Targhi seduto intorno al fuoco
I Tuareg (Targhi al singolare) sono
parenti prossimi dei berberi, sono ammirati per l’eleganza dei loro abiti e del
loro portamento davvero regale, sono riusciti ad insediarsi ed a sviluppare una
straordinaria civiltà nomade in un territorio che può sembrare invivibile. Il
loro nome, probabilmente, deriva dalla parola araba targa e sta ad indicare una regione ricca di alberi e di acqua,
come erano questi territori in epoche remote. I Tuareg sono molto fieri della
loro etnia e si considerano uomini liberi, cavalieri straordinari e profondi
conoscitori del deserto; la loro lingua è il tamashek, derivata dal berbero, ma parlano quasi tutti correttamente
anche il francese. Sono chiamati “uomini
blu” perché il loro shèsh (lunga
striscia di stoffa di solito blu dietro la quale nascondono il viso),
stingendosi fa sì che il loro volto
prenda una tinteggiatura blu. Secondo la tradizione Tuareg, il shèsh serve
anche per evitare che gli spiriti maligni si introducano nel cuore attraverso
il naso e la bocca. Contrariamente a quanto accade nel mondo arabo, le donne
non si coprono il volto e, in questa società apparentemente maschilista, sono
loro che tramandano la scrittura, che insegnano ai bambini e che erigono le
tende; possono anche abbandonare il marito
con la stessa formula che il Corano prevede per gli uomini. Purtroppo
oggi il progresso ha reso quasi inutili le vecchie attività degli uomini
Tuareg, che erano principalmente la lavorazione della pelle per confezionare le
selle ed il commercio effettuato con lunghe carovane di dromedari che
percorrevano le piste transahariane; nonostante questo disfacimento culturale,
il popolo Tuareg non si è dato per vinto e, con l’avvento dei pur rari
visitatori, si è dedicato alle attività legate al turismo, quali l’artigianato
e la guida dei viaggiatori nell’attraversamento del deserto. Trascorrere
qualche giorno nel deserto in compagnia dei Tuareg può rivelarsi un’esperienza
stupenda ed indimenticabile; abilissimi ad orientarsi anche quando non ci sono
punti di riferimento e lo sguardo, rivolto all’orizzonte, non scorge che sabbia
e pietre. Questa loro profonda conoscenza del territorio infonde un senso di
sicurezza al viaggiatore che da solo non saprebbe certamente dove dirigersi.
Prima di iniziare la traversata, che si svolge sempre con tranquillità e senza
fretta, ci si procura la legna che servirà per accendere il fuoco, un vero rito
che si effettua tre volte al giorno, al mattino appena svegli per il tè della
colazione, per cucinare il pasto di mezzogiorno e della sera. Il cibo del
Targhi, nel deserto, è costituito essenzialmente dalla “galletta”, un pane non lievitato fatto con semola di mais, acqua e
sale; acceso il fuoco per procurarsi la brace, il Targhi impasta il tutto con
una perizia degna del miglior pizzaiolo napoletano; ottenuta la consistenza
voluta, la galletta viene coperta di sabbia su cui si deposita la brace; dopo
circa 30 minuti la cottura è terminata, la galletta viene estratta dalla
sabbia, pulita e ridotta in minuscoli pezzettini che sono conditi con verdure e
carne tagliata a pezzi, precedentemente fatti cuocere in umido. Dopo il pasto
non può mancare il tè che, specialmente alla sera, costituisce un vero rito. Le
foglioline di tè, a volte accompagnate da qualche foglia di menta, sono fatte
bollire tre volte per ottenere tè di concentrazione sempre minore; al termine
di ogni bollitura si aggiunge lo zucchero che viene rimescolato travasando, con
notevole perizia, il tè da una teiera ad un’altra, per diverse volte e tenendo
le due teiere notevolmente una più in basso dell’altra. Tutti e tre i diversi
tè vanno bevuti perché ognuno ha un suo significato: secondo la tradizione
Tuareg il primo è duro come la morte, il secondo è forte come la vita mentre il
terzo è dolce come l’amore.
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