
"Sopra il predetto altare esiste un quadro dipinto a tempera in tavola rappresentante la Visitazione di S. Elisabetta sormontato dall'Iscrizione 'Unde hoc mihi veniat Mater Domini mei ad me?'. Il mezzo di questo quadro è occupato dalla figura in piedi vestita di un abito bianco rappresentante Maria Vergine molto graziosa in atto di abbracciare S. Elisabetta, che rende l'abbraccio a Maria. La figura della Beata Vergine è seguita da due graziose figure di giovani fanciulle, e quella di S. Elisabetta da S. Zaccaria che ha una testa molto interessante, e dalla figura di una giovine femina. Questa tavola principale termina in arco tondo entro il quale appaiono diverse fabbriche, e due piante verdeggianti sul gusto della Scuola di Raffaello, potendosi supporre essere forse opera di Vincenzo di S. Gemignano. La parte principale di questa tavola è posta in mezzo de due pilastri di ordine Corinto dipinti a chiaroscuro con arabeschi così detti alla Raffaella: lateralmente a detti Pilastri esistono in cornu Evangelii l'imagine dell'Arcangelo S. Michele in fondo d'oro tenente nella destra la spada, e nella sinistra le bilancie, nelle quali sono rappresentate in figura umana l'anima del giusto, e del peccatore, che stà per cadere nei distesi artigli di un nero Demonio, che trovasi ai piedi del detto Arcangelo: dal lato dell'Epistola, parimenti in fondo d'oro vi è rappresentato S. Francesco d'Assisi stimatizzato tenente nella destra una Croce di color rosso. Nel basamento di questa tavola in mezzo viene rappresentato Gesù Cristo con degli Apostoli, e dalle parti laterali quattro mezze figure per parte di Santi, e Sante, la maggior parte dell'ordine serafico, il tutto in fondo d'oro" (Melini).
Il trittico della visitazione, ora alla Pinacoteca Nazionale di Siena, è una tavola centinata di centimetri 234 per 181. La scritta che Melini riporta con qualche imprecisione si trova nello scomparto centrale, sulla cornice di un muro a nicchie che divide la scena con i personaggi da un retrostante giardino. Essa riporta le parole di Elisabetta: VIDE HOC MICHI UT VENIAT MATER DOMINI MEI AD ME [vedi come venga da me la madre del mio Signore].
L'opera è stata studiata da diversi illustri storici dell'arte, come Cesare Brandi, Bernhard Berenson, Enzo Carli ed altri ancora. Attribuita in un primo momento a Giacomo Pacchiarotti (1474-dopo il 1539), è attualmente ritenuta di mano di Pietro di Francesco Orioli (1458-1496) e si può quindi collocare alla fine del Quattrocento.
Chiunque ne sia l'autore, la critica vi riconosce gli influssi dei grandi maestri senesi del tardo Quattrocento, da Matteo di Giovanni a Guidoccio Cozzarelli, a Neroccio di Bartolomeo Landi, a Francesco di Giorgio Martini, sottolineando peraltro l'originale delicatezza della mano dell'artista, evidente in particolare nella figura della Madonna.
Lo scrittore settecentesco Guglielmo della Valle (Lettere Sanesi, II, 1785) afferma che la composizione ripropone da vicino un affresco dello stesso tema di Pietro e Ambrogio Lorenzetti, che si trovava sulla facciata dell'Ospedale di Santa Maria della Scala [Cfr. Pietro Torriti, La Pinacoteca Nazionale di Siena, I, 1978].