sorto il mito delle scienze che non conoscono confini: in realtà, molte scienze sembrano ora così deboli e consumate come madri che hanno messo al mondo molti bambini. [In un mio saggio del 1977 ho tentato di valutare i limiti della scienza24]

L’osservazione che esistono altrettante, o addirittura più, filoso­fie che filosofi mi ha sempre fatto molto piacere, perché essa mi mostrava che la filosofia è un’impresa davvero umana. Un fisico o un chimico non ha certo la stessa libertà di scelta: il corsetto di ferro degli assiomi, delle leggi e delle teorie e, non meno efficaci, le costrizioni imposte dai metodi oggi autorizzati nelle singole disci­pline, impediscono deviazioni e voli di fantasia. Le scienze tendo­no, per lo più, a formulare previsioni e la maggior parte dei loro risultati è prevedibile. Quanto a me, vorrei dire che il vero interesse ha inizio soltanto là dove siffatte qualità non valgono più, cioè dove l’oscurità domina come minaccia e seduzione. L’ospitale illumi­nazione delle scienze, cui siamo abituati, ha attirato troppe zanzare scientifiche.

C’è qualcosa da fare? Il tentativo di migliorare una situazione insopportabile viene di solito definito utopistico e perciò disprez­zato. L’abbozzo di un’utopia deriva effettivamente dalla dispera­zione nei riguardi del mondo qual è, e questo sentimento deve essere sorto alla fine dell’aurea aetas o, se si preferisce, poco dopo la cacciata dal Paradiso: era un sentimento del tutto giustificato. Se considero il ruolo delle scienze al giorno d’oggi, fiorenti come non mai nell’opinione generale, non sono in grado di decidere se il loro strapotente predominio abbia determinato la scomparsa della sen­sibilità religiosa o se non sia stato esso determinato proprio da questa scomparsa. Non vi sono, però, molte ragioni per dubitare che le scienze siano diventate sotto ogni aspetto una religione di ricambio, nel cui ambito svolgono il doppio ruolo richiesto: per il pubblico dei profani, quello della misteriosa incomprensibilità; per chi le esercita, quello di un mezzo per guadagnarsi la vita. Il primo compito potrebbe facilmente essere assolto da un’altra fede o su­perstizione; non così il secondo. Il dilatarsi delle scienze a un’occu­pazione di massa (questo fenomeno è cominciato durante la mia vita) ha determinato la necessità della loro crescita incessante (si­mile, da questo punto di vista, ad altre strutture mitiche, condan­nate alla crescita, come il «prodotto sociale lordo»), non perché ci sia tanto più da scoprire, ma perché ci sono tante più persone che devono essere remunerate per questo scopo. Qualsiasi tentativo di riforma, anche il più modesto, verrà perciò accolto con artificiosi schiamazzi sulla «libertà della ricerca scientifica» e l’immediata formazione dei più diversi gruppuscoli di pressione, tutti marcianti all’insegna, ormai logora, di Galilei. Per quanto grotteschi possano apparire nel loro travestimento da combattenti della libertà, tutti i faccendieri sono di solito efficienti, perché poche cose sono così ir­resistibili come la forza motrice del portafoglio.

All’inizio di questo mio libro ho descritto quanto avessero influi­to su di me e sul mio rapporto con la scienza le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Da allora tutte le volte che riflettevo sull’o­rientamento che le scienze avrebbero assunto, avevo la sensazione che  le cose - così come stavano - non potessero durare molto più a lungo. Tuttavia, con il trascorrere degli anni, non potei fare a meno di notare che la situazione era sempre la stessa: avrei potuto dedurne che i talenti apocalittici non servono molto per predire il futuro, ma quel che volevo dire veramente a me stesso era che il futuro, nella sua corsa in avanti, è sempre un po’ più passato di quanto non sembri all’occhio del profeta. Tutto sommato, i pessimisti di professione hanno ragione, purché non li si costringa ad attenersi troppo rigorosamente a una misura cronologica. La maggior parte della gente evita le Cassandre, perché sa che potrebbe apprendere soltanto le più sgradevoli di tutte le possibilità, eppure, nonostante l’aroma di decadenza e di declino che emana dalla mia persona, mi hanno spesso chiesto quali idee avessi sul futuro della scienza. Questa, più o meno, è la mia risposta.

Uno scienziato che si conceda considerazioni dialettiche sulla scienza dovrà affrontare un dilemma: da un lato, la mirabile armonia della scienza, la sua regolarità, la sua schiettezza, il grande fascino che essa esercita su uno spirito acuto e ricercatore; dall’altro --gli usi di crudele barbarie cui può essere piegata, la brutalità del pensiero e della fantasia che ne sono scaturiti, la crescente arroganza di coloro che la praticano. Nessun’altra attività intellettuale pre­senta aspetti così contraddittori. L’arte, le lettere, la musica non esplicano alcun potere; è sostanzialmente impossibile sfruttarle o abusarne: se le sinfonie potessero uccidere, il Pentagono avrebbe -già da gran tempo patrocinato la «ricerca musicale». [Le teorie scientifiche possono però essere utilizzate per scopi malvagi, anche se poi risulta che esse erano sbagliate. Molto tempo prima che si cominciasse a capi­re l’attività funzionale del sistema nervoso, si producevano gas nervini. In effetti, molte cose orribili furono fatte sulla base di ipotesi errate, ma non per questo ap­parvero meno esecrabili. Per il nostro lacunoso modo di intendere, la morte non è un processo particolarmente specifico: se (per il momento!) c’è soltanto una via per venire al mondo, esistono però molte vie che conducono alla morte, e ciò avviene con l’ausilio di numerosi processi chimici e fisici.]

Chi si vuole occupare di previsioni può agire come un realista o come utopista: se sceglie il primo atteggiamento, terrà in pari con­siderazione entrambi i lati del dilemma prima ricordato; se invece vuole essere un utopista, passeggerà - in segno di rispetto per il suo predecessore Tommaso Campanella - soltanto dalla parte del sole, senza preoccuparsi delle ombre nere che gli potrebbe gettare il presente. Poiché mi piace di più la prima possibilità, penso che le scienze continueranno, almeno per qualche tempo ancora, a proseguire sulla strada imboccata intorno al 1940: una sempre più gran­de frammentazione della nostra visione della natura, una specializ­zazione in rapido progresso che distanzierà sempre di più tra loro le varie discipline scientifiche, un mostruoso ingigantirsi degli stan­ziamenti necessari per mantenere e ampliare le istituzioni scientifi­che e, quindi, una divaricazione sempre più larga fra esigenza e prestazione.

Vedo soltanto due valvole di sicurezza per la pressione della pentola in pericoloso aumento. Di fronte ai tempi difficili che si profilano all’orizzonte, gli stati, uno dopo l’altro, cominceranno forse ad avere penuria di fondi; in secondo luogo - ma non senza rapporto con le difficoltà finanziarie - può avvenire che ben pre­sto le scienze non abbiano più un sufficiente numero di giovani di­sposti a studiarle. Già più volte è stato rilevato che le valvole di sicurezza si aprono di solito troppo tardi e nel senso sbagliato (po­tremmo definire questa situazione come «sindrome di Seveso»). [A Seveso, in provincia di Milano, nel 1976 una reazione incontrollata nella fab­brica di prodotti chimici ICMESA provocò una fuga di gas contenente diossina, un veleno potentissimo, che contaminò una vasta area e costrinse all evacuazione di centinaia di persone. (n.d.r.) ]

In definitiva, anche ciò avrà naturalmente una fine, forse perché i cervelli saranno allora così pieni di piombo o di mercurio che non potranno più capire i tradizionali programmi dei computer. Senza dubbio l’umanità avrà altre preoccupazioni, così numerose che il nostro modo di praticare la scienza scomparirà, vorrei dire, per ef­fetto di una sentenza in contumacia, come è avvenuto nel passato per molte altre istituzioni apparentemente indispensabili. Gigante­schi mutamenti storici non vengono di solito riconosciuti mentre sono in corso, ed è senz’altro possibile che la scomparsa del nostro tipo di scienza sia già in atto da qualche tempo, senza che ce ne avvediamo

Non vorrei però terminare questo capitolo in un modo così cu­po, ma piuttosto con un quadretto arcadico. Prima, comunque, do­vrei rispondere a un’obiezione: di solito si rimprovera ai critici del­le scienze di ostacolare il progresso, ma che cosa significa la frase «progresso delle scienze»? Si può valutare in termini quantitativi la scienza, ed essa può essere subordinata a un piano quinquennale? Sei principi di termodinamica sono meglio di tre? E i più alti punti di fusione sono anche i migliori? C’è una velocità ottimale per la crescita delle scienze? «Più veloce» equivale a «meglio»? E se sia­mo già a questo punto, tutto deve crescere? In nessun altro campo di attività intellettuale la distorsione vittoriana dell’idea di progres­so ha causato tanti danni come nella ricerca scientifica. I cittadini di Praga, che applaudirono il Don Giovanni di Mozart alla prima di Herzen, potranno aver creduto, per quel che mi riguarda, all’esi­stenza del flogisto: comunque vivevano in un mondo migliore. Non so se di bene ce ne può essere troppo, ma sono convinto che la crescita delle scienze - come di ogni altra cosa - deve essere trat­tata con moderazione. Credo che il nostro mondo spinga avanti troppo in fretta la scienza e disprezzi l’intelligenza per favorire la furbizia. [Se qualcuno riuscisse a elaborare, per esempio, un QU, quoziente di umanità, invece del QI, quoziente di intelligenza, i test darebbero risultati stupefacenti.] Un’insaziabile curiosità svuota il cervello.

Se il compito vero e proprio delle scienze consiste nel ricercare la verità della natura, nello scoprire la realtà [Wirklichkeìt e realtà, benché esprimano la stessa cosa, sono termini che hanno etimologie diverse. In Wirklichkeit, come anche nella parola russa equivalente, è contenuta la radice di wirken, Werk (operare, opera), mentre nei corrispondenti vocaboli inglesi e delle lingue romanze, derivati dal latino res, viene messa in risalto la cosa di per se stessa. Di un ricercatore si potrebbe dire che egli studia la Wìrklichkeit del mondo e trascura però la sua «realtà», e di un altro si potrebbe affermare il contrario.] del mondo, tale insegnamento dovrebbe portare con sé una maggiore saggezza, un più grande amore per la natura e, in molti, una più profonda ammira­zione per la potenza della divinità. Mentre ci mette a confronto con qualcosa di immensamente più grande di noi, la scienza do­vrebbe servire per ridurre i limiti della miseria dell’esistenza umana (e forse ha esercitato questa influenza su uomini come Keplero o Pascal). Forze imperscrutabili hanno tuttavia impedito alle scienze di procedere in questa direzione: da un’impresa, il cui fine era la comprensione della natura, le scienze sono diventate una professio­ne, che si sente incaricata anzitutto di spiegare la natura e poi di migliorarla. La concezione delle scienze come stazione sperimenta­le per lo studio di nuovi fenomeni naturali o come officina di ripa­razione per quelli di vecchia data non più funzionanti ha generato strani effetti, ponendo l’accento su punti di vista meccanicistici. In quest’ordine di idee importa soprattutto come funzionano le ruote e gli ingranaggi necessari per conseguire gli effetti previsti e gli sco­pi prestabiliti; generazioni di scienziati hanno formulato molte spiegazioni definitive e convincenti, ma le spiegazioni sono cam­biate con il mutare dei tempi.

Non so se l’analogia regge, ma non posso fare a meno di pensare al fatto deplorevole che appena un bambino riesce a scoprire come funziona il giocattolo meccanico, questo non esiste più. Anche se di solito in campo scientifico la ricerca non consuma così irrime­diabilmente l’oggetto, sembra tuttavia influire sulla direzione dei processi mentali, limitandone spesso anche il raggio d’azione. L’importanza attribuita ai meccanismi ha generato uno dei mali del nostro tempo, lo specialista: dai medici sono scaturiti meccani­ci del corpo e dai biologi, meccanici delle cellule; e se non si può ancora definire il filosofo un meccanico della mente, questa impos­sibilità è soltanto un segno della sua arretratezza.

Vedo soltanto una via di uscita, il ritorno a quella che vorrei chiamare «piccola scienza». Diversamente dai grandi Tommasi privi di dubbi (Moro, Campanella), ho visto il regno di Utopia da me descritta: di là io sono venuto, dalla scienza degli anni Venti e Trenta di questo secolo; di là i miei contemporanei hanno comin­ciato a muovere i primi passi. I tempi non erano certamente meno bestiali degli attuali, sia pure in modo diverso, ma le istituzioni era­no piccole e piccolo era il numero degli scienziati che vi lavoravano. Il ritmo lento delle scoperte permetteva, in certa misura, al pubblico dei profani e agli stessi scienziati di adattarsi più facil­mente. Si faceva molto meno chiasso, perché in realtà oggi sono le innumerevoli voci risonanti nel deserto quelle che hanno prodotto il deserto.

Il desiderio di tornare a un altro tipo di scienza si fonda su con­siderazioni estetiche ed etiche, due settori della filosofia che sono stati trascurati, a quanto pare, dai filosofi della scienza. Come i grandi scienziati si sono lasciati guidare da una visione dell’armo­nia dell’universo, così tutto ciò che vi è di bello al mondo, è bello in virtù della sua forma. Nelle Enneadi (I, 6, 2) Plotino scrive, fra l’altro:

 

Queste [le cose terrestri - affermiamo - son belle per partecipazione all’idea. Infatti, tutto ciò che, pur essendo nato a ricevere forma e idea, resta, invece, senza forma: ecco ciò che merita l’attributo di brutto e di estraneo alla ragione divina, fino a quando non avrà la sua parte di ragio­ne e di forma! in ciò consiste la bruttezza assoluta.25

 

Potrei dire che proprio questo è avvenuto nel caso della ricerca scientifica: è diventata informe.

Naturalmente non sostengo a spada tratta un ritorno al tipo di scienza che sarebbe piaciuta a Plotino, per non parlare poi del suo maestro Platone. Entrambi avrebbero probabilmente definito ciò che facciamo come indegno degli sforzi dell’uomo. Aristotele, piut­tosto, avrebbe potuto trovarsi a suo agio nei nostri laboratori, ma anch’egli avrebbe forse sollevato gravi obiezioni contro il modo non ponderato in cui esercitiamo le nostre attività non facilmente comprensibili. «Qual è il fine delle tue azioni?» avrebbe potuto chiedersi. «Che cosa vuoi ottenere? Maggiori ricchezze? Pollastri più a buon mercato? Una vita più felice o più lunga? Vuoi coman­dare al tuo vicino? Fuggi soltanto la tua morte? O sei in cerca di una più grande saggezza, di una devozione più profonda?» Gli spi- -riti che incontro sono sempre molto loquaci, e a questo non avrei --sicuramente saputo dare una risposta; tanto meno, in quanto pen­so che il significato e lo scopo delle scienze siano stati oscurati o addirittura dissolti non solo dall’enormità degli spazi in cui esse si sono estese, ma anche dalle orde dei semiiniziati che calpestano ogni cosa: Thyrsigeri multi, paucos afflavit Iacchus               [Che ci siano molti portatori di tirso, ma soltanto pochi che avvertono il respiro di Bacco, è una vecchia lagnanza. Del resto, ero meravigliato di scoprire che il ce­lebre passo corrispettivo in Matteo 20, 16 sui molti chiamati e sui pochi eletti si trova relegato come lezione in una nota a piè di pagina nel testo del mio Nuovo Testamento in greco, mentre nella Volgata e nelle diverse traduzioni a mia dispo­sizione compare nel testo principale.] Può darsi che ciò sia stato vero un tempo, ma ora il povero Bacco, invece di orga­nizzare baccanali, deve preoccuparsi di racimolare quattrini per pagare tutti questi affamati portatori di tirso.

Quel che mi auguro è l’introduzione o più propriamente, 1a rein­troduzione di condizioni di lavoro che consentano a un uomo di effettuare, magari con due o tre collaboratori più giovani, le pro­prie ricerche in modo degno e tranquillo. Gradirei che il chiasso e gli schiamazzi e le masse popolari degli stadi e delle arene dei cir­chi siano tenuti lontani. è prevedibile che questo avvenga soltanto se non ci saranno più crediti giganteschi né il relativo corredo reto­rico di parole d’ordine, cioè quando fronzoli del tipo «rivoluzione scientifica» e «centri di eccellenza», «ricerca interdisciplinare d’équipe» e peer review [Lettura incrociata da parte di esperti per valutare gli articoli proposti per la pubblicazione su una rivista scientifica. (n.d.r.)] saranno soltanto brutti ricordi di un catti­vo passato. Delicatamente e con timore reverenziale il ricercatore del futuro - questa pallida immagine dei miei sogni - cercherà di mettere in luce ciò che riposa nella natura, e il modo con cui egli lo farà, determinerà il valore della sua scoperta. Cercherà di evitare le grigie strisce di natura corrosa, che le sue macchine di misurazione lasciano solitamente dietro di sé e nei limiti del possibile si terrà lontano dal METODO, questo bulldozer della realtà. Procederà con lentezza, perché egli sarà uno dei pochi. Si farà una ragione del­l’immutabile fatale condizione che tra lui e il mondo c’è sempre la barriera del cervello umano. Ma, soprattutto, sarà consapevole del buio eterno che deve circondarlo mentre scruta la natura.

 

 

III  Il sole e la morte

 

Le soleil ni la mort ne

se peuvent regader fixement.

                  La Rochefoucauld

 

 

1.  Una medaglia di puro argento

 

Siamo all’inizio dell’ottobre 1974 e io sono seduto nel mio vec­chio ufficio della Medical School. è una piccola stanza proprio alla fine di una lunga fila di laboratori, piena di libri e di carte, con mucchi di periodici di recente pubblicazione; e le pile, raccolte nel giro di pochi mesi, sono così alte e irregolari da sembrare braccia che si protendono disperatamente al cielo, quasi presentassero un sacrificio alla polvere e alla vanità del sapere terreno. Nella stanza regna il tipo di disordine dal quale si può tirar fuori ciò che si vuo­le, purché lo faccia l’iniziato. Qui si segue il principio della lettera rubata di Poe: quello che i non iniziati non devono leggere, viene offerto in comoda visione.

Quando vi entrai la prima volta, era ancora una stanza graziosa, con una bella vista sul fiume Hudson e sulle verdi coste del New Jersey. Ne presi possesso all’inizio del 1951: la Rockefeller Foun­dation e 1’U.S. Public Health Service con la loro generosità aveva­no fatto sì che potessi allestire un gruppo efficiente di laboratori con tutto il corredo necessario. Chiamammo questa unità con il nome collettivo di laboratorio di chimica cellulare. Molti giovani erano passati per questi locali, studenti e laureati alle prime armi: alcuni molto dotati, la maggior parte, comunque, persone a modo; furono celebrate nozze, vennero al mondo bambini; nessuno passò a miglior vita. Il laboratorio era un vero microcosmo, forse più «micro» che «cosmo». I pettegolezzi e le invidiuzze dell’istituto, usuale passatempo di un’università (solo la lingua russa esprime con una sola parola, pošlost’, tanto vuoto squallore), giungevano si­no a noi solo lentamente e in modo frammentario, perché sei piani ci separavano dal quartier generale del settore biochimico.

Ma oggi, 24 anni dopo, mentre sono seduto al mio tavolo, quel bel panorama è scomparso, acque e cielo sono nascosti da una massa di alti edifici, le ombre sono diventate più lunghe. è come se un’amara sensazione di disagio avvolga le scienze: nulla sembra più procedere come dovrebbe. Qual è la causa, quale il sintomo? La scienza partecipa all’una e all’altra di queste situazioni: colpe­vole quando è benedetta, colpevole quando è condannata.

Intanto altre ombre, destinate soltanto a me, sono diventate an­cora più scure e minacciose. La polvere si è accumulata non solo sui miei libri, ma anche sui miei capelli, e questa non potrà più an­darsene. Sono un vecchio e, mentre sono qui seduto nel mio uffi­cio, leggendo e scrivendo, mi viene in mente un verso di un vecchio canto studentesco: Auf dem Dach sitzt ein Greis, der sich nicht zu helfen weiss (sul tetto c’è un vecchio che non sa togliersi d’impic­cio). In realtà non appartengo al novero di chi non sa quali pesci pigliare, ma non sono riuscito a cavarmela con un fenomeno che s’incontra ormai ovunque, cioè con quel genere di ricercatori d’as­salto che sembrano avere per scopo la vendita ai propri simili di leggi naturali nuove di zecca, come se quelle vecchie fossero auto­mobili usate. Il sentimento del tipico procedere a tentoni del cono­scere, il concetto del carattere provvisorio e frammentario di ogni conoscenza della natura da parte dell’uomo, la consapevolezza di quanta arroganza e precipitazione accompagnano persino l’intelli­genza più profonda quando si appresta a fare constatazioni di ca­rattere generale sulla vita: tutto ciò costituirà una parte dell’eredi­tà, con la quale i molti anni hanno oppresso il ricercatore che di­venta vecchio, e se egli è buono anche solo in modo passabile, sarà diventato molto più modesto.

Ogni contemporaneità rifiuta ciò che è meglio e ciò che è peggio e si aggrappa alla mediocrità, quasi fosse il grembo materno. Per il lavoratore o il pensatore solitario, il quale rifletta sugli ostacoli af­frontati, sulla malevolenza incontrata, sui pettegolezzi sussurrati, sulle sciocchezze didattiche dell’establishment, si profila il pericolo di una blanda megalomania. Egli rammenterà ciò che uomini più grandi hanno detto del modo con cui erano accolti dal mondo: si ricorderà per esempio, delle parole di Goethe nei suoi colloqui con il cancelliere Friedrich von Muller (23 novembre 1823):

 

Questa è la vecchia esperienza: appena emerge qualcosa di significati­vo, ecco apparire come contrasto la trivialità, l’opposizione. Lasciamo pu­re che seguano il loro corso, non riusciranno a reprimere il bene.

 

O quelle di Jonathan Swift nei Thoughts on Various Subjects:

 

When a true Genius appears in the World, you may know him by this infallible Sign; that the Dunces are all in Confederacy against him. (Quando nel mondo compare un vero genio, potete riconoscerlo da questo infallibile segno: che tutti gli imbecilli si uniscono in confederazio­ne contro di lui).

 

Ma la vittima avrebbe torto se si prendesse a cuore questi imbe­cilli (Duns Scoto, però, non avrebbe meritato di entrare nel lessico inglese come il proverbiale cretino): [Etimologicamente il vocabolo inglese dunce (imbecille) deriva da Duns men, ter­mine spregiativo coniato dagli Oppositori filosofici di Duns Scoto. (n.d.r.) ] gli imbecilli sono semplice­mente contro tutti i non imbecilli e, per giunta, fanno qualche altra cosa, che neppure Swift aveva previsto: scelgono nella loro stessa cerchia il proprio genio e lo impongono ai discendenti, i quali, ap­partenendo essi stessi alla categoria degli imbecilli, approveranno con tutta probabilità la decisione dei loro predecessori. Il genio (chi oserebbe usare a cuor leggero questa denominazione?) [Si è molto discusso se nelle scienze possa esistere qualcuno che sia possibile definire genio. Kant lo nega espressamente (Critica del giudizio, paragrafo 47), Jean Paul contesta Kant e intende utilizzare questo concetto per i filosofi «inven­tivi», ma non per quelli che «vagliano e discernono» (Preliminari di estetica, para­grafo 11). Oggi si tende a maneggiare questo titolo d’onore con tale disinvoltura da togliergli qualsiasi significato.] è qual­cosa di estremamente raro, specialmente nelle scienze. Per quel che mi riguarda, non l’ho mai incontrato, pur avendo conosciuto scienziati di grande talento.

In questo chiaro e azzurro mattino di ottobre mi trovo ancora seduto alla mia scrivania, ed ecco che, senza bussare, una piccola pattuglia entra nel mio laboratorio, la guida il decano della facoltà di medicina (negli Stati Uniti, il decanato non è una qualifica ono­rifica, ma comprende molte attribuzioni concrete). Il decano vole­va mostrare il laboratorio di chimica cellulare a un certo giovane studioso, che doveva entrare a far parte di un gruppo clinico. L’o­maggio, in puro stile di Swift, non mi fece piacere nella misura do­vuta, perché d’un tratto compresi che la Columbia University ave­va scelto questa maniera elegante per significarmi che quarant’anni erano sufficienti e che ora dovevo andarmene. Ciò avveniva tre me­si dopo il mio ritiro ufficiale.

Già qualche tempo prima - meno di due settimane - dopo che avevo raggiunto i fatali limiti di età, l’ufficio di vicepresidenza dell’università mi aveva comunicato che la Columbia non era più in grado di finanziare le sovvenzioni che avevo richiesto per la ricerca scientifica. Mi si faceva anche intendere che era meglio trovare qualcuno pronto a firmare la richiesta al mio posto; naturalmente respinsi quest’ultimo punto, e così ebbe fine un vecchissimo rapporto, ma temevo di essere diventato troppo corpulento per potermi nascondere dietro a un’interposta persona: avrei fatto capolino da tutti e quattro i lati.

La meschinità ha pervaso le strutture più intime delle nostre istituzioni al punto che nessuno che vi abbia trascorso un lungo periodo della vita avrebbe il diritto di lamentarsi, se esse sono quel che sono. Tutto è avvenuto come mi ero aspettato. Del resto l’università dimostrò la propria riconoscenza organizzando una cena per i capi di istituto dimissionari; non mancarono brevi, commoventi allocuzioni, e ricevemmo una specie di medaglia ricordo, che, come ci disse sottovoce il decano, era di puro argento.

 

 

2.  Grande magazzino del sapere

 

La moderna università americana è diventata un vera mostruosità. Parlo dei grandi magazzini intellettuali che ho conosciuto du­rante la mia vita. Può darsi che non sia sempre stato così, perché ritengo che i piccoli colleges sorti negli ultimi cento anni sul conti­nente americano (modellini provinciali di Oxford e di Cambridge) erano, tutto sommato, istituzioni gradevoli, consacrate alla cosid­detta istruzione superiore. Probabilmente non c’era in essi gran che di molto o di colto, tuttavia, specialmente prima della guer­ra civile, assolvevano il compito di aiutare i giovani a inserirsi in una società che sapeva ancora quel che voleva, o per lo meno cre­deva di saperlo. Nessuno, a quanto pare, aveva previsto che ciò che quella società voleva aveva in sé il seme della futura catastrofe, sebbene Henry Adams o, un poco più tardi, Santayana avessero idee ben chiare su questo punto.

Il rapido processo di disumanizzazione una sorta di capovolgimento progressivo del processo di individuazione, che pervase il paese e si trasformò nell’attuale sogno angoscioso, produsse para­dossalmente un vuoto sempre maggiore, una perdita di senso di orientamento persino là dove non potevano sussistere dubbi sulla direzione, una vacua disperazione. Il dissolvimento del nucleo, la scomparsa di ciò che in mancanza di un termine migliore vorrei chiamare carattere individuale, si avvertirono anzitutto nella deca­denza della lingua (basta soltanto confrontare un testo americano scritto, diciamo centocinquanta anni fa con uno redatto nei giorni nostri, Per rilevare ciò che io intendo). A tutto questo si accompagnarono una crescita perversa di tutte le istituzioni e del relativo corollario burocratico; la sostituzione della realtà con la sua image, cioè con la pretesa immagine riflessa nel torbido specchio di un’opinione pubblica brutalmente imposta e pur tuttavia mai effettivamente esistente; la distorsione di tutti i vecchi valori da cui le precedenti generazioni si erano lasciate guidare; la scoperta che le umane aspirazioni e prestazioni potevano essere compensate con moneta sonante. «Nell’inferno ogni cosa ha il suo prezzo», solevo dire quando ero giovane. [Una società formata solo da schiavi deve trovare un maestro. Esso può essere definito come «volontà del popolo», «opinione pubblica» o qualcosa di simile, ma naturalmente non esiste. Poiché le chimere si addormentano facilmente, bisogna tenere sempre sveglio il maestro, e ciò avviene mediante un dispositivo che con­sente una costante manipolazione e un’ininterrotta propaganda, un lavaggio del cervello, affidato ai cosiddetti mass media. In un solo giorno vengono raccontate al popolo più bugie di quante non ne avrebbe potuto escogitare Belzebù durante tutta la sua gestione. E tutto ciò senza un ministero della propaganda formalmen­te costituito: non c’è bisogno di nessun Goebbels. Il sistema funziona in modo quasi automatico; dunque Belzebù potrebbe parteciparvi come nel caso di ogni macchinamento automatico. Le vie del diavolo sono così alla luce del giorno che neppure le notiamo.]

Le scuole, specialmente gli istituti superiori, furono, come è na­turale, le prime a essere colpite da queste deformazioni. Così perse­ro completamente di vista il loro scopo, inghiottite dal vortice di una società consumistica, dove non è più possibile distinguere tra ciò che entra dall’alto e ciò che esce dal basso. Si lasciò ai cosiddet­ti esperti di educazione la facoltà di decidere se una certa poltiglia era un alimento o un escremento, e molto spesso essi cambiarono -la loro opinione. Dopo qualche tempo, quando tutto si era deterio­rato, anche quello faceva poca differenza.

Quando nel 1928 entrai alla Yale University, non si era ancora imposta la convinzione che la sapienza fosse più conveniente all’in­grosso. Anche se non si poteva dubitare del loro carattere classista, le grandi università adempivano, con decoro e discrezione, al loro compito di preparare i giovani dei ceti superiori a una carriera nel mondo degli affari e delle finanze. A quell’epoca la Yale University era più un college che un vero e proprio ateneo, e gli studenti dei corsi inferiori - giovanottoni con le facce da bambini - riempi­vano tutta la città. Mi sembrava che proprio allora stessero finendo di digerire i loro ultimi salatini, perché il periodo del Whoopee, degli Speakeasies e delle pellicce di procione stava per finire e al suo posto succedeva un’America biliosa che non avrebbe più ria­vuto il gusto della vita caratteristico dei ceti superiori.

L’università vera e propria - la «Spiritual De Luxe Motel» del signor von Humboldt - era molto meno appariscente. Celebrità di bassa levatura, come il professor Wiliam Lyon Phelps, dovettero la loro effimera fama all’abilità con cui sapevano tenere gli studen­ti in uno stato di sonnolenza d’alta qualità. La Graduate School e gli studenti, pochini per la verità, che lavoravano alle tesi di laurea restavano quasi nell’ombra. Le università americane erano ancora colonie di un’Europa che stava cessando di esistere. Non era que­sta l’unica circostanza che mi ricordava Roma nel suo declino. Ma l’ottima biblioteca mi ricompensava per le molte cose spiacevoli: alcuni anni prima, quando talvolta prendevo in prestito libri dalla prestigiosa Biblioteca nazionale di Vienna, mi stupivo se mi veni­vano consegnate opere di Pico della Mirandola o di Swedenborg nelle edizioni originali del xvi o del XVIII secolo; ma questo non era nulla in confronto con Yale, dove potevo accedere liberamente al deposito principale della biblioteca e non finivo di meravigliarmi per i tesori su cui potevo metter mano. Almeno sotto questo punto di vista posso dire di essere stato formato anche a Yale.

Quando, alcuni anni più tardi, tornai negli Stati Uniti per sep­pellirmi nella Columbia University trovai un’istituzione analoga, anche se più trasandata e meno austera. La grande crisi economica dei primi anni Trenta non era ancora terminata. In effetti, depres­sioni e recessioni hanno punteggiato quasi tutta la mia vita e, se il paese in cui vivevo se la cavava abbastanza bene, io e la mia fami­glia non potevamo dire altrettanto: solo i miei primi cinque anni non avevano conosciuto crisi.

La Columbia era un luogo più vivace della Yale University, so­prattutto perché si trovava a New York, con tutte le sue distrazioni intellettuali, artistiche e di altro genere. Persino le difficoltà econo­miche contribuivano a dar vita all’università. La Graduate School, molto più importante di quella di Yale, era affollata principalmente da studenti che appartenevano a famiglie da poco immigrate: la terra promessa, anche se manteneva solo poche delle sue promesse consentiva ai suoi figli l’accesso a un’istruzione gratuita, approfondita ed eccellente nel City College. I giovani irlandesi, italiani ed ebrei che venivano alla Columbia University per laurearsi erano in complesso persone a modo, diligenti e intelligenti, e trovavano molti esimi professori con cui poter lavorare. Non ho affatto l’in­tenzione di travestirmi da Beato Angelico nell’atto di dipingere il Paradiso, ma allora la Columbia era davvero una buona università che dava a molti giovani la possibilità di trovare la loro strada. Ciò che oggi la Columbia è divenuta è un’altra storia, una storia più triste; ma è anche la storia di tutto il paese e persino dell’intero -. mondo occidentale. Il volto del XXI secolo fa capolino da tutte le finestre. [Gli uomini hanno sempre temuto il futuro e non a torto, ma ciò che contraddi­stingue il nostro tempo, almeno per me, è la totale scomparsa del «principio spe­ranza», specialmente nella gioventù. Il diffondersi terribile e incontrollato della droga ne è di certo una conseguenza. L’unica speranza che ci resta oggi è quella «iniettabile».]

Che cosa abbia reso, durante la mia permanenza, la Columbia un’istituzione così sgradevole, è difficile spiegarlo. Può darsi che ciò sia dovuto, in parte, alla collocazione dell’università nel cuore di una città gigantesca e brutale: uscendo dalla metropolitana ed entrando nell’università, quasi non si avvertiva un cambiamento di -atmosfera. Ma questo non può spiegare lo strano genius loci, che vorrei definire l’assenza assoluta di tradizione.

Tutti siamo stati educati a considerare la tradizione come qual­cosa di ridicolo. Quando un giorno, a Cambridge, John Kendrew mi fece sapere che soltanto i Fellows e i loro ospiti avevano il diritto di calpestare il tappeto erboso del college, io, che frequentavo il Central Park, giudicai questa norma estremamente ridicola. Quan­do a Padova mi mostrarono il cortile dell’università, i cui muri era­no ricoperti dai begli stemmi gentilizi del xvii secolo, e con atteg­giamento reverenziale mi condussero alla cattedra di Galilei e nel primo emiciclo di anatomia del mondo, come contrasto lo spettacolo attuale mi parve ancora più triste. E un’altra volta, quando in occasione di un’udienza pontificia i camerlenghi entrarono nella sala con rapido passo annunciando ad alta voce: «Il papa, il pa­pa!», mi ritornò forse alla mente l’ultimo atto del Cavaliere della rosa, ma non si trattò soltanto di questo. Spesso la tradizione è gravosa come un busto d’acciaio: ma se la schiena fa male, anche il busto aiuta. La fedeltà alla tradizione è spesso una cosa ingannevo­le e vuota, ma alla Columbia si notava la sua mancanza. Mi accontenterò di qualche esempio. Nel 1904 Avery (della cui grande influenza sulla biologia moderna ho già parlato) terminò i suoi studi presso il College of Physicians and Surgeons della Columbia University; più volte ho tentato di indurre le autorità acca­demiche a ricordare questo memorabile fatto, ma non ebbi succes­so: anche se interi edifici, aule e laboratori sono ornati con i nomi di diversi ricconi (o, come spesso si chiamano, filantropi e benefat­tori), per Avery non c’è posto. Schoenhieimer, che ha rivoluzionato la biochimica moderna, era così dimenticato nel suo stesso istituto, che alcuni anni fa, quando uno storico delle scienze mi pregò di raccogliere alcuni elementi degni di essere ricordati, non trovai di lui neppure un pezzo di carta e solo con la più grande difficoltà riuscii a scovare una fotografia.

 Tuttavia la mancanza di collegialità, il carattere impersonale di tutti i rapporti e altri difetti erano in parte compensati da una pia­cevole qualità: la Columbia veniva sottoamministrata nel più gra­devole dei modi. Ci lasciavano per lo più in pace: un professore avrebbe potuto benissimo morire nel suo ufficio e continuare a riti­rare lo Stipendio per molti mesi, prima che segnali funesti spinges­sero gli uomini delle pulizie a occuparsi della sua stanza in una del­le loro visite. Come molte altre cose, anche questa situazione mutò in seguito alla «rivoluzione» del 1968, da cui l’università non si è più ripresa. Per proteggersi da attacchi giustificati e anche da quelli infondati gli atenei si sono racchiusi in uno spesso guscio amministrativo. Contemporaneamente hanno subito l’attacco di una for­ma particolarmente maligna di cancro burocratico: i sempre più numerosi posti amministrativi non presentano nessun tipo di inibi­zione da contatto e proliferano creando nuove posizioni improduttive. Ecco perché il cosiddetto overhead (costi generali) imputato ai servizi amministrativi ha raggiunto livelli fantastici, in alcuni casi il 100% e più dei fondi devoluti alla ricerca. Così le università hanno cominciato ad assumere l’aspetto di campi di transito scientifici, in cui si prende in affitto un laboratorio o un ufficio con l’aiuto di questo overhead e, se si perde il credito, si viene messi alla porta.

La funzione delle scuole medie americane nel secolo scorso (e oggi quella dei college e delle università) consisteva, così almeno mi sembra, nel mediare un poco di civiltà. Se leggo uno dei primi ro­manzi di Henry James, per esempio Roderick Hudson, Ritratto di signora, o I bostoniani ho l’impressione che quella funzione fosse esercitata con successo, al contrario di oggi. Non sono nemmeno certo che le università assolvano ancora il compito che ai miei tempi era assegnato all’università di Vienna, di uffici dispensatori di lauree. C’è in giro un’aria di disgusto (e io credo che pervada tutto il mondo), un orrore per l’arte e per il sapere, per la ricerca e per il pensiero, una stanchezza greve come il piombo; uno sprofondarsi in un nirvana in miniatura. I paradisi artificiali di Baudelaire sono diventati inferni sintetici.

 

 

3.   Respiro pesante

 

Molto tempo fa, ho acquistato a un’asta la prima edizione di una raccolta di caricature di Max Beerbohm (1872-1956). Questo artista, un tipico rappresentante della vanitosa gioventù oxfordiana dell’epoca tardovittoriana e edoardiana, non è rimasto ben vivo nella memoria dei posteri, come, del resto, suole quasi sempre ac­cadere nel caso di tipici rappresentanti di qualche fenomeno cultu­rale; eppure Beerbohm era un caricaturista originale e uno scrittore pieno di humour. Il libro si intitola Observations e fu pubblicato nel 1925; poiché risale ai buoni tempi antichi, quando si produce­vano in Inghilterra libri eccellenti, ha superato il tempo, il clima e l’inquinamento quasi altrettanto bene dei miei libri del XVI o del XVII secolo. Un capitolo mi è sempre particolarmente piaciuto, «Il vecchio e il giovane Io». Ogni disegno confronta (talvolta senza pa­role, talaltra con didascalie) la versione giovanile e quella più in là con gli anni di un medesimo personaggio famoso. Così, per esem­pio, vediamo il vecchio Lloyd George, oltremodo corpulento, la­sciar cadere il sigaro, avvertendo un senso di disagio nell’osservare la propria figura giovanile, altrettanto pingue, di scolaro sgradevo­le e impertinente dell’età vittoriana. Joseph Conrad è seduto con grande dignità, mentre il suo giovane Io parla, incombendo su di lui, in una lingua che suona come una specie di polacco pidgin, ed egli gli risponde in francese. E ancora, Stanley Baldwin sorprende il monellaccio che era un tempo comunicandogli che ora è diventa­to primo ministro.

Quante volte, Narciso su un torbido stagno, ho tentato di evoca­re il mio giovane e il mio vecchio Io - 17 contro 71 - e mi sono stupito di poterlo fare con facilità! Non solo gli anni sono passati veloci, come un breve respiro, ma quanto più quel tempo si allon­tana da me, tanto più mi è vicino. Tra il passato e il presente la vita del singolo forma un ponte, il cui arco tanto si rafforza quanto pìu è lungo, perciò la morte del singolo lascia anche nel passato una lacuna, perché, a questo punto, ogni ricordo è cancellato. Ma il mondo sembra vivere della scomparsa di questi ricordi: se ci ricor­dassimo di tutto, non sapremmo nulla. Non ho cambiato il mio modo di vedere, anzi la mia fede, anche se mi sembra più difficile esprimerla ora che non durante la mia giovinezza, quando possedevo ancora una lingua materna. Una sorte benevola mi ha preservato dal dover fare concessioni; l’osservatore assoluto non è diventato relativista. Fortunatamente non sono divenuto molto più saggio, anche se una pacata selvatichezza si è trasformata in una selvatica pacatezza. Questi presentimenti di un identità che si trasforma (essi sono l’antitesi della troppo «chiacchierata» crisi di identità) forse si fondano solo sulla presun­zione, ma non ne sono convinto. Ho mantenuto un sufficiente interesse per la mia professione, anche se la fede che si tratti di una nobile attività - se mai ho avuto una convinzione del genere - è stata distrutta nel 1945, co­me ho spiegato all’inizio di questo libro.

Se in mezzo a massacri e a distruzioni, circondato da rovine e da barbarie, in un mondo di disperazione e di oblio, mai lontano dall’orlo di questo o di quell’altro abisso, sono riuscito a sopravvivere con la mia famiglia, scrivendo lentamente una frase dopo l’altra, annodando parola a parola, pensiero a pensiero (e qualche volta anche solamente stando seduto al sole), ebbene, tutto questo può esser definito con un termine molto semplice: felicità. Non credo di essere stato un giovane particolarmente brillante, soprattutto se penso ad alcuni che ho conosciuto durante gli anni del mio inse­gnamento universitario, e certo non sono diventato più brillante con il crescere dell’età. è vero, d’altra parte, che non ho mai avuto grande considerazione per le nature brillanti: ho sempre guardato a qualità del tutto diverse e le ho trovate in persone che non stupi­vano per il loro ingegno. Se osassi considerare me stesso in un con­testo storico, mi vedrei come una versione in miniatura di un Auso­nio o di un Claudiano, cioè come uno di quegli scrittori della tarda romanità, in lotta disperata contro la barbarie, ma a loro volta Im­barbariti, intenti a incollare una accanto all’altra, a fatica e in una lingua decaduta, distici maldestri, senza produrre niente che non fosse già stato detto prima in modo migliore. C’è qualcosa di più triste di questa iridescente decadenza, di questa lotta continua tra il «devo» e il «non posso»?  è questo un caso in cui il pendolo della vita si trasforma in una mazza battente.

Per quanto riguarda la mia vita in questi tardi anni, devo dire che è divenuta molto più tranquilla: le oscillazioni del pendolo si sono visibilmente smorzate Ero capitato nella ricerca dell’acido nucleico come in una morsa: l’interessamento ufficiale a un tema scientifico comprime in quanto si rafforza e limita in quanto si ap­profondisce Benché continuassi ad avere eccellenti collaboratori e alcuni ottimi studenti, essi non venivano più da me come prima per lavorare sulla chimica della cellula vivente, ma volevano imparare tutto sugli acidi nucleici. Un osservatore ingenuo potrebbe consi­derare questo scopo perfettamente raggiungibile, ma non è così, perché è tipico della più intrinseca sostanza delle scienze produrre sempre nuovi problemi. Una volta che ci si è imbarcati, non si toc­cherà mai terra, e ben presto si dimenticherà che esiste qualcosa come una terra: Orizzonti incessantemente mutevoli e irraggiungibili ci attirano nell’ignoto; un ignoto che pochi, però, desiderano conoscere. Ma siamo pagati per conoscere.

Ho l’impressione che negli ultimi quindici anni il mondo delle scienze, o per lo meno quella parte delle scienze che mi è dato di abbracciare, ha subito una deformazione, una distorsione, le cui di­mensioni faccio fatica a comprendere. il processo di gonfiamento è cominciato probabilmente già verso la fine della seconda guerra mondiale, ma solo dieci o quindici anni più tardi - qualche tempo dopo il lancio dello Sputnik da parte dei russi - esso ha mostrato le caratteristiche perverse, divenute. poi così evidenti. Prima chiun­que si occupasse di una disciplina scientifica (cioè chi si dedicava a una ricerca scientifica fondamentale) non si trovava mai lontano dal nocciolo della sua scienza e non poteva perderne di vista il ca­rattere specifico e il «codice d’onore»; ora, invece, deve mantenersi nella periferia più lontana, sempre distante dal punto centrale. il motivo principale di questa situazione è il moltiplicarsi veramente esplosivo degli sforzi di ricerca e delle pubblicazioni. Forse dalle bibliografie dei lavori scientifici sì può riconoscere nel modo mi­gliore la totale rottura con la tradizione. Come esempio, confronterò tra loro due dei miei lavori, pubblicati uno nel 1946, l’altro nel 1976. Nell’apparato bibliografico del contributo del 1946 erano citati trentanove titoli, sedici dei quali avevano più di trent’anni e solo quattro si riferivano a scritti pubblicati nei cinque anni prece denti. Il lavoro del 1976 contiene sedici titoli, di cui la metà riguarda lavori redatti meno di cinque anni prima, mentre solo due delle pubblicazioni citate hanno più di dieci anni.

La scienza moderna vive alla giornata; assomiglia molto di più a una speculazione in borsa che a una ricerca della verità sulla natu­ra: una verità alla quale credetti, forse sbagliando, di dedicarmi, quando più di cinquant’anni orsono entrai in campo scientifico. Intanto le scienze si sono così gonfiate, che nessuno è più in grado di sapere abbastanza del suo oggetto. Qualche tempo fa, ho formu­lato questo concetto nel modo seguente: «Le scienze, come tutte le altre professioni, non possono durare se chi le esercita non è in gra­do di conoscere più di una parte - che diventa sempre più piccola - di ciò che egli deve sapere per assolvere in maniera giusta il pro­prio compito».1

Andavo avanti meglio che potevo: collaboratori giovani e altri non più tanto giovani, lavori, articoli che facevano il punto della situazione, conferenze, simposi, congressi e comitati, comitati... Oggi ci sono professori che non fanno altro che sedere in comitato, ma non ho mai appartenuto a questa categoria. Ma c’era ancora qualcosa che durava: la continua insoddisfazione di me stesso; la sensazione (non credo che questa abbia attinenza con l’ambizione) di non aver speso il mio tempo come dovevo, di avere sperperato il poco talento che la natura mi ha dato; il sentimento, infine, che quando liber scriptus profereur,        [Nel Dìes irae si dice che nel giudizio universale «un libro scritto verrà mostra­to», in cui sono segnate le azioni degli uomini perché vengano giudicati. (n.d.r.),*] il mio nome vi comparirà in lette­re scarlatte. Ci furono, però, rari momenti (e sono diventati sempre più rari) in cui mi sembrava che un cielo fresco, terso, azzurro si aprisse su Manhattan, anche se i giorni sono per lo più afosi e grigi o freddi e bui.

Una cosa forse utile di cui mi occupai fu l’edizione del vasto ma­nuale The Nucleic Acids, curata in collaborazione con J.N. David­son dell’Università di Glasgow:2 i primi due volumi apparvero nel 1955, il terzo nel 1960. Il capitolo relativo alla chimica degli acidi desossiribonucleici, scritto da me, è la prima trattazione moderna di questo argomento. A mio giudizio, è il miglior saggio che abbia mai scritto, e spesso mi è spiaciuto di non avere avuto l’opportuni­tà di enucleare le frequenti considerazioni d’ordine generale da quelle parti che sono una pesante e faticosa complicazione di effi­meri dati di fatto. Come avviene spesso nelle scienze, sono questi fatti a trascinare le idee in fondo al mare dell’oblio.

Immagino che pochi saranno d’accordo con me, se affermo che negli ultimi quindici o vent’anni le scienze si sono orientate verso una direzione e sono cresciute con una rapidità tale da rendere molto probabile il loro definitivo declino: si potrebbe dire che han­no relegato se stesse in un angolo. Quando ripenso alla mia vita dopo il 1960 circa, devo confessare che non partecipavo con il mio cuore a quel che facevo. La stupefacente crescita della biologia e della biochimica, lo splendore delle loro più recenti prestazioni, al­le quali forse anch’io ho contribuito in piccola parte, mi scoraggiavano e mi spaventavano Assistevo a una valanga di trionfi, e colo­ro che formalmente li avevano determinati non si trovavano più in un rapporto adeguato alla grandezza di tali conquiste: qualcosa forse non quadrava, se uomini sempre più piccoli facevano scoper­te sempre più grandi. Non riesco a immaginarmi qualcosa di simile a una immeritata creazione dello spirito umano, si tratti di una poesia, di una composizione musicale o di un dipinto; ma sono sta­to testimone di cosiddette «clamorose conquiste scientifiche» asso­lutamente immeritate Naturalmente si potrebbe obiettare che le scienze non sono qualcosa di molto diverso da una sorta di archeo­logia dei fenomeni naturali: per scavare non occorre molto intellet­to, ma ci vogliono piuttosto fortuna e occhi bene aperti e forse an­che una certa sfacciata capacità di generalizzazioni precipitose In effetti (quasi avrei detto purtroppo) le scienze si occupano ora di molte più cose che soltanto di scavi alla ricerca di tesori nascosti.

Nel suo grande romanzo L’uomo senza qualità, Robert Musil de­riva presagi di catastrofi e di disastri imminenti e colossali dall’a­ver letto in un giornale qualcosa intorno a un geniale cavallo da corsa. Cominciai a sospettare che questo fosse il genere che miete­va i più sorprendenti successi scientifici, anche se il concetto di «successo» riferito alla scienza è altrettanto falso quanto il concet­to di «genio» parlando di un cavallo da corsa, campioni olimpionici o premi Nobel. Le scienze erano diventate uno sport spettacolare, nonostante che per questo tipo di sport non ci fossero veri e propri spettatori, e si potevano annoverare ormai - così almeno mi sembrava - fra i più efficaci strumenti di incretinimento delle masse.

Ma per me era troppo tardi per evadere, anche se avessi saputo dove andare. La libertà, il meno afferrabile di tutti gli ideali, è un -bene che non mi è mai stato elargito: non ero più libero di un tronco d’albero fluttuante su un fiume impetuoso. Così il mio fluttuare o il mio essere trasportato continuavano senza posa.

Un’estate, nell’agosto 1961, mentre mi trovavo sul prato davanti alla casetta che allora usavamo prendere in affitto per le ferie nel Maine, mi venne l’idea di rendermi finalmente degno del sopran­nome, con cui talvolta chiamavo me stesso, di viellard misérable e di scrivere qualcosa di primo getto. Il dialogo Amphisbaena si svol­ge tra un insopportabile vecchio chimico onnisciente e un giovane chimico molecolare cretino e altrettanto insopportabile. Era questo il mio primo tentativo di una critica della scienza in forma libera, cioè in un gergo satiricamente distorto e senza la sfarzosa parrucca di apparati bibliografici e di citazioni. La definizione, che vi davo, della biologia molecolare come «pratica della biochimica senza li­cenza» è largamente nota ed è spesso citata. Questo testo apparve insieme con altri saggi nel 1963 nella raccolta Essays on Nucleic Acids.3  Sarò sempre riconoscente alla casa editrice Elsevier di Amsterdam per essersi cimentata in un compito così anticonformista, che richiedeva di certo un po’ di coraggio. Il dogma dell’infallibili­tà delle scienze è tanto potente e così generalmente accettato, che non c’è stato nemmeno bisogno di prevedere processi di scomuni­ca, usuali in chiese più deboli. E forse proprio per questo motivo mi è stato risparmiato il destino degli eretici di un tempo. Comun­que, il rifiuto di concedere fondi per la ricerca è pur sempre una forma piuttosto efficace di interdetto, una misura di rappresaglia, per la quale negli ultimi anni non mi è stata concessa alcuna dispensa.

Dall’epoca in cui scrissi il dialogo, cioè dal 1961, ho redatto an­cora tre scritti di questo genere; tutta la serie è stata pubblicata sotto il titolo Voices in Labyrinth.4 In questo lavoro, come anche in molti saggi e conferenze di carattere generale, continuo a valutare con occhio critico le scienze così come oggi sono conformate. Probabilmente molti hanno letto questi saggi e dialoghi soltanto per­ché essi contengono poche briciole di informazione scientifica e certamente ne saranno stati delusi. Questo è comprensibile, in quanto i lavori scientifici hanno da gran tempo rinunciato alla pre­tesa di essere qualcosa di più che agili dispensatori di un sapere provvisorio ma immediatamente disponibile. In questi testi, però, avevo mirato allo scopo, ben diverso, di elevare a livello letterario la valutazione critica di problemi scientifici tornerò più avanti su questo argomento, ma dovrei qui mettere in risalto che si è trattato di una sorta di comoda schizofrenia che mi ha salvato l’intelligen­za. Sotto alcuni aspetti, la mia posizione assomigliava a quella di un prelato della chiesa moderna, in cui è lecito fare quasi tutto pur­ché con gusto e cautela.

Ci devono però essere stati anche molti lettori non delusi da que­sti scritti e me lo conferma un notevole numero di lettere sorpren­denti. In America, questo strano paese, dove c’è sempre qualcosa di tutto, e probabilmente qualcosa di più che altrove, ci sono anche molti che, disgustati dalle grida e dal chiasso della nostra industria della scienza, sono grati alle timide voci di chi sa ancora riflettere e meditare, specialmente se esse provengono da una parte da cui si sarebbero aspettati molto di peggio. Certo, esistono persino i santi, ma di loro non Possiamo saper nulla per definizione. Poveretti, chissà come devono trovarsi in difficoltà: se la stampa scandalisti­ca si impadronisse di loro, si vedrebbero costretti a comportarsi da santi del teleschermo

 

 

4. Correre avanti e indietro per accrescere la conoscenza

 

 

Il titolo di questo capitolo deriva dalla Bibbia, nella bella edizio­ne inglese dell’Authorized Version. In Daniele, 12,4 si legge:

 

Ma tu, Daniele, tieni nascoste queste parole, e sigilla il libro sino al tempo della fine; molti correranno avanti e indietro, e la conoscenza si accrescerà.

 

Il misterioso versetto di un libro misterioso mi è sembrato quan­to mai adatto a descrivere la brama sconsiderata con cui i ricerca­tori del nostro tempo si spostano da un congresso all’altro per at­tingere fresco sapere e nuove conoscenze da fonti che certamente non le contengono (è molto più facile rovinarsi lo stomaco). Mi aspettava però una delusione, quando rilessi il versetto nella Bib­bia di Lutero per trovare il titolo corrispettivo:

 

E ora, Daniele, tieni nascoste queste parole e sigilla il libro sino al tempo della fine; molti lo consulteranno e allargheranno le loro cognizioni.

 

L’elemento essenziale, il correre su e giù, non si trova nella ver­sione di Lutero. Anche la traduzione di Martin Buber, probabil­mente la più fedele al testo, anche se un po’ nibelungica per il mio gusto, non mi è servita; e così ho mantenuto per questo capitolo il titolo ispirato alla versione inglese, titolo che meglio si addice a ciò che segue.

Ogni tanto nei tempi passati, il telefono squillava nel mio accogliente ufficio annesso alla facoltà di medicina, e la mia segretaria, l’indimenticabile Emmy Bloch, mi comunicava che erano arrivati due signori per conferire con me, da parte del Federal Bureau of Investigation o della. Central Intelligence Agency. Dopo qualche volta questa inquietante notizia cessò di sorprendermi, perché sapevo in anticipo che cosa sarebbe accaduto. Due uomini serenamente bovini (FBI) o due volponi (CIA) sarebbero entrati sventolando autorizzazioni di ogni genere per chiedermi con un ghigno ebete o subdolo tutto, ma proprio tutto, su un certo personaggio che soli­tamente si faceva chiamare Abdul Mur Rahman o qualcosa di si­mile; contemporaneamente, avrebbero tirato fuori dalla cartella portadocumenti la fotografia di un individuo ultrabarbuto, nel quale per un’improvvisa illuminazione avrei riconosciuto mio nonno di parte paterna, che conoscevo soltanto da alcuni ritratti, es­sendo morto due anni prima della mia nascita. Ben presto, però, imparai a diffidare di questo riconoscimento troppo affrettato, perché avevo capito chiaramente che i barbuti e la maggior parte degli altri volti sembrano tutti uguali. In ogni modo, il signor Rahman o chi altri mai mi erano completamente estranei e lo dicevo anche agli sbirri di turno; pronto sempre a collaborare, solitamente chiedevo poi a quei due se non mi scambiavano per caso con un dr. Chaikoff che lavorava in California, ed essi, ammettendo che era una cosa possibile, si allontanavano.

Tutto ciò accadde soprattutto in quell’infelice periodo in cui per iniziativa del senatore Joseph R. McCarthy cominciò a imporsi la pretesa che il primo dovere di un cittadino fosse quello di denun­ciare i suoi concittadini. Non tutte le indagini avevano per oggetto individui sospetti che minacciavano il «mondo libero»; spesso i detective andavano in cerca soltanto di una specie di certificato di buona condotta, o qualcosa che attestasse come la persona sotto inchiesta desse garanzia della più pura democraticità: si scandagliava il passato dei candidati a posti di lavapiatti in un laboratorio federale o ad analoghe posizioni-chiave, specialmente le donne del­le pulizie che avevano una certa età erano sospettate di nutrire re­condite idee radicaleggianti. Una volta, però, la visita ebbe un altro scopo.

All’inizio del 1957 fui invitato a un simposio sull’origine della vita (questo si che era un bel tema per lo scienziato «provvisto di tutto»): l’incontro, organizzato dall’Accademia delle scienze dell’URSS, doveva aver luogo a Mosca. Pochi giorni dopo aver ricevuto la lettera che mi invitava in Russia, si presentarono nel mio ufficio due uomini della CIA; i due appartenevano senz’altro a una catego­ria più alta della solita e, se non erano aquile, erano almeno del genere avvoltoi. Evidentemente avevano letto la lettera prima di me e vollero sapere se intendevo proprio partecipare al convegno; risposi che non lo sapevo ancora, perché avevo problemi finanziari. I due soggiunsero di sperare davvero che io avrei intrapreso il viag­gio e tenuto gli occhi bene aperti. Tenere gli occhi aperti? Sin dal tempo in cui era stata affidata al buon soldato Schwejk la direzione dello stato maggiore unificato, non era stata fatta una scelta più op­portuna. Manifestai la mia sorpresa, ed essi offrirono addirittura di pagarmi il viaggio; respinsi l’offerta e i due se ne andarono. Mi ri­mase l’amaro in bocca. L’indifferenza con cui affrontai l’intera si­tuazione doveva avere impressionato sfavorevolmente i due sgherri: certo non potevano sapere che avevo sempre evitato qualsiasi film di agenti segreti e che per il luppolo del cinema e il malto della televisione erano del tutto sprecati.

Naturalmente la cosa non fini qui. L’accolita di spie da quattro soldi lanciò un’altra bolla, questa volta nei panni di una signora, ma non propriamente quella che si direbbe una femme fatale. Ter­minati i preparativi per il mio viaggio, mi si presentò improvvisa­mente un tipo materno (dobbiamo chiamarla Mamma Orsa?) che, tutto sommato, aveva l’aspetto di una madre sottopagata di figli difficili. In questa occasione non mi fu offerto danaro, tutto proce­dette in modo pienamente scientifico, anche se si vedeva chiara­mente che la povera donna non sapeva che pesci pigliare. Mamma Orsa mi pregò di aiutarla a risolvere non facili problemi, che nep­pure lei era in grado di compitare per il verso giusto; non era chia­ro perché mai fosse venuta a trovarmi e lasciava trapelare un’aria amabilmente confusa e un distratto interesse. Nell’atto di andarse­ne, mi augurò buon viaggio e purtroppo aggiunse un arrivederci.

Senza dubbio il simposio a Mosca e il successivo viaggio a Leningrado erano interessanti, ma per me erano in certo qual modo rovinati dai visitatori, grevi di piede e di sedere, che avevo lasciato alle spalle. «Tenere gli occhi aperti!» sibilarono gli avvoltoi; «Arri­vederci!», sussurrò Mamma Orsa. Naturalmente volevo tenere gli occhi aperti, perché sono sempre stato uno spettatore cortese. In­sieme con mia moglie avevo cominciato alcuni anni prima a impa­rare il russo e, lasciati a noi stessi, non ci sentivamo perduti e ave­vamo addirittura la smania di mettere alla prova le nostre nozioni linguistiche; ma per tutta la vita ero stato un uomo tremendamente riservato, sempre in fuga da incontri chiassosi, nauseato dalle chiacchiere, persino da quelle patriottiche. L’unica conseguenza del tentativo idiota di intrupparci fu che vidi meno di ciò che altri­menti avrei potuto vedere, parlai con un minor numero di persone e visitai spesso i musei: la mia profonda conoscenza del bel museo dell’Hermitage a Leningrado (inclusa la mia incapacità di spiegare ai custodi la differenza tra Manet e Monet, perché le orecchie russe non riescono a distinguere l’una dall’altra le due vocali) si deve soprattutto a Mamma Orsa. Rinfrescai la mia conoscenza di parecchi autorevoli biochimici russi, come Vladimir Engelhardt e Aleksandr Oparin, e incontrai molti colleghi, specialmente dell’Europa orien­tale, che non avevo più visto da anni. Mi allietò in modo particola­re la compagnia di Andrej Belozerskij, uno dei più simpatici giardi­nieri del nostro comune frutteto; oltre a molte altre cose che ci uni­vano, scoprimmo di avere esattamente la stessa età.

Quando tornammo a New York dalla nostra lunga estate, Mam­ma Orsa fu tra le prime persone che ci vennero a trovare, era anco­ra più svagata di prima e se ne andò borbottando: invece di un’a­stuzia diabolica, cominciai a diagnosticare in quella donna una blanda forma di squilibrio mentale. Tuttavia tornò di nuovo e que­sta volta non avrebbe potuto essere più chiara: chi le aveva dato l’incarico voleva sapere se i russi erano riusciti a produrre qualcosa di simile a un homunculus: piccoli esseri ideati in vista della miniaturizzazione delle loro navi spaziali (in quel periodo gli sputnik erano al centro di un’esaltazione alimentata artificiosamente). Fi­nalmente potei dirle la verità, e così Mamma Orsa uscì di scena.

Fra i molti viaggi spiccano chiaramente soltanto quelli che mi condussero in paesi che sembravano offrire un’alternativa alla società in cui dovevo trascorrere la mia vita: il Giappone, il Brasile, il Vaticano. In generale, poche cose sono meno appaganti dei viaggi di lavoro di uno scienziato; ciò dipende, in parte, dalla divisione della nostra vita in compartimenti stagni e dall’imperialismo cultuale, mai ammesso, dell’America. Dovunque si vada si parla il medesimo pidgin, si ritrovano gli stessi cocktail, gli stessi cibi di difficile digestione, le stesse centrifughe, gli stessi elaboratori di gradienti, le stesse curve: niente emerge dall’ammasso. Dopo un po’ tutte le conferenze si confondono in un’unica macchia, tutti gli oratori abborracciano alla meno peggio i soliti dieci minuti di recitazione da automi, tutti i problemi vengono sminuzzati e confuiscono in un’unica frase senza senso come «struttura e funzione». Lo strepito brutale di una macchina insensata che si occupa della cosiddetta diffusione dell’informazione scientifica soffoca ogni idea, ogni fantasia. Diogene, con la sua lanterna alla ricerca di un uomo, non sarebbe al posto giusto in questi consessi.

Ma non è sempre stato così. Per molti secoli, viaggiare veniva considerato come una delle principali forme di educazione: serviva a formare l’uomo. Che cosa sarebbero stati Goethe o Stendhal sen­za l’Italia? Non avevano bisogno, però, di volare da Hilton a Hil­ton. Certo, dato che i viaggi costavano moltissimo, pochi scienziati potevano permetterseli, a meno che essi non fossero precettori di giovani aristocratici, tenuti a effettuare il loro grand tour. Lichten­berg sì recò due volte in Inghilterra e sicuramente spese il suo tem­po più nei teatri di Londra che nell’osservatorio di Oxford e impa­rò più da Hogarth e da Garrick che dal dottor Priestley, ma, intelli­gente e acuto osservatore di un’umanità troppo incline alle tenta­zioni, imparò soprattutto dall’osservazione della vita delle strade londinesi. Collezionisti di curiosità o anche soltanto di fatti incon­sueti, i dotti del XVIII secolo erano amatori o dilettanti nel senso originario dei termini: amavano la natura ed erano pervasi da un onesto e disinteressato desiderio di conoscere.

Come appartenente a una generazione che sta scomparendo, ho sempre viaggiato secondo il vecchio stile, sia pure con qualche ce­dimento. Ovviamente ho partecipato a molti congressi e tenuto conferenze in molti luoghi. Questi viaggi mi hanno dato l’opportu­nità non tanto di approfondire le scienze quanto di arricchirmi in­teriormente in un modo non facile da descrivere. I mirabili e arcani templi e giardini di Kyoto si rispecchiano nel mio spirito con tratti più vivaci che non l’Istituto delle proteine di Osaka, il cui aspetto era né più né meno simile a quello di tutti gli altri istituti del gene­re. Gli archi dei vecchi ponti, le rosse colonne nel mare, i disegni dai molti significati dei ciottoli e dei cespugli, le Vedute ufficiali del monte Fuji numerate secondo il rango, i vulcani ammansiti e i gey­ser puntuali nelle loro eruzioni, le recitazioni stilizzate sullo sfondo dipinto di un unico albero ieratico, le prescritte esaltazioni dell’an­tico recipiente all’inizio della cerimonia del tè: tutto ciò - per quanto degradato al livello di esca per un mondo turisticizzato e attorniato dalla brutalità della vita giapponese di ogni giorno - mi parlava con una voce millenaria che ascoltavo in rispettoso silen­zio. Mi si mostrava un’alternativa al mondo malato dell’occidente: ed era un’alternativa per me altrettanto irraggiungibile quanto i templi di Paestum.

Brasile: monumento in rovina del colonialismo neolatino; un gi­gante che geme nel suo sonno cocente; l’orrore di São Paulo, una Chicago più grande senza comodità igieniche, ma con una certa aria molle dovuta alla sua lingua senza ossa; la bellezza eternamente sfuggevole e malinconica di una Rio de Janeiro trasognata; e più di ogni altra cosa il nord, Belem immersa nella sua calura che ottunde, sonnacchiosa nel ronzio tropicale di ventilatori intermittenti; il barocco demenziale di Recife in mezzo alla disperata, fissa imperturbabilità dei villaggi indios; una Sinfonia in mais maggiore

è che dire delle visite proustiane ai papi? Ne ho visti due da vici­no, prigionieri delle pieghe irrigidite di un ufficio impossibile: esse­re insieme luogotenenti e ragionieri di Dio in Terra, direttori di una banca teocratica di investimento con una vista obbligata sull’eternità. La prima volta, a Castel Gandolfo, assistetti a un’allocuzione del pontefice a un gruppo di ematologhi miscredenti, che con gli scatti delle loro macchine fotografiche sovrastavano le cadenze armoniose del discorso. Pio XII, nella sua bianca veste, un monu­mento di manierismo, scandiva con le sue belle mani dalle dita affusolate, il ritmo di una spossatezza sublime: il santo più elegante che il mondo abbia mai visto, come se un Francisco de Zurbarán avesse d’un tratto prodotto un capolavoro di bondieuserie. Ciò deve essere avvenuto nel 1958. Che atmosfera diversa, tre anni più tardi, con Giovanni XXIII, il papa gradito a tutto il mondo, esclusi i prelati. L’opportunità di incontrarlo mi fu offerta da un piccolo simposio sulle macromolecole biologiche, organizzato dall’Accademia pontificia delle scienze in coincidenza di una delle sue regolari riu­nioni. Fu un piccolo convegno, uno dei più gradevoli a cui abbia partecipato; il tipico atteggiamento italiano nei confronti delle scienze si manifestò nel suo modo migliore come se la riunione si fosse tenuta sotto gli auspici di Spallanzani o Malpighi, Volta o Galvani: assoluta disponibilità e cortesia, senza le durezze che ca­ratterizzano la nostra epoca. Una lieve, ironica mestizia si effondeva tra le graziose colonne di un padiglione rinascimentale: il Casino di Pio IV, eclettico capolavoro di Ligorio, in cui si svolgeva il convegno, nobilitava anche i contributi più rozzi; ma ancora meglio si stava nel bel cortile ovale, davanti al colonnato, nella pallida luce solare di una giornata di tardo autunno. Il sole al di sopra del piccolo edificio, un sole più saggio degli altri, aveva visto tutto, anche l’immortale Sibilla Cumana, che voleva morire.

Una delle conferenze cominciava con una frase particolarmente grossolana (il corsivo è mio): «Ciò che è essenziale nel dogma, che sembra cosi accettabile al nostro tempo, può essere riassunto nel ben noto diagramma: DNA -> RNA -> proteina». (A me, comunque, non era parso accettabile, ma io non appartengo al «nostro tempo».) Ricordo ancora quanto mi sia sembrato comico questo atto di omaggio da un’ortodossia all’altra, in mezzo al parco del Vaticano, e dissi a non so chi: «Alcuni filioque in più o in meno non fanno differenza». In effetti questo dogma, sul quale si trovano d’accordo sia liberi pensatori sia persone credenti, ha dato pessima prova di sé: solo pochi anni più tardi si moltiplicavano gli stessi rigattieri con dogma opposto.

Alla fine del convegno Giovanni XXIII avrebbe dovuto dare udienza agli ospiti, ma si ammalò e il ricevimento fu disdetto. Tre giorni più tardi, stando meglio, fece invitare i partecipanti al convegno ancora presenti a Roma. I castori più zelanti erano già tornati in tutta fretta ai loro argini e alle loro costruzioni, così il gruppo che si raccolse nel Palazzo del Vaticano fu molto esiguo: alcuni membri dell’accademia e qualcuno di noi meno abbiente. Bastò una saletta con sei-otto file di posti, i membri dell’accademia erano in frack: Otto Hahn, già ottantaduenne e di salute molto cagione­vole; Leopold Ruzicka, che si inginocchiò baciando l’anello al pa­pa e alcuni altri. Quanto a me, ero seduto in terza fila e potevo ve­dere tutto da vicino. L’uomo tarchiato, in là con gli anni, con un volto insolitamente bonario e occhi un po’ buffi di contadino, non era un attore. Sistemando con disinvoltura il bianco zucchetto che spesso gli scivolava da una parte, il papa parlava correntemente in francese con un forte accento italiano. Non intendeva, ci disse, te­nere un discorso preparato, ma preferiva richiamarsi ai suoi primi giorni di liceo, quando studiava le scienze naturali, ed ebbe parti­colari parole di lode per quello che egli definì «il nobile sistema periodico degli elementi». C’è chi deride ciò che i vecchi raccontano, altri li ascoltano volentieri tornare agli anni lontani della giovi­nezza, levigando per un troppo breve attimo le rughe del tempo e del declino. Io sono di questa specie e la voce del vecchio papa che ci raccontava del tempo quando era bambino e ragazzo non mi è ancora uscita dalle orecchie.

 

 

5. La scienza come professione

 

Il cliometrico [Il termine cliometrician designa una specialità del tutto nuova che ha fatto un po’ di chiasso negli Stati Uniti. Il cliometrician  è una sorta di storico molecolare, uno specialista che si dedica alla misurazione scientifica di fatti storici secondari. Il suo nome dovrebbe probabilmente significare che egli è in grado di misurare la camicetta alla musa della storia con la stessa maestria con cui il «geometra» misu­ra la Terra.] (che professione!) che fosse diventato famoso per aver contato, con l’ausilio di un modello computerizzato, il numero di pulci sulla schiena di un cane appartenuto a un presidente ame­ricano di secondo rango, avrebbe tutte le buone ragioni di aspettar­si che io conosca il suo nome. E mentre io lo conoscerò davvero (che vergogna!), lui non avrà mai sentito il mio. E perché mai do­vrebbe conoscerlo? La scienza è un’occupazione occulta, privata ed ermetica. Chi si sprofonda in essa dimentica che esiste un mondo esterno; chi osserva le cose dal di fuori non può capirla facilmente, e persino la maggior parte di quelli che la praticano non potrebbe dire che cosa essa sia effettivamente.

La scienza come professione? Quando ero giovane, la scienza, intesa come professione, quasi non esisteva. Tra le scienze pure, soltanto la chimica offriva discrete speranze di trovare un impiego, come ho già raccontato in questo libro, ma anche questa opportu­nità esisteva soprattutto in settori che riguardavano la chimica ap­plicata, cioè nell’industria o nell’amministrazione. Quando penso ai miei compagni di università, mi vengono in mente soltanto tre o quattro nomi di giovani che intendevano (così si sarebbe potuto dire) dedicarsi a una carriera scientifica. I numerosi laureati della f a­coltà di medicina potevano forse ritenersi scienziati, ma nessuno avrebbe dato loro ragione. Se si esclude la chimica, la richiesta di scienziati muniti di preparazione universitaria era molto bassa: solo pochi erano utilizzati per mantenere il numero indispensabile di istituti superiori di zoologia, botanica, geologia, fisica o astrono­mia. Naturalmente il numero di quelli che studiavano queste discipline era esiguo, e molti di essi speravano di trovare una sistemazione nelle scuole medie, come avveniva del resto per gli studenti di materie umanistiche.

La prima guerra mondiale e i rivolgimenti economici e politici che ne seguirono diedero la prima scossa a questa situazione abbastanza omeostatica, non certo brillante. Ciò si avvertì più nei paesi sconfitti che presso gli alleati vittoriosi. Le ragioni erano molte e alcune del tutto evidenti, ma penso che non si sia dato sufficiente rilievo al fatto che proprio la Germania, più di ogni altro paese, aveva cominciato già prima del 1914 a fare delle scienze un’occu­pazione di massa. L’idea della scienza come professione, il concet­to di ricerca scientifica condotta da un gran numero di persone e spesso in gruppo sorsero, a mio avviso, nell’impero tedesco, che solo con grande ritardo era entrato nel novero delle potenze imperia­listiche. Non c’era più un’India da conquistare, tutte le colonie più redditizie erano ormai diventate preda di un’antica sete di possesso: al Reich tedesco restava soltanto di volgere contro la natura il suo zelo imperialistico. I Kaiser-Wilhelm-Institute avrebbero ottenuto ciò che era stato negato al kaiser Guglielmo.

Nella seconda metà del secolo XIX e all’inizio del XX, gli altri paesi di primo piano in campo scientifico - specialmente l’Inghil­terra, ma anche la Francia - avevano prodotto scienziati di grande spicco, ma la ricerca di base era lasciata in sostanza al singolo studioso. L’Inghilterra si era particolarmente distinta per una serie di dilettanti della scienza, che senza aiuti finanziari, ma anche senza le limitazioni imposte da burocrazia e regolamenti, avevano fatto scoperte importanti, destinate a incidere sullo sviluppo della ricerca non solo per quanto riguarda la fisica e la geologia, ma anche nel campo della chimica e della biologia. Si può dire che da questi grossi personaggi non si sprigionava alcun aroma di professionismo; persino il termine «specialista» li avrebbe stupiti. In confronto con loro, addirittura Liebig e Wöhler si possono annoverare tra i primi esempi di una specializzazione piuttosto accanita, come risulta dal loro interessante epistolario. E se si studiano situazioni posteriori, come si può paragonare un Perkin con un Emil Fischer?

Dopo il crollo degli imperi centrali nel 1918, la Germania e quanto restava dell’Austria continuavano a essere dotate di un apparato per la creazione di laureati, e specialmente di scienziati, ormai troppo grande rispetto alle loro necessità. Ne derivò, meno in Austria, che in Germania, la produzione in massa di un proletariato intellettuale munito di laurea, che, pretendendo di occupare una posizione sociale ormai perduta, rimaneva condannato a una disoccupazione chiusa nel proprio astio, tormentata e malevola. Questo mucchio di mercenari insoddisfatti fu un elemento importante nel finale imbestialimento fascista della Germania. Non è escluso che gli inizi di un simile sviluppo si avvertano oggi anche negli Stati Uniti, ma in questo paese, data la collocazione sociale molto più modesta e la scarsa influenza dei laureati, i risultati non saranno necessariamente gli stessi dell’Europa centrale.

La scienza, in quanto professione che richiede la collaborazione della testa ed è quindi un lavoro intellettuale, ha sempre dimostrato caratteristiche anomale: c’è, per esempio, qualcosa di assurdo nel ricevere un salario fisso per le attività di pensiero e di ricerca. Diverso è naturalmente il caso dello scienziato docente, perché in tutti i paesi fino a poco tempo fa si considerava l’insegnamento un’attività socialmente necessaria e utile; ma, tutto sommato, la ricerca scientifica in quanto prestazione intellettuale è forse l’unica occupazione di questo tipo regolarmente pagata nei nostri paesi. Si obietterà che ciò non è vero e che tutti gli studiosi (matematici, filosofi, storici ecc.) si trovano nelle stesse condizioni, ma io penso che in questo caso, come in molti altri, la quantità ha prodotto una nuova qualità e che, per quanto riguarda gli scienziati in America, il rapporto fra «insegnamento» e «ricerca» è talmente spostato a favore di quest’ultima, che la loro professione è paragonabile con quella di un pittore, di uno scrittore o di un compositore piuttosto che con quella di un docente. Se gli scienziati fossero costretti a vivere con la vendita dei loro prodotti come fanno gli artisti, le nostre scienze tornerebbero a uno stato molto più felice di equilibrio, ma ci sarebbe qualcuno disposto a comperare i frutti della loro mente?

Naturalmente nessuno lo farebbe, ma la mia grottesca proposta mette in risalto una delle particolari stranezze della professione scientifica: chi non ne fa parte la considera con timore o repulsione, anche se ha la sensazione che essa sia un’attività indispensabile, e se chiederemo perché mai le scienze sono necessarie, avremo risposte che attestano una deprecabile, per quanto diffusa, incapacità di distinguere fra scienza e tecnica. Diranno, per esempio, che le scienze servono alla formazione di medici o ingegneri, ma, se si dovesse ricorrere alla scienza unicamente per la formazione di queste specialità molto probabilmente utili, solo una piccola parte del numero enorme di scienziati maturati in questi ultimi trent’anni sarebbe utile al mondo.

Gli uomini non hanno ancora imparato che in certi casi è necessario metter Prometeo a metà razione. Se uno mi chiedesse se è più urgente aiutare la povera gente ad avere una miglior cura dei loro denti oppure mettere le mani su un frammento del suolo di Marte, risponderei senza esitare in un modo che deluderebbe tutti i ciarlatani della libertà di ricerca.

A mio avviso, il paradosso per cui troppe buone risorse possono essere devolute a scopi di morte è divenuto evidente solo dopo che gli Stati Uniti ebbero deciso di calcare la scena della ricerca scientifica nel loro stile notoriamente grandioso (anche se non credo che ci sia mai stata una decisione cosciente). Se la tendenza tipicamente nazionale alla magniloquenza e l’elefantiasi di pretese e di aspettative vengono sostenute da mezzi che per un certo periodo sono parsi inesauribili, c’è da aspettarsi grandi sciagure. Finché gli scienziati costituivano soltanto un’esigua minoranza della popola­zione colta, non si chiedeva loro quali intenzioni e quali scopi avessero, come non lo si chiederebbe a un linguista o a uno studioso di logica. In una società sviluppata e a maglie larghe ci sono sempre state brecce sufficienti attraverso le quali si può scomparire: non si ponevano domande ed era facile celare l’insuccesso o il tipo di prestazione. Ora però il tenue scudo di una tiepida e comoda invisibilità ha perduto la sua capacità protettiva.

Spesso mi sono chiesto come al giorno d’oggi si scelgono le professioni scientifiche. Nella prima parte di questo libro ho cercato di descrivere la disinvoltura della mia scelta: posso essere, stato un asino, ma non certo del genere di Buridano, perché non ebbi mai un’a1ternativa: se c’erano due fastelli di fieno, c’erano duecento concorrenti. E nemmeno credo che qualcuno dei miei colleghi o coetanei abbia avuto indicazioni più chiare e intendesse spendere i talenti loro concessi da Dio nell’importazione di caffè, nella produzione di vetro o nella speculazione in borsa. Se come si dice, Il carattere di un uomo è il suo destino, nella mia generazione questo ruolo è toccato alla mancanza di carattere. L’azzardo con cui navigavo attorno a decisioni angosciose fece si che io non sia mai diventato un autentico specialista ma soltanto uno strano commensale di molti strani banchetti, dove si bevevano vini di vario colore e dello stesso sapore. Se però considero la scena del giorno d’oggi, noto come essa sia mutata in modo sinistro. Si dà ormai per scontato che ognuno sia preso dall’ossessione della propria specialità ridicolmente angusta: l’ortopedico vive soltanto di ortopedia, il sociobiologo deve vivere e morire come tale. Notte e giorno, per quaranta o cinquant’anni, nella veglia e nel sonno, tutto ciò che si fa, tutto quello che si legge, tutto quel che si pensa, tutto ciò di cui si parla, viene, che so, dedicato alla genetica di popolazioni o ai sistemi autoimmunitari. Così è prescritto, così si vive, così si muore e anche le pietre sepolcrali, quando esistono, ricorderanno, come si conviene, le conoscenze specifiche dell’estinto. Verace, singolare sarà la schiera che si raccoglierà nella valle di Giosafat!

Ho probabilmente assistito alla nascita di un numero di specializzazioni scientifiche più grande di quello che complessivamente esisteva quando mi avventurai nella scienza. Anche il sacerdozio presso gli antichi egizi era, come è probabile, un’attività con molte specializzazioni, ma non so se soltanto alcuni sacerdoti erano incaricati di pronunciare le parole magiche che potevano far passare il dolore di un dato premolare e se, per questo scopo, erano diplomati in scongiuri. Oggi sarebbe certamente indispensabile. Una persona o due decidono, per esempio, di studiare un qualsiasi coleottero di una specie non comune; non importa se lo fanno perché quell’animaletto è una calamità o una delizia zoologica, ma se scoprono qualcosa di interessante dal punto di vista scientifico, ne salteranno fuori subito altri dieci, o anche di più, per seguire il loro esempio. Quando poi saranno in cento a studiare il raro coleottero, si formerà una società e si pubblicherà un periodico; una società scientifica genera una professione e una professione, se mai ce n’è una, non può estinguersi: spetta alla gente mantenerla in vita e, se la gente ne sarà convinta, ben presto ci saranno mille membri della società che si dedicheranno allo studio di quell’eccezionale insetto. è evidente che a questo punto il coleottero non ha più il permesso di estinguersi: che cosa si metterebbero a fare tutti questi specialisti che forse sono diventati più numerosi dei coleotteri delle specie più strane? Ora prende corpo una fondazione i cui soci onorari (banchieri influenti, dame della società) ignorano - né si preoccupano di saperlo - se devono collaborare allo sterminio o alla tutela dei coleotteri: essi sanno una cosa soltanto, che devono sostenere quelli che studiano il coleottero, e per tale scopo si svolgerà forse anche uno speciale ballo del coleottero. Ma che cosa succede se, nonostante tutto, l’animaletto muore? Quando corse voce che la paralisi infantile era ormai un ricordo del passato, la National Infantile Paralysis Foundation sfuggì al peggio ribattezzandosi National Foundation ed escludendo così dal nome il suo scopo originario, ma rimase pur sempre un’attività di beneficenza. Per l’American Cancer Society la cosa non sarà forse altrettanto facile.

Quando penso al modo singolare con cui attualmente gli interessi scientifici diventano diritti riconosciuti, mi chiedo se la vera spinta a questo cambiamento non derivi dalla semplice, antica e ardente aspirazione dell’umanità a una vita tranquilla e gradevole. Del resto, anche in epoche remote ci saranno sempre alcuni che, naturalmente per una piccola ricompensa, erano pronti a spiegare la natura del sole ai loro consimili neandertaliani, che sfacchinavano con onesto sudore.

Spesso ho parlato di queste cose per lo più con i giovani e naturalmente non con i miei colleghi, perché ha poco senso lamentarsi della lebbra con i lebbrosi. Da alcuni di questi discorsi sono derivate comunicazioni scientifiche che hanno guadagnato in forbitezza quanto perdevano di spontaneità. L’esempio di una di queste allocuzioni, senza miglioramenti né modifiche, susciterà forse qualche interesse: nel capitolo seguente riprodurrò allo stato grezzo una conferenza che tenni il 14 agosto 1975 agli studenti dell’università del Wisconsin.

 

 

6   Sul grande dilemma delle scienze della vita

 

Non sono sicuro che la parola «dilemma» possa designare adeguatamente le difficoltà in cui si trovano le scienze biologiche. Queste difficoltà riguardano, a mio avviso, tutto il mondo, ma certamente si sono aggravate, perché purtroppo (se si considerano le cose nella loro giusta luce) le scienze sono diventate per lo più scienze americane. Permettetemi di dire in poche parole che cosa intendo con queste parole. Per quelli tra voi che hanno deciso di dedicare la propria vita alla scienza, alla ricerca scientifica, è importante scoprire dove vanno a impelagarsi e vedere se la professione da loro scelta sia veramente quella che essi credono di scegliere. La definizione «scienze della vita», così come viene comunemente usata, è soltanto una denominazione più elegante per biologia, ma include anche le diverse scienze ausiliarie, quali la biochimica, la biofisica e così via. Ci sono anche talune persone con idee poco chiare, le quali credono che quanto ora si chiama «biologia molecolare» comprenda tutte le scienze della vita, ma questo è giusto soltanto da un punto di vista superficiale, cioè nel senso che tutto quello che possiamo vedere nel nostro mondo è costituito in qualche modo di molecole. E questo è tutto? Possiamo descrivere la musica dicendo che gli strumenti sono di legno, di ottone eccetera e lasciando da parte i suoni? Chi non concorderà con me che la musica è qualcosa di più? Nel cervello del compositore, e persino della maggior parte degli esecutori, esiste una musica affatto priva di ottoni e di legni. Uno potrebbe, però, giustamente ribattere che anche il nostro cervello è fatto di molecole, ma io risponderei nel mio modo svagato: «I1 nostro cervello è formato veramente solo da esse?». E così. saremmo trascinati nella sciocca polemica che contrappone i riduzionisti ai non riduzionisti. Questo certame viene sostenuto da quasi 2500 anni e non è ancora concluso. La condizione umana sembra essere tale che ci si trova d’accordo soltanto nelle cose più banali. Probabilmente tutti i gatti hanno la stessa opinione sui topi, ma dubito persino di questo.

Il dilemma del mio titolo, cioè la decisione fra alternative che all’uno o all’altro sembrano estremamente insulse, sta nel fatto che la biologa dovrà decidere se ridimensionarsi e riuscire a ritrovare una misura umana nella ricerca e nel fabbisogno di danaro, oppure se persistere nell’attuale tendenza e quindi assumere una dimensione tecnica enorme, diventare sempre costosa e ingombrante, sempre più estranea alla gente che deve sostenere le spese e vivere sempre più di promesse grandiose e impossibili da mantenere.

Proprio per tutti questi motivi ho usato l’espressione «misura umana». Ciò presuppone che al mondo esiste una giusta grandezza per ogni cosa, che c’è una misura che non è lecito superare. Nessuno lo sapeva meglio dei greci con il loro celebre μηδεν αγαν («di nulla troppo» o «tutto con misura»). Abbiamo perso totalmente questo senso per la misura, la riservatezza, la coscienza dei nostri limiti, e tuttavia l’uomo è forte soltanto se è cosciente della propria debolezza, altrimenti le aquile del cielo divoreranno il suo fegato, come è avvenuto, a suo tempo, per Prometeo. Ora non esistono più aquile celesti, non ci sono più Prometei, al loro posto c’è il cancro, la principale malattia delle civiltà sviluppate.

Gli scienziati di professione dispongono necessariamente di una visuale limitata e non dovrebbe essere loro consentito di proseguire liberamente per la loro strada senza curarsi dei comuni mortali, perché, mentre i loro occhi non possono staccarsi dalle cose più alte, essi devono pur fare i conti con la realtà immediata. Ciò non significa che i non scienziati che governano questo paese siano migliori: sono soltanto diversi. Ho sempre cercato di non essere uno scienziato di professione, perché non posso tollerare professionisti professionali, ma nel contesto attuale ciò non ha importanza. Comunque, per quasi cinquant’anni sono sempre andato ogni mattina in laboratorio e tornato a casa ogni sera. Questo monotono andirivieni tra metropolitana, posto di lavoro e riposo non è mai stato meglio descritto di quanto facevano i parigini ai miei tempi: métro, boulot, métro, dodo (metropolitana, lavoro, metropolitana, sonno). Ma persino in una vita così limitata e ridotta come quella di un ricercatore e di un docente non si può fare a meno di constatare cambiamenti, mutamenti giganteschi, avvenuti nella nostra vita e nel nostro ambiente quotidiano.

Quando mi guardo attorno, noto che quelli che io solevo chiamare «esseri umani» sono diventati più rari. Ci fu un tempo, ormai remoto, in cui Sant’Agostino poteva dire: «Il cuore parla al cuore». Ora, invece, solo i computer parlano tra loro. Le persone che incontro nalla mia  o in altre università sembrano, per la maggior parte, materiale di scarto proveniente dai sacchi della spazzatura della IBM: con loro si può parlare esclusivamente in triplice copia. Schiavi o prigionieri del NIH o del NSF, della Xeròx e della Beckman, [I NHI (Nationai Institutes of Health) e la NSF (Nationai Science Foundation) sono i principali finanziatori della ricerca americana; gli altri due nomi rappresentano le ditte con cui il ricercatore americano è ogni giorno in contatto.] costituiscono veramente la specie più angusta, più squallida di esperti o specialisti: in sostanza li si potrebbe definire specialisti molecolari del piede, gente che sa tutto sul quindicesimo piede del millepiedi. è difficile credere che questa professione potesse essere un tempo quella di un Keplero o di un Faraday, di un Mendel o di un Avery.

Viviamo in tempi corrotti. Non occorre dimostrarlo. Non ho la licenza di spiegare che cosa mai li ha fatti così. Persino i grandi dottori del nostro tempo mi sembrano ciarlatani, quando li considero nella mia ottica. è senz’altro possibile che il mondo sia davvero troppo complicato per gli esseri umani e che non ci sia alcuno in grado di comprenderlo ancora e meno ancora di riformarlo. Forse tutti noi abbiamo accumulato troppo piombo nei nostri cervelli.

In ogni modo non c’è da stupirsi se chi si occupa di scienze - la più fragile, la più vulnerabile di tutte le attività - ha subito duri colpi e gravi danni proprio nel nostro secolo. In quel che segue, mi occuperò soprattutto di tre temi: 1) che cosa è la scienza; 2) come viene esercitata la scienza al giorno d’oggi; 3) quali sono alcuni dei problemi principali che scaturiscono dalla scienza della vita?

Che cos’è la scienza? Davvero una domanda, questa, di notevole importanza, sulla quale sono stati scritti poderosi volumi che posso leggere soltanto con la più grande difficoltà. Darò una risposta semplice: la scienza è il tentativo di conoscere la verità relativa a quelle parti della natura che sono esplorabili, perciò la scienza non è un dispositivo pei esplorare l’inesplorabile: per esempio, non è suo compito discettare sull’esistenza o sulla non esistenza di Dio o stabilire il peso di un’anima. è deplorevole che le scienze siano diventate oltremodo arroganti (ciò ebbe inizio al tempo di Darwin, ma la situazione peggiorerà sempre di più) e che gli scienziati accampino lo speciale diritto di esprimere la loro opinione in modo chiassoso e spesso terribilmente stupido su quasi tutti gli argomenti. Tanto per dirne una, la National Academy of Sciences è in realtà soltanto una camera di commercio scientifica, formata da uomini di valore molto diverso da un punto di vista qualitativo, e tuttavia è considerata come un autentico ricettacolo di sapienza. Però se uno passa la vita a osservare, diciamo, una camera a nebbia, a contare bollicine o a produrre gradienti di cloruro di cesio, può darsi che egli diventi un gorgogliatore specialistico o un produttore di gradienti, ma non è probabile che in questo modo acquisisca molta sapienza. Tali specialisti sono quanto meno predestinati a diventare scialbi lavoranti che sprecano la loro vita a gareggiare con dieci altri scialbi lavoranti, loro concorrenti.

Ho appena detto che la scienza è il tentativo di riconoscere, almeno in parte, la verità della natura, e sussiste ovviamente la speranza che la verità sia seguita anche dalla comprensione. Orbene, la natura è troppo vasta perché la mente umana possa abbracciarla e comprenderla nella sua totalità e perciò deve essere studiata separatamente da molte diverse discipline, ognuna delle quali purtroppo ha sviluppato un proprio codice. Se le diverse scienze sono in rapporto tra loro, ciò avviene per mezzo di una specie di esperanto, cioè la matematica, e la matematica è un linguaggio bello, ma troppo asciutto. In tutte le altre sfere di interesse le scienze si sono sviluppate allontanandosi l’una dall’altra; e quando sto a sentire quel che si dicono i rappresentanti delle diverse discipline, i loro discorsi riguardano per lo più le automobili e il prezzo della benzina e, qualche volta, anche i ristoranti cinesi.

Se si domanda a un profano che cos’è la scienza, probabilmente risponderà che essa consiste nella raccolta razionale e critica di dati concreti dimostrabili o confutabili; se poi gli si chiede che cosa è un dato concreto, risponderà che i dati concreti consistono in ciò che gli scienziati raccolgono. Se a questo punto si ribatte che gli adulti devono evitare tautologie e che non ha senso intraprendere la quadratura di un circolo vizioso, egli assumerà quella vuota espressione che ci è familiare nelle fotografie dei nostri più importanti uomini politici, ma così il colloquio sarà giunto alla fine. Infatti, mai le scienze sono diventate tanto estranee all’uomo della strada e mai l’uomo della strada ha nutrito più sfiducia nei loro riguardi.

Se potessimo abbracciare con un solo sguardo tutte le scienze, dall’astronomia alla zoologia, noteremmo che alcune possono stare in rapporto fra loro mediante la matematica, mentre altre non hanno questa possibilità. Noteremmo inoltre che le scienze differiscono notevolmente l’una dall’altra per il modo con cui raccolgono i loro dati. La chimica, per esempio, si basa sulla sperimentazione, da cui non può derogare, e il risultato degli esperimenti è sempre ripetibile purché le condizioni sperimentali siano costanti. Un composto organico, del quale sia stata descritta la sintesi, può sempre essere sintetizzato di nuovo se si segue scrupolosamente il procedimento enunciato: avrà lo stesso punto di fusione odi ebollizione, lo stesso spettro e così via. In questo caso ci troviamo di fronte un caso ideale di scienza esatta. Lo stesso vale per larghe sezioni della fisica. Ma consideriamo l’astronomia: di certo essa è in sostanza una scienza esatta, ma non una scienza sperimentale nel senso della fisica e della chimica. Quando Keplero voleva provare la giustezza dei suoi calcoli, poteva naturalmente ripetere le misurazioni o addirittura affinarle, ma non aveva a disposizione un altro Sole o un’altra serie di pianeti. Le medesime limitazioni, o persino limitazioni ancora maggiori, condizionano, per esempio, la geologia o la paleontologia. Il successo delle scienze esatte e il fascino che ne derivava erano tuttavia così grandi, che attualmente altre scienze estranee a tale metodica hanno cominciato a imitarle, anche se non ne ricavano alcun vantaggio. Se ponderare e misurare possono essere il pane vitale di una scienza, altre servendosene si renderebbero ridicole.

Se ci volgiamo alla biologia, troviamo una situazione singolare. La biologia è la scienza della vita e la vita è qualcosa con cui le scienze esatte non si trovano davvero a loro agio. Persino le altre scienze, quelle «non esatte», non sanno in questo caso da dove cominciare. Di conseguenza, con il termine «biologia», si designa un paesaggio assai variegato: da un lato, ci sono discipline quali la biochimica e la biofisica, che cercano di presentarsi come scienze esatte; dall’altro, esistono scienze che procedono soprattutto in modo descrittivo o addirittura storico. è evidente che chiunque tenti di studiare a fondo un ciclo metabolico o di introdurre molecole marcate nel centro di attività di un enzima, ha ben poco a che fare con chi cerca di studiare, che so, le abitudini di vita dei gabbiani o di ricostruire per intero il cranio sulla base di una mascella preistorica.

Alla fine della conferenza tornerò su questo problema; ora vorrei considerare il secondo dei miei tre temi.

Come viene esercitata oggi la scienza? Devo subito distinguere fra scienza come professione e scienza come espressione di certe capacità intellettuali. Le due cose non sono necessariamente connesse l’una con l’altra. Se uno mi dice: «Sono uno scienziato di professione», ciò non significa senz’altro che egli è uno scienziato. La distinzione che qui propongo non riguarda affatto il problema del talento individuale: sono sempre esistiti scienziati più o meno dotati, e alcuni, molto pochi, furono forse dei geni; ma vorrei mettere in risalto che la scienza, considerata come professione, è una delle più giovani. Quando iniziai i miei studi, quasi non esisteva ancora. La chimica era forse l’unica eccezione, ma, se uno si qualificava chimico di professione, la gente intendeva sicuramente che egli lavorava nell’industria chimica, probabilmente il solo vasto campo di attività dei laureati in discipline scientifiche. Non a caso, quando gli istituti scientifici universitari cominciarono a crescere e a estendersi, l’istituto di chimica era al primo posto; proprio il laboratorio chimico di Liebig, a Giessen, è stato forse la prima istituzione moderna di insegnamento e di ricerca attiva in una università.

Si cominciava una carriera scientifica così come si faceva, per esempio, nella storia o nella filosofia, tentando, cioè, di sistemarsi come docente in un istituto superiore o in una scuola media superiore. I posti erano pochi e quasi nessuno offriva abbastanza da vivere, tranne la cattedra di professore ordinario, di solito una sola per ogni materia; ne derivò i1 venerabile adagio studentesco, secondo il quale ci sono soltanto due vie per arrivare alla carriera universitaria: per anum o per vaginaml. Bisognava cercare di diventare l’allievo preferito del professore o di sposare sua figlia. Ovviamente, ciò restringeva la scelta: alcuni professori erano orripilanti, alcune figlie erano molto brutte. Le studentesse erano in genere escluse dal giro, ma ce n’erano molto poche.

Giustamente potete concludere che quello era un sistema sgradevolissimo. Aveva però un pregio: serviva da setaccio che lasciava passare soltanto i pochi che non potevano fare diversamente. Prescrivendo, per così dire, il voto di povertà teneva lontano quelli che - per usare un’espressione ripugnante - non erano «altamente motivati». Si produceva, così, un numero di buoni scienziati, un poco più piccolo, ma probabilmente molto più compatto di quello che è possibile con il sistema attuale.

Non vorrei suscitare l’impressione che io mi pronunci a favore del vecchio sistema, un sistema orribile. D’altra parte, non posso proprio entusiasmarmi per il modo con cui vanno le cose oggi, perché sono convinto che con il nostro metodo di organizzare e finanziare la scienza siamo effettivamente sul punto di affossarla. Non siamo lontani dal distruggere l’intero progetto della scienza quale si è sviluppato nel corso di diversi secoli.

Può darsi che le mie parole vi sembrino apocalittiche. è giusto, quindi, che tenti di esprimermi meglio. Lo farò valendomi dei quattro punti seguenti. Quale parte hanno avuto le scienze nelle nostre università? Qual è stato l’atteggiamento delle università verso le scienze? Come si sono comportate le scienze nei confronti del paese? Quale è stata la risposta del paese? Queste influenze reciproche riguardano le scienze come professione. Ma ricorderete che ho fatto una distinzione tra questo aspetto e quello della scienza intesa come prodotto dello spirito umano: in quest’ordine di idee (cioè come ricerca della verità sulla natura) le scienze cominciarono come un ramo della filosofia e, per quanto mi è dato di vedere, questo nesso non si è mai spezzato. La scienza è un mirabile prodotto del pensiero umano, non meno ammirevole e sorprendente della musica, della poesia o delle arti figurative. Le generazioni precedenti lo avevano ben compreso: così, per esempio, io sono membro dell’American Academy of Arts and Sciences e sino al mio ritiro dall’università appartenevo alla Graduate Faculty of Arts and Sciences.

Come occupazione intellettuale, come prodotto dello spirito umano, le scienze della natura non possono essere vincolate a scadenze temporali. Come non si sarebbe potuto dire a Mozart quante opere egli doveva scrivere, così non può esistere un piano quinquennale per le scienze. Tutto viene come viene, tutto va come va. Bisogna aumentare ogni punto di fusione del 10%? Sei leggi di termodinamica sono migliori di tre? Ma quando l’America decise di impegnarsi nel grande affare delle scienze (e ciò è avvenuto soltanto negli ultimi trenta o quarant’anni) lo fece in un modo pazzesco: questo paese ha sempre avuto la tendenza a gonfiare qualsiasi pallone sino a farlo scoppiare e si è comportato così anche con le scienze.

Ciò che le scienze hanno fatto alle università è consistito nel gonfiarle e nello sfigurarle, lasciando dietro di sé un fallimento più grande di prima. Le grandi università private sono giganteschi gruppi finanziari il cui unico affare consiste nel perdere denaro.  Non mancano eccezioni ma in generale le università sono controllate da imprenditori assetati di potere, uomini con poco sale in zucca. L’unica e reale funzione di università, cioè quella di aiutare i giovani a orientarsi accostandoli alla memoria storica dell’umanità, è soffocata. Il vecchio concetto dell’unità di ricerca e insegnamento - divenuto un luogo comune a furia di ribadirlo - è oggi frainteso e ridotto a un semplice espediente didattico, oltremodo costoso e fatto per rincitrullire la gente, in quanto costringe ogni studente a diventare un ricercatore, banalizzando così il fine della ricerca scientifica. Si eseguono migliaia di esperimenti insensati e costosi per convincere i giovani che l’acqua bolle a 100 ºC. Oggi paghiamo il fio della nostra eccessiva venerazione per il valore del pensiero induttivo.

Ora vengo al mio secondo punto: che cosa hanno fatto le univer­sità alla scienza? Anzitutto sono state spinte a sfruttare senza ritegno le scienze: facendosi rimborsare i cosiddetti costi le università ricavano ben più di quello che spendono. Inoltre, hanno degradato le scienze e le hanno volgarizzate sino al punto di renderle irriconoscibili; e in collaborazione con l’industria brutale dei mass media le università hanno fatto delle scienze un astuto mezzo pubblicitario. Se i prodotti di un’educazione di questo tipo sono spesso ancora buoni, ciò dimostra soltanto l’elasticità di talune giovani menti. Molti, però, vengono irrimediabilmente danneggiati.

Che cosa ha fatto la scienza al paese? Come si può vedere, molto bene e molto male. Se la repubblica sognata da Platone fosse divenuta realtà, cioè una dittatura dei più saggi filosofi, le scienze non avrebbero probabilmente potuto fare molto male allo stato (in ogni modo vorrei dire, per inciso, che questo ideale platonico non mi ha mai strappato grida di giubilo, perché temo che persino il più saggio dei filosofi, quando abbia ceduto alla lusinga di di essere un uomo di stato, diventerebbe necessariamente come tutti costoro: un asino o un criminale). E quanti uomini saggi incontrerete nella vostra vita che mi auguro lunga? Se penso ai nostri uomini politici, mi sovvengono le parole immortali del duca di Wellington a proposito dei suoi generali: «Può darsi che non facciano paura al nemico ma, per Dio, fanno paura a me!». L’uso sconsiderato o quasi automatico delle scienze come seme vivificatore della tecnica ha generato una terribile confusione morale. La fama secondo cui la scienza diventa sempre di più l’unica medicina per sanare il male che le scienze hanno causato ha perduto, a mio giudizio, ogni forza di convinzione. Non saranno le oche a salvare i1 Campidoglio, neppure quelle munite di dottorato di ricerca.

Che cosa ha fatto il paese alla scienza? In effetti, ho già risposto a questa domanda. Chi ha speso la propria vita nella ricerca, passando ogni giorno in laboratorio e sempre in mezzo ai colleghi, fa fatica a immaginare che in questo paese ci siano altre persone al di fuori dei ricercatori, benché, secondo un’ottimistica previsione formulata qualche anno fa, gli Stati Uniti avranno tra meno di cento anni più scienziati che gente comune. Allora ogni americano sarà uno scienziato in sedicesimo. Intanto, però, come ho già detta, notiamo. che una grossa parte della popolazione diffida tremendamente delle scienze e spesso le avversa; e la pioggia della sfiducia cade senza distinzione sui colpevoli e sui giusti. Non intendo immischiarmi in noiose discussioni su inquinamento, DDT e tutto il resto, né voglio compiacermi in riflessioni del tipo: era necessario - come è avvenuto di recente - sterminare con il Tergitol dieci milioni di merli? Gli uccelli avevano probabilmente nei confronti di Dio e della natura non meno diritto di esistere di quanto ne aveva il professore di Harvard, che con il suo innocente passatempo, il napalm, ha provocato tante sciagure chimiche.

La nostra scienza dipende ormai a tal punto dal sostegno pubblico che nessuno sembra più in grado di dedicarsi alla ricerca senza una benevole offerta, e quando le loro richieste di danaro sono respinte, persino i più giovani ed energici assistant professors smettono di eseguire qualsiasi lavoro e trascorrono il resto delle loro squallide giornate scrivendo nuove richieste, sempre più lunghe, come le facce dei supplici. Il continuo chiudersi e aprirsi dei rubinetti del danaro genera nelle vittime riflessi condizionati e una generale nevrosi, che con il passare del tempo causerà per forza danni irreparabili alla scienza. Sarebbe stato molto meglio per la scienza se non fosse divenuta tanto ricca prima di diventare così povera, perché nel frattempo molti giovani sono stati indotti a intraprendere una carriera che probabilmente resterà irrealizzata.

Ora tratterò il mio ultimo punto: quali sono i problemi specifici che le scienze della vita devono affrontare? Parlando di biologia, lascio da parte le scienze applicate, come l’agronomia o la medicina. Per questo motivo non sentirete da me alcuna parola su argomenti quali i problemi etici inerenti il trapianto di organi e altre cose simili, anche se molte sarebbero le cose da dire.

I particolari problemi che ho in mente sono di indole generale - potrei chiamarli problemi filosofici - e anche di tipo specifico. Cominciamo con l’osservare che nessun’altra scienza è così sconfinata, così aperta come la biologia; nessun’altra scienza si riferisce persino con il suo nome a un oggetto che non sa definire; in nessun’altra disciplina il divario tra ciò che si dovrebbe comprendere e ciò che è possibile comprendere è tanto grande. Persino la costellazione di «metodi» e le relative applicazioni portano a risultati affatto diversi, se si confronta, per esempio, la chimica con la zoologia. Ci sono senz’altro metodi e procedimenti per determinare il contenuto in ferro di un dato minerale, ma non esiste un metodo per scrutare a fondo la vita, anche se si pretende che ci siano artifici e scorciatoie in grado di arrivare a tanto. Ma proprio il grande numero e la varietà dei metodi (oltre alla rigidità del concetto di ciò che è possibile ottenere) hanno determinato una tale frammentazione da rendere impossibile una visione unitaria della natura vivente, anche se nell’antichità Aristotele ha forse creduto di non essere lontano da questa meta. La straordinaria ricchezza di informazioni che ci ha assalito con inattesa rapidità ha portato più confusione che lumi.

Ciò sta in rapporto diretto con la perdita di proporzioni umane nelle scienze, della quale ho già parlato. La scienza - almeno dal mio punto di vista - è un’attività dell’intelletto, qualcosa che si fa più con la mente che con le mani. Il cervello dell’uomo ha un’ enorme capacità di immagazzinare dati e conoscenze e di servirsene al momento opportuno, ma, a mio avviso, neppure questa capacità è illimitata. Per dirla con parole semplici: quanti più numeri telefonici devo imparare a memoria, tanto minore è la probabilità che io possa mandare contemporaneamente a memoria il Paradiso Perduto. Potreste naturalmente ribattere che non ho alcuna necessità di imparare a memoria tutto Milton, perché esiste già un librò sul cui dorso è stampato «Milton», un libro che posso consultare in ogni momento: giusto, ma la scienza, quando è creativa, non funziona così, poiché abbiamo bisogno di un minimo di informazione immediatamente disponibile, senza la quale conclusioni analogiche per non parlare di idee originali, sono impossibili. E questo minimo è cresciuto ad una velocità davvero spaventosa, mentre nel medesimo tempo siamo sempre più bombardati da numeri telefonici e da simili comunicazioni banali, e il nostro povero cervello non riescie più a distinguere fra ciò di cui ha bisogno e ciò che è inutile. Così abbiamo raggiunto uno stadio cui bene si addice ciò che ebbi a direi in un altro contesto: «Quanto più sappiamo, tanto meno sappiamo».

Non è poi per me un motivo di consolazione sentirmi dire che ci sarà sempre un computer in grado di aiutarmi. Senza tener conto della probabilità che non sempre ci sarà un computer, perché andiamo verso tempi incerti e oscuri, questo bello strumento sarebbe per me del tutto inutile: il migliore amico dell’idiota è lui stesso idiota. Quel che occorre allo scienziato è una memoria selettiva non automatica e ancor più ha bisogno di ciò che vorrei definire spazi vuoti fra i ricordi, poiché egli lavora come in un sogno della ragione. Grandi idee scientifiche hanno spesso un lato fantastico e non induttivo. Perciò più di qualsiasi altra cosa allo scienziato serve la capacità di salvaguardare questi spazi vuoti, sia dentro di sé sia fuori di sé. Ma la nostra struttura di insegnamento è interamente indirizzata contro questa esigenza: perché noi stessi siamo stati defraudati di tale collegamento con il punto centrale della scienza, rimpinziamo i nostri studenti  delle ultime novità: anime perdute che insegnano ai giovani a perdere la propria.

Io stesso comprendo chiaramente che ho cominciato a far risuonare la mia parola come un profeta minore apocrifo e, tuttavia, forse non è sconveniente che io continui ancora per un poco in questa direzione, prima di tornare sulla terra ferma. L’argomento di cui volevo parlare con voi riguarda l’«utilità» di attività umane come la ricerca scientifica. è un tema molto delicato, specialmente se lo si tratta con autentici pragmatici, come dicono che siano gli americani.

Ovviamente esiste un numero limitato (non molto grande) di attività umane fondamentali, che possano essere considerate indispensabili per sopravvivere, come, per esempio, coltivare, costruire, tessere; la produzione di alimenti, di alloggi e di vestiti sono di quelle. La maggior parte degli uomini - non tutti - probabilmente annovererebbe anche l’insegnamento fra le attività di importanza vitale e, per conseguenza, utili. Ci sono poi altre attività che in effetti sono inutili, ma per le particolari condizioni sociali ed economiche in cui sono praticate rivendicano il diritto di essere utili: per esempio, il settore legale o bancario, il mondo della pubblicità o il giornalismo. Non sono sicuro dove collocherei la medicina: in una certa misura essa è probabilmente utile o persino indispensabile, ma per lo più è un vero pasticciaccio. Quando sento le esortazioni a produrre più medici, rabbrividisco e mi domando: la gente sarà in grado di produrre abbastanza ammalati per garantire a tutti questi dottori il livello di vita a cui, per motivi sconosciuti, essi credono di avere diritto? Ma niente paura, uno dei miei vecchi proverbi casalinghi dice: «Medici creano ammalati». Sono convinto che questa antica regola è ancora valida.

Ora, però, devo fare una confessione: tutto questo discorso sull’utilità e sull’inutilità non mi preoccupa proprio, sono categorie in cui non voglio per niente impegolarmi. Se si ragiona in termini rigorosi di computo dei costi, alcune delle più belle professioni del mondo sono assolutamente inutili, eppure sono sempre state con noi sin dall’epoca più antica. Penso all’arte in tutte le sue forme: che cosa saremmo senza di essa?

Alcuni di voi avranno già capito dove voglio mirare. Per i miei occhi indifesi e forse anche inesperti, le scienze non si distinguono essenzialmente dalle arti. Come avrei voluto che esse fossero rimaste altrettanto «inutili!»! Permettetemi una breve citazione da un mio scritto pubblicato di recente.

 

 

L’induzione scientifica è in effetti la risultante di un parallelogramma di forze razionali e irrazionali. Pertanto la scienza sotto molti aspetti non è scienza: è arte.

 

Direi che associazioni imprevedibili e il libero gioco della fantasia sono nella scienza, cioè nella vera scienza, non meno importanti di quanto lo siano nella poesia.

Ci sono, però, due differenze non trascurabili. Una è che le arti si creano la propria verità, mentre delle scienze si dice che svelino la verità celata nella natura. Se risulta che l’affermazione di avere scoperto qualcosa è inventata, si parla di imbroglio, e il ricercatore smascherato resta screditato, di solito, per tutta la vita, poiché lo scienziato deve apparire come una vestale, anche se ha la faccia ornata di una barba alla cappuccina. Errare è umano, ma le nostre scienze non sono umane e non conoscono grazia. Certo, la loro verità cambia ogni trent’anni, ma mentre domina è un autocrate superzelante. Anche nell’arte c’è qualcosa che potremmo chiamare inganno, ma è una cosa del tutto diversa e non ho tempo da dedicarle. La seconda differenza consiste nel modo con cui le diverse professioni vengono sostenute o, se preferite, finanziate, e ciò mi riporta a terra con un tonfo fragoroso.

Vorrei dire che la nostra epoca è caratterizzata da un estremo disaccordo, quando si tratta di dare un appoggio alla ricerca scientifica. «Disaccordo» non è forse la parola giusta, dovrei parlare di «accordo zero», perché di fronte alle scienze la gente ha la sensazione di essere completamente perduta, non sa se si debba appoggiarle, in quale modo e che cosa convenga sostenere. Ecco perché oggi siamo nei guai. Quanto meno un popolo è disposto a dare, tanto più numerose devono essere le promesse. Un metodo veloce per allungare la vita? La libertà da tutte le malattie, una cura del cancro, ben presto forse l’eliminazione della morte - e che altro? Una volta, invece, nessuna cantante doveva promettermi di fare di me un uomo migliore soltanto se stavo a sentire i suoi trilli.

Ciò deriva - ora qualcuno potrebbe forse ribattere - dal fatto che le scienze non procurano molta gioia, se non a quelli che partecipano direttamente alla ricerca; può darsi che abbia ragione. E questo mi riporta al «dilemma» del mio titolo. O dovrete accontentarvi di sgobbare in gigantesche fabbriche laboratorio, per distillare l’elisir di lunga vita per l’imprenditore che vi ha assunto e lasciargli il compito di rivenderlo ad altri imprenditori, oppure la nostra scienza diventerà necessariamente di nuovo qualcosa di circoscritto: un’attività svolta da un minor numero di persone, scelte e animate da grande dedizione. Sopra la porta del laboratorio figura questa scritta: «Non c’è fretta, non c’è mai fretta!».

 

 

7. La scienza come ossessione

 

La scienza ci ha insegnato che l’uomo è un animale; un’opinione che spesso adduce chi cerca una giustificazione per la propria bestialità. Io, però, non ho mai potuto abituarmi a un’idea del genere. Quando da bambino mi portavano allo zoo, la Menagerie nel castello di Schönbrunn, e mi mostravano, come è ovvio, il mio parente prossimo, la scimmia, io la guardavo sgomento, anzi addirittura inorridito. Essa mi ricordava minacciosamente le orribili figure che erano apparse nei miei sogni: retaggi di immagini primordiali, archetipi risalenti alla cacciata dal paradiso terrestre. Non dovete additarmi come nemico degli animali, al contrario alcuni dei miei migliori amici erano animali. Solo con profondo cordoglio posso pensare alla mia cara Minka, la gatta dei miei anni di ginnasio, che ha incontrato una morte spaventosa. E se ho mai trovato in vita mia un cavaliere, audace oltre ogni dire, dolce e pronto, questi fu proprio l’amico della mia età di mezzo, Terry, il terrier irlandese, che ha lasciato un buco perenne nel mio cuore come nel mio tappeto. Comunque gli animali di mia conoscenza non avevano bisogno di essere convinti che la loro animalità non era spesa male: erano quello che erano. Sotto questo aspetto, come del resto da molti altri punti di vista, gli animali sono del tutto diversi da quegli altri amici dei miei anni maturi, gli studenti, i quali, maturati precocemente e precocemente andati a male, dovevano essere continuamente rassicurati che la loro esistenza non era affatto priva di senso. Il professore come balsamo per giovani anime ferite è un fenomeno di tipo nuovo; i miei professori si sarebbero stupiti se davanti a loro avessi aperto qualcosa d’altro del libretto universitario.

In nessun luogo la scienza ha svelato la propria nudità come nei tentativi infruttuosi di scrutare nella mente dell’uomo e dell’animale. Per mio conto, Terry era un cane capace di fantasia sconfinata e di profondo pensiero, ma non me lo fece mai capire. Queste caratteristiche - fantasia sconfinata, pensiero profondo - sono in effetti le qualità che liberano l’uomo dai ceppi della materialità, dalle catene della carne, che lo rendono un vero uomo, elevandolo per sempre dallo scialbo mare del non essere. Queste erano certamente le doti che accompagnarono gli inizi dell’umanità e proprio per loro virtù l’uomo si vide costretto e reso idoneo a riflettere sulla natura in cui si trovava gettato. Ben presto deve essersi presentata una singolare contraddizione: quanto più progredisce la riflessione sulla natura, tanto più grande è il pericolo che essa pregiudichi la fantasia. In effetti occorse molto tempo prima che tale pericolo diventasse evidente, perché c’è un’enorme distanza tra la riflessione e le decisioni di provare la sua validità e di valutare i suoi frutti; la prima di queste decisioni fu presa ben presto, ma dovettero passare migliaia di anni prima che si giungesse alla seconda.

La logica, ossia quella branca della filosofia che concerne i criteri del giudicare corretto, ha naturalmente subito modificazioni nel corso della storia, dall’epoca di Aristotele e della Stoà, ma da gran tempo accompagna, per così dire come un guardiano, i processi mentali dell’uomo. Tuttavia la logica non basta per valutare le deduzioni scientifiche: quando le ricerche riguardano la materia o, in generale, fenomeni misurabili o ponderabili, bisogna richiamarsi ad altri criteri per saggiare la validità delle constatazioni scientifiche. I temi principali, per lo meno nelle discipline con cui sono entrato in contatto, si possono contare sulle dita: a) la sperimentazione, b) il metodo, c) il modello. Ognuno di questi processi ha contribuito alla «politomia», alla deplorevole frammentazione delle nostre idee sulla natura, alle lacerazioni con cui il ricercatore deve tutti i giorni fare i conti. Ciascuno di questi procedimenti ha ampliato l’abisso che separa la capacità umana della rappresentazione fantastica dal pensiero scientifico, accentuando così la crescente separazione tra lo scienziato e il resto dell’umanità. Contemporaneamente, però, la sperimentazione e la metodologia hanno accresciuto in modo impressionante le nostre conoscenze della natura (ma si tratta di un sapere sui generis), e tuttavia vorremmo chiederci se proprio questo è il tipo di conoscenza di cui l’umanità ha bisogno.

Solo negli ultimi trecentocinquant’anni lo strapotere della sperimentazione ha dato vita alle diverse scienze sperimentali, un processo che di solito viene attribuito (ingiustamente, a mio avviso) al sopravvalutato filosofo Francesco Bacone. Mentre in latino classico il termine experimentum indica qualcosa come tormento o sofferenza e Goethe parla di «tortura della natura», la parola «esperimento» comparve con il significato attuale nelle lingue europee intorno al 1300, anche se naturalmente l’esercizio di ciò che potremmo chiamare sperimentazione era praticato talvolta anche nell’antichità. Anche nella civiltà cinese, un genere del tutto particolare di problematica sperimentale risale a epoca molto antica. Tuttavia, benché la natura venisse interrogata, non credo che le risposte ottenute servissero alla costruzione di un sistema di conoscenza, eccettuate forse l’astronomia e la geografia, né per lo più si trattava di quel tipo di problema che ora chiameremmo esperimento. Quanto più limitato e angusto è il problema, tanto più si ha la probabilità di ottenere una risposta ben definita e comprensibile, che rientri cioè in un sistema o un modello preordinato e possa addirittura arricchirlo. In scienze nettamente circoscritte come la fisica o la chimica, le quali son fatte, si potrebbe dire, di limiti ben definiti, la molteplicità delle risposte maturate nel corso di secoli e spesso sovrapponentesi le une alle altre ha ampliato notevolmente le nostre capacità di comprensione, benché anche qui molte cose siano ancora oscure.

Ma la biologia non ha confini e i nostri esperimenti sono soltanto poche gocce di un oceano che muta la propria forma a ogni maroso. E poiché le domande che poniamo devono muoversi a tastoni lungo la nostra abissale ignoranza sulla natura della vita, le risposte che diamo possono essere soltanto una distorsione della verità; una verità, per giunta, che presenta sfaccettature così numerose che non potremmo mai coglierla compiutamente. Il modo con cui si pongono le domande, cioè il metodo di pianificazione degli esperimenti, viene lasciato interamente al caso oppure è determinato dalle nostre idee di un’armonia prestabilita, la quale - come ammettiamo solo raramente - rappresenta un contratto con Dio, che Egli però non ha mai sottoscritto.

Forse si potrebbe dire che la fede in un cosmo ordinato è una delle condizioni di esistenza dell’uomo. Molti spiriti di eletta sensibilità avranno senza dubbio condiviso il rimpianto di John Donne per la perdita della solida concezione tolemaica del mondo. Non sono però sicuro che l’uomo, così come è dotato di un senso quasi istintivo per la simmetria, sia animato anche da un corrispettivo desiderio elementare di semplicità. Ma Ludwig Wittgenstein scrive il 19 settembre 1916 nel suo diario: « L’umanità ha sempre mirato a una scienza nella quale simplex è sigillum veri». Questa aspirazione alla semplificazione ha costituito, in effetti, una delle energie intellettuali che hanno fatto progredire la scienza moderna, ma il tentativo di trovare simmetria e semplicità nel tessuto vivente del mondo ha spesso portato a conclusioni erronee e a distorsioni antropomorfe. Il mondo è costruito in molti modi: semplice per chi ha una mentalità semplice, profondo per chi ha un pensiero profondo. Il nostro tempo è piuttosto debole di mente, [Si confronti, per esempio, il Decamerone o l’Eptamerone con uno dei nostri bestseller oppure, se si vuole, Jean Paul, questa magnifica alternativa al classicismo tedesco, con uno dei nostri premiatissimi grandi della letteratura. La capacità di leggere con rigore cose dure e difficili è scomparsa. Oggi si può accettare soltanto la letteratura più fiacca.] ma le scienze diventano sempre più complicate, mentre alcuni sanno sempre di più su sempre di meno. La condizione ideale cui ci avviciniamo in modo asintotico è sapere tutto su nulla.

L’edificio del mondo animato poggia, si potrebbe dire, su due pilastri: uno è l’unità della natura, l’altro la sua grande varietà e molteplicità. Noi di solito volgiamo la nostra attenzione soltanto all’unità, e questa deforma completamente le nostre concezioni e rappresentazioni della natura e ci condanna a quella sorta di ricerca per analogie che riempie le nostre riviste. Chi potrebbe afferrare la musica analizzando la composizione degli strumenti in un’orchestra? La novità di un organico in cui tutte le trombe siano di latta è banale, se la si confronta con l’incommensurabilità dell’universo musicale. Non è escluso che santa Cecilia abbia suonato molto dolcemente con una tromba di vetro.

Spesso si sente dire che l’inadeguatezza di ogni sperimentazione biologica in confronto all’ampiezza della vita deve essere compensata dal ricorso a una solida metodologia, ma procedimenti definiti con rigore presuppongono obiettivi molto limitati, e l’onnipotenza del «metodo» ha portato a ciò che con un eccellente neologismo tedesco viene chiamato Kleinkariertheit (gretta pedanteria, letteralmente «piccola quadrettatura») della ricerca biologica attuale. Nella scienza moderna la disponibilità di un gran numero di metodi generalmente riconosciuti in realtà serve spesso come un surrogato del pensiero. Oggi molti ricercatori utilizzano metodi di cui non conoscono a fondo i principi fondamentali.

Per lo sperimentatore un metodo di comprovata efficacia è per così dire uno strumento molto affilato che gli consente di tagliare via dalla carne della natura strisce sottili e regolari. Ciò che egli esperimenta vale per il frammento in causa, ma non per le aree contigue, le quali però possono essere analogamente studiate con l’ausilio di altri metodi. Speriamo che tutto questo mondo dilacerato del sapere possa confluire alla fine in un quadro di insieme , ma ciò non è mai avvenuto e neppure è probabile che accada in futuro, perché quanto più suddividiamo, tanto meno possiamo concludere (persino una bambina impara infine che una bambola integra, supportata dalla fantasia che si tratti di un vero bebè, vale di più di una quantità di frammenti)

Qualche anno fa si è tentato di descrivere alcune delle conseguenze che ne derivano6.

 

Oggi sono di moda i dogmi. E poiché un dogma è qualcosa che tutti devono accettare, si è giunti all’incredibile monotonia delle nostre pubblicazioni periodiche. Molto spesso mi basta leggere il titolo di un lavoro per potere ricostruire il riassunto e addirittura alcuni diagrammi. I lavori sono, per lo più, altamente specialistici, utilizzano gli stessi metodi e contengono gli stessi risultati. Tutto questo prende il nome di conferma di un dato scientifico. Ogni due anni i metodi cambiano, e quindi ognuno si servirà dei nuovi metodi e confermerà una nuova serie di dati. E ciò viene chiamato progresso della scienza. Se c’è qualcosa di originale, ebbene la novità deve celarsi nelle crepe di un onnicomprensivo espediente convenzionale: un gigantesco mucchio di letame preistorico, in cui, attraverso apparecchiature, dispositivi e artifici e, ancor meglio, attraverso concetti appena abbozzati, espressioni tecniche e slogan disparati, che in un dato momento erano moderni, si possono datare gli strati successivi dell’attività degli insediamenti scientifici.

 

Il ruolo delle mode nella scienza è un tema molto interessante che ho trattato più a fondo in un saggio pubblicato per la prima volta nel 1976. Esso si avverte in tutte le scienze, ma specialmente nella ricerca biologica, perché in questo campo l’indirizzo con cui la natura (o ciò che in biologia si considera tale) viene studiata subisce l’influenza delle mode così come la subisce la scelta dei metodi e dei modelli. Certo, i modelli possono aver sostenuto un ruolo in molte forme di pensiero deduttivo, ma solitamente erano soggetti a un controllo più rigoroso che non oggi. Soprattutto la cosiddetta biologia molecolare fu accompagnata, ai suoi inizi da un’orgia di costruzioni di modelli, molti dei quali lasciavano trasparire un’evidente stupidità. Le riviste specializzate sovrabbondavano di modelli che dovevano essere abbandonati subito dopo la loro pubblicazione, se non lo erano già stati prima. Purtroppo, questo era un campo in cui anche uno zelo cieco recava i suoi frutti. Già allora predicavo moderazione, e ciò contribuì alla mia fama di «personalità discutibile». In una conferenza ad Harvey, nel 1956, ebbi a dire: «Il mio consiglio è di stare ad aspettare. I modelli, a differenza delle modelle che posavano per Renoir, migliorano con gli anni».

Una delle qualità più perfide e dannose dei modelli scientifici è la loro capacità di sovrapporsi alla realtà e di prenderne il posto. Spesso essi servono come paraocchi e limitano l’attenzione a un campo eccessivamente ristretto. Nessun ricorso alla logica può dimostrare la veridicità di un modello, anche se spesso la sua improbabilità può essere facilmente dimostrata. La fiducia eccessiva nei modelli ha contribuito notevolmente al carattere artificioso e falso di importanti parti della ricerca scientifica attuale [L’incitamento proclamato a gran voce «Torniamo alla natura!» sorprenderebbe giustamente gli attuali ricercatori, perché costoro non sono mai stati là.]

Lo stato di debolezza e di disagio in cui si trovano le scienze nei confronti della vita ha, tuttavia, a mio parere, ragioni più profonde. Probabilmente non è a caso che la biologia fra tutte le scienze sia quella che non riesce a definire con sicurezza l’oggetto delle sue ricerche: non esiste alcuna definizione scientifica della vita. In effetti le ricerche più rigorose si eseguono su cellule e tessuti morti. Lo dico con esitazione e apprensione, ma non è escluso che ci troviamo di fronte a una sorta di principio di esclusione: la nostra incapacità di cogliere la vita nella sua realtà potrebbe essere dovuta al fatto che noi stessi siamo in vita. Se fosse davvero così, allora soltanto i morti potrebbero capire la vita, ma loro pubblicano su altre riviste.

La comparsa e lo sviluppo delle scienze nella loro forma attuale furono quasi contemporanei alla nascita e all’ascesa della borghesia e, se è lecito citare un avvenimento storico che segni l’inizio della scienza moderna, questo è non fortuitamente la rivoluzione francese. Il tiers état, il quale non godeva di buona fama tra gli spiriti creativi che soffrivano sotto il suo predominio (non credo sia mai esistito un genio borghese), ha sempre potuto additare il fiorire della scienza e della tecnica come il suo maggiore trionfo. E poiché ora assistiamo al principio della fine di quest’epoca ebbra di progresso, c’è da aspettarsi che una nuova era storica dia vita a un genere del tutto diverso di scienza: una scienza che noi, guardando attraverso le sbarre dei nostri concetti, non potremmo riconoscere come tale. Sarà una scienza migliore? Il pessimista di professione non osa affermarlo.

Intanto, però, i grandi successi (alcuni li chiamerebbero forse trionfi) delle scienze sperimentali, specialmente della fisica e della chimica, hanno esercitato uno strano effetto sulle discipline scientifiche che di solito vengono definite scienze morali. Ed è un effetto ancor più evidente da quando quei ben noti pragmatici che sono gli americani sono venuti alla ribalta delle scienze. Nel tentativo di emulare i loro fratelli fortunati (con tutte le loro tavole logaritmiche, i regoli calcolatori, le calcolatrici, le carte millimetrate e i più svariati metodi di mascheramento statistico; in altri termini: con tutta la loro trionfante decimalizzazione della natura) anche le scienze morali hanno cominciato a scimiottare le scienze naturali. Il diffondersi dello scientismo alla storia e all’economia, alla psicologia e alla linguistica, per non parlare della sociologia della filosofia e della filologia, sta per deformare queste discipline nel modo più grottesco. Ma proprio la facilità con cui le cose dello spirito possono banalizzarsi tirando in ballo la matematica ha anche dimostrato che ciò che è buono per Giuditta non lo è probabilmente per Oloferne. Ci sono, infatti, taluni fenomeni che diventano più comprensibili quando vengono pesati e misurati, e altri che reagiscono, per così dire, negativamente. Non ho bisogno di un’analisi statistica dei vocaboli per dimostrare a me stesso che l’ex presidente Ford non è l’autore di Re Lear, e non mi interessa sapere quante volte alla settimana lo spensierato schiavo della piantagione rideva a crepapelle per la felicità, né mi occorre un’analisi psicologica nel profondo della personalità di Cleopatra o di Jan Hus. L’incredibile cicaleccio scatenato da tutti questi umanisti votati al computer non è probabilmente peggiore di quello degli scienziati, ma poiché i primi hanno appena iniziato a sviluppare un gergo da consorteria o una propria lingua da bestiario, sono costretti ancora a usare paro­le più o meno comprensibili, e sono proprio queste a smascherarli.

 

 

8.     L’oscillare della bilancia

 

Il lettore di questo libro può avere avuto l’impressione - erronea, ma non del tutto ingiustificatta - che il suo autore sia un uomo che sta alla destra di Ivan il Terribile o di Gengis Khān. Si sarebbe potuto pensare che le esperienze di una lunga vita e le riflessioni che ne sono derivate mi abbiano portato in questa sgradita situazione. In realtà, per quanto mi ricordo, non ne sono mai stato lontano. Mi rammento perfettamente che una volta nei miei verdi anni, sedici o diciassette, mi descrissi in un lavoro di scuola come un «reazionario rosso»: certo, era un’esagerazione da liceale e naturalmente sarebbe stato più giusto se mi fossi definito un conservatore radicale. In ogni modo, devo dire che nel frattempo mi sono talmente stancato di siffatte etichette, che esiterei a caratterizzare con due parole uno scarafaggio. Al contrario degli illustri malfattori che prima ho nominato e senza avvicinarmi al mio stimatissimo Georges Sorel, sono sempre stato contro la violenza, e l’universo lirico in cui crebbe il mio spirito prendeva significato dalle sue proprie rime.

Noi, però, viviamo in un mondo, dove le rime non sono più possibili, e quel senso di serenità si è trasformato in un senso di malinconia. [è davvero un caso se proprio nel nostro tempo, e quasi contemporaneamente, la rima e il verso sono scomparsi dalla poesia, la melodia dalla musica, la forma riconoscibile dalla pittura e dalla scu1tura?] Il nostro mondo è per la verità un mondo crepuscolare, in cui marionette senz’anima gettano ombre rosso sangue sullo schermo di un immediato oblio, vanno e vengono con una celerità che riduce i secoli in giorni, i loro nomi sono dimenticati prima ancora di avere il tempo di apparire sugli striscioni che annunciano la loro gloria eterna. Che cosa li abbia privati dell’anima non so dire. Persino la parola « anima» è oggi diventata altrettanto assurda come lo sarebbero le rime di Shakespeare o di Pope. L’uomo sembra essersi trasformato in una materia plastica biodegradabile.

Persino quando ero bambino, un bambino molto poco infantile, ero senza dubbio cosciente di essere nato in uno strappo fra due epoche, perché crebbi in una nube di lutto. Anche se il nostro secolo atroce era solo agli inizi, non potevano sfuggire i segnali di futuri orribili avvenimenti, né riuscivo a sfuggire alla sensazione che non c’era nulla da fare per evitarli e che dovevo soltanto essere testimone del mio orrore. Come valvola di sfogo per questo avvilente senso di impotenza soccorrevano talvolta un po’ di umorismo e di ironia: una fuga nel paesaggio perenne ed eternamente mutevole della lingua e della fantasia, un paesaggio che minaccia di scomparire per sempre agli occhi del ricercatore in lotta con le immagini riflesse della materia. Le fonti inesauribili della poesia e, più tardi, anche della musica ristoravano chi era scoraggiato e rafforzavano la sua fede in potenze che trascendevano la nostra miseria. Persino oggi, quando leggo una pagina di Goethe, di Hölderlin o di Stifter, un raggio di luce cade sul cupo carcere dei miei anni. La convinzio­ne che non omnis moriar (non tutto morirò), parole che spesso ho avvertito nella quiete della notte, riguardava non tanto questa esclamazione di un Orazio ebbro di gloria e il suo monumento aere perennius (più duraturo del bronzo), quanto piuttosto ciò che prometteva il bel suono delle vocali scandite ó-o-í-o-i-á; e la vera convalida della promessa veniva da un’altra parte, dall’amabilità della musica mozartiana che risplende dall’interno del cuore.

Tre storici, nessuno dei quali appartiene interamente alla categoria, hanno esercitato una notevole influenza: Machiavelli, Gibbon e specialmente Jakob Burckhardt, un’intelligenza spassionata e dalle idee chiare come quelle di La Rochefoucauld. Egli mi ha insegnato che solo un pessimista può essere un buon profeta; comunque, non ho mai auspicato di essere uno specialista in predizioni, ben sapendo che persino ai tempi di Isaia i servitori di Dio erano disprezzati.

Poiché vivo in tempi menzogneri e turbinosi, in cui i venti dominanti spirano tutti dalla parte dell’ipocrisia, della squallida simulazione e dell’ignobile strizzata d’occhio, in un paese dove non si muore ma si decede, dove il cioccolato amaro deve per forza chiamarsi «semidolce», mentre un uomo può «valere» un milione di dollari; poiché vivo in una città che invidia Detroit, perché ha celebrato di recente il suo primo giorno, dal 1928, senza omicidi; in altri termini, poiché vivo nella chiavica in cui si riversano i liquami di un’epoca putrida, trovo arduo spiegare che la dote da me più lodata accanto alla sincerità è l’intensità. Tale qualità, specialmente in quanto si riferisce allo spirito creatore, è ormai molto rara; non bisogna confonderla con l’aggressività o con l’invadenza, qualità che si incontrano spesso nei viaggiatori di commercio o negli scienziati. Per me questa parola designa la capacità del singolo di concentrare immaginazione e produttività in modo tale da determinare un’impressione travolgente di abbagliante verità. Ecco alcuni esempi di ciò che intendo per intensità, questa dote misteriosa, simile a una lente ustoria, dello spirito umano: Shakespeare e Donne, Goethe e Claudius, Racine e Rimbaud la posseggono; Milton, invece, e Shelley, Heine e Lenau, Lamartine e Victor Hugo non ne sono molto dotati. Se raffronto Kleist con Schiller, Stendhal con Balzac, Heinrich con Thomas Mann, non esito ad attribuire ai primi il grado più alto di intensità, almeno per i miei gusti. Quanto più un poeta è fiacco, tanto più facilmente può essere tradotto in altre lingue. Analoga è la situazione della musica o della pittura. Benché la mia vita sia stata piuttosto assorta nelle parole, ho ricavato le gioie più consolanti dalle opere di J.S. Bach, Mozart e Haydn. Ma con le scienze la mia pietra di paragone fa cilecca, perché il mio concetto di intensità non può essere scambiato con la capacità di produrre un rumore gigantesco. Anche nelle scienze esiste senza dubbio qualcosa che corrisponde a questo concetto, ma non sono in grado di valutare gli stili di pensiero, al contrario degli stili letterari: Schopenhauer è certamente uno scrittore migliore, diciamo, di Hegel, [Comunque, anche in Hegel prorompe, talvolta, dalla grigia crosta di una prosa irrigidita una vera lava] ma ciò non lo ha preservato dall’occupare un gradino inferiore sulla scala della filosofia. In ogni modo, la vox populi incorre più facilmente in errori nei confronti delle scienze che non di altre attività intellettuali.

Due grandi scrittori religiosi mi hanno accompagnato per tutta la vita: Pascal e Kierkegaard. Specialmente i Pensieri di Pascal, che grazie al fatto che ci sono stati trasmessi senza ordine hanno tanto acquisito in profondità, sono sempre stati la mia lettura preferita. Quello che di Pascal mi appare degno di nota è soprattutto che egli fu un grande fisico il quale riuscì a sfuggire al labirinto della scienza della natura, guidato, vorrei dire, dal battito del suo cuore; «un Mosè che dovette maledire la Terra Promessa», come un giorno l’ho definito.9 Karl Kraus è il terzo grande scrittore che ha influito su di me in misura notevolissima, ma di lui ho già detto qualcosa prima.

Nei paesi che imitano il modello di vita anglosassone (per me è sempre stato difficile distinguere fra essere signorili e darsene l’aria) spesso ci si sente chiedere qual è il nostro hobby, una doman­da, questa, che sorprenderebbe uno scalpellino italiano o un contadino francese. Chi la pone si attende una risposta originale: raccogliere monete dei parti o allevare levrieri. Se mi piacesse rispondere a domande sciocche, direi probabilmente che il mio hobby è la biochimica, ma ciò che faccio realmente non interessa nessuno. Quel che ho fatto per tutta la vita è consistito nello studio delle lingue; nel corso degli anni mi sono occupato di molte lingue almeno per poterle leggere; già da gran tempo ho smesso di leggere traduzioni, ma raramente passa un giorno senza che non legga alcune pagine in tre o quattro lingue diverse. Persino il più breve testo che abbia valore è intraducibile, ed è questo un altro esempio della mirabile molteplicità di tutto ciò che vive. Se due lingue fanno la stessa cosa, non si tratta mai di due cose identiche.

Recentemente, mentre leggevo alcune deliziose lettere di Lichtenberg, espressioni autentiche del mio secolo preferito, mi spiacque scoprire che l’autore non condivideva la mia opinione sull’importanza dello studio delle lingue. Così, riferendosi a un nipote, Lichtenberg scriveva il 13 agosto 1773 in una lunga lettera indirizzata a uno dei suoi fratelli maggiori.

 

Ho notato in lui qualcosa... una grande inclinazione per le lingue ed anche la convinzione che sia utile apprendere molte lingue. Certo, lui questo non deve farlo o, per lo meno, non lo consiglierò mai in tal senso. Sarebbe la via più diritta da intraprendersi verso ex omnibus aliquid (un poco di ogni cosa...) E tuttavia, purché l’intelligenza sia matura, è utile apprendere per diletto alcunché delle lingue principali, qualcosa che si amplia sino a un certo grado di perfezione, che, peraltro, il linguista all’acqua di rose non è in grado di raggiungere... Se si comprende la madrelingua, il latino e il francese, allora anche le altre lingue più comuni - specialmente se soccorra un poco di spirito filosofico - si imparano incredibilmente presto, senza perdere le ore migliori sui verbis irregularibus e sulla loro coniugazione.

 

Lichtenberg era una delle menti più acute e spiritose di un secolo particolarmente ricco di uomini provvisti di tali doti, un grande scrittore, certo il più significativo autore di aforismi della letteratura tedesca, e anche un noto fisico. Come si vede, le sue esigenze minime, madrelingua, latino e francese, erano molto superiori a quello che oggi le nostre scuole possono offrire agli studenti. L’imbarbarimento dell’epoca presente non risulta tanto evidente quanto nel pigro ottuso atteggiamento nei confronti della lingua, si tratti della propria o di quella di altri popoli. Le ragioni sono molte e ne ho spesso parlato, dall’Apocalisse alla zoologia, ma le scienze e le discipline che cercano di scimmiottarle hanno una grossa parte di colpa. Qualche tempo fa ho parlato con un eminente linguista, che mi assicurava di trovare del tutto sufficiente per i suoi scopi l’inglese e lo jiddish, ma naturalmente egli era dotato di spirito cartesiano e avrebbe potuto dire con ragione: Scribo, ergo cogito. [In latino, scrivo dunque penso, a parafrasi del motto di Cartesio: Cogito, ergo sum (Penso, dunque sono). (n.d.r.)] Avrei dovuto inoltre sapere che la linguistica riguarda le lingue tanto quanto la scienza della natura riguarda la natura.

Un’epoca e un paese che così lietamente cianciano di traduzione meccanica non potranno capire ciò di cui sto parlando: Nausicaa, nell’atto di scendere verso la riva - la lingua greca, che si desta dalla nebbia mattutina di un brivido miceneo; o la francese, che a essa si richiama: La fille de Minos et de Pasiphaé - un verso che ha condannato all’eufonia secoli di poesia francese.

L’assassinio di mia madre e quello della mia lingua materna appartengono l’uno all’altro: entrambe si sono dissolte nella stessa cenere. La lingua, tuttavia, può risorgere e questo avverrà senz’altro quando il sangue metafisico che imbratta e paralizza tutte le fibre in crescita della lingua si scolorirà. Solo con l’aiuto di grandi scrittori può avvenire questa purificazione, questa rinascita. [Molti - e ne sono sempre esistiti - obietterannno che qui non c’è nulla da purificare e che una linea mai interrotta va da Goethe a Grass, da Brentano a Böll e che, infine, la natura fenicia della lingua viene proprio dimostrata dalla presenza tutt’intorno di tanta cenere ancora più rovente. Ma io sono d’altro avviso.] Intanto, però, gli scrittori più significativi del mio tempo (tutti, curiosamente, dell’Austria vecchia maniera) sono pur sempre Kraus, Kafka e Trakl. Inebriato fin da bambino del suono e del senso delle parole, in cui la fantasia del fanciullo e le idee dell’uomo diventavano tutt’uno come in un abbraccio di innamorati, cercai naturalmente con ogni energia di salvaguardare il legame con la lingua materna: continuai a scrivere e, sia pure raramente, a pubblicare in tedesco, ma come Anteo ero un peso leggero. Non avevo un posto dove stare e perciò non fui profeta in molte patrie. Non senza commozione trovai in una lettera di Franz Kafka all’amico Max Brod (giugno 1921) questo grido di angoscia, in cui descrive la disperata situazione degli scrittori ebreo-tedeschi residenti a Praga: scrivono in una lingua che non è del tutto la loro e sono attorniati da un’altra ancor più straniera; ed egli pensa anche a se stesso. Ma ecco il passo scritto da uno dei più puri maestri di prosa tedesca.

Anzitutto ciò in cui si scaricava la loro disperazione non poteva essere letteratura tedesca, che sembrava tale soltanto esteriormente. Essi vivevano fra tre impossibilità...: l’impossibilità di non scrivere, l’impossibilità di scrivere tedesco, l’impossibilità di scrivere in un modo diverso. Quasi si potrebbe aggiungere una quarta impossibilità, quella di scrivere… dunque si trattava di una letteratura impossibile da qualsiasi lato la si considerasse, una letteratura da zingari, che ha rubato l’infante tedesco dalla culla, lo ha acconciato in gran fretta non so come, perché qualcuno deve pur danzare sulla corda.

Una bilancia che non oscilla non può pesare. Un uomo che non trema non può vivere. Si pensa, si sogna e poi si pensa di nuovo, ma le due funzioni devono restare distinte. Goya così scrisse sotto il suo quarantatreesimo capriccio: El sueno de la razón produce monstruos (il sogno della ragione produce mostri).

Dalle caricature del passato scaturiscono i ritratti del presente. I diavoli dipinti dagli antichi maestri sulle pareti si sono scatenati e circolano tra noi. Satana, dispensatore di piaceri per Faust e di orrore per Ivan Karamazov, spera ora in un impiego duraturo: come noi tutti, anche lui è mal ridotto in questo mondo, perché viviamo in tempi sordidi, ma non ci è consentito di ripetere l’errore di Ivan, che giudicò il diavolo uno sciocco. Scoperta e invenzione, gli idoli più cari ai nostri nonni, hanno probabilmente perso molto della loro forza risanatrice e certamente la maggior parte del loro profumo d’ambrosia, ma non vivo forse in mezzo a gente la quale mi assicura che l’unico modo per rimediare al danno causato dalle scienze consiste in un accrescimento della scienza? [Vorrei qui innalzare una stele modesta alla memoria di Sir Arthur Hopkins (1813-1875), segretario e confidente della regina Vittoria. Fu lui, probabilmente, a inventare il verbo to disinvent (disinventare). L’unico esempio di questo termine nell’Oxford English Dictionary (vol. iii) è una citazione di Helps, del 1868: I would disinvent telegraphic communication (Vorrei disinventare la comunicazione telegrafica). Come fonderei volentieri, se fossi più giovane, il Club degli occultatori e dei disinventori!]

Così, inspirando ed espirando, sono diventato improvvisamente un uomo vecchio e passo il mio tempo a consolare i quarantenni, se si lamentano della loro età. Era soltanto ieri quando giunsi con i genitori e mia sorella nella Vienna scossa dalla guerra, la Vienna del 1914, dove c’era gente che doveva dormire nelle vasche da ba­gno, perché le stanze erano piene di profughi. Devo ringraziare Dio che il braccio stava ben saldo anche quando i piatti della bi­lancia si alzavano e si abbassavano. L’alternanza di lavoro scienti­fico manuale e di cose del pensiero e della lingua, l’eterna sistole e diastole del cuore e della mente mi hanno consentito di non uscire di senno in mezzo a un mondo spaventoso.

 

 

9.  La scopa della Signora Partington, o la terza faccia della medaglia

 

Il reverendo Sydney Smith era un uomo molto arguto, del quale avrei fatto volentieri conoscenza, così come avrei conosciuto volentieri Lichtenberg, Chamfort, Rivarol, Peacock o, per altri motivi, il più amabile degli scrittori tedeschi, Theodor Fontane. Il 12 ottobre 1831 il «Taunton Courier» pubblicò un discorso politico tenuto da Smith. Ne cito un passo.

 

Non ho l’intenzione di sembrare irrispettoso, ma il tentativo dei Lords di arrestare il progresso della riforma mi ricorda irresistibilmente la grande tempesta di Sidmouth e il comportamento tenuto dall’eccellente signora Partington in quell’occasione. Nell’inverno del 1824 la città fu assalita dall’alta marea, i flutti salirono a un’altezza incredibile, le onde strinsero d’assedio le case e tutto fu minacciato di distruzione. In mezzo a questa eccezionale e terribile tempesta si poteva vedere la signora Partington con scopa e zoccoli sulla porta di casa - non lontano dalla spiaggia - tutta indaffarata nel tentativo di espellere l’acqua marina, agitando lo spazzolone per respingere vigorosamente l’oceano Atlantico. Il mare imperversava. L’energia della signora Partington era al massimo, ma non ho bisogno di dirvi che la lotta era impari. Fu l’oceano Atlantico a vincere la signora Partington. Di fronte a pozzanghere e pantani il suo comportamento fu straordinario, ma non avrebbe dovuto impegnarsi in una bufera di quel genere. Cari signori, vi prego, state tranquilli e con i nervi saldi: batterete senz’altro la signora Partington.

 

Poiché una volta volevo fondare l’ufficio delle cause smarrite, devo essermi ben presto accorto che non esistono abbastanza persone come la signora Partington. Il più della gente è saggia e apprezza l’inevitabile, ma per motivi imperscrutabili io sto volentieri dalla parte dei perdenti. Sotto Giuliano l’Apostata mi sarei certamente arruolato volontario; sono un albigese nato; ammiro Thomas Müntzer. In altri termini, sono un catoniano incorreggibile: Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni («la causa vincente piacque agli dei, ma la perdente a Catone», così dice Lucano nella Farsaglia); sono convinto che Catone abbia avuto le sue buone ragioni, e ciò vale anche per me. Se ammettiamo che una moneta abbia due facce, una preferita dal severo Catone e l’altra dagli dei sconsiderati, e venga lanciata in un mondo di pura casualità, allora, dopo un numero sufficiente di lanci, sia gli dei sia Catone dovrebbero essere ugualmente soddisfatti. Tuttavia, in questo caso, i «ma» sono più di uno: 1) guadagnare e perdere non equivalgono rispettivamente a bene e a male; 2) probabilmente la causa piace agli dei non perché è quella vincente, ma vince perché piace agli dei; 3) il nostro mondo non è un mondo di pura casualità; [Fui molto contento quando, di recente, lessi in uno scritto di uno dei più ammirevoli esponenti di un secolo ammirevole: Dialoghi sulla religione naturale di Hume: «Il caso è una parola senza significato».]  4) abbiamo spesso a che fare con una moneta, per così dire, a tre facce, di cui ci sono visibili solo due facce, entrambe cattive, e solo una può essere quella superiore. Potrei riassumere quasi la mia vita, dicendo che sono sempre stato alla ricerca della terza faccia della moneta. Sembriamo spesso oscillare fra due diavoli, mentre l’unico angelo si mantiene in disparte con la massima discrezione. Sono anche convinto che nel nostro mondo imperfetto il lato buono non potrà mai vincere, perché, se vince, non rimane buono a lungo. Quello che chiamerei principio di Acton [Lo storico inglese John Emerich Dalberg Acton (1834-1902) espresse la convinzione che «spina dorsale di tutta la storia moderna» è stata la libertà. (n.d.r.)] della corruzione comincerà a operare e il potere assoluto corromperà in modo assoluto. A questo proposito, il bramino assicurerà il manicheo che egli non è affatto sorpreso. «Fai», egli potrebbe dire, «anche il più piccolo strappo nel velo di Maia e non vedrai che un cranio sogghignante».

Questo richiamo alla nullità del mondo mi dà il coraggio di dire qualcosa di vergognosamente ingenuo: nulla, a mio avviso, di ciò che è fatto o pensato può mai andare perduto; se qualcosa esiste, continuerà a esistere. Le tragedie perdute di Eschilo o di Sofocle, Dafne, l’unica opera di Heinrich Schütz, o l’Arianna di Monteverdi, La storia della mia anima di Kleist, questo manoscritto perduto dopo il suicidio del suo autore, gli affreschi di Giorgione a Venezia o i libri di Livio non giunti sino a noi, gli innumerevoli edifici, i dipinti, le sculture, le opere letterarie o musicali, irrimediabilmente scomparse, possono essere perdute per noi, ma in un senso più alto non sono perdute: sono passate nel corpus mysticum in cui tutto è contenuto, ogni respiro che fu mai emesso, ogni azione che fu mai compiuta. Sotto questo aspetto, nulla è andato perduto, nessuna battaglia è mai stata vinta.

In ogni modo ho affrontato lotte che ho perduto, perché, come la signora Partington, anch’io ero incline ad affrontare tempeste. Di una battaglia dichiaramente scientifica, quella sull’importanza biologica degli acidi nucleici, si potrebbe dire che fu una mia vittoria, ma si trattò di una comica vittoria: l’armata vincitrice decise di passare a un altro campo di battaglia. Ciò avvenne, mi è stato detto, perché avevo cautamente definito la mia scoperta «complementarietà delle basi», mentre gli altri avevano preferito parlare di «appaiamenti». è vero, ero particolarmente poco avido e neppure avevo gran voglia di fondare una nuova religione scientifica.

Battaglie più importanti non furono veramente perdute (soltanto i posteri proclamano, più tardi, i vincitori), ma non approdarono a nulla. Spicca in prima linea il mio tentativo donchisciottesco di preservare alla scienza un volto umano. Ciò significa piccola scienza, una scienza per la quale può essere garante il singolo e in cui si può udire ancora una voce umana; una scienza anche che viene guidata da una coscienza umana e non soltanto scientifica. La coscienza scientifica si limita all’esortazione di riferire le scoperte con la massima fedeltà, perché altrimenti si potrebbe essere smascherati e, oltre ad altre sgradevoli conseguenze, si potrebbe perdere il buon nome, l’unica cosa che al posto di beni concreti lo scienziato è in grado di accumulare.

La piccola scienza era in effetti quel genere di scienza in cui ero cresciuto, come ho già raccontato. Essa ha cambiato il suo carattere abbastanza rapidamente durante la seconda guerra mondiale, e alla fine del conflitto ci trovammo di fronte a un’impresa gonfiata che conteneva il germe di un’ulteriore crescita incontrollata e maligna. Centinaia, anzi migliaia di «scienziati puri» si erano abituati a lavorare in campi di concentramento scientifici, come il « Progetto Manhattan». [«Progetto Manhattan» fu, durante la seconda guerra mondiale, il nome in codice del complesso organizzativo e di ricerca scientifica che portò alla costruzione della bomba atomica. (n.d.r.)] Queste cucine infernali rigidamente organizzate si occupavano con ricchezza di idee e di trovate dell’elaborazione di osservazioni sperimentali altamente esoteriche e i loro successi vivranno in eterno, se «vivere» è la parola giusta per la fabbricazione della bomba atomica. L’immagine del professore distratto (che non è andata mai bene per le scienze sperimentali, perché in questo caso lo «star via con la testa» lo avrebbe ben presto condotto all’autocombustione) è però sopravvissuta al momento felice in cui il medesimo scienziato lavorava appassionatamente al perfezionamento della bomba all’idrogeno.

Due nefaste scoperte scientifiche, non ancora ben valutate nei loro effetti conclusivi, hanno segnato la mia vita: la fissione dell’atomo e il chiarimento della chimica dei fattori ereditari con la loro conseguente manipolazione. In entrambi i casi viene maltrattato un nucleo, rispettivamente il nucleo dell’atomo e il nucleo della cellula; in entrambi i casi ho la sensazione che la scienza abbia superato un limite che avrebbe dovuto temere. Come spesso avviene nella scienza, le scoperte fondamentali erano dovute a uomini del tutto degni di ammirazione, ma il mucchio che immediatamente li seguì già emanava un odore più mefitico. «Dio non può averlo voluto!» avrebbe esclamato Otto Hahn: ma lo ha chiesto a Lui prima, oppure Egli ha taciuto? Mi sembra che Dio preferisca non essere coinvolto in tali discussioni.

Nelle prime pagine di questo racconto ho cercato di descrivere l’effetto che la scoperta sanguinosa dell’energia nucleare ha esercitato su di me. Da quel momento il carnevale del diavolo non ha conosciuto soste: quanto più le danze diventavano frenetiche, tanto più l’aria si assottigliava e diveniva difficile da respirare. Che la scienza, la professione cui ho dedicato la mia vita (e una vita è il rischio più importante che un uomo è in grado di affrontare), si sia abbandonata a misfatti di questo genere, era più di quanto potessi sopportare; fui costretto a dichiararlo con tutta franchezza, perché dovetti pormi necessariamente la domanda: era ancor sempre lo stesso tipo di scienza nella quale avevo creduto di entrare cinquant’anni prima? E non potei fare a meno di rispondere: no, non lo era. A questa immagine deformata della scienza ho dedicato negli ultimi anni una serie di scritti, che sono comparsi dapprima su alcuni periodici e, più tardi, sotto forma di libro.10 Credo, però, che a questo proposito valga la pena di spendere qualche parola. Quando intrapresi la mia strada, le scienze - il cui ordinamento, come del resto è il caso delle migliori istituzioni, non era stato codificato - erano formate da una comunità internazionale di studiosi, impegnati a fondo nell’esplorare le vie della natura (fino al XVIII secolo si sarebbe parlato piuttosto delle «vie del Signore nella natura»). Si trattava, come ho già accennato in un altro punto, di una comunità molto piccola, e persino un novellino non avrebbe incontrato difficoltà nell’intraprendere il proprio cammino. I principi fondamentali erano per la maggior parte stabiliti; c’era una quantità di assiomi, di teorie e di ipotesi, ma poiché il numero dei ricercatori era piccolo, tutto procedeva con calma. Sembrava che una piana assolata si stendesse all’infinito davanti ai nostri occhi e persino di notte uno poteva proseguire con sicurezza alla velocità commisurata alle proprie capacità. Lo scopo non creava problemi: era una buona cosa capire di più del mondo in cui viviamo. Non si poteva parlare di fini immediati di tipo pragmatico o concettuale; il Graal era irraggiungibile, nessuno di noi si sarebbe mai arrampicato sul Montsalvat. La materia consisteva di molecole, di cui si doveva ancora stabilire il numero; le molecole erano formate da atomi, tutti ben conosciuti e ordinatamente disposti; gli atomi - come indica il nome - non potevano essere scissi. Se quando ero ancora un principiante nel campo della chimica, qualcuno mi avesse chiesto il mio parere su questo argomento, avrei risposto: non è lecito, non è bene che gli atomi vengano scissi. Ero infatti un giovane stolto, cresciuto pieno di venerazione per la natura.

Fino a qual punto giungesse la mia stoltezza risulta dal fatto che avevo studiato radioattività all’università di Vienna, dove si trovava uno dei primi importanti istituti di radiologia. Avrei dovuto ricordarmi anche dei sospetti paranoici e quasi dell’odio (ma la paranoia di un genio è spesso profetica) che August Strindberg nutriva per i coniugi Curie; ero stato un lettore appassionato dei notevoli diari di Strindberg, En blå bok (Un libro azzurro), e sapevo bene che i sogni angosciosi di un genio hanno la forza di evocare i cavalieri dell’Apocalisse. Benché non ignorassi il radio e la sua disintegrazione, la grande rivoluzione nella fisica del nucleo atomico mi era in qualche modo passata davanti senza destare immediatamente la mia attenzione. Solo quando i lavori dei coniugi Joliot-Curie e del gruppo di Fermi si presentarono imperiosamente davanti ai miei occhi (proprio nel momento in cui cominciavo a occuparmi dell’impiego dell’isotopo radioattivo fosforo-32) e quando, non molto tempo dopo, seguii la fatale scoperta dell’energia nucleare, cominciai a intuire la terrificante dimensione di questo stravolgente sconvolgimento scientifico. Per me fu come se il nucleo atomico, incessantemente tormentato, cominciasse a vendicarsi dell’uomo: mi venne in mente un pensiero di Goethe che mi aveva sempre colpito: «Die Natur verstummt auf der Folter; ihre treue Antwort auf redliche Frage ist: Ja! ja! Nein! nein! Alles Übrige ist vom Übel». [«La natura ammutolisce sul cavalletto di tortura; la sua risposta sincera a una domanda leale è: Si! Si! No! No! tutto il resto appartiene al male».] (Massime e riflessioni, n. 115). Se la natura tormentata restava muta, tanto più forti divenivano le grida delle vittime di questi straordinari esperimenti in mortuo. Goethe esalterebbe ancora la mancanza di castelli in rovina e di basalto, mancanza che gli rendeva così cara l’America?

Il pubblico, se pur esiste qualcosa di simile, non aveva avuto l’opportunità di discutere e di riflettere sullo sviluppo e l’uso della bomba atomica; tutto era stato un segreto di guerra ben tutelato. Ma liberi dibattiti avrebbero fatto differenza? Avrebbero davvero arrestato l’ulteriore inesorabile sviluppo delle armi atomiche? Naturalmente non sarebbero mancati né un mucchio di chiacchiere né un vuoto sbracciarsi in gesti inutili, ma il movimento, una spinta senza sollecitazioni, una caduta senza forza di gravità, non avrebbe conosciuto soste. Chiedi alla lava dove vuole scorrere, risponderebbe conformemente a quella che io chiamo dottrina del diavolo: «Ciò che si lascia fare, deve essere fatto». E ci sono una quantità di cose che si lasciano fare!

Nel caso della fissione nucleare e dei fenomeni a essa collegati ci trovammo di fronte, si potrebbe dire, a una atrocité accomplie. Ma il mio secondo esempio - lo sfruttamento della scoperta che le caratteristiche ereditarie della cellula sono codificate nel suo acido desossiribonucleico - è forse più istruttivo, perché qui possiamo studiare il misfatto «sul punto di essere commesso». La direzione verso cui si tende è chiara, ma i singoli passi sono così piccoli che non si notano. Alla stupenda scoperta della funzione genetica del DNA seguì un gran numero di induzioni, deduzioni, sconfinamenti e abusi. Dapprima si riconobbe che i geni responsabili della formazione di enzimi e di altre proteine erano segmenti di DNA, poi si cominciò a capire la modalità della loro azione e fu possibile, per così dire, definire cartograficamente la situazione dei singoli geni nel genoma. La scoperta di enzimi altamente specifici, che spezzano una catena di DNA in dati punti di una composizione nota di nucleotidi, consentì ai ricercatori di porsi il problema di isolare frammenti di DNA che contenevano un unico gene o alcuni geni. Poi furono messi a punto alcuni metodi (tralascio di parlare singolarmente dei noiosi particolari) per inglobare tali frammenti in batteri viventi (Escherichia coli). Ora si spera, o si teme, che i pezzi di DNA di recente elaborazione e i prodotti in essi programmati possano ulteriormente moltiplicarsi, il che equivarrebbe a generare nuove forme di vita, forme che la natura vivente non ha forse mai incontrato nel corso della sua lunga storia.Se le notizie di nuove atrocità vengono somministrate in minuscole dosi omeopatiche, la normale coscienza dell’uomo vi si abitua, poiché la mente non è in grado di attuare una sintesi immediata, da cui il misfatto potrebbe emergere in tutta la sua orribile concretezza. Ci vorrebbe pertanto la fiamma di un Isaia o un genio religioso dell’intensità di Kierkegaard, del quale una volta scrissi:4

 

è un privilegio del grande pensatore religioso prevedere l’incombente olocausto dei Diecimila martiri, il futuro assassinio di milioni di innocenti, dopo che egli abbia letto non so quale chiacchiera giornalistica su ciò che la signorina Gusta aveva detto poco prima nel palco della consigliera di commercio Waller.

 

Oggi è però difficile trovare profeti biblici, bisogna perciò rimediare con la lettura di scrittori come Kierkegaard, Kraus, Kafka o Bernanos: naturalmente se si prendono sul serio, ardua impresa nel nostro tempo così spensierato. Comunque dissi a me stesso: «Oggi il batteriuncolo, domani l’omuncolo. Oggi la guarigione di malattie genetiche, domani il miglioramento sperimentale delle ca­ratteristiche umane. Erimus sicut dei (saremo come dei), così promisero un giorno alla mia progenitrice. Ma la povera pazza si procurò, invece, la morte». E pensare che Adamo ed Eva potrebbero vivere ancora in Paradiso assolutamente non migliorati da un punto di vista genetico e forse, prima di andare a dormire, potrebbero leggere l’ultimo fascicolo del «Journal of Molecular Biology» al posto di un racconto poliziesco.

Se, come sostiene Mallarmé, le poesie sono fatte di parole, i lavori scientifici consistono soprattutto di acronimi. Nella lettera seguente, indirizzata all’editore di «Science» ero però tutt’altro che oscuro.”11

 

Il pericolo di un pasticcio genetico

 

Il tentativo recentemente intrapreso di far gustare al pubblico il bricolage genetico, pone un curioso problema. I National Institutes of Health (NIH) si sono lasciati coinvolgere in una controversia (probabilmente perché qualcuno li ha pregati di stabilire «linee direttrici»), in cui non hanno proprio nulla da cercare. Forse, si sarebbe dovuto rivolgere una siffatta richiesta al dipartimento della giustizia, il quale, però, dubito che si sarebbe occupato dei problemi di una biologia molecolare colposa.

Anche se non credo che un’organizzazione terroristica abbia mai chiesto alla polizia federale di emanare direttive riguardanti l’esecuzione corretta di esperimenti con esplosivi, sono sicuro del tipo di risposta: dovrebbero mantenersi estranei a qualsiasi azione illegale. Ciò rientra anche nel caso di cui intendo ora parlare: nessuna cortina fumogena e nessun laboratorio di sicurezza del tipo P3 o P4 possono esimere il ricercatore dalla colpa, se ha recato danno a un suo simile. Devo riporre le mie speranze nelle donne delle pulizie e negli addetti agli animali impiegati nei laboratori a giocherellare con i DNA ricombinanti, o nel legislatore che deve ravvisare un’occasione d’oro nella possibilità di perseguire le pratiche biologiche illecite, e nelle corti d’assise che disdegnano dottori di ogni tipo.

Nell’esecuzione della mia impresa donchisciottesca - una lotta contro mulini a vento muniti di laurea in medicina - comincerò con la follia principale, ciooè con la scelta dell’Escherichia coli come ospite. In tale contesto vorrei citare una definizione contenuta in un prestigioso manuale di microbiologia: «L’Escherichia coli viene indicato come il “bacillo dell’intestino crasso”, perché è la specie predominante in quel tratto dell’intestino». In realtà noi ospitiamo molte centinaia di diverse varianti di questo utile microorganismo, responsabile di poche infezioni, ma forse del maggior numero di lavori scientifici che qualsiasi altro organismo vivente. Se gli uomini del nostro tempo si sentono chiamati a produrre nuove specie di cellule viventi (specie che il mondo non ha probabilmente mai visto dagli inizi della sua esistenza), perché scegliere proprio un microorganismo che da gran tempo è convissuto con noi in rapporti più o meno felici? La risposta è che noi ne sappiamo di più sull’Escherichia coli che su qualsiasi altro essere vivente, inclusi noi stessi. Ma questa è una risposta valida? Prendetevi tempo, fate con diligenza le vostre ricerche e ricaverete alla fine molte cose su microorganismi che non possono vivere nell’uomo e nell’animale. Non c’è fretta, non c’è per niente bisogno di avere premura. A questo punto, molti colleghi mi interromperanno assicurandomi di non poter aspettare più a lungo, di avere una fretta incredibile di aiutare l’umanità sofferente. Orbene, senza mettere in dubbio la nobiltà dei loro motivi, devo dire che, per quanto io sappia, nessuno ha mai presentato un progetto chiaro dì come preveda di guarire tutto, dall’alcaptonuria alla degenerazione di Zenker, per non parlare del modo con cui intende migliorare e sostituire i nostri geni. Ma schiamazzi e vuote promesse riempiono l’aria: «Non volete in fin dei conti avere un’insulina a buon mercato? Non vi piacerebbe vedere il grano prendere il suo azoto direttamente dall’aria? E non sarebbe bello se a verde umanità potesse preparare il suo cibo mediante fotosintesi: dieci minuti al sole come colazione, trenta minuti per il pranzo e un’ora per la cena?». Bene, forse sì, forse no.

Se è veramente necessario che il dottor Frankenstein continui a produrre i suoi piccoli mostri biologici (ma io ne nego l’urgenza e persino la necessità) deve forse essere l’Escherichia coli a fornire il grembo materno? Questo è un campo dove quasi ogni esperimento costituisce un. colpo sparato a casaccio, e chi può sapere che cosa mai si riesce a impiantare nel DNA dei plasmidi che saranno moltiplicati dal bacillo sino alla consumazione dei secoli? E alla fin fine questa roba penetrerà nell’uomo e nell’animale, nonostante tutte le misure di sicurezza. Tra interno ed esterno non c’è una reale differenza. In seguito ci assicureranno che i lavori verranno eseguiti con virus lambda indeboliti e con ceppi di E. coli modificati e difettosi, i quali non possono vivere nell’intestino. Ma come la mettiamo con lo scambio di materiale genetico nell’intestino? Come possiamo essere sicuri di quel che accadrà, quando i piccoli mostri sgattaioleranno fuori dal laboratorio? Ecco un’altra citazione dal ragguardevole manuale: «In effetti non si può escludere la possibilità che mediante una ricombinazione genetica nel tratto intestinale persino bacilli innocui possano diventare in qualche occasione virulenti». Io, però, penso a qualcosa di peggio della virulenza. Stiamo giocando con il fuoco.

Non è un motivo di sorpresa ma di deplorazione se i gruppi con il compito di stabilire «linee direttrici» e i diversi comitati consultivi siano stati formati esclusivamente, o in maggioranza, di sostenitori di questo genere di sperimentazione genetica. Si è trascurato completamente (questa, almeno è stata l’impressione) il fatto che ci trovavamo di fronte a un problema non tanto di igiene quanto di etica, e che la domanda cui si doveva anzitutto rispondere era se noi avevamo il diritto di porre un’ulteriore terribile ipoteca su generazioni non ancora nate. Uso l‘aggettivo «ulteriore» in rapporto al problema irrisolto e altrettanto pauroso dell’eliminazione delle scorie nucleari. Il nostro tempo è condannato a lasciar prendere decisioni di enorme portata da persone deboli, travestite da specialisti. C’è qualcosa di più vasta portata della creazione di nuove forme di vita?

Ora, poiché è chiaro che i National Institutes of Health non sono adatti a decidere su dilemmi così importanti, posso soltanto sperare, anche senza alcuna seria prospettiva, in un’azione del parlamento. Si potrebbero, per esempio, valutare le possibilità di compiere i seguenti passi: 1) divieto assoluto di utilizzare come ospiti batteri presenti nell’organismo umano; 2) istituzione di un’autorità veramente rappresentativa di questo paese, la quale dovrebbe accordare e sostenere ricerche su ospiti e metodiche meno contestabili; 3) rendere monopolio federale qualsiasi forma di «ingegneria genetica»; 4) concentrazione di tutto il lavoro di ricerca in un solo luogo, per esempio a Fort Detrick. Naturalmente sarà necessaria una forma di moratoria sino alla promulgazione di norme legislative di sicurezza.

Ma al di là di tutto ciò si presenta un importantissimo  problema di carattere generale: la spaventosa irrevocabilità dei propositi. Si può smettere con a fissione atomica, si può desistere dal visitare ancora la Luna, ci si può astenere dall’uso di aerosol, è possibile persino prendere in considerazione la decisione di non uccidere intere popolazioni per mezzo di alcuni tipi di bombe, ma non si possono revocare nuove forme di vita. Una cellula di Escherichia coli appena costruita e in grado di vivere, che porti con sé un DNA plasmidico insieme a un pezzo di DNA eucariotico trapiantato, sopravviverà a noi, ai nostri figli e ai nostri nipoti. Un attacco irreversibile alla biosfera è una cosa talmente inaudita e sarebbe parso così impensabile alle generazioni passate, da indurmi soltanto a desiderare che la nostra generazione non commetta tale colpa. L’ibridazione di Prometeo con Erostrato produce necessariamente risultati cattivi. In effetti, i risultati sinora pubblicati delle sperimentazioni in questo campo non sono certo convincenti. Comprendiamo assai poco del DNA eucariotico e non sono ancora pienamente intellegibili  il significato delle interruzioni e delle sequenze ripetute del DNA e la funzione dell’eterocromatina. Si ha l’impressione che esperimenti di ricombinazione in cui un pezzo di DNA animale viene incorporato nel DNA di un plasmide microbico siano effettuati senza capire a fondo ciò che sta succedendo. Il luogo in cui un dato gene si trova nel DNA con riferimento alle sequenze dei nucleotidi contigui viene lasciato al caso o si tratta dì controllo e regolazione reciproci? Possiamo essere sicuri - tanto per citare qualcosa di fantasticamente improbabile - che il gene per un determinato ormone albuminico, funzionante soltanto in alcune cellule specializzate, non diventi cancerogeno, qualora sia introdotto, per così dire, nudo e crudo nell’intestino? è una cosa saggia mescolare ciò che la natura ha tenuto distinto, cioè i genomi di cellule eucariotiche con quelli di cellule procariotiche?

Il peggio è che non lo sapremo mai. Rispetto all’uomo, i batteri e virus sono sempre appartenuti a un movimento biologico clandestino estremamente attivo, la nostra comprensione della guerriglia per mezzo della quale essi influiscono su forme superiori di vita è molto lacunosa. Mentre aggiungiamo a questo arsenale insondabili strutture vitali (procarioti, che moltiplicano geni eucariotici) gettiamo un velo di incertezza sulla vita delle future generazioni. Abbiamo .il diritto di operare in contrasto con la saggezza evolutiva di milioni di anni per accontentare l’ambizione e la curiosità di alcuni scienziati?

Questo mondo ci è dato soltanto in prestito. Arriviamo e ce ne andiamo e dopo di noi lasciamo terra, aria e acqua ad altri che ci seguono. La mia generazione - o forse quella che l’ha preceduta - ha intrapreso per prima sotto la guida delle scienze esatte una distruttiva guerra coloniale contro la natura. Perciò il futuro cimaledirà.

 

Andrè Gide, uno scrittore che spesso si ripete, scrisse in molti punti che con i bei sentimenti si fa cattiva letteratura. Non sono sicuro che egli abbia ragione: nulla è più insulso di una disinvoltura stantia, e le frivolezze sorpassate dagli anni vanno facilmente in muffa. In ogni modo, la lingua inglese è oggi contraria a qualsiasi tipo di espressione patetica; non è più la lingua della glorificazione, qual era ai tempi di Shakespeare o di Dryden, e come lo sono ancora il francese e l’italiano. In preda alla follia di una fredda indifferenza, non riesce a parlare con il cuore, anche se potrà ancora venire un poeta in grado di farlo. Così, il povero ultimo paragrafo della mia lettera fu pubblicato su un giornale e si osservò, non so se per lode o se per biasimo, che era addirittura poetico. Certo, sono parole scaturite dal cuore e spero che il resto sia uscito, invece, dalla testa. In Europa la mia lettera non avrebbe probabilmente potuto trovare spazio. Non così in America, forse perché chi pretende la libertà è considerato un pazzo e perciò gode della libertà riservata ai folli.

La mia lettera fu molto letta e commentata e ricevetti un gran numero di risposte. Non diversamente dalla celebre predica ai pesci di sant’Antonio da Padova, il suo effetto fu però soltanto passeggero, tutt’al più contribuì a consacrare la mia fama di controversial: nulla di peggio può succedere a uno in America, dove si deve cantare solo in coro. Probabilmente i lucci hanno detto qualcosa di simile riferendosi a sant’Antonio.

Considero un delitto inconcepibile intervenire nell’omeostasi della natura. Questi uomini hanno dunque curiosato nella creazione e l’hanno trovata difettosa? Non abbiamo ancora una patologia dell’immaginazione scientifica, ma l’impulso a modificare irrimediabilmente la biosfera potrebbe fornire un eccellente tema per una ricerca di questo genere, addirittura migliore di quanto non sia l’ardente desiderio di saltellare qua e là sulla Luna. Se, come si dice, un pesce comincia a puzzare dalla testa, si potrebbe affermare che l’uomo emana cattivo odore anzitutto dal cuore.

Ora gli esperti mi assicurano che non potrà accadere niente di spiacevole. Come fanno a saperlo? Hanno osservato come la trama dell’eternità apre e chiude le sue maglie infinite? Le loro previsioni sono ora più affidabili di quel che erano qualche settimana fa, quando li incontrai per l’ultima volta? Per gli americani lo specialista ideale deve essere un uomo dal muso freddo: che cosa significa un muso freddo in un cane l’ho sempre saputo, ma in uno specialista?

Nella mia protesta non ero solo, sono sicuro che tutti questi avvertimenti resteranno lettera morta, tanto più che il processo irreversibile era già cominciato prima che ci fosse soltanto l’opportunità di dare l’allarme. Per quel che mi riguarda, questa è prevedibilmente la fine della mia carriera come signora Partington. Ma per lei è stato più facile, l’oceano Atlantico non dispone di uffici pubblicitari, e i pesci che lo abitano sono forse più lungimiranti dei nostri esperti scientifici. Poiché l’umanità non ha mai prestato ascolto a un avvertimento, come doveva - e come poteva - comportarsi in questo caso? Tutto ciò che può accadere accadrà, e dovrà passare molto tempo prima che si possa dire con chiarezza se ho avuto ragione o torto.

 

 

10. Tornare alla polvere

 

In quel mirabile oratorio di Haydn, La creazione, una delle numerose sue «opere più grandi», tre punti mi hanno sempre particolarmente commosso: il caos dei primordi, l’apparire del sole e la creazione del primo uomo. Non tutto ciò che ha un inizio felice ha una fine felice. Tale è, però, il caso di quest’opera di Haydn, che termina poco prima della comparsa del serpente: una prova ulteriore del fatto, ben conosciuto, che ogni- resoconto storico può concludersi in modo delizioso e ordinato, purché si scelga opportunamente il punto di chiusura. La maggior parte degli storici, e tra questi io stesso, respingono tuttavia tale facile soluzione.

Il testo inglese originale, che rivela l’influenza di Milton, era destinato a Windel, ma il grande compositore non lo traspose in musica. Molti anni più tardi, il libro fu offerto a Haydn e il diplomatico e scrittore austriaco Gottfried van Swieten ne curò, per suo desiderio, la stesura tedesca e così questa musica immortale viene ora cantata con parole tedesche.

Dopo la creazione dell’infelice coppia, gli arcangeli osservano.

 

Gabriele, Uriele:

A Te, o Signore, ogni creatura leva lo sguardo,

ogni creatura ti implora cibo.

Tu apri la mano,

ed essi vengono satollati.

Raffaele:

Tu volgi altrove il tuo viso,

e ogni cosa trema e si irrigidisce.

Tu togli il respiro,

ed essi tornano alla polvere.

 

Poi i tre angeli si raccolgono insieme e cantano nel più dolce dei toni. Al tempo in cui si svolgeva l’azione dell’oratorio, la morte non era ancora stata inventata, ma molti ascoltatori, porgendo l’orecchio alla voce profonda di Raffaele, devono aver pensato a essa. A me, invece, quelle parole ricordavano le mie dimissioni. Il mo­mento del mio tornare alla polvere professionale si avvicinava sempre di più. Purtroppo, lo storico non può indugiare nel giubilo generale e la fine effettiva è ben di rado felice.

Tra le molte altre cose, talvolta si dice che io sono un uomo tetro. Forse è vero, benché una gran parte della mia tetraggine derivi in realtà dalla valutazione delle persone che mi affibbiano questa caratteristica. Ora, poiché mi sto occupando di un argomento piuttosto triste, mi sembra che dovrei assicurare il lettore che il mio tono sarà altrettanto leggero e disinvolto, quanto quello di uno speculatore di aree fabbricabili della Florida che inviti i cari vecchietti a passeggiare nel suo salone. I bicchieri saranno pieni solo per metà; il fiele avrà un buon odore, perché amarezza vuol dire dolce-amaro; gli uomini non moriranno, ma decederanno; la Gehenna sarà deodorata; ma, soprattutto, non parlerò di me stesso se non alla fine del capitolo.

Da una biografia di Arnold Schönberg12 apprendo che questo insigne compositore ottenne, dopo il suo ritiro dall’università della Carolina del Sud, nel 1944, una pensione mensile di 38 dollari (dalla stessa fonte ricavo l’interessante notizia che contemporaneamente fu respinta la sua richiesta di una Guggenheim Fellowship). Vecchio ammiratore della mitologia americana, solevo sempre dire ai miei studenti, quando si lamentavano di diverse difficoltà: «A questo si porrà rimedio nella vostra biografia». Ma anche per chi crede più fortemente di me nell’etica protestante del lavoro, al motivo del profitto e all’economia libera, la descrizione degli ultimi anni di questo «compositore americano di origine austriaca», come lo definiscono le enciclopedie, non può costituire una lettura allietante. E non trova compenso nella biografia

La difficoltà di cui Giovenale si lamentava è discutibile: se esiste qualcosa di più difficile di non scrivere una satira è proprio scriverne una. Non mi ci provo neppure. Forse perché non posseggo un apparecchio televisivo, la mia collezione di orrori è piuttosto antiquata, e dovrebbe essere possibile trovare un fiele più amaro. Ammetterò, invece, che l’atteggiamento del nostro tempo nei confronti della vecchiaia, del collocamento a riposo e della morte merita di essere trattato in un modo più penetrante e deciso di quanto io sia in grado di fare. Appena scelgo per una breve riflessione il meno metafisico dei tre mali, il collocamento a riposo, mi rendo conto come il clima oggi predominante sia curiosamente mutato rispetto a un tempo: quando ero giovane, ero tenuto a inginocchiarmi davanti alla vecchiaia; ora che sono vecchio, mi si chiede, direi perentoriamente, di onorare i giovani e di vergognarmi perché non ho già da tempo ceduto loro il mio posto. Tuttavia non intendo lagnarmi se nessuno si è gettato ai miei piedi, come avrei dovuto aspettarmi da un pezzo vorrei soltanto osservare che il significato del concetto di ritiro, di pensionamento, si è modificato in connessione con la moda recente di adorare la gioventù e la forza. Non più inteso come un procedimento destinato a liberare gli anziani da pesi che non possono più portare, il collocamento a riposo è diventato una pratica da rupe Tarpea del tipo ôte-toi que je m’y mette (sbrigati, che mi ci metto io). Ma non fa nulla: proprio come l’unico scopo della natura sembra ora quello di mantenere il naturalista, così la vita è diventata una macchina per restare in vita.

In ogni modo, vorrei spendere qualche parola sul problema della messa a riposo come essa si presenta al docente universitario. Non penso affatto a una critica dell’idea di pensionamento, perché, se la pensione non fosse prevista dalla consuetudine o dalla legge, sarebbe prima o poi imposta dalla natura. In fin dei conti, la differenza concerne soltanto un piccolo numero di anni.

Come ha constatato con molto spirito uno dei suoi presidenti, gli affari dell’America sono gli affari. Con una moneta relativamente stabile e in assenza di gravi rivolgimenti economici, un popolo formato di uomini d’affari e fatto per essi non poteva trovare difficile, né sul piano concettuale né su quello pratico, finanziare misure a favore della vecchiaia dai proventi del giro d’affari giornaliero. Una parte notevole della popolazione era proprietaria di case e di appartamenti in cui potersi ritirare. La rapida industrializzazione generò una domanda gigantesca di manodopera a basso costo, che fu soddisfatta attingendo all’importazione e all’immigrazione di poveri europei, sfruttabili ed energicamente sfruttati. Dopo lotte sanguinose e strazianti, essi riuscirono a organizzarsi in sindacati, i quali, onesti e rispettabili almeno agli inizi, istituirono con il passare del tempo fondi per pensioni di varia efficienza. Così, insieme al sistema di previdenza sociale su scala nazionale, molti lavoratori grazie a quegli strumenti riuscivano a conseguire un sufficiente grado di stabilità economica. Le pensioni percepite da ex funzionari federali, statali o comunali avevano anche raggiunto, in linea generale, un livello adeguato, se si assume come percentuale minima circa il 60% dello stipendio.

La grossa eccezione a questo stato di cose, per lo meno tollerabile benché non del tutto soddisfacente, è rappresentata dai dipendenti delle imprese private, che comprendono anche un settore importante, per quanto cronicamente insolvente: le università private e i college. La scarsa stima popolare verso l’istruzione mi ha sorpreso sin da quando sono venuto per la prima volta in America: la cara vecchia maestra elementare nel piccolo edificio rosso della scuola può andare benissimo come nota decorativa dei discorsi politici, ma nessuno si preoccupa di come vive o, piuttosto, di come muore di fame. Quando cominciai a riflettere su queste cose, giunsi ben presto alla conclusione che il grado di civiltà di un paese può essere determinato da tre fattori: come la gente si comporta con i suoi bambini, con gli anziani e con i suoi maestri. L’America è un fallimento in tutti questi tre punti e mi sembra che i turchi, per esempio, si trovino a un livello più alto, nonostante i bagni più scadenti e una minore abilità a riparare le automobili.

Le università private rientrano, per la maggior parte, in un sistema pensionistico gestito dalla cosiddetta Teachers Insurance and Annuity Association, un’istituzione i cui metodi di lavoro sono chiarissimi per chi riesce a raccapezzarsi nel castello di Kafka. Ogni mese viene detratta una certa aliquota dallo stipendio corrisposto ai docenti, e l’università, dal canto suo, versa un uguale importo o persino il doppio, per la composizione definitiva della pensione (poiché abbiamo a che fare anche in questo caso con un paese aperto ed esposto a tutti i venti, sussiste una quantità di eleganti differenze fra le diverse università). Una volta all’anno il professore riceve una scheda, sulla quale non poche cifre misteriose ed estremamente provvisorie gli prospettano un futuro per niente roseo. Il professore ha solo 48 o 50 anni e il futuro gli sembra ancora lontano; in men che non si dica ha 65, 68 o 70 anni, a seconda dei limiti di età prescritti, ed è tempo per lui di mettersi a sedere all’ombra di un albero e di godere gli anni d’oro, ma la doratura è davvero troppo sottile e probabilmente non si tratta neppure di oro. Ci sono però molte altre cose che il nostro professore scopre contemporaneamente: per esempio, scopre che l’assegno di pensione fattogli balenare dalle multicolori e ben poco chiarificanti schede annuali corrispondeva a un’opzione assolutamente non realistica, che per diverse ragioni non era adatta per lui, e finirà per accorgersi che l’ammontare definitivo della pensione è molto più esiguo di quanto egli si sarebbe aspettato. Lo studioso così «buggerato» scopre anche, se la sua acuta mente scientifica non lo ha già riconosciuto prima, che nel frattempo il valore del dollaro si è ridotto a un quinto di quando lui versava alla cassa pensioni la più alta aliquota dei suoi contributi, e forse deve giungere alla paradossale conclusione che quanto più a lungo sono durati i versamenti, tanto minore sarà la pensione. Per giunta, dato che fino agli ultimi anni Cinquanta, gli stipendi corrisposti dalle università erano in maggioranza incredibilmente bassi, i miei colleghi più anziani (collocati a riposo dieci anni prima di me) dovevano (e devono, se il buon Dio li ha mantenuti in vita) accontentarsi di una manciata di quattrini ancora più modesta.

L’argomento ora affrontato trascende di gran lunga il mio caso personale. Appena ne parlavo con altri, i loro volti assumevano spesso una vuota espressione di gelo, come succede quando la gente cerca di atteggiarsi a filosofo, e mi dicevano: «Certo, certo, la filosofia imperante in America è che ognuno provveda a se stesso. Nessuno vive volentieri di elemosina». Ma mi ricordai quanto fossi rimasto sbalordito durante il mio primo soggiorno in America notando che la povertà era considerata evidentemente una vergogna, anzi addirittura un delitto, e pensai: «Che squallida filosofia!». Le letture giovanili dei grandi scrittori del passato - Dostoevskij, Tolstoj, Hamsun - mi avevano insegnato altri valori.

In ogni caso, sono pochi i professori universitari che non avranno difficoltà a mettere da parte il danaro necessario per arrotondare pensioni vergognosamente basse. Un professore di cinese, che guadagna probabilmente un quarto di un patologo di quarto rango, non è quasi in grado di «provvedere a se stesso» e, nei primi e più duri anni dopo il suo ritiro, non può neppure fare assegnamento sull’assicurazione di invalidità e vecchiaia se gli salta in mente di guadagnare qualche cosina in più con lavoretti saltuari. Certo il collocamento a riposo è una situazione sociale necessaria, solo dovrebbe essere possibile strutturarlo in un modo più decente e umano, soprattutto in periodi di crisi economiche, delle quali, a quanto sembra, il capitalismo non può fare a meno. La meschina esiguità delle pensioni degli insegnanti è ancora una vergogna dell’America.

Non si tratta naturalmente soltanto di una questione di danaro. Se ci limitiamo al personale delle università, ai professori o ai ricercatori, possiamo cogliere notevoli differenze tra le condizioni di pensionamento di un ricercatore sperimentale e quelle di uno storico o di un filologo. Mentre questi ultimi possono conservare i loro uffici o continuare l’attività a casa e non vanno incontro a una brusca interruzione del proprio lavoro, com’è diverso il caso di uno scienziato di laboratorio, un fisico, un chimico, un genetista e, tanto per rimanere nella disciplina che mi riguarda più da vicino, di un biochimico! Se si esclude il raro caso di un uomo modesto e felice, che si accontenta sempre del suo semplice colorimetro, del suo apparecchio di Kjeldahl o del suo microscopio a contrasto di fase, si devono fare i conti con una massa di macchine e di dispositivi costosi, pesanti e complicati, tutti tendenti a interrompere il servizio senza alcun preavviso, i quali richiedono un’intera squadra di assistenti. Ne deriva un generale nervosismo: inoltre ci vuole un grande spazio, occorrono aiuti e molto danaro: ma con il pensionamento tutte queste cose spariscono e, per giunta, a una velocità esplosiva.

E non è tutto. Quanto più diventa vecchio, tanto più il ricercatore comincia a sentirsi solo nel suo caro laboratorio, più solo di quel che si potrebbe pensare. Lo circonda una parete di ghiaccio che lo separa dai colleghi più giovani: la loro lingua non è più la sua, ma è l’unica lingua che egli sente; i loro metri sono diversi, ma in base a questi anche l’anziano viene giudicato. Gli editori di riviste scientifiche e i loro sponsorizzatori sono gli allievi dei suoi allievi; e ciò vale anche per i cosiddetti suoi pari, i peers, che dovranno esaminare la sua richiesta di finanziamento per la ricerca. [Nell’epoca senza storia in cui vivo non si fa credito: ogni giorno si comincia da capo. Non c’è nulla di più straziante dell’assistere alla gara che vede raccolti sulla stessa arena le vecchie celebrità con il fiatone e i giovani accanitamente ambiziosi.] L’instabilità, le svolte improvvise, o come dicono gli ottimisti il progresso, hanno reso obsoleto lo scienziato vecchio stile.

Ciò che lo mantiene ancora in piedi, le voci giovanili, le vecchie stanze, il quotidiano viaggio per raggiungere il laboratorio e l’ufficio, le lettere che riceve, le riviste che legge, il panorama dalla sua finestra e persino la polvere sul davanzale: tutto ha formato un castello di abitudini e di cose ricorrenti, uno scheletro che egli ha impolpato con la carne dei suoi lunghi anni, delle sue preoccupazioni e delle sue gioie. Poi, all’improvviso e crudelmente, tutto crolla. Da un giorno all’altro, gli si dice, deve sgomberare, fare fagotto come se nulla fosse successo, deve sparire. E così se ne è andato.

è istruttivo leggere nelle lettere di Robert Musil ciò che il grande scrittore aveva dovuto sopportare, quando, poco prima della sua morte, cercò invano di ottenere una borsa di studio americana. Tutto viene macinato a grana fine nei mulini del nostro tempo, e polvere gareggia con polvere.

 Questa è stata, più o meno, e senza abusare della libertà poetica, la mia storia. Mi sono trovato in questa situazione - così come mi è sempre accaduto in altre circostanze della mia vita - senza aver fatto nulla per quanto era in me o, piuttosto, perché non avevo fatto nulla. In origine avevo sperato di poter lasciare l’università nel 1970, a 65 anni, e di trasferirmi in Europa. La vita a New York era diventata molto sgradevole e l’atroce guerra del Vietnam mi induceva a una separazione simbolica. In alcuni luoghi si dimostrava per me un nebuloso interesse: Bordeaux, Montpellier, Losanna, Napoli. Ma il crollo del dollaro, l’inflazione con il conseguente assottigliarsi dei miei risparmi e la pensione ancora da arrivare mi rendevano impossibile tale passo. E così, sempre devotamente rispettoso del principio taoista wu wei (non far nulla), rimasi dov’ero.

 Più volte mi avevano detto che subito dopo la scadenza del credito concessomi partecipante la ricerca, avrei dovuto lasciare il mio posto, e perciò negli ultimi anni della mia attività non avevo accettato studenti, non volendo trascinare con me nel declino e nel tramonto nessun giovane. Anche se la collocazione a riposo presentava alcuni risvolti comici, mi rattristava la scoperta che la mia pensione ammontava a poco meno del 30% dell’ultimo stipendio regolarmente percepito. Per quanto riguarda il rituale piuttosto ridicolo del pensionamento per cui un professore diventa emerito, non c’è dubbio che sia stato progettato da uno cui piacevano particolarmente i vecchi film che descrivono la degradazione del capitano Dreyfus. Anche se non si sentivano rullare tamburi con la sordina, non si strappavano spalline né si spezzavano spade, lo spirito e, in particolare, l’ipocrisia erano le stesse. Il passaggio improvviso a una condizione diversa porta con sé anche qualcosa d’altro: un giorno ci si trova in mezzo a un’operosità quasi eccessiva e a un gran baccano; il giorno dopo tutto è così tranquillo che si potrebbe sentire il tintinnio di un dollaro caduto sul pavimento.

Avevo un laboratorio bene attrezzato, una grande biblioteca scientifica e un gigantesco mucchio di carte: lavori, lettere, manoscritti e quanto altro mai si accumula in quarant’anni di attività. Non è possibile chiudere una ricerca come si fa con un rubinetto: rimanevano una bella mole di attività scientifica e una quantità di contributi scritti per metà e molti altri ancora da scrivere. Mandai le mie carte alla biblioteca dell’American Philosophical Society, a Filadelfia, e regalai quasi tutti i miei libri alla biblioteca di medicina della Columbia University. Con quel che rimaneva dovetti trasferirmi con incredibile fretta in un ospedale situato in un altro quartiere di New York, dove c’era ancora un po’ di spazio.

Il 20 novembre 1975 vennero gli uomini dei traslochi. Diverse cose, tuttavia, dovettero essere lasciate indietro, perché richiedevano particolari precauzioni, specialmente un armadio pieno dei miei vecchi preparati. Quando tornammo, non potemmo più entrare nei nostri laboratori: qualcuno, ci dissero, era stato incaricato di sostituire tutte le serrature.

Il viaggio sentimentale attraverso la mia vita sembrava avviarsi verso la fine, o per lo meno stava per concludersi la sua parte principale, in cui il sentimento non è ancora sopraffatto dal ricordo. Ma poiché appartengo a un’epoca poco appassionata, prevalse il piacere sardonico di veder trascorrere tutto esattamente come avevo previsto. Ho sempre avuto il senso dell’adeguatezza di ogni cosa. E siccome alla Columbia la mano sinistra non sa mai che cosa stia facendo la destra, era perfettamente conforme a questa realtà che meno di sei mesi dopo la sostituzione prudenziale delle serrature dei miei uffici all’istituto di medicina, la stessa università mi conferisse la laurea honoris causa.

Mentre lo spedizioniere era occupato nel trasloco, rimasi a casa a sfogliare libri. A un tratto l’occhio mi cadde su questo pensiero di Eraclito: «La strada che conduce in alto e quella che volge al basso è la medesima». Credo, però, che Eraclito abbia torto.

 

 

11. Liber scriptus proferetur

 

«EC», disse la Voce Muta, «ti peserebbe dirmi qual è, secondo te, il tuo peccato più grande?»

«VM», rispose EC, «mi meraviglio. Ci si aspetta veramente confessioni da me? In fin dei conti, non sono Jean-Jacques e persino se ci fosse stata una Madame de Warens [Gentildonna svizzera alla quale Jean-Jacques Rousseau dedicò celebri pagine nelle sue Confessioni. (n.d.r.)] (e questo non era il caso) non avrebbe trovato posto in questo libro. E per quanto riguarda l’altro, il grandissimo autore delle Confessioni, il figlio di Monica, dove avrebbe potuto trovare adesso un editore, con tutte quelle cose sull’anima che tende a Dio? Al tempo di sant’Agostino il circo delle pulci del dott. Freud non era stato ancora aperto, ed egli non avrebbe potuto mostrare nulla, neppure una buona crisi di identità o almeno un complesso di Edipo. Del resto, chi può dire di avere un’anima? Oggi abbiamo la psiche e questa è ammalata, ma analizzabile».

VM: Ti prego di essere gentile e di rispondere alla mia domanda.

EC: Vorrei solo prendermi un po’ di tempo per raccogliere le idee. Non avevo capito che si faceva sul serio. Gli scienziati non sono abituati a occuparsi di peccati o di virtù, raccolgono particolari e, quando ne hanno a sufficienza, li trasformano in dati concreti; quando hanno a sufficienza dati concreti li inquadrano in un sistema; infine, quando hanno sistemi quanto basta, lasciano il tutto così com’è e cominciano da capo.

VM: Parli troppo. Ti prego, rispondi alla mia domanda.

EC: Il mio peccato più grande è stata l’indolenza. Quando cominciai, la natura mi donò...

VM: Sii gentile, usa il termine esatto. Chi ti diede quel che tu vuoi dire?

EC: E va bene... mi donò la vita...

VM: Lo dirò io per te. Dio ti diede...

EC:…mi diede alcuni doni, non molti, ma qualcuno sì, e per tutta la vita mi è sembrato di non averne fatto buon uso. Con ogni probabilità ero quel che oggi si dice un mediocre, anche se non mi piace questo modo di valutare l’umanità. Per me tutti gli uomini sono i migliori, credo ancora nella dignità umana. Ma per tutta la vita ho cercato di gridare: «Svegliatevi, svegliatevi! ».

VM: Hai avuto successo?

EC: No. Come in un sogno ho rinunciato alla mia primogenitura per un piatto di schiuma. Non sono mai stato uno di quelli che trovano senza cercare. Ho cercato, ma sempre con una mano legata dietro la schiena. Non ho mai bruciato il mio cammino attraverso le rupi, ero troppo tiepido per questo. Se trovavo qualcosa, lo raccoglievo, ma spesso il giorno dopo non sapevo più dove l’avevo messo.

VM: Tiepidezza e pigrizia non sono la stessa cosa. Di che si tratta, dunque?

EC: Direi che ero quasi troppo pigro per essere tiepido. Non fui mai un uomo tutto d’un pezzo. Se ogni cosa grande viene fatta con la schiuma alla bocca, ebbene, questo mi è sempre mancato. In ciò che era triste vedevo il ridicolo e nel ridicolo ravvisavo il triste. La mia progenitrice era stata indotta sulla via sbagliata dal serpente, quel maestro di dialettica dalla lingua biforcuta. Da lui ho ereditato il mio amore per la dialettica. E così sogno spesso l’orribile, grosso spauracchio della verità.

VM: Devo dedurne che verità e dialettica non sono conciliabili?

EC: Questo è il giudizio ultimo o un esame di ammissione?

VM: Non chiederesti, se tu non sapessi. O forse ascolto di nuovo il dialettico fiacco e indeciso?

EC: Verità e dialettica non sono inconciliabili, ma la dialettica senza misericordia produrrà soltanto un certo grado di probabilità. La verità è qualcosa di più, viene dal cuore... posso citare Vauvenargues?

VM: Non puoi. La biblioteca è bruciata.

EC: Eppure qui fa così freddo.

VM: Vorresti dunque dire che il pensiero dialettico è stato il tuo peccato più grosso e che hai sempre visto contemporaneamente i due lati della medaglia?

EC: No, ho cercato il terzo lato della medaglia. Ma tutto quello che facevo, lo facevo con esitazione, senza troppo slancio: l’Ecclesiaste mi aveva avvelenato: vanitas vanitatum vanitas! Potrei sempre dire che la pigrizia fu il mio maggiore peccato. Per giunta io sono, a quanto pare, una sorta di re Mida alla rovescia: qualunque cosa toccassi, diventava una falsificazione. E mentre l’oro, impiegato con moderazione, dà il suo utile, questo non vale per le falsificazioni.

VM: Ti prego di non fare commenti cattivi sul tuo ambiente originario. Saresti disposto a modificare la tua precedente dichiarazione e ammettere che la superbia era il tuo peccato più grave?

EC: No, la pigrizia aveva sempre il sopravvento. I russi dispon­gono di una bellissima parola per designare questo mio stato d’ ani­mo, Oblomovščina. è un vocabolo che trae origine da una straordinaria personificazione di pigrizia metafisica, Oblomov, nel bel romanzo di Gončarov.

VM: La biblioteca è bruciata. Ma sarò costretto ad accettare la tua dichiarazione (tu non vuoi chiamarla confessione), anche se ho il sospetto che tu finga un pochino. Concedimi un’altra domanda: quale pensi sia la tua dote migliore o, se vuoi, quella che più si concilia con tutto il resto?

EC: Non ha senso arrossire, questa notte. Vorrei ancora dire la pigrizia.

VM: è ridicolo. Non è più tempo di paradossi. Smettila di atteggiarti come l’uomo senza qualità.

EC: Ma io ho sempre vissuto in un mondo paradossale, un mondo che dura un’eternità e che è breve come la vita di una mosca. L’indolenza è in realtà l’unica risposta a un universo assurdo. è un peccato, se rende una persona incapace di ammettere che esistono enigmi; è una salvezza, se quella stessa persona esita a dichiarare risolti quegli enigmi, anche se non è mai accaduto qualcosa di simile, perché i grandi enigmi non hanno probabilmente alcuna soluzione. L’indolenza è una virtù che impedisce a un uomo di rimestare nella pentola solo per il piacere di farlo. I miglioratori hanno ottenuto risultati così cattivi che il tenersi lontani da questo tipo di meglio è ormai una virtù.

VM: Grazie per l’eloquenza, ma ti ripeto la domanda.

EC: Allora dovrò cercare tra le mie doti di secondo rango. Ma non è facile: ce ne sono tante. Forse è la capacità di mettermi nei panni degli altri, una modesta dose di immaginazione; o forse è la mia mancanza di peso.

VM: Non sapevo che ti fossi messo alla prova anche come cosmonauta.

EC: No, no, non è così. Volevo solo alludere alla mia scarsa inclinazione a rendermi greve e ingombrante; è una sorta di innata tendenza a comparire il meno possibile, una forma di accettabile anonimità. Quanti saranno gli scienziati che in cinquant’anni non sono mai stati chiamati a ricoprire alcun incarico?

VM: Ciò che tu dici è proprio una forma estrema di impopolarità. La annovereresti tra le tue doti migliori?

EC: Sì.

VM: Mi sembra che tu creda erroneamente che io abbia la forza di guardare nel tuo cuore. Non sono né onnisciente né onnipotente. Sono soltanto onnichiedente: sono io a porre tutte le domande. Perciò non contare sulla mia comprensione: se sai rispondere meglio alla mia domanda, ti prego di farlo. Ma non te la caverai con l’astuzia.

EC: Nessun’altra cosa mi è più estranea. Ma dove dovrei attingere tutta questa capacità di confessione spontanea? L’uomo è soltanto un povero diavolo.

VM: Da noi non si parla di angeli in pensione. Evita questo spiacevole modo immaginoso di esprimerti e rispondi senza tanti fronzoli.

EC: Se devo cercare con il lanternino altre qualità auspicabili della mia personalità, fra poco sarò costretto a dire che mi piacciono le ciliege. Ma forse c’è ancora qualcosa d’altro: per esempio, soffro di logofilia, amo le piccole parole e provo pietà se vengono bistrattate, le considero il più grande miracolo del fenomeno uomo, cristalli di lacrime e di gioia. Sono proprio loro a forgiare i no­stri pensieri. Se una parola muore, muore un’idea. Sono gli ultimi testimoni della creazione, gli unici garanti di un’umanità che scompare rapidamente. Ecco perché ho sempre accolto a braccia aperte parole dimenticate.

VM: Se ami davvero tanto le parole, perché non ne hai fatto oggetto del tuo lavoro?

EC: Bene, una volta avevo questa intenzione, ma presto sono giunto alla conclusione che non si deve studiare ciò che si ama, perché in questo caso si acquista una falsa confidenza.

VM: Ma non ti ho sentito spesso affermare che tu ami la natura? Eppure sei diventato uno scienziato.

EC: Mi c’è voluto un bel po’ di tempo prima di scoprirlo; ora, però, sono convinto che le scienze della natura non hanno nulla a spartire con la natura, per cui si può essere scienziati e tuttavia amare la natura. Sono due cose diverse che non si escludono a vicenda, come, per esempio, essere un viaggiatore di commercio e suonare il flauto dolce. Comunque, mi sono dimenticato di un altro tratto conciliante: ho sempre avuto simpatia per i giovani e penso di essere stato un buon maestro. A questo proposito, mi è consentita una confessione?

VM: Sei qui apposta.

EC: Ecco quello che vorrei dire: se penso a ciò che ora viene chiamato uno scienziato, comincio a chiedermi se lo sono mai stato. Può darsi che sia partito da un’idea sbagliata o che si sia trattato effettivamente di qualcosa d’altro. Probabilmente sono appartenuto all’ultima generazione di non-specialisti, prima che le scienze cominciassero a frantumarsi in innumerevoli specialità. Come ho detto più volte, la ricerca scientifica quasi non esisteva come professione agli inizi della mia carriera, si capitava nel mondo delle scienze come un ciabattino in una calzoleria; oppure, per essere più precisi, si cominciava come docente, e la ricerca era un’attività secondaria, apparteneva all’insegnamento. Può essere quindi che abbia cominciato come scienziato, secondo il modo di concepire in quel tempo la scienza e che, alla fine, non lo fossi più.

VM: Non temere... come sei venuto al mondo, così lo lascerai, senza alcun diploma. Sei soddisfatto della tua vita?

EC: Che cosa devo dire? Non è forse la migliore, ma è tutto quello che ho. E poi non mi sono mai mancate alcune cose molto belle, che esulano, però, da questo nostro singolare colloquio.

VM: E i tempi in cui sei vissuto?

EC: Potrei dare la stessa risposta di prima: ho avuto davvero ben poca scelta. Vorrei tuttavia notare che il nostro secolo è uno dei più bestiali che la storia dell’umanità abbia conosciuto, anche se probabilmente sarà superato dal prossimo. Se l’umanità dovrà mai risvegliarsi tra due sogni angosciosi, è più di quanto sappia dire.

VM: Potresti descrivere in cinque parole il tuo carattere?

EC: Mi spaventa proprio, anzi vorrei evitarlo. Viviamo troppo immersi in un diabolico giardino d’infanzia, e la mia risposta avrebbe il tono di un compito da scuola elementare. Perché insistere? Gli scolastici non hanno forse insegnato che l’individuo è «ineffabile»? Di me stesso solevo dire: ogni giorno sono un uomo diverso, ma porto sempre lo stesso cappotto. Ed è questo che gli altri vedono. Lo so, la biblioteca è bruciata, ma ho per caso, in tasca, un foglietto con una citazione dal Libro della consolazione divina di Meister Eckhart.

 

«La pietra ci dà una testimonianza manifesta di questa dottrina: la sua operazione esteriore è quella di cadere e di restare a terra. Tale operazione può essere ostacolata, per cui la pietra non cade sempre e continuamente. Ma essa ha un’altra operazione più intima: è la tendenza a dirigersi verso il basso che le è intrinseca, tanto che né Dio né alcuna creatura gliela può togliere. La pietra compie questa operazione di continuo, giorno e notte: se anche stesse mille anni là in alto, continuerebbe a tendere verso il basso come il primo giorno, nello stesso identico modo». Meister Eckhart, Opere tedesche, trad. it. di M. vannini, La Nuova Italia, Firenze 1982.

 

VM: Bello! Ma con questo?

EC: Ora, se si prescinde dall’ardita affermazione che neppure Dio può annullare la legge di gravità (non avrei mai osato affermare una cosa simile), mi pare che con questo passo Eckhart intenda dire che noi pietre (già cadute al suolo o non ancora) vogliamo tutti cadere. Noi siamo come siamo nati e non come siamo diventati. Siffatta costante «inclinazione verso il basso», questo cieco impulso verso un fine sconosciuto, ci costringe a cadere mentre siamo in posizione di riposo e a riposare, una volta caduti. «... Perché come eri agli inizi, così rimani», scrisse Hölderlin in una delle sue ultime poesie.

VM: Se hai pensato a questo come a una scusa, è inutile. Mi sembra che tu alluda alla predestinazione. Sei sostanzialmente calvinista?

EC: Dio me ne guardi. Per dirla con Dante, la più alta sapienza è anche il primo amore. Redenzione è una bella parola, salute dell’anima è ancora meglio. Dio può far volare in cielo tutte le pietre. Chi altrimenti potrebbe dispensarci dalle leggi naturali?

VM: Hai mai assistito a un miracolo?

EC: No, senonché ho visto che in questo mondo uno può diventare un grand’uomo senza aver mai avuto una propria idea nella testa.

VM: Che cosa hai appreso dalla scienza?

EC: Una cosa soltanto: che bisogna lavarsi le mani prima di toccare la natura.

VM: Vuoi forse insinuare che la maggior parte degli scienziati non meritano la scienza?

EC: Sì, ma della scienza hanno fatto qualcosa che si meritano.

VM: Qual è il rimedio?

EC: Non c’è rimedio.

VM: Nel luogo dove ora ti trovi non ti spetta suonare la tromba dell’Apocalisse. Un’altra tuba diffonderà il suo mirabile suono. Ripeto la domanda.

EC: Il primo passo dovrebbe consistere nel ridimensionare la scienza e disaccoppiarla dalla tecnica e dalla caccia al potere. Gli imprenditori scatenati, ognuno travestito da Prometeo, devono tenere giù le mani dalla scienza, e i negromanti, che pretendono di educare l’uomo moderno, devono essere messi alla berlina.

VM: Come otterresti questo risultato?

EC: Non penso si possa raggiungerlo secondo un piano prestabilito, credo che ciò avverrà soltanto attraverso una serie di catastrofi di tali dimensioni che l’umanità sarà costretta a fermarsi e a guardarsi attorno. Può darsi che un tempo gli scienziati servissero a indirizzare l’umanità verso pensieri migliori, ma ora costituiscono essi stessi il pensiero malvagio. Il nostro tipo di scienza si è trasformato in una malattia dello spirito occidentale. Ci hanno insegnato che scavando sempre più a fondo dovremmo raggiungere il centro del nostro mondo, ma non troviamo che roccia e fuoco, perciò prendiamo la pietra come nostro cuore e la fiamma come nostra speranza.

VM: Questo è tutto ciò che è stato trovato?

EC: Ci indussero a cercare dimensioni sempre più piccole. Ogni nuova cifra decimale dischiude una fresca grotta di delizie, un affascinante monte di Venere. Annegando nella precisione, ubriachi di controlli dei controlli, ci perdiamo nelle morte sabbie mobili dell’eternità. Quando ci accorgeremo del nostro errore, sarà troppo tardi. Il centro del nostro mondo non è dove lo abbiamo cercato.

VM: Dov’è allora?

EC: Se lo avessi saputo, non sarei qui.

VM: Credi davvero che ci siano eccezioni? Pensi che faccia differenza se i candidati vengono portati al punto di controllo o vi sono trascinati?

EC: Si, lo credo. Ma tenterò di rispondere alla domanda. Quando ero giovane, la speranza era il centro del mio mondo. Non era una speranza in qualcosa di preciso, di determinabile, era la speranza che al di sopra delle nuvole, o addirittura dell’azzurro cielo d’estate, ci fosse un’entità incredibile, un qualcosa di eterno, qualcosa che tutto trascendeva e che era dotato di possibilità inimmaginabili. Era la certezza che se la mia anima si trovava in una notte oscura, l’unica cosa che avrebbe potuto raggiungerla era la luce, e si era sicuri che ciò sarebbe avvenuto.

VM: Ed è successo davvero?

EC: Sì.

VM: Potresti essere un poco più chiaro?

EC: Come posso gareggiare con san Giovanni della Croce? Per quello di cui ora parlo i verbi, i tempi grammaticali, non servono: è la fine della grammatica umana. Il mondo ha cominciato a perdere il proprio carattere divino con la scomparsa degli ideogrammi. Dio non esiste come esiste un tavolo. In effetti, non mi riesce di dire di più. Al massimo posso aggiungere una cosa sola: che io mi trovo nella situazione di un giovane scultore, il quale aveva scoperto qualcosa che egli sperava essere un blocco di marmo. La pietra era tutta coperta di fango e di sporcizia, non si poteva nemmeno essere certi che si trattasse di un pezzo di marmo. E il .giovane scultore cominciò a rimuovere il fango e la sporcizia; più tardi prese uno scalpello o un martello, ma non sapeva ancora che cosa egli stesse elaborando e formando. D’un tratto, una forma gli balzò dalla pietra. Era ciò in cui aveva sperato. Era la figura di marmo che egli si era messo a cercare? Non poteva dirlo. Mentre continuava a lavorare, la forma spariva, la figura si dissolveva: c’erano strutture, ma queste mutavano continuamente; c’era una specie di pietra, ma era marmo? E mentre egli era là, su una piana ventosa, si vedeva attorniato da molte migliaia di persone che facevano la stessa cosa. «Tanti idoli», disse, «ma dov’è l’isola di Pasqua?». Sopraggiunse altra gente con nuovi strumenti; il numero delle statue aumentava mostruosamente; le statue riempivano tutto lo spazio a disposizione e la maggior parte delle opere sembrava finita solo per metà. Gli fu detto che ciò era un bene per l’anima e la mente dell’uomo.

VM: E se ne è avuta poi conferma?

EC: No. La massa di ciò che mi si offriva mi spaventava. Non sapendo da che parte cominciare, mi limitai a prendere atto della sua esistenza. E mentre gli scultori erano sempre più estasiati, la maggioranza degli altri (avevano palloncini, sui quali era scritto Happiness) sembravano non accorgersi di nulla.

VM: Vorrei pregarti di abbandonare questa affascinante allegoria. Andrà tutto avanti così, oppure quale sarà il futuro della scienza?

EC: Per la scienza le cose non vanno bene. Il nostro tipo di scien­za non avrà più lunga vita, almeno a mio avviso. Passeranno, direi, meno di cento anni.

VM: Qualcosa d’altro ne prenderà il posto?

EC: In realtà, la scienza - al pari dell’arte, della letteratura, della musica, e così via - non ha mai occupato nel nostro mondo un posto vero e proprio. Ma le altre attività intellettuali non si sono sviluppate come la scienza al punto di diventare occupazioni di massa. In questo momento tutto sembra un’assurdità; ma sembrerà meno assurdo ai pochi superstiti dai quali, immagino, sarà abitata in futuro la Terra e che si nutriranno di formiche radioattive.

VM: Non sai che la fine del tempo è venuta, che lo spazio è stato eliminato, che non esiste più un hic et nunc, un futuro?

EC: Lo so. Ma pensavo che le domande si riferissero al passato, e un passato c’è sempre. Quanto al mio tempo, vorrei dire che il mondo era divenuto troppo complicato per gli uomini che lo abitavano. La vita umana non ha perduto il suo valore a causa delle grandi conquiste della biologia: la verità è che questi due processi hanno proceduto parallelamente: ogni volta che su una rivista scientifica leggevo la relazione di un lavoro interessante, il giornale riportava contemporaneamente la notizia di un assassinio raccapricciante. Una società, che aveva i mezzi per visitare la Luna, non riusciva a preservare l’umanità dai suoi stessi componenti e andava in frantumi nel medesimo tempo in cui faceva irruzione nell’universo. Essa guastava la vita del suo stesso ambiente, mentre formulava ipotesi sulla vita su Marte. Sono convinto che anche i dinosauri avevano i loro comitati di sicurezza, non meno efficienti dei nostri.

VM: Vorresti dire che le scienze sono la causa del declino?

EC: Ho smesso di distinguere tra causa e sintomo. La putrefazione segue alla maturità come la notte al giorno.

VM: In principio era il verbo, e alla fine è il silenzio. L’interrogatorio è aggiornato.

 

 

12. Con una lacrima per Johann Peter

Hebel

 

[Questo titolo vuole essere un modesto omaggio a un mite, tranquillo poeta. Nella sua poesia Unverhofftes Wiedersehen (Inatteso rivedersi) si trova un bellissimo passaggio che ha inizio con l’avverbio unterdessen (frattanto) e ci presenta via via, procedendo verso il cantus firmus di una piccola povera vita, i grandi avvenimenti di mezzo secolo.]

 

Nel frattempo quattro anni di guerra avevano stroncato milioni di giovani vite; vetusti imperi erano crollati e i popoli si erano immiseriti. L’impero dei Romanov era stato abbattuto e sostituito con una repubblica dei sovieti; la monarchia asburgica si era dissolta; la Germania era divenuta una repubblica inquieta. Sulla scia del grande rivolgimento, innumerevoli persone andarono in rovina. Le scienze si ingigantirono e acquisirono grande potere rivelandosi utili per la guerra e per il commercio. Il fascismo si impadronì dell’Italia, della Germania e della Spagna. L’industria dei mass media apprese il modo di manipolare il cervello umano. Hitler cercò di estendere il dominio tedesco sull’intera Europa, ma fallì il suo intento. L’atomo fu scisso. Milioni di ebrei, zingari, comunisti, dementi e ribelli vennero sterminati dai tedeschi. Altri milioni persero la vita in una seconda guerra che durò quasi sei anni. Bombe atomiche furono sganciate su Hiroshima e Nagasaki. La scoperta della natura del gene apri la via alla sua manipolazione. La vittoria sulle potenze fasciste fu seguita dalla presunta fine degli imperi coloniali. La Cina divenne una repubblica popolare; fu proclamato lo stato d’Israele. Gli americani devastarono l’Asia sudorientale e misero piede sulla Luna. Miseria e disoccupazione si estesero sulla faccia della Terra; i tesori del nostro pianeta furono dilapidati; tutto il mondo venne contaminato; l’assassinio e il crimine ebbero il sopravvento; le religioni esistenti cominciarono la ritirata; la schiavitù della droga cominciò ad avanzare.

Mentre tutto ciò avveniva, io sono cresciuto e diventato vecchio. Poi ho scritto questo libro.

 

 

Note bibliografiche

 

I   Una febbre della ragione

 

1 L. Bloy, Exégèse des lieux communes,1ère série. CXXIV, Mercure de France, Parigi 1902

2 E. Chargaff, über den gegenwärtigen Stand der chemischen Erforschung des Tuberkelbazillus, «Naturwissenschaften», 19 (1931), pagg. 202-206.

3 E. Chargaff, Lipoproteins, «Adv. Protein Chem.», 1 (1944), pagg. 1-24.4 E. Chargaff, Bitter fruits from the tree of knowledge: Remarks on the current revulsion from science, «Perspect. Biol. Med.», 16 (1973), pagg. 486-502.

5 E. Chargaff, Essais on Nucleic Acids, Elsevier, Amsterdam-Londra-New York 1963.

6 A. Fuchs, Geistige Strömungen in österreich, 1867-1 918, Globus Verlag, Vienna 1949, poi Löcker Verlag, ivi 1978.

7 F. Feigl e E. Chargaff, (Über die Reaktionsfähigkeit von Jod in organischen Lösungsmitteln (I.), «Monatsh. Chem.», 49 (1928), pagg. 417-428.

8 F. Feigl e E. Chargaff, Über die analytische A uswertung einer durch CS2  bewirkten Katalyse zur jodometrischen Bestimmung von Aziden und zum Nachweis von CS2, «Z. anal. Chem.», 74 (1928), pagg. 376-380.

9 E. Chargaff, C. Levine e C. Green, Techniques for the demonstration by chromatography of nitrogenous lipide constituents, sulfur-containing amino acids, and reducing sugars, «J. Biol. Chem.», 175 (1948), pagg. 67-71.

10 E. Chargaff, Building the Tower of Babble, «Nature», 248 (1974), pagg. 776-779.

11 R.J. Anderson e E. Chargaff, The chemistry of the lipoids of tubercle bacilli. V. Analysis of acetone-soluble fat, «J. Biol. Chem.», 84 (1929), pagg. 705-717.

12 R.J. Anderson e E. Chargaff, The chemistry of the lipoids of tubercie bacilli. VI. Concerning tuberculostearic acid and phthioic acid from the acetone-soluble fat, «J. Biol. Chem.», 85 (1929), pagg. 77-88.

13 E. Chargaff e R.J. Anderson, Ein Polysaccharid aus den Lipoiden der Tuberkelbakterien, «Z. physiol. Chem.», 191 (1930), pagg. 172-178.

14 E. Chargaff, The reactivity of iodine cyanide in different organic solvents, «J. Am. Chem. Soc.», 51(1928), pagg. 1999-2002.

15 E. Chargaff, Über die katalytische Zersetzung einiger Jodverbindungen, «Biochem. Z.», 215 (1929), pagg. 69-78.

16 E. Chargaff, Zur Kenntnis der Pigmente der Timotheegrasbakterien, «Zentralbl. f. Bakt.», 119 (1930), pagg. 121-123.

17 E. Chargaff, Über die Lipoide des Bacillus Calmette-Guérin (BCG), «Z. physiol. Chem.», 217 (1933), pagg. 115-137.

18 E. Chargaff, Über das Fett und das Phosphatid der Duphetriebakterien, «Z. physiol. Chem.», 218 (1933), pagg. 223-240.

19 E. Chargaff e J. Dieryck, Über die Lipoidgehalt verschiedener Typen von Tuberkelbasillen, «Biochem. Z.», 255 (1932), pagg. 319-329.

20 E. Chargaff, Vorwort zu einer Grammatik der Biologie. Hundert Jahre Nukleinsäurenforschung, «Experientia», 26 (1970), pagg. 810-816.

21 E. Chargaff, Preface to a grammar of biology. A hundred years of nucleic acid research, «Science», 172 (1971), pagg. 637-642

 

 

II - Folle e saggio

 

1 E. Chargaff, The coagulation of Blood, «Adv. Enzymol.», 5 (1945), Pag. 59

2 E. Chargaff, Lipoproteins, «Adv. Protein. Chem.», 1(1944), pagg. 1-24.

3 E. Chargaff, Synthesis of a radioactive organic compound: alphaglycerophosphorìc acid, «J. Am. Chem. Soc.», 60 (1938), pagg. 1700-1701.

4 O.T. Avery, C.M. MacLeod e M. McCarthy, Studies on the chemical nature of the substance inducing transformation of ofpneumococcal types, «J. Exp.Med.», 79 (1944), pagg. 137-158.

5 E. Chargaff, Vorwort zu einer Grammatik der Biologie. Hundert Jahre Nukleinsäureforschung, «Experientia», 26 (1970), pagg. 810-816.

6 E. Schrodinger, What ls Life? The Physical Aspect of the Living Cell, Cambridge University Press, New York 1945 (trad. it di M. Ageno in Scienza e umanesimo. Che cos’è la vita, Sansoni, Firenze 1978, pagg. 104-105).

7 E. Chargaff, Essais on Nucleic Acids, Elsevier, Amsterdam-Londra-New York 1963, pag. VII

8 E. Chargaff, Triviality in science: A brief meditation on fashions, «Perspect. Biol. Med.», 19 (1976), pagg. 324-333.

9 E. Chargaff, Über höhere Fettsäuren mit verzweigter Kohlenstoffkette, «Ber. Chem. Ges.», 65 (1932), pag. 745-754.

10 E. Vischer e E. Chargaff, The separation and characterization of purines in minute amounts of nucleic acid hydrolysates, «J. Biol. Chem. », 168 (1947), pagg. 781-782.

11 E. Chargaff, On the nucleoproteins and nucleic acids of microorganisms, «Cold Spring Harbor Symp. Quant. Biol.», 12 (1947), pag. 33.

12 E. Chargaff, Chemical specificity of nucleic acids and mechanism of their enzymatic degradation, «Experientia», 6 (1950), pagg. 201-209.

13 E. Chargaff, Some recent studies on the composition and structure of nucleic acids, «J. Cell. Comp. Physiol.», 38 Suppl. 1 (1951), pagg. 41-59.

14 E. Chargaff, Structure and function of nucleic acids as cell constituents, «Fed. Proc.», 10 (1951), pagg. 654-659.

15 R. Olby, The Path to the Double Helix. University of Washington Press, Seattle 1974.

16 J.D. Watson, The Double Helix, Atheneum, New York 1968 (trad. it. di B. Vitale e M. Attardo Magrini, La doppia elica: trent’anni dopo, nuova ed. a cura di G.S. Stent, Garzanti, Milano 1982).

17 E. Chargaff, Building of the Tower of Babble, «Nature», 248 (1974), pagg. 776-779.

18 D. Watson e F.H.C. Crick, Molecular structure of nucleic acids, «Nature», 171 (1953), pagg. 737-738.

19 E. Chargaff, Review of «The Path to the Double Helix», by R. Olby, «Perspect. Biol. Med.», 19 (1976), pagg. 289-290.

20 E. Chargaff, On some of the Biological Consequences of Base-pairing in the Nucleic Acids, in Developmental and Metabolic Control Mechanisms and Neoplasia, a cura di M.D. Anderson, Williams and Wilkins, Baitimore 1965, pagg. 7-25.

21 E. Chargaff, Nucleic Acids as Carriers of Biological Information, in Symposium on the Origin of Li/e, Accademia delle scienze dell’URSS, Mosca 1957, pagg. 188-193, poi m The Origin of Li/e on Earth, Pergamon Press, Londra 1959, pagg. 297-302.

22 E. Chargaff, First steps toward a chemistry of heredity, in Fourth international Congress of Biochemistry, Pergamon Press, Londra 1959, vol.XIV, pagg. 21-35.

23 E. Chargaff, Preface to a grammar of biology. A hundred years of nucleic acid research, «Science», 172 (1971), pagg. 637-642.

24 E. Chargaff, Kommentar im Proszenium, « Scheidewege”, 7 (1977), pagg. 131-152.

25 Plotino, Enneadi, trad. it. di V. Cilento, Laterza, Bari 1958, vol. I pagg. 99-100.

 

 

III. Il sole e la morte

 

1 E. Chargaff, Bitter fruits from the tree o/ knowledge: Remarks on the current revulsion from science, «Perspect. Biol. Med.», 16 (1973), pagg. 486-502.

2 E. Chargaff e J.N. Davidson (a cura di), The Nucleic Acids, 3 voll., Academic Press, Londra-New York 1955 e 1960.

3 E. Chargaff, Essays on Nucleic Acids, Elsevier, Amsterdam-Londra-New York 1963.

4 E. Chargaff, Voices in the Labyrinth: Dialogues around the study of nature, «Perspect. Biol. Med.», 18 (1975), pagg. 251-285 e 313-330.

5 J. Liebig e F. Wöhier, Briefwechsel 1829-1873, Verlag Chemie, Wemheim 1958.

6 E. Chargaff, On some of the Biological Consequences of Base-pairing in the Nucleic Acids, in Developmental and Metabolic Control Mechanisms and Neoplasia, a cura di M. D. Anderson, Williams and Wilkins, Baltimora 1965 pag.19.

7 E. Chargaff, Triviality in Science: A brief meditation on fashions, «Perspect. Biol. Med.», 19 (1976), pagg. 324-333.

8 E. Chargaff, Essays on Nucleic Acids, cit., pag. 83.

9 Ibid pag. 110

10 E. Chargaff, Voices in the Labyrinth: Essays and Dialogues on the Nature in preparazione.

11 E.    Chargaff, On the dangers of genetic meddling, «Science», 192 (1976), pagg. 938-940.

12 E. Freitag, Schönberg, Rowohlt, Reinbeck 1973, pag. 149.

 

 

Indice dei nomi

 

Adams, Henry B. (storico statuni­tense)

Adler, Alfred (psicanalista austria­co)Agostino, santo (padre della chiesa)

Allen, Woody (attore e regista cine­matografico statunitense) 40

Altenberg, Peter (scrittore austria­co)

Anderson, Rudolph J. (chimico sta­tunitense)

Angelico, Beato (pittore italiano)

Arcimboldi, Giuseppe (pittore italiano)

Aristotele (filosofo greco)

Artom, Camillo (biochimico statu­nitense)

Aschoff, Ludwig (patologo tedesco)

Astbury, W.T. (biofisico statunitense)

Ausonio, Decimo Magno (poeta la­tino)

Avery, Oswald T. (microbiologo statunitense)

Bach, Johann Sebastian (composito­re tedesco)

Bacone, Francesco (filosofo e scien­ziato britannico)

Baldwin, Stanley (uomo politico bri­tannico)

Balzac, Honoré de (scrittore france­se)

Bancroft, Frederic W. (chirurgo statunitense)

Baudelaire, Charles (poeta francese)

Beerbohm, Max (caricaturista e scrittore inglese)

Belozerskij, Andrej (biochimico sovietico)

Berg, Alban (compositore austriaco)

Bergmann, Ernst (chimico israeliano)

Bergmann, Max (chimico tedesco)

Bernal, J.D. (fisico britannico)  

Bernanos, Georges (scrittore francese)

Blake, William (poeta inglese)

Bleibtreu, Hedwig (attrice austriaca)

Bloch, Konrad E. (biochimico statu­nitense)

Bloy, Léon (scrittore francese)

Bodenstein, Max (chimico tedesco)

Böhme, Jakob (mistico tedesco)

Böll, Heinrich (scrittore tedesco)

Brahe, Tyge (astronomo danese)

Brand, Erwin (biochimico statunitense)

Brawerman, George (biochimico statunitense)

Brecht, Bertold (scrittore tedesco)

Brentano, Clemens Maria (scrittore tedesco)

Brod, Max (scrittore austriaco)

Brontё, Anne, Charlotte e Emily (scrittrici inglesi)

Bruno, Giordano (filosofo italiano)

Buber, Martin (filosofo e scrittore tedesco)

Buchner, Eduard (chimico tedesco)

Büchner, Ludwig (filosofo tedesco)

Burckhardt, Jacob (storico svizzero)

Bürger, Gottfried August (poeta tedesco)

Calmette, Albert (batteriologo fran­cese)

Campanella, Tommaso (filosofo italiano)

Cardano, Gerolamo (scienziato ita­liano)

Carter, Jimmy (presidente degli Sta­ti Uniti)

Cartesio (filosofo francese)

Catone, Marco Porcio (uomo politico romano)

Céline, Louis-Ferdinand (scrittore francese)

Cellini, Benvenuto (scultore e scrit­tore italiano)

Cézanne, Paul (pittore francese)

Chaikoff I.L. (fisiologo chimico sta­tunitense)

Chamfort, Nicolas Sébastien Roch (scrittore francese)

Chamisso, Adalbert von (poeta te­desco)

Chaplin, Charles S. (attore e regista cinematografico inglese)

Chateaubriand, François-René de (scrittore francese)

Clarke, Hans T. (chimico statuni­tense)

Claudiano, Claudio (poeta latino)

174

Claudius, Matthias (poeta tedesco)

Cohen, Seymour S. (biochimico sta­tunitense)

Confucio (pensatore cinese)

Conrad, Joseph (scrittore inglese di origine polacca)

Consden, R. (chimico britannico)

Cooper, James Fenimore (scrittore statunitense)

Copernico, Nicola (astronomo po­lacco)

Correns, Carl E. (botanico tedesco)

Cranach, Lucas (pittore tedesco)

Crick, Francis H.C. (biochimico bri­tannico)

Cruikshank, George (caricaturista britannico)

Curie, Marie e Pierre (fisici e chimi­ci francesi)

Dalì, Salvador (pittore spagnolo)

Dante Alighien (poeta italiano)

Darwin, Charles (naturalista britan­nico)

Daumier, Honorè (pittore e scultore francese)

Davidson, J.N. (biochimico britan­nico)

Dawson, Martin (medico statuni­tense)

de Chirico, Giorgio (pittore italia­no)

Degas, Edgar (pittore francese)

Dickens, Charles (scrittore inglese)

Diderot, Denis (scrittore francese)

Dingelstedt, Frani Freiherr von (scrittore tedesco)

Diogene di Sinope (filosofo greco)

Dische, Zacharias (biochimico sta­tunitense)

Döblin, Alfred (scrittore tedesco)

Doniger, Ruth (biochimica statuni­tense)

Donne, John (scrittore inglese)

Dostoevskij, Fёdor M. (scrittore russo)

Dreiser, Theodore (scrittore statuni­tense)

Dryden, John (poeta inglese)

Dunning, John R. (fisico statunitense)

Duns Scoto, Giovanni (filosofo e teologo inglese)

Ebner, Ferdinand (filosofo austria­co)

Eckhart Johannes, Meister (mistico tedesco)

Einstein, Albert (scienziato svizzero di origine tedesca)

Elson, David (biochimico statuni­tense)

Engelhardt, Vladimir A. (biochimi­co sovietico)

Eraclito (filosofo greco)

Erostrato (personaggio leggendario greco)

Eschilo (poeta tragico greco)

Faraday, Michael (fisico britannico)

Feigl, Fritz (chimico brasiliano di ori grne austriaca)

Fermi, Enrico (fisico italiano)

Ficker, Ludwig von (scrittore e giornalista austriaco)

Fischer, EmiI (chimico tedesco)

Fontane, Theodor (scrittore tede­sco)

Ford, Gerald R. (presidente degli Stati Uniti)

Foster, G.L. (biochimico statuniten­se)

Francesco Ferdinando (arciduca d’Austria)

Francesco Giuseppe (imperatore d’Austria-Ungheria)

Fränkel, S. (fisiologo chimico au­striaco)

Franklin, Rosalind (biofisica bri­tannica)

Freud, Sigmund (neurologo e psi­chiatra austriaco)

Freundlich, Herbert (chimico ame­ricano di origine austriaca)

Fuchs, Albert (filosofo austriaco)

Furtwängler, Wilhelm (direttore d’orchestra tedesco)

Galileo, Galilei (scienziato italiano)

Galvani, Luigi (fisiologo italiano)

Garbo, Greta (attrice cinematogra­fica svedese)

Garrick, David (attore britannico)

George, Stefan (poeta tedesco)

Gibbon, Edward (storico britanni­co)

Gide, André (scrittore francese)

Giorgione (pittore italiano)

Giovanni XXIII (papa)

Giovenale (poeta latino)

Giuliano l’Apostata (imperatore ro­mano)

Giustiniano (imperatore romano d’oriente)

Goebbels, Joseph (uomo politico te­desco)

Goecking, Leopold Friedrich von (poeta tedesco)

Goethe, Johann Wolfgang Von (scrittore tedesco)

Gončarov, Ivan A. (scrittore russo)

Gordon, A.H. (chimico britannico)

Gorkij, Maxim (scrittore sovietico)

Goya y Lucientes, Francisco Josè (pittore spagnolo)

Granick sam (biochimico statuni­tense)

Grass, Gunter (scrittore tedesco)

Gray, Thomas. (poeta inglese)

Greco, el (pittore spagnolo di origine cretese)

Green, Charlotte (biochimica statu­nitense)

Griffith, Frederick (patologo britan­nico)

Gryphius, Andreas (poeta tedesco)

Guglielmo II (imperatore di Germa­nia)

Guglielmo il Conquistatore (re d’Inghilterra)

Günther, Johann Christian (poeta tedesco)

Haber, Fritz (chimico tedesco)

Haecker, Theodor (scrittore tede­sco)

Hahn, Martin (batteriologo tedesco)

Hahn, Otto (chimico tedesco)

Hammarsten, Einar (biochimico svedese)

Hamsun, Knut (scrittore norvegese)

Hände1, Georg Friedrich (composi­tore tedesco)

Harsdörffer, Georg Philipp (scritto­re tedesco)

Hartmann, Max (biologo tedesco)

Hauptmann, Gerhard (scrittore te­desco)

Haydn, Franz Joseph (compositore austriaco)

Hebel, Joann Peter (scrittore e poe­ta tedesco)

Hegel, Georg Wilhelm Friedrich (scrittore tedesco)

Heidegger, Martin (filosofo tedesco)

Heidelberger, Michael (biochimico statunitense)

Heine, Heinrich (scrittore tedesco)

He1ps, Arthur (scrittore inglese)

Herzog, R.O. (chimico tedesco)

Hess, Kurt (chimico tedesco)

Hesse, Hermann (scrittore tedesco)

Hevesy, Georg von (fisico unghere­se)

Hirsch, Julius (batteriologo tedesco)

Hitler, Adolf (uomo politico tede­sco)

Hodes, M.E. (medico e biochimico statunitense)

Hoffmann, Ernst Theodor Ama­deus (scrittore e musicista tede­sco)

Hofmannsthal, Hugo von (scrittore austriaco)

Hofmann von Hofmannswaldau, Christian (poeta tedesco)

Hogarth, William (pittore britanni­co)

Holbein, Hans (pittore tedesco)

Hölderlin, Friedrich (goeta tedesco)

Hölty, Ludwig Christoph Heinrich (poeta tedesco)

Hoover, Herbert (presidente degli Stati Uniti)

Hopkins, Frederick Gowland (bio­chimico britannico)

Hugo, Victor (scrittore francese)

Huizinga,Johan (storico e saggista olandese)

Humboldt, Wilhelm von (linguista, filosofo e statista tedesco)  

Hume, David(filosofo inglese)

Hus, Jan (riformatore religioso boe­mo)

Iken, Carl. J.L. (letterato tedesco)

James, Henry (scrittore statuniten­se)

Jarry, Alfred (scrittore francese)

Jean Paul (scrittore tedesco)

Jeritza, Maria (cantante austriaca)

Johnson, Treat B. (chimico statunitense)

Joliot-Curie, Frédéric e Irène (fisici francesi)

Jorpes, Erik (biochimico svedese)

Jung, Carl Gustav (psichiatra sviz­zero)

Kafka, Franz (scrittore boemo)

Kant, Immanuel (filosofo tedesco)

Karrer, PauI (chimico svizzero)  

Keaton, Buster (attore cinematogra­fico statunitense)

Kekulé von Stradonitz, Friedrich August (chimico tedesco)

Kendrew, John (chimico britannico)

Kennedy, John F. (presidente degli Stati Uniti)

Keplero, Johannes (astronomo tede­sco)

Kerenskij, Aleksandr F. (uomo poli­tico russo)

Kierkegaard Soren (filosofo e scrit­tore danese)

Kipnis, Alexander (cantante statu­nitense di origine russa)

Kissinger, Henry (uomo politico sta­tunitense)

Klages, Ludwig (filosofo e psicologo tedesco)

Kleist, Heinrich von (scrittore tede­sco)

Klemperer, Otto (direttore d’orche­stra tedesco)

Klopstock, Friedrich Gottlieb (poe­ta tedesco)

Kraus, Karl (scrittore austriaco)

Krayer, Otto (farmacologo statuni­tense di ori me tedesca)

Kuh, Anton (scrittore austriaco)

Kuhn, Richard (chimico tedesco)

Kurzrok, Raphael (medico e biochi­mico statunitense)

Labiche, Eugène (autore drammati­cofrancese)

Lamartine, Alphonse de (poeta francese)

Laplace, Pierre Simon marchese de (scienziato francese)

La Rochefoucauld, François duca de (scrittore francese)

Laue, Max von (fisico tedesco)

Leavis, Frank R. (critico letterario britannico)

Lenau, Nikolaus (poeta austriaco)

Lenin, Vladimir I. (uomo politico sovietico)

Leskov, Nicolaj S. (scrittore russo)

Lessing, Gotthold Ephraim (scrit­tore tedesco)

Leuchs, Hermann (chimico tedesco)

Levene, P.A. (chimico statunitense)

Lewis, Sinclair (scrittore statuniten­se)

Lichtenberg, Georg Christoph (scrittore e fisico tedesco)

Liebig, Justus von (chimico tedesco)

Liebknecht, Karl (uomo politico te­desco)

Ligorio, Pirro (architetto italiano)

Linderstrǿm-Lang, Kaj U. (biochi­mico danese)

Livio, Tito (storico romano)  

Lloyd, Harold (attore cinematogra­fico statunitense)

Lloyd George, David (uomo politi­co britannico)

Lucano, Marco Anneo (poeta lati­no)

Luigi XIV (re di Francia)

Lutero, Martin (riformatore religio­so tedesco)

McCarthy, Joseph R. (uomo politico statunitense)

McCarty,Maclyn (batteriologo statunitense)

­Machiavelli, Nicolò (uomo politico e scrittore italiano)

MacLeod, Colin M. (microbiologo statunitense)

Magasanik, Boris (biochimico statu­nitense)

Mahler, Gustav (compositore au­striaco)

Maimonide, Mosè (pensatore e me­dico ebreo spagnolo)

Malebranche, Nicolas (filosofo francese)

Mallarmè, Stéphane (poeta france­se)

Malpighi, Marcello (biologo italia­nò)

Manet, Edouard (pittore francese)

Mann, Heinrich (scrittore tedesco)

Mann, Thomas (scrittore tedesco)

Marckwald, W. (chimico tedesco)

Martin, Archer John (chimico bri­tannico)

Matsys, Quentin (pittore fiammin­go)

May, Karl (scrittore tedesco)

Mayr, Richard (cantante austriaco)

Mendel, Gregor Johann (biologo austriaco)

Metternich, Furst Klemens von (uomo politico austriaco)

Meyer, Kar1 (biochimico statuniten­se)

Meyerhof, Otto (biochimico tede­sco)

Michelangelo Buonarroti (artista e scrittore italiano)

Miescher, Friedrich (fisiologo sviz­zero)

Miller, Edgar G. (biochimico statu­nitense)

Mflton, John (poeta inglese)

Molière (commediografo francese)

Monet, Claude (pittore francese)

Monteverdi, Claudio (compositore italiano)

Mörike, Eduard (scrittore tedesco)

Moro, Tommaso (scrittore e uomo politico britannico, santo)

Mozart, Wolfgang Amadeus (com­positore austriaco)

Müller, Friedrich von (pubblico funzionario tedesco)

Müntzer, Thomas (riformatore reli­gioso tedesco)

Musil, Robert (scrittore austriaco)

Nabokov, Vladimir V. (scrittore statunitense di origine russa)

Nachniannsohn, David (biochimico tedesco)

Napoleone I (imperatore dei france­si)

Needham, Joseph (biochimico e sto­rico britannico)

Nernst, Walther H. (fisico tedesco)

Nestroy, Johann Nepomuk (com­mediografo e attore austriaco)

Neuberg, Carl (biochimico tedesco)

Newman, John Henry (cardinale e teologo britannico)

Newton, Isaac (scienziato britanni­co)

Niebergall, Ernst Elias (scrittore te­desco)

Nietzsche, Friedrich (filosofo tede­sco)

Nikisch, Arthur (direttore d’orche­stra tedesco)

Nostradamus (medico e astrologo francese)

Offenbach, Jacq ues (compositore francese)

Olson, K.B. (medico statunitense)

Oparin, Aleksandr I. (biochimico sovietico)

Orazio Flacco, Quinto (poeta lati­no)

Oswald, Lee Harvey (presunto as­sassino di J.F Kennedy)

Parmigianino (pittore italiano)

Pascal, Blaise (scienziato, filosofo e scrittore francese)

Pasteur, Louis (chimico francese)

Pauling, Linus C. (chimico statuni­tense)

Pavlov, Ivan P. (fisiologo e psicologo russo)

Peacock, Thomas Love (scrittore britannico)

Perkin, William Henry Jr. (chimico britannico)

Phelps, William Lyon (divulgatore di letteratura statunitense)

Picasso, Pablo (pittore spagnolo)

Pico della Mirandola, Giovanni (umanista italiano)

Pio XII(papa)

Planck, Max (fisico tedesco)

Platen, August von (poeta tedesco)

Platone (filosofo greco)

Plotino (filosofo greco)

Poe, Edgar Allan (scrittore statuni­tense)

Polanyi, Michael (chimico, econo­mista e filosofo britannico)

Pope, Alexander (poeta inglese)

Poussin, Nicolas (pittore francese)

Priestley, Joseph (chimico britanni­co)

Rabelais, François (scrittore france­se)

Racine, Jean (drammaturgo france­se)

Raimund, Ferdinand (attore e com­mediografo austriaco)

Raverat, Gwen (scrittore inglese)

Reinhardt, Max (regista e direttore teatrale austriaco)

Renoir, Pierre Auguste (pittore francese)

Rimbaud, Arthur (poeta francese)

Rittenberg, David (biochimico sta­tunitense)

Rivarol, Antoine de (scrittore fran­cese)

Ronsard, Pierre de (poeta francese)

Roth, Joseph (scrittore austriaco)

Rousseau, Jean Jacques (filosofo e scrittore francese)

Roux, Emile (direttore dell’Institut Pasteur)

Rubens, Peter Paul (pittore fiam­mingo)

Runnström, John (biologo svedese)

Ruzicka, Leopold (chimico svizze­ro)

Sabin, Florence R. (istologa statuni­tense)

San Giovanni della Croce (mistico e poeta spagnolo, santo)

Santayana, George (filosofo statunitense)

Schalk, Franz (direttore d’orchestra austriaco)

Schiller, Friedrich von (poeta tede­sco)

Schlegel, August Wilhelm von (scrittore te esco)

Schlenk, Wilhelm (chimico tedesco)

Schlick, Moritz (filosofo austriaco)

Schmidt-Ott, Friedrich (arabi sta te­desco)

Schoenheimer, Rudolf (biochimico statunitense)

Schönberg, Arnold (compositore austriaco)

Schopenhauer, Arthur (filosofo te­desco)

Schrödinger, Erwin (fisico austria­co)

Schubert, Franz (compositore au­striaco)

Schütz, Heinrich (compositore tede­sco)

Seipel, Ignaz (uomo politico austria­co)

Serveto, Michele (riformatore reli­gioso spagnolo)

Shakespeare, William (drammaturgo inglese)

Shelley, Percy Bysshe (poeta ingle­se)

Smith, Sydney (scrittore e ecclesia­stico in lese)

Sobotka, Harry (biochimico austria­co)

Sofocle (poeta tragico greco)

Sorel, Georges (scrittore e uomo po­litico francese)

Sörensen, Sören (biochimico dane­se)

Spallanzani, Lazzaro (biologo e fi­siologo italiano)

Späth, Ernst (chimico austriaco)

Sperry, Warren (biochimico statuni­tense)

Stanley-Brown, Margaret (chirurgo statunitense)

Stein, William H. (biochimico statu­nitense)

Stendhal (scrittore francese)

Steudel, Hermann (biochimico tede­sco)

Stifter, Adalbert (scrittore austria­co)

Strauss, Richard (compositore au­striaco)

Strindberg, August (scrittore svede­se)

Swedenborg, Emanuel (scienziato e teosofo svedese)

Swieten, Gottfried van (diplomatico e musicofilo austriaco)

Swift, Jonathan (scrittore inglese)

Teopompo (storico greco)

Tertulliano (scrittore latino cristia­no)

Thompson, Sir d’Arcy (naturalista britannico)

Tinbergen, Nikolaas (zoologo bri­tannico)

Tiselius, Arne (chimico svedese)

Tiziano Vecellio (pittore italiano)

Tolstoj, Lev N. (scrittore russo)

Tommaso da Kempis (mistico tede­sco)

Tommaso d’Aquino (filosofo e teo­logo italiano, santo)

Trakl, Georg (poeta austriaco)

Trendelenburg, F. (medico tedesco)

Trockij, Lev D. (uomo politico so­vietico)

Truman, Harry (presidente degli Stati Uniti)

Tswett, M.S. (botanico russo)

Twain, Mark (scrittore statunitense)

Unamuno, Miguel de (scrittore spa­gnolo)

Urey, Harold C. (chimico statuni­tense)

Valéry, Paul (poeta francese)

Van der Lubbe, Marinus (militante comunista olandese)

Vauvenargues, Luc de Clapiers de (moralista francese)

Virgilio (poeta latino)

Vischer, Ernst (chimico svizzero)

Visconti, Luchino (regista cinema­tografico e teatrale italiano)

Vittoria (regina di Gran Bretagna)

Volta, Alessandro (fisico italiano)

Voltaire (scrittore francese)

Waelsch, Heinrich (biochimico te­desco)

Wagner, Richard (compositore tede­sco)

Walter, Bruno (direttore d’orchestra tedesco)

Warburg, Otto (biochimico tedesco)

Warens, Louise Eléonore de La Tour de (gentildonna svizzera)

Watson, James D. (biochimico sta­tunitense)

Webern, Anton (compositore au­striaco)

Wedekind, Frank (scrittore tedesco)

Wegscheider, R. (chimico austriaco)

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Weill, Kurt (compositore tedesco)

Weingartner, Felix von (direttore d’orchestra austriaco)

Wellington, Arthur Wellesley duca di (militare e uomo politico bri­tannico)

Wells, Herbert George (scrittore in­glese)

Whitman, Walt (poeta statunitense)

Wilkins, Maurice Hugh Frederick (biofisico britannico)

Willstätter, Richard (chimico tede­sco)

Wintersteiner, Oskar (biochimico statunitense)

Wittgenstein, Ludwig (filosofo au­striaco)

Wöhler, Friedrich (chimico tedesco)

Wycherley, William (drammaturgo inglese)

Zamenhof, Stephen (biochimico statunitense)

Zetkin, Clara (donna politica tede­sca)

Zurbaràn, Francisco de (pittore spagnolo)

 

 

Indice generale

 

 

 

I Una febbre della ragione

 

1.      Sangue bianco, neve rossa

2.      I vantaggi della scomodità

3.      L’outsider che opera all’interno

4.      Una brutta notte per un bambino piccolo

5.      Stazione sperimentale della distruzione del mondo

6.      Il bosco e i suoi alberi

7.      Il mondo in una voce

8.      Nessun Ercole, nessun bivio

9.      Il Gran Rifiuto

10.  L’azzurro uccello della felicità

11.  Cerchio senza centro

12.  Alba a New Haven

13.  Sera tardi a Berlino

14.  La fine del principio

15.  Il silenzio dei cieli

 

II  Folle e saggio

 

1.  Lode degli spigoli vivi

2.  Un istituto e il suo guardiano

3.  Una famiglia felice e i suoi meno felici componenti

4.  Un oceano di nomi e di facce

5.  Il mazzo sfiorito

6.  “Il testo del codice ereditario”

7.  Il pregio di minuscole differenze

8.  Il miracolo della complementarietà

9.  Ritratto di due giovani su fondo nero

10. Fiammiferi per Erostrato

11. Nella luce dell’oscurità

 

III  - Il sole e la morte

 

 

1.  Una medaglia di puro argento

2.  Grande magazzino del sapere

3.  Respiro pesante

4.  Correre avanti e indietro per accrescere la conoscenza

5.  La scienza come professione

6.  Sul grande dilemma delle scienze della vita

7.  La scienza come ossessione

8.  L’oscillare della bilancia

9.  La scopa della signora Partington, o la terza faccia della medaglia

10.            Tornare alla polvere

11.            Liber scriptus proferetur

12.            Con una lacrima per Johann Peter Hebel

 

Note bibliografiche

 

Indice dei nomi

 

 

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