Il Cerro Torre e il Fitz Roy
Per molti anni si era creduto che il monte Fitz Roy, il Chaltén degli indigeni Tehuelche,
fosse un vulcano, e tale lo classificò anche Francisco Pascasio Moreno quando realizzò il
suo primo viaggio di esplorazione a settentrione del Lago Argentino in compagnia
di Carlos M. Moyano.
Ingannato dal pennacchio di nubi che quasi sempre corona la vetta e dalle affermazioni
degli indigeni, l'esploratore lo descrive così: "... In un momento di schiarita
vediamo apparire fra densi nuvoloni il nero cono del vulcano e una leggera colonna di fumo,
che si innalza dal suo cratere. I Tehuelche mi hanno più volte nominato con terrore superstizioso
questa montagna che fuma. È il Chaltén che vomita fumo e ceneri e fa tremare la terra;
serve di dimora a un'infinità di spiriti, che agitano le viscere delle montagne. Siccome questa
montagna non è stata menzionata né da naviganti né da viaggiatori, e poiché gli indigeni
la chiamano Chaltén, nome che usano anche per altre montagne, mi permetto di denominarlo
vulcano Fitz Roy, come segno di gratitudine che gli argentini devono alla memoria del savio e
energico ammiraglio inglese, che diede a conoscere alle scienze geografiche le coste
dell'America Australe".
Anche Ramòn Lista, che visitò nel 1890 la regione del lago Viedma, descrivendo l'imponente
aspetto della catena andina così parla dell'attività vulcanica del Fitz Roy:
"Ivi si innalzano le cime più audaci e belle della Patagonia, come il vulcano Fitz Roy,
che di quando in quando si accende e illumina le notti di queste regioni".
Il primo ad accorgersi dell'errore fu lo stesso Moyano che, ritornato al lago Argentino nel 1884,
osservando con un potente cannocchiale le vette andine, non ne trovò nessuna che portasse la
benché minima traccia di eruzione. Così egli scrive: "Quello che più osservai fu il Chaltén,
a cagione dell'errore in cui incorremmo con Moreno nel considerarlo un vulcano, ingannati
dalle nubi che sempre ne avvolgono la cima e dalle risposte degli indigeni che, attenendosi
alla loro costruzione grammaticale, sono causa di molti sbagli, a seconda della forma con cui si
interrogano e all'uso che si faccia dei negativi".
La vetta del Fitz Roy fu conquistata per la prima volta nel 1952 dai francesi, che passarono
per quella che ancor oggi si chiama Brecha de los Italianos, un'apertura sullo sperone sud
raggiunta nel 1936 da una spedizione capeggiata da A. Bonacossa. Vari anni dopo, nel 1965, furono
gli argentini Comesaña e Fonrouge a vincere nuovamente il gigante per un canalone inviolato, lungo
la parete est. Nel 1968 fu aperta la Via dei Californiani, e negli anni seguenti tentativi per
vie nuove si alternarono alla via dei primi scalatori.
Gli italiani parteciparono ripetutamente all'ardua impresa: nel 1972-73 un tentativo per una parete
inviolata fu condotto da un gruppo con a capo Ferdinando Nusdeo e Giancarlo Frigieri; nel 1976 i
Ragni di Lecco guidati da Casimiro Ferrari scalarono il prestigioso sperone est e nel 1977-78 una
spedizione italiana guidata da Giuliano Giongo e Cesare Fava tentava il pilastro nord-est e
ripiegava compiendo l'intera salita per la Via dei Californiani.
Analoga avventura è stata la conquista del Cerro Torre: nel 1958, una spedizione italiana guidata
da Bruno Detassis ripiegava sulle montagne vicine, mentre contemporaneamente il gruppo di Mauri
e Bonatti tentava il versante ovest della montagna. Nel 1959 il Cerro Torre fu finalmente vinto
da Toni Egger e da Cesare Maestri, ma la discesa purtroppo costò la vita all'austriaco. Maestri
ritornò sullo spigolo sud-ovest negli anni 1970-71, superando la parete di roccia ma non il ghiacciaio
terminale: questa via fu definitivamente aperta da Casimiro Ferrari, Daniele Chiappa, Mario
Conti e Pino Negri nel 1974.
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