L'assistenza ai bisognosi e agli ammalati nell'epoca di cui ci occupiamo non era gestita da enti pubblici, ma vi provvedeva l'associazionismo privato di carattere religioso.
A Campiglia le Confraternite o compagnie laicali, operanti in vari ambiti prima dell'editto granducale di soppressione (1785), erano tre: 1) Compagnia di Santa Maria; 2) Compagnia di San Rocco; 3) Compagnia del Rosario.
Oltre
alle opere caritative ed assistenziali, esse avevano lo scopo di collaborare
con i sacerdoti nell'insegnamento della dottrina cristiana, di organizzare feste
religiose, di trasportare i malati all'ospedale, di accompagnare i defunti al
cimitero, ed altro ancora.
Ciascuna di esse possedeva fondi rustici, case, denaro liquido, bestiame per
poter far fronte agli scopi caritativi o sociali per cui si erano costituite.
Poco
dopo la soppressione, il Granduca Leopoldo concesse che venisse istituita un'unica
Confraternita che riunisse in sé tutte le prerogative delle precedenti
soppresse: nacque così a Campiglia la Compagnia di carità sotto
il titolo del Santissimo Sacramento, controllata dal parroco Giovanni Domenico
Canestrelli (1 maggio 1785).
La Confraternita non poteva però possedere un patrimonio proprio, ma
svolgeva le sue funzioni grazie alle quote sociali, e a collette raccolte in
paese e nelle campagne.
Nel
1815 lo statuto della confraternita fu riformato, per ovviare a varie difficoltà
insorte nel corso del tempo, dal parroco Giovacchino Lenzini, con l'approvazione
del Granduca Ferdinando III e del Vescovo di Montalcino, Monsignor Giacinto
Pippi, che visiterà Campiglia quattro anni dopo.
Venne modificato anche il nome della Compagnia, ora "Venerabile Compagnia
di Carità del Santissimo Sacramento sotto il titolo di San Filippo Benizi
e San Biagio V. M.", fu fissato a centosei il numero massimo degli iscritti
e furono ammesse anche le donne senza limite di numero.