In Assenza di Te
diPetalidistelle
Disclamer: i personaggi descritti appartengono a Joss Whedon e alla WB,
l’autrice scrive senza alcuno scopo di lucro, per puro piacere personale.
La canzone “I don’t wanna miss a Thing” è stata scritta
da Diane Warren, interpretata dagli Aerosmith, i diritti su di essa appartengono
a chi li detiene per legge, e l’autrice non vanta alcuna pretesa in merito.
Note dell’autrice: i personaggi, i fatti storici e
le date citate nella storia della lancia sono in linea di massima veri. La vicenda
della lancia è però stata inserita a forza e a mio libero arbitrio,
adattando fatti e tempi alla necessità narrativa. Non so se a Parigi
l’incendio della guglia della Sainte-Chapelle coincida con la data che
le ho attribuito, ma fra il 1248 e il 1853 la guglia è stata realmente
distrutta da tre incendi, l’attuale è stata ricostruita proprio
nel 1853 ed è la quarta. Nell’impero mesopootanico non è
mai esistito nessun ordine religioso che venerasse una lancia sacra.
La storia e le descrizioni di Malacca sono prese da libri ed appunti di viaggio,
non ci sono mai stata, quindi potrebbero esserci notevoli imprecisioni nella
descrizione di luoghi od edifici.
Rating: Au, dal momento che elimina tutti gli eventi della sesta stagione di Buffy, la cacciatrice è tornata ed è diversa da come era prima della morte, molto, troppo diversa. Non accade nulla fra lei e Spike, Willow e Tara non si sono lasciata a causa della magia, e Willow non ha ancora perso il controllo dei suoi poteri. Gli avvenimenti di Ats sono invece più aderenti a quello che è realmente accaduto nella serie: Angel ha avuto il bambino e Darla si è uccisa.
Spoiler: per la fine della quinta stagione di Btvs e per tutte e tre le stagioni di Ats.
Pairing: Angel/Buffy, Willow/Spike, Giles/Anya, Doyle/Cordelia, Faith/Wesley, Angel/Tara.
- Prologo
Non lasciarmi.
Mi sembra di impazzire, di soffocare.
Tutto quello che sono è racchiuso nei tuoi occhi, senza di te non esiste
più niente.
Io ti amo e per questo vivo, respiro, esisto.
Io ti amo e per questo combatto , mi sveglio ogni mattina, cammino per le strade.
Io ti amo, e prima di te non è mai esisto nulla.
Io ti amo, e prima di te io non esistevo.
Io ti amo, e sono viva solo quando sei al mio fianco.
Io muoio e rinasco in ogni tuo bacio.
Io sono in te e senza di te morirei.
Non lasciarmi.
Sei in ogni mio respiro.
Sei la mia anima.
Sei la mia aria.
Sei la mia ossessione.
Sei il mio motivo e il mio unico perché.
Sei la mia certezza.
Sei l’ansia di perderti e il sollievo di averti.
Sei la mia forza.
Sei nel mio cuore che batte.
Sei il mio coraggio.
Sei il mio amore.
Sei la mia eternità.
Sei tutto quello che ho.
Sei tutto quello che voglio.
Sei la mia ricerca e la mia meta.
Sei il desiderio nelle mie notti.
Sei l’attesa nei miei giorni.
Non lasciarmi.
Tormentami, annientami, annullami.
Ma non lasciarmi.
Ossessionami, distruggimi, perseguitami.
Ma non lasciarmi.
Combattimi, assediami, occupami.
Ma non lasciarmi.
Fammi impazzire, annichiliscimi, sconfiggimi.
Ma non lasciarmi.
Fa di me il tuo campo di battaglia, invadimi, disperdimi.
Ma non lasciarmi.
Non puoi lasciarmi.
Un giorno passato nella tua assenza, nell’incertezza di non rivederti
è peggio della morte.
Perché è la morte.
Non puoi lasciarmi.
Ti prego, ti supplico.
Non voglio una vita normale.
Non voglio un ragazzo normale.
Non voglio fare l’amore con qualcuno che non amo.
Non voglio una staccionata bianca e un cane.
Non voglio nulla se il prezzo da pagare sei tu.
Voglio solo te.
Voglio stare con te.
Voglio addormentarmi fra le tue braccia.
Voglio sognarti in tutte le mie notti.
Voglio perdermi nelle tue labbra.
Non lasciarmi.
Sei la mia vita, Angel.
Non lasciarmi.
Non portarti via il mio cuore.
Non lasciarmi.
Non spezzarmi il cuore.
Non lasciarmi.
Perché non posso dimenticarti.
Perché non posso non amarti.
Perché non posso non volerti.
Perché non posso vivere senza di te.
Senza di te c’è solo la notte.
Senza di te c’è un dolore che non può finire mai.
Senza di te il mio cuore sanguina.
Senza di te ogni giorno mi uccide piano.
Senza di te le lacrime mi affogano.
Non lasciarmi.
Non posso fare nulla per fermarti.
Non lasciarmi.
Sono solo due parole, ma in esse è rinchiuso tutto il mio futuro e la
mia speranza.
Non lasciarmi.
Non ho più nemmeno la forza per ripeterlo.
Non lasciarmi.
Se le mie lacrime non bastano, se il mio dolore non basta, se il mio strazio
non basta, se la mia disperazione non basta, se le mie parole non bastano...
Resta per il mio amore.
Che è tutto ciò che sono, che è tutto quello che ti offro,
che è tutta la mia forza, che è la mia essenza.
E il mio amore sei tu.
Adesso, sempre.
Tu, solo tu.
E non voglio cambiarti.
Ti amo per quello che sei, unico e irripetibile.
Uomo e demone.
Non mi importa, non voglio cambiarti, non lo vorrò mai.
Non voglio nient’altro.
Non sogno nient’altro.
Quando penso al mio futuro è solo te che vedo.
Non lasciarmi, ti prego.
Io ti amo Angel.
Io ti amerò per sempre.
Buffy
Buffy guardò la lettera che aveva scritto.
Le lacrime bagnavano abbondantemente il foglio bianco, increspando lievemente
la carta nel punto in cui cadevano.
Angel.
Angel l’aveva lasciata.
Angel se ne sarebbe andato.
Per regalare qualcosa che non voleva.
Per regalarle una vita normale.
E lei si sentiva morire.
Ma lui aveva detto... che uno di loro due doveva pur decidere con la testa e
non con il cuore...
Angel.
Angel, solo Angel, per sempre.
Aprì un cassetto e ripose la lettera sul fondo.
Restò a guardare il foglio fino a quando la visione prese la sua nitidezza.
Non poteva spedirla.
Non erano servite le sue parole, come avrebbe potuto convincerlo quella lettera?
Chiuse il cassetto e si asciugò le lacrime.
E così, forse, prese per sempre il suo unico amore.
- Capitolo I “Sparizione”
Tre anni dopo
La camera sembrava un campo di battaglia.
I mobili, il letto, gli specchi, l’armadio, i vetri della finestra, tutto
era rotto e buttato all’aria.
Regnava una confusione oppressa dal silenzio immateriale di quella sera.
Era arrivato più in fretta che poteva.
Con una folle corsa in macchina.
Si guardò attorno in quel caos... nessuno si era sognato di mettere a
posto.
Erano tutti troppo scossi e troppo preoccupati.
Analizzò lentamente tutta la stanza, sperando che i suoi sensi affinati
potessero raccogliere qualche indizio che alla Scooby-gang era sfuggito...
Ma non c’erano tracce che potessero condurlo ai rapitori...
Rapita, o almeno era quello che credevano.
Buffy era scomparsa ormai da tre giorni, quando avevano trovato la sua stanza
da letto ridotta in quel modo.
Dopo essersi prodigati in inutili, frenetiche ricerche, avevano deciso di chiamarlo.
Lui stesso si era stupito che i ragazzi chiedessero il suo aiuto... naturalmente
era stata Willow a chiamarlo... in fondo lei non ce l’aveva mai avuta
con lui...
Angel fece un passo avanti.
Avevano tutti creduto che quel disastro derivasse da una lotta furiosa che la
cacciatrice aveva sostenuto con i suoi assalitori... ma il vampiro aveva immediatamente
capito che non era così.
Non c’erano segni di lotta, se Buffy avesse avuto il tempo di difendersi,
di attaccare... ci sarebbero state tracce di sangue... suo e dei suoi nemici,
e quasi sicuramente almeno uno dei suoi “rapitori” sarebbe finito
k.o. o morto.
E anche il modo in cui era ridotta la stanza... Buffy non aveva lottato, non
lì almeno.
La stanza era stata semplicemente frugata da cima a fondo.
Cercavano qualcosa, con rabbia e fretta furibonde, e probabilmente ,dal modo
in cui si erano sfogati rompendo tutto, non l’avevano trovato.
Forse cercavano la chiave.
Non era sicuro che quel disastro e la sparizione della cacciatrice fossero direttamente
collegati.
Se avevano lei era inutile perquisire la stanza, e inoltre Giles aveva detto
che erano convinti che la chiave fosse nascosta fuori dalla casa di Buffy....
Strani, terribili presentimenti si accavallavano nella sua mente.
Nessuna idea precisa, solo ombre scure e lontane.
Tre gironi... poteva essere già morta...
Scacciò rapidamente, con stizza, quel pensiero.
Quel senso di impotenza lo stava distruggendo.
Non sapere dov’era, chi l’aveva presa, cosa avrebbe dovuto affrontare.
E neppure le visioni di Cordelia sembravano poter venire in loro aiuto.
Improvvisamente sentì il bisogno di mettere un pò d’ordine
in quella stanza.
Come se così avesse potuto riordinare anche le sue idee e i suoi sentimenti...
Fece ancora qualche passo nella stanza, chinandosi a raccogliere una catenina
con appesa una croce...
Un foglio incastrato sotto un cassetto parzialmente disfatto attirò inspiegabilmente
la sua attenzione.
Allungò una mano verso quel foglio e lo estrasse delicatamente, facendolo
scivolare da sotto il legno scheggiato.
Sul foglio si era parzialmente rovesciata una boccetta di profumo, e piccole
schegge di vetro si erano depositate su di esso.
Era una lettera, ed era ancora leggibile, anche se il profumo aveva notevolmente
macchiato l’ultima parte del foglio, rendendo quasi invisibile la firma.
Riconobbe immediatamente la scrittura di Buffy.
E la data.
Ricordava perfettamente quel giorno, ricordava ogni singola parola detta in
quelle fogne squallide, ogni singolo singhiozzo di Buffy, la sua espressione
ferita...
Cominciò a leggere quasi senza accorgersene.
Gli occhi che scorrevano rapidi sulla carta, divorando le parole.
E quelle parole che gli entravano nel cuore, gli strappavano l’anima pezzo
dopo pezzo.
Sapeva che quella lettera era per lui ancora prima di cominciare a leggere.
Sapeva che era per lui dal momento in cui aveva scorto il foglio...
Ogni parola era più difficile, più dolorosa da affrontare.
Ogni parola gli marchiava l’anima a fuoco, entrandogli nella mente...
esplodendogli nelle orecchie.
Le mani che reggevano il foglio erano scosse da un tremito involontario, leggero,
quasi un riflesso del subbuglio che si impadroniva di lui.
Continuò a leggere, ogni riga più straziante della precedente.
E quando giunse alla fine la rilesse ancora e ancora e ancora.
Parole che gli entravano dentro, bruciando e incendiando i suoi sensi, pungendo
come lacrime gli occhi.
Si dimenticò di tutto, perfino di se stesso, tutto all’infuori
di quella lettera e del volto di Buffy.
La amava così tanto...
“Angel?”
La voce di Cordelia interruppe il flusso dei suoi pensieri, e la marea delle
sue emozioni si ritirò lentamente per tornare a nascondersi dentro di
lui.
Riprese rapidamente il controllo di sé, barricandosi dietro al solito
muro di impassibilità e imperturbabilità.
Ma i suoi occhi parlavano d’altro.
Cordelia ebbe appena il tempo di leggervi il dolore lanciante che si agitava
sotto la loro superficie... lo strazio del ricordo... la sofferenza della lontananza...
la pena della consapevolezza di non poterla mai ritrovare davvero...
Poi lo sguardo del suo capo tornò ad essere quello malinconico e imperscrutabile
di sempre.
“Qui non c’è niente che ci possa aiutare.”
“Immaginavo... sei sicuro di stare bene?”
“Sì, certo Cordelia.”
Le passò accanto uscendo da quella stanza tropo piena di ricordi.
“Chissà perché te lo chiedo se mi rispondi sempre allo stesso
modo....!!!”
Lui si avviò nel corridoio e scese al piano di sotto, seguito a ruota
dalla ragazza.
“Cosa leggevi?”
Angel si voltò di scatto verso di lei.
“Niente di importante.”
“Non avevi una faccia da niente di importante....”
“Dobbiamo tornare dagli altri e riprendere le ricerche, credo che passerò
da Willy...”
“Hai cambiato argomento. Cosa stavi leggendo?”
“Te l’ho detto, niente.”
“Senti, inventati qualcosa di meglio se vuoi farmela bere... piuttosto
di semplicemente che non me lo vuoi dire!”
Lui le lanciò uno sguardo rassegnato.
“O.K. Cordy, come vuoi. Non te lo voglio dire. Contenta? Possiamo andare
adesso?”
“No!!”
La ragazza lo guardò indispettita.
“E’ qualcosa che ha a che fare con la sparizione di Buffy?”
Angel si diresse alla porta.
“No.”
“UHmm... con cosa allora?”
Il vampiro la aprì e aspettò che la ragazza uscisse poi passò
a sua volta e la richiuse.
“Con qualcosa che non ti riguarda, Cordelia... con noi.”
Lei lo guardò perplessa un momento. “Con noi due?!”
Lui alzò brevemente gli occhi su di lei prima di salire in macchina.
“Oh, con VOI.... in questo caso... penso che starò zitta...”
“Sarebbe davvero un miracolo...”
Avviò la macchina e si diressero al Magic Shop.
Per poco non finì addosso a Willow che gli aveva letteralmente
levato la porta di mano.
Scosse la testa in segno di diniego, rigettando la strega nell’ansia divorante
di cui era preda dalla notte in cui Buffy era sparita.
Se neanche Angel aveva idea da che parte cominciare... allora... allora erano
davvero persi...
Facce scure e torve, tese e nervose, sguardi furtivi e adombrati, restarono
tutti in silenzio.
Sembrava letteralmente essere sparita... dissolta nell’aria.
Angel si lasciò cadere una delle sedie attorno al tavolo.
La consapevolezza degli occhi spalancati ,enormi, lucidi e mutevoli di Dawn
su di sé gli bruciava la pelle.
Evitò quello sguardo pieno di speranze, pieno di aspettative, che lui
sapeva di dover deludere.
Si sedette, il grande vampiro, il sire di molti uccisori di cacciatrici, “Il
Flagello d’Europa”, e ricacciò ostinatamente indietro quelle
che sembravano essere lacrime. E deglutì più volte, a dispetto
del groppo in gola che sapeva di cose non dette e di rimpianti, di paure e di
angosce.
Sentì i passi di Dawn avvicinarsi.
La sentì fermarsi accanto a lui e prendergli la manica del cappotto,
strattonandola leggermente.
Attorno a loro, sguardi fissi, opachi, la Scooby_gang restava in piedi.
Scosse la testa.
“Mi dispiace Dawn... ancora niente...”
Lacrime.
Ne percepì l’odore, la consistenza, il sapore.
Non ebbe bisogno di guardare quegli occhi di bambina per sapere che erano loro
a versarle.
Lei si lasciò andare contro il vampiro, affondando la faccia nella sua
spalla, soffocando i singhiozzi.
Angel chiuse gli occhi.
Un momento, solo un momento per non crollare.
Strinse leggermente la ragazzina, accarezzandole i capelli.
“Sss, Dawn, sss... Andrà tutto bene, non le è successo niente
di male. Lo saprei altrimenti...”
Quella frase, detta più per se stesso che per lei.
Era ancora così forte il loro legame... Lo saprei... forse adesso non
poteva più sentirla.
Forse.
Cercò Tara con lo sguardo.
Occhi profondi, occhi magnetici, occhi che faticavano a trattenere il dolore,
e la preoccupazione.
Occhi che Tara non sapeva incontrare senza che una fitta di pena per lui le
stringesse forte il cuore.
Tara che avrebbe voluto poterlo perdonare, lei per tutte le sue vittime, lei
per tutti quelli che non potevano a volevano farlo, lei per lui che non si sapeva
perdonare niente.
Perché lei lo guardava e vedeva la colpa su di lui.
La colpa che lui stesso si infliggeva.
Perché Angel non si perdonava niente, mai.
Perché Angel si sentiva sempre responsabile di tutto.
Anche della sua morte ,la prima volta come l’ultima, anche della sua sparizione.
E quella colpa gli appesantiva lo sguardo e lo riempiva di una tristezza struggente
e insostenibile.
Il vampiro la chiamò in silenzio e lei capì.
Si avvicinò e prese Dawn fra le braccia, la portò un pò
in disparte, prese a cullarla dolcemente.
Angel ringraziò la strega con un cenno del capo, con uno sguardo che
diceva molto più di mille parole.
E la strega abbassò i suoi occhi e rispose a sua volta con un cenno,
fra loro le parole non servivano.
Il vampiro cercò Willow, Giles.
I loro occhi nei suoi e di nuovo chiese loro di raccontare tutto dall’inizio.
E di nuovo ascoltò le loro voci, la testa appoggiata alle mani, il volto
nascosto al loro.
E di nuovo ,con dolore, con stanchezza, la rossa e l’osservatore parlarono.
Di Buffy, di come era da quando era torna.
Tornata... quella parola roteò nella mente di Angel.
Era morta ,nel cimitero di Sunnydale c’era stata una tomba col suo nome.
Poi l’avevano portata indietro.
Un incantesimo antico, un incantesimo che poteva riuscire solo nel caso in cui
lei volesse tornare indietro.
Così era tornata.
Ma da dove?
Non lo ricordava... non lo sapeva...
Era solo viva, di nuovo.
Buffy.
Davanti agli occhi del vampiro si fece sempre più chiara la sua immagine.
La foto che aveva visto sulla scrivania di Giles il giorno del suo ritorno per
aiutarli nelle ricerche.
Una foto di dopo... dopo che era tornata.
Era diversa, era triste.
Quei capelli stranamente scuri castano_rossi ,lei che era sempre stata così
bionda.
Quei capelli che le incorniciavano il viso e ricadevano in onde morbide sulle
spalle, non sembravano più i suoi.
E il viso così affilato.
Gli occhi cerchiati appena.
Gli occhi troppo truccati.
Gli occhi senza quella luce, la luce di sempre, la luce della sua anima.
Gli occhi, con un’ombra che non vi aveva mai visto.
Buffy.
Sentiva le loro voci, ascoltava ancora quelle cose anche se sapeva a memoria
ogni più piccolo gesto.
Era cambiata, dopo Glory.
Impercettibilmente, un giorno dopo l’altro, nulla di plateale.
Era solo più silenziosa.
Più chiusa.
Più cupa.
Più determinata.
Più letale.
Più crudele.
Più razionale.
Era solo un pò triste.
Inavvicinabile, solitaria, diversa.
Buffy.
Con le cacce estenuanti di ogni notte per stancarsi abbastanza da dormire.
Con gli occhi sempre fissi a terra.
Con la musica troppo alta dello stereo e la porta chiusa a chiave.
Buffy.
Che a volte li evitava, che usciva e entrava dalla finestra a tutte le ore del
giorno e della notte...
Che aveva trovato un lavoro, che aveva ripreso il college.
Che aveva affittato la casa dove un tempo viveva con sua madre.
Buffy.
Che era sparita una notte, senza tracce, senza un rumore.
Sparita, e basta.
Chiuse gli occhi, Willow restò in silenzio.
Sentì la paura crescere in lui e salire lungo la gola, strisciare fino
alla testa, esplodere.
Paura che non ci fosse stato nessun rapimento.
Se non fosse stato per la camera, distrutta, frugata, in disordine, avrebbe
detto che se n’era andata, di sua volontà.
Ma restavano quella stanza sotto sopra e gli occhi pieni di speranza di tutti
i suoi amici.
Occhi e speranze che non aveva il coraggio di infrangere, in cui non poteva,
non voleva insinuare il dubbio.
Si alzò e con i suoi passi lunghi raggiunse l’armeria.
Prese una balestra, un pugnale.
Dietro la coltre di nubi che oscurava il cielo il sole stava calando.
Buffy aveva lasciato qualcosa da fare.
E sarebbe stato lui a farla.
Prima di tutto, prima di cercarla per tutto il mondo se necessario.
Perché qualcuno voleva Dawn, e Angel non avrebbe permesso che le accedesse
nulla di male.
Ma non sapeva, non immaginava nemmeno cosa lo aspettasse.
Una battaglia contro il male, contro le tenebre.
Una battaglia già persa, o forse mai iniziata.
Perché gli equilibri erano stati sconvolti e le forze oscure avevano
deciso che la bilancia doveva essere re_equilibrata.
Male allo stato puro.
Senza scampo, senza spiegazione.
E le forze del bene nona avrebbero mosso un dito.
Il male voleva la sua rivincita sulla cacciatrice.
E nulla l’avrebbe fermato.
Il male voleva Dawn.
Forse non sapevano che fosse lei la chiave.
Ma l’avrebbero scoperto presto.
E aveva mandato il suo campione a prenderla.
- Capitolo II "Buio di ricordi, tempo di dubbi"
Silenzio nella notte, nelle case intorno, nelle strade vuote.
Silenzio, nel cimitero, nel suo cuore, nella sua anima turbata.
Silenzio irreale, fasullo, pericoloso.
Eliminò qualsiasi altra percezione, qualsiasi interferenza.
Si concentrò solo sul suo obbiettivo.
Un passo dopo l’altro scandagliando quelle tenebre ostili come non mai
prima.
Silenzio.
Solo silenzio denso e impenetrabile.
Silenzio.
Poi ,improvvisa come un lampo, quella presenza gli stordì i sensi con
la sua forza.
Si voltò di scatto, compiendo mezzo giro su sé stesso.
La balestra puntata e carica, il dito sul grilletto.
Ma non c’era nessuno davanti a lui.
“Non voglio te. Non sono qui per te.”
Angel scrutò la notte, frugò il buio, senza riuscire a identificare
il padrone di quella vice fluttuante.
Melliflua, falsamente carezzevole, dura, tagliente, musicale.
“Non potrai proteggerla ancora a lungo. Lei è il mio destino. Io
sono qui per lei.”
La mascella del vampiro ebbe un’impercettibile contrazione.
Non poteva rivelare al suo nemico la verità.
Lasciò che fosse il suo demone a parlare.
La voce fredda e distaccata, il tono vagamente irrisorio.
“Il tuo destino? Molto interessante. Ma stasera non mi va di giocare.
E ,sinceramente, non vedo molta differenza fra l’ucciderti io o lasciare
che sia lei a farlo.”
“Io voglio la cacciatrice nessun altro.”
Angel sorrise.
“Non ti hanno detto che non sempre si può avere quello che si vuole?”
Sentiva la sua presenza sempre più vicina, sempre più incombente.
“Non combatterò con te. Non sono qui per questo.”
“Mi spiace davvero, se non combatterai morirai prima. Per me non fa differenza.
Vieni fuori e affrontami.”
“Io sono qui per lei.”
“Sei un pò ripetitivo, lo sai? Hai detto la stessa cosa almeno
venti volte nell’arco di due minuti. Cos’è, hai paura di
me?”
“Non sono qui per te Angel.”
Sapeva chi era.
E se sapeva il suo nome, conosceva anche la sua storia.
“Fammi indovinare, sei qui per lei.”
“Lei verrà da me.”
“Piano eccezionale, davvero ingegnoso. Hai considerato l’ipotesi
che lei non venga?! In ogni caso non avrai il tempo di scoprire se il tuo piano
sia valido. Morirai prima.”
Solo un’ombra impercettibilmente più scura della notte.
Ma Angel al vide.
E con rapida precisione scagliò la freccia.
“Quando avrò qualcosa che lei vuole sarà costretta a venire
da me.”
La freccia trapassò l’aria, andandosi a conficcare nella corteccia
di un albero.
La presenza demoniaca svanì violentemente, lasciando i sensi del vampiro
storditi e confusi.
Silenzio.
Di nuovo, unicamente silenzio.
Spesso come una coltre.
E quelle parole che ancora risuonavano nell’aria.
Chiunque fosse quel demone era intenzionato a uccidere Buffy.
E per trovarla avrebbe fatto di tutto.
Fra le prime mosse della sua lista figurava rapire Dawn e usarla come esca.
Angel ne era certo.
Un nemico invisibile.
Caccia.
Morte.
Sangue.
E pensieri che sfumavano lontani.
I paletti affondavano fluidi nel cuore dei vampiri.
Movimenti rapidi, sicuri , implacabili.
Colpiva e uccideva.
Un attimo appena, senza pietà, senza scampo.
Angel uccise ancora e ancora, un demone dopo l’altro, colpendo come un
automa.
Mentre la mente si annebbiava e i pensieri si annacquavano nella lotta senza
sosta.
Combattere fino a perdere coscienza di sé e di tutto quello che lo circondava,
a parte il suo nemico.
Tutta la rabbia, e la frustrazione, e la preoccupazione che si dissolvevano
in un solo istante, in un solo gesto.
Fino a sfinirsi.
Quando finì i paletti non accennò neppure a fermarsi.
Continuò a combattere e a colpire.
Non aveva bisogno di un pezzo di legno per uccidere quelle creature.
Atterrò l’ennesimo vampiro.
Si piegò su di lui, colpendolo ancora con un calcio allo stomaco.
Sempre senza emettere una parola, nel silenzio più assoluto, il bellissimo
volto imperturbabile.
Afferrò il capo del vampiro, le mani ai lati della testa in una presa
sicura e intensa, le dita che creavano una depressione profonda nella carne
fredda dell’avversario.
Con un unico movimento secco e preciso gli spezzò il collo.
Girò di netto quella testa come se fosse stata quella di un burattino.
Quando il rumore sordo della colonna vertebrale che si frantumava raggiunse
le sue sensibili orecchie, lasciò andare il demone che teneva sollevato
da terra sotto di sé.
Il corpo ricadde pesantemente sull’erba, la testa girata in quella posizione
innaturale, la pelle del collo arricciata e raggrinzita in orribili pieghe,
di un colore nerastro e illividito.
Le membra ormai inerti si afflosciarono prive di vita, ricadendo molli, flosce
e scomposte attorno al tronco, torte e girate in posizioni inusuali.
Dalla bocca aperta usciva un sottile filo di saliva.
Il corpo esplose in cenere.
Angel ,lo sguardo vuoto e lontano, raddrizzò le spalle.
Aveva fissato in silenzio quello spettacolo, ma non aveva visto nulla.
Si voltò e si avviò verso casa.
Casa.
Un appartamento spazioso nella parte nuova della città.
Ad un piano piuttosto elevato, il quarto.
Finestre aperte, alte fino al soffitto in tutte le stanze.
Tende pesanti a tutte le ampie finestre.
Arredamento minimale, niente di superfluo, di vezzoso.
Solo la camera di Dawn era rimasta uguale e quella della vecchia casa, la ragazzina
si era portata tutte le sue cose.
Buffy no.
Non aveva portato neppure una delle sue vecchie cose.
Mobili o vestiti che fossero.
Angel entrò cautamente nel soggiorno, richiudendosi la porta alle spalle.
Non c’era nessuno in casa, Dawn dormiva da Willow.
Non accese la luce, dalla finestre colava un luce lattiginosa e argentea che
avvolgeva tutta la stanza.
E in ogni caso lui non aveva bisogno di luce per vedere.
Si diresse verso la stanza di Buffy.
Si fermò un momento davanti alla porta chiusa.
Non l’avrebbe invitato ad entrare.
Non l’aveva mia invitato ad entrare in quella casa.
Era stata Dawn a farlo, pochi giorni prima.
Aprì piano la porta, fermandosi sulla soglia.
Le tende e le soprattende erano tirate.
C’era molto buio.
Ma era chiaro che avevano rimesso in ordine.
Un ordine perfetto e asettico.
Anya aveva detto che Buffy era diventata molto ordinata, precisa.
Niente fuori posto, niente in eccesso.
Niente come prima...
Osservò nel suo insieme la stanza dall’eleganza semplice e sofisticata.
Willow doveva aver usato un incantesimo per rimettere tutto a posto in quel
modo, compresi mobili che fino a poche ore prima erano ridotti in pezzi.
Sorrise tristemente.
Willow era sempre imprevedibile.
Si avvicinò al letto.
Con un dito sfiorò il copriletto, creando pieghe sottili e appena visibili
mentre faceva scorrere la mano verso il cuscino.
Si soffermò sulle lenzuola.
Poteva ancora sentire il suo profumo.
Accarezzò lentamente il cuscino.
Il suo profumo.
Leggero, dolce, con un vago sentore di vaniglia.
Girò lo sguardo su quella camera così impersonale.
Nessuna fotografia, nessun oggetto personale in vista.
Si avvicinò a un portagioie che non aveva mai visto prima, una scatola
intarsiata di legno indiano, decorata con minuscoli specchietti.
All’interno erano riposti in bell’ordine monili di vario tipo.
Nessun ciondolo a croce.
Anelli importanti.
Girocolli di strass.
Ciondoli e orecchini di varie forme.
Non aveva mai visto prima nessuno di quei gioielli addosso a Buffy.
Risaliva tutto a dopo il suo ritorno.
Si spostò verso l’armadio incassato nel muro.
Quando aprì le ante laccate di nero lo investì una folata del
profumo di cui erano impregnati molti vestiti.
Una fragranza intensa e accattivante, avvolgente e molto speziata.
La stessa di cui era macchiata la lettera che lui aveva in tasca.
Ma oltre quel profumo penetrante che pungeva le narici, Angel riuscì
a distinguere il suo profumo.
Il profumo della sua pelle, dei suoi capelli, del suo corpo.
Chiuse gli occhi un istante e lei fu in un istante davanti a lui.
Bellissima, tanto da far male, da stordire i sensi.
E gli sorrideva dolcemente.
Il vampiro riaprì violentemente gli occhi, faceva troppo male ricordarla
così.
Scorse con la mano i vestiti.
Vestiti che la vecchia Buffy non avrebbe mai indossato.
Vestiti troppo attillati, gonne troppo corte, top troppo scollati, cappotti
troppo lunghi.
Colori scuri, toni caldi.
Pelle, seta, velluto.
Non riusciva ad immaginarla con addosso quei vestiti.
E quei capelli scuri e quel trucco pesante.
Non sembrava più lei....
Riaprì gli occhi, di nuovo, per tornare alla realtà.
Lei non c’era e di lei presto non sarebbe rimasto neppure il profumo.
Si allontanò dalla camera da letto, troppo piena della sua presenza per
permettergli di pensare.
Si sedette sul divano dalle linee moderne.
I gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani a sostenergli la testa.
Quel posto, così diverso da come lei era...
Buffy... Buffy... chi l’aveva presa?
Dov’era andata?
Non riusciva più a sentirla, ma forse era solo lei che non voleva farsi
trovare da lui.
Forse era lei che aveva chiuso le porte del suo cuore.
Un rumore, la porta che scorreva silenziosa sui cardini.
Sapeva di non aver chiuso a chiave.
Inchiodò al muro l’intruso con un solo gesto.
Tenendolo fermo con un braccio premuto sul collo, impedendogli completamente
di muoversi schiacciandolo con il peso del suo corpo.
“Angel!!!!!!!! Mi stai soffocando!!!! MA sei diventato matto??????????!!!!”
Il vampiro mollò la presa all’istante.
La ragazza si piegò si se stessa un pò teatralmente, tenendosi
il collo con le mani e respirando avidamente.
Tossì un paio di volte, cercando di riprendere fiato.
“Scusami. Stai bene Cordelia?”
Lei lo fulminò con i suoi begli occhi scuri.
“Bene?? Mi hai quasi uccisa!! Mi è venuto un infarto. Odio....
Odio... non mi si saranno mica sbiancati i capelli, vero?!”
La ragazza si precipitò verso uno specchio appeso vicino alla porta.
Accese freneticamente la luce e ,senza smettere di lamentarsi, cominciò
a ispezionare la sua capigliatura.
“Andiamo Cordelia... non ti sei fatta niente... e poi dovresti saperlo
di non arrivarmi alle spalle e al buio senza avvisarmi.”
“Oh, scusa tanto signor tenebroso!!!! Non è mica colpa se tu te
ne stai sempre rintanato al buio. Accendessi le luci io non ti arriverei alle
spalle al buio perché ci sarebbe chiaro!!”
Angel rinunciò a fare un sospiro.
“Ok Cordelia, mi dispiace.”
“Mmm... ti dispiace... certo, tanto è a me che è venuto
un infarto... ed è sempre a me che verranno le rughe prima del tempo...”
Angel le voltò le spalle, rassegnato a sorbirsi tutte le sue lamentele.
Si avvicinò a una finestra e guardò oltre le tende, la città
illuminata.
Nei vetri si rifletteva l’immagine della sua segretaria che scuoteva la
testa e gesticolava.
I capelli le ondeggiavano attorno al viso, sfiorando le guance.
Biondi... adesso erano biondi e corti.... sfilati attorno all’ovale del
volto di Cordelia...
“Oh, tanto è inutile discutere con te!! Ti serve qualcosa? Ero
passata per vedere se c’erano novità. E ti volevo dire che penso
di fermarmi anche io fino a quando non avrai risolto questa storia... Giles
mi darà la sua camera degli ospiti... non mi sembrava molto contento,
ad ire il vero, chissà perché poi?? E tu? resti qui? Bè
le tende ci sono!! Ma era diventata allergica alla luce la tua cacciatrice???
A che le servivano le finestre così grandi se poi ci ha messo delle tende
a prova di raggio di sole?? Ma mi stai ascoltano?”
“Sì, Cordelia.”
“Non è vero. Cosa ti ho detto?”
“Sì, Cordelia.”
“Visto??! Non mi ascolti. Oh, fa un pò come vuoi. Resta qui a deprimerti
se non puoi farne a meno. E datti la colpa di quello che è successo,
tanto ti dai sempre la colpa di tutto!! Buonanotte Angel....”
La ragazza sospirò e si avviò fuori, i tacchi che battevano sul
pavimento del corridoio.
“Buonanotte Cordelia.”
Angel sentì la porta dell’ascensore chiudersi.
Non si mosse.
Cordelia.
Bella Cordelia, superba, allegra, forte.
Pungente Cordelia, realista, disarmante.
Bionda Cordelia, sorridente nascosta dietro a un dolore che non voleva ammettere
o accettare.
Un dolore vecchio di anni, che ancora spettava di poter crescere ed esplodere.
Un dolore che le si ricordava prepotente con ogni visione.
Un dolore accresciuto da tutte le sue vicende e da tutto il suo dolore di cui
la ragazza sembrava volersi far carico.
Tara si schiarì timidamente la voce, cercando di farsi notare con discrezione.
Lui restava in silenzio.
La strega entrò, andandosi a sedere sul divano e aspettando che fosse
lui a parlare per primo.
“A volte mi chiedo perché per trovare se stesse le donne cambiano
colore di capelli.”
Tara sorrise, volgendo al testa verso la porta, quasi potesse ancora vedere
Cordelia che se n’era appena andata.
“E’ un modo per cambiare. Per essere un altra persona. Quasi che
quella vecchia potesse portarsi via il dolore dei ricordi, e quella nuova ,con
il suo nuovo tagli di capelli, potesse incominciare da capo, lasciandosi alle
spalle il passato.”
Lui non rispose, perso probabilmente nei suoi pensieri.
Minuti.
Lunghi e silenziosi.
“Cosa le era successo, Tara? Tutto questo non è lei...”
“Non lo so... i- io no- non lo s- s- so. Mi dispiace. Le- lei e- era di-
diversa. Era t- triste ed era così f- f- fredda... così de- determinata...
Io... N- noi non riusciamo a trovarla Angel. Abbiamo fatto un incantesimo per
localizzare la sua aura, ma no- non l’abbiamo trovata.”
Non aveva mai balbettato davanti ad Angel, non si era mai sentita a disagio
con lui.
Ma adesso faceva troppo male guardarlo, osservare le sue spalle impercettibilmente
curve e dirgli quelle cose.
“Lo so. Non riesco più a sentirla nemmeno io. Ma non può
essere morta, non so spiegartelo, ma è così.”
“Io vorrei tanto che tu avessi ragione.”
Lui si voltò appena e sorrise alla ragazza.
“Sei qui per qualcosa? Avevi bisogno di me?”
“No... n- no. Volevo solo vedere come stavi. Sapere se avevi scoperto
qualcosa. Non volevo disturbarti.”
“Non mi disturbi. Cercavo di capire. Quello che è successo qui,
dopo che è tornata. Forse dovrei cominciare a capire quello che è
successo qui dopo che me ne sono andato, troppo tempo fa. Capire lei.... perché
è troppo tempo che non la guardo negli occhi per vedere il suo cuore.
Per paura, per vigliaccheria, per egoismo, per timore di leggerci che mi odiava,
che mi aveva dimenticato, che amava un altro, che era felice. MA questo posto
non mi parla di Buffy, qui tutto è estraneo e ostile. Come se lei fosse
troppo diversa perché io possa capire. Come se non fosse lei. Qui c’è
solo rabbia e frustrazione, e paura e orgoglio ferito e ira, furore, bile, sofferenza,
lotta. Ma non c’è Buffy, nemmeno in un angolo, è soffocata
da troppe cose. E allora mi rendo conto che l’ho persa molto prima di
quattro giorni fa, e che il punto non è trovarla fisicamente, ma trovare
Buffy....”
Il vampiro scosse la testa, strofinandosi gli occhi con le mani.
“Non dormi da giorni, forse dovresti riposarti un pò Angel...”
“Non posso dormire, non qui, non in questo mondo, non adesso. E i sogni
sarebbero peggio della realtà.
Vuoi un tè?”
Tara sorrise in silenzio, alzandosi e andando verso la cucina.
“Faccio io.”
Lui si lasciò cadere sul divano, il capo reclinato all’indietro,
gli occhi persi fissi sul soffitto.
Mentre Tara trafficava in cucina e i rumori gli arrivavano attutiti attraverso
la coltre dei pensieri.
Buffy.... Buffy....
Tutti quei ma, tutti quei se, tutti quei però.
Buffy, inseguita da un demone che voleva la sua morte a tutti i costi.
Buffy prigioniera di una pena segreta.
Buffy diversa, cambiata.
Buffy aggressiva, fredda.
Buffy sparita nel nulla.
Rapita, forse.
“Era molto cambiata?”
“Era... bè ecco non era più lei in un certo senso.... era
così sola.... era lontana.... in un posto dove noi non potevamo raggiungerla....
chiusa, sconvolta.... persa.... la sua aura era così buia, così
oscura.... e non ci ha mai detto dove è stata o... bè nient’altro...”
“..........All’inferno?”
“Io non credo Angel. Lei era una cacciatrice... non era il suo destino
l’inferno....”
“Ma non era il suo destino neanche tornare indietro, vero?”
“Io... non lo so.... tutti erano così disperati.... e la volevano
indietro... e alla fine lei è tornata...”
“Voleva tornare, Tara?”
“Io... credo di sì.... lei... non era pronta a morire.... e aveva
tanti motivi per vivere....”
“Buffy... lei amava la vita. Ma.... adesso, quello che mi dite di lei...
forse è stato egoistico, forse.... forse lei aveva trovato la pace. Ma
io volevo così tanto che tornasse, io... solo sapere che lei era qui
mi bastava. Era sufficiente. Sono terribilmente egoista, vero? Pensavo solo
al mio dolore, alla mia disperazione, all’angoscia, al vuoto. Perché
lei non c’era più. E lei era la mia vita. Non potevo accettarlo.
Ma forse lei voleva quella pace... lei aveva smesso di soffrire.... e io l’ho
fatta soffrire così tanto... e se fosse colpa mia? Quell’incantesimo,
quei libri di magia così antichi... forse non avrei dovuto darli a Willow....
Dio, l’ho persa di nuovo. Ed è come se ogni volta potesse fare
più male, come se ogni volta lo squarcio che mi dilania si potesse aprire
di più e ancora più a fondo. E adesso forse è in balia
di qualcuno o di qualcosa e... e io sono qui e non posso fare niente.... Forse
sta soffrendo e ha paura.... ed è sola... Lei è tornata e io non
ero qui a proteggerla. Lei è morta e io non ero qui a proteggerla....
E adesso lei è sola e io non sono con lei... Vorrei poter pregare Tara.
O vorrei poter piangere e affogare il dolore nelle lacrime....”
La strega piangeva silenziosamente, incapace di trattenere le lacrime, mentre
il tormento del vampiro le arrivava con una forza e una vividezza straordinarie,
fluendo in lei come una corrente impetuosa, travolgendo tutto quello che trovava
sulla sua strada, lasciandola senza fiato, svuotata.
E senza parole.
Non sapeva cosa dire, o cosa fare.
Era semplicemente troppo dolore perché potesse affrontarlo, arginarlo,
consolarlo.
Quella disperazione ,così concreta da poter essere toccata, la sommergeva.
Aveva quasi l’impressione di piangere anche per lui mentre la voce di
Angel esprimeva pensieri scomposti e riflessioni vaghe e scollegate.
Rinunciò ad asciugare quelle lacrime così dolorose che bagnavano
il viso, le mani.
“La troveremo.... è solo una sensazione.... ma so che è
là fuori........... forse non possiamo individuare la sua aura..... forse
lei è troppo cambiata perché possiamo individuarla, ma..... ma
in un modo o nell’altro la troveremo...... adesso.... adesso dobbiamo
pensare a quel demone.... poi...”
Angel si diresse verso di lei, piegandosi sulle gambe per essere all’altezza
degli occhi della ragazza.
Pozzi scuri di dolore senza fondo, occhi di brace che infuocavano al pelle.
Ma Tara sostenne lo sguardo.
“E se lei non si volesse farsi trovare....?”
“Non è così.”
Una sicurezza nella voce che non si conosceva, una certezza che non aveva avuto
fino a un attimo prima.
Angel la guardò a lungo.
Poi lentamente, una sillaba dopo l’altra, guardandola a fondo negli occhi,
pronunciò quell’unica parola.
“Grazie.”
Un grazie per tutti quei giorni in cui l’aveva silenziosamente appoggiato.
Un grazie perché non l’aveva mai giudicato, era la prima persona
che sapeva quello che aveva fatto e non l’aveva mai giudicato, senza esitazione
alcuna lei sapeva che era buono, sapeva di potersi fidare di lui e lo faceva
in un modo semplice e diretto.
Un grazie perché lo comprendeva e capiva i suoi sentimenti.
Un grazie per tutte le volte che non aveva detto niente, ma con uno sguardo
gli era stata al fianco.
I loro volti erano vicinissimi, tanto che le lacrime di Tara bagnavano la pelle
fredda del vampiro.
Lacrime che continuavano a scorrere silenziose, lenta, copiosa processione.
Senza rendersene conto, senza spiegarsi il motivo, la baciò.
Fu facile farlo, naturale.
Un bacio leggero, lento, disperato, sgomento.
Un bacio per dimenticare l’angoscia, per annullare la sofferenza, per
fermare l’annientamento che divorava la sua anima.
E lei baciò lui.
Per arginare il male fisico che la ferita dentro di lui le trasmetteva.
Per smettere di pensare, per consolarlo, per infondergli un pò della
sua forza, perché non sopportava di vederlo in quello stato.
Un bacio.
Solo un bacio per fuggire alla realtà.
Solo un bacio dolcissimo.
Solo un bacio troppo lungo.
Solo un bacio.
E in un bacio non ci si può perdere.
E in un bacio non si può dimenticare.
E in un bacio non si possono lenire le ferite.
E in un bacio non si può annegare la sofferenza.
Ma i minuti passavano e le lacrime si facevano sempre più copiose e inondavano
il volto di Angel.
E quel bacio era sempre più salato e amaro e disperato...
Lentamente si staccarono, separandosi piano.
E i loro occhi di nuovo fissi nel profondo gli uni degli altri, pozzi troppo
profondi per essere esplorati.
E il dolore liquido che affollava i pensieri e bagnava le guance.
Angel si rialzò.
Non disse niente.
La ragazza fece altrettanto.
Prese la sua giacca e se la infilò.
“Buonanotte Angel. Prova a dormire un pò... Non puoi reggere ancora...
e in fondo i sogni non possono fare così male se la persona che ami è
con te...”
Sorrise fra quelle lacrime che le allagavano il viso.
E anche lui le sorrise.
Un sorriso appena accennato, ma un sorriso con il cuore.
Che riuscì ad illuminare per un istante fuggevole gli occhi colmi di
dolore.
Angel restò solo.
Si buttò sul divano e chiuse gli occhi.
- Capitolo III "Sogni"
“ Ehi.... Ciao.”
Voce lontana, occhi tristi Buffy.
Capelli corti, biondi.
E 17 anni.
“Ti dispiace se entro?”
Deja voue, già vissuto.
Angel guardò la stanza e il letto e la ragazza.
Non era il presente....
“Sei già entrato Angel.... molto tempo fa.... nel mio cuore....
e non avevi bisogno di un invito, neanche adesso...”
Lui la guardò: non era più una ragazzina adesso, era la donna
della foto.
Solo lo sguardo incerto tradiva la vecchia Buffy.
Passi lenti per la stanza oscurata dal sole, lui seduto sullo stesso divano.
La vecchia camera da letto di Buffy era sparita così come la sensazione
di essere di nuovo in quella notte di anni prima.
“Buffy....”
“Mmmm, vedo che ti ricordi ancora come mi chiamo.... sai anche il mio
numero di telefono...? Carino da parte tua trovare un buco fra i tuoi impegni
per venirmi a trovare, ma non dovevi disturbarti in fondo sono solo risuscitata...”
Sorrise cattiva, fredda. “Oh, non credo di aver avuto modo di ringraziarti
per le rose che hai lasciato sulla mia tomba.”
Lui abbassò gli occhi, ferito.
“Che ti succede?”
“Ho scelto di vivere Angel. Pensavi avrei passato la mia esistenza a piangere
la tua perdita?”
“No.”
Lui si alzò, raggiungendola in due passi, vicinissimo al suo volto la
fissava negli occhi.
“In realtà non hai perso tempo. Parker, Riley, Spike. Chi altro?”
“Non sono affari tuoi.”
“Di nuovo, hai ragione.”
Lei si allontanò, avvicinandosi a una finestra, aprendo le tende.
Angel si ritrasse di scatto, investito dalla luce accecante del sole.
Sentì la sua risata indifferente riempire l’aria.
“E’ solo un sogno, Angel. Non andrai a fuoco!!!!”
“Chi sei?”
“Oh, lo sai chi sono. Tu come nessun altro.”
“No, non lo so più. Ti guardo e non ti vedo.”
“Una volta mi hai detto che anche se fossi stato cieco mi avresti trovata...”
“Era solo un sogno.”
“Anche questo è solo un sogno.”
“Dove sei?”
“Qui.”
“Dawn ha bisogno di te.”
“E io ho avuto bisogno di te tante, troppe volte. Non c’eri.”
“Mi dispiace.”
“E’ dispiaciuto anche a me. Non più adesso.”
Distaccata Buffy, imperturbabile.
Lui scosse la testa, guardandosi intorno e allargando le braccia, in un gesto
che avvolgeva l’intero ambiante.
“Cos’è tutto questo? Solo un sogno? O una proiezione dei
miei pensieri? o è qualcosa di più?”
“Non sono mai stata brava con questo genere di cose. Dovresti chiedere
a Giles.”
Lui si avvicinò di nuovo.
Gli occhi della ragazza parlavano d’altro, parlavano di solitudine e di
dolore e paura...
Allungò una mano per sfiorarle il viso.
“Stai bene?”
“Certo che sto bene, Angel.”
Lei baciò le sue dita, lentamente, seguendone il contorno e arrivando
al palmo della mano.
Lo guardò negli occhi e alzandosi sulle punte gli sfiorò le labbra
con le sue.
Sorrise, si staccò da lui.
“Bè, me lo meritavo un bacio di ben tornato.”
Di nuovo quella voce fredda, quel lampo di cattiveria negli occhi.
Si avvicinò lentamente a lui, ondeggiando leggermente sui tacchi altissimi
e sottili, sinuosa e sensuale.
Sorrideva solo con le labbra, fissandolo negli occhi con aria di sfida.
Gli puntò un dito sul petto, giocherellando con un bottone della camicia.
“Non credi che dopo tanto tempo mi meriterei qualcosa di più di
un bacio?”
Lui sgranò gli occhi e lei rise, riempiendo la stanza con quel suono
indolente e sfrontato.
Si allontanò di nuovo da lui.
“Mmm, come vuoi, certo. Non rischiamo la tua preziosissima anima!!”
“Cosa ti è successo Buffy?”
“Niente, Angel. Sono cresciuta. Sono cresciuta, e tu non c’eri:
tutto qui. Forse per te tre anni sono un soffio, tu non invecchi, giusto?? Ma
io in tre anni sono cresciuta, sono cambiata.... E tu sei sempre quello, integerrimo
cavaliere dall’anima tormentata. Sei qui per salvarmi???”
“Devo salvarti?”
“Oh, Angel! E da cosa?”
“Non lo so.... Dimmelo tu.”
Lei andò a chiudere le tende, con un gesto secco e teatrale.
“Oscurità, Angel. Che mi cresce nel petto, che si agita nel sangue,
che morde nelle viscere. Io sono oscurità adesso...”
Lui abbassò lo sguardo sul pavimento.
“Non sei stata rapita, vero? Te ne sei andata.”
“Oh Angel Angel. Non cambi mai, vero? E’ solo un sogno questo!!
Io non sono qui, tu non sei qui. Forse non è neanche reale. Come dicevi
quella mattina? Che anche se avevo sognato di aprire una cartoleria con Giles
a Las Vegas non l’avevo fatto. I sogni non sono veri.”
Lui si avventò su di lei, afferrandole il volto fra le mani e voltandoglielo,
per guardarla dritta negli occhi.
“Non giocare con me, Buffy.”
La rabbia che sentiva agitarsi in lei lo stava contagiando, sentiva pericolosamente
fragile l’argine che dominava il suo demone.
“Che ti sta succedendo.”
I suoi occhi chiari lo fissavano impudenti, accesi da un gelo impenetrabile
e crudo.
“Sono morta, amore. E tu hai permesso che accadesse. Sono morta e tu sei
andato a riprenderti dalla mia morte in un monastero. Sono morta e tu non hai
fatto niente per riportarmi indietro. Ero sola e spaventata e tu non eri al
mio fianco. Che ti aspettavi? Che ti accogliessi a braccia aperte con un bel
sorriso? Mi hanno riportata indietro e neanche ti sei degnato di venirmi a salutare.
E adesso sei qui e pretendi di criticare. Ma che ne sai tu ormai della mia vita?
Niente Angel. Niente.”
Lui la lasciò andare, allontanandosi come scottato.
Le lacrime che non poteva piangere che bruciavano gli occhi come acido.
Nebbia che gli appannava lo sguardo e la terra che gli mancava sotto i piedi.
Poi ,come se lei fosse lontanissima, vide il suo volto inondato di lacrime.
Il trucco che si scioglieva colando in un rivolo nero e sbavato sulle guance.
Angel si svegliò di colpo, sconvolto e sudato.
Solo un sogno... solo un sogno.
Eppure sembrava tutto così tremendamente vero...
Si alzò, controllando meccanicamente che le tende fossero chiuse, perché
ormai era giorno.
Non aveva dormito neppure un paio d’ore.
Cercò una camicia nella roba che Cordelia gli aveva portato da Los Angles.
Si cambiò, si accese una sigaretta.
Aveva ripreso a fumare da qualche giorno.
Quantità spaventose di sigarette.
E a bere caffè.
Anche se lo rendeva molto più nervoso.
In realtà non solo caffè.
Si versò uno scotch.
E alle sei di mattina non era molto salutare.
Gli sembrò di sentire la voce di Cordelia che glielo ripeteva.
Al diavolo, lui era un vampiro!
In silenzio accese la seconda sigaretta e lanciò una lunga occhiata alla
camera di Buffy.
Ma non entrò, non si avvicinò neppure alla stanza.
Restò in piedi, davanti alle finestre chiuse, fissando un punto imprecisato
davanti ai suoi occhi.
Pensando a lei, a quel sogno.
A come l’aveva vista e a come la ricordava.
E ai pericoli che incombevano, alla realtà, a quel demone che aveva affrontato
la notte prima.
Restò immobile per molto tempo, le ore che gli scivolavano addosso umide
e lente.
I suoi pensieri che scavavano il tempo, lo incalzavano, lo abbattevano, lo irridevano
e lo dimenticavano.
Non sentì arrivare Willow con Cordelia, e Giles con Xander e Anya.
“Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna.... visto
che servizio? LA scooby-gang al completo, più la quasi intera, pesantissima
biblioteca di Giles (che ho dovuto portare io.... fra l’altro....). Con
la scusa che tu non poi uscire per via del sole mi hanno fatto fare quattro
piani di scale con tutti questi libri e....”
“C’è l’ascensore, Xander.”
Angel non si voltò quasi a guardarli.
“Mmm, è vero... però..”
Il vampiro zittì con un solo sguardo glaciale il ragazzo.
“Ha scoperto qualcosa Giles?”
“In realtà sì, anche se non molto... mi spiace ma in così
poco tempo....”
“Non abbiamo tempo Giles....”
“Lo so, Angel.”
“Bene, allora mi dica quello che ha scoperto.”
“Un demone di nome Jarisdel viene mandato sulla terra come flagello del
bene. E’ molto antico, quando ancora la terra era solo caos e fuoco lui
si generò dalle fiamme e dalla lava.”
“Un amichetto del Maestro insomma...”
Angel fulminò il ragazzo con uno sguardo, Xander si fece piccolo piccolo,
mordendosi la lingua.
“Continui Giles.”
“Sì, certo, stavo dicendo. E’ molto antico. Ed ha grandi
poteri. Per esempio può rendersi invisibile, e questo l’hai già
visto. E’ molto scaltro, si dice che possa intuire i pensieri o addirittura
leggerli. Può spostarsi con la velocità della luce, dico sul serio.
Si batte secondo le regole degli antichi duelli, della cavalleria. Ha un codice
morale, per così dire. E’ male allo stato puro, è oscurità
pulsante. Può essere definito come una specie di cavaliere, di paladino
delle tenebre, che viene mandato solo contro grandi nemici, persone che hanno
gravemente insidiato il potere del male sulla terra. Non colpisce gli uomini,
sarebbe una lotta troppo impari. Svolge la sua missione e torna da dove è
venuto.”
Angel annuì, andandosi a versare un altro scotch, sotto gli occhi preoccupati
di Cordelia.
“E come lo possiamo affrontare?”
“Non lo so. Nessuno che l’ha affrontato è mai sopravvissuto.
Non esiste un modo per sconfiggerlo, almeno stando a tutto quello che ho letto.”
Un silenzio di tomba calò su tutti loro.
La scintilla del cerino di Angel sfrigolò nell’aria con il fragore
dello scoppio di un incendio.
Le volute di fumo si propagavano lentamente nella stanza.
“E’ stato davvero molto rincuorante. Vorrà dire che dovremo
trovare un modo per rimandarlo da dove è venuto. Anche se nessuno ci
è mai riuscito.” Angel alzò di scatto gli occhi su di loro,
facendoli quasi sobbalzare. “Non permetterò che tocchi Buffy con
un dito, o Dawn.”
Giles si tolse gli occhiali per pulirli.
Passò il fazzoletto bianco sulle lenti con gesti circolari e meccanici.
Si rimise gli occhiali e si alzò, aprendo un libro.
“Sì, certo. Forse Buffy avrebbe qualche possibilità di affrontarlo,
qui non riesco a tradurre bene, il passaggio è molto ambivalente, ma
parla di una prescelta che potrebbe...”
“Buffy non è qui.”
Willow si avvicinò al vampiro, prendendo anche lei un bicchiere.
Angel la guardò perplesso un momento, poi le verso in silenzio il liquore.
La strega lo ingoiò tutto d’un fiato, come una medicina.
Avvampò, la gola in fiamme.
E decise che la prossima volta si sarebbe limitata ad un’aranciata per
calmarsi.
“Angel ha ragione. Non abbiamo idea di dove sia Buffy. E dobbiamo pensare
prima a Jardisdel. Lui potrebbe fare del male a Dawn...”
“Willow, Angel non può affrontare quel demone.”
Il vampiro schiacciò una sigaretta nel portacenere.
“La sua fiducia in me mi commuove, Giles.”
“Non è questione di fiducia, Angel. LUI non ti sfiderà,
non si batterà con te. Perché non è qui per te. Lui non
si batte con... con i suoi simili.”
“Vorrà dire che per questa volta farà un’eccezione
alla regola. Visto che è un pò difficile che io diventi umano.”
“Immagino che abbiate ragione voi, ragazzi....”
“Nell’approvazione generale passiamo alla seconda fase di questo
fantastico piano.”
“Abbiamo un piano?”
Anya tirò una gomitata nelle costole del suo ragazzo, ma troppo tardi
per zittirlo.
“No, Xander. Grazie per avercelo ricordato.”
Angel si alzò risolutamente, afferrando la giacca.
“Bè, da adesso l’abbiamo. Io vado a cercarlo, il sole sta
tramontando. Voi continuate con le ricerche sui libri, un modo per sconfiggerlo,
un’arma che lo possa ferie o un incantesimo che lo indebolisca, qualsiasi
cosa va bene. Dobbiamo mettere Dawn al sicuro. Dov’è adesso?”
Silenzio, sguardi che sfuggivano il suo.
“Bè ecco, l’ho lasciata con Tara...”
“Bene, dove?”
“Vedi, ho pensato che magari potevano essere in pericolo, insomma lo so
che è giorno ma..”
“Willow, non ho tutta la notte.”
“Sono da Spike, nella sua cripta. Ecco, lui è l’unico che
potrebbe proteggerle in caso di un attacco se noi non ci siamo e così
ho pensato che fosse una buona idea...”
Angel scosse la testa rassegnato.
“Certo, hai ragione.... Fantastico, Spike! Va da loro, recita un incantesimo
di protezione sulla cripta, qualcosa che li nasconda agli occhi dei demoni,
nel frattempo vedete di trovare un nascondiglio un pò più originale.”
Si avviò alla porta.
“Oh, Will?”
“Sì, Angel?”
“Dì a Spike che se succede qualcosa a Dawn, per esempio se si rompe
un’unghia o se le va di traverso un’aranciata o se qualcuno le torce
un solo capello, lo riterrò responsabile. E rimpiangerà di non
essere morto sul serio.”
Will riuscì a sorridere vagamente, nonostante il peso di tutti quegli
eventi che stavano crollando loro addosso.
Ma quando alzò gli occhi per rispondere al vampiro, di lui restava solo
la porta che ondeggiava appena.
Scosse la testa, Angel era sempre sparito un attimo prima che tu riuscissi a
dirgli ciao...
La rossa diede stancamente un’occhiata in giro, in quella casa così
diversa dalla loro Buffy.
Sospirò, forse erano stati solo degli egoisti...
Forse tornare non era il destino di Buffy e forse loro avevano sempre condizionato
la sua vita, imbrigliandola nelle catene del suo dovere...
Per tutti loro avere Buffy accanto era rassicurante, si sentivano una sorta
di famiglia...
Ma in realtà era lei sola a portare il peso di tutto.
Il peso del mondo, il peso della sua missione, il peso della salvezza di Dawn.
Forse quel peso era diventato davvero troppo per Buffy.
Ti vogliamo bene Buffy, io ti voglio bene.... e lo so che non ti siamo mai d’aiuto
in realtà, lo so che sei costretta a preoccuparti per tutti noi... ma
,accidenti, noi abbiamo davvero bisogno di te e della tua forza d’animo...
forse non te l’abbiamo mai detto, ma non è perché tu sei
la cacciatrice... è perché sei la persona meravigliosa che sei...
e sei nostra amica... scusaci se non te l’abbiamo mai detto...
Willow uscì dalla camera da letto della sua migliore amica con una sciarpa
fra le mani.
Voleva di nuovo provare ad eseguire un’incantesimo per cercarla.
Ma non subito.... adesso dovevano andare al Magic Shop, cercare notizie su Jarisdel,
un modo per sconfiggerlo....
La voce dolce di Willow.
Un pò triste, un pò rammaricata, ma così calda, così
rassicurante.
Era lontana, e inafferrabile.
Ma squarciava leggermente quell’oscurità pressante che la avvolgeva.
Un piccolo raggio di luce che raggiungeva il suo cuore intorpidito e raggelato.
Una voce che la richiamava a se stessa, e a quello che era stata.
Ti vogliamo bene...
Un sorriso che placava il mare in tempesta della sua anima oscurata.
Oscurità fitta e vischiosa che le invadeva lo spirito.
Una battaglia invisibile che si combatteva dentro di lei e la devastava.
Senza scampo, senza sosta, ogni istante, ogni secondo, da quando era tornata.
Nuova vita.... vecchi incubi...
Tenebre che non aveva mai sospettato dentro di sé... istinto... ragione...
rabbia... dolore.. dovere... sofferenza.... amore...
E quella battaglia, senza fine, senza tregua... in ogni fibra del suo essere...
Oscurità che la sommergeva a ondate, tenebra che la affogava e le toglieva
il respiro, ogni istante di più... ogni istante più lontana da
quello che era...
Consapevolezza....
Willow... Dawn... un combattimento... l’aveva presa...
E poi solo buio, di nuovo, che le entrava con l’aria nei polmoni, che
le inquinava il respiro.
Buffy gemette leggermente, agitandosi appena.
Dagli occhi chiusi una lacrima solitaria ,luce di stelle nel buio della sua
prigione, le scese sul viso, mischiandosi al sangue secco che si era rappreso
appena sotto uno zigomo, quasi all’altezza di un taglio livido e gonfio.
La lacrima scivolò lentamente dalla guancia, cadendo sulla camicetta
strappata e macchiandola.
La voce di Willow si perse nel vuoto.
Nessun vampiro si parò sulla sua strada.
Nessun non morto osò incrociare la sua lucida furia.
Angel percorse silenziosamente il cimitero, cercando in vano Jarisdel.
Nella mente solo immagini confuse di Buffy.
E di quel sogno incredibile, troppo reale per essere solo un sogno.
Le sue parole e le sue azioni.
La freddezza nei suoi occhi e il vortice delle emozioni che si agitava sotto
al superficie.
La rabbia e la paura che covavano nel suo petto.
Inavvicinabile Buffy... barricata dietro la battaglia della sua anima.
Buffy... ancora una ragazzina spaventata.... una donna con i suoi segreti e
i suoi dolori....
Buffy, così diversa... così cambiata....
Buffy segnata da quel soggiorno in un’altra dimensione.
Una scarica elettrica lo attraversò improvvisamente.
I sensi paralizzati, i pensieri annullati.
Jarisdel era lì.
“Vieni fuori. Non mi piace giocare.”
“Strano, pensavo ti piacesse, Angelus. Giocare con le tue vittime, dolore
e piacere... follia...”
Il vampiro ringhiò sommessamente.
“Io. Non. Sono. Lui.”
Jarisdel rise compiaciuto.
Il suono delle sue risa come uno scroscio di metallo che si infrange nella notte.
“Certo, tu non sei un demone, come quelli che cacci, come me. Tu hai la
tu anima lucente... Non piace neppure a me giocare, Angelus. Un’anima
non può cambiare quello che tu sei.”
“Dimostralo. Esci allo scoperto e affrontami.”
“Non sono qui per te.”
“L’hai già detto.”
“Dammi lei, portami da lei. E’ solo la cacciatrice che voglio. Non
toccherò nessuno dei preziosi umani che proteggi, se è questo
quello che vuoi, Angelus. Dammi lei e io ti renderò alla tua natura,
ti consegnerò il mondo. Dammi la mia guerra e chiedi in cambio quello
che vuoi.”
Questa volta fu Angel a ridere, piano, per un solo istante.
“Credi davvero di potermi corrompere così??? Sei solo un illuso
compiaciuto del suo potere, tanto acciecato dalla sua invincibilità da
non essere neppure più pericoloso!”
Una nota di irritazione salì nella voce del demone.
Ed Angel sorrise.
Lo stava innervosendo.
Era un buon segno.
“La cacciatrice è l’unica degna di affrontarmi. Io VOGLIO
la mia guerra. Credi davvero che lei meriti tutto quello che stai facendo per
proteggerla? Oh, no ,Angelus, no. Lei è cambiata, vero? La vita che le
è stata resa l’ha profondamente segnata, lei è un’altra.
E’ diversa... e la malvagità striscia in lei, non è vero.....?”
Angel fece un passo indietro.
Stava decifrando le sue emozioni, stava scavandogli nella mente.
Schermò rapidamente il cuore, e i pensieri.
Intuendo che Jarisdel non aveva la capacità di leggere i pensieri, ma
di intuire, di decifrare le sensazioni, le emozioni, le paure di chi gli stava
di fronte per usarle contro di lui.
“Non funziona con me Jarisdel. E’ come in uno specchio. Non mi rifletto.
Dovresti saperlo.”
“Hm, complimenti Angelus... Sei riuscito a capirlo molto prima di quanto
mi aspettassi.”
“Ho un sacco di sorprese in serbo...”
Con un inatteso e repentino movimento del polso Angel scagliò un pugnale
esattamente nella direzione del demone che fronteggiava, girandosi verso di
lui con grazie felina.
E con il sorriso appena accennato e tranquillo di un felino che si lecca pacatamente
i baffi mentre osserva la sua preda ancora inconsapevole abbeverarsi sicura
ad una fonte, rimase a guardare l’arma affilata conficcarsi nel suo nemico.
Lo stiletto rimase sospeso nell’aria, affondato fino a metà della
lama.
Vide l’aria rarefarsi e poi contrarsi, mentre una nebbia sempre più
fitta si materializzava davanti a lui.
Brandelli sfilacciati che si ricomponevano lentamente.
Occhi di ghiaccio che lo trapassavano accesi da una furia antica e da una presunzione
inestinguibile.
Jarisdel era a pochi metri da lui.
Una figura alta e longilinea, i lineamenti finemente cesellati.
Il demone era di una bellezza sconvolgente e innaturale, una perfezione appannata
solo dalla totale crudeltà che gli danzava nei bellissimi occhi chiari.
I capelli castano chiaro si agitavano morbidamente al vento fresco della sera,
la luna si rifletteva sulla pelle diafana, gli occhi verdazzurri erano puntati
sul vampiro davanti a lui.
“Non mi complimenterò con te una seconda volta questa sera.”
“Non farlo! Combatti Jarisdel, combatti.”
“Tu non sei quello che voglio!”
“Trova in tutta la tua perfetta malignità il coraggio di affrontarmi
fregandotene della tua missione e del tuo destino! O non hai il fegato di andare
contro gli ordini dei tuoi infernali superiori? In tutta la tua straordinaria
potenza ,oltre a stupirmi con questi effetti speciali da prestigiatore, hai
anche la capacità di decidere chi è il tuo nemico o sei stato
creato unicamente per la tua missione? Avanti, Jaridsel....”
Angel vide la rabbia dipingersi sul volto del suo nemico.
“Vuoi la tua guerra? Allora combattila! Sono qui e ti sfido Jarisdel.”
Il demone si slanciò contro Angel senza una parola.
Con la velocità di un fulmine, con la forza di una tempesta.
Due titani che si affrontano, e la natura attorno a loro trema della loro invincibilità.
Combattimento lungo, sfiancante.
Jarisdel era veloce, rapido, preciso, potente, inavvicinabile, praticamente
invulnerabile.
Angel si trovò più volte sul punto di cedere.
Riscoprendo ogni volta nuova forza e una disperata capacità di resistenza.
Il volto sporco del sangue che gli colava dal naso, l’aspetto mutato in
quello del demone.
Il suo nemico era troppo forte.
Combattevano senza armi, ora avvinghiati nella lotta ora studiandosi da lontano,
nel più assoluto silenzio.
Jarisdel guardava il vampiro, celando nel gelo del suo sguardo lo stupore.
Nessun altro avversario era mai durato tanto in uno scontro diretto.
Un attimo e furono di nuovo l’uno addosso all’altro.
Temibili, feroci, furiosi, crudeli, selvaggi.
Senza rendersi conto di come, improvvisamente Jarisdel sentì canini affilati
penetrargli la pelle, entrare nella carne.
Angel avvertì la sua spalla che si spezzava, un attimo prima di venir
scagliato lontano, sbattendo violentemente a terra.
Jarisdel era in piedi davanti a lui, una mano premuta sul collo, una striscia
sottilissima di sangue che gli macchiava la giubba della stessa sfumatura dei
suoi occhi.
“Non è finita Angelus. Non stanotte. Mi hai sfidato. E morirai.
Hai acceso una guerra e perirai nel suo fuoco. Ma ricorda che io avrò
anche lei.”
Sparì nella notte.
Angel si rialzò a fatica, ogni singolo osso ammaccato e dolorante, la
spalla che pulsava incessantemente di un dolore che gli oscurava lo sguardo
con cascate di piccoli lampi di luce nera.
Reggendosi a stento in piedi il vampiro si allontanò dal cimitero.
Qualsiasi cosa fosse successa, era riuscito nel suo intento, e in un modo o
nell’altro aveva distolto Jarisdel dal suo obbiettivo: Buffy.
Tornò a casa.
Si fece una doccia, e si buttò a letto.
Sul letto per la precisione, troppo stanco per scomodarsi a scostare le lenzuola.
E troppo stanco perfino per rendersi conto che quella era la camera di Buffy.
In un’altra momento non sarebbe riuscito neppure a chiudere occhio lì
dentro, ma il suo corpo reclamava prepotentemente un pò di riposo.
Aveva passato troppe notti e giorni insonni, roso dall’ansia e dalle preoccupazioni,
senza che le cacce estenuanti lo stancassero a sufficienza per permettergli
di riposare qualche ora di fila.
Si addormentò immediatamente, il silenzio che lo accoglieva benigno,
l’oblio che scendeva rapido e inesorabile annullando il dolore delle membra
intorpidite.
La luce obliqua e tremolante della candele impregnava l’aria.
Ce n’erano dappertutto, sistemate a gruppi per terra, appoggiate sui mobili
o nei candelabri.
Le fiamme danzavano leggere nel vuoto disegnando ombre dorate sulle pareti.
E il profumo della cera sciolta aromatizzava l’ambiente.
Oltre la luce delle candele c’era solo un buio impenetrabile e vellutato.
Lei era in piedi avvolta da quella luce incerta e palpitante, che si rifletteva
sulla sua pelle e scintillava fra i suoi cappelli sciolti.
Gli dava le spalle.
Era avvolta in un lungo vestito color vino che le ricadeva fino ai piedi ,nudi,
e si appoggiava morbidamente sul suo corpo.
Una profonda scollatura a imbuto le scopriva la schiena.
“Ti aspettavo.”
Si girò verso di lui, la chioma ondeggiante accesa dai mille riflessi
delle candele.
Gli occhi un vortice in cui perdersi e annegare.
“Buffy...”
La ragazza piegò la testa di lato, facendo muovere i capelli che le scivolarono
dalle spalle ricadendo morbidamente e scoprendo il collo perfetto.
“Ciao.”
Aveva uno sguardo luminoso, ma pericolosamente lucido, e un sorriso triste.
Angel non le rispose.
“Sapevo che mi avresti trovata...”
La guardò perplesso.
“Trovata... dove?”
“Qui.”
“Mi sei mancato.”
Si avvicinò, il vestito che fluttuava attorno alle sue caviglie.
Alzò una mano a sfiorare la guancia livida del vampiro.
Angel non si ritrasse.
“Che è successo? Una battaglia?”
“Sì.”
Negli occhi della ragazza passò un lampo di preoccupazione, un misto
di ansia e di dolore.
“Stai bene?”
Angel si allontanò di un passo, per guardarla più agevolmente.
“Non preoccuparti per me.”
“Come vuoi......”
I suoi occhi brillavano di lacrime adesso.
“Scusa, è che tutto questo è così strano... non volevo
ferirti... sto bene, Buffy, ma...”
Lei cercò di nuovo di sorridere, ingoiando quelle lacrime.
Gli mise un dito sulle labbra.
“Shh... non dire niente... io... resta solo con me... per favore... resta
con me...”
La baciò dolcemente, assaporando il sale delle sue lacrime, bevendo ogni
suo respiro.
E lei circondò il suo collo con le braccia e si strinse a lui lasciando
che quelle lacrime scorressero, e che quel bacio infinito frenasse il suo pianto
e il buio nella sua anima.
Angel lasciò le sue labbra, l’incredibile sensazione di essere
senza fiato, mentre già bramava nuovamente il loro calore.
Gli girava la testa, quasi che quel bacio gli avesse prosciugato le forze, quasi
che lei gli prosciugasse l’anima.
Le accarezzò teneramente il viso, sfiorandole le ciglia con le dita,
scostando i capelli.
Lei aprì gli occhi ,pozze chiare di luna, e li fissò dentro ai
suoi.
Il dolore e la confusione della donna lo assalirono, impadronendosi dei suoi
sensi e della sua anima.
“Oh, Buffy... cosa sta succedendo?”
“Non lo so. So solo che adesso sono qui con te. Ed è passato troppo
tempo. E non mi importa se non è reale... perché è adesso...
perché è solo per noi... non voglio sapere del mondo, Angel....
non voglio sapere di una nuova battaglia.... o di una vecchia guerra... voglio
qualcosa per me, una volta ogni tanto....”
Lo baciò di nuovo, con passione e con rabbia, con un dolore che le scoppiava
nel cuore.
Di nuovo la guardò negli occhi.
“Sei tu?”
“Sì.”
Mille cose non dette, mille attimi persi.
Solo loro due, per l’eternità di un minuto, o di una notte.
Angel la sollevò, prendendola fra le braccia, catturando le sua labbra
in un bacio insaziabile.
Il lungo vestito cadde a terra in un soffio, e lui la adagiò sul letto.
Il silenzio acceso solamente dai sospiri di Buffy li circondava.
E la notte era lontana, così come il mondo.
Sogni... solo un sogno lunghissimo...
Mentre le accarezzava dolcemente i capelli e ascoltava il respiro di lei infrangersi
sulla sue pelle gelida, sapeva che era solo un sogno.
E che lei sarebbe sparita come un miraggio attraversato dalla luce del sole.
Eppure il suo calore era così reale, il suo corpo così vivo.
Buffy era tranquillamente rifugiata fra le sue braccia, gli occhi chiusi, i
pensieri che volavano lontani, l’oscurità che sentiva ribollire
nel suo cuore placata.
Non una parola volava in quel silenzio surreale.
Avrebbe volute dirle tante, troppe cose, sommergerla di domande, annullare il
dolore che appannava i suoi occhi, ma aveva paura che quell’incantesimo
si potesse spezzare.
“Buffy...” le sussurrò fra i capelli.
Lei alzò il capo che aveva appoggiato sul suo petto e lo guardò
negli occhi.
“Lo so... devi andare.... sei sempre andato via... da me... non ho mai
capito se fuggivi me o te stesso... e quello che sentivi... ma non mi importa
più... non lascerò che tu mi spezzi di nuovo il cuore.”
La voce di Angel era ferita, accusò in silenzio l’ennesimo colpo
che le gli infliggeva da quando s e n’era andato, da quella terribile
notte nelle fogne, quante discussioni... quanto dolore... quante accuse....
“Sai che non ho mai voluto farti soffrire Buffy, ho sempre voluto solo
il tuo bene, ma..”
“Il mio bene? Punto di vista interessante, amore. Davvero.”
Di nuovo quella luce fredda e sicura nei suoi occhi belli, troppo belli.
“Vediamo, quando mi hai mollata sola a casa tua dopo che avevamo fatto
l’amore per la prima volta, era per il mio bene? E tutto quello che mi
hai detto era per il mio bene? Maledizione ,Angel, avevo diciassette anni ed
ero innamorata, non mi importa se era il tuo demone a parlare, eri tu, maledizione!
La tua voce, il tuo corpo, le tue labbra, i tuoi modi, i tuoi pensieri. Eri
tu, talmente spaventato dal fatto di amarmi che mi rifiutavi con violenza. Hai
ucciso le mie speranze i miei sogni!! Cristo, Angel, da quella notte mi sono
sempre svegliata con il terrore di essere sola, con il terrore che al mio fianco
ci fosse solo vuoto. Ed è continuata sempre questa paura, ed è
cresciuta, e io mi arrabbiavo e la ingoiavo, e ti odiavo, ma non serviva a niente,
lei era lì in agguato, fra le lacrime disperata di una ragazzina tradita
a morte!!”
La sua voce era alta adesso, risuonava nella stanza come una condanna, tormentando
e annientando il vampiro che già troppe volte si era maledetto per il
male che le aveva fatto.
Lei si alzò con calma, respirando a fondo, le lenzuola avvolte attorno
al corpo.
“Ma da quando sono tornata quella paura non c’è più.
O forse è ancora lì sepolta nel mio cuore.... ma io non la sento...
perché tutto è soffocato da questa oscurità che mi cresce
dentro... non ho più il controllo... è come se combattessi contro
me stessa, e sono così stanca.... Non so più chi sono, o cosa
voglio... ed è facile lasciarsi andare fra le onde che mi invadono l’anima...”
Gli rivolse uno sguardo umido di lacrime, di nuovo allagato di paura, la freddezza
sciolta nel dolore e nella confusione.
“Forse è solo la mi natura di cacciatrice che affiora... forse...
non lo so... è come se sentissi di dover combattere, e uccidere, ma non
mi importasse di farlo per una causa, per uno scopo... per difendere l’umanità...
non mi importa... ci sono solo io, e quello che sento... ed è egoistico,
ma è quello che voglio, credo...”
Anche lui si alzò, raggiungendola vicino alla finestra.
Le circondò la vita con le braccia, stringendola a sé in un gesto
rassicurante.
Dimenticando ancora una volta ,come sempre, le cattiverie che gli aveva detto,
dimenticando i suoi sentimenti, solo per consolarla e confortarla.
“Tu non sei solo una cacciatrice... non so come aiutarti, Buffy, perché
non lasci che io mi avvicini. Un attimo sei così vicina, e posso quasi
toccare il tuo cuore, un attimo dopo ti allontani, e metti fra noi un baratro
invalicabile. L’oscurità che ti cresce dentro ,so cosa si prova,
Buffy. Quando l’istinto è più forte della volontà,
quando si soffre talmente tanto da dimenticare tutti gli altri. Ma io... sono
un demone.. e tutto questo è diverso, credo... per te è diverso...
Ma se non mi lascia capire, non posso fare niente per aiutarti...”
Lei si girò nel suo abbraccio, appoggiandogli entrambe le mani sul petto
ed evitando appena il suo sguardo.
“Non puoi fare niente... io... non devi fare niente, Angel... questo è
solo illusione... e ,dio, non so neanche se esisto all’infuori di questo...
non posso farti capire, perché non capisco neppure io...”
“Buffy, ho bisogno di te. Di trovarti. Non solo Dawn, non solo gli altri
hanno bisogno di te, sono io che ne ho. Fisicamente, Buffy, nella realtà.”
Lei si staccò bruscamente dalle braccia del suo compagno.
“Oh, mi spiace tanto. Te l’ho già detto, ho avuto bisogno
di te tante volta, ma tu non c’eri? Dov’eri? A salvare il mondo
o a letto con Darla?? Adesso è il tuo tuono! Io non posso aiutarti. Non
mi importa di Dawn, degli altri, io ho bisogno di trovare quello che cerco,
di capire quello che sono. E devo farlo da sola. Non so cosa sia successo, o
dove sono, non ricordo è come un buio profondo nella testa. E forse non
voglio dirti dove sono, forse non voglio tornare. Te l’ho detto, non mi
importa di nuove battaglie.”
Lui restò a guardare quella donna che non conosceva più.
In lei c’era anche la ragazza che comprendeva così bene, di cui
poteva leggere il cuore con uno sguardo, ma troppe ferite solcavano la sua anima,
e troppe battaglie l’aveva cambiata.
Ma quella era sempre la sua Buffy e l’amava.
E sapeva ,contro ogni apparenza e contro ogni logica, che anche lei lo amava.
Lo leggeva in quegli occhi turbinosi e accesi da un fuoco che le divorava l’anima.
Quei roghi che bruciavano più di stelle sul suo viso lo ipnotizzavano
e lo avvincevano in catene che non poteva spezzare.
Qualcosa in lei ,quelle scintille fredde che le indurivano lo sguardo, lo inquietava.
E il fuoco del suo essere lo induceva a ritrarsi da lei, ma contemporaneamente
sapeva di non poterle stare lontano.
“Trova quello che cerchi, Buffy. Prima di perdere te stessa.”
Angel riaprì gli occhi.
La camera da letto era buia, attraverso le tende pesanti si diffondeva solo
una specie di luminosità rarefatta, che si appoggiava su ogni cosa come
l’aura di un fantasma.
Scattò a sedere sul letto, il fiato che gli moriva in gola.
Di nuovo quell’assurda sensazione che gli mancasse il respiro, come se
avesse mai potuto respirare...
Uscì dalla stanza come da un luogo di morte, lasciandosi il pesante fardello
di quel sogno e delle parole della ragazza nella camera.
Ritrovò con sollievo un pacchetto di sigarette e passeggiando nervosamente
per l’appartamento, imprigionato dal sole più che dalle sbarre
più resistenti che potessero essere costruite, ne accese una dopo l’altra,
ingoiando avidamente ogni boccata.
E si versò una serie infinita di scotch, sfogliano i libri di Giles senza
vedere le pagine, scorrendo le righe e le parole senza riuscire a leggere una
sola parola.
Alla fine ,senza aver trovato nulla su Jarisdel o su un modo per poterlo sconfiggere,
scaraventò l’ultimo volume contro la parete.
Il libro fu segutio a ruota dal bicchiere pieno per metà di liquore,
che si infranse rumorosamente, andando in mille pezzi.
“Eccezionale, non hai ancora trovato un modo per licenziarmi e allora
stai cercando di eliminarmi fisicamente? Guarda basta dirlo, mica mi offendo...
e poi io lo faccio solo per farti un favore, in realtà io voglio fare
la modella, non ho mica intenzione di rimanere in eterno la tua segretaria!.........Mmm,
in eterno è la definizione appropriata.... ehi, ma stai bene? Hai una
faccia... Non che tu possa essere più pallido del solito, immagino...
però hai degli occhi... e..” tossicchiò “Accidenti
l’aria qua dentro è irrespirabile! Vabbè tu non respiri,
però io sì. Rischio di ubriacarmi solo per l’odore di alcool
che c’è qui... e poi il puzzo di fumo, bleah hai impestato tutto
con le sigarette... Posso aprire le finestre? magari lascio le tende tirate,
però almeno si cambi un pò l’aria.”
Senza aspettare che lui le rispondesse si diresse alle finestre e le aprì
per reciclare l’ambiente.
Sembrava quasi che il vampiro non si fosse accorto di lei.
Cordelia era preoccupata per lui.
“Hai dormito un pò?”
“Sì, in un certo senso.”
“Mmm? Mai una volta che tu dica una cosa in maniera chiara. Dov’è
la luce?”
Cordelia trovò l’interruttore, continuando a parlare di qualcosa
che era successo a Los Angles.
“Ma sei ferito...”
“Ho fatto quattro chiacchiere con Jarisdel.”
“Da come sei conciato direi che è un tipo loquace.”
Angel sorrise.
E Cordelia si sentì subito meglio, almeno era riuscita a scuoterlo un
pochino.
Da quando aveva saputo di Buffy, era come se il mondo gli fosse letteralmente
caduto addosso.
“Bene, allora il cavaliere del male ti ha sfidato.”
“Già.”
“Giles diceva che non l’avrebbe fatto. Non vedo l’ora di dargli
la notizia, adoro contraddirlo....”
“Cordelia...”
Aveva il tono di chi sta per fare una romanzina.
“Ehi, qualche modo per divertirmi dovrò pur trovarlo.... Comunque
sono sicura che non vede l’ora di avere notizie sul nuovo demone, gli
brilleranno gli occhi di sicuro! Ho parcheggiato qui davanti, sono solo due
passi al sole...”
“Va bene, andiamo.”
“Non essere troppo entusiasta che poi mi contagi... Ehi, la troveremo...
ancora nessuna notizia di lei, vero?”
Lui le rivolse uno sguardo vuoto.
“No.” mentì.
Il Magic Shop era avvolto in una penombra silenziosa.
Cordelia entrò, portando una ventata di colore e di allegria.
Qualcuno doveva pur salvarli dalla depressione...
“Allora vi ho portato il paladino del bene... per essere il cavaliere
del bene ha i denti un pò troppo appuntiti ed è anche un pò
malconcio a dirla tutta, ma aveva terminato i principi azzurri...”
Giles si alzò, raggiungendo i due ragazzi.
Angel lo ragguagliò rapidamente.
“Vuoi dire che ha accettato di battersi con te?”
Un’alzata di sopracciglia del vampiro lo indusse a non fare altre domande
inutili.
“Adesso abbiamo davvero un problema. Trovare un’arma per sconfiggerlo.”
“Effettivamente una mano non mi dispiacerebbe. Di qualsiasi cosa sia fatto,
Giles, non è carne e sangue. L’ho morso, e ho visto la sua camicia
sporca di un liquido rosso. Ma non era sangue. Qualsiasi altra cosa fosse, non
era sangue. Non mi stupirei se fosse veleno... ma più concretamente potrebbe
essere un qualche tipo di sostanza per lui vitale, un fluido...”
“Farò delle ricerche, potrei chiedere che gli archivi del Consiglio
vengano consultati.”
“E cosa dirà? Che la cacciatrice è sparita e che ad affrontare
quel demone c’è un vampiro, mentre un altro vampiro protegge la
chiave?? Pensa che le daranno retta? L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno
adesso è una squadra del Consiglio fra i piedi. Non uccido essersi umani
da molto tempo Giles, ma non faccia in modo che la mia strada e quella del Consiglio
si scontrino, perché avere un’anima non implica essere diventato
un santo.”
Giles annuì.
Un modo per sconfiggere Jarisdel.
E tenere a bada il Consiglio.
E trovare Buffy.
L’osservatore si sedette pesantemente su una sedia, i pensieri che gli
si azzuffavano in testa.
“L’hai morso... si sentirà oltraggiato... forse abbiamo catturato
la sua attenzione per un pò di tempo..”
“Non potrò tenerlo a bada molto, Giles. Morderlo non è stata
una bella idea, ha fatto peggio a me che a lui. Non posso sconfiggerlo senza
aiuto.”
“Lo so. Un’arma. Deve esistere un’arma adeguata. Ma non siamo
ancora riusciti ad individuare quale...”
“Il che equivale al fatto che non esista. Se non ne siamo in possesso
è del tutto inutile. Crede che Jarisdel sappia dell’esistenza di
quest’arma?”
“Non lo so neanche io... figurati se lo sa lui...”
“La sua modestia mi acceca, Jarisdel ha milioni di anni, possiamo mettere
in conto che sappia qualcosina più di lei in campo di armi antiche. Soprattutto
su quelle che lo possono uccidere.”
“Tu non sapevi della spada e di Achatla.”
“Recepito, Giles, la prossima volta non contesterò le sue conoscenze...”
“No, non volevo... insomma intendevo dire che...”
“So cosa intendeva. Ma se Jarisdel sa dell’arma non abbiamo possibilità.”
“Ammesso che esista..”
Anya si mise le mani sui fianchi, piantandosi in piedi fra i due uomini con
l’aria arrabbiata.
“Insomma, fra tutti e due sembra che siamo spacciati. Jarisdel qua, Jarisdel
là... non è mica dio!! Siamo d’accordo un gran bel ragazzo,
però un pò montato! Tutte quelle voci sui suoi poteri, una gran
bufala. I suoi punti deboli li ha anche lui!!”
Tutti gli occhi della stanza si puntarono immediatamente su di lei, nel silenzio
più assoluto.
Anya si schiarì la voce, appena imbarazzata...
“Voglio dire... io non lo so quali sono... perché ve li avrei già
elencati! Però ho sentito delle storie ,si raccontano u sacco di storie
su di lui. Un demone della tempesta con cui uscivo, più di cinquecento
anni fa, parlava di un arco... ecco non sono sicura perché ero un pò
disattenta... forse era una lancia... che può essere impugnato solo da
un cuore puro, ma che abbia forza del male... è un pò confuso
come racconto, ma ero piuttosto impegnata in quel periodo.... che può
ferire Jarisdel o ucciderlo? e rimandarlo da dove è venuto...”
“Anya????????! Anya, ma perché non l’hai detto prima?”
La ragazza li guardò offesissima.
“Invece di ringraziarmi, ingrati!! Mi è venuto in mente solo adesso....!”
Giles scosse la testa.... Anya era irrecuperabile.
“Naturalmente Anya... bene, diamoci da fare con le ricerche adesso...”
Non aveva ancora terminato di pronunciare quella frase ,diventata ormai di rito,
che il telefono squillò vivacemente.
Il trillo echeggiante rimbalzò per l’intera stanza, schioccando
intensamente nelle loro orecchie come per ricordare a tutti che fuori da quel
piccolo rifugio impregnato del profumo dei libri antichi il mondo continuava
a fremere, a pulsare, a vivere.
Tutti guardarono appena perplessi l’apparecchio impertinente che riempiva
il negozio di quel suono così invadente.
Ma nessuno accennava a muoversi per rispondere.
Anya aveva deciso che tutti apprezzavano troppo poco il suo lavoro ed il suo
impegno per aiutarli, e quindi non avrebbe mosso un dito se non dopo aver ricevuto
le debite scuse dal suo principale.
Finalmente Willow ruppe quel momento di immobilità e raggiunse l’apparecchio
afferrando la cornetta.
“ Magic Shop, buongiorno, mi spiace, ma al momento siamo chiusi saremo
lieti di aiutarla non appena....”
La strega non riuscì a finire la frase.
“Oh... io... ho capito... sì, certo. Noi... non so se potremo passare
a prenderlo. Capisco... certo, è urgente. Pericolo? Sei sicuro...? Mmm
violento? Ma se non può neanche... a, bè sì.... Ecco, io
vedrò cosa fare... Subito. Ecco.......... mando qualcuno..... Certo,
grazie.”
Willow rimise al suo posto la cornetta e si schiarì la voce, cercando
un buon modo per dirlo ad Angel.
Un modo per evitare che si dimenticasse di avere un’anima e le staccasse
letteralmente la testa dal corpo per quello che gli chiedeva di fare.
Tossicchiò, si schiarì la voce, prima di girarsi verso il gruppo.
Dieci paia di occhi accesi di curiosità puntati su di lei.
Tossicchiò di nuovo, la voce fievole e incerta.
Angel la guardò preoccupato.
“Allora ,Will? Chi era?”
“Oh, bè, ecco... nessuno...”
“Nessuno?”
“Sì insomma qualcuno era perché parlava, però non
mi ha detto come si chiama.”
Lo sguardo del vampiro infiammato e arso.
“Buffy??”
“NO.... no, mi spiace... niente di Buffy.... era, vedi, ecco... era...”
“Chi??!”
“Un cameriere del bar di Willy, credo almeno........”
Angel ringhiò sommessamente, quasi nessuno fece caso al vampiro, tutti
che pendevano dalle labbra della rossa.
“Non l’ha detto... però chiamava da Willy... lui.... ecco,
sa che noi e Spike... siamo bè ha detto amici...”
Questa volta il ringhio di Angel fu udibile.
“Che voleva?”
“Dunque.... vediamo.... Spike... lui.... era uscito per comprare del gelato
a Dawn.... sai nel frigorifero, non aveva nulla di adatto a una ragazzina....
credo.. e poi Dawn insisteva tanto.....”
Angel la interruppe con un gesto violento, uno scatto rapido e malfermo del
braccio.
“E’ successo qualcosa a Dawn??”
“No, tutto a posto. Ma Spike.... è passato da Willy.... e insomma....
adesso è là ubriaco fradicio che straparla.... un pò si
da la colpa della sparizione di Buffy e un pò insulta e attacca briga
con i demoni e i vampiri che sono lì.... Ha sfasciato mezzo locale, e
Willy è preoccupato, i vampiri che provoca stanno perdendo la pazienza....
e potrebbero...”
Angel si rilassò leggermente.
Si accese con calma una sigaretta, e si avviò alla porta.
“Vado a prendere Dawn e Tara, le porto in un posto più sicuro,
la vecchia magione potrebbe anche andare bene....”
“Mh, Angel. Spike è in pericolo...”
“Se lo ridurranno in cenere, sarà un molto più caritatevole
di quello che gli farei io se mi capitasse a portata di mano.”
“Sì, certo. Puoi farlo dopo che l’hai recuperato? .............Perché
ho detto che andavamo a prenderlo. E ,bè, è un pò fuori
di testa se andassimo noi, non credo riusciremmo a portarlo fuori...”
“Io non vado da nessuna parte a prendere Spike.”
“Angel....”
“No!”
“Ma lui è in.....”
“Ho detto di no!”
Cordelia gli lanciò un’occhiataccia.
Sorrise segretamente.
“In fondo è colpa tua se adesso Spike è quello che è...”
“Un irresponsabile, irritante, vampiro infantile e petulante, vanaglorioso,
insopportabile?”
Cordelia sorrise di nuovo... l’arma del rimorso funzionava sempre con
Angel....
“Come vuoi, ma è passato dalla nostra parte, ha aiutato Buffy con
Glory, e vuole bene a Dawn....”
“Ha solo un chip in testa....”
Willow si intromise titubante...
“Da Willy hanno detto di andare subito...”
Angel si incamminò ,rassegnato, all’uscita.
“Va bene lo stesso se ve lo riporto sotto forma di cenere....?”
Ma prima che potessero rispondere era già stato inghiottito dalla notte.
Angel entrò silenziosamente, comparendo sulla porta come
un fantasma.
Il locale era completamente distrutto, quasi del tutto al buio.
Un gruppo di vampiri ringhianti e di demoni sbavanti si apprestava ad attaccare.
Una figura indistinta e vociante ,vicino al bancone, li minacciava brandendo
un’inutile bottiglia di vetro rotta.
Dietro al bancone, Willy si lamentava rumorosamente, mischiando suppliche a
minacce.
Angel represse un violento sospiro e avanzò di un passo, lasciando che
la debole luce penzolante dal soffitto lo illuminasse.
Il lumicino scoprì il volto umano del vampiro, attraversato da ombre
mutevoli e capricciose che contribuivano solo a sottolineare la fredda ferocia
e la muta minaccia presenti nei suoi occhi.
Il gruppetto indietreggiò un passo.
L’espressione efferata di Angel avrebbe scoraggiato dal contraddirlo la
più agguerrita ed orgogliosa delle creature, e perfino la più
stupida avrebbe evitato di irritarlo in quel momento.
Un enorme, orribile demone Melanos si avventò istintivamente contro il
vampiro.
Angel non si scompose, non si mosse di un passo.
Aspettò che il demone gli arrivasse davanti, lo afferrò per il
collo e , il volto mutato per un attimo in quello del vampiro, lo spazzò
di netto.
Lasciò ricadere il corpo inerte e molle come quello di un pupazzo ai
suoi piedi.
Lanciò un’occhiata agli altri.
Il bar si svuotò in meno di un secondo.
Angel cercò di dominarsi e si diresse verso Spike, che urlava a tutta
voce contro l’aria.
Willy, avvertendo la relativa calma, si arrischiò a sbirciare oltre il
suo nascondiglio.
Un’espressione di sollievo si dipinse sul volto dell’omuncolo.
“Angeeel....... amico.... non sono mai stato tanto contento di vederti......”
“Zitto Willy, o sarà anche l’ultima volta che mi vedi.”
“O.K. non ti scaldare, adesso tolgo il disturbo...”
“Non muovereti di lì.”
Uno sguardo perentorio congelò il viscido omino nella sua posizione.
“Spike, adesso basta. Vieni via.”
Il vampiro strinse i pungi, per impedirsi di colpire il child di Drusilla.
“Mmmm e tu chi saresti....?”
Il tono di Spike era strascicato, la voce impastata.
Scivolava su ogni parole, sputandole fuori a fatica una dopo l’altra.
“Angel, naturalmente. Angel. Il nostro cavaliere senza macchia. Chi altro???!
Sei dovunque ormai!! Cosa c’è salvare tutta la Scooby-gang non
era sufficiente?? Adesso vuoi impicciarti anche dei fatti miei. Bè si
da il caso che non mi serva la balia!!!!! Fuori di qui. Subito. Chi credi di
essere?? Arrivi qui e tutti a sbavarti addosso.... oh, adesso che c’è
Angel metterà tutto a posto, lui salva sempre il mondo.... Bè
il mondo l’ho salvato anche io ,e quella pazza isterica di Glory mi ha
conciato per le feste!! MA la sai una cosa?? Nessuno mi ha detto grazie, naaaaaaaa.
Nessuno!!! E adesso che Buffy è sparita: chi chiamano???”
Angel cominciava a perdere la pazienza.
Anzi non aveva più pazienza da perdere.
Strinse i denti, deglutì.
Calmo Angel... Non puoi ucciderlo.... è solo ubriaco....
“E il nostro eroe arriva subito!!!!! Con tutte quelle arie che si da solo
perché ha un’anima!!! Oh, quanto soffro, o come sono pentito....
e tutti lì a dire poverino, come espia bene..... E quell’aria da
adesso arrivo e salvo il mondo che mi fa andare fuori di testa.... E....”
Però posso sempre spaccargli il naso.... o qualche altra parte meno in
vista... un braccio....
“Ok. Adesso ti porto da Willow, e quando sarai sobrio facciamo quattro
chiacchiere. Hai lasciato Dawn e Tara sole...!”
“Io con te non ci vengo!”
“Spike! Non te lo ripeterò un’altra volta.”
“Davvero?? Fatti sotto, avanti vediamo una volta per tutte chi di noi
due è più forte...”
Angel gli mollò un pugno deciso in pieno volto.
Spike cadde come una pera.
Angel lo raccolse pazientemente da terra ,domandandosi perché stesse
facendolo, e lo appoggiò al bancone.
Willy lo guardava con gli occhi fuori dalle orbite.
Senza dargli peso, Angel stese Spike ,ormai privo di sensi e comunque troppo
ubriaco per reagire.
“Bene, ciao Willy. Non eri in vacanza?”
“Sììììììì, certo! Vedi
,amico, io sono fuori dal giro, sono qui solo per fare un favore a quello a
cui ho affidato il locale.... Sai che non ti mentirei mai.............”
“Certo Willy, ne sono più che sicuro, perché ne va della
tua patetica vita.”
Sorrise serafico al terrorizzato barista e si accese una sigaretta.
Tirò alcune lunghe boccate, lasciò che le nuvolette di fumo si
dissolvessero pigramente nell’aria, mentre i suoi nervi si calmavano.
“Ehi, hai ripreso a fumare... credevo avessi smesso...”
“Certi vizi sono duri a morire.... torturare le proprie vittime, per esempio....”
Willy deglutì ripetutamente.
“Non te lo porti via, il ragazzo?”
Indicò Spike con un gesto del pollice.
“Certo, ma prima voglio fare quattro chiacchiere con te.”
“Con me????”
“Certo, Willy. Hai niente da dirmi?”
“No. Te l’ho detto Angel, sono fuori dal giro!”
“Certo. E tutto questo stress mi farà invecchiare precocemente.”
“Angel....”
Il vampiro ,con uno scatto felino, gli afferrò un braccio e glielo torse
con forza dietro la schiena.
“Non ho proprio voglia di giocare, Willy. Dimmi quello che voglio sapere.”
“Io non so neit...”
Angel strinse più forte, strappando un grido di dolore all’uomo.
“Non sono davvero dell’umore di sporcarmi la camicia del tuo sangue.
Andiamo, non ho tutta la notte.”
“Angel, se sapessi qualcosa te lo direi, voglio dire, mi conosci...”
Angel afferrò l’uomo per il collo della camicia, lo sbattè
violentemente a terra e gli piantò un piede nella schiena.
Abbassò il capo per parlargli all’orecchio.
“In genere non uccido gli esseri umani, ma non credo che tu appartenga
alla categoria. E poi posso fare un’eccezione. Sai, in fondo, potrebbe
essere interessante, sono un pò fuori allenamento....”
Willy sbiancò.
“Ok. Ok. Calmo amico. Non so molto. Gente strana. Con un accento ingessato
e l’aria snob. Tipi tosti, da brivido. Uomini. Vengono da fuori. Facevano
domande in giro sulla cacciatrice, perlustravano la zona, sorvegliavano i movimenti
della tua ragazza.... Erano sempre in giro, molto riservati, nell’ombra,
terrorizzanti ,davvero amico, non accorgersi di loro era più comodo.
Sono spariti dalla circolazione esattamente insieme alla tua donna....”
Angel lo lasciò andare, rimettendolo malamente in piedi e soffiandogli
all’orecchio. “Non è la mia donna. Resta nei paraggi. Se
quello che hai detto non è vero, prega che io sia di buon umore quando
ti troverò.”
Si caricò Spike in spalla ed uscì dal locale, buttando il vampiro
biondo in macchina come se fosse un sacco.
Tipi snob, accento straniero....
Un accento inglese probabilmente.
Il Consiglio.
Se il Consiglio aveva davvero preso Buffy, allora la ragazza poteva già
essere morta...
Angel rabbrividì: quegli uomini potevano essere ben più spietati
di qualsiasi demone.
Doveva trovarla.
-Capitolo IV "Prigioniera"
La notte si stendeva sulla città come una coperta troppo
pesante.
Luci come lucciole effimere punteggiavano l’oscurità.
L’alba permeava l’aria con il suo odore, anche se era ancora piuttosto
lotana.
Sapeva di fieno, di erba bagnata di rugiada, di fiori di campo, di vento.
Profumava di luce.
Un vento insistente si agitava inquieto nelle tenebre, abbattendosi sulle stelle
orgogliose accese nel cielo.
Alle sue spalle le lunghe tende della porta finestra sbattevano vorticosamente,
gonfiandosi di quel vento come vele spiegate.
Sentì dei rumori provenienti dalla casa.
Spike probabilmente si stava svegliando.
Appoggiò il bicchiere con il doppio burbon sulla balaustra del terrazzo
e rimase immobile a osservare la notte.
Quella notte impenetrabile che lo circondava, che era fuori e dentro di lui.
Che strisciava con le sue ombre oscure attorno al suo cuore, che si insinuava
nella sua mente.
Quella notte fatta di tenebre palpitanti che avvertiva pulsare in lei, e che
in lei sentiva crescere e ribollire.
Quella notte che la infestava come una malattia, che non era mai stata parte
di lei, che sembrava poter contagiare e fagocitare anche lui.
Quella notte che era un richiamo silenzioso e irresistibile per il suo demone.
Quella notte che gliel’aveva portata via... che gliela celava.... Buffy...
Nessun altro pensiero all’infuori di lei.
Un rumore di vetro infranto lo richiamò in parte alla realtà.
Accennò a voltare la testa e per un momento prestò attenzione
ai brontolii e alle imprecazioni indistinte dell’altro vampiro che doveva
essere inciampato in qualcosa rialzandosi.
Infastidito, distolse rapidamente i suoi pensieri da quell’ospite molesto,
tornando a prestare orecchio all’alba che avanzava invisibile verso l’orizzonte.
Aveva chiamato Giles, gli aveva detto dei suoi sospetti sul Consiglio.
L’osservatore si era naturalmente offerto di fare delle ricerche.. Willow
avrebbe provato ad introdursi nella banca dati della sede in Inghilterra...
Wesley avrebbe provato a corrompere qualche sua vecchia conoscenza... Xander
e gli altri avrebbero tenuto gli occhi aperti...
Ma nel frattempo il loro problema più urgente restava Jarisdel.
Il suo problema per essere esatti.
Spike si guardò confusamente intorno cercando di pensare
nonostante la testa che gli scoppiava e il dolore martellante alle tempie.
Non capiva dove si trovava.
Però non era ferito ,non gravemente almeno, e non era legato.
Cercò di ricordare, si sforzò di ricordare.
Ma nulla: solo il vuoto più totale.
La sbornia era ancora troppo fresca per permettergli di razionalizzare i vaghi
flesch che aveva intesta; e gli effluvi venefici dell’alcool ottenebravano
ancora i suoi sensi.
Si rialzò barcollante, per ricadere subito dopo.
Imprecò a mezza voce e si sedette in terra.
Cercando di orientarsi.
*Dunque.... sembra un appartamento... ma ci sono già stato?...*
Sul tavolino davanti a lui ,che adesso era più o meno all’altezza
del suo naso, c’erano alcuni bicchieri con una bottiglia di ottimo scotch,
che gli ricordò che aveva una nausea pazzesca.
* Un vampiro con la nausea... ridicolo!!*
Era davvero caduto in basso.
La sua poco vigile attenzione fu attirata da un portacenere posto accanto alla
bottiglia.
Una sigaretta era davvero quello che ci voleva.
Si alzò per prendere quella accesa che fumava pigramente appoggiata sull’orlo
del medesimo portacenere e che si stava consumando lentamente.
La piccola brace era l’unica luce che baluginava nella stanza oscurata
da pesanti tende.
Si fermò con il braccio ancora sospeso a mezz’aria.
Di chi accidenti era quella sigaretta?
E il cappotto buttato sul divano lì accanto?
Il nome di Angel gli attraversò la testa, ma decisamente si doveva sbagliare.
Angel non fumava più da una vita e di certo non beveva...
Ma a giudicare dal livello della bottiglia e dal numero di mozziconi che riempivano
il portacenere il tipo che probabilmente l’aveva tolto dai guai al bar
di Willy si dedicava abbondantemente ad entrambe le cose.
Un violento soffio di vento irruppe attraverso le tende.
Avvertì la presenza di un vampiro.
Vicino.
E improvvisamente i suoi sensi furono di nuovo vigli e tesi come corde di violino.
....... Angelus.....?
No. Angelus sarebbe rimasto a guardare con molto divertimento mentre lo riducevano
in cenere, anzi avrebbe anche dato una mano...!
E poi niente cacciatrice, niente attimo di felicità, niente Angelus....
Ok, si faceva schifo da solo per i suoi pensieri.
Altro non gli veniva in mente.
Quindi tanto valeva uscire su quel terrazzo e vedere chi diavolo l’aveva
portato lì e perché.
Di una cosa però era sicuro...ovunque fosse non ci era arrivato con le
sua gambe come si poteva anche evincere dal livido bluastro che si stava allegramente
gonfiando sulla sua mascella.
Angel non si mosse di un centimetro quando l’altro uscì.
Non gli servì girarsi a vedere la bocca spalancata di Spike per avvertire
il suo stupore e immaginarsi le mille domande che gli frullavano in testa.
La sua voce era calma ed apparentemente controllata.
Una bomba pronta ad esplodere.
“Se ti è passata la sbornia, ti dispiacerebbe spiegarmi perché
hai lasciato Dawn e Tara sole mentre te ne andavi in giro a ubriacarti?! E vedi
di trovare qualcosa più di una buona scusa. Perché altrimenti
Will domattina avrà le tue ceneri sul pavimento.”
“Mmm.. uhm, sì. Angel. Sei tu. Fa sempre piacere fare quattro chicchere
con te. La tua affabilità è proverbiale. Come al solito del resto.
TI dispiace allungarmi una sigaretta?” Si frugò brevemente nelle
tasche dello spolverino di pelle “Anche un accendino , il mio devo averlo
perso da Willy...”
Fu sicuro di vedere Angel impallidire di rabbia mentre si voltava finalmente
verso di lui.
Ma le luci punteggiate della città alle sue spalle gli adombravano il
viso.
Spike ebbe il tempo di dispiacersi di non poter godere in pieno dell’espressione
livida del suo sire mentre tratteneva con grande fatica una risatina.
Sapeva che Angel l’avrebbe volentieri fatto fuori, così come sapeva
perfettamente che non sarebbe mai passato all’azione.
In fondo c’era da ammettere che quella noiosissima anima che si ritrovava
aveva anche dei lati positivi....
Vedere il grande Angelus roso dalla rabbia, impossibilitato a vendicarsi....
era davvero troppo divertente.
Sorrise angelico al suo sire.
Tutto animato da un’aria serafica.
“Non fare la suocera. Evitiamoci il predicozzo. Tutto fiato sprecato,
credimi. E ,fra l’altro, non mi sembra che tu ti sia dato all’acqua
minerale ultimamente.”
Altro sorrisone mentre indicava il bicchiere semivuoto accanto ad Angel.
Il vampiro strinse silenziosamente i pugni ,le nocche sbiancate per lo sforzo,
cercando disperatamente dentro di se un buon motivo per non saltare al collo
di Spike.
Si voltò dandogli di nuovo le spalle, trattenendo a stento il demone
che gli urlava nelle orecchie, la furia cieca che rischiava di prendere il sopravvento.
“Sparisci Spike.”
La voce un sussurro carico di rabbia a stento arginata.
“E’ quasi l’alba: non voglio finire arrosto.”
Gli urlò di risposta il vampiro ossigenato dall’interno della casa,
dove stava cercando un pacchetto di sigarette con molto impegno.
Lo trovò, se ne accese una con infinita soddisfazione e tornò
beato da sire di Drusilla.
Si fermò sulla porta.
“Anzi, sai cosa? dovresti venire dentro anche t. Altrimenti non saranno
le mie ceneri che la rossa spazzerà domani dal suo pavimento...”
Angel serrò la mano tanto forte da conficcarsi le unghie nella carne.
Urtò inavvertitamente il bicchiere che cadendo si infranse.
“Mmm.. siamo nervosetti, eh? Cos’è Jarisdel ti ha rivoltato
come un calzino...?”
Respirare a fondo avrebbe aiutato in quel momento. Certo, non come uccidere
Spike, però avrebbe aiutato...
Afferrò il vampiro biondo per il bavero del soprabito, sollevandolo da
terra e sbattendolo al muro.
“Non scherzo; Spike. Vattene. Non avvicinarti più a Dawn o agli
altri. Altrimenti io..”
“Altrimenti che farai, Angel? Mi ucciderai? Sappiamo benissimo entrambi
che non lo farai. Ricordi? Hai quella chiaccheratissima anima. E io non sono
più cattivo. IO vi aiuto. Non lo farai.”
“Vuoi mettermi alla prova?”
Spike si divincolò pigramente.
“No, in realtà non ci tengo molto. Però se mi uccidessi
dovrei ammettere che in fondo non è poi così noiosa la tua anima,
e sarei costretto a ritirare gran parte di quello che ho detto e pensato su
di te... ovviamente se non fossi già morto.. bè definitivamente
questa volta...”
Spike sembrava a sua agio.
Angel lo guadò accendersi un’altra sigaretta mentre pensava che
quello che stava scontando in quel momento doveva davvero essere il peggiore
dei suoi peccati.
“In ogni caso ti servo.” Continuò l’altro misurando
a grandi passi la stanza “Non puoi contemporaneamente difendere Dawn e
combattere Jarisdel. Hai bisogno di qualcuno che pensi a Briciola.”
“Certo. E il qualcuno saresti tu! Tanto vale che la dia direttamente in
pasto a Jarisdel e ai suoi. Risparmierei tempo e preoccupazioni.”
“Non la fare tanto lunga, ok? Mi dispiace, sei contento? Non volevo sbronzarmi
proprio mentre dovevo badare a Briciola.... comunque non le è successo
nulla di male, quindi...”
“Niente di male??! Oh, certo! Hai solo lasciato lei e Tara sole mentre
un’intera legione di demoni la sta cercando per rapirla e usarla come
esca per la cacciatrice.”
“Si, beh, un punto per te. Però non l’hanno trovata.”
“NON PER MERITO TUO!!!!”
“Neanche tuoi se è per quello!”
“Forse è solo perché non hanno ancora pensato che siamo
tanto idioti da nasconderla in un cimitero.!!!”
Angel era furioso, esasperato.
“Sai che non permetterei mai a nessuno di torcerle un solo capello.”
Spike era offeso.
“E questo dovrebbe farmi stare tranquillo??!”
“Ehi, stiamo mettendo in discussione la mia capacità di proteggerla?!”
Angel scosse esacerbato la testa, lasciandosi cadere sul divano.
Totalmente esasperato si accese una sigaretta buttando poi il pacchetto sul
tavolino di fronte a lui.
Ormai aveva passato il limite della sopportazione.
“Non mi hai risposto!”
“Non ho nessuna intenzione di farlo.”
Spike si allontanò di un passo spazientito, andando a chiudere bene le
tende.
“Briciola... lei... sta bene, vero? Dove l’hai lasciata?”
Angel scosse di nuovo la testa, esalando un inutile sospiro.
Poteva affidare la vita di Dawn a Spike?
Poteva fidarsi di lui?
Sapeva di non avere scelta.
“Sta bene.”
Bofonchiò con aria sconfitta.
Spike sorrise.
“Mmm..bene. Ci voleva tanto a dirlo? Vediamo, ci sono novità? Aggiornami
un pò. Che sappiamo di ‘sto Jarisdel?”
Angel si accese l’ennesima sigaretta, rischiando di stritolare l’accendino.
“Oh, a proposito, da quand’è che fumi?!”
Ecco adesso era davvero troppo.
“Stai zitto Spike! La voglia di impalettarti non mi è ancora passata.”
“Fantastico! Ma non penserai mica che io passi tutta la giornata in riverente
silenzio a guardarti mentre ti deprimi con i tuoi imperscrutabili pensieri!!”
Angel indicò la porta con un gesto esagerato.
“La porta è aperta! Nessuno ti obbliga a rimanere!”
Spike mugugnò qualcosa a proposito del fatto che fuori era già
sorto il sole e si rintanò in cucina alla ricerca di biscotti e cioccolata,
senza smettere di borbottare un attimo come una pentola di fagioli.
Notte dopo notte il tempo si consumava inesorabile.
Tempo con altro tempo, sciogliendosi infinitamente in minuti ed ore e giorni.
Le loro frenetiche ricerche non avevano portato a nulla.
Ogni notte affrontava Jarisdel.
Ogni notte difendeva i ragazzi dagli attacchi dei suoi demoni.
Ogni notte pregava che non trovassero Dawn che aveva nascosto con Spike e Tara
alla vecchia magione.
Ogni notte usciva da quei combattimenti vivo per miracolo.
Stremato, ferito, distrutto.
Jarisdel era troppo forte.
Il nemico più invincibile che avesse mai affrontato.
E ogni battaglia prosciugava un pò delle sue forze.
Non avrebbe potuto reggere a lungo.
Uno scontro mortale dopo l’altro.
Una sfida interminabile.
Non poteva sconfiggere Jarisdel.
Angel si appoggiò pesantemente alla porta che si era chiuso alle spalle.
Un’altra notte.
Un’altra alba che si avvicinava.
Un altro giorno in assenza di lei.
Lei che non c’era.
Lei che non trovavano.
Lei che era come sparita nel nulla più assoluto.
Lentamente si diresse in camera.
Tolse la giacca con una smorfia di dolore.
Diede un’occhiata alla ferita sulla spalla.
Scosse la testa, troppo stanco per pensare.
Sfinito.
Mentre si buttava sul letto sapeva che l’avrebbe trovata ad aspettarlo.
Come ogni notte.
Come ogni alba.
Come sempre da quando era sparita.
Nei suoi sogni, sempre.
Notte dopo notte.
Viva, vera, reale.
Nei suoi sogni.
In quei sogni in cui si rifugiava quasi per non impazzire, per non cedere
In quei sogni dove poteva trovarla, averla, perdersi in lei, dimenticare, rinascere.
In qui sogni in cui poteva tornare da lei come in un porto sicuro.
In quei sogni in cui non esistevano domande, in cui esistevano solo i suoi occhi
e il suo profumo, la sua pelle, il suo corpo, il suono dolcissimo della sua
voce.
Tornare da lei, e fra le sue braccia dimenticare di averla persa, dimenticare
le ferite e le battaglie, dimenticare se stesso.
Il sonno avvolse placido le sue membra stanche ed Angel si lasciò andare
remissivo in quel mulinello di ombre.
Lei lo aspettava.
In piedi avvolta dalle luci capricciose di molte candele.
Angel si fermò a guardarla.
I capelli lunghissimi ondeggiavano morbidamente ricadendo oltre le sue spalle,
e le sfioravano i fianchi in una danza sensuale. La luce calda e dorata delle
candele li accendeva di riflessi infuocati e le ombre della notte mettevano
in risalto il loro colore scuro.
Gli occhi chiari avevano assunto una sfumatura di un azzurro più scuro,
quasi viola, come velati da ombre impenetrabili e da fitti misteri. Erano ombreggiati
dalle lunghe ciglia scurite di mascara.
La sua bocca era attraversata da un sorriso triste, che il rossetto prugna non
poteva nascondere. E le guance sembravano ancora solcate dai segni di un pianto
recente.
La profonda scollatura del vestito che le arrivava fino alle caviglie metteva
in evidenza la pelle bianchissima.
Era bellissima, tanto da fargli male al cuore, ma sembrava che qualcosa avesse
spento la radiosità che sempre aveva illuminato la sua bellezza.
E il dolore palpitante che si agitava sotto la superficie chiara dei suoi occhi
lo feriva tremendamente.
Ma lei gli impediva di avvicinarsi, di capire.
Era così diversa dalla sua Buffy....
Salvarla... avrebbe vuoto salvarla.... anche se non sapeva da cosa...
Proteggerla... ma da cosa? .... da se stessa.... dalla paura... dall’odio....
Buffy sorrise leggermente, inclinando la testa come una gattina.
“Cosa c’è?”
“Sei diversa.”
“Mmm... diversa da chi?”
“Sai cosa voglio dire...”
“Non credo. Spiegami.”
“Sei sempre tu... ma.. ma è qualcosa nei tuoi occhi, nei tuoi modi....”
La ragazza si avvicinò a lui, alzandosi in punta di piedi per sfiorargli
le labbra con un bacio.
“Solo perché prendo quello che voglio senza farmi tanti problemi?”
Sorrise delicatamente “O è il colore dei capelli? Preferivi il
biondo? In effetti hai sempre avuto un debole per le bionde, non è vero?
Sarà per via dell’imprinting...”
Lui ignorò la frecciata.
Si ritrasse di un passo, sfuggendo gli occhi della donna.
Buffy rise, facendo una piroetta.
“Bè, allora, devo dedurre che la mia nuova pettinatura non ti piace...”
Lui la guardò scuotendo appena la testa.
“Stai bene.”
“Oh, lo prenderò come un complimento. Ma non parlavi dei capelli,
vero?”
Lo sguardo della cacciatrice si era rabbuiato.
“Vorrei capire Buffy.... quello che ti sta succedendo....”
“Non mi sta succedendo niente. Semplicemente, tu te ne sei andato, io
sono cambiata.”
La sua voce era cattiva.
Lo guardava con aria di sfida.
“Non stiamo parlando di me. Di quello che ho fatto. Sai che non me ne
sono andato per farti soffrire, sai quanto mi è costato.”
“Non so quanto ti è costato, a volte penso che sia stata una liberazione
non avermi più fra i piedi...”
Quella rabbia, quell’oscurità che sembravano poterlo contagiare,
trascinare nei loro abissi, risvegliare il suo demone.
“Non è che tu abbia fatto poi molto per fermarmi, tesoro. Sei rimasta
a guardarmi partire con uno sguardo umido e sgomento. Non sono IO che hai rincorso
gridando disperatamente, ti sei data molto più da fare per fermare Riley,
dolcezza.”
Lo sguardo di lei fu attraversato da una fitta di tristezza.
Si voltò, dandogli le spalle.
“Buffy, io non...”
“Non fa niente. Forse hai ragione tu. Forse io non sono in grado di tenere
accanto a me le persone che amo...”
Lui la abbracciò dolcemente.
“No, non è vero. Tu sei una persona meravigliosa... Scusami...
scusami.... mi dispiace... non volevo dire che... me ne sono andato perché
era l’unica cosa che potessi fare... perché tu meritavi di più...”
La baciava delicatamente sui capelli, cullandola fra le braccia.
Buffy si abbandonò nel suo abbraccio sospirando.
“Non so cosa mi sia preso... è come se...”
“Qualcosa si insinuasse nel tuo cuore nei tuoi pensieri e ti sommergesse
di oscurità. E’ come una voce nella testa che ti vuole dominare,
annientare... è tenebra che prende il sopravvento... e tu non puoi combattere
perché non hai più le forze di farlo....”
Lai alzò gli occhi per rincontrare quelli di Angel, smettendo di parlare.
Piangeva sommessamente.
“Ho paura, Angel.... Non capisco.... Non ho più il controllo...
e oltre il buio non c’è niente... è come se al di fuori
di te... e di questi sogni io... non esistessi... come se esistesse solo l’oscurità...
E non posso farci nulla... Io ho paura... e sono così sola...”
Angel le prese dolcemente il volto fra le mani, asciugando quelle lacrime.
“Non sei sola, non sarai mai sola, Buffy. Io ci sarò sempre per
te, amore mio. Ci sarò sempre.”
“Allora non lasciarmi sola adesso.... non lasciami mai.... ho bisogno
di te... trovami...”
Prima che lui potesse risponderle lo baciò, dolcemente, disperatamente,
appassionatamente.
Divorata da un fuoco che gli trasmise sulle labbra.
Straziata dal bisogno di lui per cancellare tutto il resto.
Ed Angel si prese in quella bocca calda e morbida, in quel corpo che amava così
completamente, e lasciò che tutto il resto svanisse.
Per amarla totalmente, per averla, per cancellare le sue lacrime.
La cella era buia e umida, una segreta di altri tempi.
Catene pesanti tenevano la ragazza legata.
L’unico rumore udibile era lo scroscio di un rigagnolo, e il gocciolio
molesto di un’infiltrazione che colava dal soffitto.
La minuscola cascata si riversava sul pavimento sconnesso della prigione, raccogliendosi
in una pozzanghera traslucida che catturava i pochi raggi di luce che filtravano
dalla piccola finestra della pesante porta della cella.
L’aria era appesantita da un insostenibile odore di chiuso, di muffa,
di vecchio, di morte.
Le pareti coperte di muschio umido, rivestite da un condensa rugiadosa e fredda.
Faceva freddo, un freddo accumulato negli anni, nei mesi, un freddo che il sole
non stemprava da troppo tempo.
L ragazza giaceva immobile addossata alla parete di fondo.
Le catene che aveva ai polsi le ricadevano attorno come vestigia antiche.
Aveva il volto in parte coperto dai capelli, sporco di sangue.
Gli occhi chiusi e gonfi, il respiro appena percettibile.
Non dava nessun segno di muoversi, di vita.
Sembrava avvolta da un sonno impenetrabile e lontano, profondo quanto la morte.
Piccola, indifesa, inoffensiva... sola.
Eppure l’uomo rabbrividì, allontanandosi da quella porta e richiudendo
lo spioncino.
Era drogata, relegata in un sonno comatoso indotto dai farmaci.
Nonostante questo l’avevano saldamente legata.
E ne avevano paura.
Anche in quello stato.
Uscì all’aria aperta.
Un vento fresco lo investì in pieno viso, agitandogli il cappotto blu
attorno al corpo asciutto e slanciato.
Respirò a pieni polmoni.
Quel posto era soffocante.
E riusciva a inquietare perfino lui.
Fece un cenno ad uno dei suoi uomini che ,dopo aver estratto una siringa da
una valigetta, sparì all’interno dell’edificio di pietra
che si era lasciato alle spalle.
La sola presenza di quella ragazza, la consapevolezza che fosse là, lo
angustiava.
Il ricordo dei suoi occhi accesi dal fuoco ancestrale del combattimento non
lo abbandonava mai, e tormentava le sue notti.
Aveva incrociato il suo sguardo solo per pochi istanti, un attimo prima che
il velo dell’incoscienza li appannasse.
Pochi secondi dopo era caduta a terra, le palpebre ornate dalle lunghe ciglia
chiuse su quei gorghi profondi di un verde azzurro insostenibile.
Ma erano bastati qui pochi istanti per fargliela temere, nel bene e nel male
non avrebbe mai più potuto dimenticare quegli occhi. Mai.
E quella ragazza, dall’apparenza così fragile, così bella.
Bella da togliere il fiato, di una bellezza terribile nel combattimento animata
di grazia felina.
Bella da far male, di una bellezza innocente abbandonata in quel sonno irreale.
Bella di una bellezza che lo turbava, viva di una luce che non si spegneva nemmeno
in quella cella.
Bella nonostante i lividi sul volto, l’aspetto distrutto, le occhiaie,
i capelli scomposti e umidi incollati sulla fronte.
Bella di una bellezza che trapassava la sua consueta imperturbabilità.
E pervasa di un fascino inspiegabile, quasi mistico.
La cacciatrice.
Non aveva mai pensato che potesse essere così.
In fondo non aveva mai pensato che potesse essere un donna, in carne e ossa.
Per lui era sempre stata solo uno strumento, un’arma contro il male.
Qualcosa che apparteneva a loro, al Consiglio.
Ma poi l’aveva vista, e tutto era cambiato.
Poi l’aveva vista e ne era rimasto irrimediabilmente stregato, era bastato
un attimo.
Un attimo perché il mistero che la avvolgeva lo rapisse, affascinasse.
Solo una ragazza, contro il male.
Solo una ragazza, con il potere di sconfiggere.
E quegli occhi.
Quegli occhi che l’avevano incantato, contro ogni logica, contro la sua
volontà.
Pericolosa, sapeva quanto fosse pericolosa.
Letale, ribelle, indipendente, incontrollabile.
In una parola: scomoda.
Il Consiglio non poteva più tollerare la sua presenza.
E i segni erano chiari: stava cambiando.
La sua parte oscura stava prendendo il sopravvento.
A quel punto non avrebbero più potuto gestirla in nessun modo.
Sarebbe diventata una macchina che uccide, incontrollabile, indomabile.
E loro avrebbero perso tutto il loro potere.
Perché avere una cacciatrice significava avere il potere.
Questo lui lo sapeva bene.
Le diverse fazioni che dividevano il Consiglio lo sapevano.
E da troppo tempo ormai quella cacciatrice non ubbidiva più al loro volere.
Troppo tempo.
Da troppo tempo non avevano più il potere.
E adesso che la cacciatrice rischiava di diventare un pericolo reale, che rischiava
di diventare malvagia, avevano finalmente trovato il giusto pretesto per eliminarla.
La sua ribellione aveva causato la rapida caduta di Qentey Tarentain.
L’uomo ormai non aveva più peso nel Consiglio, era stato rimosso.
Altre stelle erano rapidamente ascese dopo di lui.
Lui era solo l’ultimo e il più promettente della lista.
La punta di diamante della squadra di Macpherson, un vecchio nemico di Quentey.
Lui era il migliore e ne era consapevole.
Per questo avevano mandato lui.
James infilò profondamente le mani nelle tasche, stringendosi nel cappotto.
Si avviò alla macchina che aveva parcheggiato ad una certa distanza.
Un mulinello di foglie secche lo investì in pieno viso.
Si fermò a guardare il cielo arrossato dall’alba.
Non si ricordava più quanto potesse essere bella un’alba.
Bella... bella come lei lo era, come la porpora sulle sue guancia....
Raggiunse la porsche nera posteggiata alla fine di quella minuscola strada sterrata
e salì in auto.
Chiuse pesantemente la portiera e inserì le chiavi, mettendo in moto.
Ingranò le marce, scalandole rapidamente mentre si immetteva sulla strada
principale.
La macchina filava silenziosa e veloce sulla strada asfaltata, il motore ruggiva
sotto il cofano.
Ripensò a come tutta quella storia era cominciata.
Il Consiglio aveva deciso che una nuova cacciatrice si sarebbe dovuta attivare.
Era successo dopo una lunga, lunghissima riunione che si era protratta fino
a tarda notte.
Anche i più moderati e reticenti erano stati convinti, con lusinghe o
con minacce, e finalmente la mozione era stata approvata.
Su quel foglio di carta pergamenata era stato apposto un timbro e lui aveva
avuto il permesso di partire.
E carta bianca, tutti i mezzi e gli uomini che avrebbe chiesto.
Il potere.
Per sé e per Macpherson.
Ma il potere non gli aveva dato alla testa.
Avrebbe svolto la sua missione.
Seguendo il piano.
Avrebbe servito il Consiglio, per il bene dell’umanità....
Così aveva preso un aereo con la sua squadra.
Buisness class, dodici ore per rivedere e confermare gli ultimi particolari.
Erano arrivati a Los Angels, poi in macchina fino a Sunnydale.
Silenziosi, discreti, un gruppo in giacca e cravatta.
Le fondine nascoste sotto i completi da manager.
I suoi uomini avevano raccolto informazioni sulla vita della cacciatrice, sulle
sue abitudini.
L’avevano pedinata, seguendo ogni sua mossa.
Lui aveva studiato il suo dossier.
Era entrato nella sua vita, nel suo passato, nei suoi ricordi.
Scoprendo che quella ragazza non aveva mai seguito le regole, che era sempre
stata fuori dagli schemi.
Buffy Summers non era un nome su una pratica del Consiglio, era più vera
e viva di chiunque avesse mai conosciuto.
Aveva una vita vera, con degli amici veri, con dei sentimenti veri.
Sbagliava, cadeva e si rialzava.
James aveva scoperto l’esistenza del suo incredibile gruppo di amici,
dei vampiri che facevano parte del suo passato ma anche del suo presente, della
sua morte, di come l’avevano riportata in vita, di come era cambiata.
I suoi amici rappresentavano un ostacolo, l’avrebbero cercata.
Non dovevano avere una tomba per piangere, per ricordare, per tentare di riportarla
in vita di nuovo.
Buffy Summers non doveva diventare una martire.
Questi erano gli ordini del Consiglio: doveva solo sparire.
Aveva organizzato il suo rapimento nei minimi dettagli.
L’ora, il luogo, il modo.
Dieci uomini armati l’avevano aspettata alla fine della ronda, dopo che
si era separata dal vampiro biondo che spesso l’accompagnava e si era
incamminata verso casa.
L’avevano presa due strade prima che raggiungesse la sua abitazione in
un vicolo dove avevano fatto saltare la luce.
Un breve scontro per disorientarla, poi il cecchino aveva sparato il proiettile
di sonnifero e lei era caduta a terra come una bambola rotta.
L’avevano legata, avvolta in un sacco nero, caricata su una macchina senza
targa che se era immediatamente allontanata dalla città.
Due dei suoi erano andati a casa sua, dove era previsto non ci fosse ancora
nessuno.
Avevano ribaltato con ogni cura la sua stanza, per far pensare a un agguato
e a un rapimento.
Il modus operandi doveva far pensare a dei demoni in cerca di vendetta.
Da quella notte Buffy Summers doveva smettere di esistere.
Sparire nelle tenebre per sempre.
L’aveva fatta portare in una vecchia abbazia molto distante da qualsiasi
centro abitato, dove c’erano delle celle sotterranee molto resistenti.
Un luogo dimenticato dal mondo degli uomini.
Legata e incatenata, era continuamente sorvegliata da due guardie all’interno
del monastero e da due all’esterno che si davano il cambio con altri quattro
ogni sei ore.
Altri quattro uomini erano sistemati a sorvegliare i dintorni.
Nessuno sapeva chi fosse quella prigioniera, e naturalmente nessuno faceva domande.
Gli uomini che l’avevano rapita ,a parte il loro capo, il suo braccio
destro, erano stati eliminati.
La cacciatrice era costantemente tenuta sotto sedativi e pesantemente drogata
per mantenerla incosciente.
Ma non era uccidendo lei che si sarebbe attivata una nuova cacciatrice.
Lei era già morta una volta, e il suo rimpiazzo si era già attivato.
Era Faith a dover morire perché una nuova cacciatrice si risvegliasse.
Raggiungerla in carcere era più complicato del previsto, però.
Ci stava lavorando.
Nel frattempo avrebbe dovuto eliminare Buffy Summers.
E qui stava il problema.
Non poteva ucciderla.
Rimandava di continuo la data del suo trasferimento.
In realtà avrebbe già dovuto averla messa sul volo charter dove
un sicario le avrebbe iniettato una dose mortale di cianuro e avrebbe scaricato
il suo cadavere in mare a circa metà strada verso l’Inghilterra,
facendolo affondare con dei pesi.
Ma lui non poteva ordinare la sua morte.
Non dopo aver incontrato i suoi occhi.
Non dopo averla vista.
Inchiodò.
I freni stridettero aspramente, le ruote bloccate slittarono sulla strada incontrollate.
Le mani incollate al voltante, si piegò leggermente in avanti, lo sguardo
fisso e vuoto.
La strada era deserta.
Scosse lentamente la testa più volte, scostandosi i capelli castani dalla
fronte.
Trentadue anni.
Trentadue anni passati al servizio del consiglio.
O forse, no.
Forse erano molti di meno.
Ma ormai lui associava tutta la sua vita al Consiglio.
Nessun ricordo oltre al suo lavoro.
Eppure aveva solo trentadue anni.
Era ancora giovane.
Ma era invecchiato molto tempo prima, quando aveva ordinato il primo omicidio.
Quando aveva dimenticato i suoi sogni, i suoi ideali, quando aveva lasciato
che la logica del potere fosse l’unica regola nella sua vita e nella sua
morale.
E poi: lei.
Come un lampo a ciel sereno, quegli occhi che gli avevano trapassato l’anima.
Quello sguardo che gli aveva ricordato di avere un cuore.
Quel volto che gli aveva scavato una voragine dentro.
Lei, la cacciatrice.
Lei e la magia dei suoi occhi, dei suoi movimenti.
L’aveva guardata e aveva saputo che non l’avrebbe uccisa, che si
sarebbe dannato per lei.
Ogni giorno combatteva contro quei sentimenti che sentiva affiorare in se stesso,
ogni giorno si buttava con più impeto nel lavoro, nelle scartoffie, nei
piani per introdursi in quella prigione di Los Angles e prendere Faith: doveva
sembrare un’evasione...
Ma quegli occhi accecanti gli erano rimasti tatuati nei pensieri, in ogni muscolo.
E ogni giorno tornava all’abbazia deciso a dare quell’ordine di
morte, ma poi apriva lo spioncino e la vedeva.
E di nuovo sapeva che non l’avrebbe mai potuta uccidere.
Voleva di nuovo quegli occhi dentro i suoi.
Voleva vedere l’anima celata nel fuoco che accendeva, ardeva, avvampava
in quegli occhi.
Voleva leggerle la mente, entrarle nei pensieri.
Voleva capirla, conoscere i suoi segreti, conoscere la sua anima, il suo cuore,
i suoi pensieri.
Conoscere il suo passato, il suo presente, le sue emozioni, le sue battaglie.
Capire il suo istinto, la sua sete di caccia, la fonte del suo potere.
Voleva vedere il suo lato oscuro, quello che poteva amare un vampiro, voleva
essere accecato dalla luce del suo lato trasparente, quello che poteva rischiarare
le tenebre con un sorriso di infinita dolcezza.
Voleva conoscere la sua innocenza, la sua allegria, la sua fede, la sua gioia,
ma anche la sua rabbia, la sua furia, il suo dolore.
E poi voleva cancellare tutto, voleva modellarla di nuovo come creta, la voleva
per sé.
Portarla via da tutto, ed avere sempre accanto quegli occhi di cielo e di mare.
Voleva che lo riscaldasse con la passione di vivere che le bruciava nelle vene.
Lui che non aveva mai vissuto con passione un solo istante.
Voleva che in quegli occhi dove aveva visto ardere odio nei suoi confronti si
accendesse amore per lui.
Voleva che dimenticasse il suo passato, i suoi amori.
Voleva essere l’unico punto fisso nella sua vita.
Ed averla per sempre.
Per sempre sua, per sempre con lui.
Annullare i suoi ricordi, le passioni che aveva vissuto.
Cancellare dai suoi occhi belli l’ombra di quell’amore proibito
che non aveva mai dimenticato.
Voleva essere parte della sua vita.
Voleva essere la sua vita.
Nessuno l’avrebbe mai più cercata e il Consiglio non l’avrebbe
mai saputo.
Voleva legarla a sé, voleva diventare parte di lei.
Voleva spegnare in lei la sua sete, voleva annegare in quegli occhi.
Ingranò di nuovo le marce, con violenza.
Invertì la marcia e ritornò a tutta velocità verso la prigione.
Non poteva più sostenere quell’ansia che lo divorava da quando
l’aveva vista per la prima volta.
Il desiderio, la paura, l’incertezza.
Nessuno l’aveva mai fatto sentire così.
Ormai aveva preso la sua decisione.
Frenò sgommando davanti alle sentinelle.
Sotto le maschere impassibili dei loro volti lesse la sorpresa di vederlo lì.
Senza neppure guardarli entrò nel vecchio edificio.
Insieme a lui il vento irruppe attraverso la porta, muovendo le coltri di polvere
abbandonate sui pavimenti e scuotendo i brandelli dei tendaggi.
Aprì silenziosamente la porta della cella.
Il cuore inspiegabilmente in gola.
La ragazza giaceva inerte, nella stessa posizione di poche ore prima.
percorse per la prima volta la distanza che lo separava da lei e si chinò
a raccoglierla da terra.
La sollevò facilmente, il capo di lei ricadde esanime facendo lievemente
ondeggiare i capelli umidi.
Bella da mozzare il fiato.
Pericolosa.... pericolosa, non doveva dimenticarlo mai.
Le sedette su di una sedia che aveva fatto portare.
Fece togliere le carene dai suoi polsi, la pelle era arrossata e lacerata.
Per precauzione però la fece legare con le braccia dietro la schiena
alla medesima sedia.
Accese alcune fiaccole.
Lentamente, evitando con fatica di guardarla.
Poi si sedette di fronte a lei che aveva il capo abbandonato sul petto e gli
occhi chiusi.
In silenzio le ripulì il volto dal sangue.
Aprì una valigeria appoggiata ai suoi piedi e si fermò ad osservarne
il contenuto.
Infine scelse una fiala e la estrasse.
Preparò la siringa, la iniettò nel braccio della ragazza.
Poi si sedette di nuovo di fronte a lei.
Dopo alcuni interminabili minuti la giovane si mosse impercettibilmente.
Tossicchiò faticosamente, come chi è appena stato salvato dall’annegamento.
Il respiro si fece più frequente e affannato, agitandole inegualmente
il petto.
Schiuse le labbra livide e secche alle ricerca di aria fresca, inumidendole
meccanicamente con la lingua.
Con un’esasperante lentezza riaprì finalmente gli occhi.
Quegli occhi meravigliosi, azzurro mare, penetranti, dolci, strazianti.
Nel volto pallido e segnato da occhiaie profonde brillavano come diamanti, come
stelle dimenticate dal cielo.
James deglutì.
Sorrise appena, soddisfatto del risultato ed estrasse di tasca un pendolo.
La ragazza non era del tutto cosciente, l’aveva risvegliata solo in parte,
e le aveva iniettato una sostanza che favorisse l’ipnosi.
Si alzò, avvicinandosi a lei, e lasciò cadere il pendolo davanti
al suo volto, facendolo ondeggiare lievemente.
Il ciondolo ondeggiava su e giù davanti al suo volto.
L’uomo sussurrava le parole di un antico incantesimo.
Lentamente la sua voce si insinuò nei pensieri della cacciatrice, strappando
le cortine di nebbia che le avvolgevano la mente, rimescolando i suoi ricordi.
James ,in preda a una frenesia fredda e controllata, gradualmente comincia a
esplorare i recessi dell’inconscio della donna.
Buffy si ritrasse in sé stessa, incapace di impedire quell’invasione.
Relegata in una sorta di limbo incolore cominciò a riprendere conoscenza
di sé, attraverso il dolore, attraverso quella voce dura e sferzante
che la incalzava.
Poco alla volta riprese consapevolezza del suo corpo, attraversato da un dolore
lancinante che la attraversava tutta, la sommergeva ad ondate, le toglieva il
respiro.
Ma appena raggiunta la soglia della coscienza, si scoprì di nuovo imprigionata
da una sottile tela di ragno.
Fili invisibili e vischiosi avvolgevano la sua mente, controllavano il suo corpo.
Una luce accecante e pungente le feriva gli occhi, all’infuori di quel
bagliore fastidioso non poteva vedere nulla.
Quel chiarore spettrale era immerso nelle tenebre più fitte, e le sue
pupille atrofizzate non potevano percepire nient’altro.
La terrificante consapevolezza di non avere il controllo del suo corpo la atterrì.
Perfino respirare le costava uno sforzo di volontà che la lasciava prostrata.
Le membra paralizzate da un gelo pungente.
I pensieri confusi, la mente annebbiata, l’unica certezza quell’immobilità
forzata e il dolore insopportabile e acutissimo.
Si sentiva imprigionata appena sotto la superficie di un lago ghiacciato, la
bocca spalancata nel disperato tentativo di urlare, il liquido liquamoso che
le entrava nei polmoni, le appesantiva il petto.
E immediatamente in lei ruggì prepotente l’istinto di sopravvivenza,
la furia della cacciatrice.
E con essa la rabbia inarginabile, l’oscurità, l’odio.
E la paura intrinseca che quei sentimenti le suscitavano.
Quella voce molesta la punzecchiò di nuovo.
E la sua volontà non poteva nulla contro quel richiamo.
Inesorabilmente quel richiamo si insinuava in lei, la piegava al suo volere,
la indirizzava sulla via che voleva, abbatteva e smantellava progressivamente
le sue resistenze.
Invasa e sgomenta, Buffy si chiuse di più in sé stessa, ritraendosi
sconfitta davanti a quell’invasione.
Ostinatamente, con l’ultimo difficile residuo di forza che la animava,
si arroccò nel silenzio, nascondendosi dietro le tenebre che galleggiavano
in lei.
Disparatamente aggrappandosi al ricordo di ciò che più amava,
costudendolo gelosamente, rifiutandosi di dividerli.
In quell’abisso di sofferenza e di solitudine le sue labbra si piegarono
silenziosamente in un nome.
Persa nei gorghi delle droghe che le avevano iniettato e avvinta nelle catene
di quell’ipnosi, Buffy chiuse per un solo istante gli occhi, e -di nuovo-
una lacrima solitaria macchiò la sua guancia.
Mentre il volto di Angel emergeva da quelle tenebre.
- Capitolo V "Inferno"
Quella voce.
Invadente, pungente, incalzante.
Quella voce che le imponeva di icordare, di rivivere.
Quella voce che denudava, portava alla luce sprazzi di tempo che aveva annullato,
sepolto nel più profondo, cancellato, rimosso.
Quella voce che le entrava dentro squartandole l’anima, forzandola, piegandola.
Buffy tentò inutilmente di ribellarsi, e si divincolò debolmente
sulla sedia.
Il petto affannato da un respiro serrato, pesante, ansioso.
Chiuse gli occhi ma la luce accecante che pulsava al ritmo di quella voce le
penetrava ugualmente le palpebre serrate, ferendo le pupille congestionate.
Reclinò la testa all’indietro cercando di fuggire da quel doloroso
chiarore.
Un gemito strozzato le sfuggì dalle labbra, la bocca arsa socchiusa alla
disperata ricerca di aria fresca.
La sua mente si dibatteva come un animale in gabbia, come una preda braccata
da ululanti cani da caccia, rifiutando di ricordare.
Quella voce parlava ancora, ma ormai Buffy non distingueva più le parole,
né si lasciava guidare da esse.
La voce era diventata solo un rumore di fondo.
Buffy era trascinata verso il basso dal vortice di se stessa.
Lentamente la luce che attraversava le sue palpebre chiuse aveva assunto una
luminescenza rossastra e spettrale, si era tinta di rosso carminio.
Angosciata lasciò di colpo fluire le lacrime, mentre dentro di lei sentiva
lo schianto secco di qualcosa che si spezzava e si apriva la porta oscura dei
ricordi di quello che le era accaduto dopo la morte.
Dopo quel salto nel vuoto.
Fu travolta dalla violenza della marea di quei ricordi, dalla consapevolezza
bruciante di quello che era successo.
La stanza, i confini dello spazio, tutto quello che la circondava, si disintegrarono,
fluttuando lontano da lei.
_ Il cielo era tinto di sangue, come se il sole fosse esploso riversandosi con
un fiume di lava rossa nel firmamento. Rosso e vuoto, spoglio, desolato, scorticato:
né stelle, né luna, né sole, né nubi.
Solo quell’incombente distesa appesantita dall’aria densa e fumosa.
La donna era riversa a terra, la schiena che guardava il cielo, le gambe e le
braccia stravolte in posizione innaturale, i capelli biondi incrostati del fango
che la circondava e di sangue. Il viso era girato di lato, in parte sprofondato
in una pozzanghera.
Attorno a lei si addensava una nebbia umida, spessa e malsana, non più
alta di mezzo metro, che infestava anche tutto il terreno circostante.
L’atmosfera era irrespirabile, intrisa di caligine e di effluvi insalubri.
Vapori sulfurei impestavano l’aria, fuoriuscendo a ondate da piccoli crateri
e dalle numerose ,profonde, spaccature della terra, e condensandosi rapidamente
in banchi di nebbia giallastra al contatto con l’aria gelida.
Passò un tempo indefinibile.
Un lunghissimo periodo di sottile incoscienza.
Alla fine la terra si squassò in una scossa più violenta di quelle
che l’avevano preceduta e la donna fu costretta ad abbandonare quella
sorta di sonno mortale.
Spalancò gli occhi, senza avere la forza di muoversi.
Il cielo purpureo la schiacciava a terra, affogandola nella nebbia.
In quella posizione non poteva vedere altro, era totalmente in balia degli eventi.
Un dolore intollerabile la percuoteva in tutto il corpo, una spossatezza totale
la annientava.
Forse era ferita ,non poteva distinguerlo, il dolore era troppo esteso, le penetrava
ogni fibra.
Lei stessa era dolore.
Ma non le importava.
La terra gelida e sconnessa, tagliente, sembrava respingere il peso del suo
corpo.
Il fango in cui era sprofondato per metà il suo volto le entrava in bocca,
nel naso.
Le scendeva in gola, scivolava nei polmoni, rendendo ogni respiro un rantolo
più faticoso e più sofferto, dandole la terribile sensazione di
soffocare.
Costringendola a tossire con violenza lancinante per impedire che quella fanghiglia
le riempisse i polmoni.
Ogni respiro era come se le strappassero la gabbia toracica, facendo a brandelli
la carne.
Il rumore del suo battito cardiaco le rimbombava lacerante in testa, ed era
l’unico pensiero.
Non ricordava, non pensava.
Esisteva.
Nulla di più.
Era straziantemente viva.
Immobile, abbandonata, sconfitta, lo sguardo fisso e spalancato in quel cielo
inquietante, era attraversata da un dolore costante ed esteso, che la permeava
fin nel profondo, ed era l’unica cosa che la costringeva alla consapevolezza
di sé.
Il dolore, quel dolore, era l’unico ricordo.
Sapeva di esistere, perché sentiva il suo corpo, le membra trapassate
da fitte lancinanti e continue, di intensità insostenibile, che la spezzavano.
Era come se ogni singolo osso fosse rotto, come se nelle vene pulsasse acido
corrosivo al posto del sangue, come se la pelle si fosse staccata dai muscoli,
lasciando la carne viva esposta e bruciante.
Restò in quella posizione per molto tempo, giorni forse, forse settimane.
Gli occhi e la bocca arsi da quell’aria glaciale e polverosa.
Lo sguardo costantemente spalancato su quel paesaggio ostile che poteva intravedere
a mala pena.
E il cielo le incombeva addosso.
Non avrebbe mai potuto dimenticare, quel cielo.
Mai.
Le era entrato dentro, scavandosi un nido nella sua mente annichilita, graffiandole
l’anima.
Quel cielo squallido e terrificante, colorato di sangue vischioso e immoto.
E il silenzio.
Tutto era silenzio.
Solo il rantolo faticoso del suo respiro intaccava quella quieta agghiacciante.
Solo il suo dolore urlava, muto, contro il cielo.
Sì, adesso li ricordava.
Il cielo rosso e il silenzio, e l’angoscia profonda di cui erano costruiti.
Restò a lungo sdraiata su quella terra ghiacciata, il volto per metà
sprofondato nel fango.
Ma il tempo sembrava non passare.
Ogni minuto era uguale al precedente: non vi erano né giorno né
notte, né luce né tenebra.
Forse il tempo non esisteva più.
Forse vi era solo un presente eterno scandito dal dolore.
E quel cielo rosso sopra di lei, nei suoi occhi.
Erano occhi chiari e grandi, orlati da ciglia folte e lunghe, di un azzurro
- violetto, striato ,a tratti, di verde acqua.
Occhi limpidi e trasparenti, ma le pupille erano talmente dilatate da farli
sembrare neri.
E in quel nero si rifletteva la luminescenza spettrale di quel cielo di fuoco
e sangue.
Il tempo si consumava lento, macinando i secondi e le ore, ma la donna aveva
l’impressione di essere sospesa in un astratto spazio atemporale.
Quando il silenzio fu di nuovo squarciato dal ruggito della terra che tremava,
si squassava, eruttava la sua pena antica, la donna si sentì violentemente
proiettata verso l’alto.
Il dolore aumentò mentre veniva ributtata contro il terreno fino a oltrepassare
la soglia della sopportazione umana.
Allora, finalmente urlò.
E pianse.
E ricordò.
E pianse ancora.
Fino a quando le lacrime non si seccarono nei suoi occhi.
Sfinita cercò di muoversi, di rialzarsi.
Con esasperante lentezza cominciò a strisciare le cosce contro la terra,
trascinando e piegando le gambe per mettersi in ginocchio.
Si puntellò con le mani, le palme affondate nella fanghiglia, e finalmente
rialzò la testa.
Riuscì a mettersi carponi.
Cercò di riprendere fiato, cercando di respirare regolarmente nonostante
i polmoni contratti e le costole che le si conficcavano nella carne ad ogni
movimento.
Mettersi in piedi le costò uno sforzo impagabile, e prosciugò
del tutto le sue esigue energie.
Reggendosi a stento, volse lo sguardo attorno, sulla desolazione che la circondava
e che sembrava essere sul punto di inghiottirla.
Strinse gli occhi, girandoli attorno, alla ricerca di qualcosa che non fosse
quel cielo opprimente o quella terra coperta di nebbia.
Ma non c’era niente.
Solo crepe orride e profonde, infidamente celate dalla foschia, e rocce che
si ergevano come scogli striminziti e solitari.
Lontani, lontanissimi, alberi spogli e rinsecchiti, protendevano verso l’alto
i loro orrifici rami nudi e bruciati.
Erano di una grandezza spaventosa, imponente, e quelle chiome scheletriche si
avvinghiavano in intrecci inestricabili che macchiavano di nero quel cielo rosso
sangue.
Su tutto gravava un silenzio più antico del tempo.
Il respiro le si fece più affannato mentre un’ansia pesante le
opprimeva il petto e si insinuava nel cuore e ricordi sconnessi si ricomponevano
mischiandosi a paure ancestrali.
Disorientata la donna si mosse in una direzione, per poi ritornate sui pochi
passi che aveva tanto faticosamente compiuto e ,di nuovo, volgere attorno gli
occhi atterriti.
Come un veleno il panico si insinuò nei suoi pensieri congestionati.
Attanagliata da un senso di vertigine si prese la testa fra le mani, piegandosi
su sé stessa.
Le mancava l’aria.
Il senso di soffocamento si fece più intenso, concreto.
La polvere che appestava l’aria le riempiva la gola e i polmoni.
Cominciò a tossire violentemente, piegata in due.
Ogni colpo di tosse le raschiava la gola arsa e irritata con artigli affilati.
Alla fine vomitò tutta l’acqua e il fango che aveva ingoiati, misti
al suo sangue.
Vomitò e tossì sempre più violentemente, piegata in due
dai conati, fino a non riuscire più a reggersi in piedi.
Distrutta si asciugò la bocca con la mano mentre cadeva dalle ginocchia,
incapace dir reggersi ancora.
Rimase immobile per molto tempo.
Poi ,sfinita, si rannicchiò a terra come un animale ferito e si addormentò.
Il sonno portò solo terribili incubi di morte e disperazione, nei quali
era costretta ad assistere allo sterminio della razza umana completamente impotente.
L’odore di sangue, carne, bruciata, era così reale da toglierle
il respiro.
Forse non erano solo sogni.
In fondo cosa poteva darle la certezza che la realtà non fosse quella
e l’orribile landa sovrastata da un cielo rosso sangue il suo incubo?
Si svegliò più spossata di prima, il volto su cui le lacrime avevano
sciolto il fango incrostato.
Riusciva a stare in piedi anche se era coperta di lividi e di ferite.
Come se le doti rigeneratrici del suo corpo di cacciatrice si fossero estinte,
e dovesse subire tutte le conseguenze dell’ultimo mortale combattimento
che aveva affrontato.
Glory.
Quando era successo?
Sembrava appartenere a un’altra vita.
E forse lo era.
Si trascinava per quella terra deserta senza una meta.
Desiderava solo che tutta quella sofferenza finisse, chiudere gli occhi e smettere
di esistere.
Ma non poteva.
Poi ,all’improvviso, la attaccarono.
Da quella terra senza confini, senza orizzonte, nemici prima invisibili le si
fecero addosso.
Uomini... sembravano uomini all’apparenza.
Armati di spade, o di lance, o di mazze.
Coperti da lacere uniformi, anche se non poteva esserne sicura.
Uomini.
Volti pallidi ed emaciati, segnati dalla follia del delirio, incisi da rughe
profonde e da profonde occhiaie.
La pelle grigia e opaca che si affossava grinzosa nelle guance scarne, sui colli
dove i tendini erano grossi e tesi da un invisibile, costante sforzo.
Capelli luridi e scomposti, ricadevano a ciocche sulle spalle affilate.
Uomini, ombre di quello che erano stati.
Solo gli occhi penetranti erano accesi e vivi, bruciati dalla fiamma della disperazione.
Erano in molti, un esercito, e la circondavano.
Buffy si guardò attorno spaesata, senza capire.
Nessuno parlò.
Nessuno articolò il benché minimo suono.
Il silenzio continuava a regnare incontrastato.
E fu in silenzio che cominciarono a colpirla, incalzarla inesorabili.
Buffy si difese goffamente, dolorante e sfinita.
Nonostante l’aspetto emaciato e distrutto i suoi nemici erano forti, agili,
veloci, micidiali.
La donna si trovò ben presto in svantaggio e nuove ferite si aggiunsero
a quelle che già segnavano il suo corpo.
Sentì il sangue defluire dai tagli, scivolarle viscoso sulla pelle impregnando
i vestiti e poi colare verso il basso formando chiazze e schizzi purpurei sulla
terra riarsa.
Si piegò sulle ginocchia restando ad osservare come quella terra bevesse
avida e assetata ogni goccia del suo sangue.
Il silenzio irreale del combattimento astrasse i suoi pensieri.
La donna rimase immobile mentre i suoi avversari la colpivano ancora, la mente
lontana da quel luogo.
Ma improvvisamente il dolore la riscosse da quella nuova catalessi.
Strano: ne aveva sopportato così tanto fino a quel momento, credeva che
ormai non potesse più avere importanza.
Alzò un braccio e con la mano nuda fermò la lama di una spada
che si abbatteva su di lei.
Il ferro penetrò nella carne. bagnandosi del suo sangue.
Buffy lo impugnò saldamente, rialzandosi e torcendolo.
Afferrò il braccio del suo assalitore, lo piagò e sentì
il rumore delle ossa friabili che si rompevano.
Alzò e piegò il ginocchio, piantandolo nella schiena dell’uomo.
Il colpo affondò come un coltello caldo nel burro.
Senza incontrare nessuna resistenza, non era come con i demoni.
Quando realizzò che chi si trovava davanti erta davvero un uomo, aveva
già spezzato la spina dorsale.
Il corpo ricadde a terra privo di vita, un rivolo di sangue che colava dalla
bocca e impregnava il suolo. Di scatto la ragazza si ritrasse, inorridita.
Aveva ucciso un uomo.
Prima di avere il tempo di pensare, di riprendersi, di capire, fu di nuovo attaccata.
Con violenza cieca e animale, con determinazione mortale e furiosa.
Indietreggiò, difendendosi a male pena: non poteva rischiare di ucciderli,
erano pur sempre uomini e lei... e lei era una cacciatrice... o almeno lo era
stata... in un’altra vita, forse... Ma continuarono ad attaccarla, incalzarla,
ferirla.
Era spaventata, dolorante, sola.
E non capiva: perché la attaccassero, perché quella furia cieca,
cosa volessero da lei.
I colpi ricevuti, e le ferite, aumentarono ancora e ancora.
Paura.
Si risvegliò in lei con tutta la sua devastante forza.
Le annebbiò i pensieri, le entrò in circolo con il sangue.
Paura di morire.
Irrazionale: lei voleva morire, voleva solo che quell’incubo finisse,
voleva chiudere gli occhi e riposare...
Prepotente in lei ruggì l’istinto di vivere, accompagnato dall’urlo
della prima cacciatrice e da quello di molte altre.
Di nuovo si rialzò.
E cominciò a combattere.
Un colpo dopo l’altro.
Combattere e uccidere.
Sentiva i loro cuori smettere di battere, i loro respiri che cessavano.
Sentiva il rumore secco delle ossa che si rompevano, e quello ovattato delle
schegge che penetravano nella carne molle, negli organi interni lacerando e
tagliando.
Sentiva il sangue defluire dai loro corpi senza vita.
Lo scontro sembrava non dover finire mai.
I suoi nemici continuavano a crescere di numero, ad attaccarla come automi,
pur consapevoli di andare incontro a morte certa.
Buffy combatteva ,dimentica di sé, e piangeva.
In silenzio compiva quella danza terrificante.
E uccideva, ancora e ancora.
E ad ogni morte perdeva un pò di sé.
E ad ogni morte era come se qualcosa in lei morisse a sua volta, si estinguesse.
Combatteva, e uccideva, e il suo istinto diventava sempre più forte.
Più forte di tutto, più forte di lei.
Spegnava quella vita, e non le importava più.
Prendeva quelle vita, e le piaceva.
Sopravvivenza, caccia, istinto, morte.
Di quello che era stata rimanevano solo le lacrime.
Il tempo non esisteva più, o forse non era mai esistito.
C’erano solo i suoi nemici.
Una moltitudine.
Combatteva da molto tempo, più di una vita ormai.
O almeno così le sembrava.
Non aveva il tempo di respirare, di fermarsi, di pensare.
Quell’esercito silenzioso e spettrale, venuto dal nulla di quel luogo,
non le dava mia tregua.
A volte si ritiravano.
Allora era lei a dare la caccia a loro, come un lupo che ha fiutato la sua preda.
L’unica cosa di cui era consapevole era il sangue.
E il potere che aveva su di loro, su quelle creature.
Si sentiva forte, potente, ogni volta che uccideva.
Una scarica elettrica la attraversava tutta.
Affondava la spada nei loro corpi molli ed era squassata da un piacere violento
e primordiale, che le faceva ribollire il sangue, che le attraversava le viscere.
L’odore del sangue, il suo colore purpureo, la pozza del liquido tiepido
viscoso che si formava in terra e in cui le sue vittime giacevano inermi la
riempivano di orrore, e al tempo stesso di un perverso compiacimento, di un’
esaltazione irrefrenabile.
Buffy non esisteva più.
LA donna lacera e insanguinata che si batteva come un demonio non aveva più
nulla che vedere con la ragazza che era stata.
L’istinto di uccidere aveva preso il sopravvento.
Contava solo uccidere, cacciare, non importava più cosa o chi.
O per quale motivo.
Aveva sete di morte.
E non era mai sazia, mai paga.
Folle di una follia omicida, la mente ottenebrata da una coltre dello stesso
colore del sangue che versava.
Uccideva.
E provava piacere nel farlo.
Uccideva, ed aveva una musica nel cuore.
Una musica che la costringeva a danzare quel terribile ballo.
La musica dell’ultimo canto di ognuna di quelle vite._
James si fermò davanti a lei, chinandosi all’altezza
dei suoi occhi congestionati dal pianto.
La luce alle sue spalle lo rendeva poco più di un’ombra scura e
impenetrabile.
Gli occhi della donna gli passavano attraverso, vacui e vuoti, umidi e lontani.
Lei non sembrava vedere nulla, lo sguardo rivolto dentro di sé.
Davanti alla ragazza si dipanava una scena che a lui non era concesso di vedere.
Era in quello stato da più di un’ora, ormai.
Lo sguardo fisso, il volto sommerso da una profusione di lacrime silenziose,
l’espressione pervasa da angoscia e orrore, le labbra ostinatamente chiuse.
Non gli aveva rivelato nulla, anche ipnotizzata e drogata si rifiutava di rispondere
alle sue incalzanti domande.
Il giovane uomo le girò intorno stizzito, scosso da un’irrazionale
ansia di sapere, gli occhi accesi di cupidigia.
Voleva che gli parlasse della sua morte, e di quello che c’era stato dopo.
Paradiso... Inferno... Ricompense per il bene fatto in vita, o punizioni per
il male commesso...
Ma Buffy non aveva proferito parola.
Era molto più forte di quanto avesse calcolato.
Era riuscito a farsi raccontare un pò della sua vita.
Come avesse scoperto di essere una cacciatrice, la morte del suo primo osservatore,
l’arrivo a Sunnydale.
Il rifiuto che aveva per la sua missione, il desiderio infantile di una vita
normale.
Poi l’incontro con Giles e con quelli che sarebbero stati i suoi amici.
E un crocefisso d’argento... un uomo misterioso di nome Angel....
Ma ogni parola, ogni particolare, aveva dovuto strapparglielo a forza dalla
mente, forzarla a parlare.
Non aveva abbassato la guardia un solo istante, perché la donna era sempre
pronta a sfuggire, a scivolare, al suo controllo ipnotico.
Si divincolava con astuzia disertata dalla sua influenza, gli chiudeva le porte
dei suoi pensieri.
Nonostante tutto questo per un certo periodo era riuscito a vincere le sue resistenze,
a domare la sua volontà.
Almeno fino a quando non le aveva chiesto della battaglia con Glory, e di come
si fosse sacrificata saltando nel vuoto per chiudere il passaggio dimensionale.
L’aveva vista sussultare, spalancare per un attimo la bocca come in un
grido inudibile.
Era stata attraversata da una scossa convulsiva, seguita da brividi violenti.
E poi era scivolata in quelle specie di stato catatonico.
Non era più riuscito ad ottenere nessun risultato.
Frustrato le schioccò le dita davanti agli occhi innaturalmente spalancati,
e la risvegliò dall’ipnosi.
Scuotendo la testa uscì con impeto dalla cella, comandando con un gesto
ai suoi uomini di incatenarla di nuovo.
Uscì all’aria aperta.
Faceva freddo e il vento era tagliente.
Si portò le mani alla fronte e si stropicciò con forza gli occhi
stanchi.
Il cielo plumbeo incombeva sulla sua figura sottile.
I bei lineamenti erano seganti dalla spossatezza.
Era stata una lunga battaglia.
Con l’avversario più temibile e affascinante che avesse mai affrontato.
Non aveva vinto, non aveva neppure perso.
E non si sarebbe dato per vinto.
Guardò il cielo minaccioso e sorrise infilandosi le mani in tasca.
Aveva la cacciatrice.
Con il tempo avrebbe abbattuto le sue resistenze.
Avrebbe alzato uno a uno i veli della sua anima, leggendo i suoi pensieri.
Avrebbe conosciuto i suoi segreti e sciolto i suoi misteri.
E ,infine, avrebbe cancellato tutto con un colpo di spugna.
Avrebbe fatto di lei il suo capolavoro.
La sua donna perfetta.
E avrebbe per sempre nascosto al mondo il suo preziosissimo gioiello, il suo
nuovo, unico giocattolo.
Buffy l’avrebbe amato e gli sarebbe stata accanto, lo avrebbe seguito
per il mondo.
Sì, lei lo avrebbe amato.
James serrò le labbra con forza: le avrebbe tolto dalla testa quel vampiro,
era una promessa.
Prese la giacca e il cappotto, ma non se li infilò: voleva sentire il
freddo sulla pelle.
Voleva sentirsi vivo.
Vivo come non lo era mai stato, vivo come lei lo era.
Tornò in macchina, e con la capotte abbassata, si diresse in città.
Tornare alla realtà fu violento quanto lo era stato ricordare.
Una piccola parte di lei percepì la presenza dei suoi carcerieri, l’acciaio
gelato delle catene che le avvolgevano i polsi e le caviglie, il dolore bruciante
di una qualche droga che le iniettavano nel braccio.
Si abbandonò a terra, rannicchiandosi come una bambina.
Era sfinita.
Svuotata.
Adesso sapeva.
Ricordava dove era stata in qui mesi in cui era morta.
Ed era annichilita.
Ora capiva da dove venisse quell’oscurità che le strisciava nel
petto, che insinuava il battito del suo cuore.
Aveva ucciso.
Aveva ucciso degli esseri umani.
E le era piaciuto, e si era sentita potente.
Ricordava la foga del combattimento, e il trionfo del sangue dei suoi nemici
sulle mani.
Rabbrividì.
Troppo sconvolta per piangere ancora.
La consapevolezza di quello che aveva fatto la schiacciava.
Non era diversa da Faith, in fondo.
Anzi era peggiore di lei.
La droga cominciava ad impadronirsi della sua coscienza, a spingerla sull’orlo
dell’oblio.
L’immagine dei volti spenti di quegli uomini che aveva ucciso le danzava
negli occhi.
Era un’assassina... la sofferenza di quella parola la sommergeva.
La sentiva bruciare come una lettera scarlatta sul petto.
Ma era troppo turbata per reagire in qualche modo.
Non riusciva più a provare nessun sentimento
Perfino la paura che quelle tenebre che ardevano dentro di lei avessero il sopravvento
l’aveva abbandonata.
Rimaneva solo il ricordo di quei mille volti tutti uguali e dell’attimo
in cui il velo della morte era calato su di essi, e in tutti la paura aveva
un aspetto diverso.
La droga svolgeva bene il suo compito, presto perse coscienza e si ritrovò
di nuovo a naufragare nell’oscurità.
Una landa deserta, desolata, abbandonata.
L’orizzonte invisibile, macchiato di nebbia e inghiottito da quella terra
arsa.
E su tutto si stendeva un cielo rosso sangue, incombente, opprimente, soffocante.
Il terreno era coperto da una specie di nebbia non più alta di mezzo
metro, così densa e scura da sembrare fumo.
Un distesa di corpi si allargava ai suoi piedi, riversa in un lago di sangue,
fino a perdita d’occhio.
L’odore di sangue permeava l’aria, impregnava l’atmosfera,
denso quanto il liquido vischioso.
Sentì il demone ruggire dentro di lui, la gola arsa dalla sete antica
di quella vita racchiusa nel liquido purpureo.
Ma non c’era più vita attorno a lui, solo morte che deformava i
volti di quei corpi senza nome in smorfie e ghigni orrifici.
La morte non era mai uguale per nessuno ,quell’istante in cui vittima
e carnefice si appartenevano, la paura e la disperazione impressi negli occhi
sgranati di quegli uomini erano diverse per ognuno, per ognuno drammaticamente
uniche.
Ricordò quegli stessi sentimenti impressi su volti che conosceva, che
ricordava, che tormentavano le sue notti, che aveva ucciso.
Sconvolto, fece un passo indietro.
Ma inciampò in un cadavere.
Si voltò solo per scoprire che quella distesa lo circondava completamente.
Un senso di orrore lo pervase, la sensazione di non poter sfuggire allo spettacolo
di quella carneficina.
Una sensazione umana.
Incredibilmente ,di nuovo, provò l’impressione di soffocare.
Gli mancava l’aria.
Assurdo, lui non aveva bisogno di ossigeno.
Ma il senso di soffocamento continuava ad attanagliarlo.
Si portò le mani alla gola, annaspando inutilmente in cerca d’aria,
gli occhi riempiti dal lago di sangue che lo circondava.
Cadde in ginocchio, e il liquido scuro che ricopriva la terra gli sporcò
i vestiti, le mani che aveva appoggiato per sostenersi.
Angel si svegliò di colpo, scattando a sedere sul letto, coperto di sudore
freddo.
UN incubo, solo un altro incubo.
Troppo reale.
Deglutì.
Da quando aveva riavuto la sua anima i suoi peccati avevano tormentato i suoi
giorni e le sue notti, trasformandosi in incubi terrificanti.
Ma questo non aveva niente a che fare con il suo passato.
In più di due secoli non aveva mai visto niente del genere.
Solo l’inferno poteva esservi paragonato.
Peggio di qualsiasi campo di battaglia.
Immagini vaghe dell’inferno gli bruciarono all’improvviso nella
mente.
Le scacciò con un gesto della mano, alzandosi.
Si versò un barboun, ingoiandolo d’un fiato.
Raggiunse la scrivania, dove giacevano numerosi libri antichi.
Aprì un passaggio segnato che riguardava Jarisdel.
Sfogliò le pagine spesse e scurite dal tempo con la punta delle dita,
fissando le parole senza vederle.
Ripensò al sogno, all’incubo.
Aveva provato una paura, un orrore, una disperazione, non suoi, che non gli
appartenevano.
E la terribile sensazione di essere senza via di scampo.
Non riusciva a spiegarselo.
Scosse la testa richiudendo il libro.
Scorse ,con la coda dell’occhio, una sua fotografia.
Gli occhi attraversati di tristezza, lucidi di un dolore che sembrava poter
traboccare da un momento all’altro.
Si soffermò sul suo volto, sui capelli morbidamente scuri.
Non l’aveva sognata.
Strano, ormai quei misteriosi incontri onirici si ripetevano con regolarità
ogniqualvolta si addormentava.
Lei era viva.
Intrappolata, spaventata, sola.
Viva.
Ne era certo.
La sentiva, non poteva sbagliarsi.
Anche se ormai dalla sua scomparsa erano passate due settimane, e sembrava che
fosse stata inghiottita dalle tenebre.
Due settimane... era passato davvero così poco?
Si lasciò cadere sul divano, appoggiando la testa sulle palme aperte
della mani.
Aveva l’impressione che fosse scomparsa da una vita.
In un’eternità non aveva mai passato giorni terribili come quelli.
La sua assenza era intollerabile, dolorosa, bruciante, assurda.
Poteva sopportare di esserle lontano, anche separato per sempre da lei, ma pur
sempre sapendo che stava bene... che era al sicuro...
Adesso, adesso... invece era semplicemente sparita nel nulla, e lui non poteva
proteggerla, vegliare su di lei.
Si sentiva così inutile!
Aveva rivoltato tutta la città.
L’aveva cercato ovunque.
Inutilmente.
Nessuna delle piste che avevano seguito si era rivelata valida.
E Jarisdel lo impegnava troppo per dedicarsi oltre alle ricerche.
In una guerra senza quartiere e senza sosta.
Il vampiro appoggiò la schiena al divano, reclinando all’indietro
la testa.
Un nemico che non poteva sconfiggere.
Un nemico invincibile.
Ogni notte la scena si ripeteva, ed ogni notte lui perdeva punti.
E Jarisdel guadagnava un poco di vantaggio.
Gli aveva scatenato contro i più raccapriccianti demoni degli inferi.
Ma ogni notte ,uno dopo l’altro, Angel li aveva annientati.
E Jarisdel ,acceso da una rabbia stizzita e furente, ogni notte era stato costretto
ad affrontare il cavaliere della luce.
Angel sorrise amaramente a quell’epiteto.
Spense la sigaretta ,schiacciandola nel portacenere, e se ne accese a ruota
un’altra.
Si sentiva estremamente poco “luminoso” in qui giorni.
Anzi, era sull’orlo dell’abisso come poche altre volte.
Ed il motivo era Buffy.
Solo Buffy, sempre lei.
Che poteva sconvolgere la sua vita, distruggerla, ricostruirla con un solo gesto,
con un solo sorriso.
Lei che era stata la sua ancora, il suo punto fisso.
Per quanto in basso potesse essere caduto negli abissi della disperazione, il
ricordo di lei, il suo pensiero, erano sempre riusciti a farlo risalire.
Nella tenebra che gli avvolgeva il cuore la luce di Buffy brillava come una
stella polare.
Poi l’aveva persa.
Ed era morto con lei.
La sua vita si era estinta in quel salto di cento piani, in quegli occhi che
non avrebbe più potuto vedere.
Ma lei era tornata.
Emersa dalle tenebre che gliel’avevano strappata.
E la vita del bel vampiro aveva ripreso a fluire.
Anche se una parte di lui ,una voce che non voleva ascoltare, gli ripeteva che
qualcosa non andava.
Il ricordo di quell’unico incontro dopo il suo ritorno gli sfiorò
la mente.
Diversa.
Sola.
Toccata dall’oscurità.
I suoi pensieri furono bruscamente interrotti da un furioso bussare alla porta.
Dalla fessura contro il pavimento filtrava una sottile nebbia fumosa.
Percepì un forte odore di bruciato.
Angel guardò con aria sconsolata verso l’ingresso.
Si alzò con calma ed andò ad aprire, facendo attenzione ad evitare
il fascio di luce solare che entrava con ridondanza dalle finestre del corridoio.
Una coperta fumante e borbottante irruppe nell’appartamento.
Angel richiuse la porta, restando a guardare Spike che spegneva imprecando il
principio di incendio della coperta, e soppresse un sorriso faticosamente.
“Maledizione!! Volevi mandarmi a fuoco??! Cristo santo, sono quasi bruciato!!!
Te la sei presa comoda, eh??? E’ inutile che te la ridi sotto i baffi,
ti sento, sai?!”
“Non sto ridendo, semplicemente ti osservo mentre cerchi di mandarmi a
fuoco casa.”
Spike scattò inviperito, mollando a terra i resti della coperta.
“Si da il caso che quello che stava cercando di mandare a fuoco qualcosa
eri TU! E il qualcosa ero IO!”
Angel fece un mezzo sorriso, aggirando l’altro vampiro e andandosi a versare
un altro barboun.
“Mmm... non ti aspetterai delle scuse, vero?”
“See, figurati....!!! Il grande Angel che si abbassa a chiedere scusa
a me! Nevicherà rosso prima che succeda... Offrire non se ne parla, vero?
Ma non te le hanno insegnate le buone maniere a Los Angles?”
Angel ,già esasperato, versò un altro bicchiere del liquido ambrato
e lo allungò a Spike.
Il vampiro ossigenato aveva il potere di fargli perdere l’autocontrollo,
di scuotere la sua calma, e ,a volte, di risvegliare in lui istinti omicidi...
Spike si accomodò su di una poltrona, togliendosi lo spolverino di pelle
nera, e ,con l’aria sfacciata di un ragazzino, si mise a osservare il
suo sire.
Angel appoggiò il bicchiere ormai vuoto e gli diede le spalle, accendendosi
una sigaretta.
Spike sorseggiò lentamente un pò del suo liquore.
Aveva un sorrisetto furbo sulle labbra.
Non tolse gli occhi di dosso ad Angel per un solo istante.
Alla fina ,l’altro, spazientito, schiacciò la sigaretta in un portacenere
e gli rivolse uno sguardo severo.
“Devi dirmi qualcosa o sei venuto qui solo per fissarmi in silenzio?”
“Nonostante il tuo riprovato fascino, non sono qui per te. Disturbo?”
Sorrise accostando un accendino alla sigaretta che aveva in bocca. “Sì,
ti vedo molto occupato... ho interrotto le tue profonde meditazioni al buio?
Non mi guardare così... tanto non mi puoi mandare a fuoco con lo sguardo...
vuoi negare che te ne stavi qui a rimuginare con il muso lungo? “
Angel gli puntò contro un dito.
“Io non....... Che vuoi, Spike?”
Il vampiro biondo si concesse un omento per gongolare di quella piccola vittoria.
“Mi manda Giles, e la rossa. Hanno trovato la lancia di cui parlava l’ex-demone
rompi...” Diede un’occhiata allo sguardo ardente di Angel e decise
che non era il caso di giocare oltre con il fuoco “Anya, Anya la ragazza
di Xander Harris.”
“Sei qui da più di venti minuti e me lo dici solo adesso?! Sei
un irresponsabile. Devo recuperarla al più presto.”
Spike si accomodò sulla poltrona.
“Non ti scaldare, amico. Perché fino al tramonto non puoi andare
da nessuna parte... Non che fuori sia un’eccezionale giornata estiva,
ma brilla comunque un discreto sole invernale. E ,mi risulta, anche quello manda
in cenere i vampiri... ma adesso che ci penso tu sei un cavaliere della luce,
magari per te non vale più... o no? Sai non ci aveva mai fatto caso...
è buffo! Sei un -cavaliere della luce- ma alla luce non ci puoi stare...”
Spike continuò a ridacchiare, molto divertito dalla sua stessa battuta.
E Angel si versò un altro drinck.
Spike tornò serio e lo osservò ingollare tutto d’un fiato
anche quel bicchiere.
“Ci andiamo giù pesante, eh? Ti ha ridotto proprio male la ragazza.
E io che pensavo..”
“Se devi proprio restare qui, puoi almeno startene zitto?”
Più che una domanda era una minaccia.
“No. Che mi piaccia o meno, tu sei quello che attualmente ci sta proteggendo
il didietro. Jarisdel non è uno che mi piacerebbe incontrare a quattr’occhi.
Ma ti stai distruggendo. Se Buffy non si trova e tu crepi, chi diavolo pensi
proteggere Dawn?! Mi piacerebbe proprio sapere che ti prende! Non fai che stare
rinchiuso qui a fumare, e a bere. Non ti nutri. Quanto pensi di poter andare
avanti? Combatti Jarisdel ogni notte, resti ferito, ed esci sfinito da ogni
battaglia. Ma ti ostini a non nutrirti. Sei in un mondo tutto tuo, staccato
dalla realtà. Quei ragazzi sono impazziti per trovare questa fottutissima
lancia, e tu non hai mosso un dito per aiutarli, sostenerli. Da quando hai dato
Buffy per dispersa non sei più...”
Angel frantumò il bicchiere che aveva in mano.
Le schegge sporche del suo sangue caddero a terra lentamente, rimbalzando sul
tappeto e producendo solo un rumore ovattato.
“Lei. Non. E’. Morta. Non azzardarti mai più a dire una cosa
del genere.”
“Non sono io che l’ho detto. Sei tu che l’hai deciso. Abbiamo
rivoltato la città come un calzino e prosciugato ogni fonte di informazione,
ma della cacciatrice nemmeno l’ombra. Ma io non ho smesso di cercare,
io ogni notte perlustro ogni centimetro di questa città maledetta per
trovarla! Tu NO! Tu hai perso le speranze ed hai deciso di soffrire in pace!!!
E ti compiaci nell’idea che quella con Jarisdel sarà una battaglia
mortale.”
Adesso Angel era davvero furente.
“Tu non sai neppure quello che dici. Io non ho smesso di cercarla. Io
so che è viva. Lo sento, la sento dentro. Ma non posso permettermi alcuna
distrazione: una mossa falsa e Jarisdel mi ucciderà e allora Dawn sarà
in pericolo. Buffy è viva, e so che la troveremo, ma so anche che può
caversela da sola, che deve resistere fino a quando non avremo modo di riprendere
le ricerche. Io non mi posso permettere sfoghi adolescenziali, Spike! Se ti
disturba il fatto che io sia qui, bene, allora cerca di fartela passare.”
“Scusa tanto Signor -io non posso permettermi sfoghi adolescenziali- .
Avrò le allucinazioni, ma quel frigo è pieno di sacche di sangue
non bevute. Sangue, ti ricordi? Quel liquido rosso composto da globuli rossi
e bianchi, plasma, piastrine,...”
“Spike...”
“Sì, sì. Sto zitto. Ciò non toglie che tu devi mangiare.”
“Spike.............”
“E’ vero! Willow è preoccupata per te, e Dawn, e Tara. Non
fai che combattere e ,lasciatelo dire, sei uno straccio!”
“E tu non sei il mio tutore.”
“Bè avresti bisogno di qualcuno che ti proibisca di pensare troppo.”
Spike andò in cucina e scaldò diligentemente due tazze di sangue.
Tornò e ne porse una ad Angel.
“E’ l’ora del the...” Si sedette sulla stessa poltrona
di prima “Ma tu guarda a cosa mi sono ridotto. E dire che ho sempre voluto
ucciderti.....”
“E’ reciproco.”
Spike sorrise.
“Bene, allora vuoi sapere della lancia o continuiamo a conversare del
più e del meno?”
Silenzio.
Spike immaginò di sentire un profondo sospiro.
“La lancia.”
“Ok. Bene, è molto antica. Bella scoperta, Jarisdel è più
antico del tempo.... Comunque ,dicevo, è probabile che sia stata creata
con lui. Ma le prima notizie che se ne hanno risalgono al 3000 A.C. nella zona
del Tigri e dell’Eufrate. Era custodita a Ur da un ordine religioso in
un tabernacolo circondata da biancospino e da rose canine. Entrambe le piante
erano state fatte crescere con la magia per custodire la lancia sacra. I sacerdoti
non erano pienamente consapevoli del potere della lancia e del suo scopo. La
consideravano un dono degli dei. Durante la conquista di Babilonia da parte
degli ittiti ,secoli dopo, fu rubata. Non se ne hanno più notizie fino
a quando non ne parlano i Druidi Celti (il manoscritto che ha Giles è
autentico) che la chiamano -Saetta di Luce- . I druidi trascrivono un profezia
,che gli sforzi combinati di Giles e dell’altro quattrocchi hanno portato
a tradurre solo poche ore fa.
-E il male verrà, ed avrà sembianze umane. Le tenebre si incarneranno
e dal loro mare oscuro sorgerà il figlio del Caos che avrà negli
occhi il gelo della morte. Ogni mille anni sarà mandato perché
il bene si pieghi sotto il suo flagello. Non potrà conoscere fine, né
sconfitta. Davanti a lui si ritireranno i cieli, le terre, e le acque, né
la morte potrà mai toccarlo. La sua vendetta sarà senza fine.
Più antico del tempo ,nato con il male e per il male generato, la sua
tempra si è costituita nel fuoco e nella lava prima dell’età
degli uomini. Mai nessun uomo potrà sconfiggerlo, né la forza
degli elementi terra, fuoco, aria, acqua, annientarlo. E il male verrà,
e quando giungerà sarà la fine.-
Effettivamente non è un gran ché rassicurante, ma si sa che le
profezie sono sempre alquanto catastrofiche. Ma torniamo alla nostra storia.
Una confraternita di demoni ,l’Alleanza, tentò di impossessarsi
della lancia e così i druidi la affidarono ad un cavaliere dal cuore
puro che la allontanasse dal pericolo. Poco prima di morire ,dopo aver vagato
per tutto il mondo allora conosciuto per sfuggire all’Alleanza, questo
cavaliere nominò un successore e questi fece lo stesso. La lancia fu
portata in fuga attraverso tutto il mondo, per sfuggire ai demoni dell’Alleanza
che se ne volevano impossessare. Di questa Alleanza fanno parte demoni superiori
di molte specie, ma tutti, come segno di riconoscimento, staccano la mano destra
delle loro vittime, la mano su cui il primo cavaliere custode della lancia portava
un anello con il sigillo dei Druidi. Si hanno notizie vaghe della lancia a Roma
sotto l’imperatore Adriano, a Costantinopoli dopo il 476 D.C. e la caduta
dell’impero romano d’occidente. Fu presa come bottino di guerra
durante una razzia dell’esercito di Gengis Khan ,nel 1207 circa, e fu
dimenticata fra tutti gli altri tesori conquistati in battaglia. Fece poi parte
del tesoro della corona in Cina sotto la dinastia Yuan ,di stirpe mongola, e
lì rimase fino al 1368 quando tale dinastia perse il potere. Di nuovo
non se ne sa più nulla fino al 1533, quando è citata in alcuni
scritti di un alchimista. La lancia è giunta nelle sue mani dopo l’ennesimo
assassinio del cavaliere in carica dell’ordine dei Custodi. Il custode
,per altro, era un uomo di ambigua reputazione e di oscura provenienza che probabilmente
era più incline al male che al bene. Si procurava da vivere dissotterrando
cadaveri per gli studiosi di anatomia del periodo e rubando. Ormai non credeva
più molto nella sacralità della lancia, né nell’importanza
del suo compito. Per pagarsi dei debiti di gioco fu perfino costretto a vendere
l’anello dell’ordine, che recava incise due ali piumate raccolte
intorno a un cuore trafitto. Attraverso questo anello ,di cui sarà il
caso di riparlare, fu rintracciato da alcuni demoni che per ordine dell’Alto
consesso posto a capo dell’Alleanza, stavano cercando la lancia con l’intento
di distruggerla. Fu raggiunto e ucciso in una nebbiosa notte fiorentina, lungo
un argine dell’Arno. Parte del suo corpo, senza la testa e senza la mano
destra su cui portava l’anello dell’ordine dei Custodi, fu ritrovata
sotto il Ponte Vecchio. Non fu mai identificato, lo seppellirono in una fossa
comune, con un’unica croce di legno per ricordare molte anime. I demoni
che l’avevano braccato per giorni avevano il potere di rendersi invisibili.
Ma non riuscirono a impossessarsi della lancia. Infatti il custode l’aveva
impegnata in cambio di soldi. Ma la lancia non poteva essere impugnata da tutti.
Solo al predestinato e ai custodi era concesso. Così fu avvolta in un
drappo si seta con ricamato in oro il sigillo dei custodi affinché potesse
essere maneggiata da chiunque. L’alchimista che ne era entrato in possesso
ben presto si considerò padrone dell’antica arma, visto che lo
strano uomo che gliel’aveva lasciata in cambio di alcuni pezzi d’argento
era sparito nel nulla. Bene, a questo punto salta fuori un misterioso scritto
che sarebbe stato cucito in un lembo del drappo di seta. Siamo in possesso solo
della sommaria traduzione dell’alchimista, perché l’originale
è andato bruciato nell’incendio del suo laboratorio. Si suppone
che sia la seconda parte della profezia che i Druidi avevano affidato ai Custodi
perché la proteggessero insieme alla lancia.
-Quando il male ha preso forma il cielo si è oscurato e nubi pesanti
hanno sovrastato le fiamme e la lava dell’inferno, e la tempesta si è
scatenata, e dalla tempesta è scaturita una tempesta che si è
abbattuta negli inferi. Allora la terra ha tremato e si è squarciata,
aprendosi in un’orrida ferita sanguinante, e attraverso essa la saetta
è giunta fino al figlio del male ed ha lacerato la sua pelle candida,
toccando il suo sangue fresco. Le viscere infernali si sono richiuse sulla loro
creatura, per difenderla. E nella terra ,dove prima c’era un immenso squarcio,
è rimasta conficcata una lancia. La sua punta è di un metallo
mai forgiato dagli uomini e nel lampo del suo filo è racchiusa la forza
devastante di quella saetta che è scaturita dal cielo inorridito dall’abominio
che gli si presentava. Solo la -Saetta di Luce- può sconfiggere il male
incarnato. Ma nessun mortale può impugnarla, poiché la sua punta
è stata contaminata dal sangue fresco del demone. Solo chi cammina nelle
tenebre avrà il potere di brandire la lancia sacra. Solo chi segue il
cammino della luce potrà sconfiggere il demone. -
Enigmatico, vero? in molti nella ristretta cerchia degli slayetters a pensare
che la descrizione ti calzi a pennello. Perché tu sei il Cavaliere della
Luce, come ripete ogni 5 minuti con la sua voce cantilenante il tuo amico ex
osservatore. E perché il sigillo dato dai druidi ai custodi ,quello che
dava loro il potere di impugnare la lancia, rappresenterebbe sempre te... A
me sembra tirata per i capelli come interpretazione, ma te la dirò ugualmente:
le ali ripiegate ,che non possono più volare, rappresentano un angelo
caduto, il cuore trafitto rappresenta l’anima che ti è stata restituita
perché soffrissi in eterno. Ma non divaghiamo oltre. Dove ero rimasto?
No, non interrompermi che poi perdo il filo. Firenze 1533: Caterina ,figlia
di Lorenzo II De’Medici, andava sposa in Francia al duca d’Orleans,
futuro Enrico II. La donna ,che si rivelò un abile e spietata governante
nonché manipolatrice, si dedicava all’occulto ed era un’appassionata
di arti magiche. Credeva nella Cabala e in tutta quella roba. L’alchimista
,dopo l’incendio nel suo laboratorio (tanto per cambiare stava cercando
di fabbricare la pietra filosofale, e qui si potrebbe fare un appuntino sulla
stupidità umana), era rimasto un pò a corto di contanti. Così
pensò bene di vendere la lancia come dono di nozze per la futura regina,
spacciandola per non so che tipo di talismano. Naturalmente occultò l’oscura
profezia che aveva tradotto e ben presto se ne dimenticò. La lancia fu
così portata in Francia al seguito di Caterina De’Medici. E’
inutile disquisire sulla vita della regina (come hanno fatto Giles E l’altro
per ore..) ,dopo la morte del marito diventò reggente per il secondo
figlio Carlo IX e fino alla fine della sua vita influenzò il governo
della Francia. Tenne con sé la lancia custodendola come un tesoro prezioso
fino alla notte della strage degli Ugonotti. Nella confusione e nel terrore
in cui Parigi era piombata ,mentre Enrico di Navarra aveva salva la vita per
un soffio, la lancia venne misteriosamente trafugata dalle stanze della regina.
Di certo non si sa né chi compì il furto, né perché
lo fece. Da quella notte si è persa ogni traccia concreta della lancia.
Alcuni sostengono che ,spezzata a metà, sia stata custodita come reliquia
nella Sainte-Chapelle insieme alla presunta corona di spine di Cristo per custodire
la quale Luigi IX aveva fatto costruire l’intera cappella. Si suppone
che dopo la morte dell’ultimo Custode l’ordine fosse stato ricostituito.
I nuovi custodi avrebbero rubato la lancia approfittando del caso di quella
famosa notte. Ma i demoni dell’Alleanza erano sulle loro tracce, e così
affidarono la lancia ai sacerdoti che officiavano nella Sainte-Chapelle spacciandola
per la lancia con cui Cristo fu trafitto al costato sul Golgota. I Custodi pregarono
e corruppero i sacerdoti affinché la donazione rimanesse segreta. Nessuno
doveva sapere della lancia. I cavalieri dell’ordine dei Custodi ritenevano
che la lancia dovesse essere al sicuro in terra consacrata. E fu così
,o almeno noi lo crediamo, perché ancora una volta i demoni non riuscirono
a impossessarsene. Ma tutto fu fatto con tale segretezza che non possiamo essere
certi di nulla. La lancia è citata solo in alcune pagine dello scarno
diario di uno dei sacerdoti a cui fu affidata. Poi più nulla. Non sappiamo
se la lancia è rimasta a Parigi... se magari è finita nei sotterranei
o negli archivi del Louvre.... Niente, fino ai nostri giorni neppure uno straccio
di informazione. Però c’è la lettera di un amico di Giles
,un suo compagno di università che si è convertito al buddismo
e si è fatto monaco nel tempio di Cheng Hoong Teng a Malacca, il più
antico tempio della Malesia. Nella lettera l’uomo parla di antichi diari
trovati per caso che narrerebbero le vicende di un bastone dalla punta di folgore
custodito da uomini trafitti nel cuore. La lettera è datata di quasi
dieci anni e l’amico di Giles è un ex figlio dei fiori a mio parere
molto schizzato. Ma seguendo questa traccia siamo comunque risaliti a un’ipotesi
piuttosto probabile sul destino della nostra lancia. Intorno al 1635 una compagina
di tre demoni mandati dall’Alto Consesso, compirono numerose stragi a
Parigi. Uccisero dei sacerdoti e uomini che potenzialmente potevano appartenere
all’ordine dei Custodi. Lasciavano le vittime senza la mano destra e mangiavano
i loro cuori. Tipi fantasiosi, direi. Comunque, erano in grado di sprigionare
fuoco dalla punta delle dita e di cambiare sembianze. ‘ probabile che
fossero sulle tracce dei Custodi e del nascondiglio della lancia. La guglia
della Sainte Chapelle fu distrutta da un incendio in quel periodo: avevano trovato
il nascondiglio della lancia. Ma probabilmente non la lancia. Sei dei sette
custodi furono uccisi senza rivelare l’ubicazione della lancia. Il sopravvissuto
probabilmente lasciò Parigi, e cominciò un lungo viaggio sempre
braccato dai tre demoni. Attraversò tutta l’Europa e fu sul punto
di essere preso a Damasco. Ma di nuovo riuscì a fuggire. Fu ramingo per
altri sette anni. Infine riuscì a seminare i tre demoni che furono uccisi
per il loro fallimento. Tornò in Europa e si imbarcò clandestinamente
su una delle navi olandesi della Compagnia delle Indie Orientali che partivano
alla volta di Malacca. La città era stata conquistata un anno prima ,nel
1641, dagli stessi olandesi. Qui il custode passò i restanti anni della
sua vita. E ,ormai cieco, dettò a un piccolo monaco la storia della sua
vota. Si potrebbe concludere che la lancia sia rimasta a Malacca ma prima di
morire forse in preda al delirio, parlò al ragazzo della partita a scacchi
che aveva giocato per molti anni con tre demoni del fuoco, e dell’atroce
inganno di cui li aveva resi parte. La lancia era rimasta a Parigi e lui si
era fatto inseguire solo per allontanarli dalla sacra arma. Forse sono solo
i vaneggiamenti di un uomo morente, trascritto da un giovane semi analfabeta.
O forse ,non avendo a disposizione un successore da nominare, il Custode voleva
allontanare la pista dal reale nascondiglio della lancia. Ma non abbiamo modo
di saperlo. Riassumendo brevemente, la lancia può trovarsi da qualche
parte a Parigi, o in Malesia, a Malacca, città degli spiriti. Ci siamo
dati da fare mentre tu giocavi al cavaliere tenebroso, eh? Visto che dobbiamo
anche recuperarla io e la strega rossa andremo a Parigi, mentre Giles e Anya
andranno a Malacca. Partiamo stanotte. Xander ha insistito per rimanere a proteggere
Dawn e Tara..... dovrai badare a tutti e tre.... Cordelia e il vecchio Wes sono
ripartiti per Los Angles stamattina: hanno un’evasione da organizzare...
Bene, credo di averti detto tutto. Soddisfatto?!”
Spike sfoderò un sorriso a trentasei denti, mentre Angel ,quasi stordito
da quel flusso di notizie, lo guardava fisso, la sigaretta che gli si consumava
silenziosamente fra le dita, con il suo lungo cilindretto di cenere che ondeggiava
pericolosamente a pochi centimetri dal divano.
Spike pensò che di sarebbe scottato le dita.
Dal canto suo il vampiro ossigenato ,durante la narrazione, aveva consumato
un intero pacchetto di sigarette, riempiendo il portacenere fino all’orlo
di mozziconi.
“Quindi la lancia esiste davvero.”
“Acuta osservazione, è più di un’ora che te ne parlo....”
Angel ignorò la battuta e il sarcasmo dell’altro.
“Non puoi andare tu a recuperarla.....”
“Se hai qualche candidato migliore sono dispostissimo a cedere il mio
posto. Anzi mi perderò le ultime puntate di Passioni...”
Sorrise sfacciato.
“Wesley potrebbe...”
Angel realizzò una delle ultime frasi di Spike, e sobbalzò, alzandosi
e coprendo in due passi la distanza che lo separava dal child di Drusilla. Si
chinò sul’’ altro vampiro fino ad arrivare a pochi centimetri
dal suo viso.
“Wesley è tornato a Los Angles per far cosare chi????”
“No, cosare non è esatto. Evadere, di dice e-va-de-re. E l’evasa
in questione è Faith. Il distaccamento irregolare del Consiglio degli
osservatori ,nelle persone di Rupert e di Wesley, ha decretato che hai bisogno
di una mano con i demoni che Jarisdel ti sguinzaglia contro. E l’unica
mano disponibile al momento era in manette... quindi bisogna rimediare!”
Angel soffiò come un cane rabbioso sul viso di Spike.
“Voi siete matti, la cercheranno e ....”
“Calma! Ti agiti per un nonnulla, bevi troppi caffè, sai? La caffeina
non ti ha mai fatto bene....”
“SPIKE!!!!”
“Visto?! Hanno organizzato tutto per benino. Willow cancellerà
dagli archivi la fedina penale di Faith, ci sono una serie di mappe e incantesimi
per l’evasione. Non ti devi preoccupare. Tu pesa solo al damerino demoniaco.
Certo che se nei ritagli di tempo riuscissi a trovare Buffy...”
Angel gli ringhiò letteralmente contro, misurando a grandi passi l’appartamento
con l’aria di un animale in gabbia.
“Hai ringhiato.”
Annunciò Spike con grande serietà.
“Farei di peggio se non avessi ancora qualche brandello di coscienza.”
“La tua coscienza comincia a starmi simpatica.”
“Ancora un parola e ti pianto un paletto nel cuore.”
“Ok, provaci.”
Angel scattò.
In meno di un istante si stavano affrontando violentemente.
Spike finì sul tavolo di cristallo del salotto, mandandolo fragorosamente
in frantumi.
Pioggia sottile di schegge affilate, che riempì l’aria della sua
musica.
Angel incassò un violento gancio alla mandibola che lo costrinse a indietreggiare
e inciampò in una lampada a stelo, cadendo a terra.
Spike gli fu subito addosso.
I due ,i volti mutati in quelli del demone, continuarono a combattere furiosamente,
rotolando sul pavimento e travolgendo nella loro foga mobili e suppellettili.
Micidiali e terribili si fronteggiavano in una lotta silenziosa che ricordava
una danza mortale e affascinante.
Senza che nessuno dei due riuscisse ad avere la meglio, ricevendo e mettendo
alternativamente a segno colpi potentissimi e letali, continuarono a combattere
fino allo sfinimento, avvinghiati come fiere che cercano di affondare le zanne
nel collo dell’avversario.
Alla fine ,estenuati, si separarono, rotolando uno lontano dall’altro,
riversi sul pavimento.
E coperti di lividi.
Angel aveva un taglio sul sopracciglio, Spike sanguinava da un ferita al labbro
superiore.
Silenzio.
Così come era stato durante il combattimento, a parte il rumore sordo
e secco dei colpi che centravano il bersaglio e frustavano la carne.
Ma adesso anche quel rumore si era spento.
“Devo andare a fare la valigia. Se arrivo in ritardo la rossa è
capacissima di trasformarmi in un topo da laboratorio...”
“Ma se da quando sei arrivato a Sunnydale hai sempre avuto addosso gli
stessi vestiti, spolverino di pelle nera in prima fila, che razza di valigia
devi fare?”
“ha parlato quello che ha una varietà di guardaroba eccezionale...
dal nero al nero più scuro. In valigia ci devo mettere, bè...
dunque... le sigarette.... poi vediamo qualche paletto?”
“Non devi affrontare dei vampiri.”
“Ok, non si sa mai. Un’ascia a doppio taglio?”
“Non puoi viaggiare in aereo, il sole.”
“Mica viaggio in buisness class, bello! La stiva non ha finestrini.”
Di nuovo silenzio, senza che nessuno dei due si muovesse, o parlasse.
Dopo un periodo imprecisato di tempo, Spike si alzò, strisciò
fino alla poltrona di prima, la rimise in piedi, e si stravaccò sui cuscini.
Estrasse uno spiegazzatissimo pacchetto di sigarette dalla tasca dei pantaloni
troppo stretti, e si accese una sigaretta tutta spezzettata.
Tirò avidamente alcune boccate mentre Angel si tirava a sedere ,pur rimanendo
a terra, e appoggiava la schiena al divano rovesciato.
Soffiò il fumo in aria e le volute si alzarono pigre verso il soffitto,
sflilacciandsoi e diffondendosi nebbiose.
Socchiuse gli occhi azzurri e taglienti, con il fare di un gatto sornione.
“Allora che ti succede?”
Insieme alle parole gli usciva di bocca una nebbia sottile e mobile di fumo.
Angel alzò lo sguardo su di lui, gli occhi scuri arsi da un antico tormento
e da un dolore incancellabile.
“Non riesco a trovarla. Non posso salvarla da se stessa. E’ tanto
vicina che riesco a sentire la sua presenza, è dappertutto anche i questa
casa, oppressa dalla nuova vita che si era costruita attorno come un muro difensivo,
ma che non le apparteneva. Nonostante questo, non posso trovarla, Spike.”
Abbassò gli occhi sulle mani che aveva appoggiato intrecciate sulle ginocchia
piegate.
“L’abbiamo cercata ovunque, Angel. Non dipenda da te trovarla...
Dovresti smettere di darti la colpa per qualsiasi cosa succeda... Se domani
scoppiasse la terza guerra mondiale che fai? Mica puoi prevenire tutti i mali
della terra....”
“Tu non puoi capire. Io me ne sono andato per proteggerla... e adesso
lei è in pericolo, e io non posso fare niente...”
“A questo ci dovevi pensare qualche annetto fa...”
“LO so.”
“E la cosa non ti fa sentire meglio. Io non ti dirò che ne penso,
ve l’ho già detto una volta e ai tempi ero molto più obbiettivo
di adesso. Ma non mi hai ancora detto che succede, c’è qualcosa
ce non va, ne sento la puzza.”
Angel scosse la testa lentamente, gli occhi fissi in un punto oltre la spalla
di Spike.
“Lei ha paura, Spike. Ha paura ed è sola. Posso avvertirlo. Lo
sento: sento che si dibatte e combatte una battaglia contro l’oscurità
dilagante che le cresce in petto. Istinto che non riesce più a controllare.
Il suo lato oscuro che prevale. E’ cambiata, qualcosa dentro di lei si
è spezzato dopo che è tornata, dopo Glory.
Non più la stessa. Faccio dei sogni ultimamente... ma non sono miei.
Credo che siano i suoi incubi. Non è stata in Paradiso, Spike. Nei mesi
in cui è morta deve essere finita ,io non lo so di preciso, in un luogo
infernale, una dimensione demoniaca... Non si esce indenni da un’esperienza
del genere La mente ne resta sconvolta, annientata. E se non sei abbastanza
forte per sopportare il peso del ricordo, allora impazzisci o rimuovi quello
che è successo.”
Spike spense la sigaretta nel portacenere che era miracolosamente rimasto intatto
e se ne accese un’altra.
Con calma, in silenzio.
“Fate gli stessi sogni, quindi.”
“Non è la prima volta...”
“Chissà perché me lo sentivo... Bè ma è naturale,
fa tutto parte del vostro grande legame.” Il tono era sarcastico. “
E com’è che hai pensato di non dire niente a nessuno?! Forse avrebbe
potuto aiutarci con le ricerche, forse...”
“No. Non avrebbe aiutato. I ragazzi sono già abbastanza sconvolti,
la notizia che Buffy sia stata all’inferno non avrebbe fatto che gravarli
di un’ulteriore pena. E in ogni caso non possono capire.”
“Certo, solo TU puoi capire! Hai detto inferno. Un attimo fa però
affermavi di non essere sicuro della natura di quel luogo.”
“Infatti. Sono i suoi sogni, non i miei. Non posso controllarli, non posso
avere risposte. Ognuno ha il suo inferno personale, Spike. E quel luogo sembrava
creato apposta per lei. Per annullare il suo spirito. Solo una landa deserta,
e un cielo rosso sangue che ti toglie il respiro, e la terra ricoperta di morti.
Cadaveri, addossati gli uni agli altri, riversi in laghi di sangue ancora tiepido,
i volti deformati e trasfigurati dal terrore nella morte. E l’odore di
morte, sangue, carne putrefatta e di zolfo che appesantiva l’aria irrespirabile.
Uomini ovunque, morti orribilmente, le armi ancora in pungo. Lei li aveva uccisi,
uno dopo l’atro, a mani nude. E il suo istinto voleva ancora sangue e
corpi che si piegano molli sotto i colpi micidiali. Un caccia mortale, e senza
fine, in cui era preda e predatore. Buffy non ha mai voluto essere la cacciatrice,
lei non ha mai voluto uccidere. Ma in quel luogo è stata costretta, istigata
,non so come e perché, a farlo ancora e ancora. Questo l’ha cambiata,
Spike. L’ha resa piena di orrore e di rabbia impotente, di dolore e di
un tormento inestinguibile. Non credo tu possa capire, Spike..... il rimorso.
Ha ucciso degli esseri umani e le è piaciuto.”
Nella stanza oscurata le parole di Angel restarono sospese a lungo.
Lentamente il silenzio le avvolse e le consumò.
Rimaneva solo il fumo fluttuante delle sigarette di Spike.
Con la sua forza immota ed implacabile il tempo macinava altro tempo.
Spike pensava a quello che aveva appena saputo, e per la prima volta da molto
tempo si era ritrovato senza parole. La voce di Angel risuonò strana,
invadente, quasi inopportuna in quel silenzio assoluto.
“Lo sapevo, e non ho voluto accettarlo, capirlo. Ho fatto finta di niente.
Ho letto la pena nei suoi occhi e ho creduto che fossero altri i motivi, scuse
ripetute a me stesso per non vedere la verità. Ne avevo troppa paura.
Lei è la mia luce, la mia redenzione. Non potevo pensare, sopportare
che fosse morta ed avesse dovuto affrontare l’inferno... Se solo fossi
stato qui a proteggerla, se solo...”
“Non sarebbe cambiato niente. L’avresti vista morire. E una parte
di te sarebbe morta con lei.”
“E’ successo comunque. Sono morto con lei... Non avrei dovuto permetterlo.
E adesso è di nuovo colpa mia, aveva bisogno del mio aiuto... e io mi
sono voltato e sono tornato a Los Angles.”
_Un cimitero, tanto per cambiare.
Quasi il loro incontro dovesse avvenire in terra neutrale, né Sunnydale,
né Los Angles.
Non sapeva di preciso perché avesse scelto quel luogo ,dio, non sapeva
più nulla: lei era viva!
Nient’altro importava più.
Nient’altro aveva più senso.
Solo che lei fosse viva.
Solo che non fosse più un sogno troppo doloroso per essere ricordato
al risveglio, troppo incancellabile per essere
dimenticato nel tempo di un’eternità.
Solo vedere un’altra volta ancora il suo viso, i suoi occhi, e potersi
perdere in essi, e naufragare nelle dolcezza di
ritrovarla.
Solo sentire un’altra volta ancora il suono della sua voce, il suo profumo.
Solo ascoltare un’altra volta ancora il battito del suo cuore, il rumore
leggero del suo respiro, e sapere che era viva.
E se lei viveva, nient’altro aveva più importanza.
E se lei viveva, lui avrebbe potuto affrontare qualsiasi cosa.
Chiuse gli occhi: il ricordo vivido di lei era già lì ad aspettarlo,
come tutte le altre volte.
Come le altre cento, mille volte in cui aveva rievocato il suo sorriso, ed aveva
creduto di morire perché non
l’avrebbe più rivisto. Perché lui era immortale, mentre
la sua vita si era spenta.
Ma ora lei era viva, di nuovo, ancora.
E presto sarebbe di nuovo stata accanto a lui.
Passi leggeri sull’erba umida di rugiada.
Sorrise, come non faceva più da mesi: Buffy era arrivata.
Riaprì gli occhi, il corpo invaso da un colore così dolce quanto
quasi non lo ricordava, il cuore che incredibilmente
poteva di nuovo battere nel petto.
Battere per lei.
Battere al ritmo di quello di lei.
La ragazza fece ancora qualche passo verso l’oscurità che lo nascondeva
alla vista, poi si fermò, in piena luce.
La luce argentea delle luna e quella più violenta ,artificiale, che arrivava
fin lì dalla strada.
I capelli lunghissimi si muovevano morbidamente alla brezza di quella notte
che arrivava dal mare, e le ricadevano
attorno al viso come un’aura di luce.
Diafani ,chiarissimi, sembravano brillare della luce di quel sole che a lui
era stato precluso per sempre.
IL volto bianchissimo era illuminato dagli occhi verdazzurro che conosceva così
bene.
Sorrideva appena, ma di un sorriso colmo di malinconia, di tristezza soffusa,
e lo sguardo era troppo lucido, come
coperto da un sottile velo di lacrime.
E’ possibile che a un vampiro manchi il respiro?
No, ciò nonostante la sensazione era esattamente quella.
Adesso il mondo poteva smettere di girare, e le stelle rovesciarsi in una pioggia
di fuoco sulla terra, e la luna
abbandonare il cielo, ma lui non se ne sarebbe accorto.
Lei era lì!
Nient’altro contava.
Nient’altro era mai esistito all’infuori di loro, e di quel lunghissimo
momento.
Uscì dalle ombre scure degli alberi ,abbandonando con esse quelle della
su anima, e fece alcuni passi verso la
donna.
Si fermò.
Lei accennò a fare un passo indietro, come sopraffatta dall’emozione
e per un istante Angel trovò il suo sguardo così
diverso, lontano, e i suoi occhi non erano più trasparenti per la luce
della sua anima.
Durò solo un secondo.
Poi fu di nuovo perso in lei.
Rimasero immobili, l’una di fronte all’altro.
Le mille parole che avrebbero voluto dirsi, i discorsi ripetuti cento volte
durante il tragitto, furono dimenticati in un
soffio, e morirono sulle labbra.
L’emozione era troppa per parlare, perfino per ragionare.
Loro erano di nuovo insieme, e il resto del mondo la vita che li aveva divisi,
non esistevano più.
La paura irrazionale che fosse solo un sogno, che di nuovo i suoi sensi lo ingannassero,
che lei non fosse lì, non
fosse viva, gli mordeva lo stomaco.
Ma Buffy era vera, più reale che mai, e vicina.
Si perse nei suoi occhi, lasciandosi dolcemente vincere dal loro irresistibile
incantesimo.
Guardarla, fissarla, divorarla con gli occhi, riempiendosi avidamente lo sguardo
di lei, e sapere che presto sarebbero
stati di nuovo separati, ma dimenticarsene
E ancora bere i suoi respiri, rubare al tempo e alla lontananza la sua immagine
per averla con sé.
E sentire il cuore in gola e le emozioni impazzite in petto, e lacrime impossibili
fra le ciglia.
Lui ,un vampiro, sentirsi vivo.
E di nuovo ,incessantemente, guardarla e sentire la terra che gli mancava sotto
i piedi: bella da far male, bella da
morire.
E maledire il tempo perché si sarebbe portato via quel momento.
E sapere di amarla, troppo, totalmente.
Sentire quell’amore che gli dilagava nel corpo, gli squarciava il petto.
Che lo stordiva, che lo annullava, che gli toglieva quel fiato che non aveva.
Buffy lasciò che per la prima volta le lacrime scorressero inondandole
il viso bellissimo.
Lasciò che bagnassero il suo sorriso e che gli occhi ridessero al posto
della bocca.
Le ombre che oscuravano il suo sguardo si sciolsero in quel pianto di gioia,
in quel pianto che finalmente le faceva
capire di essere davvero viva.
Avrebbe voluto ridere e piangere insieme, e gridare, e ballare: adesso sapeva
che esisteva qualcosa per cui era
tornata adesso sapeva di non essere sola.
Angel era lì.
Era lì per lei, così vicino da poterlo toccare se solo avesse
allungato una mano.
Ma non voleva né poteva muoversi, né parlare, né respirare
troppo forte, perché aveva paura di spezzare la magia di
quel lunghissimo momento.
E perché in fondo non c’era niente da dire, né gesti né
parole servivano perché le loro anime potessero comunicare
,sfiorarsi, toccarsi.
Una volta ,tempo prima, dio sembrava passata una vita, Angel le aveva detto
“Tu sei in me, io sono in te. Per
per sempre.”
Era vero.
Adesso ne era certa, adesso capiva.
Gli occhi negli occhi.
Così vicini che per guardarlo doveva inclinare un poco all’indietro
la testa.
Così vicini che poteva sentire il suo respiro sulla pelle, e bruciare
per il suo calore.
Gli occhi negli, e il tempo passava lento , lasciandoli indietro nella sua corsa,
divorando i minuti a loro disposizione.
Se solo avessero potuto annientare il tempo, sconfiggerlo.
Gli occhi negli occhi, e perdersi, annullarsi, annegare l’uno nell’animo
dell’altra.
Angel alzò lentamente una mano.
Cominciò ad accarezzarle il viso, i capelli.
La pelle morbida, vellutata, calda sotto le dita; i capelli soffici e setosi.
Dio si sentiva morire... era reale.. più meravigliosa di qualsiasi sogno.
Buffy chiuse gli occhi appoggiandosi a quella carezza e sfiorando con le labbra
le dita di lui, e pregando
silenziosamente che quel momento non finisse mai, mentre un brivido lieve la
riportava al ricordo di molti altri
incontri nella notte e di altre carezze.
Combatté per un attimo con il desiderio di chiedergli di non lasciarla
di nuovo, di restare al suo fianco.
Ma poi riaprì gli occhi e incontrò di nuovo quelli di lui.
Capì che non avrebbero mai potuto perdersi, indipendentemente dalle distanze
e dal tempo.
Gli sorrise.
Basta egoismi infantili, basta volere per sé.
Sapeva che chiedergli di restare l’avrebbe solo costretto a dirle di nuovo
addio.
E sapeva che questo gli avrebbe lacerato l’anima
E ormai leggeva quell’anima come un libro aperto.
Vedeva lo strazio della nuova separazione che li aspettava, vedeva l’amore
che lo spingeva a farlo.
Il sorriso di Buffy era dolce, luminoso, la strappava alle tenebre in cui era
precipitata dopo il ritorno.....
Finalmente si rifugiò nel porto sicuro del suo abbraccio.
Angel la strinse come se non avesse voluto lasciarla andare mai più.
Rimasero abbracciati strettamente ,tanto che le mancava il respiro, aggrappati
l’una all’altro, mentre la luna
cominciava la sua discesa nel cielo terso di quella notte.
Buffy si scostò un poco dal petto di Angel, e di nuovo si persero l’uno
negli occhi dell’altra, e sorrisero.
La baciò lievemente: per allontanare il dolore della separazione, per
cancellare la sofferenza di averla persa.
E solo in quel bacio Buffy si sentì di nuovo viva, solo in quel bacio
sentì di nuovo il suo cuore battere e il
sangue correre impazzito nelle vene.
Un bacio infinito.
Un bacio solo per essere insieme.
Un bacio per quel momento solo loro.
Un bacio acceso dalla passione degli anni trascorsi a sognarlo.
Un bacio velato dalla dolcezza struggente della lontananza.
Un bacio che era solo per il loro amore, e per quella notte che nessuno avrebbe
potuto sottrarre loro.
Un bacio interminabile.
Lunghissimo.
Perdersi l’una nell’altro: per ritrovarsi, per guarire le ferite,
per amarsi e basta, senza ma, senza se, senza però.
Infine si separarono.
Lentamente, come se si separassero dalla loro stessa vita, ma con maggior dolore,
con più rimpianto.
Le mani intrecciate, gli sguardi che di continuo si cercavano, camminarono fino
al mare, i corpi che ad ogni
passo si sfioravano.
La sabbia sottilissima della piccola spiaggia era trasformata in argento purissimo
dai raggi ormai obliqui della luna.
Lontano sulla costa brillavano le luci di una festa, e il vento trasportava
voci confuse a musica.
Si sedettero sulla sabbia, di fronte al mare che si infrangeva mormorando sulla
battigia.
Buffy aveva la testa appoggiata sulla spalla del vampiro, che la circondava
con le braccia.
Rimasero a guardare le stelle che si specchiavano sull’acqua e la luna
che affondava nel mare, con il vento
odoroso di salsedine che le spettinava i capelli.
Buffy chiuse gli occhi, abbandonando indietro il capo.
Quasi non volesse essere disturbata da tutto quello che li circondava ma godere
intimamente di quel momento
insieme.
Angel rimase in silenzio a osservarla, le ciglia che ombreggiavano le guance,
le labbra socchiuse, il respiro che si
infrangeva nell’aria, colmando il cuore della sua immagine senza mai saziarsi.
L a musica lontana sembrava suonare solo per loro due.
I could stay awake just to hear you breathing
Angel sentiva il suo respiro contro la pelle, dio avrebbe potuto rimanere ad
ascoltarla respirare per il resto della
eternità, come se quella fosse la musica più dolce.
Whach you smile while you sleeping
While you’re far away and dreaming
Guardarla ,sfiorare i suoi capelli, perdersi nell’incanto del suo sorriso,
e domandarsi se nei suoi sogni ci fossero
loro due insieme, ci fosse il futuro che non avrebbero mai potuto avere.
I could spent my life in this sweet surrender
Se solo avesse potuto cancellare il tempo, tenerla stretta sé per sempre
I could stay lost in this moment forever
Angel sorrise tristemente mentre pensava che sempre non sarebbe stato abbastanza
tempo per amarla, per averla
accanto
Every moment spent with you is a moment I tresaure
Quell’ultima notte trascorsa insieme, ogni istante passato accanto a lei,
sarebbero rimasti chiusi in lui come
luce
Don’t wanna colse my eyes
Don’t wanna feel asleep
‘Coz I’d miss you beby
And I don’t wanna miss a thing
‘Coz even when I dream of you
The sweetest dream would never do
I’d still I’d miss you baby
And I don’t wanna miss a thing
Laying close to you
Feeling yor heart breating
And I’m wondering what you’re dreaming
Wondering if it’s me yuo’re seening
Then I kiss your eyes
And thenk God we’re together
Ma a loro era negato stare insieme, il vampiro strinse Buffy più forte
a sé, a loro era negato tutto. E poi, lui aveva
perso il diritto di pregare molto tempo prima...
I just stay with you in this moment forever
Forever and ever
Per un istante Angel pensò che sarebbero semplicemente potuti rimanere
così per il resto del tempo, e naufragare
attraverso i loro cuori, dimenticando il mondo, dimenticando la realtà.
Fu solo per un istante. Poi la guardò di
nuovo e lasciò scivolare via i pensieri, tutti tranne lei
Don’t wanna close my eyes
Don’t wanna fell asleep
‘Coz I’d miss you baby
And I don’t wanna miss a Thing
‘Coz even when I dream of you
The sweetest dream would never do
I’d stilll miss you baby
And I don’t wanna miss a thing
I don’t wanna miss one smile
I don’t wanna miss one Kiss
I just wanna be with you
Right here with you just like this
I just wanna hold you close
Feel your heart so close to mine
And just stay here in this moment
For all the rest of time
Baby, baby
Don’t wanna colse my eyes
Don’t wannaa feel asleep
‘Coz I’d miss you baby
And I don’t wanna miss a thing
‘Coz even when I dream of you
The sweetest dream would never do
I’d still miss you baby
And I don’t wanna miss a thing
Lentamente le parole e la musica sfumarono nel silenzio rotto
solo dalla risacca del mare.
L’aria cominciava a profumare di alba e il cielo si schiariva, macchiandosi
di azzurro e di rosa.
Buffy riaprì gli occhi.
Sospirò, ascoltando quel silenzio incantato.
Cercò gli occhi di Angel.
Uno sguardo lunghissimo.
“Credo resterò a vedere l’alba sul mare.”
Un saluto, un addio, morire un poco entrambi.
Lui non disse nulla ,solo, le appoggiò un bacio delicato sulla fronte.
E si rialzò, allontanandosi da lei.
Ma lasciando su quella spiaggia il suo cuore e la sua anima.
Lo sentì andare via, ogni passo che le lacerava il petto, ma non si voltò.
Chiuse gli occhi e attese.
Attese il giorno e il suo calore.
Un calore che non l’avrebbe mai potuta riscaldare.
Quando riaprì gli occhi l’orizzonte era di un oro accecante, e
il cielo tinto di porpora, mentre il disco infuocato
del sole si rifletteva sull’acqua incendiandola.
Si alzò ripulendosi dalla sabbia, la brezza del mattino faceva ondeggiare
i suoi capelli e la costringeva a
scostarseli di continuo dal viso.
Riparò gli occhi con la mano, guardando lontano, oltre l’orizzonte.
“Non basterebbe l’eternità per dimenticarti, né tutto
il mondo per separarci. Tu sei in me, e io sono in te. Per
sempre.”
Il vento e lo stormire acuto dei gabbiani portarono via le sue parole.
“Ma non voglio più soffrire per te amore.....un giorno forse ti
ritroverò... ma non adesso.....”
Un sussurro impercettibile, mentre si voltava per andarsene e ancora litigava
con alcune ciocche ribelli.
Guardò un attimo le orme rimaste sulla spiaggia.
Era andato via di nuovo, e di nuovo si era preso il suo cuore.
Lo sguardo chiaro di luce si oscurò, un turbinio sottile di ombre ne
spense la trasparenza.
Si riavviò verso Sunnydale con il vento fra i capelli, le spalle un poco
curve. _
Angel aprì gli occhi e le immagini del loro ultimo incontro sulla spiaggia
,appena dopo che aveva saputo del suo ritorno, sfumarono lentamente nella nebbia
fumosa delle sigarette ormai spente di Spike.
Spike si alzò e si infilò lo spolverino di pelle nera.
“Non voleva essere aiutata, Angel. Non riusciva ad ammettere di aver bisogno
di aiuto..... o di te...”
“Forse non ho voluto capire di cosa avesse bisogno....”
Aveva in mano un foglio ripiegato più volte.
Spike ne percepì il forte odore di profumo.
L’altro vampiro si alò e abbandonò i fogli ,erano più
d’uno, sul tavolino.
Gli diede le spalle, fissando le tende chiuse come se potesse vedere oltre le
tende la notte che fuori ormai era calata.
“La amavi?”
A bruciapelo, così, di colpo.
Spike indietreggiò di un passo, come se un pugno l’avesse colpito
allo stomaco, facendolo barcollare.
E poi quel passato.
-La amavi- non -La ami- come se ormai lei non appartenesse più al loro
tempo.
Si riprese rapidamente.
Accese l’ennesima sigaretta.
Ma la mano che reggeva l’accendino non era ben ferma.
La voce di Angel ruppe di nuovo il silenzio.
“La ami, Spike?”
Una lunga boccata di fumo.
Che consumò la sigaretta fin oltre la metà.
“L’ho amata credo. Lei diceva che io non posso amare, che la mia
era solo un’ossessione. Forse sarebbe più corretto dire che la
amavo, ed ero ossessionato da quel sentimento. Tutto quello che mi rimaneva
era quella specie di amore ,così nuovo, bruciante, doloroso..... dopo
che ho scoperto di non essere più........ cattivo..... di essere così
diverso...... che lei era riuscita a cambiarmi nonostante tutto.... Amarla mi
dava un posto nel mondo, nel loro mondo, mi collocava nella banda..... Ma non
sono un martire ,Angel, non ai tuoi livelli almeno. E’ stato subito chiaro
che non ne voleva sapere di me, ed alla fine l’ho accettato. L’ho
amata. Non la amo più..... Tengo molto a lei. Ma... me è diverso....
-Le voglio bene- ..... e non pensare che non me ne vergogni. E se questa conversazione
dovesse uscire di qui ti assicuro che io...”
Angel sorrise segretamente.
Un sorriso fugace, che non contagiò lo sguardo, mentre Spike borbottava
qualche improbabile minaccia.
“Devi andare a fare le valige.”
“Mmm, sì, già. Se fossi in te stanotte non andrei a cercare
Jarisdel. Prenditi una.... ehm, serata libera..... E poi qualcuno deve rimanere
con Dawn e Tara... a meno che tu non ti fidi a lasciarle sole con Xander.”
Nessuna risposta.
“Ho detto sole con Xander. Xander Harris, capisci??? E’ assurdo
ma ha voluto restare lui per proteggerle....”
“Penserò io a loro due, non ti preoccupare.”
“Bene.”
Angel lasciò la stanza, e Spike sentì il sibilo sordo di una lama
che viene affilata.
Angel avrebbe combattuto quella notte, come tutte le altre notti.
Spike si incamminò, ma tornò indietro a recuperare il suo pacchetto
di sigarette.
Si chinò per schiacciare il mozzicone che aveva in mano nel portacenere.
E lo sguardo gli cadde su quei fogli che Angel aveva sbadatamente abbandonato,
senza rendersene conto.
Quei fogli che avevano il profumo di Buffy.
Li prese lentamente fra le mani.
E li lesse.
Deglutì, appoggiò di nuovo la lettera dove Angel l’aveva
lasciata ed uscì.
Chiuse la porta alle sue spalle.
E con quella posta chiuse il capitolo della sua vita dedicato a Buffy Summers.
Sorrise mentre un’altra sigaretta gli brillava in mano, e uno strana sensazione
gli mordeva il cuore.
Quei due si sarebbero amati sempre.
Forse si sarebbero distrutti un giorno....
Ma di certo quello che c’era fra loro era più di quanto avesse
mai provato, mai avuto in una vita lunga più di un secolo.
Non era l’amore di Angel, o quello di Buffy.
Era l’amore di entrambi ,una cosa sola, erano due anime che si cercavano,
fuse in una sola, indivisibile, per sempre.
Continuò a sorridere, il viso di eterno ragazzo illuminato da sprazzi
di luna, e gli occhi troppo azzurri attraversati da ombre fugaci, mentre si
immergeva nella notte fredda e umida: i vampiri potevano amare, eccome....
-Capitolo VI "La città degli innamorati per due anime alla deriva"
Per adesso Parigi non era elettrizzante come se l’era
aspettata.
Era seduta su una delle seggioline di plastica dell’area ritiro bagagli
dell’aeroporto Charles De Golle.
Ed aspettava da 45 minuti esatti le sue valige... e il suo compagno di viaggio....
La ragazza sospirò, giocherellando con il pelo che orlava il suo cappotto,
e si guardò in giro spaesata per l’ennesima volta.
Nessuno spolverino nero svolazzante.
Cominciava seriamente a pensare che Spike si fosse infilato nell’aereo
sbagliato.
O magari che avesse deciso di farsi uno spuntino.... ma aveva ancora il chip,
giusto??
Guardò il cielo con vaga apprensione: era quasi l’alba.
Un’alba grigia e nebbiosa, agitata da un vento freddo e profumato di neve.
Dovevano assolutamente essere in albergo prima che il sole sorgesse.
Rivolse un’altra occhiata al rullo su cui sarebbero dovuti comparire i
bagagli che restava immobile e desolatamente vuoto.
“Non hai l’aria di chi si sta divertendo molto! E tutto quell’entusiasmo
che avevi per i musei, la Senna e tutto il resto?!”
Willow sobbalzò sulla sedia.
Naturalmente le era arrivato alle spalle senza alcun preavviso.
“Spike! Credevo ti fossi perso..”
Lui sghignazzò, accendendosi una sigaretta in piedi davanti a lei.
“Dì pure che cominciavi a pensare mi fossi finalmente deciso a
farmi uno spuntino con i facchini che sono venuti ad aprire la stiva.”
Lei distolse rapida lo sguardo, e lui si chinò, avvicinando il volto
al suo.
“L’hai pensato!!!”
“No... no assolutamente... io non..”
“Lascia perdere, rossa, sei una pessima bugiarda. E poi è bello
sapere che non ho perso la mi aria pericolosa!”
“Mmm.... bè come vuoi tu... I bagagli sono in ritardo.”
“Matematico, dolcezza.”
“Sarà... Sei silenzioso, è da ieri che non dici niente...”
“Bè, ho passato la giornata in una stiva, mi sono alzato con la
luna storta, direi...”
“Oh. E io che pensavo fosse per Angel.”
Lui finalmente la guardò negli occhi.
“Angel?!”
Si sedette accanto a lei, tirando boccate profonde di fumo.
“Sei stato da lui tutto il giorno. Avete......... parlato?”
Indicò vagamente il taglio sul labbro di Spike.
Lui rispose con il solito sorriso obliquo, ironico.
“Anche.”
“.......... di lei?”
“Anche.”
“Ok, se non vuoi parlarne, basta dirlo.”
“Non c’è molto da dire. Ci ho pensato ,sai, in queste massacranti
12 ore che tu ti sei fatta comodamente sonnecchiando su una poltrona con schienale
reclinabile.... E ho deciso che il passato è passato. Drusilla. E adesso
Buffy. Non che siano state la stessa, cosa per carità.... Un passato
a volte piacevole, ma pur sempre passato.
Credo di averlo capito quando è tornata.... o forse quando si è
fatta mora... assurdo, vero? Quando è morta ho pensato di non poter più
andare avanti. Ma quando è tornata ho capito che non avevo più
bisogno di lei. Voglio scoprire chi sono, si dice così no? Chi sono da
solo, niente donne per un pò ,testa rossa. E vediamo come me la cavo.”
Lei lo guardava con gli occhi sgranati.
L’espressione stupita di una bambina.
Erano belli i suoi occhi, dolci, profondi, screziati dall’oro del sole
che si rifletteva sui campi di grano al tramonto.
Occhi vivaci, attenti, scrutatori, timidi, specchi di tutte le emozioni.
Era facile leggere nella loro rassicurante profondità.
E Spike si ritrovò a pensare ai riflessi dorati di quello sguardo castano,
mentre lei lo fissava stupita.
“Al contrario, il cavaliere tenebroso c’è dentro fino al
collo. Non può dimenticarla, è impressa a fuoco in ogni fibra
del suo essere. Veleno o linfa vitale che sia. E la cosa è reciproca.
L’ho sempre saputo in fondo. L’unico che deve ancora capirlo è
lui, credo... E per quanto riguarda Buffy, la troveremo. La salverà.
Lei affronterà i suoi demoni personali. Poi ,bè, fatti loro...”
Willow era sempre più stupita.
“Puoi chiudere la bocca. Ho finito con i discorsi saggi.”
“E’ solo che io non... sei sicuro di stare bene?”
Lui le rivolse di nuovo quel sorriso carico di ironia.
Per se stesso o verso di lei?
Willow sbatté gli occhi, le ciglia lunghissime che ombreggiavano lo sguardo.
“Certo che sto bene. -Bene-.... mi fa male la schiena, sono stato sballottato
fra valige e casse di ogni tipo.... ero insieme agli animali domestici!!!!!!!
Bene è una parola grossa...”
La voce del vampiro era lamentosa e oltraggiata.
La ragazza non poté fare a meno di ridere.
Rise forte ,di cuore, l’immagine di Spike fra micetti e cani che le danzava
nella testa.
E lui si ritrovò a guardarla affascinato: il modo in cui scuoteva la
massa di capelli rosso fuoco che le sfioravano il collo bianchissimo, le ciglia
lunghe e folte che nascondevano a tratti gli occhi, la bocca ben disegnata che
si piegava allegramente in un dolcissimo sorriso.
“Solo cani e gatti o c’erano anche galline piene di piume e ...”
Si sentì osservata.
Lo sguardo assorto e intento di lui la stupì.
Non l’aveva mia guardata così.
Così... così come?!
Perché all’improvviso il cuore le batteva più forte?
Smise di ridere.
Si voltò per incrociare il suo sguardo e lui lo distolse, come se l’avesse
sorpreso a fare qualcosa che non doveva.
“Che c’è? Ho qualcosa ai capelli? Perché mi guardi....
così?”
“Nulla. Non c’è niente. E non ti guardavo.....”
Rispose troppo in fretta.
Negli occhi non aveva più la solita sfrontatezza.
Si alzò.
“Stanno arrivando le valige. Quali sono le tue?”
Senza aspettare risposta si diresse al tapeit roulant.
Willow rimase seduta ancora un momento, perplessa.
Poi lo seguì.
Spike sollevò le tre borse.
“Ma che diavolo ci hai messo, strega??!”
Lei gli lanciò un’occhiataccia.
“Urla un pò più forte! Forse non tutti ti hanno sentito.
Eh, sì là in fondo non hanno capito bene!”
“Non cambiare discorso... E poi che vuoi che capiscano! Parlano francese
qui!!”
“Siamo all’aeroporto, appena scesi da un aereo americano, con passeggeri
americani che sono qui a ritirare il loro bagaglio. E gli americani capiscono
l’inglese!!!”
“!Ma devi sempre avere ragione tu?”
“No! E’ solo che adesso ho ragione IO.”
“Oh, certo! Ma che ci hai messo qua dentro? Pietre?”
Lei prese il beauty e lo sorpassò con noncuranza, diretta all’uscita.
“Libri.”
Spike le arrancò appresso.
“Libri?? Tu sei matta! Non siamo mica venuti fino qui per leggere!2
Lei si fermò di colpo, tanto che quasi Spike le finì addosso.
Lo guardò esasperata.
“Libri di magia. Nel caso dovessero servirmi per recuperare la lancia.
Potrebbe essere protetta da degli incantesimi di sigillo. I libri sono indispensabili,
ed anche gli ingredienti: non saprei dove andare a comprarli qui.”
“Anche gli ingredienti. E gli alambicchi il calderone, non li hai portati?!
O non si usano più? Tanto li trasporto io, che problema c’è??!”
“Smettila di lamentarti. Non fai nessuna fatica a portare le valige e
lo sai benissimo!”
Girò i tacchi e si incamminò a passo rapido, avvolta nel lungo
cappotto bordato di mongolia.
“Donne! Dannazione!” Riprese le borse di Willow e la guardò
spazientito “Potrei sapere dove stai andando?”
“A prendere un taxi.”
“un taxi, naturale. Con i suoi bei 4 finestrini e il lunotto posteriore,
e il parabrezza. Dai quali entra con abbondanza il sole di questa bella mattina
parigina. Lo vedi quel disco rosso che sta sorgendo là fuori...? Sì
va in metrò.”
“Non occorreva farla tanto lunga. Ho capito, andiamo in metrò.”
Cambiò direzione e scese le scale che portavano si tunnel sotterranei.
Spike scosse la testa “Donne.”
Un errore di prenotazione.
L’albergo era troppo pieno per avere un’altra camera all’ultimo
minuto.
Erano desolati, se si fosse liberata una stanza, l’avrebbero di certo
riservata a i signori.
Spike osservò con disappunto il cartello giallo e nero appeso sulla porta
dell’ascensore che lo dichiarava momentaneamente fuori servizio.
Imprecò a bassa voce, la camera era al sesto piano.
E le valige di Willow non erano esattamente piene di piume.
Guardandola mentre si accingeva a salire le scale, gli venne una gran voglia
di mollargliele lì...
“Bè, che fai? Guarda che tempo 5 minuti e da quella finestra entrerà
il sole. Saliamo.”
“Certo comandante! Ma chi ha deciso che gli ordini li dai tu??”
Ma lei era già sparita dietro l’angolo.
Fortunatamente ai vampiri non viene il fiatone.
Ma quanti accidenti di gradini erano?
Sempre con davanti al naso l’orlo svolazzante della gonna di velluto di
lei, che poi spariva dietro la rampa successiva.
Lamentandosi del fatto che non era un facchino, e che lei lo sottovalutava perché
lui era un temutissimo vampiro, inciampò nell’ultimo gradino.
“Attento!”
Le valige levitarono leggere, sospese a più di mezzo metro da terra,
e poi scesero lentamente a depositarsi sulla moquette, con molta grazia.
Spike evitò per un pelo di finire con il naso per terra.
Guardò inviperito le valige “volanti”.
“TU! Tu potevi farle levitare e mi hai fatto fare sei piani di scale con
tutti questi libri! E adesso invece di preoccuparti che io non cada, pensi al
bagaglio!”
Ringhiò.
Lei lo guardò imperturbabile.
“Se le boccette di vetro si rompessero mischiando le polveri, rischieremmo
di saltare in aria. Come vedi mi preoccupo della tua incolumità. Comunque
non potevo far levitare la valige su per le scale rischiando che mi vedessero
e poi ,ripeto, tu non fai nessuna fatica.”
Lui continuò a brontolare, rimpiangendo di non poterle piantare i denti
nella giugulare, anche solo per farla stare zitta, non avrebbe bevuto una goccia,
promesso.
La strega attraversò il corridoio e arrivò alla loro camera, fin
troppo consapevole dello sguardo di Spike sulla pelle.
Willow guardò sgomenta il letto matrimoniale, mentre alle sue spalle
,nel buio, Spike se la rideva sotto i baffi.
“Con calma, ti dispiacerebbe chiudere le tende? Non per metterti fretta
tesoro...”
All’espressione inorridita di lei, il vampiro rise.
Erano registrati come i signori Rosemberg....
Mollò le valige sul pavimento e chiuse la porta con un
calcio all’indietro.
Si sistemò su una poltrona, dopo essersi preso da bere dal frigobar.
Fuori ,dietro le tende, c’erano il sole....e Parigi.
Willow guardò scontenta il vampiro.
Una giornata chiusa in una camera con Spike non la poteva reggere.
Aveva pensato di farsi una doccia, di riposarsi un pò.
Ma con lì lui non se ne parlava proprio.
E dopo che l’aveva sorpreso a guardarla in quel modo, si sentiva vagamente
a disagio con lui.
Mise da parte la stanchezza, prese una guida turistica e la macchina fotografica,
e si apprestò ad uscire.
Lui la guardò torvo, distogliendo gli occhi dallo schermo delle TV che
aveva immediatamente acceso.
“Non solo mi sui come facchino. Adesso mi molli anche qui solo per andare
a fare la turista.”
“Io non faccio la turista. Io..... io vado a fare una ricognizione sul
terreno che dobbiamo perlustrare...”
Lui la guardò con aria canzonatoria, aprendo la bocca in una vistosa
“o” di teatrale sorpresa.
“E io che pensavo quelli fossero una macchina fotografica e una guida
turistica.... In realtà è un libro di magia camuffato...”
Lei gli puntò addosso quegli occhi immensi e indifesi.
Spike si agitò sulla poltrona vagamente a disagio.
“Oh, insomma. E’ solo un giretto. Terrò gli occhi aperti
nel caso vedessi qualcosa di strano, ok?”
“Tipo un museo?”
“Sei impossibile!”
Lei uscì con impeto, sbattendo la porta e lasciandolo solo a riflettere
su quel viaggio e su tutto il resto.
“Stai attenta, principessa strega...”
Le urlò dietro mentre ormai era già fuori.
... Principessa: oh no. No, no no.
Non andava per niente bene.
Quando cominciava a chiamare una donna così era un brutto segno, un cattivissimo
segno.
E lui aveva appena fatto un sacco di buoni propositi: niente donne fra i piedi
per un pò, andare avanti con l eproprie forze, niente problemi altrui
da risolvere, nessuno di cui prendersi cura....
E poi Willow?!
No, doveva solo essere stanco... e l’aria di Parigi... e forse si sentiva
solo... e quella lettera di Buffy che aveva letto, in fondo gli aveva spezzato
il cuore.... e, e aveva bisogno di un drinck.
Poco ci mancava che cominciasse ad avere le stesse abitudini di Angel!
Prima regola del vampiro felice: non rimuginare.
Bè veramente era le seconda, la prima sarebbe stata mia innamorarsi di
una cacciatrice.....
Ma quella ormai non la rispettava più nessuno....
La cacciatrice, già.... Buffy Summers...
E le prole di quella lettera che ricordava come se fossero scritte col fuoco.
Quella lettera che aveva creduto non avere importanza.
Quella lettere che gliel’aveva tolta per sempre.
Quella lettera che aveva frantumato le speranza, se mai ne aveva avute.
Buffy Summers apparteneva ad un altro, per sempre.....
Apparteneva ad un altro, nonostante tutto.
Nonostante le distanze e il tempo, nonostante gli ostacoli e le separazioni.
L’aveva persa... persa per sempre senza averla mai avuta.
E faceva male.... bruciava il suo cuore che ormai non batteva di più
da così tanto tempo....
Faceva male.... più male del chip...
Faceva male.... e lo lasciava solo in quella stanza buia d’albergo a pensare
a una donna lontana ed evanescente come aria.
La donna di un altro.
La donna che un altro aveva marchiato... e che reclamava come sua, nonostante
tutto.....
La donna che apparteneva ad un altro, un altro che non aveva mai voluto né
potuto dimenticare.
La donna di Angel.
Assurdo cento anni dopo voleva di nuovo la donna di Angel....
Prima aveva voluto Drusilla... e adesso voleva Buffy...
Buffy....
E quando era morta aveva giurato che avrebbe protetto sua sorella....
E quando era tornata aveva giurato a sé stesso che l’avrebbe protetta...
perfino dalla vita.
Ma non ci era riuscito.
Lei... così vicina e così irrimediabilmente lontana.
Lei universo di luce che non poteva sfiorare.
Lei, un’ossessione dolce come l’ambrosia, acre come il veleno.
Lei che piano gli stava scivolando dalla mente... anche se quella lettera gli
aveva bruciato il cuore, e gli occhi che l’avevano letta, e le mani che
avevano sfiorato le pagine, e il sangue che non scorreva più nelle vene....
Ma non aveva fatto così male, in fondo... non come si aspettava....
Bruciava di meno adesso, e non ardeva più la sua mente e la sua anima.
Adesso era finita.... e lo sapeva.
E la parola fine aveva portato con sé una pace che non ricordava.
Una pace leggera come l’aria, soffice come piume.
Una pace che leniva le ferite.
Una pace trovata in ore di volo nella stiva di un aereo, mentre con Sunnydale
si allontanava anche il ricordo del suo volto, e del sapore delle sue labbra.
Finita.... era finita.... finita un’altra parte della sua vita... chiuso
un altro capitolo.
Si era lasciato Buffy alle spalle.
Sorrise mestamente, alzandosi dalla poltrona per andare a prendersi qualcos’altro
da bere nel frigobar.
Molti pensieri gli pesavano sulle spalle.
Pensieri come piombo e ferro, pensieri come fumo nero.
Con Buffy aveva scelto.... amando Buffy aveva scelto...
Ed aveva scelto il bene.. aveva scelto di combattere per qualcosa...
E aveva scoperto molte cose su di sé... su quello che era....
E non era esattamente un vampiro sanguinario... non più... o forse non
lo era mai stato...
Per amore... aveva sempre fatto tutto per amore...
Era stato crudele per Drusilla... era stato dalla parte dei buoni per Buffy....
E adesso?
Adesso cosa sarebbe stato... o diventato?
Adesso ,lui, schiavo della passione... che bandiera avrebbe seguito?
Adesso che la passione si era spenta, e non bruciava più, e non devastava
i sui sensi e la sua mente....
Adesso....
E piano ,senza che se ne accorgesse, davanti agli occhi gli si formò
l’immagine di una ragazza con dei cappelli rossi come il fuoco, ed occhi
dai riflessi color dell’oro.... e sentì il suo profumo leggero
di lavanda e di mughetto.
Una luce leggera invase la stanza buia... il suo cuore buio..
Willow....
Spike scosse con violenza la testa, imprecando appena.
“Oh no!!! No, no no! Non se ne parla proprio, non la strega, non adesso!!!
Non di nuovo, che ho fatto io di male??”
Strinse le mani tanto forte da conficcarsi le unghie nella carne e colpì
il muro con violenza, tanto da intaccare l’intonaco, che si staccò
dalla parete con una piccola nube bianca e polverosa.
Serrò la mascella.
Innamorarsi di nuovo non se ne parlava, non in un momento come quello.
Non dopo l’uragano Buffy...
Non quando ancora non era certo di sapere cosa volesse, o da che parte stare...
Avrebbe dovuto partire, andarsene, mollare tutto e tutti...
E invece era rimasto... invece combatteva al loro fianco....
Per Buffy... per Dawn.... perfino per tutti gli altri... per Willow.
Willow, sì, bè, era una cara ragazza, e ,ok ammettiamolo, era
carina.
Ma niente di più...
Niente di più...
Perché, perché la sua immagine gli danzava nella testa?
Willow con il suo sorriso radioso, Willow troppo buona.. Willow alle prese con
una magia troppo grande per lei...
Willow luce, con un briciolo d’ombra che sapeva di incantesimi vicino
al cuore.
Si fermò appena un attimo prima di colpire con un calcio micidiale il
mobile della televisione.
Livido di rabbia, gli occhi sfavillanti come zaffiri trafitti di luce.
Passarono dei minuti lunghissimi... tempo interminabile che colava come lava
bollente.
“Sì, è vero io sono dominato dalla passione, ma almeno sono
abbastanza uomo da ammetterlo...”
Gli tornarono in mente le parole che anni prima aveva sputato addosso a Buffy
ed a Angel come veleno, come una sentenza, mentre erano barricati ,loro nemici,
in un negozio di magia e l’ossessione di riavere Drusilla gli ardeva le
membra.
Quando lottava come un pazzo per riavere la sua donna, ma quel profumo di lavanda
e mughetto gli era già rimasto nel cuore... e quegli occhi dai riflessi
d’oro gli avevano scavato il petto.
Già, allora era abbastanza uomo da ammetterlo.... ma adesso?
Adesso che sapeva quanto l’amore facesse male, e devastasse, e distruggesse,
e ferisse, e annientasse...
Adesso era disposto ad ammetterlo ancora....?
Il tempo gli scivolò improvviso di dosso, portandosi via la cappa pesante
di dubbi e di indecisioni.
Una risata limpida e scrosciante invase la stanza semi buia.
Al diavolo tutto.... i vampiri potevano amare... eccome!
Parigi.
L’aria era freddissima e sferzante, prometteva neve.
Un sole limpido e chiaro irraggiava il cielo azzurro acqua marina.
E per le strada svolazzava un gustosissimo profumo di brioche e di pane appena
sfornati.
Le vetrine aperte esplodevano di profumi e di colori: banchi di frutta e verdure,
di fiori di ogni tipo, di pesci dalla squame argentee ed ostriche dalle conchiglie
rugose.
Le case ai lati della strada erano alte, i tetti tipici e gli angoli smussati
con deliziose finestre.
Willow aveva l’impressione di camminare a dieci cm da terra.
Era tutto così nuovo, così bello, così affascinante.
Percorse tutta rues des Pyramides assorta nei suoi pensieri, lasciando che la
città la stordisse e la fagocitasse con il suo fascino eccelso.
Ma non riusciva a calarsi nei panni della turista.
Spike sbucava sempre fra i pensieri e le considerazioni.
Assurdo.
E fra l’altro il vampiro in quei giorni era perfino più molesto
del solito.
Quasi senza accorgersene si ritrovò a passeggiare nei giardini delle
Tuileries.
Una folata di vento rischiò di strapparle la sciarpa e finalmente Willow
si lasciò rapire dall’ambiente che la circondava.
Dritto davanti a lei, sullo sfondo azzurro del cielo, si stagliava una grande
ruota panoramica che girava pigra ed indolente nel suo lento percorso.
Passanti infreddoliti avvolti in sciarpe, guanti, cappelli, la sorpassavano
rapidamente, insieme a gruppi di turisti con guide che parlavano tutte le lingue,
a parigini a spasso con i loro cani, a podisti indefessi.
Lo stupendo giardino in stile neoclassico sembrava si stesse ritirando in se
stesso, in attesa che l’inverno si facesse più rigido.
Le siepi e i cespugli avevano un colore verde scuro e intenso che risaltava
contro la ghiaia bianca dei viali, mentre i castagni e gli alberi di limette
erano accesi da tutte le tonalità dei gialli e degli arancione, infuocati
dai rossi e dai bordeaux.
Le foglie multicolore prendevano il volo ad ogni folata di vento, iniziando
complicate danze leggiadre.
Chiuse gli occhi ed inspirò a fondo, quasi per meglio calarsi in quella
realtà.
Decise che per quel giorno sarebbe stata solo una ragazza in giro per Parigi.
Parigi, la città dei sogni.
Parigi, per dimenticare tutto.
Si diresse con trepidazione al Louvre, lasciandosi i giardini e i loro colori
alle spalle.
Ma all’ultimo cambiò idea e salì su di un pullman panoramico
che faceva il giro della città.
Gli Champs Elysèes a l’Arco di trionfo, la Tour Eiffel e il Palazzo
degli invalidi, Notre-Dame, il lungo Senna con le bancarelle di stampe, libri
e uccelli, il Pantheon, la chiesa della Maddalena e l’Opera.
Si riempì gli occhi di tutte quelle meraviglie che sempre aveva desiderato
vedere.
Si sentiva bene.
Un pò di tempo solo per lei.
Fare qualcosa per se stessa, coccolarsi un pochino.
Aver ritrovato di nuovo la voglia di ridere, la curiosità di sempre.
Non dover pensare ai mille problemi della sia vita, alle liti con Tara sull’uso
della magia, a Buffy, al mondo in pericolo.... a Spike.
Non preoccuparsi degli altri e di quello che sarebbe stato loro utile.
Prendersi del tempo, solo un piccolo ritaglio, per riprendere fiato, e per ricordarsi
dei proprio sogni.
Il giro turistico la riportò nel punto di partenza, vicino al Louvre.
Percorse un tratto di Rue de Rivoli ed entrò attraverso il Gutichtes
della Rue Rivoli.
Estasiata si ritrovò nella corte del palazzo del Louvre al cui centro
si ergevano le piramidi di vetro.
Non c’era coda all’ingresso nella piramide più grande, forse
vista l’ora o la stagione.
Willow pagò il biglietto in franchi, prese un’audio-guida e si
lanciò nell’esplorazione di uno dei musei che fin da piccola aveva
sognato di poter visitare.
Perse del tutto la cognizione del tempo, quasi in preda ad un attacco acuto
di sindrome di Sthedal.
Era tutto perfetto, meraviglioso, più bello di come l’aveva sempre
sognato.
Incantata a guardare la Nike di Samotracia che troneggiava maestosa ,il corpo
proteso in avanti e le vesti plasmate dal vento, sulla sommità delle
scale, si dimenticò del vampiro che la aspettava in albergo.
Nel silenzio frusciante di sussurri e di passi il telefonino di Willow trillò
allegramente facendo sobbalzare la poverina.
Lo squillo sembrava amplificato dagli altissimi soffitti...
Tutti si voltarono verso di lei che ,imbarazzatissima, frugava forsennatamente
in borsetta senza riuscie a recuperare il cellulare.
Quando finalmente riuscì a recuperarlo per poco non le sfuggì
di mano, rischiando di finire a terra.
Mormorando una serie infinita di “I’m sorry”, rossa come un
peperone per la vergogna, si ritirò in un angolo a rispondere.
“Bene, è bello sapere che non sei affogata nella Senna. ti aspettavo
due ore fa, testa rossa. Se non è di troppo disturbo, potrei sapere dove
ti sei cacciata?”
“Oh, Spike.... ciao. Io... ecco sono... al Louvre. Devo aver perso la
cognizione del tempo....”
“Mi sa proprio di sì, turistella. Ti ricordi della lancia, quella
che dovrebbe uccidere Jarisdel? Sai quel demone molto cattivo che vuole fare
la bua a Buf... a Angel e a Dawn...”
“Evitami il sarcasmo. Mi spiace non volevo arrivare tardi. So perfettamente
che dobbiamo recuperare la lancia. Aspettami, torno subito.”
“Non sono più in albergo, dolcezza. Mentre tu scattavi fotografie
mi sono dato parecchio da fare. Sai dov’è il centro Pompiodu? Vicino
c’è piazza Igor Stravinsky. Ho un appuntamento con un informatore
fra non molto. Se prendi la metro dovresti arrivare in tempo. Ti aspetto davanti
alla fontana.”
Prima che gli potesse rispondere aveva già riattaccato.
Willow si guardò in giro alla ricerca del vampiro ossigenato.
Spike era seduto sul bordo della fontana in stile moderno, alle sue spalle le
sculture si muovevano accendendosi di giochi d’acqua.
Non c’era molto illuminato, e l’aria sembrava avere una consistenza
leggermente spessa ,non era nebbia, solo un’infinità di particelle
sospese in contro luce.
L’immagine del ragazzo non risultava molto nitida.
IL pallore del volto risaltava nel buio e sullo spolverino nero.
Si stava fumando una sigaretta ,l’aria assorta, la camicia rossa abbottonata
casualmente come al solito.
Non l’aveva ancora vista e lei si fermò a guardarlo, quasi a spiarlo.
Si ritrovò a sorridere senza motivo, felice che in quella note fredda
lui le fosse accanto.
Le mani in tasca, allungò il passo per fermarsi poi davanti al vampiro.
Lui alzò lo sguardo e la luna velata vi si rifletté.
Willow sentì il cuore perdere un battito.
“Ciao..”
“Ehilà.. chi si vede!.... Divertita?”
Lo sguardo della strega si illuminò d’entusiasmo.
“Molto, era tutto bellissimo. No, bellissimo non va bene...”
Spike si perse le sue parole, assorto ad osservare il viso della ragazza acceso
di felicità e di meraviglia.
Gli occhi le brillavano come stelle.
Sembrava una bambina felice per il suo nuovo giocattolo, emanava contentezza.
Spike sorrise.
Sorrise e basta.
Niente ironia, niente sarcasmo, niente amarezza.
Sorrise.
Un sorriso leggero, appena accennato.
Un sorriso che gli arrivò agli occhi chiari, scaldandoli.
Un sorriso dolce, il sorriso di un ragazzo.
Willow si voltò verso di lui ,le mani guantate sospese in un gesto di
enfasi a mezz’aria, e rimase incantata da quel sorriso.
I loro occhi si incontrarono e in quelli di lui non c’era più nessuna
maschera, nessuna difesa.
Rimasero così, fermi a guardarsi, con la notte che si addensava intorno
a loro e la luce cremosa dei lampioni che accarezzava l’aria.
Willow sentì i battiti del suo cuore sciogliersi., e si sentì
incredibilmente ben, calda, al sicuro.
Non per Parigi, per le opere d’atre o il per il panorama, ma solo perché
era vicina a lui.
Sorrise timidamente.
Era bella, e Spike senza parole per quello che sentiva.
Le energie come prosciugate da quel sorriso.
Un sorriso da regalare, non un sorriso dietro cui nascondersi.
Da qualche parte un orologio suonò le dieci.
Il vampiro si riscosse: l’appuntamento.
Senza una parola prese la strega per mano e la condusse sicuro attraverso i
gruppi di passanti, i mimi, i giocolieri, e un folto assembramento di danzatrici
del ventre zingare.
I tamburelli e i sonagli risuonavano nell’aria e i veli multicolori delle
danzatrici volteggiavano ovunque, a volte sfiorandole il volto, altre impedendole
di vedere Spike davanti a lei.
Ma la stretta rassicurante della sua mano le ricordava che era accanto a lei.
Sembrava tutto così fiabesco, una corsa attraverso un sogno in cui solo
loro due erano reali.
Lo spiazzo degradante davanti al Pompidou era gremito, il centro si stagliava
allegro nella sottile nebbiolina, avvolto nel suo intrico di scale mobili a
vista, vetrate, tubi colorati.
I sensi affilarti di Spike individuarono subito quelli che stava cercando.
Alcuni uomini appartati sotto degli alberi nell’estremità più
lontana dello spiazzo.
Erano vestiti come artisti di strada, colori sgargianti, cappelli dalle strane
fogge, alcuni portavano inquietanti maschere bianche sul volto.
Erano vampiri.
Spike avanzò sicuro verso di loro.
Prima di uscire dalle ombre attirò a sé la ragazza per sussurrarle
nell’orecchio.
“Resta dietro di me, qualsiasi cosa succede non dire nulla e reggi il
gioco.”
Le lasciò la mano e Willow si ritrovò sola.
“Henry!! Quanto tempo, amico!!”
Spike aveva di nuovo assunto l’aria spavalda e sicura di sempre.
Il vampiro che si staccò dal gruppo era molto alto, una figura longilinea
e flessuosa.
Aveva lunghi capelli castano chiaro e occhi verde scuro, ed occhiaie profonde
che gli conferivano un’aria “tormentata”.
“Spike! Sei proprio tu! E’ vero, allora. E io che pensavo mi avessero
mentito. Forse non avrei dovuto cavare gli occhi al latore del tuo messaggio....”
I due risero fragorosamente e si abbracciarono con fare fraterno e smaccato.
Willow si sentì a disagio, avevano tutti uno sguardo inquietante.
Spike mise confidenzialmente una mano sulla spalla dell’altro, attirandolo
in disparte e cominciando a confabulare con lui.
L’attenzione degli altri vampiri si puntò sulla ragazza che fino
a quel momento era rimasta parzialmente in ombra.
In tre si staccarono dal gruppo, raggiungendola e circondandola con passi dinoccolati.
“Zucchero, cherie.... che buon profumo hai.... da dove sbuchi petit?”
Uno allungò una mano, prendendole una ciocca di capelli fra le dita.
Willow fece per ritrarsi, ma si ritrovò gli altri due alle spalle.
Spike scattò vero di loro, mutando il volto in quello del vampiro.
Colpì violentemente il vampiro che tratteneva la ciocca di capelli di
Willow.
“Non toccate la mia donna”
Ringhiò, e i vampiri si ritrassero terrorizzati.
Qualcosa nell’espressione che avevano assunto i loro occhi fece capire
a Willow che avevano conosciuto il Sanguinario prima del chip....
Ma non si soffermò a riflettere su questo, il modo in cui Spike l’aveva
chiamata le fece avvampare.
Il vampiro che rispondeva al nome di Hanrì allontanò con un gesto
imperioso i suoi uomini.
“Perdonali, non sanno che la tua regina nera....”
Non terminò la frase, gli occhi penetranti puntati su Willow.
“Lei non è Drusilla.... è umana...”
Lo sguardo di Hanrì vago stupito sulla giovane donna rossa.
Non era certo il genere di Spike... Drusilla era una regina, superba, oscura,
bellissima.
La rossa aveva l’aria spaurita di un pulcino.
Era avvolta in un lungo cappotto verde acceso, bordato di mongolia bianca.
I guanti verdi erano ornati da pon-pon bianchi ed aveva a tracolla una borsa
di peluche che emanava un delicato profumo di lavanda.
Spike notò preoccupato la perplessità dell’altro e si diede
dello stupido: era prevedibile che Willow non sarebbe stata credibile come amante
di un vampiro....
“Con Drusilla è finita. Dopo un secolo ero.. bè stufo! E
poi era diventata troppo pazza perfino per me.... L’ho mollata. Lei è
Selenia, una potentissima strega. Opera la magia nera ai più alti livelli.
Ed è interessante stare con una mortale, almeno fino a quando non deciderò
di renderla come noi.”
Le tese una mano.
Willow tirò un profondo respiro.
E diede inizio alla re cita.
Prese la mano che lui le tendeva e si lasciò scivolare verso di lui che
,sorridendole, la baciò violentemente.
Cominciò a girarle la testa, s se non fosse stato per il braccio di Spike
stretto attorno alla vita, sarebbe caduta.
Sentì la sua anima agitarsi nel petto, e volare in alto, e si perse in
quel bacio.
Si lasciò naufragare in quel mare di sensazioni, in quelle emozioni che
le esplodevano nel corpo e nella testa.
Quando Spike si staccò da lei, lo guardò stordita e stupita, con
il cuore che batteva disperato contro le costole, le labbra arse da quelle di
lui.
Spike fece appena in tempo a strizzarle l’occhio e a rivolgerle un sorriso
irriverente.
Si chinò sul suo collo.
“Non sei per niente male come attrice, rossa.”
Facendola scorrere un braccio attorno alla vita le girò intorno e tornò
da HAnrì.
Allungò dei soldi all’altro vampiro, estraendoli con estrema non
curanza di tasca.
“LE mie informazioni, amico.”
Sorrise malignamente.
L’altro guardò con occhio avido il rotolo di banconote e poi lo
tirò da sopra una spalla a uno dei suoi.
Il vampiro afferrò al volo la preda, come un cane affamato a cui venga
lanciato un pezzo di carne.
Hanrì ,con il suo accento nasale e la “r” arrotata, cominciò
a parlare, avvicinandosi a loro con fare complice.
“Non so cosa tu abbia combinato, Sanguinario, ma hai alle calcagna un
gruppo di demoni del fuoco. Nella loro forma umana, e questo può solo
voler dire che è una missione importante. Altro non so. I tuoi amici
infiammabili sono tipi riservati, non parlano molto in giro, l’unica cosa
certa è che vogliono te e la strega. Possibilmente arrostiti.”
Spike non fece una piega, con un cenno della testa esortò l’altro
ad andare avanti.
Il vampiro nicchiò, stringendo gli occhi ed avvicinandosi di più
a Spike, si piegò verso ossigenato, curvando la schiena come solo le
persone troppo alte hanno la tendenza a fare.
“Io lascerei perdere la storia della lancia Spike, vedi..:”
Spike lo fulminò con un’occhiata glaciale.
“Non ho pagato per i tuoi consigli, Hanrì. E poi ,lo sai, io amo
il rischio.”
Il suo tono non lasciava adito a repliche.
“Non ho cavato un ragno dal buco su questa arma antica che vuoi per la
tua collezione. A proposito che ci vuoi fare? Uccidere la tua terza cacciatrice?”
Spike accusò il colpo senza darne nessun segno, si limitò a sfoggiare
uno dei suoi sorrisi in tralice accompagnato da uno sguardo acceso di un balenio
di crudeltà che sembrava promettere crudeltà atroci e morte.
“Ma conosco chi forse può darti qualche dritta. E’ un greco.
Lo trovi nel quartiere latino in una delle taverne d Rue Golonde o nella Piccola
Atene. Ha una cicatrice lungo tutta le metà sinistra del viso. Un tipo
solitario, direi eccentrico. Si interessa di magia e di manufatti antichi. Lo
chiamano Il Filosofo. Sai è molto anziano... dicono che abbia studiato
filosofia tomistica alla Sorbona... Se la tua storia gli piacerà, se
lo interesserai e riuscirai a catturare la sua attenzione, ti aiuterà
di certo.”
Spike annuì, batté una mano sulla spalla dell’altro ringraziandolo
e cingendo Willow per la vita mentre le parlava all’orecchia e la baciava
sul collo si incamminò.
“Oh, Spike? Portagli il sangue di una vergine, lo metterà di buon
umore.”
Spike ,senza voltarsi, alzò una mano in segno di intesa e di saluto e
sparì nella foschia con la rossa.
Non si era voltato per non rischiare che lo vedessero ridere sotto i baffi della
faccia che Willow aveva fatto al sentire nominare il sangue di una vergine.
La strega si divincolò indispettita dal suo abbraccio.
“Sangue di vergine?? E dove conteresti di andarlo a prendere??? E poi
tutta questa scena? Ti eri dimenticato di dirmelo che i tuoi informatori sono
vampiri assetati di sangue??? Il mio sangue, nello specifico!!! Mi guardavano
come se fossi un antipasto, un piatto di tartine al salmone!!”
Spike non poté fare a meno di ridere di gusto.
Lei lo incenerì con gli occhi.
“Oh, scusa.... Non è che rida di te, ma... dovresti vedere la faccia
che hai fatto!! A chi pensavi avrei chiesto’ Al sevizio informazioni?
O direttamente alla polizia? Scusate, vorremo esportare illegalmente dal paese
una lancia con impugnatura in pietre preziose risalente all’epoca mesopotanica,
ci potreste gentilmente aiutare a trovarla? Sì, sono sicuro che ci avrebbero
dato una mano molto volentieri...... Comunque mai vista una tartina al salmone
con occhi più dolci...”
Lei si impedì di arrossire.... in fondo era ancora arrabbiata....
“Non è una buona scusa per... per socializzare con ..... degli
assassini!! E ,a proposito, dov’è che li hai presi tutti questi
contanti?”
Spike sorrise con l’aria compiaciuta di un bambino che l’ha combinata
grossa.
“Oh, a Giles non dispiacerà quando saprà che sono serviti
per recuperare la sua lancia...”
“Tu hai...”
Ma lui aveva già ripreso a camminare e l’ultima cosa che voleva
era restare da sola per quelle strade.
Si affrettò a raggiungerlo, imbronciata e con l’aria offesa.
“Andiamo ti sembra carino mettermi il broncio per così poco?”
“Poco?? Io non lo definirei poco. Hai mentito, derubato Giles, e mi hai
spacciata per la tua amante!!!!! Ti rendi conto? La prossima volta inventati
quello che vuoi, che sono una lontana parente, che sono tua sorella, o una strega
che ti da una mano, o una suora, ma non ci riprovare perché ti assicuro
che farò del mio meglio per trasformarti nel primo criceto vampiro della
storia!!”
Le guance di Willow erano rosse per l’agitazione.
Solo ripensare a quel bacio la faceva sentire sotto sopra.
Spike percepì il battito cardiaco di lei accelerare e sorrise di sottecchi.
Attraversarono in silenzio la Senna, nei pressi di Notre- Dame che svettava
minacciosa e bellissima nella sua folle verticalità nella foschia morbida
di quella notte.
Dal quartiere latino provenivano suoni concitati di voci e di musica.
Si incamminarono in fretta.
“Immaginoche non ti dispiaccia se ti lascio qui mentre vado a cercare
quel greco.”
Spike indicò una piccola libreria caotica e deliziosa.
Sopra le due minuscole vetrine in legno, separate da una porticina, campeggiava
la scritta “Shakespeare & Co. Antiquarian books” , con nel centro
un ritratto del famoso tragediografo inglese.
Davanti al negozio erano disposti banchi e scaffali e scatole pieni di libri
affastellati, antichi o semplicemente vecchi, all’interno si potevano
vedere le pareti anch’esse piene di libri, i quali erano anche impilati
per terra o sui dei tavoli un pò ovunque.
Il vampiro notò il luccichio negli occhi della ragazza.
Prima che lei decidesse di protestare, la spinse gentilmente verso l’entrata.
“Torno a prenderti quando ho finito. Non ti muovere da qui.”
La strega si girò verso di lui.
“Ma io non...”
Spike era già sparito nella nebbia, inghiottito dalla notte e dal rumore
impercettibile della Senna che scorreva.
La ragazza scosse la testa: perfetto, adesso ci si metteva pure lui a sparire
prima che tu riuscissi a finire di parlargli.
Si infilò nel negozio stipato di libri, facendo quasi fatica a districarsi
fra i numerosi clienti e i libri sistemati ovunque ci fosse posto.
In uno dei piccoli locali separati da scansie di cui era costituito il negozio,
nel pavimento di pietra vecchia, c’era un piccolo pozzo in cui molti avevano
gettato una moneta.
Si chiese se ci fossero di mezzo dei desideri.
Decise di no: sarebbe stato solo uno modo per ringraziare Parigi di quei momenti
incredibili che stava vivendo.
Sorrise buttando la monetina, mentre ripensava agli occhi di Spike così
vicini, e alla bocca del vampiro sulla sua.
Acquistò alcuni libri che vennero timbrati com’era tradizione con
la dicitura “Shakspeare & Co. Kilometre zero Paris.” .
Uscì e si sedette vicino a una delle due vetrine.
Era passato parecchio tempo, e lei cominciava ad essere preoccupata.
Se i demoni del fuoco che secondo qull’Hanrì li seguivano avessero
trovato Spike?
O se quel vampiro greco avesse capito qualcosa?
O se... il filo dei suoi pensieri fu interrotta da una voce nota.
“Vedo che hai comprato qualcosina... Dì. quanto pensavi di dovermi
aspettare per aver il tempo di leggere tutta quella orba?!”
Spike stava guardando perplesso il sacchetto pieno di libri che era appoggiato
ai piedi di Willow.
La ragazza non poté impedirsi un sospiro di sollievo.
Spike le sorrise curiosandola con lo sguardo mentre si chinava verso di lei,
portando gli occhi alla stessa altezza di quelli della ragazza.
“Cos’era questo?? Non mi dirai un sospiro di sollievo... allora
eri preoccupata per me!!!”
Lei arrossì violentemente, abbassando di scatto lo sguardo, ed alzandosi
rapidamente per eliminare quella vicinanza pericolosa.
“Non ero affatto preoccupata. Sono solo impaziente, allora che ti ha detto?”
Lui non demordeva.
“Non cambiare discorso...”
“Spike, io non ero...”
“Sì, invece... finché non ammetti che eri preoccupata per
me, io non ti dico cosa ho scoperto...”
Sorrideva sfacciatamente, divertito dalla situazione.
“Guarda che la promessa di farti diventare un criceto è ancora
valida...”
“Come vuoi. Andiamo a mangiare. Ti piace la cucina greca? Qui è
pieno di ristoranti greci, sai.”
“Voglio sapere della lancia!”
“Se fai la brava te lo dico a cena...”
“Mi farai impazzire.”
“Sì, lo so faccio questo effetto a un sacco di donne...”
Le rivolse un sorriso malizioso.
Lei scosse con disapprovazione la testa, agitando la massa di capelli rossi.
E ,troppo indispettita per parlare, lo superò a passi svelti per immettersi
in una delle viuzze rigurgitati di ristoranti.
Il vampiro ,ridacchiando, la seguì.
Si inoltrarono un pò fra la folla vociante, con i gestori dei locali
che li invitavano a cenare nei loro ristoranti, la musica e le ristate che riempivano
la notte.
Spike colse un’ombra alle loro spalle.
LI aveva notati da un pò, due tipi rigidi che li seguivano cercando con
poco successo di non farsi notare.
Senza una parola di spiegazione prese Willow per mano, e si confuse nella folla,
cambiando direzione più volte.
Improvvisamente la attirò e sé e la spinse delicatamente verso
il margine della strada, in una zona poco illuminata.
Prima che lei potesse protestare la stava di nuovo baciando.
Lentamente, dolcemente, assaporando le sue labbra.
E lei si ritrovò a rispondere a quel bacio.
I minuti scorrevano pigramente, e il bacio si stava facendo sempre più
appassionato.
Lei ,senza fiato, si staccò dal vampiro di colpo, appoggiandogli entrambe
le mani sul petto come per allontanarlo da sé.
“Si può sapere cosa...”
Lui le chiuse la bocca con una mano, trattenendola con una presa di ferro.
Piegò la testa di lato, ascoltando i rumori della notte.
Due figure scure, quasi confuse con l’oscurità nebbiosa, passarono
oltre i due ragazzi abbracciati, scomparendo tra la folla dietro un angolo.
Spike si rilassò e liberò la bocca di Willow, che ,immediatamente,
lo investì con un fiume di parole.
“Cosa ti è preso adesso??! Sei diventato matto??! TI rendi conto
di quello che hai fatto???!”
“Will, calmati, ok? CI stavano seguendo. Probabilmente i demoni del fuoco
che Jarisdel ci ha mandato dietro... E il modo migliore per evitarli era questo:
cercano una strega e un vampiro, non un coppia di innamorati in giro per Parigi.
Inoltre sono in grado di individuare la presenza dei vampiri rilevando la temperatura
corporea. Ma se siamo abbastanza vicini è piuttosto facile che confondano
il calore del tuo corpo con il mio.”
Anche la ragazza si rilassò, appoggiando la schiena al muro e reclinando
la testa.
Rideva sommessamente.
Lui la stringeva ancora.
“Potrei sapere che c’è da ridere?”
“Niente, stavo pensando che è una pessima scusa per baciarmi.”
Gi sorrise divertita guardandolo negli occhi.
“Pensi che abbia bisogno di una scusa?”
La baciò di nuovo, a lungo, con una passione che la travolse in un istante.
Il profumo dei suoi capelli, della sua pelle, lo stordivano profondamente.
Le sue labbra morbide contro la bocca, il suo corpo stranamente caldo fra le
braccia.
Il respiro dolce come miele che gli bruciava la pelle freddissima.
Era come ubriaco di lei, di ogni suo gesto, dei suoi capelli di seta fra le
dita.
La vita che sprigionava lo pervadeva come una droga dolcissima, inebriandolo,
confondendolo.
Baciarla, coprirla, inondarla di baci ed essere disperatamente affamato di ogni
centimetro della sua pelle., i sensi ottenebrati e i pensieri come una marea
lontana.
Willow, dolcissima Willow.
Nient’altro all’infuori di lei, di loro, di quel momento.
Nessun altro amore mai così inaspettato e devastante.
Scoprirla solo in quell’attimo e sapere già di amarla.
Follemente, irrimediabilmente, contro ogni logica.
Tenerla fra le braccia e sapere di essere perso nei suoi occhi profondi.
Naufragare nei suoi respiri, annegare nei suoi baci.
Willow, come se non l’avesse mai vista, come se la masse da sempre.
E da sempre la cercasse, la volesse, la desiderasse.
La ragazza si trovò sommersa dai suoi baci, dalle sue carezze, dalle
sue labbra, avvolta dalle sue braccia.
Le girava vorticosamente il mondo attorno niente sembrava pi avere consistenza,
a parte lui.
Aveva il cuore a mille, e fuoco liquido che le scioglieva le membra.
E si sentiva deliziosamente leggera, come se potesse volare.
Volare nel cielo azzurrissimo dei suoi occhi così vicini.
Era estasiata, sorpresa... non riusciva a credere che stesse succedendo...
Incredibile e assurdo: ecco gli aggettivi che avrebbe usato per definire quella
situazione, se si fosse trovata in condizioni normali.
Ma non riusciva più a pensare, non poteva pensare.!
Lui era troppo vicino, i suoi baci troppo dolci, le sue carezze irresistibili.
E lei era folle, folle, folle di Spike.
Pazza di passione, così come non lo era mai stata.
Lasciò che i pensieri scivolassero via lontano, e trascinassero con loro
la razionalità.
Si abbandonò nella stretta del vampiro, e dimenticò perfino di
esistere, tutto a parte le sue labbra.
La stanza era avvolta in una piacevole penombra.
La luce era ovattata dalle tende accuratamente chiuse.
Si svegliò lentamente, le membra intorpidite di sonno.
Si crogiolò per un poco nella piacevole incoscienza che segue il sonno
profondo.
Poi cominciò a stiracchiarsi con calma.
E si rese conto di avere il capo abbandonato sul petto di Spike, mentre lui
la cingeva nel cerchio delle sue braccia.
Il vampiro dormiva, il mento appoggiato sulla testa di lei, il viso sprofondato
fra i suoi capelli.
Willow sentì il cuore saltarle in gola.
Trattenne faticosamente il respiro, immobilizzandosi per non svegliarlo.
La notte appena trascorsa con lui le tornò in mente con incredibile nitidezza.
E si sentì avvampare.
Rotolò via dalle sue braccia e corse a rifugiarsi in bagno.
Tentare di riordinare le idee sotto la doccia fu inutile.
Il cuore si rifiutava di riprendere a battere normalmente, ed ogni volta che
chiudeva gli occhi poteva di nuovo assaporare le labbra di Spike sulle sue.
E il sorriso dolcissimo del vampiro che le scioglieva il cuore continuava a
danzarle nella mente.
E si sentiva così stranamente leggera e felice... coma una ragazzina
innamorata...
Ma c’era già Tara nella sua vita.
Cosa stava facendo??
Aveva tradito Tara con... con Spike.
Spike, il vampiro.
Spike che un tempo avrebbe voluto ucciderli tutti...
Spike, ossessionato da Buffy fino al giorno prima.
Spike, che se non fosse stato per un chip l’avrebbe morsa nella sua stanza
al college in una notte di luna.
Spike.. oh, dio, non poteva davvero essersi innamorata di Spike...
Sì, perché lei era gay, ed era innamorata di Tara e perché...
E poi magari non era amore, era solo attrazione.
Sì, certo, era proprio così... allora perché non riusciva
a calmarsi?
Perché aveva voglia di sorridere senza motivo?
Perché si sentiva così bene come non era mai stata prima?
Un caffè, ecco cosa ci voleva.
Anzi... litri di camomilla per calmare i bollenti spiriti.
Tempesta ormonale: ecco di cosa si era trattato.
bene, adesso avrebbe fatto un bel respiro e sarebbe uscita dalla doccia e poi
avrebbe affrontato Spike con molta calma e ... e l’avrebbe baciato.
No, così non andava proprio.
Essere innamorati di un vampiro, non andava bene.
E poi non aveva neppure un’anima e neanche quello sarebbe stato un buon
motivo...!
Sì, però era così dolce... così adorabile.. così
speciale...
Dopo una serie di pensieri profondi di avvolse in una salvietta e prima di riuscire
a capire qualcosa si trovò a piedi nudi nella camera da letto, con i
capelli umidi che le ricadevano sulle spalle.
E quando gli occhi assonnati del vampiro biondo incontrarono i suoi il cuore
riprese a batterle follemente in petto.
Confusa come non mai distolse lo sguardo, vagando con gli occhi per la camera.
Lui le sorrise irresistibile, con quell’aria da eterno ragazzo e gli occhi
che ridevano così come non li aveva mai visti.
I capelli spettinati gli davano un’aria affascinante e maliziosa.
“Buongiorno.”
Bè, se il suo cuore avesse potuto battere più forte sarebbe esploso.
Naturalmente lui se ne accorse e le rivolse un mezzo sorriso sfrontato.
“Ciao.. Spike.....”
“Dov’eri finita....?”
“Io... io facevo la doccia..”
“Oh... la doccia.. certo che sei strana... la doccia in piena notte....”
“Sono le otto del mattino.”
“Appunto: è notte.”
“Bè per noi mortali è mattina, sai com’è ......”
“Bene un punto per te... Hai intenzione di restare lì in piedi
per molto principessa? Che ne dici di tornare a letto.....?”
Willow avvampò per l’ennesima volta.
Si rigirò crudelmente le dita, per poi cominciare a tormentarsi alcune
ciocche di capelli con le mani.
Andò a sedersi sul bordo del letto, accuratamente a distanza da lui,
dandogli le spalle.
“Vedi Spike.... Dobbiamo parlare. Quello che è successo è
stato solo...”
Lui le circondò delicatamente la vita e cominciò a baciarla leggermente
sul collo, mordicchiandole l’orecchio e sfiorandole la spalla nuda con
le dita.
“.... uno sbaglio. Lo so quello che stai per dire, ma non sono per niente
d’accordo...”
“Spike così rendi tutto più difficile...”
“Mai detto di volerlo rendere facile... mi vuoi scaricare, pretendi anche
che te lo renda facile...?”
“Non si tratta di scaricare...”
Lui le voltò dolcemente la testa con le mani e le sfiorò la bocca.
“Ok... Spike... ho detto basta...”
“Ok... come vuoi... adesso smetto di baciarti... sto smettendo......”
Willow si ritrasse frapponendo le mani per allontanarlo.
“E’ tutto molto sbagliato, e lo sappiamo entrambi.... io sono fidanzata...
e tu... e tu sei innamorato di Buffy...”
Lui la guardò con un’espressione semiseria, fra il sorridente e
l’arrabbiato.
“Fino a quando ero io a sostenere di essere innamorato di Buffy, nemmeno
un cane che mi volesse credere, adesso che ho capito che era una via di mezzo
con un’ossessione, e che in ogni caso è finita, mi salti fuori
con questa trovata!”
“Sì, bè... vedi..”
Lui le sorrise di traverso.
“Non sarai per caso gelosa...?”
“Gelosa, io??! Di te, poi! Fra noi non c’è niente, è
solo che...”
Si fermò vagamente imbarazzata.
“Abbiamo fatto l’amore. Puoi dirlo, Will. Non ti trasformi in un
rospo. Sei incredibile sai, riesci ancora ad arrossire. Non incontravo una ragazza
che arrossisce da non so quanto tempo... Non incontravo una ragazza che riuscisse
a stupirmi, da non so quanto tempo. Sei unica ,streghetta, sul serio...”
Lei abbassò il capo e i capelli le scivolarono in avanti, impedendogli
di vederla negli occhi.
“Ehi, ma ti ho detto che sei bellissima stamattina?”
Allungò una mano per sistemarle una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
L ragazza sorrise, sospirando.
“Così non è leale, Spike..”
“Oh, so essere molto più subdolo di così...”
“Mmm, davvero? NE sono sicura. Ma, ma dobbiamo parlare..”
“E’ quello che stiamo facendo, principessa...”
“Mmm... Spike, senti.. tu mi piaci, è innegabile e non so neanche
come sia successo... però io... io e Tara, noi stiamo..”
“Insieme, lo so. E siete una bella coppia. Lei è molto... docle.
E sono sicuro sia speciale, e tu meriti una persona eccezionale, speciale. Non
di certo un vampiro rinnegato con uno strazio di chip...”
“Sì, ecco. Cioè no, no, no!! Tu non sei un rinnegato! Tu
sei tanto... tanto caro e sai essere adorabile se vuoi, e ... e sono sicura
che non dipende dal chip. Tu... sei tu.. non ci sono aggettivi adatti. Almeno
non a quest’ora e dopo... quello che è successo... E se fossi un’altra
ragazza, se fossi libera, e se insomma mi piacessero i ragazzi... io sono sicura
che farei carte false per uscire conte. Ma io sono impegnata e sono molto....
innamorata di Tara e non voglio farla soffrire.”
“Certo...”
Lui le rivolse uno sguardo da sotto in su, con un’irresistibile aria da
cucciolo.
“............. Se avessi un’anima cambierebbe qualcosa......?”
Willow gli sorrise, prendendogli le mani fra le sue.
“Spike, tu hai un’anima. Forse non è stato un globo di Thesula
a restituirtela, ma sei molto più sensibile e -umano- tu- di .bè...
molti esseri umani con tanto di anima. E sei leale, e coraggioso, e generoso.
Se non ci fossi stato tu, non so come avremmo fatto con Dawn quando Buffy era...
morta. Con lei sei... sei un angelo. Così comprensivo e ... paterno.
Le vuoi bene, un bene disinteressato, e questo è bellissimo. Quando siete
insieme, vedervi è così tenero e meraviglioso. E fa capire che
persona meravigliosa tu sia. Sei stato capace di cambiare, e di rialzarti dopo
le cadute, e l’hai fatto da solo. E io ti ammiro, e ti rispetto per tutto
questo. Anche se a volte.. bè a volte fai delle cose un pò troppo..
vampiresche. MA sei unico, e non perdi mai la speranza. Lotti per le persone
a cui tieni, e per quello in cui credi. Hai un gran cuore, Spike. Per quanto
poco ammetterlo ti piaccia.”
Più di 126 anni e si sentiva il cuore in gola e le mani sudate mentre
lei parlava.
Come se non si fosse mai innamorato prima.
Ed in fondo era vero, perché questo era diverso: era più puro,
più vero, più caldo, più umano, più dolce, più
meraviglioso.
“Se mi avessi detto tutto questo solo ieri... avrei davvero avuto voglia
di morderti... Ma stamattina è diverso: grazie Willow. Non mi sentivo
così bene da una vita... anzi da una morte.... non credevo ci fosse qualcuno
a cui importasse di me.... E so di non meritarlo, ma è bello sapere quello
che pensi si me. Mi fa sentire migliore... Ehi, però non andarlo a raccontare
in giro, o dovrò far fuori te e tutti quelli a cui l’hai detto....”
Lei rise di gusto, una risata dal cuore che illuminò la stanza di piccole
scintille sfolgoranti.... Non c’era verso che lui rinunciasse anche solo
per un momento a darsi un’aria da duro, quasi avesse paura che qualcuno
potesse leggere nel suo cuore e vedere quanto amore vi si nascondeva...
Spike si trovò di nuovo a guardarla rapito, così bella, così
radiosa.
“Sei stupenda quando ridi. Ti illumini e illumini chi ti sta intorno....”
Lei si fermò per tornare a incontrare quello sguardo limpidissimo assorto
su di lei, per ascoltare i battiti del suo cuore che le batteva forsennatamente
in petto.
“Lo so che tornerai da Tara, e dimenticherai quello che è successo
tra noi. Però c’è un problema, un grosso problema... io
non riuscirò a dimenticare un solo istante di questa notte, un solo bacio,
un solo respiro. Perché mi sei entrata dentro e mi hai squarciato il
petto, rubando la chiave del mio cuore e portandotela via. Hai letto la mai
anima, hai rubato i miei pensieri. Così adesso sei tu l’unico pensiero
possibile. Sento il battito del tuo cuore nel petto, e il tuo respiro fra le
labbra come se fosse il mio. Quando mi sono svegliato stamattina a ero.... felice.
IN un modo nuovo, diverso. Felice perché c’eri tu nei miei pensieri,
nel mio tempo.
Felice del tuo sorriso.
E spaventato, maledettamente spaventato. Perché non mi innamoravo così
da.... da un’eternità... perché non mi ero mai innamorato
così.... Tu sei pura come acqua, e splendidamente dolce, e mi travolgi
come luce, come fuoco, aria e tempesta. E per la prima volta vorrei davvero
essere migliore, per poterti stare accanto. Vorrei fare ammenda del passato
e poterti offrire un futuro. Ed è assurdo perché fino a ieri non
ti vedevo, ed adesso mi sembra di impazzire al solo pensiero di perderti. E’
irrazionale, lo so. Ma è vero, dolorosamente, follemente vero. Ieri sera
,in quel vicolo mentre i demoni del fuoco ci passavano accanto, ho guardato
per la prima volta attraverso i tuoi occhi trasparenti di luce e mi sono reso
conto di amarti. Di un amore nuovo che non conosco, di un amore in cui muovo
i primi passi. E vorrei disperatamente che tu mi insegnassi ad amarti, mi insegnassi
il modo per raggiungere il tuo cuore. Mi hai stregato, Willow. E anche se so
che tornerai da lei, dalla tua vita alla luce del sole, non posso fare a meno
di amarti. E di sentirmi vivo per questo. Vivo... anche se non merito di sentirmi
tale. Non sono bravo con le parole, e non sono bravo con queste cose, ma...
grazie.”
Lentamente si portò la mano della ragazza alla bocca e appoggiò
sulla pelle chiara del palmo un dolcissimo bacio, poi la lasciò andare
delicatamente.
Willow aveva gli occhi lucidi, trasparenti di lacrime, e il cuore che le scoppiava
e la confusione che si scioglieva in lacrime trattenute dalle ciglia.
Perse il volto di Spike fra le mani e si lasciò annegare a lungo in quegli
occhi azzurrissimi.
Poi si avvicinò e lo baciò.
Con trasporto, con abbandono, con dolcezza, con amore.
“Come ho fatto a innamorarmi di te in due giorni?”
Gli sussurrò sulle labbra, senza smettere di baciarlo.
Lui la allontanò un poco da sé, cercando di nuovo i suoi occhi.
“Hai detto innamorarmi?”
Lei annuì piano.
“.... Sono pazza. devo essere impazzita... è solo che con te mi
sento libera e viva. Con te mi sento vera, mi sento me stessa. Tu vuoi me...
indipendentemente dal resto... Vuoi me, così come sono. E fra le tue
braccia mi sembra di volare. Posso negarlo per sempre, ma è così.
Tu pensi che sia..... sbagliato?”
Lui le accarezzò il volto, la cui espressione si era fatta infinitamente
seria.
“Amare non è mai sbagliato, principessa. Amare è dare qualcosa
di sé, bruciare il fuoco della vita. Ed è sempre giusto... Sbagliato
per chi, tesoro’”
Lei si rifugiò d’improvviso fra le sue braccia, come se fossero
sempre state il suo porto sicuro.
E lei la strinse a sé amorevolmente, accarezzandole rassicurante i capelli
ancora umidi che le invadevano il volto e il petto.
“Io mi sento così felice, qui, adesso con te. Ma ci sono così
tante cosa da risolvere e persone che hanno bisogno di noi. Buffy è prigioniera
chissà dove, Angel combatte un nemico invincibile, Tara mi aspetta a
casa.... e io sono qui fra le tue braccia e riesco a volare anche se tutti loro
stanno soffrendo così tanto.... ed è.. è orribile da parte.”
Lui la cullava dolcemente fra le braccia, quasi fosse stata una bambina da proteggere
e vezzeggiare.
“Ehi, non c’è niente di male a concedersi un pizzico di felicità.
Pensi che non sarebbero contenti per te? Ti meriti un piccolo angolo di rosa
che sia solo tuo, stella.”
Incredibile Spike, sorprendente.
Così dolce e protettivo...
E la chiamava amore, e principessa, e stella, e tesoro...
E la faceva sentire infinitamente speciale.
Sorrise il volto nascosto nell’incavo della spalla di lui.
“Sei sorprendente, sai.....”
Sollevò la testa per guardarlo, cercando di assumere un’espressione
più seria e meno trasognata.
“Non mi hai detto della lancia...”
“Non è più a Parigi... quel greco ne è sicuro. Non
chiedermi perché ma gli credo. Giles avrà un sacco da studiare
quando troverà la sua lancia... tutte quelle iscrizioni... Già
lo vedo con gli occhi che gli brillano!”
Lei lo guardò severa, fingendosi imbronciata.
“Sei perfido... Povero Giles... solo perché ama il suo lavoro!”
“Ehi io adoro Giles, con quel suo odore di libri e di carta stampata.
Solo.... a debita distanza. Sai, dovresti provare a conviverci, è un
tantino ossessivo... maniaco dell’ordine. E comunque adoro più
te...!”
La baciò ridendo.
Willow si staccò da lui a malincuore.
“.... dovremmo ripartire. Insomma tornare a casa, se qui non possiamo
fare niente di utile...”
Lui tornò ad abbracciarla.
“Sì, ma il primo volo disponibile è solo domani... non vorrai
passare tutto il tempo a discutere di Giles...”
Fu lei a baciarlo questa volta.
Per poi rannicchiarsi al centro del letto, le braccia che circondavano le ginocchia,
e guardarlo assorta, innamorata....
“Bè, che ti prende...?”
“Ma come ho fatto a innamorarmi di te..... senza accorgermene...?”
“Sarà per il mio irresistibile fascino...”
LA ragazza lo colpì ridendo con un cuscino.
“O per la tua modestia...”
Lui le levò sorridendo di mano il cuscino.
“Può darsi... ho un sacco di qualità nascoste...”
Lei si sistemò più comodamente, appoggiandosi ai cuscini.
Sorrideva birichina.
“No, sul serio... Hai persino cercato di mordermi, ben due volte per essere
precisi...”
Spike la raggiunse fra i cuscini e la abbracciò mentre la ragazza gli
posava la testa sul petto.
“Non mi sembra il caso di fare i pignoli.... Era un brutto periodo, mordevo
chiunque mi capitasse a tiro... poi sono stato dai -sanguinisti anonimi- e loro
mi hanno aiutato molto....”
Ridacchiava fra una parola e l’altra.
“Oh, davvero..? Niente più morsi allora...”
Spike le mordicchiò l’orecchio.
“Promesso.”
Willow rise, voltando la testa verso di lui.
“Ti amo.”
Lo dicevano anche i suoi occhi chiarissimi e il suo sorriso quasi timido.
“Ti amo anch’io Spike...”
Sorrise mentre tornavano a baciarsi daccapo.
“Ehi, ora che ci penso... ieri hai detto niente donne per un pò...
che volevi restare solo...”
“L’ho detto, vero? Bè, dico tante cose senza senso... potrai
soppaortarlo? E poi non mi ero accorto che dopo tutto questo tempo passato insieme
eri diventata troppo importante...”
“Bè, sono felice che te ne sia accorto, adesso...”
Capitolo VII "Devi solo baciarmi..."
Volerla, cercarla, averla.
Stringerla fra le braccia, baciarla, amarla senza fine.
Come una droga, come un veleno, come una follia che devastava la sua mente,
come un delirio.
Senza che mai gli bastasse, o che la sua sete di lei si placasse, senza mai
saziarsi di quel corpo e di quegli occhi.
Conosceva solo il suo respiro, nient’altro era reale all’infuori
delle sue labbra.
E rifugiarsi in qui sogni come se potessero essere la realtà: distruggerla,
distruggersi, perdersi insieme.
Ma amarla ancora e ancora con una forza che gli devastava l’anima.
Amarla, dimenticando se stesso e la vita, dimenticando la ragione.
Stringerla a sé, come se anche solo un soffio di vento gliela potesse
rubare.
E scacciare quel risveglio che l’avrebbe dissolta, ed annullare le domande.
la circondava dolcemente con le braccia, baciando i suoi capelli sciolti che
gli inondavano il petto dove lei appoggiava il viso.
Il respiro caldo della ragazza si infrangeva sulla pelle gelida del vampiro,
bruciandola del suo soffio vitale.
Erano avvolti da un silenzio irreale, frantumato solo dall’eco del battito
del cuore di lei.
Buffy rabbrividì leggermente.
Angel allungò una mano per recuperare le lenzuola, coprendola delicatamente.
Lei si strinse di più all’uomo che amava, quasi che potesse sprofondare
e nascondersi in lui, ma non disse un parola.
Era sempre così: le parole erano superflue intrusioni in quei loro incontri.
Armi da usare uno contro l’altra, o forse contro quell’amore che
sembrava volerli risucchiare in un vortice senza fine.
Come se non ne fossero già preda.
Come se non li avesse già dannati e rendenti, scacciati e tormentati.
Come se non fosse la loro unica ragione, l’unica scelta possibile.
Si amavano, con tutta la disperazione che li devastava, e il desiderio che li
consumava, e la dolcezza che bruciava i loro cuori.
Si amavano prigionieri di quel silenzio, quasi le parole potessero rompere quell’incantesimo,
allargare il baratro che li divideva.
Si amavano, e il sapore salato delle lacrime di lei si mescolava al profumo
del suo respiro, senza che Angel potesse capire il motivo del suo dolore.
O forse proprio perché anche lui lo capiva fin troppo bene: essere così
vicini, eppure così incolmabilmente lontani, dolorosamente irraggiungibili.
“Cos’è tutto questo, Buffy? Una condanna, una tortura, un
incubo, un premio? Non siamo insieme, e la tua assenza mi consuma come acido
sulla pelle. Eppure sei qui, fra le mie braccia, e sei vera. Ma mi sveglierò
e ....”
La voce della ragazza era infinitamente triste, screziata di lacrime.
Gli appoggiò una mano sulla bocca per impedirgli di continuare, e alzò
il capo dal rifugio del suo petto per poterlo guardare negli occhi.
Incontrò lo sguardo di Angel, e con una fitta al cuore vi lesse tutto
l’amore per lei, e il dolore che quell’amore gli aveva causato,
tutte le ferite che lei stessa gli aveva inferto.
Abbassò gli occhi, respirando a fondo per trattenere le lacrime che già
le bruciavano le guance.
“Non pensare al risveglio... ti prego. Probabilmente questo è di
più di quello che potremo mai avere...”
Lui cercò i suoi occhi lucidi di lacrime troppo amare per essere piante.
Buffy lasciò che le alzasse il volto verso il suo, e non poté
più impedire alle lacrime imprigionate fra le ciglia di scorrere.
Sofferenza liquida che le scaturiva dall’anima.
Angel cercò di sorriderle, per calmarla.
Asciugò piano, delicatamente, ogni lacrima che le solcava il viso, accarezzandola
con dolcezza infinita.
“Non possiamo restare qui per sempre.... Sai che presto dovrò andare...
Dawn è in pericolo, e tutti i tuoi amici lo sono, non posso lasciarli
soli, e poi non saprei come cancellare la realtà... E forse anche tu
sei in pericolo... ma non posso salvarti... ho bisogno di sapere dove sei, ti
prego Buffy...”
Lei lo guardò tristemente, i bei lineamenti segnati da una malinconia
profonda di secoli che prima non avevano mai conosciuto.
“Non posso Angel. Io, io credo che siano le regole di questi... di questi
sogni. Non so chi le detti, ma so che è così. E non saprei dirtelo
anche se volessi... Non sono nulla all’infuori di questi momenti, all’infuori
di adesso, all’infuori di te...”
Di nuovo sentì lacrime impigliarsi fra le sue ciglia e tornò a
rifugiarsi fra le braccia di Angel, nascondendo il volto sulla sua spalla, lasciando
che il sale del tormento che la rodeva bagnasse la pelle del vampiro.
Angel la strinse a sé, cullandola, calmandola con la voce e con le carezze,
sommerso dal suo dolore.
Aveva sopportato la colpa e il tormento per secoli, le sofferenze più
indicibili, ma vederla prostrata a quel modo ,senza poter far nulla per consolarla,
aiutarla, lo annientava.
“Ssh, ssh... va tutto bene, amore. Va tutto bene. Sono qui con te, non
permetterò mai più a nessuno di farti del male, te lo prometto....
Ssh, Buffy.. calmati.. andrà tutto a posto... è finita...”
“No, non è finita. Non finirà mai, Angel, non può
finire. Ed io ho così paura. Sono terrorizzata. E’ come se fossi
braccata dal mio istinto, come se una parte di me ,che prima non avevo mai sospettato
esistesse, lotti per prendere il sopravvento. Non riesco a oppormi... mi lacera
dentro... mi distrugge.. e io non posso...”
“Buffy, Buffy ascoltami. So quello che stai passando, perché lo
provato, e perché avverto le tue emozioni, il tuo dolore. Ma non puoi
lasciarti sconfiggere. So che sei più forte dell’oscurità
che ti senti crescere dentro. Ne sono sicuro. Devi solo volerlo, amore, devi
solo lasciati aiutare. Chiuderti nella sofferenza non servirà a nulla,
né nasconderti dietro questa maschera di impassibilità. In tutti
noi coesistono bene e male, si tratta solo di riuscire a capire come controllarli..”
Lei scosse la testa, il viso nascosto dai lunghissimi capelli.
“E’ sempre più difficile riprendere il controllo. Mi sento
come risucchiare. E poi... e poi la mia volontà è annullata..
io non.. quasi non ricordo più chi sono.. ovunque mi trovi, lontano da
qui, da te, sono sola e non riesco a combattere.. mi perdo, naufrago sempre
più lontana da me stessa... Oh, Angel, se solo tu sapessi quello che
ho fatto, se solo io riuscissi a spiegarti...”
Si lasciò di nuovo vincere dal pianto, soffocata da tutte quelle lacrime
che non era riuscita a versare e che le formavano un nodo in gola, un cesto
di spine nel petto..
Piangeva, e con le lacrime, la paura e il dolore scivolavano lentamente dal
suo animo.
“Lo so, Buffy. I tuoi sogni -incubi- li ho.. visti ... Ma era solo un
inferno, una realtà creata per farti soffrire, per annientare la tua
anima. Tu non hai nessuna colpa...”
Brandelli di quei volti grigi senza nome le tornarono alla mente, sfilandole
davanti agli occhi e l’odore di sangue, e i corpi che cadevano molli a
terra, e il cielo di fuoco.
Ricordi di cui ancora non aveva consapevolezza, sprazzi di quella lucida follia.
Si ritrasse da lui, afferrando avidamente l’aria, quasi la stessero soffocando.
Si rannicchiò su se stessa, lo sguardo perso lontano.
“Buffy...”
Allungò una mano per sfiorarla, ma lei si ritrasse spaventata, con lo
scatto di un animale ferito.
Chiuse e riaprì più volte le palpebre, fino a quando non riuscì
di nuovo a mettere a fuoco.
“Angel... io... dio, scusami... non...”
Si portò le mani alle tempie, respirando faticosamente, e se le massaggiò
piano con la punta delle dita.
Lontano da lì, nel naufragio del buio spesso di una cella gelida, le
droghe svolgevano il loro compito, annientando la sua mente, annullando i suoi
ricordi...
“Sono solo flesch... ricordi che non riesco ad afferrare... così
come tante altre cose di me, della mia vita... come se... una tela di ragno
mi imprigionasse, e più mi dibatto, più ne resto invischiata.
Ogni momento che passa è come se mi sottraessero un pò di me,
di quello che sono. Credevo di aver finalmente capito dove ero stata dopo il
salto nel portale aperto da Glory... a adesso è di nuovo tutto sfuocato...
mi sfugge come sabbia fra le dita... come se qualcuno giocasse con la mia mente....”
Sospirò di nuovo.
“O forse sono solo io... Non so più cosa fare... io... io non capisco...
perché al di fuori di questi sogni mi sembra di non esistere, ed è
dolce e al tempo stesso terribile... come se potessi rifugiarmi in te e dimenticare
il dolore... ma poi tu sparisci e io... sono di nuovo sola....”
Alzò verso di lui quegli occhi accecanti, trasparenti di luce e di amore.
“Non lasciarmi, ti prego, non lasciami sola... ho così bisogno
di te, Angel...”
Lui la abbracciò di nuovo, stringendola a sé, coprendola di baci
rassicuranti e dolcissimi.
“Sono qui, Buffy. Io non voglio lasciarti, sono accanto a te ,amore, sono
qui. Andrà tutto bene, stai tranquilla. Ti troverò e torneremo
a casa...”
Lei ,sommersa dai suoi baci, si calmò e riuscì perfino a sorridere.
Cercò gli occhi scuri del vampiro e accarezzò quel viso che tanto
amava.
“Ti amo, Angel. Ti amo così tanto che mi sembra di impazzire.,
che mi toglie il respiro. E se anche smettessi di esistere, non potrei smettere
di amarti. Ti amo per tutte le volte che non te l’ho detto, per tutte
le volte che ti ho ferito, per tutte le volte che non ti ho avuto. Qualsiasi
cosa succeda, qualsiasi cosa io ti possa dire quando finalmente tornerò
in me, e per quanto possa essere cambiata o cambierò, ti amo, e niente
potrà mai cambiare questo. Neanche la morte. Perché fai parte
di me, sei in me.”
“Buffy, io...”
Lei sorrise, questa volta più decisamente.
“Non serve che tu dica niente. Ho capito tante cose di te, di me di noi,
dopo essere -bè- morta, e dopo questi sogni... Non importa che tu sia
accanto a me o dall’altra parte della terra,. Ti amo. Non importa che
siamo destinati a restare divisi per la nostra natura, per la nostra missione.
Ti amo. E’ l’unica certezza che mi è rimasta, anche adesso.
Forse non posso capire del tutto perché te ne sei andato, voglio dire
che lo capisco con la ragione, ma non con il cuore. Ma non importa più,
perché so di amarti. Ed è questo che mi ha fatta continuare un
giorno dopo l’altro, che mi ha fatta vivere e combattere. Ti amo. E perfino
adesso che mi sono persa, l’unica cosa vera che mi rimane sei tu. In un
modo o nell’altro, adesso sei tu il mio contato con la realtà.
Se riuscirò a tornare indietro, sarà solo grazie a questo legame.
Forse ci sveglieremo e dimenticheremo tutto questo, ma voglio dirtelo adesso
perché posso farlo, perché sei qui. Ti amo Angel.”
Lui la baciò, a lungo, con dolcezza, con infinito amore, con il dolore
della consapevolezza del fatto che non l’avrebbe mai potuta avere per
sé, con passione, con disperazione.
“Ti amo, Buffy.”
Rimasero abbracciati, stretti l’uno all’altra come se l’intero
mondo si stesse sgretolando, come se solo loro esistessero, come se la loro
vita fosse tutta racchiusa in quella vicinanza sofferta.
Stretti, placando la tempesta delle loro anime l’una nell’altro,
stretti da quell’amore che li consumava, li distruggeva, ma che li teneva
in vita, e che sembrava essere più forte di tutto, perfino del tempo
e delle distanze che li separavano, e di tutto quello che concorreva a dividerli,
che voleva dividerli.
In quella dimensione il tempo pareva non esistere.
Ed era così, i sogni hanno forse un tempo, un luogo, uno spazio?
Istanti, dilatati all’infinito.
Intere vite ridotte a un attimo soltanto.
Ma non era solo un sogno.
Era qualcosa solo loro, che nessuno avrebbe potuto toccare, criticare, distruggere.
Faceva parte della loro vita insieme, non riguardava nient’altro: né
la salvezza del mondo, né i loro amici.
Una sorta di tregua con la vita che sempre li aveva divisi, un attimo di pace
illusoria che avrebbe reo più amara la realtà.
Ma non importava: erano lì, ed erano insieme.
Insieme come non avrebbero mai potuto essere.
Solo loro due per l’eternità di quei momenti.
Lei ,assorta, gli accarezzava il petto con la punta delle dita.
“E’ solo un sogno... mi ripeto che non ha importanza nulla all’infuori
di adesso... ma poi non posso fare a meno di pensare che è solo un sogno..
vorrei non svegliarmi mai... vorrei solo restare qui con te.. sempre...”
Angel la baciò fra i capelli.
“Conosco la sensazione..”
Lei sorrise.
“Già... e fino a un attimo fa ero io a dirti di non pensare al
risveglio... un attimo fa, o era una vita? Il tempo qui è così...
irreale. E’ solo che tu ti sveglierai e io... e io sparirò.. a
volte mi sembra di essere solo un sogno, un’illusione..”
Lui la baciò di nuovo, dolcemente, sollevandole il viso per guardarla
negli occhi.
“Ehi, tu non sei un’illusione. Solo, ti senti confusa e sola. Ma
tutto quello che è successo non può cambiarti dentro. So come
ti senti, cosa provi. Falciare la vita di un essere umano, senza sapere né
chi fosse né perché si trovasse lì né chi sarebbe
diventato, e sentire il desiderio di continuare, di... Ma non è reale,
Buffy, era solo..”
Lei alzò una mano, chiudendola piano per fargli segno di smettere e scuotendo
leggermente la testa.
“Io non.. non voglio parlarne, per favore. Non ci riesco, adesso. E non
voglio. Non ... non ancora... E poi ci sarà tempo... in futuro... quando
io.... Non adesso. Siamo insieme per così poco tempo.. e io ho così
bisogno di te, di averti accanto... Questo.. questo sogno... è solo per
noi.. Non voglio parlare, non voglio pensare. Può finire da un momento
all’altro. E non mi importa di essere sogno o realtà.. in fonda
,sai, sarebbe bello non esistere all’infuori di te, di questa realtà
solo nostra che nessuno può toccare. Voglio solo restare qui con te,
e perdermi dolcemente in te, e dimenticare il futuro, e dimenticare tutto il
dolore per una volta, e dimenticare il male...”
Angel le accarezzò piano il viso.
“Vorrei solo poterti aiutare. Cancellare le ferite e la sofferenza....”
Buffy sorrise appena.
“Devi solo baciarmi...”
-Capitolo VIII "Magico oriente"
Il viaggio in aereo era stato lungo, molto lungo.
Soprattutto perché Anya non era rimasta zitta un solo minuto.
Tutte quelle ore di chiacchiericcio ininterrotto e pressoché snervante.
Da aneddoti fra il macabro e il disgustoso sui fedifraghi giustamente puniti,
ai conti del negozio, agli ordini da fare, ai fornitori che erano in ritardo
con le consegne.
Per non parlare dei commenti sul nuovo colore di capelli di Cordelia o della
disquisizione sull’ultima moda in fatto di scarpe.
Giles aveva la testa come un pallone.
E non era riuscito a leggere un rigo del volume di Henry Yames che si era portato
in cabina per ingannare il tempo.
Si era anche quasi addormentato più ci una volta, ma la ragazza aveva
ogni volta puntualmente provveduto a svegliarlo con una bella gomitata accompagnata
da un tono stizzito “Giles, mi ascolti?? Parlare al vento non mi è
mai piaciuto e poi...” Ed eccola che attaccava un altro discorso.
Le energie di quella ragazza erano inestinguibili.
Giles ci stava pensando ,vagamente assonnato e stordito dal caldo umido, mentre
attraversava su un coloratissimo risciò il quartiere cinese, il più
antico della città, per raggiungere il tempio di Cheng Hoong Teng dove
il suo amico Edward si era ritirato come monaco.
Malacca giaceva placida, avvolta nella canicola, e su di lei aleggiava silenzioso
il fantasma di quello che era stata.
Le fatiscenti banchine del porto, i canali affollati, le architetture diverse
fra loro e contrastanti.
Indizi e frammenti di una potenza commerciale che secoli addietro aveva reso
Malacca l’alterego orientale della Serenissima.
La città aveva ospitato genti di ogni razza e religione, persiani e indiani,
arabi e bengalesi, malesi e cinesi, poi portoghesi, olandesi, inglesi e profittatori
da ogni dove.
Ognuno ha lasciato un segno della sua presenza, una cicatrice.
Edifici in mattoni rosa olandesi, l’antico quartiere cinese, chiese cristiane,
il desolato portale dell’antica fortezza della A Famosa che si erge nel
nulla, la moschea di Kampong Kling, il tempio indù di Sri Poyyhata Vinayoga
Moorhti, e tanto altro ancora.
Una città con secoli di storia, e di guerre, e di sangue, di prosperità
e di rovina, per le cui strada gli spiriti bisbigliano inafferrabili.
Giles sorrise ricordando compiaciuto la storia di quel luogo affascinante, dalla
fondazione da parte del sovrano Paramen Swara alla cessione pacifica da parte
degli inglesi conquistatori secoli dopo.
Anya finalmente si era zittita, e si guardava curiosa intorno.
Adorava viaggiare.
Probabilmente un retaggio della sua natura errabonda di demone.
Apprezzava tutti gli aspetti di quella vita che le sembrava così nuova,
ed assorbiva avida tutto quello che le accadeva attorno.
L’uomo si ritrovò a sorridere dell’entusiasmo della ragazza.
Il risciò si fermò davanti al tempio cinese.
E i leoni a guardia del tempio sembrarono rizzare le teste per osservare meglio
i due stranieri che erano “sbucati” davanti alle loro porte.
L’odore avvolgente di incenso e il cantilenare sommesso arrivavano fino
in strada.
Si stava facendo buio.
Il sole affondava fra i tetti che affollavano il cielo.
Rimasero un poco fermi sulla soglia, quasi intimoriti.
Giles si chiese se qualcuno là dentro parlasse inglese, o sanscrito...
L’unico modo per scoprirlo era entrare.
Una calma ascetica pervadeva quel luogo.
Dopo alcuni tentativi piuttosto infruttuosi Giles riuscì a farsi dire
dove si trovasse il suo amico Edward.
Non fu per niente facile, fra l’altro l’uomo doveva aver cambiato
nome, assumendone uno impronunziabile che ricordava il fluire delle acque di
un fiume.
Rischiando di perdersi nella penombra del tempio, nei suoi corridoi, nelle ombre
incerte che decoravano i muri come arazzi, riuscirono finalmente a raggiungere
la stanza di Edward.
Giles l’aveva conosciuto all’università.
Era un ragazzo taciturno e fantasioso che frequentava dei corsi di filosofia
greca e nei ritagli di tempo studiava filosofia orientale, mentre si laureava
in legge.
Rampollo di una ricchissima famiglia inglese, aveva rotto i ponti con i suoi
e viveva in una minuscola soffitta al settimo piano, sommerso dai libri e usando
candele al posto di lampadine elettriche perché ,troppo assorto nei suoi
studi, aveva dimenticato di pagare le ultime bollette... Appassionato del rock
di quegli anni suonava il basso con grande perizia. Era perennemente angosciato
dalla ricerca di un pace interiore e di un distacco dalla realtà materiale,
fumava centinaia di sigarette al giorno e non dormiva quasi mai, a volte si
dimenticava perfino di mangiare. Dopo aver conseguito brillantemente sia la
laurea in diritto che quella in filosofia, era partito per un viaggio alla ricerca
del suo vero io. E l’aveva trovato a Malacca, dove si era fermato facendosi
monaco, ed aveva finalmente raggiunto l’equilibrio.
Giles lo ricordava altissimo e allampanato, le mani nervose sempre in movimento,
con spettinati capelli neri e occhi blu cobalto sfuggenti ed espressivi.
L’osservatore bussò alla sottile porta di legno intagliato ed aspettò
una risposta.
Silenzio.
Bussò di nuovo.
Dietro a lui Anya sospirava impaziente.
Giles bussò ancora, con più energia.
La porta scivolò sui cardini a un suo colpo più deciso dei precedenti,
aprendosi su una stanza silenziosa e quasi buia.
Giles rimase interdetto.
“E’ aperto, su forza, che stiamo aspettando? Non voglio restare
qui tutta la notte.”
La ragazza lo oltrepassò, infilandosi nella camera del monaco.
“Permesso... C’è nessuno? Edward, è qui?”
Fece un rapido giro della stanza.
Poi guardò Giles,, che era rimasto fermo sulla porta.
“Il tuo amico non c’è... e mi sa tanto che non tornerà
presto. Diamo lo stesso un’occhiata in giro?”
Giles entrò a sua volta, e si guardò intorno, scorrendo con gli
occhi l’arredamento scarno e le grandi finestre senza vetri.
“Io non so se sia una buona idea..”
“Magari la lancia è già qui... o ha lasciato un messaggio
per noi... oh, andiamo, solo un’occhiatina per vedere se non c’è
niente di utile.”
Giles sapeva che alla fine avrebbero comunque fatto come voleva lei, quindi
si apprestò ad accendere alcune delle candele che erano sistemate a terra
ed anche una lanterna.
Sotto una finestra c’era un basso stipetto, che sembrava fungere anche
da scrivania.
Giles si avvicinò per esaminarlo.
Anya girellava ficcando il naso qua e là.
In un angolo ,con le estremità appoggiate alla parete, un paravento di
legno di sandalo con ideogrammi dipinti attirò l’attenzione della
ragazza.
“Carino... uno così starebbe bene in negozio, davanti....”
Giles non le prestava molta attenzione, stava leggendo alcuni fogli coperti
dalla scrittura piccola e minuta di Edward, in cui si parlava di un anello con
cartiglio e, forse, della lancia.
L’urlo agghiacciato della donna lo riscosse dai suoi pensieri.
Anya aveva scostato leggermente il paravento, ed ora stava cadendo a terra schiacciata
dal peso di un corpo coperto di sangue.
Il cadavere era molto più alto e massiccio della ragazza, che si ritrovò
inchiodata al pavimento, soffocata dai pannelli colorati della tunica che l’uomo
aveva indosso e che adesso erano lordi di sangue.
Il corpo era martoriato, una mano ,la destra, era stata strappata, il collo
spezzato, la schiena era solcata da ferite profonde larghe almeno tre dita che
squarciavano la pelle e i tessuti muscolari fino a mostrare le ossa bianche.
Anya ,pur senza fiato, continuava ad urlare inorridita.
Giles si precipitò da lei e ,con non poca fatica, le tolse di dosso il
cadavere mutilato.
La ragazza ,lo sguardo sconvolto e allucinato, cominciò meccanicamente
a ripulirsi dal sangue, passandosi le palme aperte delle mani sui vestiti, con
il solo risultato di peggiorare ancora la situazione.
Tremava violentemente.
Giles la prese con delicatezza per le spalle e la portò fuori, in un
cortile circondato da tetti spioventi.
La fece sedere su un muretto, poco distante da un altare dove si stavano consumando
centinaia di ceri e di bastoncini d’incenso, chiedendosi come mai alle
sue grida non fosse accorso nessuno.
“Calma ,Anya, va tutto bene, è passata adesso. Ehi, ehi calma....”
La ragazza si portò una mano alla bocca come per trattenere un singhiozzo,
poi scoppiò a piangere.
Giles la abbracciò alquanto goffamente, cercando di consolarla.
Rimasero così per un pò.
Alla fine lei rialzò il capo dalla spalla dell’osservatore, gli
occhi rossi e gonfi, e si asciugò le guance con il dorso della mano.
Lui la aiutò con il suo immacolato fazzoletto.
“Ecco così, va meglio. Ti senti un pò..... meglio, ora?”
Lei annuì incerta, sorrise fra le lacrime quasi asciutte.
E si resero conto tutti e due in quel momento di essere molto vicini.
I respiri che si sfioravano, gli occhi negli occhi.
Con lentezza i loro volti si avvicinarono ancora.
Sapevano entrambi quello che stava per succedere, e non volevano evitarlo.
Si baciarono.
Un bacio lungo e appassionato.
Intorno a loro le fiammelle votiva punteggiavano l’aria notturna come
piccole stelle e ,lontano, le figure silenziose dei monaci sfilavano come fantasmi.
I campanelli delle barche all’ancora suonavano la loro
lenta cantilena.
Le luci della strada, quelle lontane e baluginanti del porto, filtravano attraverso
le imposte accostate.
A parte la luce soffusa di un paio di applique ai lati della stanza, erano l’unica
fonte di illuminazione, e disegnavano sul pavimento strisce oblique.
Anya si passò una mano fra i capelli, sospirando.
“Vuoi smetterla di misurare la stanza come un animale in pena? Non è
successo niente. Mica mi hai uccisa!”
Giles le rivolse un’occhiata sfuggente.
“No, no... peggio... Io ti ho.. oh, per giove! tu sei un studentessa...”
“Rupert!” La voce di lei era spazientita “Ho finito il liceo
tre anni fa, e non sono più una studentessa.”
“Bé, sei comunque giovane, e poi lavori per me e...”
“Ok, basta, non diciamo sciocchezza. Ti puoi fermare?! Mi fai venire il
mal di mare. Ho più di 1200 anni, sono grande abbastanza per sapere quello
che faccio. SÌ, lavoro per te, ma mica mi dovrai licenziare solo per
potermi chiedere di uscire... Ci siamo baciati ed è stato.. bè
carino. Tutto qua.”
Sorrise, Giles si fermò e la guardò perplesso.
“Vedi, Anya, è più complicato di così. E poi tu stai
con Xander, non posso fargli una cosa del genere!”
Lei lo interruppe con un gesto, scostandosi dallo scrittoio a cui si era appoggiata.
“Al massimo sono io che faccio qualcosa a Xander. Ma è da un pò
che fra noi le cose non vanno alla grande... io gli voglio bene, ma non è
,come dire, l’amore della mia vita... E questa sera ho solo capito che
devo lasciarlo.”
Giles lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi.
“Ed è colpa mia...!”
“Non è colpa di nessuno! Capita. Oh, se capita. Sapessi quante
ne ho viste di storie come questa... Solo che.. i ruoli sono invertiti, almeno
credo. Mmm, ma si può considerare tradimento quello che è successo?
Anche se io non sono più innamorata...?”
“Sì, sì, sì! Non avremmo mai dovuto fare una cosa
del genere al povero Xander....”
Lei si zittì, tormentandosi nervosamente le mani.
Quel silenzio la infastidiva, e poi non si sentiva per nulla in colpa.
Si rivolse a Giles con uno sguardo innocente.
“Forse comincio a capire le ragioni di tutti quegli uomini su cui mi sono
vendicata... è una cosa strana l’amore. Provare per credere...”
Si ritrovò a ridere, per sciogliere la tensione, per rompere il silenzio
che si era creato tra loro.
Senza volerlo Giles ,guardandola, sorrise di cuore.
Così bella, così viva, così irrimediabilmente ingenua e
pulita.
“Che facciamo adesso?”
“Mmm, adesso vado a cambiarmi, perché il sangue sui vestiti non
fe per niente tendenza. Poi usciamo da qui e andiamo a parlarne da qualche altra
parte. Si soffoca in questa stanza!”
Prima che lui le potesse rispondere Anya si richiuse la porta alle spalle e
scivolò silenziosamente lungo il cprridoio fino alla sua camera.
L’albergo era quasi vuoto a parte loro, l’unico rumore era il mormorio
lontano dell’acqua.
Lei si levò i vestiti impregnati di sangue e si infilò sotto la
doccia.
L’acqua tiepida, faceva troppo caldo perché risultasse fredda,
schizzava da tutte le parti il rubinetto perdeva.
Ma non le importava.
Non aveva per niente voglia di lamentarsi.
Si lavò i capelli canticchiando, e sempre canticchiando si infilò
un vestito leggero bianco, si truccò un poco e si pettinò.
Lungo la strada non parlarono.
Camminavano vicini, ma senza guardarsi.
Sulla collina perfino gli insetti notturni sembravano tacere.
E le stelle erano tanto vicine da poterle toccare, tanto luminose che non serviva
nessun altra illuminazione.
Era un posto incantevole.
“La gente di qui crede sia un posto abitato dagli spiriti che vegliano
sui loro discendenti. E’ chiamata Bukit China, la collina dei cinesi,
nessun dissennato progresso o bonifica edile l’ha mai toccata, perché
le forti energie positive e negative che vi albergano vengono rispettate dalla
cultura di questi luoghi. E’ un cimitero risalente al quindicesimo secolo,
ma la sua storia è affascinante. Il sultano di Malacca Mansor Shah donò
questa collina come residenza privata alla sua sposa Hong Lim Poh ,principessa
Ming figlia dell’imperatore, e le promise che per nessuna ragione le sarebbe
mai stata sottratta. La storia trascinò Malacca nel suo fiume in piena,
ma la collina appartiene ancora oggi ai cinesi ed ai loro discendenti. La promessa
è stata mantenuta...”
“E’ una storia romantica. Mi piace.”
Giles annuì mentre la ragazza si sedeva su quella che poteva essere stata
una lapide, ma che ora era solo un blocco di pietra consumato dal tempo.
La luna crescente invadeva il cielo con la sua luminosa rotondità e si
rifletteva sui capelli ramati di Anya.
Lui non la guardò negli occhi mentre le parlava.
“Che facciamo adesso di.............. noi......... Anya?”
Lei sorrise.
“Direi che quando saremo tornati a casa, ed io avrò chiarito con
Xander, potremmo... andare in un ristorante ,un posto poca affollato, candele
sui tavoli, musica soft. E poi ballare un lento. E chiacchierare bevendo del
buon vino. E infine staremo a vedere che succede nei giorni seguenti... Che
ne dici, Rupert?”
Lui si voltò verso di lei e le sorrise a sua volta.
“Sì, mi piacerebbe.”
“Bene.”
“Bene...”
Rimasero in silenzio ancora un pò, ad osservare le stelle sfacciatamente
luminose e brillanti.
“Mi dispiace per il tuo amico...”
Giles fece una smorfia ripensando al cadavere del monaco.
“Edward era una brava persona... non avrei dovuto coinvolgerlo in questa
storia...”
“Non è colpa tua...”
“In parte sì. Prima di venire gli avevo chiesto di fare delle ricerche.
In un cassetto a scomparsa in un mobile della sua stanza, ho trovato degli appunti.
E un anello. Probabilmente quello che i demoni cercavano. L’anello ha
il cartiglio dei custodi e ci sono indicazioni sul luogo dove potrebbe trovarsi
la lancia. Dobbiamo fare un sopralluogo appena possibile. Secondo Edward dovrebbe
essere in una banco della St. Francis Xavier, sistemata in un doppio fondo del
sedile.”
“Allora dobbiamo andare a recuperarla...”
Anya scivolò in pedi e si incamminò con aria allegra.
“Mmm.... sembra tutto troppo facile...” Giles si tolse gli occhiali
per pulirli in un gesto meccanico. “Io sono un mortale, ed anche tu....
Non camminiamo nelle tenebre ,cioè non siamo demoni o creature del male,
quindi secondo la profezia non potremo impugnare la lancia. E se non possiamo
toccarla, non possiamo neppure portarla via...”
Anya si fece pensierosa per un momento.
“La profezia dice impugnare, ma è una traduzione in italiano da
chissà quale lingua. Potrebbe essere inesatta. Impugnare usato non con
l’accezione di prendere in mano, ma di brandire come arma... Basta che
tu non abbia intenzione di usarla quando la tocchi. E in ogni caso i custodi
,per viaggiare con lei, la impugnavano. Quindi basterà che tu entri a
far parte dell’ordine. L’anello ce l’abbiamo, ci vuole solo
la nomina!”
Giles si accinse a protestare, ma poi si rese conto che non era poi una cattiva
idea.
“Forse nei libri che ho portato c’è qualcosa riguardo al
rito da eseguire per diventare custodi.. risale al periodo druidico. Dobbiamo
sbrigarci....”
La chiesa si stagliava silenziosa contro il cielo striato d’oro
e d’azzurro.
Un edificio ocra con finiture color terra bruciata, piccole torri orlate da
una sorta di merlatura e delle guglie sui quattro angoli.
L’intonaco era sbeccato e cadente in parecchi punti, dava l’idea
della rovina dopo un passato luminoso.
Ma nel complesso era un bell’edificio.
“Carino. Niente a che vedere con quelle chiese tutte guglie e vetrate.
Il gotico non mi è mai piaciuto, così cupo.... per non parlare
della gente di quel periodo, una noia!!”
Anya provò a spingere la porta.
“Chiusa, lo dicevo io!”
“Sì, bè, era previsto. Dunque vediamo...”
Giles armeggiò con dei grimaldelli alla vecchia serratura in ferro battuto.
Cigolando lamentosamente il portale si aprì, inciampando sui cardini
mal oliati.
“Ecco fatto. Prima le signore.”
“Ehi, e questo dove l’hai imparato, Custode?!”
“Una gioventù sprecata. Sbrighiamoci, a che ora fanno la prima
funzione?”
“Non ne ho idea, non dovevi controllare tu?”
“No, Anya, era l’unica cosa che dovevi fare tu... Comunque vediamo
di fare presto.”
Cominciarono ad ispezionare i banchi con un piccolo metal detector, nella speranza
che individuasse il metallo della punta della lancia, in qualsiasi lega sconosciuta
fosse forgiato.
“E se non lo rileva?”
“Se non lo rileva siamo nei guai, Anya. Non Possiamo metterci a spaccare
tutti i banchi della chiesa, non trovi..?!”
“Dicevo solo che...”
Un bip leggero li distolse dalla loro discussione.
Nel terzultimo banco sulla sinistra della navata era nascosta la lancia.
Giles divelse rapidamente ,con non poca fatica, il sedile di legno.
Schegge appuntite volarono un pò dappertutto e lo schianto secco del
legno rotto risuonò per tutta la chiesa.
L’osservatore scostò freneticamente i detriti.
Un involto di seta grezza verde chiaro ,con disegni ricamati in oro, era adagiato
in una cavità ricavata grossolanamente.
La stoffa era lisa e tarmata in più punti, qua e là portava i
segni di alcune bruciature.
Giles la scostò con mano tremante.
LA luce del sole che stava sorgendo penetrava sottile e obliqua da una finestra.
Il raggio illuminò con precisione una punta lucente delle dimensioni
di una mano circa.
Il riflesse accecante costrinse Giles e Anya a distogliere lo sguardo.
L’ex bibliotecario sorrise.
“La lancia!”
L’arma giaceva in tutto il suo splendore nel suo nido di seta verde.
Era divisa in due parti, che si avvitavano l’una nell’altra, all’altezza
dell’impugnatura in argento istoriato.
Doveva avere una lunghezza di poco superiore ai due metri.
Esternamente sottile ,flessibile, era costruita in ebano nerissimo.
La punta sottile e sfaccettata riluceva di un fulgore incredibile, non come
se riflettesse la luce, ma come se essa stessa fosse fatta di luce.
Giles si affrettò ad avvolgerla nuovamente nel suo sudario per portarla
via prima che qualcuno li vedesse.
Mentre uscivano di soppiatto dalla chiesa Anya recuperò il telefonino
che aveva in tasca e fece un’inter continentale.
“Ciao... sì, tutto bene..... Noi, abbiamo la lancia. Torniamo stanotte.”
Chiuse la conversazione.
Dall’altro capo della linea Tara rimise a posto la cornetta e tirò
un sospiro di sollievo.
- Capitolo IX "L'amore di una fata"
Angel riaprì gli occhi, ritrovandosi catapultato nella
vita reale, e in un’altra notte che stava per finire.
Il profumo della sua pelle aleggiava ancora nell’aria, ingannandolo, illudendolo,
sussurrandogli che lei era davvero stata lì... che non era stato solo
un altro sogno.
Scosse la testa, come per dissipare i resti ormai nebbiosi della sua immagine.
Ma il suo volto era impresso con contorni di fuoco nella mente del vampiro.
Si alzò, osservando lo squarcio prodotto dagli artigli affilati di un
demone lungo la manica della sua camicia.
La stoffa strappata rivelava una ferita piuttosto profonda lungo tutto il braccio,
che arrivava fino alla spalla.
Tolse la camicia ,abbandonandola sul letto, e lavò con scarsa convinzione
il sangue rappreso dalla ferita, ma tralasciò di medicarla.
Si rivestì e accendendosi una sigaretta si diresse in sala.
La stanza di Buffy era isolata dal resto della casa, quella di sua sorella si
trovava dal lato opposto.
In sala le luci erano spente, dalle finestre si poteva vedere tutta la città.
Si sedette con lo sguardo perso nelle piccole luci di Sunnydale che sbiadivano
piano nella luce dell’alba imminente, il fumo che disegnava complicati
ghirigori nell’aria intorno a lui.
Quasi fosse un’ulteriore barriera che lo divideva dal mondo, dagli altri...
Alle sue spalle ,appoggiata alla stipite di una porta, Tara lo osservava preoccupata.
Era perfettamente conscio della presenza della ragazza, o meglio i suoi sensi
affilati ne erano consapevoli, ma non aveva nessuna intenzione di chiederle
cosa volesse.
Non aveva voglia di parlare, solo di essere lasciato in pace.
Pace, che assurdità, che pensiero proibito per uno come lui.
Per Angel non ci sarebbe mai stata pace, mai tregua, per tutta l’eternità.
E lui lo sapeva.
Ne era consapevole in ogni fibra del suo essere e della sua anima ferita.
Sentì la ragazza girarsi e tornare sui suoi passi, verso la camera di
Dawn.
Le fu grato di essersene andata.
Tara percorse lentamente il corridoio, socchiuse la porta di Dawn per controllare
che dormisse serena, e poi passò oltre, fino alla camera degli ospiti
in cui si era trasferita temporaneamente.
Accese la luce ,come se con quel semplice gesto potesse allontanare l’oscurità
che gravava sul cuore di Angel, e si portò le mani fra i capelli, scostandoli
lentamente dal viso.
Non aveva trovato il coraggio, la forza di disturbarlo.
Di scuoterlo, di sbattergli in faccia la vita, di urlargli che il perdono se
l’era meritato, che la colpa non può essere eterna...
Era così lontano, così ritirato in sé stesso, che non avrebbe
potuto neppure sfiorarlo con le sue parole.
Sentì gli occhi bagnati di lacrime, come un fiume che cresce entro gli
argini e preme per debordare e riversarsi tutto attorno.
Il dolore del vampiro, la sua pena, erano così grandi, così incolmabili,
da toccarla dentro, da farla vibrare della stessa sofferenza della sua anima.
Se solo avesse potuto fare qualcosa per lui... se solo avesse potuto chiedere
il perdono al suo posto, ed ottenerlo per lui...
Ma sapeva di non poter fare niente per lui, per la sua pena, e questo la turbava
più di quanto avrebbe voluto, più di quanto avrebbe creduto possibile.
Lontano, intoccabile Angel.
Forte, tormentato Angel.
Solo, nei secoli del suo peccato e in quelli della sua redenzione.
Disperatamente, irrimediabilmente solo.
Per scelta, e per paura, per amore, e per destino: solo.
Angel, la cui anima era così luminosa da accecarla, e scaldarla, e incantarla.
Angel, il cui dolore era così struggente da sommergerla.
Angel, che non sarebbe mai stato perdonato.
Angel, che pagava giorno dopo giorno ,uomo, le colpe del demone.
Angel, i cui occhi l’avevano trascinata nelle loro profondità.
Angel, il cui cuore sarebbe appartenuto per sempre a una donna che non gli era
permesso amare.
Perché a lui non era permesso amare....
Tara sorrise piano, lasciando che le lacrime colassero lungo il suo volto.
Lasciando che inondassero le guance, il collo, le mani.
Scivolò a terra, naufragando nel suo pianto silenzioso, nel suo amore
impossibile, assurdo, mai cercato, mia desiderato....
Amore irrazionale definirlo così.
Non era amore.. non poteva essere... non solo almeno....
Angel aveva toccato la sua anima come nessuno prima, e questo non lo avrebbe
mai potuto cancellare, né dimenticare.
Angel l’aveva vista, ed aveva capito come era, e l’aveva accettato,
ed apprezzato.....
Qualcosa in lei era cambiato dopo Angel.
E lui non l’avrebbe mai saputo, neppure immaginato, ma in quel momento
la strega stava piangendo per lui, per la sua sofferenza, e per il suo destino
E lui non l’avrebbe mai saputo, né immaginato, ma in quel momento
una donna innamorata stava pregando per lui.
Per lui ,un vampiro, e per la sua anima.
Per lui, per l’uomo che era stato e per l’uomo che era adesso.
Lacrime, lacrime come se la sua anima potesse sciogliersi in quel pianto.
Come se quell’amore così nuovo potesse defluire da lei con quelle
lacrime.
Una profusione di lacrime.
In cui annullarsi e lasciarsi andare.
Un dolore dolce e amaro che le invadeva il corpo, le scoppiava nel cuore.
Lacrime per una amore mai nato.
Lacrime per un amore mai confessato.
Lacrime per lui, non per sé.
Perché Tara era troppo generosa per piangere per se stessa.
Perché era troppo innamorata per preoccuparsi del suo dolore....
Perché l’unica sua pena era quella di Angel, ormai.
La ragazza si rannicchiò contro il muro, avvolgendo le ginocchia con
le braccia.
E si rese conto di quanto fosse tutto così incredibile..... così
irreale....
Si rese conto di tutta la confusione che si era creata in lei....
Di tutto quello che quei pochi giorni con Angel le avevano fatto scoprire su
se stessa....
Ma non era ancora il momento di pensare a sé.... di cedere...
Ci sarebbe stato molto tempo, dopo...
Tempo per capire, per crescere, per cambiare, per essere sola e farcela comunque...
Ci sarebbe stato molto tempo, dopo.
Angel sentì il profumo del sole, e le promesse del giorno
che nasceva.
Per un fuggevole istante desiderò fermarsi a vedere il sorgere del sole,
desiderò che il suo calore dissipasse il gelo che aveva nel petto.
Solo un istante.
Poi si alzò e chiuse sistematicamente le tende.
Diede un’occhiata in giro, cercando il suo cellulare.
Premette un tasto e rimase un attimo in attesa mentre il numero memorizzato
si componeva.
Dall’altro capo, una voce di donna ,giovane e fresca, rispose al primo
squillo.
Andava tutto bene.
Era tutto a posto.
Il piccolo stava benissimo.
Forse gli mancavano un pò lui e Cordelia e gli altri....
Si era appena addormentato.
Angel ringraziò stancamente Fred e interruppe la comunicazione.
Pensò alla ragazza e a Lorne, improbabili baby-sitter, e all’incantesimo
delle Furie , che proteggeva la casa di Cordelia e i suoi tre abitanti: un demone
verde come la speranza, una ragazza troppo giovane, e...... suo figlio.
Meravigliosa speranza, il suo perdono, la sua redenzione, la sua seconda possibilità.
Un raggio di luce scaldò il suo cuore a quel pensiero.
Nonostante i mille misteri attorno a quel bambino.
Un miracolo che non meritava.
Ma che avrebbe protetto a costo della vita, della dannazione eterna.
Un figlio che forse sarebbe stato più al sicuro lontano da lui e da quello
che era.
E di nuovo ombre scure tornarono ad affliggere la sua anima.
Ansia, paura, gioia, speranza, fede tutto per quel fagottino dolcissimo che
sembrava essere piovuto dal cielo....
Che sembrava aver sfidato l’inferno per giungere fino a lui.
Lui che non sapeva come proteggerlo.
Lui che non sapeva cosa fosse il meglio per il piccolo.
Ma aveva molte cose da risolvere prima di poter tornare da lui, e la certezza
che l’incantesimo avrebbe protetto il bambino e Fred da qualsiasi pericolo
e che Lorne era sarebbe rimasto con loro, gli dovevano bastare.
Sentì i passi di Tara avvicinarsi, quasi che la telefonata fosse stato
un segnale.
Alzò la testa verso di lei accendano un saluto, tentando un sorriso che
gli morì sulle labbra.
La ragazza respirò a fondo, e gli sorrise, cercando di trasmettergli
un pò di serenità.
“Angel, ciao. Stai bene, e?”
Rituale mattutino, la risposta era sempre uguale indipendentemente dalle ferite
che aveva ricevuto durante la notte.
“Sì, grazie.”
Tara sorseggiò un poco della tisana che reggeva fra le mani, abbassando
gli occhi sul liquido fumante per non dove sostenere lo sguardo bruciante del
vampiro.
Bruciavano come acido sulla pelle i suoi occhi.
Bruciava il dolore traboccante che si agitava nelle loro scure profondità.
Bruciava quello sguardo lontano che però le arrivava fin nell’anima,
e la scavava.
Bruciavano i suoi occhi scuri, come un incantesimo che la avvinghiava a lui,
alla sua pena.
Bruciava il modo in cui mai l’avrebbe guardata.
Era stato ferito a un braccio quella notte.
Lei lo sapeva, lo capiva dal portamento e dall’espressione del vampiro.
Ma si morse le labbra e non disse nulla, come sempre.
Perché sapeva che lui non voleva sentirselo dire, perché sapeva
che sarebbe stato inutile cercare di curarlo.
Perché lui non avrebbe neppure sentito le sue parole.
Poteva solo stargli vicina, in silenzio.
E in silenzio fargli capire che non sarebbe stato solo, mai.
Cercò di dare alla sua voce un tono allegro, speranzoso, rassicurante.
E di cancellare dal tono il sentore delle lacrime, del dolore, della tristezza
profondissima.
“Buona notizie. Ha chiamato Anya. Lei e Giles hanno la lancia. Arrivano
stanotte. Forse domattina. Quest’incubo è finito finalmente...”
Lui la guardò per un lunghissimo minuto.
Troppo a lungo per sopportare quello sguardo.
Troppo a lungo per resistere al cuore che la soffocava nel petto e frustava
le costole.
Troppo a lungo per frenare le lacrime, e arginare il dolore.
Poi lui si girò verso le finestre, come se potesse vedere oltre le tende
chiuse.
“Stanotte sarà finita..... in un modo o nell’altro.”
Tara sospirò, mentre la testa le girava vorticosamente e la vista si
appannava.
Appoggiò la tazza sul tavolino e si sedette piano sull’orlo di
una poltrona.
Aspettò che passasse.
Silenzio, come sempre.
Lui si diresse verso la stanza dove Buffy si allenava, quella in cui passava
la maggior parte del tempo.
“Dovresti dormire.... riposarti almeno un pò...”
“Sì, lo so. Sto bene. Non preoccuparti.”
No, certo, non si sarebbe preoccupata.
Sentì la porta chiudersi come ogni giorno.
Con la violenza di un colpo di frusta, sulla sua pelle, sul suo cuore.
Chiudersi e chiuderla fuori, allontanarla, rendendolo ancora più inaccessibile,
solo.
Chiudersi e rigettarla troppo lontano da lui, lasciandola sola con il dolore
che le aveva trasmesso, con la pena che ormai era anche la sua.
Angel, intoccabile, irraggiungibile Angel.
Angel..... che le aveva regalato una nuova sicurezza in sé stessa, che
l’aveva cambiata, che con un sorriso le aveva donato la luce della sua
anima, ma anche il suo tormento.
Socchiuse le palpebre, cercando di riprendere il controllo del fiume in piena
dei suoi sentimenti.
Attimi di immobilità e di silenzio.
Tornò alla realtà, e all’eco della porta ormai chiusa.
Angel si sarebbe allenato furiosamente per tutto il giorno.
E poi sarebbe uscito, scivolando come l’ombra scura della morte lungo
le fogne e uccidendo tutti le creature maligne che incrociavano la sua strada.
E poi sarebbe andato all’appuntamento con i demoni che Jarisdel gli scatenava
contro.
E li avrebbe combattuti, e sarebbe rimasto ferito, ed avrebbe vinto.
Ma non sarebbe riuscito a stancarsi abbastanza per smettere di pensare, per
cancellare o annullare anche un solo attimo il dolore e la paura e la solitudine
e l’ansia.
Si domandò per quanto avrebbe potuto resistere.
Appoggiò il capo fra le mani, e deglutì le lacrime che non aveva
potuto piangere.
Lacrime che ormai sembrava diventate parte di lei, la sua stessa essenza.
Tutte quelle che Angel non aveva mia pianto...
Lacrime per amarlo, lacrime per essere in lui, vicina a lui, per stargli accanto.
Lacrime come una preghiera per lui.
La paura e l’ansia le attanagliavano il cuore, inghiottì ancora
le lacrime.
Per cercare di essere forte.. per Dawn che ancora dormiva...
Ma sapeva che quella notte non sarebbe finito nulla.
Perché morto Jarisdel, Buffy sarebbe pur sempre rimasta introvabile.
Chiuse la porta alle sue spalle. appoggiandosi pesantemente
con la schiena e sospirando forte, lasciando che con l’aria il suo copro
si svuotasse anche di tutto il resto.
Naufragò nel silenzio per pochi attimi come se potesse dimenticare....
Come se potesse trovare pace.
Era stanca, così stanca....
Spossata.
E il suo cuore era lacero e ferito, sanguinante.
Chiuse gli occhi, e ascoltò.
Nitidi, precisi sentì i colpi dell’allentamento di Angel.
La stessa nitida precisione con la quale il volto dell’uomo si delineò
davanti ai suoi occhi.
Un ritratto perfetto, ogni particolare, ogni piega del suo volto, ogni ombra
che gli passava negli occhi.
La giovane donna deglutì, lacrime, amarezza, emozioni troppo amare per
essere ammesse.
E aprendo gli occhi cercò di trovare un poco di risolutezza, per parlargli,
per cercare di arrivare la suo cuore, e poter lenire il suo dolore.
Aveva accompagnato Dawn a scuola, l’aveva consolata e rassicurata... le
aveva parlato dolcemente pettinandola.... aveva sussurrato parole di protezione
al ciondolo che portava al collo... e l’aveva lasciata con un pò
di apprensione fra le sue amiche davanti al nuovo Sunnydale High.
Senso materno... strana cosa... quasi quanto l’amore....
Tara si sentì vacillare mentre quella parole le esplodeva nella testa.
Aspettò che passasse.
Aspettò che il cuore smettesse di impazzire nel petto, e di toglierle
il fiato e la ragione.
Ci sono cose impossibili... cose che non si possono avere... che forse non si
ha il diritto di provare...
Camminò con passi lenti ma sicuri verso la “palestra”.
Rimase con la mano sulla porta per interminabili momenti.
Un respiro profondo.
“Angel?”
Nessuna risposta, come sempre.
“Angel?”
Entrò.
Attendere che le rispondesse era inutile.
Lo chiamò di nuovo.
Lo schianto netto e fragoroso la fece retrocedere di un passo, la mano ancora
avvinghiata alla maniglia.
Il sacco di sabbia ricadde a terra, mentre l’arena scivolava frusciante
sul pavimento spargendosi come un mare asciutto, tranciato di netto in due dal
calcio del vampiro e staccato dalla catena che lo legava al soffitto. Un anello
della catena era rotto in due.
“Scusami, io non...”
Lui la guardò per un istante appena, recuperando una salvietta dalla
spalliera per detergersi la fronte.
“No, è colpa mia. Mi sono distratto.. ho perso il controllo....
volevi qualcosa, Tara?”
Una fitta al cuore, come se lo stessero stringendo in una morsa crudele.
Perché doveva sempre dire il suo nome in quel modo.. con tutta quella
sollecite dolcezza... con quella comprensione....
Il suo nome... come fosse qualcosa di prezioso, di unico....
Il suo nome, che non le aveva mai fatto saltare così il cuore in petto,
né mai l’aveva fatto correre di quella folle corsa, senza che lei
riuscisse a stargli dietro....
“No, io volevo... Io volevo solo parlare...”
Lui la guardò, chiedendole con gli occhi spiegazioni.
Uno sguardo stanco, sfinito.... bellissimo.
“Ecco, pensavo ti andasse qualcosa da bere.... e riposarti un pò.
Dovresti riposarti.... Non puoi fare niente di più per lei, Angel...”
Lui sembrò incassare un colpo e lei si morse le labbra.
“Scusa.”
Non la guardò negli occhi.”
“No, è vero. Non posso fare niente per lei.”
Il silenzio che calò era una cortina pesante e spessa, palpabile, penosa.
Il silenzio era una barriera fra loro.
Tara abbassò gli occhi, fissando il pavimento che aveva un riflesso cristallino
conferitogli dalle lacrime che mordevano i suoi occhi.
Infine rialzò lo sguardo, un sorriso incerto che non le raggiungeva gli
occhi sul volto.
“Allora ti faccio un tè, o.....”
“Va bene un tè......”
“Ok...”
Fare un tè.. scaldare l’acqua.. preparare la miscela...
Gesti semplici per allontanare i pensieri....
E sentire i suoi occhi su di sé... i suoi occhi assorti che non la vedevano...
il suo sguardo che era altrove.
Ma che bruciava comunque la pelle, e graffiava il cuore.
Il suo sguardo che le arrivava all’anima e la sfiorava con una dolcezza
mai provata.
Il suo sguardo.... i suoi occhi... che le erano entrati nel cuore, nell’anima,
nella pelle, nella mente.
I suoi occhi, dio i suoi occhi la facevano sentire un’altra persona, la
facevano sentire vera.... e le toglievano il respiro, mozzavano il fiato.....
stringevano il cuore...
Versò il tè in due tazze e gliene mise una davanti, lui era seduto
su di uno sgabello dall’altra parte del bancone della modernissima cucina.
Angel osservò la tazza senza vederla per qualche minuto, poi tornò
lentamente alla realtà, a quella stanza, a Tara.
“Volevi parlarmi.....”
Una domanda... un invito a rompere il silenzio....
Sentì i battiti del cuore di lei che acceleravano e quando incontrò
il suo sguardo li sentì aumentare ancora, tanto da riempire l’aria
del loro martellare, tanto da occultare il mormorio del respiro che le moriva
in gola.
Distolse lo sguardo, senza soffermarsi molto su quella reazione...
“Sì, io volevo... Vedi sono, siamo. Preoccupati per te, Angel.”
“Preoccupati??!”
“Sì, tu stai soffrendo molto, e ....”
Lui fece un rapido sorriso colmo di amarezza.
“Nessuno si è mai preoccupato molto della mia sofferenza. Bè
a parte gli zingari..... che si sono sempre curati non avesse tregua...”
Capì di averla ferita ancora prima di finire di parlare.
“Io... oh, io mi... scusami, immagino non abbia importanza.”
Angel percepì l’odore delle sue lacrime, sentì il fruscio
leggero che quelle sfuggite alle ciglia producevano contro al pelle chiara della
ragazza.
“Tara, non volevo dire che...”
Lei alzò la testa verso di lui, le lacrime che rigavano la pelle, una
silenziosa processione argentea.
Alzò il viso senza preoccuparsi di nascondere il pianto, o di trattenerlo
davanti a lui.
E non cercò di sorridere.
Lo guardò semplicemente negli occhi, per trovare nel loro calore un pò
di forza, un pò di riposo.
“No, non ti devi scusare. Non mi devi delle scuse o delle spiegazioni,
non mi devi nulla. Mi hai dato molto più di quello che puoi immaginare,
Angel. E non se mai potrò ricambiarti in qualche modo, non vorrò
nulla in cambio..... Io non sono niente per te.... una parentesi piccolissima,
ma per me sei stato ,sei, importante, terribilmente importante. Hai visto dentro
di me.... e non hai giudicato, non hai chiesto nulla. Mi hai accettato, mi hai
regalato il tuo sorriso. Sostieni già tante persone con la tua forza,
e ti preoccupi per loro, ma non voglio tu ti debba preoccupare anche di me,
mai. Vorrei poteri aiutare, darti coraggio o sostegno, ma so che è un
impossibile, che è solo stupida presunzione... eppure vorrei... vorrei
prendere un pò del tuo dolore sulle mie spalle, e allontanarlo da te....
Vorrei.”
Angel la guardò stupito, e sentì la verità nella sua voce,
e lesse lo struggimento nei suoi occhi.
Provò pena e rispetto per quella ragazza così dolce, così
altruista...
A cui aveva spezzato il cuore senza volerlo... senza neppure rendersene conto....
Quella ragazza così luminosa e discreta...
Avrebbe voluto poterla fermare... cancellare la sua immagine da quegli occhi
chiari....
Ma non era mai riuscito ad evitare che le persone che amava soffrissero.....
“Tara...”
Lei alzò una mano, chiudendo piano le dita, per impedirgli di parlare.
Perché qualsiasi cosa avesse detto le avrebbe fatto troppo male... perché
la sua voce le avrebbe squarciato il cuore.... perché anche solo sentirlo
pronunciare il suo nome le aveva lacerato l’anima... e se avesse detto
anche solo un’altra parola non sarebbe più riuscita a guardarlo
negli occhi.
Sentiva il cuore così gonfio di pena che le sembrava dovesse scoppiare
e sommergerla da un attimo all’altro.
Sentiva un vuoto dentro che rischiava si inghiottirla.
Dio, lo amava.... così tanto... così disperatamente.... così
incredibilmente... come se mai fosse stato possibile altrimenti... come se fosse
una parte di lei.... il suo cuore.....
“Angel.. non devi dire niente... Ti prego...” deglutì piano,
sempre guardandolo negli occhi.
Pensava che si sarebbe potuta perdere in quegli occhi, che avrebbe potuto morire
in quegli occhi, e naufragare, e aggofare, e annullarsi.....
“Non volevo parlare di me, Angel.... Solo, volevo dirti che dovresti riposare..
recuperare le forze....e darti pace.... non è colpa tua.... Ma, bè
non ho il diritto di dirti o meno quello che è meglio, perché
non lo so nemmeno io in questa situazione... Solo, se potessi fare qualcosa
Angel dimmelo, per favore.....”
Lui abbassò lo sguardo, annuendo piano col capo.
Tara, annuì a sua volta, e lentamente gli passò accanto superandolo
e dirigendosi alla porta.
Angel sentiva il bisogno di dirle qualcosa.... di scusarsi per tutti quei giorni
in cui gli era stata accanto e lui non aveva capito....
“Tara, io... Mi...”
La ragazza si voltò.
“Lo so. Ma non devi. Tu non sei responsabile per tutto quello che ti accade
intorno. la vita accade, e basta.... Vive di vita proprio... E tu non puoi impedirlo.
Non puoi impedire che io provi quello che provo, o che soffra. Ma va bene così.
E’ giusto così. Quello eh mi è cresciuto dentro, mi ha cambiata,
forse maturata... io ho capito delle cose su di me... E ho preso delle decisioni.
Importanti per me e per la mia vita. Quando questa storia sarà finita....
io andrò via.... ho bisogno di stare sola.. di riflettere.... e di cavarmela
da me. Fino ad ora ho avuto bisogno di qualcuno accanto, qualcuno a cui aggrapparmi,
dietro cui nascondermi.... per sentirmi sicura... per credere di valere qualcosa....
adesso è ora che cresca.... e questa sicurezza l’ho acquistata
anche perché tu hai visto dentro di me, hai visto semplicemente me, senza
maschere, e hai creduto in quello che hai visto... hai dato fiducia a quello
che hai visto.. grazie....”
Angel cercò di dire qualcosa, ma lei gli appoggiò un dito sulle
labbra.
E in silenzio gli chiese con lo sguardo di capire..... capire e basta.. capire
senza bisogno di parole.
Appoggiò la fronte contro quella di lui, e rimase ferma per lunghissimi
istanti.
Tempo che le si scioglieva addosso, che si impennava di fronte al dolore liquido
della sua anima, della sua carne rifiutandosi di proseguire la sua corsa.
Poi ,infinitamente piano, si girò e si allontanò da lui che la
guardava immobile.
Prese la giacca ed uscì.
Uscì al sole.
All’aria fresca della mattina che asciugava le sue lacrime.
Avrebbe aspettato l’ora dell’uscita da scola di Dawn.
E intanto avrebbe camminato.
E ripreso a respirare..... e il suo cuore a battere normalmente.
Deglutì le ultime lacrime.....
- Capitolo X "Redenzione e perdono"
Fuori c’era brutto tempo.
Sembrava dovesse piovere da un momento all’altro.
L’aria era carica di elettricità e il vento spazzava le strade
soffiando accanitamente contro ogni ostacolo che si presentasse lungo il suo
cammino.
Le luci Hyperion erano accese, unico baluardo rimasto nella notte nera d’inchiostro.
Cordelia si alzò da un divanetto rosso a due posti e cominciò
a camminare nervosamente avanti e indietro.
Arrivava alle scale, saliva un paio di gradini, tornava indietro, si fermava
al bancone dove girava le pagine di alcune cartelle, riprendeva a camminare
raggiungendo il centro della stanza, e poi di nuovo da capo.
Il vento ,da qualche parte, fischiava e mulinellava.
Infastidendola.
Scuotendo i suoi nervi tesi all’eccesso.
Scosse la testa con aria stizzita, come per allontanare quel rumore dalle orecchie.
Ma il silenzio grave restava comunque padrone dell’edificio.
“Bene.
Io non ce la faccio più.
Un’evasione non è mica una cosa da niente... sì! sì
va bene, sono preoccupata, lo ammetto.
NON per Faith. Per Wesley.
E poi... lasciarlo solo con una che ha tentato di ucciderlo, no dico! Ti sembra
una buona idea?
A me no, per niente.
E non mi sembra una buona idea neppure far uscire la cacciatrice semi-psicopatica
di prigione.
E’ cambiata? Ok, bene, mi fa piacere.
Ma perché mai indurla in tentazione??
Le diamo in mano un paletto ,magari un bel pugnale, e le diciamo _dacci sotto_
Bè, a me sembra normale che l’istinto omicida si risvegli.
E’ come far bere un ex alcolista.
Si merita una seconda possibilità?
Mmm.... l’ho sempre detto che eri troppo buono.
Comunque nel caso di Faith non sarebbe la seconda, né la terza, ma la...
non so, ho perso il conto.
Sì, lo so. Competere con il modello di Santa Buffy tanto amata da tutti
non è uno scherzo, ma d’altra parte che doveva fare quella ragazza?
Diventare cattiva anche lei per far sentire Faith a suo agio?
Infanzia difficile, problemi vari, nessun amico.
Ma ti sembrano buoni motivi per far fuori qualcuno??
E poi noi suoi amici abbiamo cercato di esserlo... più o meno....
Mai fatto il tifo per Buffy ,personalmente, ma ammetto che avesse le sue buone
ragioni per avercela con Faith, per volerla in prigione.
Tu non l’hai conosciuta, vedi lei era... arrabbiata, ferita.
Un animale in trappola da troppo tempo.
E non voleva l’aiuto di nessuno.
Troppo orgogliosa, troppo sola, troppo spaventata per accettare che qualcuno
la aiutasse.
E poi... e poi è stato troppo tardi.
Voleva aiuto ma non poteva più chiederlo, e non era in grado di farlo,
nessuno le aveva mai insegnato a fidarsi degli altri.... in ogni caso, con Buffy
non puoi sbagliare una volta di troppo.
E adesso ,così di colpo, le ridiamo la stella sa sceriffo, le riappiccichiamo
il titolo di paladina del bene.
Mica puoi prendere una persona, toglierla dalla naftalina, e pensare che tutti
i problemi si siano risolti.
Ma Giles non capisce più niente da quando Buffy è scomparsa.
E Angel... oh, lui non ha detto niente.
Non dice quasi più niente... insomma, peggio del solito.
Sai, sono preoccupata per lui, molto.
Così non l’avevo mai visto, nemmeno quando ha saputo che era morta.
Perderla due volte sarebbe troppo per lui.
E’ così chiuso nel suo dolore, così lontano, che non riesco
neanche a parlargli.
Non mi sente, non mi ascolta, a volte mi chiedo se si rende conto che sono nella
stanza.
Non gli importa più di niente.
Mi fa paura.
Tutto quello che abbiamo passato fino adesso sembra uno scherzo in confronto
a questo.
Angel è sull’orlo di un abisso e io non so come aiutarlo.
Non ne ho la minima idea, Doyle.
Non so che fare.
Dico, mi sono ridotta a parlare con un fantasma che molto probabilmente non
mi ascolta, che molto probabilmente non esiste.... bè detto da una che
ha un coinquilino invisibile ed “ectoplasmatico” non deve suonare
un gran bene...
Ma se per caso mi ascolti, non credere che non sia arrabbiata con te, perché
accidenti se lo sono!
Lo sono così tanto che sei fortunato a non essermi a portata di mano.
Dico, ho visioni dal mattino alla sera, su tutto e su tutti.
Sulle cose più impensabili.
Su della gente che non si merita neanche di essere salvata, che non vuole essere
salvata!
Ma su tutta questa storia niente! Zero al quoto. Vuoto totale.
Mai una visione quando serve!
A sproposito sì, come quella volta in cui quel gran bel ragazzo mi aveva
invitata fuori a cena e fra il secondo e il dessert -puff- una visione. Per
poco non sbatto la testa nella torta al cioccolato e panna.
Ma su Buffy niente!!!
Che ne so: Buffy è in pericolo... Buffy è stata rapita... vogliono
fare a pezzettini piccoli piccoli Buffy... qualsiasi cosa avrebbe aiutato!
Invece no!
Mi hai lasciata qui a sbrigarmela da sola.
E io da sola non so più che fare.
Con te lui si confidava Doyle... adesso si tiene tutto dentro. Di nuovo.
Inavvicinabile.
Lontano.
Non so più cosa fare con lui, Doyle.
Soffre come un cane ,ma non lo dice, non lo ammette.
Macina tutto dentro di sé.
Non si perdona mai niente.
Si tormenta giorno e notte, incessantemente.
Per Buffy ,la sua sparizione, e perché la ama ancora così tanto.
Per Connor, ha il terrore di non essere un buon padre, di non meritare di essere
padre.
Dolore, solo dolore che si accumula su altro dolore.
Non è giusto che soffra tanto, Doyle.
So che anche tu la pensi così.
Però sarebbe bello sentirtelo dire.
Sarebbe bello averti qui ad ascoltarmi, e guardarti sopportare pazientemente
tutti i miei sfoghi.
Vorrei tanto un tuo sorriso, adesso.
Mi sentirei meglio.
Un tuo sorriso saprebbe farmi trovare la soluzione, saprebbe scaldarmi il cuore.
Sì, adesso avrei bisogno di te.
Adesso che non posso salvare Angel da se stesso, né aiutare Buffy, è
proteggere Connor dal suo destino, qualunque esso sia.
Adesso vorrei un tuo sorriso.
Adesso che so di averne sprecati molti.
Adesso che so di non aver fatto tesoro di tutti quelli che mi hai regalato nel
poco tempo che ci è stato concesso.
Come avrei fatto senza i tuoi sorrisi, Doyle?
Perfino adesso mi sanno dare un briciolo di luce.
La luce che c’era nei tuoi occhi, nel loro mare blu profondo.
Continuo ad essere arrabbiata per la storia della visione ,anzi della non-visione.
su Buffy, non credere, però vorrei lo stesso un tuo sorriso.
Vorrei averti qui e parlare per ore.
Di tutto, di niente.
Di come ho potuto innamorarmi di te senza accorgermene.”
Cordelia si fermò, lasciando che l’eco di quelle ultime parole
danzasse per la stanza.
E con il cuore in gola le ascoltò, e si diede della folle.
Si prese in giro e si smentì.
Rise per cacciare indietro le lacrime, e per non ammettere che era vero.
E poi smise di pensare, per non sentire la fitta al cuore, per non sentire la
sua anima lacerata.
Doveva tornare alla realtà...
Guardò l’orologio, si alzò camminò fino alla porta
e guardò ansiosamente fuori.
Inconsciamente, riprese a parlare.
Per non essere sola.
Per lenire il vuoto che sentiva dentro.
“Troppo tempo... non sono ancora qui.. odio aspettare senza poter fare
niente. Tanto vale arrostire lentamente su una graticola...”
Un fulmine squarciò improvviso il cielo.
Secondi infiniti prima che il fragore del tuono squassasse l’aria facendola
vibrare.
La luce nell’edificio tremò per un attimo e poi si spense.
Cordelia sobbalzò, ci mancava solo che saltasse la corrente.
E Wes con Faith che non erano ancora tornati, né notizie da Gunn.
La ragazza tirò un profondo respiro cercando di calmarsi.
Ritornò a tentoni verso il centro della stanza e si accoccolò
sul divano recuperando una coperta.
Sapeva che cercare di far tornare la luce sarebbe stato inutile, probabilmente
dopo il temporale si sarebbe riaccesa da sola.
“.......... Adesso pose far finta che tu sia qui, con questo buio totale
non ti vedrei comunque.
Però tu non sei mai stato silenzioso.
No, tu parlavi sempre, parlavi tantissimo, anche a sproposito.
Fiumi di parole, sempre accompagnate da un sorriso.
E non sei mai riuscito a dirmi che eri demone per metà, non me l’hai
detto fino alla fine.
Come se sapessi che sarebbe stata l’ultima occasione.
O forse non me l’avresti detto se non l’avessi scoperto da sola....
E quasi non ho avuto tempo per dirti che non importava, che non poteva cambiare
niente fra noi, che tu eri speciale, demone o no.
Parlavi un sacco e non sei mai riuscito a chiedermi di uscire.
Oh, lo sapevo che avresti voluto.. bè, a livello inconscio, ma lo sapevo.
Però non me l’hai chiesto, e poi non c’è stato più
tempo.
Già abbiamo avuto così poco tempo.
Se solo l’avessi saputo.
Se solo l’avessi immaginato... non l’avrei sprecato in quel modo.
Non mi sarei nascosta dietro le parole: le tue e le mie.
Parole, troppe fra noi come muri.
E io cieca che non vedevo.
E io che ho capito solo dopo.
Però se ci ripenso adesso mi rendo conto che in fondo non ho sprecato
il nostro tempo.
Perché ogni istante, ogni minuto che ho passato accanto a te, mi sentivo
nel posto giusto.
Mi facevi stare bene, mi facevi sentire speciale.
Per te ero speciale.
Ed era bellissimo.
Sai, ultimamente mi trovo spesso a pensare.
E penso delle cose incredibili.
Però ho deciso che mi piace pensarle, che mi piace restare sola con il
tuo ricordo a farmi compagnia.
Hai visto Connor?
E’ un bimbo meraviglioso, dolcissimo.
Mi ha rubato il cuore.
Non credevo di poter restare ore solo a vegliare il suo sonno.
Non hai idea di come mi si scalda il cuore ad ogni piccolo sorriso, ad ogni
vagito.
Ogni giorno per lui è una scoperta e ,se non siamo troppo impegnati a
salvare il mondo, anche noi riscopriamo il mondo attraverso i suoi occhi.
Vederlo con Angel ti illumina l’anima, nonostante tutta la paura che lui
ha per il futuro del piccolo.
Nonostante l’abisso che rischia di inghiottirli.
Mi vergogno ad ammetterlo, ma credo di essere un poco gelosa... di loro due,
di tutto quello che avranno insieme.
Non avevo mai pensato a un figlio prima.
Invece adesso penso molto, te l’ho detto, no?
E mi sorprendo a fantasticare.
Così ,quando meno me lo aspetto, sorprendo i miei pensieri che volano
lontani.
E sogno ad occhi aperti un bambino con dei meravigliosi occhi blu e un sorriso
che ti scioglie il cuore.
Il tuo sorriso, i tuoi occhi.
Sogno un figlio mio e tuo: nostro.
Tutta la vita che avremmo potuto avere.
certo, se tu ti fossi deciso a chiedermi di uscire....
Così passo intere notti ,quelle notti in cui un dolore nell’anima
mi tiene sveglia, a sognare un figlio mio e tuo, e una vita insieme. E tutto
quello che non avremo mai.
Perché il dolore nella mia anima ha il tuo volto e il tuo nome.
Perché mi sono accorta di amarti e non te l’ho mai detto.
Non credevo potessero esistere lacrime così dolci e amare insieme.
Non credevo che sarebbero state delle lacrime a illuminare le mie notti senza
di te.
Ma è così.
Perché nelle lacrime che verso per te non c’è dolore ,forse
solo il rimpianto di non averti saputo amare, di non avertelo saputo dire.
Le lacrime, e il ricordo, e un figlio che non abbiamo sono quello che mi resta
di te.
Lacrime che non piango, lacrime della mia anima.
Mi manchi.
Sì, mi manchi da morire. Da togliere il fiato.
Mi manchi da troppo tempo.
Mi mancherai sempre, e sempre sarai dentro di me.
Mi piace pensare che tu sia al mio fianco.
Mi piace pensare che tu mi sorrida, anche se io non posso vederti.
Ci sono amori unici, irripetibili.
Amori non vissuti o bruciati troppo in fretta.
Noi siamo nella prima categoria... Angel nella seconda.
Però, e questo l’ho capito e sono riuscita ad ammetterlo proprio
guardando Angel, entrambi sono amori che non si posso dimenticare.
Così ho deciso che non cercherò più di dimenticarti, di
andare avanti.
Tu fai parte di me, e basta.
E nessun sentimento potrà mai sostituire questo.
Nessuno potrà mai avere il tuo posto.
Perché nessuno mai avrà il tuo sorriso, e i tuoi occhi.
Perché nessuno mai potrà farmi sentire speciale solo con la sua
presenza come facevi tu.
Non importa se sarà bello, affascinante, ricco, intelligente, se si vestirà
meglio di te - bè non che ci voglia molto a vestirsi meglio di te.
Sì, perché e tue camicie erano davvero terribili.
Te l’ho anche detto, credo.
Ma tu mi hai sorriso e io mi sono completamente dimenticata della camicia.
E ,a dirla tutta, mi mancano perfino le tue camicie.
Mi mancano i tuoi respiri, mi manca la tua voce, mi mancano i tuoi capelli mai
pettinati come si deve, mi mancano i tuoi modi, i tuoi gesti, mi manca tutto
di te.
Ma va bene così.
Va bene perché è anche questo un modo per averti accanto, per
averti dentro.
Ehi, mi sa che sto scivolando nel melenso.....
Hai visto i miei capelli?
Tu ti accorgevi sempre della mia pettinatura, e dei miei vestiti, del mio aspetto.
Tu ti accorgevi di me.
Però non credo ti sarebbero piaciuti...
Già sono biondi... bella sorpresa, vero..?
E sono anche loro un modo per cancellare il passato, e la malinconia.
Ma stasera ho definitivamente deciso che non voglio dimenticare nemmeno una
virgola di te, di noi.
Che ti voglio con me in ogni momento.
Quindi penso che tornerò mora.... e magari li lascerò crescere
di nuovo....”
Cordelia sentì una fitta alla tempia, gli occhi feriti da una luce dolorosa.
Non riuscì neppure a respirare prima che il dolore acuto alla testa le
togliesse il fiato, e uno spasimo convulso la facesse cadere sul pavimento.
Flesch rapidi e nitidi le attraversarono la mente.
Le immagini nelle visione scivolarono lentamente nel buio da cui erano scaturite
mentre il dolore lacerante diminuiva e la ragazza riprendeva a respirare con
maggior regolarità.
Rimase stordita, a terra, ancora per qualche istante.
Il battito del suo cuore decelerò lentamente, fino a tornare al ritmo
normale.
Cordelia si rialzò con cautela ,tastando il buio, mentre riordinava le
immagini che si erano accese nei suoi pensieri.
Quel dono non suo, quell’ennesimo legame con Doyle.
“Ok, non mi lamenterò mai più che le visioni scarseggiano...
Ahi, devo essermi fatta un bernoccolo enorme in testa...”
Stava già cercando freneticamente la borsetta, e il cellulare.
Nella sua visione Wesley e Faith venivano attaccati da un gruppo di uomini armati
fino ai denti che volevano prendere Faith. Wes era a terra tramortito, ferito
alla testa. E Faith sembrava svenuta.... no, addormentata con un proiettile
di sonnifero....E
“Maledizione! Non lo trovo... Ma dove l’ho messo?! Ero convinta
di averlo lasciato qui... Ah, eccolo!”
Compose a memoria il numero del cellulare di Wesley, mentre i tasti e il display
del suo si accendevano di una luminescenza verdastra, diffondendo un tenue bagliore
nella stanza.
Il cellulare cadde fragorosamente a terra ,infrangendo il silenzio, mentre Cordelia
era di nuovo scossa da una visione.
Attraversata da un brivido incontenibile, la testa che sembrava scoppiare, aspettò
che le tempie fossero trafitte da quel dolore insopportabile.
E il dolore venne, togliendole il respiro, e con esso la visione.
La ragazza ,gli occhi chiusi, le palpebre percosse da un brivido convulso e
costante, scivolò di lato, finendo sul divano.
-Faith era in una galleria buia e umida: le fogne.
Aveva mani e piedi legati e due uomini la stavano scaricando a terra come un
sacco di patate.
Sembravano gli stessi di prima, ma erano di meno.
La ragazza bruna scivolò con un leggero tonfo sordo nel rivolo maleodorante
di acqua che attraversava il centro della galleria.
I capelli scuri ,lunghi, si stesero come un velo sull’acqua, mossi appena
dalla leggera corrente.
Non c’era nessun rumore, solo acqua che gocciolava da qualche parte.
Uno degli uomini in tuta nera estrasse una pistola dalla fondina.
Il rimbombo assordante sui muri curvi di mattoni erosi.
Un secondo sparo, un altro ancora.
La parte schizzata di un liquido scuro e denso.
Che colava e scivolava in strisce rosso scuro verso il basso.
L’acqua in cui era riversa la ragazza si tinse lentamente di sangue, la
macchia carminia che si allargava attorno al volto nascosto dai capelli bagnati
e deformato dal primo sparo che aveva attraversato la testa da una tempia fino
alla nuca.
Gli uomini se ne andarono, le loro tute nere confuse con le ombre.
Il rivolo di acqua era ormai color porpora. -
Cordelia si riprese con violenza, respirando come chi è stato sott’acqua
troppo a lungo.
Sconvolta da quello che aveva visto, si precipitò verso il telefono ,visto
che il suo cellulare era ormai inservibile, inciampando e cadendo più
di una volta.
Wesley era irraggiungibile.
La ragazza provò due, tre volte, pigiando i tasti con frenesia.
Inutile.
Si portò le mani fra i capelli ,ormai in preda al panico, con quel buio
fitto che la assediava come un nemico.
Chiuse gli occhi e respirò a fondo più volte.
“Mai perdere la calma, giusto? Bene, è una buona regola. Oh, non
importa se non mi rispondi, basta parlare con qualcuno.... Vediamo qui ci devono
essere delle candele.... Sì, eccole. E cono cosa le accendo? Fiammiferi,
un accendino... Trovati. Non è poi così male che Angel abbia ripreso
a fumare in questi giorni, mi è rimasta una scatola di cerini nella borsetta...”
I fiammiferi sfrigolarono con un leggero odore di zolfo.
La luce riuscì a calmarla
“Bene, vediamo Wesley non risponde... E’ irraggiungibile... Ma ti
sembra sia un buon motivo per tenere il telefono spento il fatto che stia partecipando
a un’evasione? E se ho qualcosa di importante da dirgli?.... Non facciamone
una tragedia, posso sempre arrabbiarmi con lui dopo avergli salvato la vita....”
Tornò al telefono e compose il numero di Gunn.
Non c’era di certo un odore particolarmente piacevole.
E l’umidità permeava le pareti del tunnel.
Camminavano in quell’intrico di gallerie da un pò più di
un quarto d’ora.
Incredibilmente era andato tutto bene.
Fin troppo bene.
Si erano separati da Gunn all’entrata delle fogne.
Lui e il suo piccolo gruppo avrebbero lasciato qualche traccia, in caso qualcuno
li avesse seguiti.
In questo modo gli eventuali inseguitori sarebbero andati dietro al ragazzo,
lasciando a Wes e Faith il tempo di arrivare in u posto sicuro.
Wesley spiegò di nuovo la mappa del sistema fognario con il percorso
che stavano seguendo segnato in rosso.
L’aveva già controllata almeno sei volte.
Faith si fermò in silenzio, aspettando che finisse.
E il silenzio attorno a lei era lo stesso che opprimeva il suo cuore, un silenzio
che scoppiava di parole non dette, e di paura di pronunciarle, o di sentirle
pronunciare.
Un silenzio che bruciava, e consumava, e corrodeva la sua carne minuto dopo
minuto, in un lento prolungarsi che ormai durava da mesi, da anni.
Ma mai come in quel momento aveva avuta paura delle parole.
Di chiedere scusa.
Scusa... scusa per cosa?... scusa per qualcosa che non poteva essere perdonato,
né dimenticato....
Scusa.. scuse che lui non avrebbe voluto sentire.... che gliel’avrebbero
solo fatta odiare di più....
Scusa... per il sangue e il dolore, e la paura e la rabbia.
Scusa... per aver tradito e ferito...
Scusa... solo per dirlo, per sputare quel veleno che le annientava il cuore....
Scusa... solo per poter di nuovo sperare nel perdono, il suo perdono.... e nei
suoi occhi su di lei... senza odio né rancore ad accenderli, senza disprezzo
a renderli duri come pietra.
Silenzio che si era fatto notte ed aria, umidità e vento.
Vento innaturale in quei tunnel bui e vuoti.
Vento che la fece rabbrividire, nonostante l’apatia, nonostante l’autocontrollo.
Wesley le aveva dato un maglione pesante per ripararsi dal freddo di quella
notte.
E la ragazza l’aveva seguito senza fare domande, lasciando che fosse il
silenzio a guidarla, e a vincere su di lei.
Lei che non aveva mai voluto ,potuto, perdere.
Quel pomeriggio era stata avvistata da Cordelia: Angel aveva bisogno di aiuto,
sarebbero venuti a prenderla.
Di nuovo non aveva fatto domande, aveva annuito, e si era alzata per tornare
dalla guardia che la aspettava.
In silenzio, quel silenzio che era stato il suo unico compagno, il suo amico,
in quella cella fredda e spoglia di prigione che era diventata la sua casa.
Wesley la spiò da dietro la carta spiegata.
Pallida e silenziosa, occhiaie leggere sotto gli occhi, i capelli scuri ancora
più lunghi e più folti di come li ricordasse.
Non aveva un filo di trucco e ,senza quella maschera pesante, sembrava più
giovane e più indifesa di come non l’avesse mai vista.
Anche i vestiti erano diversi da quelli della vecchia Faith.
Pantaloni chiari e leggeri, con il maglione che aveva preso in fretta dall’armadio
di Angel e che le era grandissimo.
Le arrivava fin quasi alle ginocchia e la faceva rassomigliare ad una bambina
con indosso i vestiti di un adulto.
Indifesa.
.... Sembrava stanca e indifesa.
Nel suo viso gli occhi scuri risaltavano grandissimi.
Sfuggivano il suo sguardo, lei li teneva per lo più rivolti a terra,
o dentro sé stessa, in uno sguardo che scrutava pensieri nascosti, ma
Wesley aveva potuto leggervi una grande pena, e tanta, troppa solitudine.
Tornò ad osservare la pianta ,senza vederla, pensando che niente di quello
che provava nei suoi confronti assomigliava a ciò che si era aspettato.
Rancore, disprezzo, paura, odio, biasimo, disgusto.
Ma non c’erano né rancore, né disprezzo, né paura,
né odio, né biasimo, né disgusto.
Aveva davanti una ragazza sola e confusa, ferita troppe volte dalla vita.
E non provava nessuno di quei sentimenti verso quel cucciolo bagnato...
Nessuno di loro si era chiesto se Faith volesse aiutarli, nessuno si sera chiesto
come si sarebbe sentita a tornare a combattere, o se voleva farlo.
Non si erano neppure posti il problema.
Avevano bisogno di lei, e l’avevano semplicemente prelevata.
Cominciò a piegare la mappa ,con cura eccessiva, cercando le parole giuste
per riempire il silenzio.
Ma non esistono parole giuste o sbagliate.... esiste solo la voce del cuore.
“..... Stai bene? E’... è tutto a posto Faith?”
La ragazza sollevò gli occhi, quasi sussultando.
L’ultima cosa che ricordava con chiarezza di Wesley era il fuoco che lei
accendeva a pochi centimetri dal suo volto tumefatto, e l’odio, e il disprezzo
negli occhi del ragazzo.
Ma nella sua voce non c’erano odio e disprezzo.
Sembrava imbarazzato.
Sembrava si volesse scusare di qualcosa.... lui con lei!!
Faith riprese a respirare normalmente, mentre sentiva un nodo di ansia e di
paura sciogliersi come ghiaccio dentro di lei.
Ed era bastata la sua voce...
Nella voce di Wesley c’era qualcosa che assomigliava in modo rassicurante
al perdono.
Perdono concesso ancora prima di essere richiesto, supplicato.
Perdono per lei, per quello che aveva fatto.
Perdono, non odio, non rancore.
E nel sospiro di sollievo che le sfuggì dalle labbra di trovò
a domandarsi perché le importasse tanto l’opinione che il giovane
ex osservatore aveva su di lei.
Alla vecchia Faith non sarebbe importato...
Invece lei ,adesso, desiderava disperatamente il perdono di Wesley.
Lo desiderava fino alle lacrime.
Desiderava che lui capisse, e perdonasse.
Era davvero cambiata.
Cambiata così tanto in quei mesi di solitudine da stupirsi.
In quei mesi in cui aveva fatto i conti con l’unica cosa al mondo di cui
avesse mai avuto veramente paura: se stessa.
Si era resa conto di aver toccato il fondo, e di aver scavato oltre, di essersi
seppellita nel buio.
E così aveva cercato di ricominciare da capo, aprendosi la strada verso
la luce, ricostruendosi pezzo dopo pezzo, pur senza sapere come fare.
Inventandosi da capo.
E in quel momento si rendeva conto di quanto fosse cambiata, di quanto fosse
diversa.
Ora più che mia, violentemente, totalmente, voleva il perdono.
Ne aveva un bisogno fisico e doloroso.
E non il perdono di tutti quelli a cui aveva fatto del male, ma il perdono di
Wesley.
In quell’attimo, in quella notte fredda.
Perché quella semplice domanda fatta senza rancore le aveva scaldato
il cuore.
Perché la sua voce, e la sua presenza, la facevano sentire leggera, e
le mordevano dolcemente lo stomaco.
Ma non l’avrebbe chiesto quel perdono.
Perché la paura era troppa.
Perché sentiva di non meritarlo.
Perché la paura di essere rifiutata ,ricacciata indietro nelle ombre,
la immobilizzava, le ghiacciava il sangue ed il respiro.
“Io.... io... sto.. sto bene... non ti preoccupare per me.”
Spaventata la sua voce, spaurita.
Accompagnata da un respiro tremante.
Wesley si chiese perché gli avesse provocato un tuffo al cuore.
Faith.
Faith la ribelle, la traditrice.
Faith l’assassina.
Faith il crudele sicario del sindaco.
Faith rabbia cieca senza perché e senza meta.
Faith che cercava amore, ma non sapeva come chiederlo.
Inavvicinabile Faith, nella sua torre d’odio, dietro la sua maschera di
indifferenza.
Forte Faith, ma fragile come un fiore spezzato dalla tempesta.
Faith che gli si era piantata come un chiodo nelle carni.
E aveva creduto di odiarla.
Faith.
Trovarsela davanti adesso, e sentire l’irrefrenabile desiderio di proteggerla
da quel mondo che l’aveva rifiutata.
Come lui l’aveva rifiutata, un tempo.
Guardarla mentre il buio scuriva i suoi occhi e i suoi capelli, e rimpiangere
di averla respinta lui per primo, di non averla saputa aiutare.
Wesley si limitò ad annuire ,inghiottendo il groppo che gli serrava la
gola, e indicò con la mano la direzione che dovevano seguire.
Ripresero a camminare nel silenzio buio e umido dei tunnel.
Il rumore sordo dei loro passi ricordava il ritmo del tamburo che accompagna
un condannato al suo destino.
“Faith?”
Wesley si fermò di colpo e per poco la ragazza non gli andò a
sbattere contro.
Il profumo leggero della sua pelle raggiunse per un attimo il giovane.
“Che succede?”
Lei era sul chi vive.
Istinto che tornava a ruggire, sensi tesi dolorosamente come corde di violino
troppo sottili, ma il suo cuore era pesante.
“Io... bè, ecco, io... volevo chiederti... sai perché ti
stiamo facendo uscire?”
Faith abbassò gli occhi, i capelli ricaddero in avanti a coprirle il
viso.
“Angel ha bisogno d’aiuto.”
“Sì, bè, già, in un certo senso... sarebbe più
corretto dire che tutti abbiamo bisogno d’aiuto. A Sunnydale.... abbiamo
bisogno d’aiuto.”
Un cenno di assenso con la testa.
“Mmm.. bene.. e tu.. tu ci vuoi aiutare?”
“Non credo sia questione di volere o di non volere.”
“In teoria potresti spaccarmi la testa e andartene. Sparire per sempre.
Libera...”
Una fitta al cuore, e un dolore nel petto come se le avessero dato un calcio
in pieno torace., sfondandole lo sterno.
Sentì gli occhi bagnarsi.
Ma deglutì, e inghiottì, e cacciò indietro le lacrime:
lei non piangeva.
Non l’aveva mai capito il pianto, non serviva a niente, non risolveva
nulla... era solo debolezza.. e dolore... ma lei non si era mai premessa la
debolezza...
O almeno la vecchia Faith non se l’era mai permessa. E lei? Adesso, lei,
cosa avrebbe fatto?
Ingoiò ancora.
Stupida, stupida: si era illusa che lui potesse capire, che avesse perdonato.
No, certo che no.
Non lei.
Lei rimaneva un’assassina, marchiata a fuoco, come e peggio che nel medioevo.
Marchiata come un animale, una strega...
Lo guardò per la prima volta negli occhi ,la paura e il dolore che le
bruciavano con il sangue nelle vene, che pompavano nel suo cuore e le scoppiavano
in testa, ma quel poco di orgoglio che le rimaneva sfavillava come fuoco liquido
nel fondo dei gorghi scuri e profondi del suo sguardo.
“Oh, io sono tipo da farlo, non è vero Wes?”
Lui fece un passo indietro ,spiazzato, non voleva ferirla...
“Volevo solo dire che.. che noi non abbiamo aiutato te, quando ti sei
svegliata dal coma, e forse...”
La voce della ragazza tornò ad essere un sussurro spezzato.
“E forse io non voglio aiutare voi, adesso. Non importa più quello
che avete o non avete fatto... se posso aiutarvi lo farò, perché
immagino sia la cosa giusta da fare. L’ho imparato da Angel, sai: fare
la cosa giusta, per quanto male possa farti.... Wesley, io...” deglutì
di nuovo, le parole che sfuggivano viscide come anguille “Io... non ce
l’ho con voi.. Io volevo uccidervi... io vi ho fatto del male: avete tutte
le ragioni per odiarmi.”
Fu come buttarsi in un lago ghiacciato.
Cominciò a cadere, il pavimento sotto di lei che franava, lasciandola
precipitare in un buco nero senza fine, senza fondo.
Cadere sempre più giù, e il senso di vertigine che le faceva mancare
il terreno, tanto che dovette allungare un braccio per sostenersi alla parete.
E quegli attimi in cui attese la sua risposta erano come secoli sulle sue spalle,
sulla sua pelle.
Ascoltò il silenzio che seguì, e il battito furibondo del suo
cuore che le devastava il petto, e pensò che non sarebbe mai più
finito.
“Noi non ti odiamo Faith.......... Almeno per quello che mi riguarda....”
La ragazza alzò di nuovo gli occhi su di lui.
Guardandolo come se non l’avesse mai visto prima.
Sicura di aver sognato, sicura di essersi immaginata quella risposta, sicura
di essersi ingannata di nuovo.
Ma sentiva quelle parole come un balsamo sulla sua anima ferita.
Forse non era ancora stata giudicata e condannata...
Forse...
E di nuovo il suo cuore si lanciò in una corsa folle, senza darle tregua,
senza darle il tempo di respirare, battendo e colpendo nel petto, graffiando
la carne.
Lui... lui non la odiava...
Ancora lacrime contro le ciglia, prigioniere di un orgoglio inestinguibile.
Si sostenne con maggior forza al muro.
E abbassò ancora gli occhi.
E ascoltò come musica il silenzio, pensando che se anche non ci fossero
state più parole... sarebbe andato bene lo stesso.. sarebbe stato bello
comunque.
E non le importava perché sapere che lui non la odiasse la rendeva così
felice.
Non credeva che le avrebbe fatto impazzire così di gioia il cuore.. non
credeva che la felicità sarebbe schizzata come luce liquida nelle vene,
ed avrebbe invaso il corpo e lenito le ferite....
Per così tanto tempo aveva creduto che non l’avrebbe mai perdonata,
ed aveva visto il suo volto misto a quello di tanto altro dolore nei suoi incubi....
Ed adesso lui le aveva detto che non la odiava...
Si impose con violenza di calmarsi, di riprendere il controllo.
Era solo un briciolo di fiducia, non dove correre troppo avanti, né sperare
troppo.
Riaprì gli occhi.
Senza accorgersi che erano passati solo pochi secondi.
“Grazie.”
Disse solo grazie.
E gli sorrise.
Sorrise lentamente, un piccolissimo sorriso limpido come un cielo spazzato dal
vento primaverile.
Un sorriso così puro come non ne faceva da tanto tempo.. da una vita.
E Wesley sentì il cuore balzare in petto e perdere in silenzio un battito.
Distolse imbarazzato lo sguardo, incapace di decifrare la sua reazione.
Incapace di capire l’effetto che rivederla gli aveva fatto.
incapace di capire come i suoi occhi gli riempissero l’anima.
“Credo che tu abbia il diritto di sapere cosa ti aspetta, di decidere
cosa vuoi fare...”
Lei lo interruppe con un gesto.
“Wesley, io... io ho perso il diritto di essere considerata una cacciatrice,
di decidere.... io.... Non importa, solo, farò quello che devo...”
“Faith, non... non è come dici... Faith tu hai solo bisogno....
che qualcuno ti stia vicino.... E in ogni caso quello in cui ti chiediamo di
metterti è più pericoloso di quanto pensi, e... mi dispiace, siamo
tutti molto confusi, ed è stato tutto deciso così in fretta, ed
io mi sono ritrovato qui a prelevarti come se quello eh volevi tu non contasse
nulla.... Avevamo bisogno di te, e siamo venuti e cercarti, senza chiedere il
tuo parere, senza...”
“Angel mi è stato vicino... ed ora io farò qualsiasi cosa
per aiutarlo... e poi la mia vita non vale molto...”
Lui la guardò, alzando di scatto il volto, un’espressione dura,
rabbia che gli illuminava di scintille lo sguardo.
“Non dirlo mai. La tua vita conta per molte persone, e per te stessa prima
di tutto.... Conta per Angel... ed anche per me... anche se ho fallito, con
te... e sbagliato così tante volte...”
La sua voce adesso era così bassa....
Il ragazzo fissava una piccola pozzanghera ai suoi piedi, domandandosi come
quelle parole gli fossero uscite di bocca.
E quando le avesse pensate, sentite.
E dove fosse finito il suo orgoglio ferito, la sua dignità....
Tutto si era sciolto davanti a quegli occhi così luminosi... così
profondi... così tristi...
Quegli occhi che si portava dentro da un’infinità di tempo senza
mai essersene accorto.
Quegli occhi che gli erano rimasti dentro dalla prima volta... senza un perché...
O forse solo perché aveva visto Faith dietro la sua maschera di odio...
e senza rendersene conto, ne era rimasto folgorato...
La vera Faith.. così fragile... come un fiore spezzato dalla tempesta...
così sola....
“Wesley.... dio, non sei tu quello che mi deve delle scuse, delle spiegazioni...
io... io... vorrei così tanto poterti chiedere....”
“No, Faith. Non... non...”
Lei sentì un grande vuoto dentro... e un dolore sordo.. un buco che le
si allargava nell’anima....
E di nuovo lacrime non richieste, lacrime di troppo, lacrime salate come non
le ricordava, le punsero gli occhi e combatterono con le ciglia.
“Certo... non ho il diritto di chiedere scusa... io... io.... non... posso
essere.....”
“Non adesso Faith.... non ancora.... non.. è solo.... è
passato del tempo.... forse non abbastanza.... ma... nessuno qui è privo
di colpe.... ma io non so se adesso potrei.... non mi aspettavo tutto questo
quando ti avrei rivista... io non ... non mi aspettavo di rivederti... e è
successo tutto troppo in fretta, Faith..... tu... io... ho bisogno di tempo...
devo...”
I sensi della cacciatrice furono attraversati come da un lampo.
Gli fece cenno di tacere, mentre il sangue le si ghiacciava nelle vene.
Troppo tardi... se ne era accorta troppo tardi....
“Dobbiamo andarcene.... ci hanno seguiti... presto... Dio, come ho fatto
a non accorgermene....”
Ma ombre scure ,lontane ancora per poco, si frapponevano fra loro e l’imboccatura
degli altri tunnel.
Circondati... le vie di fuga bloccate... il muro alle loro spalle....
Un attimo troppo tardi.... ed erano in trappola.
Talmente presa delle sue parole, talmente bruciata da quelle lacrime che non
scorrevano sulle sue guance, che non aveva visto altro, né sentito.
Si guardò intorno con rapidità fulminea.
Recuperando in pochi istanti le sue capacità di cacciatrice...
Avevano qualche minuto.. forse un paio...
Fece segno a Wesley di seguirla, in un tunnel basso e semi nascosto che si apriva
alle loro spalle, forse un vicolo cieco, ma tutto quello che rimaneva.....
Tardi.... troppo tardi....
Quelle parole le rimbombavano nella mente.
Si sentiva in trappola, sentiva i suoi assalitori appena dietro di loro.
Mormorii sottili, e ordini secchi e sussurrati.
Ma il rumore si faceva più forte e più vicino... e i suoi sensi
affilati coglievano il cilc delle sicure che venivano tolte.... e dei caricatori
che venivano inseriti...
Panico... adrenalina a paura che entravano in circolo come scintille nel buio.
Si fermò appena in tempo sull’orlo di un salto di parecchi metri.
Guardò alle loro spalle.
Poi svoltò correndo disperatamente a sinistra.
Spari, alle loro spalle, troppo vicini.
Lampi nel buio delle loro torce spente.
Suoni smorzati, eppure assordanti, amplificati nelle loro teste e nei loro respiri
strozzati.
Senza fiato.. senza fiato.. come non lo era mai stata...
Era quella la paura... quella paura che mordeva ed incalzava....
Paura perché...?
Presentimenti.. sogni .... sensazioni che si mescolavano in lei.
Attimi di troppo.. brividi.. esitazioni.. deja voue...
E ancora spari, più vicini.
Sentì Wesley urlarle qualcosa e prima di capire si ritrovò a terra,
il corpo del ragazzo che la schiacciava nel rivolo viscido di acqua che copriva
il pavimento.
Istanti dilatati all’infinito.
Odore di sangue, che le punse le narici acre e intenso, come uno schiaffo sul
viso.
E calore di sangue, attraverso i vestiti che arrivava al corpo.
Sangue non suo.
Sangue che le colava copioso addosso dal corpo di Wesley.
Sangue, ci mise secondi eterni per capire che fosse sangue.
Solo allora sentì il gemito strozzato del ragazzo che l’aveva protetta
con il suo corpo da un sparo.
Sentì il cuore stringersi e una gran paura correrle nelle vene ghiacciandole.
Il rumore del colpo le rimbombava in testa con il fragore di un terremoto, e
quegli attimi sembravano non scorrere più.
Bloccato... il tempo sembrava essersi fermato, sospeso nell’aria malsana
di quelle fogne.
Come se i minuti si fossero ghiacciati sospesi nell’ambiente.
L’unica cosa che continuava a muoversi, a correre avanti, era il suo cuore.
Il suo cuore che le spaccava il petto, che frustava le costole, che le toglieva
il respiro.
Il suo cuore.... che aveva capito cosa fosse successo molto prima che lei riuscisse
a riprendersi, a reagire, a comprendere.
Il suo cuore che si era frantumato in mille pezzi distinti che le addentavano
la carne, e pungevano.
Il suo cuore aveva capito, ed aveva paura, così disparatamente paura....
Paura che tutto fosse finito....
Che quel qualcosa che aveva persino timore sperare potesse cominciare, fosse
già finito....
Che tutto fosse finito...
E che lei avesse fallito di nuovo, ancora.
Paura.
Paura che odorava di sangue, e ne aveva la consistenza viscosa, ed il colore
purpureo.
Il sangue di Wesley.
Il tempo riprese la sua folle corsa, slanciandosi in avanti con l’impeto
di un cavallo imbizzarrito, che morde il freno con violenza.
E Faith capì, con ogni fibra del suo essere, con ogni centimetro di sé.
E la paura le arrivò al cervello, le esplose nella testa.
E con la paura vennero la rabbia, e il dolore.
Capì che quello che la inondava, che le si riversava addosso, sporcandole
i vestiti, la pelle, era il sangue di Wesley.
Capì che il ragazzo le aveva salvato la vita... che si era frapposto
fra lei e la morte scintillante della punta affusolata di un proiettile.
No, non poteva essere vero... un incubo... solo un terribile incubo....
Non lui... lui che non aveva nessuna colpa, lui che non aveva mai fatto del
male...
Non lui... lui di cui si era resa conto aver così disperatamente bisogno...
Non lui.... non per salvarle la vita... proprio a lei che non la meritava...
proprio a lei che aveva versato tanto sangue...
Per qualche lunghissimo istante non riuscì a reagire, né a muoversi.
Era consapevole solo del sangue tiepido che le scottava la pelle, del battito
cardiaco sempre più fievole di Wesley... e del suo respiro bollente ed
avido, soffocato che le sfiorava il viso.
E quegli istanti le parvero i più lunghi della sua vita.... e sarebbero
sempre parsi interminabili anche nei suoi ricordi...
Quegli istanti in cui rimase schiacciata sotto il peso dell’exosservatore,
sprofondata nell’acqua fredda e viscida, le membra paralizzata, incapace
di pensare, anche solo di respirare....
La voce strozzata ,interrotta dal respiro affannato, di Wesley le giunse lontana...
come attraverso la coltre di un sogno....
“Sono uomini del Consiglio.... hanno preso anche Buffy.... devi.... Devi
scappare.... Vattene, corri.... va via... corri, non ti fermare.... ti vogliono....
ahh.... ti vogliono uccidere.... Faith, va via....”
Faith inghiottì più volte, e le lacrime che adesso annebbiavano
il soffitto scuro sopra di lei sapevano di rabbia.
Inghiottì sena trovare le parole... perdendo secondi preziosi.... perdendo
tempo vitale....
Troppo tempo.... come una novellina....
L’unico pensiero era che no... non lui.... non poteva lasciarlo lì...
Wesley le urlò contro, il viso vicinissimo al suo, la voce soffocata
e venata di dolore.
“Faith.. va via... adesso!!”
Faith si scosse, sollevandosi sui gomiti.
“Wes... non ti lascio qui... non me ne vado senza di te...”
Lui non riuscì a ribattere, perdeva troppo sangue ed ormai era sulla
soglia dell’incoscienza.
Faith lo sollevò, appoggiandolo alla parete con estrema delicatezza.
Era disarmata... era sola... non sapeva quanti fossero, né che armi avessero....
Ma lei era sempre stata brava ad improvvisare...
Combattere... era l’unica cosa che sapeva fare bene....
Ed allora avrebbe combattuto.. fino all’ultimo... perché questa
volta, per la prima volta, aveva davvero qualcosa per cui combattere.
Si voltò per fronteggiare il gruppo di uomini che stava sopraggiungendo
di corsa....
Erano passati pochi minuti.. meno di un paio.... dallo sparo...
Ma ne seguirono altri, vicini, pericolosi... nel buio come scintille dorate...
Ne evitò alcuni per un soffio... i loro inseguitori li avevano individuati...
era accecata da delle luci fortissime puntate contro di lei, che le impedivano
di distinguerli... poteva vedere solo ombre confuse...
Paura, rabbia, istinto.... che ruggivano in lei pericolosi e letali come molto
tempo prima.
Colpì alla cieca, la furia e l’ira che si concretizzavano nella
brutalità precisa e fatale.
Colpì come una macchina costruita per uccidere... e per ferire... e per
distruggere....
Colpì con la rapidità di un lampo, con la grazia terribile di
un felino, come un’ombra più scura nella notte...
Tremenda, crudele, decisa....
Come lo era stata un tempo...
Colpì e raggiunse il suo bersaglio.
Colpì, ancora e ancora...
Distinguendo solo le sagome vaghe dei suoi avversari...
Che erano molti... che erano troppi... che erano più forti di lei...
ed armati fino ai denti...
Sentì colpi micidiali abbattersi su di lei, senza che si piegasse, senza
che li accusasse minimamente, senza che la potessero fermare...
Era forte Faith... era mortale, Faith.... era implacabile, Faith...
Più forte, più letale, più implacabile di come si fossero
aspettati.
Con il coraggio della disperazione, con la forza di chi difende ciò in
cui crede.. a qualsiasi costo...
Come un animale ferito Faith.... che si vedeva strappare anche quel poco che
si era ricostruita....
Ma si riebbero dalla sorpresa in fretta.. troppo in fretta...
Faith sentì un dolore pungente al fianco.
La pelle lacerata e penetrata da un ago rovente...
Ma non si fermò, non smise di combattere.... fino a quando un velo di
sangue nebbia le scese davanti agli occhi, e il suo corpo cominciò a
rifiutarsi di rispondere ai suoi comandi.
Sentì una ragnatela di gelo avvilupparle le membra.... e gelo che le
scorreva nelle vene, come se il sangue si fosse raggrumato in piccole pungenti,
acuminate schegge di ghiaccio che le graffiavano al carne, e la consumavano
dall’interno.... e piano il gelo e il ghiaccio le salivano nei polmoni
annegando il suo respiro....
Faith non riusciva più a muoversi, crollò lentamente sulle ginocchia
,combattendo disparatamente.
Il gelo saliva ,come una marea scura che la sommergeva, e raggiunse presto la
gola, impedendole di urlare, di gridare la rabbia, e l’impotenza, e il
dolore... e salì ancora, vero l capo, arrivando al cervello, gettando
reti oscure sulla sua coscienza, impedendole di pensare... di reagire.
La cacciatrice cadde per la seconda volta nell’acqua viscida delle fogne,
il corpo immobile e contratto come da un prematuro rigor mortis.
Wesley cercò inutilmente di rialzarsi... di difenderla... lo sguardo
confuso dal sangue che gli scendeva da una ferita alla testa, e la debolezza
fredda della morte che gli strisciava nel corpo.
Riuscì solo ad emettere un gemito violento e disperato....
Gli uomini del Consiglio presero Faith, senza neppure rivolgergli uno sguardo.
E la legarono, e la sollevarono da terra e la caricarono in spalle... e sparirono
nella nebbia del buio e dei suoi occhi....
Alcuni di loro li conosceva... aveva lavorato con loro un tempo....
Wes piegò la testa di lato, incapace di mantenersi ancora cosciente
.-Capitolo XI "Incontri, chiarimenti....e battaglie mai vinte"
Naufragare, galleggiare, affogare.... nelle tenebre.
Tenebre così fitte, così impenetrabile da toglierle il respiro,
da annullare perfino il dolore, e il ricordo.
Nient’altro che tenebre, tenebre che entravano dentro di lei, attraverso
la bocca, con i respiri, come aria infetta e contaminata.
E la colmavano, colmavano i suoi polmoni asfissiati, avvelenavano il suo sangue
e scorrevano come lava scura ,densa, viscosa, gelida nelle sue vene.
Le tenebre erano ovunque, in lei, fuori da lei.
Non ricordava cosa ci fosse oltre le tenebre.
A volte lontani flesch di una luce grigia e dolorosa, cattiva, squarciavano
le tenebre e giungevano fino a lei, fino al suo petto affannato, e lo squartavano,
per entrare in lei, e combattevano per arrivarle alla testa, per prendere il
controllo dei suoi pensieri.
Anche se i suoi pensieri erano solo oscurità e oblio.
E la luce aveva il suono di una voce, una voce che aveva imparato ad odiare,
una voce che voleva sconfiggerla, e dominarla, ghermirla, annientarla.
Ma lei continuava ad essere sospesa nel nulla di quell’oscurità
e a combattere quella luce fredda e quella voce ostile.
Combattere, senza neppure sapere il perché.
Combattere.
Senza ragione e motivo, solo perché sapeva, sentiva che era l’unico
modo per restare viva combatterla.
Così come combattere era sempre stato l’unico modo per sopravvivere.
In quell’oscurità pesante come una malattia, un coma, un veleno,
volti grigi e lontani le ferivano gli occhi.
Volti di persone senza nome che aveva ucciso in un inferno senza tempo.
In quei momenti ricordava.... e combatteva con maggior forza quella voce....
perché quel ricorda penoso portava con sé altri frammenti di ricordi.
Frammenti con la consistenza di nubi sfilacciate di nebbia..... volti e voci
e sorrisi che avrebbero potuto allentare la morsa di quell’oscurità.
Ma erano solo momenti.
Poi tutto tornava buio, buio come il morbo che la consumava, e le scorreva nelle
vene.
E di nuovo non era più nulla.
E naufragare era come morire lentamente, con un dolore che ormai non poteva
neppure più distinguere.
Quella voce che voleva possederla, che voleva rubarle l’anima, tacque
.
E il silenzio si posò su di lei come un balsamo amaro ma consolante.
Sommersa di oscurità e preda del nulla.
“Certo che non è un gran bel posto per un soggiorno qui.... ho
visto di peggio, anche se non molto peggio ad essere proprio sinceri....!”
E dal nulla quella voce.
Una voce così assurdamente dolce, e rincuorante, amica.
Una voce che le infuse forza.... e speranza.....
Una voce calda e rassicurante.
Una voce vibrante d’allegria e di comprensione.
Una bellissima voce.
Una voce che non avrebbe più potuto dimenticare, perché profumava
di salvezza e di vicinanza.
Sentì un nodo in gola... paura... trepidazione....
La sensazione stranissima , esaltante, adrenalina pure in vene, di ritornare
alla luce.
Di ritornare padrona di sé.
Di poter scacciare l’oscurità.
Ma non riusciva ancora ad aprire gli occhi, il timore che tutto finisse, che
fosse stata solo un’illusione.
“Ehi, occhi verdi non si può certo dire che tu sia molto contenta
di vedermi..... Non mordo sai! Mai morso nessuno in vita mia.”
Finalmente Buffy aprì gli occhi e si ritrovò in una cella umida
e buia, impregnata di acqua che si condensava sulle pareti gelide di pietra
vecchia e corrosa.
Negli angoli era possibile scorgere del muschio che si arrampicava fino al soffitto,
blandamente irrorato da perdite di acqua come da piccole cascate zampillanti.
Faceva freddo, un freddo antico come quei muri spessi, e i raggi del sole non
toccavano quel posto, come se fossero inorriditi dalle tenebre che vi regnavano.
La luce era poca e di un grigio scuro e triste, penetrava tutta da un pozzo
alto e stretto nel soffitto, addossato a una parete, che probabilmente doveva
fungere da finestra... o da condotto di ventilazione....
L’aria sapeva di muffa e di morte, e c’erano odore di ruggine e
di legno marcio.
I suoi occhi che non vedevano da molto tempo si abituarono lentamente all’ambiante,
mettendo piano a fuoco.
Era incatenata, incatenata come un animale.....
E le catene penetravano in profonde ferite i polsi e le caviglie.
Ma non sentiva dolore.
“Ben svegliata occhi verdi. Come stai? Domanda stupida... stai uno straccio....”
Buffy girò stupita ed incredula gli occhi verso la persona che aveva
parlato.
Un ragazzo, giovane, non particolarmente alto, il viso parto e gioviale, capelli
neri, incredibili occhi blu zaffiro.
Le sembrò di conoscerlo....
Strinse appena gli occhi, come per metterlo meglio a fuoco.
E ricordò.
E con il ricordo il dolore la sommersa come se una diga si fosse frantumata.
Angel.....
E gli occhi le si riempirono di lacrime... lacrime salate e brucianti come acido
corrosivo.
“Ehi, ehi.... non è il momento di piangere occhi verdi.”
Lui sorrise.
Un sorriso dolcissimo che le riscaldò il cuore.
“Io sono Doyle, non che ci avessero presentati come si deve l’ultima
volta, ma ci siamo già conosciuti....”
Si avvicinò a lei e con delicatezza le scostò i capelli dal viso,
detergendo con un fazzoletto pulito le ferite da l sangue incrostato, ed asciugandole
gli occhi.
Buffy lo osservava stupita, l’aria di un animale terrorizzato.
Finalmente parlò.
La voce strozzata che le usciva a stento dalla gola arsa e contratta.
“Doyle? Tu sei.... un amico di....”
Il mezzo demone sorrise.
“Esatto occhi verdi, vedo che ti ricordi di me..... Bè, Angel è
davvero molto preoccupato per te.... Ma non può venire adesso.... così
ho pensato di passare a vedere come andavano le cose qui...”
Lei lo guardava sempre più stupita.
“Senti e se ce ne andassimo a parlare da qualche altra parte? Non è
che qui sia molto accogliente....”
Si alzò e le tese una mano.
Buffy la prese con esitazione.... e si accorse di non essere incatenata....
e che non c’erano ferite sui suoi polsi e sulle caviglie.
Si alzò mentre la cella intorno a loro perdeva consistenza, e lentamente
si dissolveva... allontanandosi sempre di più.
Fece appena i tempo a scorgersi ,riversa a terra ed incatenata, prima che tutto
fosse sparito.
Doyle sorrise.
“Non avrai mica pensato che fossi come dire -vero-? Io sono, ecco credo
mi si potrebbe definire un fantasma. Lo so che i tuoi ricordi sono confusi ed
annebbiati.... ma forse hai saputo che io sono ehm... morto... Ma non ha importanza
adesso!”
Sorrise di nuovo.
“Io... io sì. l’ho saputo.... Mi... mi dispiace.........
Io, bè, non credo di capire....”
“No? Allora si rendono necessarie quattro parole di spiegazione. Vedi....
il tuo corpo è prigioniero ma la tua mente no. Non ancora almeno. Sei
troppo forte, indomita, perché quella sottospecie di scagnozzo del Consiglio
riesca ad annullare il tuo spirito. E così stai combattendolo. Vedi tu
sei qui con me adesso più o meno nello stesso modo in cui puoi essere
con Angel nei suoi sogni.... Solo che ti ho dato un piccolo aiuto... diciamo
che è un trucchetto che mi hanno insegnato Le Alte Sfere...”
Lei lo interruppe agitatissima.
“Angel... Tu sai come è possibile che noi?”
“No, mi spiace occhi verdi, ma io non so nulla di quella storia.... Non
sono un pezzo grosso lassù, sai. E poi credo che dipenda più da
voi.... dal vostro legame... Quello che c’è fra te ed Angel è
qualcosa che sfugge al controllo del Potere che è.... Qualcosa che fino
adesso ha sconfitto il destino e la vostra missione e tutte le regole.... Ma
questa è solo una mia ipotesi....”
Buffy abbassò il capo, pensierosa e confusa.
Era tutto così... così assurdo....
Le girava la testa.
Si sedette su di un grande divano circolare ed attese in silenzio.
Attese che le mille domande che le esplodevano in testa si zittissero, attese
che tutto il dolore del ricordo e della consapevolezza si spegnesse.
Alzò nuovamente gli occhi sul mezzo demone.
Erano occhi bellissimi.
Occhi traboccanti di sofferenza e di paura.
Occhi pieni di stanchezza e di sfinimento.
“Dove... dove siamo...?”
“Tecnicamente non siamo in nessun luogo.... Ma questo potrebbe essere
,bè è, l’Hyperion.”
Buffy deglutì.
Deglutì fino a quando le lacrime non si furono asciugate nei suoi occhi.
Doyle taceva, e le dava tempo.
Tempo per riprendersi, per prepararsi, per capire....
Non sarebbe stata una conversazione facile.
“Perché siamo qui?”
“Pensavo avessi bisogno di parlare ,occhi verdi, e di qualche consiglio....”
“Parlare... parlare... io.... oh, sono così confusa...”
“Lo so. Lo immagino. Non sarei qui se tu non fossi in una situazione così
critica. Ti stai perdendo, occhi verdi...”
“Forse mi sono già persa.”
“No. Non ti avrei trovata altrimenti...”
“Trovata.... sai dove sono?”
“Il tuo corpo. Ma il tuo spirito è più difficile da individuare...”
“Il mio corpo, il mio spirito... sono cose così diverse?”
“Non così diverse.... non così indivisibili come pensi...
Il tuo corpo è stato rapito... e giace in una prigione quasi introvabile,
sotto la custodia di un uomo di fiducia del Consiglio. Mentre il tuo spirito
è in pericolo.... l’oscurità che hai scoperto far parte
di te sta cercando di aver il sopravvento. E tu non puoi respingerla per molto
ancora. Contemporaneamente l’uomo del Consiglio cerca di entrare nelle
tua mente con l’ipnosi.”
“Ipnosi?”
“Sì, vuole conoscere i segreti della natura di una cacciatrice.
Non mi è stato detto molto su di lui, ma devi guardartene, ti sta drogando,
ed è estremamente infido. Devi ritrovare te stessa per poterlo combattere
al meglio, nel pieno delle tue forze.”
“Non riuscirei a combattere neppure, neppure un comune delinquente....
Ritrovare me stessa... non so neppure più chi sono, o cosa voglio....”
“Io credo che tu sappia cosa vuoi.”
“Davvero? Vorrei.... vorrei dimenticare tutto... vorrei annullare il dolore..
smettere di soffrire.. per sempre....”
“Mmm... immagino tu parli di morte. Ma non è quello che vuoi occhi
verdi.”
“Doyle, io.... io non sono più quella di prima. Non dopo Glory,
non dopo quello che ho fatto nella dimensione in cui sono finita....”
“Hai ucciso. Hai stroncato delle vite. Ma era un inferno creato apposta
per te... per metterti di fronte alle tue paure più nascoste e per distruggerti.
Io non credo che tu sia tipo da lasciarti sconfiggere così facilmente....”
“Io... quando sono tornata, volevo solo essere lasciata in pace. Una pace
che non potevo avere. E mi sono chiusa, ho lasciato fuori tutti gli altri..
Tutti quelli che mi volevano bene. Volevo dimenticare il dolore, rimuoverlo,
non riuscivo ad ammetterlo, ad accettarlo. Scoprire di non essere solo luce,
di non essere quello che pensavo mi ha sconvolta, e mi ha allontanata da tutti
quelli che amo. Ho chiuso la porta in faccia a tutti, ed ho deciso di soffrire
in pace. Perché il peso che dovevo sopportare era troppo grande. E io
non ce la facevo.... Non da sola... eppure ero troppo orgogliosa per chiedere
aiuto. Così ho lasciato che quell’oscurità che avevo conosciuto
mi invadesse piano, che strisciasse sempre più vicina al mio cuore. E
adesso è troppo potente e io non credo...”
“Buffy, niente è invincibile.... E non è tardi per chiedere
aiuto. Forse io non sono la persona più adatta, ma al momento ero disponibile
solo io, occhi verdi...”
Lei sorrise, sorrise per la prima volta.
“Hai davvero un sorriso da mozzare il fiato.... o da perderci l’anima....
Angel aveva ragione.”
Doyle sorrise a sua volta e si sedette di fronte alla ragazza.
Buffy lo guardò con uno sguardo infinitamente triste.
“Angel parlava di me......?”
“Bè più che altro pensava a te... non che parlasse molto...
però si bè parlava di te...”
“Già....”
“Senti Angel mi sembra un buon inizio per le quattro chiacchiere che dobbiamo
fare... Voglio dire, lui ha davvero toccato il fondo, però ha avuto la
forza di risalire... e sono certo che anche tu l’abbia.”
“Angel... adesso capisco.... forse solo in parte... quello che ha provato...
quello che ha passato... Dio, e io non gli sono mai stata vinca.... io... io
ero una ragazzina egoista, Doyle, nient’altro...”
“Ok, non ti ho esattamente tirato su il morale occhi verdi. Senti, devi
reagire. Non puoi restare nel tuo angolo a piangere... Devi reagire.... perché
altrimenti il dolore avrà la meglio. Ok, non sei la santa che pensavi,
non sei perfetta. Non è una tragedia. Va avanti, cerca di migliorare.
Ci sono persone che hanno bisogno di te. Tua sorella, i tuoi amici. Angel. Anche
lui ha bisogno dite, occhi verdi, lui ti ama. E anche quando avrai perso tutto
questo ti resta sempre ciò che sei. E devi fare del tuo meglio per essere
fiera di te stessa. Anche quando è difficile, anche quando ti sembra
di non farcela. Sempre. Vuoi che quel tipo impomatato del Consiglio ti rubi
i pensieri, le emozioni??”
“No, immagino di no... solo...”
“Niente scuse occhi verdi. Combatti con le unghie e con i denti. Il tuo
istinto non è più forte di te. Né il male che c’è
dentro di te. Ce n’è in tutti di male. Dico io sono un mezzo demone......
Ma questo non conta, non devi permettere che ti schiacci. La luce della tua
anima è più forte, più fulgida. Non importa se la battaglia
è ardua, se fa male. Opponiti, lotta. Reagisci. Aggrappati a tutto quello
che conta per te.”
“Io... non so se ci riuscirò Doyle....”
“Sì, che ci riuscirai! Devi riuscirci. Ti aspettano ,occhi verdi:
Dawn, Spike, Willow, Giles, ed Angel. Hanno bisogno di te... E tu di loro....”
“E io di loro... già... disperatamente.... Ma ho così paura...
perfino di vivere... Cambiata così tanto che non so più come affrontarla
questa vita, che non so cosa è giusto e cosa è sbagliato....”
“Ma le cose che contano restano le stesse ,occhi verdi, qualunque cosa
sia successa. Cosa conta per te, Buffy?”
“La mia famiglia... I miei amici.... ed Angel.... io ,Dio, Doyle dopo
anni, io lo amo ancora.... e ancora non so perdonarlo, perdonarmi per tutti
gli errori e le cadute.... e ancora non so trovare un modo per stare insieme...
perché forse non esiste... forse lui.... oh, Doyle, è passato
tanto tempo e io non sono più stata nella sua vita. Anche lui ha sofferto,
anche lui è cambiato.... E adesso non so... Io vorrei riuscire ad essergli
vicina.. vorrei capirlo... Aiutarlo... Ma lui ha sempre voluto proteggermi...
dalla vita, dal mio compito, perfino da sé stesso. Ora io sono cresciuta....
ma lui ha continuato a volermi proteggere... soprattutto da se stesso... Non
ho mai accettato che se ne sia andato Doyle... non ho mai compreso le sue ragioni...
E adesso non so come fargli capire che non sono una bambina... che vorrei stare
al suo fianco.... così come non so come riprendermi la mia vita....”
“Buffy, Angel ti ama. Ti ha sempre amata. Così tanto da rinunciare
a te ,per proteggerti, per renderti felice, per regalarti una vita normale,
due volte. E,...”
La ragazza alzò lo sguardo vero il mezzo demone, e improvvisamente nei
suoi bellissimi occhi brillavano di nuovo scintille luminose ed sfavillanti.
“Due volte.......?”
Doyle si morse la lingua.
“Sì, insomma volevo dire....”
“Volevi dire cosa? Doyle hai detto due volte.”
E così il mezzo demone si ritrovò a raccontarle una storia che
non avrebbe mai dovuto conoscere.. una storia vecchia.... dimenticata...
Una storia d’amore e di rinuncia.
E di lacrime che non ricordava.
Una storia di felicità rubata, di attimi troppo preziosi per essere dimenticati.
Una storia di ricordi che le erano stati sottratti, una storia che però
il suo cuore non aveva mai dimenticato.
Perché era scritta dentro di lei, nella sua carne e nella sua anima.
Lui si limitò a raccontargliela.... a farle ricordare quello che altri
le avevano fatto dimenticare perché non soffrisse.
Forse era stato un errore, o forse allora non c’era nient’altro
da fare.
Ma adesso le cose erano cambiate.. e lei era abbastanza cambiata per riuscire
a capire.
E quell’unico giorno in cui lei ed Angel erano stati insieme forse sarebbe
servito a renderla la speranza.... a farle ricordare quanta luce fosse nascosta
in lei.
Vide lacrime purissime e cristalline rigare le guance pallide della ragazza.
E credette di poter sentire il suo cuore che si spezzava.
“Angel... Angel... non cambierà mai... Già... e lo amo tanto
anche per questo.... Perché fa la cosa giusta..... perché è
sempre pronto a sacrificarsi per gli altri.... perché vuole proteggermi
ad ogni costo... e perché vorrebbe poter sostenere da solo tutto il peso
del dolore e del pericolo.... e ,oh non importa il perché immagino....
lo amerò sempre...”
Sorrise soffermandosi su quelle parole.
E il suo sorriso era triste e malinconico, amaro.
Doyle le ricambiò il sorriso, cercando di trasmetterle un poco di fiducia.
“Sì, ci sono delle cose tipiche di Angel. Sacrificarsi.... Infatti
non gli è mai andata giù che ci sia stato io su quella piattaforma
appesa al soffitto con attaccata quella macchina infernale... Pesava che avrebbe
dovuto esserci lui al mio posto. Ha sempre cercato di proteggere le persone
che ama. puoi fargliene una colpa...?”
“No, è solo che avrei voluto mi parlasse delle sue decisioni a
volte...... Soprattutto quando sono cresciuta.... sono successe tante di quelle
cose da quando lui se n’è andato.. avrebbe almeno dovuto darmi
una possibilità... fidarsi di me...”
“Si fidava occhi verdi, e rispetta molto quello che è successo
nella tua vita e ti ha cambiata. Sa che sei cresciuta. Ma anche lui è
cambiato Buffy. Dire che è cresciuto a 275 anni forse è un pò
poco appropriato... Però sono successe molte cose anche a lui, nel bene
e nel male. Cose che forse devi conoscere ed accettare. Non so se avrete la
possibilità di un futuro insieme... e conosco i vostri destini che vi
dividono... ma penso che sia sciocco buttare tutto al vento... voi avete la
possibilità di stare insieme... non tutti hanno una seconda possibilità...
ma Angel non è più il vampiro innamorato di te che era quando
ha lasciato Sunnydale. Ha sofferto, ha imparato a fidarsi, è caduto,
si è rialzato.... Ci sono stati brutti momenti, e cose di cui forse ti
deve parlare lui. E adesso c’è anche un figlio. E resta la maledizione...
Bè ,punti di vista, sarebbe talmente facile riformulare l’incantesimo
in modo da escludere la maledizione. Ci sono cose che devi essere disposta ad
accettare, a capire. Il figlio di un altra, per esempio... il figlio di Darla...
e molti cambiamenti....”
Buffy alzò una mano per interromperlo e scosse piano la testa, gli occhi
che brillavano ancora di lacrime trasparenti.
“Io, lo so, Doyle.... e una volta non so cosa avrei potuto accettare e
cosa no: però adesso è così diverso.. adesso vorrei cambiare
molte cose, anche se so che è infantile e che non posso piangere su quello
che ho fatto. Ma se solo avessi capito come si sentiva.. se solo me ne avesse
parlato... Io, io non avrei capito allo stesso, è questa la verità,
perché ero una ragazzina viziata che pensava solo ai suoi sentimenti.
Adesso però sono una donna, che ha passato cose indescrivibili, e che
vorrebbe potergli essere accanto alla pari.. senza essere protetta ,non troppo
almeno... Perché ho capito quanto sai profondo il nostro legame. E so
che sarei in grado di accettare e di capire tutto di lui e della sua vita di
adesso. Perché lo amo... e se una volta il mio amore non è bastato,
forse adesso potrebbe... oh, quanto parlo...E’ una cosa così strana
l’amore.... non sai quanto può fare male fino a quando non ti viene
strappato il cuore dal petto, strappato da un sorriso, da uno sguardo... E non
ti verrà mai reso quel cuore.... resterà per sempre dolcissima
preda della persona a cui l’hai donato.... e in cambio te ne viene dato
un altro. Ma fa male... ti lacera.... Sei mai stato innamorato, Doyle?”
Negli occhi blu del giovane passò un fugace lampo di tristezza.
Buffy se ne accorse.
“Scusami, io non....”
“Non ti preoccupare occhi verdi. Va tutto bene... Solo a volte ricordare
ha un sapore amaro. Sono stato innamorato. E sono stato così stupido
da non dirglielo mai, da rimandare, da lasciare che tutte le piccole cose ci
dividessero, si frapponessero fra noi. Sono stato timido, spavaldo, chiacchierone....
Ma non le ho mai detto quello che contava.... Non le ho mai detto quanto fossero
belli i suoi occhi, o quanto luminoso il suo sorriso. Non le ho mai detto che
quando entrava in una stanza mi toglieva il fiato. Non le ho mai detto che la
amavo.... E alla fine... alla fine è stato troppo tardi. E le ho lasciato
un bacio senza spiegazioni e una serie di visioni scomode e improvvise....”
“Cordelia.... Doyle, mi dispiace, io non lo sapevo.... Tu e Cordelia....”
Doyle le sorrise.
Uno di quei suoi sorrisi luminosi come pochi.
Uno di quei sorrisi che sapevano riscaldarti il cuore.
“A me non dispiace parlare di lei. E’ tutto quello che mi resta.
Ma non mi lamento. Conoscerla è già stato sufficiente.... avrei
avuto volere più tempo.... anche solo un giorno di più...”
“Credo di conoscere la sensazione.....”
“Sai, lei mi parla.... All’improvviso, per le ragioni più
strane. Lei si ferma e mi parla..... Mi racconta di Angel, della sua vita, dei
suoi sogni.... Ha sempre parlato moltissimo.... E io ho sempre adorato ascoltarla.
Avrei potuto ascoltarla per ore, per giorni. Ascoltarla... e specchiarmi nei
suoi occhi.... A volte parla del futuro che avremmo potuto avere insieme...
mi parla del figlio che avremmo potuto avere... bè, se allora avessi
anche solo immaginato che Cordelia avrebbe mai detto una cosa così credo
che mi sarei deciso a chiederle di uscire.... E’ bello sentirla parlare,
quasi come se potessi davvero essere lì accanto e lei a sorriderle mentre
parla, e a darle ragione... perché tanto non mi lascerebbe aprire bocca
per contraddirla....ma così si fa solo del male, così.. dovrebbe
guardare avanti... Lei ha tutta una vita davanti... e io non potrò più
tornare indietro, tornare da lei... dovrebbe costruirsi un futuro... e smetterla
di parlare da sola al buio.. smettere di aver voglia di piangere quando si sveglia
sola o malinconica di notte. Non avrei mai creduto di farla piangere... adorava
vederla sorridere, e la sua ristata mi riempiva il cuore di luce. Una luce che
è entrata nella mia vita quasi per caso, e che ne è diventata
il centro. Sì, una cosa che mi riusciva era farla ridere.... E’
stata una storia inesistente la nostra, una storia di sguardi e di sorrisi...
Una storia che non volevamo ammettere fosse nata.... eppure ci sono state lo
stesso lacrime e felicità.... Sì, occhi verdi, mi sono innamorato...
e so quanto fa male.... ma so anche quanto può scaldare il tuo cuore....
”
Scosse la testa, quasi come per scacciare il ricordo della ragazza.
“Non siamo qui per parlare di me.... Tu hai ancora la tua possibilità,
occhi verdi....”
“Forse.... io ancora non lo so....”
“Si che lo sai! E puoi.....”
Buffy si sentì trascinare lontano... sentì di nuovo quella voce
fredda che la attanagliava...
Lentamente l’Hyperion sfumò lontano..... e la ragazza fu nuovamente
risucchiata verso quella squallida cella.
Risucchiata vero uno stato sempre più cosciente... e il dolore ricominciò
a impadronirsi del suo corpo.
James Wellington Harper.
Ripensò al suo cognome, osservando in silenzio la donna svenuta ai suoi
piedi.
Restò immobile, schiacciato dal peso del tempo, come se avesse vissuto
secoli.
Trentadue anni.
Trentadue anni che pesavano sulle spalle come una vita intera.
Una vita troppo lunga.
Trentadue anni di cui non ricordava neanche un sorriso.
O una lacrima.
Aveva smesso di provare emozioni molto tempo prima.
Troppo tempo prima.
Ed ora ne era sopraffatto.
Così come era sopraffatto dai suoi occhi.
Guardava indietro e vedeva solo una vita vuota e sterile.
Vedeva una voragine di nulla che gli faceva paura.
Vedeva quello che era diventato.
E come lo era diventato.
Ma il suo cuore era troppo indurito per i rimpianti, o per i sentimenti.
Il suo cuore ormai era come il suo cervello: una macchina fredda e spietata
fatta per raggiungere il potere a qualsiasi costo.
Ed il costo era stato ,ed era, alto, altissimo: calpestare vite e persone, arrogarsi
il diritto di dare la morte, ingannare, distruggere, mentire.
Non gli importava il prezzo.
Non gli era mai importato.
Il potere.
Voleva raggiungere il potere.
La sua droga, la sua linfa vitale.
E i mezzi con cui sarebbe riuscito ad ottenerlo non contavano.
“Il fine giustifica i mezzi.” aveva detto una volta Machiavelli.
Niente di più vero.
James aveva letto e riletto Il Principe in lingua originale fin da quando era
un timido adolescente al liceo.
Quel libro ,che parlava di potere e di dominio, di sotterfugi e di inganni,
in modo elegante e raffinato, tingendo la violenza e l’assassinio di necessità
e di coraggio, l’aveva sempre affascinato.
Così come sempre il potere ed il comando avevano esercitato su di lui
un’attrazione irresistibile.
Teneva ancora una copia piuttosto antica e preziosa del Principe sul comodino.
E si compiaceva spesso di rileggere alcuni sui passi.
E in quella follia dilagante, in quella smania di dominio che si erano impadronite
di lui. che gli erano cresciute dentro come una foresta di rovi, si paragonava
a un signore rinascimentale che combatteva per ottenere il principato e per
riportare la pace.
Sì, lui voleva il potere, ma lo volevo perché solo lui avrebbe
saputo gestirlo con saggezza, perché il comando del Consiglio gli sarebbe
servito per salvare il mondo dal “male”.
In realtà l’unico suo scopo, l’ossessione che lo divorava,
era ottenere il potere.
Perché ne aveva bisogno, perché lo desiderava, perché lo
bramava, lo voleva.
E tutto il resto erano solo le folli giustificazioni che un pazzo cerca di fornire
alla sua coscienza.
Sì, perché da qualche parte ,sepolta nel profondo, James aveva
ancora una coscienza.
Labile , strappata, calpestata, usurpata.
Ma pur sempre una coscienza: che flebilmente gemeva e si dimenava, e si ribellava.
Una coscienza piegata e sconfitta, messa a tacere e dimenticata.
Zittita da sogni di gloria e di magnifica grandezza.
Quella stessa coscienza che molto tempo prima aveva ingannato, ripetendosi che
entrare a far parte del Consiglio era solo un modo per aiutare l’umanità
e per sconfiggere le tenebre.
Forse allora ci aveva creduto.
Era molto più giovane ed ingenuo, allora.
In un’età in cui è troppo facile ingannare se stessi.
Ma le tenebre che avrebbe dovuto combattere non erano fuori, bensì dentro
di lui.
Ed erano l’odio e il rancore, covati, custoditi ed accresciuti per anni.
L’ira di un bambino trascurato, di un ragazzo solo.
Aveva tanti sogni da piccolo, e grandi occhi azzurro cielo innocenti e sbarrati
sul mondo.
Era un bambino timido e riservato. Silenzioso.
La sua era una famiglia ricca ed importante, nobile.
Una famiglia esigente, che chiedeva che pretendeva molto dai suoi eredi.
Ma l’erede non era mai stato lui, neppure quando lo era diventato per
successione e per diritto.
Lui non aveva mai contato molto, nemmeno prima, nemmeno per sua madre.
Troppo impegnata nelle riunioni al circolo, nelle partite di bridge, nei ricevimenti
e nelle festa da ballo per occuparsi di lui.
E poi l’orgoglio della sua famiglia era un altro, era suo fratello maggiore.
Un modello di perfezione e nobiltà.
Finché suo fratello era stato vivo nessuno si era preoccupato di lui.
Erano tutti troppo presi a lodare William...
Ma in una limpida mattina autunnale suo fratello era caduto. Ed era morto.
Il suo purosangue si era imbizzarrito e lui era stato disarcionato, aveva sbattuto
la testa su di una pietra.
Non l’avevano neppure portato in ospedale, era morto immediatamente.
William aveva diciannove anni, e lui solo undici.
Dopo quel giorno suo padre non l’aveva più guardato in faccia.
Ricordava ancora che aveva sparato al cavallo di William mentre lui restava
a guardare senza capire cosa fosse successo, senza capire perché portassero
via suo fratello in quel modo.
Aveva provato a chiedere a suo padre, a fermarlo per parlargli, ma l’uomo
non gli aveva neppure risposto.
Un uomo così non piange davanti a suo figlio, gli era passato accanto
senza guardarlo.
Così l’unico ricordo nitido che a James restasse di quel giorno
maledetto era lo scoppio della pistola di suo padre, e il nitrito del cavallo
che era tornato senza il suo cavaliere. Poi c’erano stati solo il silenzio
e il sangue rosso sulla ghiaia bianca e sul pelo nero dell’animale.
Dopo quel giorno suo padre non l’aveva più guardato in faccia.....
E tutta la sua famiglia l’aveva odiato.
L’aveva incolpato.
Perché lui era vivo mentre William giaceva in una tomba coperta di erba.
Perché lui non era all’altezza di prendere il suo posto.
Se fino a quella fatidica mattina non era mai stato considerato molto, da quel
giorno fu caricato di un peso che non poteva sostenere.
Forse anche perché nessuno si aspettava che lui ce l’avrebbe fatta,
e nessuno gli dava fiducia.
E perché ,per quanto si sforzasse, non poteva essere suo fratello.
Nonostante questo si impegnò, e fece di tutto per ottenere il rispetto
di suo padre, per ottenere anche solo un pò di amore dalla sua famiglia.
Ma per quanto bene facesse, per quanto si impegnasse, non era mai abbastanza,
non era mai sufficiente.
Si vedeva sbattere in faccia che William era stato più bravo in quella
determinata cosa, in quel frangente: e non servivano parole per capirlo.
Bastavano uno sguardo di suo padre, o un sospiro di sua madre.
Così era cresciuto sempre più insicuro e sempre più solo,
chiuso in se stesso e colmo di rancore.
Rancore per le possibilità che gli venivano negate, per l’affetto
che non gli veniva concesso.
Così solo e taciturno che anche a scuola lo prendevano in giro, lo bersagliavano,
lo isolavano.
Non si era mai fatto nessun amico.
E la rabbia dentro di lui era cresciuta.
Ogni giorno di più, come gocce che si aggiungono al mare.
Rabbia verso gli uomini, la loro indifferenza, la loro cattiveria.
E lentamente era diventato peggio di loro.
Aveva l’età di William quando suo zio ,misterioso fratello della
madre, arrivò in casa sua in una notte di tempesta e vento.
Aveva poco più di cinquant’anni e una malattia inguaribile. Era
costretto ad attaccarsi a una macchina per la dialisi giorno si giorno no.
Uomo coltissimo ed istrionico, stessi capelli biondo chiaro di sua madre, stessi
occhi azzurro cielo ,quegli stessi che James aveva ereditato, ed una voce affascinate.
Dedicava a James l’attenzione che nessuno gli aveva mia rivolto, e gli
regalava sorrisi caldi e aperti.
In realtà era in cerca di un erede, nella sua vita non aveva avuto tempo
per l’amore e per i figli, ed adesso voleva che qualcuno continuasse la
sua strada.
Parlava di segreti e di misteri, di demoni e di vampiri.
Di un’istituzione che combatte il male: il Consiglio.
James sarebbe rimasto ad ascoltarlo per ore.
Davanti agli occhi i racconti dello zio gli aprivano nuove frontiere.
Passava intere notti a studiare sui suoi libri, a prepararsi per entrare a far
parte del Consiglio.
Intravedeva il potere.... ancora celato da illusioni e da sogni.
Desiderava il potere.
E la vendetta.
Una rivincita su tutti quelli che l’avevano sottovalutato.
Conoscere cose che loro nemmeno potevano immaginare.
E arrivare in alto, al comando.... e poterli schiacciare.
Essere superiore, superiore a tutti.
Poco prima che suo zio morisse James conseguì la laurea in scienza politiche
che suo padre aveva voluto per lui.
Il giorno stesso comunicò ai suoi genitori la sua decisione di partire
con lo zio.
Suo padre voleva impedirglielo.
Ma James gli voltò le spalle e se ne andò, seguito dalle urla,
minacce e implorazioni di suo padre.
Suo padre che non aveva mai perso la calma... né alzato la voce una volta.
Suo padre che perse di nuovo un figlio, e a cui si spezzò il cuore.
Ma quando James venne a sapere, pochi mesi più tardi, che l’uomo
era moro d’infarto, non versò una lacrima, né fu toccato
dalla notizia.
Né lo commosse il fatto che sul letto di morte il padre avesse invocato
il suo nome.
Non gli importava più.
Nulla gli importava più, perché abbandonando la sua casa aveva
rinunciato al suo nome ed alla sua identità.
Aveva iniziato la sua sfrenata corsa verso il potere.
Ed ogni giorno era diventato più crudele e più spietato, più
freddo e più cinico, più calcolatore e più opportunista.
In breve si era trovato ad obbedire e a far rispettare la legge del più
forte, e a ordinare un omicidio con la stessa noncuranza con cui un uomo normale
ordina un cappuccino.
Aveva rinunciato alla sua anima ed al suo cuore.
Perché in esso non c’era più spazio per la pietà,
la compassione, il dolore, o l’amicizia, o l’amore.
Tutto era stato inghiottito e cancellato dal desiderio di potere e di rivalsa.
Come un veleno che gli aveva corrotto il sangue e lo spirito.
Non gli era più importato di nulla, a parte raggiungere il potere, dopo
essere entrato a far parte del Consiglio, e si era applicato a questo scopo
con tenacia, scrupolo, con tutti i mezzi possibili ed impossibili.
Ma aveva sempre mascherato con ogni cura il suo intento.
Nemmeno Macpherson immaginava tutta la crudele risolutezza che si celava nel
suo “Braccio destro”, né intuiva i suoi reconditi scopi.
Non sospettava neppure che la sua eliminazione al fine di sostituirlo rientrasse
nei piani di James una volta ottenuto il controllo sulla cacciatrice.
Pericoloso James, così come neppur e il suo maestro immaginava.
Così come invece suo zio aveva intuito vedendo la luce che ardeva nel
profondo dei suoi occhi chiari.
Ma era morto troppo presto per consigliare e guidare il nipote.
E invece che offrirgli una nuova vita, aveva firmato la condanna della sua anima.
Fino a quel momento James non aveva mai permesso a nessuno di mettersi fra lui
e i suoi piani.
Ma dal buio di una notte senza luna erano comparsi quegli occhi di donna che
avevano marchiato il suo essere.
E nella sua vita era irrotta la cacciatrice: Buffy Summers.
Scatenando in lui una tempesta.
Scatenando in lui qualcosa che non capiva, che non poteva controllare.
Un uragano che lo devastava, lo lacerava, lo sbatteva da tutte le parti senza
una meta.
Dentro di lui ,da un luogo recondito e dimenticato, si erano fatti violentemente
strada sentimenti ed emozioni.
Che lo rendevano insicuro. Fragile.
Che gli facevano perdere il controllo.. e con esso la possibilità di
raggiungere il potere.
Che lo facevano sentire debole e preda dei venti.
E per questo si infuriava, e l’ira dentro di lui cresceva e distruggeva.
Ma nulla poteva servire a fermare quello che si era scatenato in lui, travolgendolo.
Assurdamente, perversamente, si era innamorato.
Nell’unica maniera che conosceva, nell’unico modo che ancora era
possibile al suo animo inaridito e spoglio.
Un’ossessione oltre il limite, un desiderio di possesso assoluto.
Un’ossessione che non gli dava tregua, che perseguitava le sue notti ed
ardeva i suoi giorni.
Una ferita che non poteva cancellare né guarire, che lo rodeva minuto
per minuto.
Combattere, divincolarsi, era inutile: Sfinito e incollerito si ritrovava a
dover ammettere di volere quella donna.
La voleva per sé.... più del potere, più del comando.
Come se tutto quello per cui aveva lavorato e combattuto, per cui aveva ucciso
e fatto uccidere, per cui aveva mentito e spergiurato, per cui aveva tradito
e ingannato, non avesse più alcun valore.
Tutto passava in secondo piano rispetto al fuoco che lo consumava.
Un fuoco che cresceva ed esasperava la lucida e sana follia che aveva covato
in lui sino a quel momento, e la rendeva malattia ed esacerbazione.
Diviso fra ciò che aveva sempre voluto e ciò che voleva adesso,
sapeva che avrebbe perso, anzi di aver già perso, la battaglia contro
se stesso.
Ma non avrebbe rinunciato si suoi piani, alla sua rivincita... su tutto e su
tutti.
Lei avrebbe solo completato il quadro.
Lei sarebbe stata il tocco finale... avrebbe solo reso tutto un pò più
difficile, un pò più pericoloso.
Ma non avrebbe rinunciato a lei.
Gli apparteneva.
Il desiderio di lei gli toglieva la ragione, il sonno, il tempo, il respiro,
la vita stessa.
I suoi occhi incendiavano e devastavano la sua mente.
LA voleva, voleva tutto di lei: anima, corpo, pensieri, sguardi, sospiri....
E l’avrebbe avuto.
Sua per sempre, ad ogni costo.
Sì, l’ipnosi e le droghe stavano svolgendo il loro compito.
Lei stava cedendo... stava capitolando....
L’avrebbe plasmata come creta fra le mani.... Sarebbe stata sua... Sua.
Sorrise, e nella luce grigia e scarsa della prigione, il suo bianchissimo sorriso
assunse riflessi inquietanti.
Un movimento della ragazza attirò la sua attenzione.
Aveva fatto diminuire la dose di sonniferi perché l’ipnosi avesse
un maggiore impatto.
Buffy aveva il volto riverso a terra, i capelli glielo coprivano.
Era ancora legata e intorpidita.
Fu come svegliarsi dopo un lungo sonno gremito di incubi.
Riprese consapevolezza del proprio corpo.
Le ferite bruciavano come se fossero state cosparse di sale, la testa martellava
e doleva, tutte le membra erano intorpidite e doloranti.
Si sentiva debole e stanca come se avesse combattuto una lunga battaglia, la
più impegnativa della sua vita.
Mari di oscurità si agitavano ancora in lei, e tele di ragno pesanti
come reti di catene le opprimevano il corpo e la mente.
Sentiva ,viscida e incombente, la presenza di quel ragno dietro si sé.
Strinse le palpebre, chiudendo gli occhi e concentrandosi per riprendere il
controllo.
Per ricacciare indietro le ombre e sciogliere il ghiaccio che la imprigionava.
Sentiva i suoi occhi sulla schiena
che la scrutavano, che sembravano volerle strappare la pelle.
Eliminò il pensiero del suo carceriere, doveva riuscire a concentrarsi
davvero.
A ritrovare l’equilibrio.
E con esso la forza per combattere.
Respirò a fondo più volte, l’aria che le graffiava la gola
con artigli di ferro.
Aspettò che il silenzio la avvolgesse.
Aspettò di trovare un punto fermo, e di scorgere anche solo un sbavo
di luce dentro di sé.
Luce a cui aggrapparsi.
Luce in cui ritrovare sé stessa.
Non poteva spettare che la venissero a salvare.
Né che qualcuno la perdonasse per quello che aveva fatto.
Né che qualcuno le insegnasse a vivere da capo, o a convivere con il
dolore, il ricordo e la sofferenza.
Avrebbe dovuto rialzarsi e ricominciare.
E vivere, per quanto male potesse fare.
Combattere per la vita, contro chiunque gliela volesse strappare.
Combattere perché voleva rivedere i suoi amici, e cercare di rimediare
a tutti gli errori... perché voleva rivedere la piccola Dawn, e provare
ad essere una madre... perché voleva rivedere Angel, e tentare di lenire
le ferite di tutti i silenzi e delle parole dette senza pensarle.... perché
voleva un futuro.
Un futuro che avrebbe costruito con le sue mani, un futuro in cui il destino
non avrebbe avuto la meglio...
Sì, sarebbe uscita di lì e sarebbe uscita dalle tenebre che la
avviluppavano.
Chiuse le mani a pugno e si sollevò lentamente, usandole come puntello
contro il pavimento duro e umido.
Rimase un attimo così, con il busto sollevato e gli occhi chiusi.
Ingoiò, ricacciò indietro l’oscurità e le ombre che
volevano soffocarla.
E ruppe faticosamente i molti fili che imbrigliavano la sue mente.
Infine si girò, e alzando la testa con aria di sfida, guardò in
faccia il suo nemico.
E in quegli occhi brillava di nuovo un fuoco inestinguibile di vita e di passione.
Quegli occhi trasmettevano di nuovo forza e risolutezza.
E di nuovo in essi si fondevano e brillavano mille emozioni diverse.
James fu colpito come da uno schiaffo graffiane quando li incontrò, e
gli bruciarono la pelle.
Spiazzato fece un passo indietro.
Come se potessero scottarlo.
Non si era spettato che si riprendesse così completamente.
Non era nei piani....
Quello sguardo non era appannato dal velo di nessuna droga.
Era luminoso e penetrante, pungente.
E lei era più bella che mai.
Bella in quello squallore.
Bella ,segnata e sofferente, eppure sostenuta dall’orgoglio.
Buffy lo guardò, fissandolo negli occhi, ed accendendosi di rabbia contro
chi l’aveva tenuta prigioniera così a lungo.
Sembrava così normale quell’uomo... così freddo.. distaccato....
Ma era l’uomo la cui voce l’aveva tormentata e invasa.
Solo i suoi occhi chiari parevano segnati di frenesia, di brama.... follia.
Era molto alto, abbastanza giovane, capelli chiari portati un pò lunghi,
figura asciutta e longilinea.
Una camicia del medesimo colore degli occhi, pantaloni perfetti grigio antracite,
una giacca del medesimo colore e una cravatta abbandonati su una sedia dietro
di lui.
Buffy lo valutò rapidamente: uno che non si era mai sporcato le mani.
Se solo non si fosse sentita così debole, avrebbe potuto tentare di....
,a era già troppo difficile restare padrona di sé, combattere
le droghe che le insidiavano i pensieri.
James rimase in silenzio.
Come se il tempo si fosse fermato.
E la guardò.
Come non aveva mai guardato nessuna.
Pensò ad alta voce.
“Buffy...:”
La voce della donna era ferma e decisa.
“Vedo che conosci il mio nome. Che altro sai di me? ... Nulla. Non, certo.
Voi piccoli sicari eseguite solo gli ordini. Non fate domande. Immagino sia
inutile ,quindi, chiedere a te cosa vogliono...”
Lui la interruppe ,riprendendo il controllo di sé, sorridendo appena
di un sorriso crudele.
La voce di nuovo fredda e perentoria.
“Io so tutto di te, Buffy. Cose che il Consiglio nemmeno immagina. Quel
patetico gruppo di illusi retrogradi.... E tu mi dirai quello che non ho ancora
scoperto.”
Lei rise.
“Il termine illuso è la parola giusta! Ma si adatta molto di più
a te! Pensi che davvero che ti dirò qualcosa? E in che modo con la tortura?
Non mi conosci allora, puoi...”
Lui si avvicinò, abbassandosi e sussurrandole all’orecchio con
voce ventata di collera trattenuta.
“Io so tutto di te.... Io sono nella tua testa... e presto sarai un libro
aperto per me...”
Si scostò un poco per guardarla negli occhi.
Sorrise, il sorriso di un serpente.
E le sfiorò la guancia con due dita in una carezza.
Buffy si ritrasse di scatto disgustata.
I suoi occhi erano tizzoni ardenti e minacciosi.
“Non osare mai più toccarmi. O ti assicuro che lo rimpiangerai.”
La sua voce era una spada di ghiaccio, la sua risolutezza avrebbe potuto incrinare
i muri.
Ma James sorrise e si rialzò, allontanandosi un poco da lei e camminando
piano per la squallida cella.
“Non mi succederà nulla tesoro mio, pensi forse di essere nella
condizione di fare minacce?”
Sorrise perfidamente mentre guardava la ragazza strattonare in un vano tentativo
le catene.
Sul volto di Buffy apparì un’espressione sgomento e frustrata,
e la donna si resa conto di non avere più i suoi poteri di cacciatrice.
“Già, come vedi niente super poteri, Elisabeth, ti chiamerò
così, se non ti dispiace. Non potevo permettere di certo che tu svegliandoti
rompessi le catene e te ne andassi da me. O forse speri che sia il tuo Angelo
a venirti a salvare?”
Buffy non riuscì a nascondere uno sguardo sorpreso e spiazzato.
“Oh, sì. So di lui. Del vampiro con l’anima che credi di
amare. So molte cose di te. Io sono nella tua vita... nei tuoi pensieri... io
sono dentro di te.... e presto troverò la chiave dei tuoi segreti.”
“Umm, certo contaci. L’importante è crederci..... Di gente
strana del Consiglio ne ho conosciuta parecchia, ma tu rasenti la follia. Allora
che vogliono da me? Che ti hanno ordinato di fare? Rapirmi per ottenere informazioni
o altro dai miei amici, uccidermi? Quali sono gli ordini signor -Io So Tutto-?”
La voce della cacciatrice era aspra e sarcastica, tagliente.
Anche se aveva paura.....
“Negli occhi dell’uomo ,che troneggiava alto su di lei, divampò
un fuoco selvaggio di rabbia.
La guardò infuriato.
La sua voce alta e stridula sbatteva contro le pareti di roccia consumata, rimbombando
in pozzi lontani dell’antico edificio.
“Io non prendo ordini da nessuno, ragazzina!!!! Io ho il potere. Io diventerò
il capo assoluto. Quei vecchi sommersi fra i libri non capiscono nulla, sono
deboli e debosciati!!! Io controllerò il Consiglio, io avrò il
comando!! E tutti tremeranno nel sentire pronunciare il mio nome. Sarò
la rovina dell’oscurità. Sarò colui che governa dalle ombre.
Io ho proposto il piano a quel decrepito rimbecillito di Machperson, io ho studiato
ogni minimo dettaglio. Quell’idiota non avrebbe mai concepito un’idea
così geniale.”
Si fermò nel mezzo della stanza, e le rivolse un’occhiata di brace,
riuscendo a dominarsi solo in parte.
Quando parlò di nuovo la sua voce era più dolce, il tono più
affabile ed accattivante.
“Ho ordinato che l’altra cacciatrice, la ribelle, la traditrice,
vena uccisa. Così si attiverà una nuova slayer. La mia cacciatrice.
Lei eseguirà i mie ordini, lei mi porterà al potere. Sarà
il mio flagello e la mia arma. Sarà letale e fedele. Il Consiglio mi
riverirà ed amerà, e saranno quegli stolti a chiedermi di essere
il loro capo, mi supplicheranno di prendere il controllo. Stanno lentamente
perdendo nerbo, potere.... ma io porterò il Consiglio allo splendore
di un tempo. E tu sari accanto a me quando avrò il potere. Tu sari mia.”
Buffy lo guardò imperturbabile.
Solo il battito del cuore leggermente accelerato, ma lui non poteva accorgersene.
“Mmm, piano davvero ingegnoso. Mi correggo non sei quasi matto, sei pazzo
del tutto: proprio andato. E se anche tutto il resto potesse avverarsi, come
pensi di convincermi a.....”
La ristata scrosciante e falsa dell’uomo ,con lo schiocco di una frustata,
la interruppe, sopraffacendo la sua voce stanca.
“Io avrò i tuoi ricordi Buffy, uno ad uno li sottrarrò dalla
tua mente. Io cancellerò la tua vita. E non ci sarà più
nulla prima di me. Non avrai passato, non avrai nulla, all’infuori di
me. Io sarò la tua unica realtà. E mi amerai. Mi amerai come non
hai mai amato. Ed io ti avrò, per sempre.”
Buffy sentì il cuore raggelarsi in una morsa, le parole di quel folle
le mettevano i brividi, la sua lucida e crudele determinazione era incredibile
e spaventosa, così come l’ossessione che trapelava dalla sua voce
rotta, e dal tremito impercettibile delle sue mani, dall’ombra di sudore
che gli copriva la fronte.
Sorrise amara, sfidandolo.
Sfidandolo con il suo sorriso, sfidandolo rifiutandosi di cedere alle sue minacce.
“Oh, interessante. Puoi legarmi, e tenermi prigioniera in un buco, e togliermi
i mie poteri, ma non avrai mai me. Non sarò al tuo fianco senza catene.
Se anche potessi cancellare i mie ricordi non potrai mai cancellare i miei sentimenti,
quello che provo per le persone a me care. E non avrai mai il mio cuore, perché
il mio cuore non mi appartiene. Il mio cuore se l’è portato via
tanto tempo fa un uomo che non ho saputo capire.... e perdonare.... con la ragione
almeno.... Ma il mio cuore capiva e sapeva: E il mio cuore apparterrà
sempre a lui. E io vivrò in lui.”
James la colpì con violenza.
Uno schiaffo secco e deciso che risuonò nel silenzio dopo le parole della
donna.
Buffy si piegò appena sotto il colpo e tornò subito a rialzare
la testa guardandolo con aria di sfida.
Lui restò a lungo senza parlare, ansimante, furente.
Riprese lentamente il controllo e lentamente una maschera di impassibilità
tornò a regnare sul suo volto.
“Oh, mi spiace, angelo. Mi spiace. Ma mi hai costretto.... Non nominare
mai più quell’immondo vampiro davanti a me.... mai. Lo dimenticherai,
vedrai, lo dimenticherai.....”
Si chinò verso di lei, prendendola con dolcezza ma fermamente per le
spalle.
“Dimenticherai quella creatura indegna di te, quell’essere orripilante
che ha osato sfiorarti. E sarai mia.... vedrai...”
La baciò.
Buffy sentì lo stomaco contorcersi nel petto.
Le venne la pelle d’oca, mentre era attraversata da brividi di stizza
e di disgusto.
La presa di lui era d’acciaio, le sue labbra come veleno sulla bocca.
Si divincolò con forza disperata.
Colpendolo con l’aiuto di una catena e facendogli sanguinare il naso.
James si ritrasse come un animale scottato.
Con un grido sordo.
Buffy si ripulì le labbra con la mano e sputò.
La sua voce era livida.
“Non farlo mai più.”
Lui inaspettatamente rise....
Una risata raggelante e sinistra.
Segnata di follia.
Scosse il capo, asciugandosi il sangue che gli colava in un fiotto sottile dal
naso con un fazzoletto bianchissimo.
“Sei indipendente, ma presto non lo sarai più. Dimenticherai......
abbiamo tempo, Buffy, molto tempo....”
Uscì dalla stanza chiudendosi la pesante porta alle spalle e lasciandola
sola.
Buffy fu rigettata nel buio.
Il silenzio era umido e denso.
La sua mente correva veloce alla disperata ricerca di un’inesistente via
d’uscita.
Il volto di Angel le riempiva la mente.
E si aggrappava con tutte le sue forze a quell’immagine.
Uscire di lì... e impedire che Faith fosse uccisa, e....
Ma uscire come...?
Era così sola... e resistere a James l’aveva spossata, distrutta.
Avrebbe dovuto aspettare, ed essere forte.
Molte battaglie avrebbe dovuto combattere ancora contro quell’uomo.
Buffy socchiuse gli occhi, abbandonandosi contro il muro durissimo e freddo.
Cercando di recuperare forze e speranza.
-Capitolo XII "Faith"
Si sentiva un pesciolino fuor d’acqua su quella sedia
così scomoda, in un angolo come se si fossero dimenticati di lei.
La notte era passata gocciolando lenta in una mattina umida ma limpida.
Si era ripresa poche ore dopo l’aggressione.
L’effetto del sonnifero che le avevano iniettato gli uomini del Consiglio
non era durato a lungo.
Le restava solo un terribile mal di testa, che si impennava in fitte dolorose
ogni qual volta compiva un movimento troppo rapido, accompagnate da lampi di
luce davanti agli occhi.
La stanza era insolitamente spaziosa per essere quella di un ospedale, le persiane
tirate lasciavano entrare solo strisce di luce sottili come lame che trafiggevano
migliaia di particelle sospese nell’aria per poi infrangersi sul pavimento
di linoleum di colore indecifrabile.
Il letto era circondato da molte macchine e flebo.
Gli ospedali la mettevano a disagio, le davano un leggero formicolio alla base
dello stomaco, e il manca fiato.
Ma non sarebbe uscita da quella stanza soffocate per nulla al mondo, non si
sarebbe allontanata neppure sotto minaccia di morte.
Ogni minuto che passava la paura che Cordelia le ordinasse di uscire, di andarsene,
di lasciarlo, le toglieva il respiro.
Cordelia o un altro dei suoi amici, una di quelle persone che facevano parte
della sua vita e che lei non conosceva, persone che facevano parte di quella
vita di cui lei non faceva parte...
Invece sembrava che nessuno si accorgesse di lei.
Aveva l’impressione di essere diventata trasparente, un fantasma inconsistente
attraverso cui passavano gli sguardi.
Nessuno le aveva rivolto la parola.
Nessuno si era preoccupato di lei.
Quando si era svegliata un’infermiera si stava occupando di lei.
Ancora prima di capire dove fosse, il suo pensiero era stato uno solo.
Con il cuore che le scoppiava in gola ,e la voce tremante, aveva chiesto alla
donna se insieme a lei avessero portato un giovane uomo, un inglese, un suo.....
amico.
Wesley.
Wesley che le aveva salvato la vita.
Wesley che forse era moto per lei.
Aveva ancora il suo sangue addosso, e il rumore attutito degli spari nelle orecchie.
Faith alzò i grandi occhi neri verso l’infermiera e aspettò.
Come avrebbe aspettato una sentenza di morte.
Aspettò con l’impressione che il tempo si fose bloccato per prendersi
gioco di lei, per straziarle l’anima.
Aspettò con il sapore acre e salato della paura che le impastava la bocca.
E i suoi occhi erano lucidi sotto il velo delle lunghe ciglia.
Il cuore le impazzì incontrollato in petto quando la donna le rispose
che sì, era stato portato un uomo con lei.
Era grava, aveva perso moto sangue, l’avevano operato, ed ora era in prognosi
riservata.
Ma Faith neppure udì distintamente le ultime parole.
Wesley era vivo.... vivo.
Vivo, era l’unica cosa a cui riuscisse a pensare.
Si sentiva invasa da una gioia infinita, calda come un’ondata di sole.
E avrebbe voluto piangere o forse ridere o gridare....
Il ricordo della paura che l’aveva immobilizzata e del battito sempre
più flebile di lui diventarono solo un brutto ricordo, un incubo dai
contorni nitidi e terribili.
Faith era balzata in piedi ignorando le proteste dell’infermiera, si era
strappata la flebo dal braccio ed aveva infilato i suoi vestiti ancora macchiati
di sangue.
Le strada fra il reparto dov’era ricoverata e la stanza di Wesley neppure
se la ricordava.
Si era ritrovata davanti a quella porta chiusa con i battiti a mille e un nodo
in gola.
Aveva osservato a lungo la sua mano appoggiata sulla maniglia come se non le
appartenesse.
Immobile con il rumoreggiare di mareggiata del suo cuore che le rimbombava nella
testa e un filo sottile di sangue che le colava lentamente lungo il braccio
disteso parallelo al fianco e da cui si era strappata l’ago poco prima.
Non era per orgoglio che esitava davanti a quella porta.
Erano le mille emozioni che si accavallavano dentro di lei a confonderla.
Non era mai stata brava con i sentimenti.
Ummm, carino come eufemismo, ma era più corretto dire che aveva sempre
combinato dei casini di proporzioni globali.
E poi non le piacevano i sentimenti.
Almeno alla vecchia Faith non piacevano.
Rendevano deboli, e vulnerabili.
Ma ora era diverso.
Perché lei era diversa.
E poi più vulnerabile di così non sarebbe potuta essere.
Ed era stanca di combattere contro se stessa e quello che provava.
Stanca e sola.
Girò piano la maniglia ed aprì la porta distendendo il braccio.
Gli occhi scuri e cerchiati di Cordelia si posarono all’istante su di
lei.
Faith sostenne lo sguardo.
E pregò che non la cacciasse.
Dimenticando l’orgoglio.
L’orgoglio che aveva già ingoiato stilla dopo stilla, un giorno
di seguito all’altro.
E pur si stargli vicina ,anche se quasi non capiva perché il bisogno
di essergli accanto fosse così forte, avrebbe ingoiato tutto quello che
ancora le rimaneva.
Avrebbe implorato, supplicato Cordelia, se necessario.
Ma Cordelia non aveva detto nulla.
L’aveva solo guardata per un lunghissimo momento, poi era tornata concentrare
la sua attenzione sull’uomo che giaceva nel letto vicino a lei, a cui
teneva una mano.
Faith rabbrividì sotto quello sguardo, e la sua anima si contrasse scottata.
Avrebbe preferito che la ragazza le urlasse contro, che la incolpasse, che la
schiaffeggiasse.
Invece le aveva rivolto solo quello sguardo freddo e distaccato.
Quello sguardo in cui si mischiavano rancore e stanchezza e... pietà.
Quello sguardo che la colpì come un pungo, facendola vacillare.
Aspettò che Crodelia parlasse.
Pregò che lo facesse.
Ma la giovane rimase seduta accanto al letto, immobile.
Dopo un tempo che le parve lunghissimo, Faith entrò, e si sedette in
un angolo.
E tutti si dimenticarono di lei, o la ingorgarono.
Il ragazzo di colore che venne a chiamare Cordelia per parlarle, la giovane
con lunghi capelli castani mossi e grandi occhi da cerbiatta indifesa che si
fermò solo pochi minuti accanto al letto, guardando il ragazzo addormentato
con occhi umidi e lontani.
Nessuno si curava di lei, o del suo dolore.
Sembrava che nemmeno la vedessero.
Ma non importava.. aveva ingoiato orgoglio e dignità.
Era disposta a sopportare il biasimo e la rabbia nei loro sguardi, anche se
non aveva creduto potesse far tanto male.
Faith sentì gli occhi inumidirsi, e si morse le labbra per impedirsi
di piangere. Lei non piangeva, giusto?
Alzò gli occhi sul letto di fronte a lei.
Wesley dormiva, ancora sotto l’effetto dell’anestesia.
Era mortalmente pallido, ed il viso era tirato e livido.
Ogni volta che lo guardava Faith sentiva una fitta al cuore.
E non si chiedeva neppure più il perché.
Accarezzò il volto del ragazzo con lo sguardo, mentre il ricordo dei
suoi occhi dolcissimi le tornava alla mente, facendole tremare il cuore, ma
anche riempiendola di tristezza e del fiele del rimpianto.
Un tempo non aveva dato importanza ai suoi occhi, o al suo viso, o alle sue
mani, o al suo sorriso tenero e discreto.
Era stata solo rabbia cieca e furibonda, rabbia che si era riversata su di lui.
Eppure adesso ricordava come luce il suo sorriso in quelle fogne squallide,
un sorriso solo per lei, un sorriso rivolto a lei, che le aveva toccato il cuore,
e come balsamo la sua voce e le sue parole.
E il cuore le balzava ancora in petto al pensiero che lui non la odiasse, che
lui fosse preoccupato per lei.
Sentì un tenue sorriso farsi strada verso le sue labbra, e il desiderio
di poterlo proteggere dal mondo intero... sembrava così fragile... e
solo quasi quanto lei in quel letto di ospedale...
Il desiderio di stringerlo a sé e trovare riposo fra le sue braccia ,e
pace, e chiedere perdono senza bisogno di parole per il dolore, e per gli sbagli,
e difenderlo da tutto come un tesoro prezioso.
Quei pensieri la confondevano, le toglievano il fiato.
E di nuovo lei ,cacciatrice impavida ed indomita, aveva paura.
Paura dei suoi sentimenti.
Paura di illudersi di poter toccare la luce e poi essere ricacciata indietro
fra le tenebre.
Paura di desiderare un frammento di serenità che non meritava... ma lei
non aveva mai avuto niente, ed era sempre stata sola.... ed adesso voleva così
disperatamente che fosse vero...
Aveva paura sì, ma quella paura le era dolce e cara.... e la custodiva
dentro di sé, aggrappandosi ad essa....
Così come il sorriso del ragazzo che adesso giaceva in quel letto spoglio.
Tornò lentamente cosciente.
Rompendo i molti strati sottili come veli che avvolgevano la sua mente.
Recuperò gradualmente consapevolezza.
Era vivo... vivo e dolorante.
Prima ancora che la luce ferisse i suoi occhi , i suoi pensieri corsero come
cavalli impazziti a Faith.
A quello che le poteva essere successo.
All’idea che gli uomini del Consiglio l’avessero presa gli parve
di diventare folle di rabbia e di paura.
Ricordava come una vampata di fuoco nella mente i suoi bellissimi occhi pieni
di gratitudine incredula e di risolutezza mentre le diceva di andarsene....
Ricordava il suo sorriso incerto quando le aveva parlato, e la malinconia struggente
del suo sguardo.
Ricordava l’incantesimo della sua presenza, e la bellezza pallida e discreta
che emanava e che la avvolgeva come un’aurea di morbida luce lunare.
Ricordava che avrebbe voluto accarezzare i suoi lunghi capelli, e sussurrarle
che non sarebbe stata sola mai più... che le sarebbe rimasto accanto.
E poi il buio, e il terrore di averla persa... di nuovo.
Non era riuscito ad essere né una guida né un maestro per lei,
ed ora forse aveva perso anche la possibilità di essere un amico o....
o qualcosa di più.
Faith.
Non poteva essere morta.
Bella, vitale, forte Faith.
Le sue labbra secche si mossero piano pronunciando in maniera inudibile il nome
della ragazza, mentre riapriva gli occhi e cercava di mettere a fuoco.
Cordelia ,con un sospiro di sollievo che le alleggerì il petto, si chinò
su di lei, cercando di capire cosa le dicesse.
Faith si tese sulla sedia.
Era un fascio di nervi, e il cuore le batteva così forte da assordarla.
Wesley identificò la figura sfuocata di Cordelia, che sorridendo gli
parlava piano.
Faith credette che il suo cuore si sarebbe fermato, o spezzato...
Incontrò per un istante gli occhi azzurrissimi del ragazzo.
Così stanchi, sfiniti, spossati e sofferenti, eppure così meravigliosi,
così dolci così rassicuranti.
Si era svegliato... stava meglio... un groppo in gola le tolse il respiro.
Scattò in piedi come una molla, ed uscì di corsa, in sielnzio.
Wes non riconobbe la figura in ombra in fondo alla stanza.
Non la distinse neppure.
Cordelia sorrideva, sollevata e felice.
Completamente dimentica di Faith.
“Oh, Wes, mi hai fatto prendere uno spavento! Ero terrorizzata!Ho avuto
delle visioni, su di voi nelle fogne... Ti avrei anche avvistato se tu ti fossi
degnato di tenere acceso il cellulare... Bè, non importa. Per fortuna
stai bene! Come ti senti? Ancora stordito? Forse è meglio che chiami
un dottore..:”
La ragazza fece per alzarsi ma Wesley la trattenne debolmente.
“Io sto bene, Cordy........ Faith?”
E in quell’unica parola erano nascoste mille domande.
In quell’unico nome erano racchiusi speranza, paura, e mille emozioni
diverse.
Faith.. Faith...
Cordelia lo guardò stupita per un istante.
Quasi non capendo.
Non capendo la trepidazione nella sua voce, non capendo l’ansia e l’urgenza
del suo tono.
Non capendo il mare in tempesta che si agitava nei suoi occhi.
Solo un istante.
Poi sorrise.
Tornò accanto al letto, e versò un bicchier d’acqua per
far bere Wesley.
“Faith sta bene. Lei è rimasta sempre q....”
Si girò per indicare il punto dove la cacciatrice era stata seduta fino
a pochi attimi prima.
Interruppe la frase, notando la sedia vuota.
Wesley respirò.
E le sembrò che fosse il primo respiro da quando si era ripreso, da quando
l’aveva vista portare via.
-Faith sta bene-
Si rilassò contro i cuscini, chiudendo un momento gli occhi.
L’aveva salvata... aveva sempre fallito con lei, ma non stavolta, non
adesso che era così importante.
L’aveva salvata.
Il mondo riprese lentamente a scorrergli normalmente intorno, il tempo a fluire.
“Oh, deve essere uscita poco fa, non l’ho sentita. Poi la cerco,
se vuoi vederla. Ma dovresti riposare.... adesso però chiamo un dottore.”
Cordelia uscì lasciandolo solo.
Con tutti i dubbi e le incertezze, ma con la sicurezza che lei stesse bene.
Faith.
Perché gli importava tanto?
Non perché ne era responsabile come lo era stato una volta.
Non per dovere, o per obbligo, o per correttezza.
Non più.
Era al suo cuore che importava, non al suo cervello... che lei stesse bene,
che lei fosse viva... che lei sorridesse.
Con quel sorriso acceso e disarmante.
Con quel sorriso da togliergli il fiato.
Con quegli occhi così soli.
Sì, gli importava di Faith, e non c’era una ragione precisa.
Era stato pronto a dare la sua vita per lei, e non era semplice altruismo.
Era una cosa che ancora lo stupiva e spiazzava e spaventava ancora troppo per
dargli un nome.
In quel momento importava solo che lei stesse bene.
Avrebbe voluto vederla, anche solo per un attimo.
Solo il suo sorriso.
Solo i suoi occhi scuri.
Senza bisogno di scuse o di parole.
Vederla, e lasciarsi andare nel sollievo di saperla salva, nella strana, inconsueta
dolcezza di averla accanto.
Faith si appoggiò con la schiena e le braccia al muro.
Chiuse gli occhi e riprese fiato dopo la corsa.
Nel parcheggio dell’ospedale brillava un sole invernale e freddo, ma luminosissimo.
L’aria era limpida, e il cielo lavato e spazzato dal temporale della notte
precedente
Faceva fresco e umido.
Ma lei non se ne accorse.
Anche se non aveva la giacca.
Era corsa fuori come un fulmine, senza fermarsi, senza guardare indietro, urtando
cose e persone lungo il cammino.
Correva come se fosse inseguita.
Correva per scappare al nodo che le serrava la gola e alle lacrime che le bagnavano
la pelle, ma non poteva fuggire se stessa.
Non più, non come aveva fatto fino ad allora.
Le lacrime scorrevano copiose sulle sue guance, e scivolavano giù lungo
il collo, alcune giungevano a terra, sull’asfalto nero.
Gocce di luce dagli occhi.
Lacrime che si affollavano fra le ciglia, e inondavano il viso, e si trasformavano
in un mare di dolore e di gioia, di paura e di sollievo al tempo stesso.
Tutta la tensione, e la solitudine, le erano crollati addosso.
E lei non riusciva più a contenere tutte le emozioni, ad arginarle dentro
di sé.
Le lacrime si trasformarono in singhiozzi incontrollati e disperati.
Senza che lei se ne preoccupasse.
Il pianto la scavava, e la purificava, lei stessa era pianto e lacrime.
Nel pianto tutto si scioglieva e si alleggeriva.
Il pianto la liberava dal peso che le gravava il cuore, dalla paura, dall’anisa.
Lei che non piangeva.
Lei che stava versando fiumi di lacrime.
Lacrime che sapevano di liberazione, e non di sale.
Lacrime colme di amore e di passione.
Pianse ancora e ancora.
Pianse per sé, per gli errori, per le cadute e le risalite, per chi ancora
si fidava di lei....
Pianse e lasciò che le lacrime scorressero,e cancellassero tutto.
Non erano lacrime di dolore... non solo... faceva male piangere... ma non erano
lacrime di dolore.
Lacrime per essersi lasciata alle spalle tutto quello che era stata.
Lacrime per ricominciare.
Lacrime per trovare il coraggio di vivere e di amare.
Lacrime per essere forte, perché essere forte, perché essere forti
non vuol certo dire impedirsi di piangere o di provare emozioni
Essere forti voleva dire affrontare la vita, giorno dopo giorno, e i sentimenti.
Voleva dire avere il coraggio di mostrarsi per quello che si è, senza
maschere, e rischiare per mettersi in gioco.
Forte... forte, lei non era mai stata forte... semplicemente sola e spaventata...
non forte.
Ma avrebbe cercato di diventarlo... la nuova Faith avrebbe avuto il coraggio
per diventarlo... e per mettersi in gioco.
Quelle lacrime erano uno dei primi passi consapevoli verso la vita.
Verso una nuova vita.
Che l’avrebbe ancora fatta soffrire ed ingannata, ma che poteva anche
essere piena di luce e di calore.
Pianse Faith, fino a quando non si sentì vuota e prosciugata.
Pianse libera di farlo, e leggiera come spuma sulla cresta di un’onda.
Lontana da sé, e dal dolore.
Pianse di gioia.
Pianse luce e divenne luce, perché lasciò che la luce del suo
cuore la invadesse, e scorresse nel suo sangue, e le arrivasse agli occhi e
alle labbra.
La luce che si era fatta strada nel suo cuore, e l’aveva colmato.
La luce di un amore che aveva così paura di provare, ma che non poteva
combattere.
Luce che la attraversava e la trasfigurava.
Cancellando come un mare il passato, e le ferite.
Lacrime e luce.
Le lacrime di Faith, e il suo amore così nuovo, così incredibile,
così travolgente.
Quell’amore che le dava coraggio, e dolcezza, e calore.
Pianse Faith, e le lacrime erano un sollievo per la sua anima.
Pianse Faith, e con le lacrime cristalline scorreva il tempo.
Scivolandole addosso silenzioso, trascinando il sole pallido lungo quel cielo
così azzurro da sembrare scorticato.
Piano il globo rosso fuoco rotolava nel suo cammino, rosicchiando l’ombra
che le faceva l’edificio.
Ormai quasi al tramonto invadeva il parcheggio ,situato ad ovest, e le era di
fronte, illuminandola con raggi perpendicolari al suo corpo.
Invadendola di luce limpida e morbida, calda.
Illuminando le sue lacrime e i suoi occhi, la sua pelle chiara che sembrava
essere trasparente di luce e i suoi capelli che si accendevano con rilessi di
seta.
Bellissima.
Così eterea da sembrare un angelo in quel bagno di luce.
E lacrime come ali per volare lontano.
Lacrime trafitte di luce, luminose come diamanti e stelle.
Bellissimi i suoi occhi scuri, velati dalle lunghe ciglia, come dai petali di
una rosa, attraversati di luce che arrivava fino all’anima e veniva dall’anima.
In un incontro che era un’esplosione, un abbraccio, perché Faith
stessa era luce.
Bellissima, come non lo era mai stata... perché era diversa... perché
aveva aperto il cuore.
Rimase avvolta dalla luce e sorrise al sole e a se stessa.
Sorrise per chiudere il passato alle sue spalle.
E scoprì che era dolce sorridere.
Chiuse gli occhi, e il sole era sulle sue palpebre.
Scivolò piano contro il muro, e si sedette in terra.
Anche se l’asfalto era freddo e duro.
Tremava leggermente.
I singhiozzi erano passati.
Restava solo qualche lacrime isolata.
La luce scemava lungo l’orizzonte.
Il cielo era traslucido e di molti colori.
L’aria pungente le asciugò le lacrime.
Si sentiva sfinita.
Il petto così pieno di emozioni mai provate, mai accettate, che le doleva.
I suoi pensieri correvano.
Sapeva amare, lei...?
Un tempo aveva creduto di amare Angel.
Angel che si era fidato di lei.
Angel che l’aveva aiutata.
Aveva creduto di amarlo.
E quando tutto era crollato, e si era frantumato in mille pezzi, come uno specchio
infranto, i cui frammenti le si erano conficcati nella carne, e l’avevano
ferita, tagliata, lacerata, lui era stato tutto quello che rimaneva.
La sua l’unica mano che si era tesa verso di lei.
Forse l’aveva amato davvero, o forse no .
C’era ancora tanta rabbia in lei allora.
E solitudine, e paura.
Ed Angel era lì.
Un sogno reale anche se impossibile.
E credere di amarlo era stato facile.
Ed aveva dato un senso ai lunghi giorni tutti uguali, tutti così duri.
Aggrapparsi ai sentimenti che erano stati di una ragazzina per non annegare....
anche adesso che era diventata una donna.
Così cambiata, così cresciuta.
Lei non lo conosceva l’amore... nessuno l’aveva mia amata...
Ma esistevano le istruzioni per l’uso...?
Era strano, difficile.... scoprire di amare..... ed era diverso da quello che
aveva provato per Angel.
Angel era stato la sua favola, lei che da bambina non aveva avuto favole da
sognare, né principi, aveva sognato un vampiro con l’anima.
Ed era stata la sua prima, la sua unica favola.
Quello che le bruciava il cuore adesso era reale.
E le incendiava l’anima, e la faceva sentire insicura, ma felice... Amore...
era così essere innamorati?
Era essere pieni di dubbi e di incertezze, e di timori, e sentirsi fragili e
vulnerabili.... ma essere comunque felici? .... Attraversati di luce? Luce che
cancellava l’odio e guariva le ferite.
Luce.
Una luce che prima nella sua vita non c’era mai stata.
Non così forte. Non così vera.
Il cielo era dipinto di molti colori che sfumavano gli uni degli
altri verso l’orizzonte, e il sole era ormai annegato nella laguna dorata
della sua stessa luce.
Ombre diafane allungavano le loro dita sottili nell’aria, e avvolgevano
la ragazza seduta a terra.
Nei suoi occhi brillavano ancora i riflessi del tramonto che si stava spegnendo,
e il suo sguardo era lontano e malinconico.
La solitudine ,sua fedele compagna, la avvolgeva come un mantello.
Ascoltava i suoi respiri, e i pensieri vagavano incerti fra gioia e tristezza.
Il peso del suo breve passato le gravava sulle spalle come centinaia di anni,
e la speranza del futuro era così vaga da non concederle sogni o promesse.
Immersa in se stessa non sentì i passi decisi della donna che si avvicinava.
Tacchi alti e sottili che battevano ritmicamente sull’asfalto lucido,
l’andatura sicura di chi ha fiducia nelle proprie possibilità.
Cordelia si fermò e ,passandosi una mano fra i capelli, si guardò
stancamente intorno.
Si reggeva in piedi per pura forza di volontà, il bellissimo viso era
pallido e segnato di stanchezza, gli occhi rossi e cerchiati.
Stava per tornare indietro, quando scorse Faith rannicchiata contro il muro.
Sospirò e scosse la testa dirigendosi verso di lei.
Non sapeva cosa dirle di preciso... nè sapeva di preciso cosa provasse
nei confronti della bruna cacciatrice.
Si avvicinò, e la vide in tutta la sua solitudine: sentì il cuore
stringersi.
“.......Faith......?”
Occhi immensi come quelli di un bambino, attraversati da mille sentimenti, umidi
e dolcemente lucidi, si alzarono verso di lei.
Non aveva mai visto tanta indifesa dolcezza negli occhi di Faith, né
aveva immaginato che potesse esservi.
“Ti ho trovato finalmente. Ero preoccupata, ti ho cercata dappertutto...”
“Io.... mi dispiace.”
Cordelia si sentì in colpa: per il tono freddo e duro che aveva usato,
per averla ritenuta colpevole di quello che era successo.
Faith sembrava davvero esausta, e fragile.... una persona diversa e consapevole....
Non l’avrebbe più rivista vulnerabile come quella sera....
“Non fa niente. Stai bene....?”
Faith provò a sorridere.
“Sì.... grazie.”
Cordelia si ravviò nuovamente la massa bionda e corta di capelli.
“Mmm, non mi sembra....”
Si portò una mano alla fronte, passandosi le dita affusolate sulla pelle,
ed esercitando una leggera pressione sulle tempie con piccoli movimenti circolari
dei polpastrelli.
Aveva chiuso gli occhi per un momento.
“Fa freddo qui, e umido... Non dovresti stare seduta a terra.”
“Non mi ammalo, io.... non ti preoccupare.”
Cordelia sospirò di nuovo.
“Uhmm, certo, io non mi preoccupo mai.... Tutti uguali voi nati con il
compito di salvare il mondo. Tu, Angel... State male ma non lo dite. Vi distruggete
dentro. E poi pretendete che chi vi sta accanto faccia finta di nulla e non
si preoccupi!”
Faith si alzò, spolverandosi meccanicamente i pantaloni.
“Cordelia... io non volevo...”
Cordelia agitò una mano per zittirla.
“No, scusa. Non volevo metterti a disagio. E’ stata una lunga giornata.
E non è un bel periodo...”
Si massaggiò ancora le tempie.
“Sono un po’ stressata.... E comunque non sono fatti miei”
Faith annuì senza sapere cosa dire.
Gli occhi fissi a terra.
“Rientriamo. A proposito di persone preoccupate.... Wes ti vuoel vedere,
mi ha mandata lui a cercarti.”
Il cuore di Faith impennò, infrangendosi tanto forte contro il suo petto
da far pensare che glielo volesse spaccare.
Il suo sguardo si illuminò mentre lo alzava su Cordelia.
Era leggermente arrossita.
deglutì.
“Davvero?”
Cordelia si ritrovò a sorridere.
“Sì”
Ci pensò un momento prima di continuare.
“Perché sei andata via, prima?”
Sentì Faith trarre un profondo respiro.
“Non ero sicura mi volesse lì.”
“Oh.”
Annuì dirigendosi all’entrata dell’ospedale.
Non terminò la frase -Chissà perché ti è venuta
un’idea simile...-
Non avrebbe esitato a lanciare frecciate alla Faith che conosceva.
Ma la ragazza che camminava accanto a lei non era sicura di conoscerla.
Se aveva deciso di ricominciare, non sarebbe stata certo lei a giudicarla e
condannarla per il passato.
Arrivarono davanti alla porta della stanza di Wesley.
“Bene, eccoci. Non farlo parlare troppo. I medici hanno detto che non
deve stancarsi.”
Accennò con un gesto ai vestiti di Faith.
“Poi ti porto a casa, devo avere qualcosa più o meno della tua
taglia nell’armadio. E avrai anche bisogno di fare un bagno.”
Faith era senza parole.
Stordita dal galoppo del suo cuore e dal comportamento dell’altra ragazza.
Cordelia si limitò ad un piccolo sorriso, poi si voltò, diretta
al distributore d’acqua in fondo al corridoio.
Faith fu presa dal panico per un attimo.
“Tu non vieni....?”
“Mmm, io? No, credo dobbiate parlare. E poi ho bisogno di bere qualcosa
e di rilassarmi un momento. Ci vediamo dopo.”
Agitò la mano ed allungò il passo.
Quando fu sicura che Faith non la osservasse più, cercò in borsetta
il flacone di antidolorifici che si portava sempre appresso.
Prese un bicchiere di acqua e fece scivolare sul palmo della mano due compresse.
Le inghiottì con un gesto rapido.
Bevve l’acqua in un solo lungo sorso, e ne prese un altro bicchiere.
Alzò gli occhi e vide che Faith era entrata.
Sorrise di sfuggita mentre si abbandonava su una sedia e si prendeva la testa
fra le mani, premendo i palmi sulla fronte e sugli occhi che pulsavano di dolore.
Aprire una porta non le era mai sembrato così difficile.
Lei le aveva sempre spalancate le porte, buttate giù a calci.
Adesso le mancava quasi il cuore di farla scivolare piano sui cardini.
Era così nervosa che si sarebbe perfino potuta dimenticare di respirare.
Il cuore ormai aveva rinunciato a controllarlo.
Il cuore ormai era impazzito.
Quel cuore che ormai non le apparteneva più.
Sembrava che il ragazzo fosse assopito.
Wesley.
Il cuore le balzò contro le costole tanto forte da farla sobbalzare.
Era ancora sulla soglia, la maniglia stretta fra le dita serrate e bianche nella
presa.
*Respira*
Chiuse la porta, ed avanzò lentamente verso i letto.
Ogni passo che la portava verso un futuro di luce, e cancellava il destino.
Un altro profondo respiro.
Lui pareva addormentato.
Attenta a non fare il minimo rumore si sedette sulla sedia accanto al letto.
Di nuovo un respiro profondo.
Il ragazzo era molto pallido, ma per il resto sembrava stesse bene.
Bè, bene per come può stare chi si è preso due proiettili
nel torace, ed ha perso molto -troppo- sangue...
Faith sorrise dolcemente, riuscendo a dimenticare ,nonostante tutto, la preoccupazione,
la preoccupazione, e l’ansia, e la paura, e riuscì a godersi quel
momento di pace, ora che la tempesta della sua vita sembrava essere passata:
ora che era accanto a lui.
Forse la tempesta si era solo placata... ma non aveva importanza, solo lui ne
aveva in quel momento.
Lui e quello che le avrebbe detto, parole di cui aveva cos’ bisogno e
paura allo stesso tempo.
*Fa che non mi sia illusa... fa che non abbia di nuovo sbagliato tutto....*
Esprimendo quel desiderio serrò le palpebre, mentre il suo respiro si
confondeva in quello di lui.
Quando riaprì gli occhi incontrò quelli di Welsey.
Le tolsero il fiato.
Mari azzurrissimi... in cui avrebbe voluto affogare, in cui si era già
persa.
Sorprendendola, il suo cuore prese a battere ancora più forte, quanto
non avrebbe creduto possibile.
Le sembrò passasse il tempo di una vita, ed era solo un secondo.
Non se ne era resa conto, ma stava ancora sorridendo, e il suo sorriso era ancora
pieno della luce del suo animo.
Wesley la osservò in silenzio, senza rompere l’incantesimo di quell’attimo.
Come luce accanto a lui.
Aveva il capo appena reclinato all’indietro e gli occhi chiusi, lunghissime
ciglia che ombreggiavano le guance, un sorriso così dolce e puro da entrargli
nel cuore, e da scaldargli l’anima con il suo calore.
Bella..... come rinata.
Faith, accanto a lui.
Faith.
E solo quel nome gli sconvolgeva l’animo.
Così tanto, così fortemente, da lasciarlo spiazzato.
Così tanto da non riuscire ancora a capire il perché...
C’erano ancora molte barriere fra loro, troppe cose non dette, e un passato
pieno di ferite.
Nonostante questo averla accanto in quel momento era tutto quello che voleva.
Anche senza capire.
Anche senza un motivo.
Anche senza dare un nome a quello che provava.
Averla accanto, e sentire sulla pelle la sua luce.
La luce di Faith, che un tempo era stata oscurità e rabbia.
Un secondo solo, il tempo che era servito ai loro occhi per incontrarsi, alle
loro anime per trovarsi.
Un secondo, e dentro di loro mille domande si erano già infrante, e mille
dubbi erano sorti ed erano già stati dimenticati nella dolcezza degli
occhi dell’altro.
Nessuno parlava.
Un naufragio senza inizio e senza fine, perdersi indefinitamente negli occhi
l’uno dell’altra, e lasciare che il tempo li dimenticasse, perché
non vi erano più né tempo né spazio, ma solo loro, e gli
oceani di solitudine delle loro anime che si incontravano e si fondevano l’uno
nell’altro.... senza fine.
Il silenzio era morbido e avvolgente, e luminoso della luce scintillante degli
occhi scuri della ragazza.
Le parole avrebbero potuto rovinare tutto... non erano ancora pronti per le
parole....
Solo i loro occhi intrecciati, e la pace di essere vicini.
Una pace di fuoco, che calmava l’anima, ma incendiava il cuore.
Faith. Faith, occhi grandi di bambina, occhi stupendi di gatta, occhi di chi
ha sofferto, occhi di chi sta imparando ad amare.
Occhi che erano un incantesimo di perfezione.... e l’avevano stregato
e incantato, e ammaliato, e catturato.
Faith.... possible amarla?
La logia di Wesley, e la sua ragione, sobbalzarono a quel pensiero, a quella
parola.
E il ragazzo sentì il bisogno di rompere il silenzio, e con esso l’incantesimo
dei suoi occhi.
Rompere il silenzio per fuggire da lei, e da quello che provava....
Parole, solo parole per riempire l’aria, ed allontanare i suoi occhi che
gli toccavano l’anima.
Parole, non importava cosa.
Perché amarla era così incredibile.... e ancora non riusciva ad
accettarlo....
Perché amarla era pericoloso....
La guardò con più attenzione, abbandonando i suoi occhi meravigliosi.
Si rese conto che era molto pallida, e che le guance erano lievemente rigate
di lacrime.
I suoi occhi erano rossi come quelli di chi ha pianto di recente.
Lacrime.... per lui?
Perché il cuore gli balzava nel petto....
Perché per lei...?
Faith, dolcissima Faith, all’improvviso così indispensabile.
“Faith...... stai bene?”
Lei deglutì, cercando di recuperare la voce.
“Mi hai salvato la vita....”
*Mia hai salvato la vita* niente di più banale!!!
Ma quasi non riusciva a parlare, come se avesse la lingua fatta di piombo....
Avrebbe voluto dirgli che era morta di paura... che si era disperata all’idea
di perderlo... che era innamorata...
Ma aveva detto solo -mi hai salvato la vita- , neppure un grazie.....
Si sentiva così stupida.... così imbarazzata...
Wesley sentì il cuore mancargli al suono della sua voce.
Quella voce che vibrava di mille cose non dette e di mille emozioni.
“Sì, io.... ecco.. volevo solo dirti... grazie...”
Lui sorrise timidamente.... adesso il silenzio era carico di imbarazzo....
Il silenzio era imbarazzante, e pesante.
Sembrava che accentuasse le barriere fra loro, che li separasse, li allontanasse.
Era un silenzio strano, e surreale.
Un silenzio che sembrava voler ricordare loro quello che erano stati e che li
aveva divisi.
I ruoli, le convenzioni, la rabbia, l’odio...
Un silenzio che graffiava, e sussurrava malignamente...
Ma nel silenzio ostile i loro occhi continuavano a parlarsi.
A intrecciare i passi di una danza che conoscevano loro due soltanto... solo
i loro cuori.
I loro occhi si cercavano, e le loro anime si perdevano.
I loro occhi parlavano con le parole del cuore, e le loro anime gridavano quello
che le bocche sembravano rifiutasi di dire.
I loro occhi erano avvinti in un abbraccio dolcissimo, incantati gli uni negli
altri.
Le chiare profondità di quelli di lui e i vortici scuri, ardenti di quelli
di lei, si fondevano gli uni negli altri, come mari che si incontrano.
E si annullavano dimenticando dove iniziava l’infinità dello sguardo
dell’altro e dove finiva la propria.
Come se le loro anime si fossero confuse, e unite, perse l’una nell’altra.
Come se non esistessero più Faith o Wesley, ma loro due insieme.
E tutto questo era bello, sublime, ma allo stesso tempo spaventoso.... perché
lei si sentiva ancora così fragile... perché lui non era pronto
, o almeno credeva di non esserlo, a dimenticare il passato...
Eppure quello che sentivano andava oltre la ragione, oltre la logica, oltre
la volontà.
Quello che sentivano bruciava e ardeva nel petto e travolgeva tutto quello che
trovava sul suo cammino.
Silenzio... e i minuti scivolavano lenti e contorti attorno a loro, come una
pioggia densa e vischiosa.
Faith sentiva il cuore sul punto di esplodere.
In quel silenzio crudo le tornavano in mente immagini di fuoco e di sangue,e
lo scintillio sinistro di lame affilate, e il rumore sordo di un pungo che affonda
nella carne.
Un’ondata di panico la invase, e ricordò con nitidezza impressionante
la sensazione del sangue sulle mani.
Il suo colore, la sua consistenza, il suo odore.
Prese affannosamente fiato.
Il sangue di Wesley.
Sulle sue mani... sulla sua anima.
E il volto tumefatto del ragazzo, in cui gli occhi assurdamente sembravano essere
ancora più azzurri, ed erano fissi su di lei, le trasmettevano odio,
disprezzo...
E le ferite.... le ferite che lei gli aveva inferto.
Come un animale che gioca con la sua preda, ma con quel piacere e quella consapevole
crudeltà che sono propri solo degli uomini.
I ricordi le si affollarono nella testa come flesch dolorosi, come lucide, terribili
allucinazioni... e le tolsero il fiato, e la speranza.
Cercò di riprendere il controllo,di calmarsi.
Ma il rimorso per quello che aveva fatto non la abbandonò.
Né l’avrebbe mai fatto.
Da una parte l’unica cosa che desiderava era davvero chiedergli scusa.
Scusa mille volte, scusa fino a consumarsi le labbra, scusa fino a esaurire
le lacrime e le suppliche e il fiato.
Dall’altra sentiva di non meritare nessun perdono.
Sentiva di non avere il diritto di chiederlo...
Incapace di sostenere ancora il suo sguardo, abbassò lo sguardo, fissandosi
le mani raccolte in grembo.
Wes lesse il panico e poi il dolore nei suoi stupendi occhi scuri.
Quegli occhi in cui brillavano riflessi di luna capaci di incantarlo.
Con un gesto istintivo allungò una mano, e le sollevò dolcemente
il mento, per poter di nuovo guardarla negli occhi.
Quegli stessi occhi di cui si era innamorato.
Le sorrise con il desiderio di cancellare la pena da questi ultimi, e dal suo
cuore.
Faith non aveva detto nulla, ma Wesley sapeva come si sentiva, sapeva cosa le
passava per la mente.
Perché leggerle dentro.
E non voleva, non voleva assolutamente che lo pensasse.
Perchè non era vero.
Non la odiava, non l’aveva mai odiata.
E non provava disprezzo per lei, né rancore.
Non gli importava più del passato, di quello che era successo.
Quella che aveva davanti non era la ragazzina folle di dolore che l’aveva
rapito e torturato, era una donna che aveva sofferto e pagato mille volte per
i suoi errori.
Una donna che voleva essere amata, ed aveva paura di chiederlo.
Paura di essere respinta.
Wesley sorrise, e si dimenticò in un istante di tutti i dubbi, vinto
dalla dolcezza infinita dei suoi occhi.
Faith, così fragile mentre si illuminava di gioia leggendo il perdono
negli occhi e nel sorriso di lui.
E i suoi occhi si fecero trasparenti di lacrime ribelli, lacrime di gioia.
Lui continuò a sorriderle.
“Wesley, io...”
Lui asciugò con un dito la lacrime solitaria che scendeva lungo la sua
guancia, e le accarezzò dolcemente il viso, indugiando sulla pelle di
seta della ragazza.
“Ssh.. ssh... Non mi devi dire niente.. Avremo molto tempo per le parole,
tutto il tempo che volgiamo... Non piangere Faith, non voglio vederti piangere..
mai più. Il tuo sorriso è troppo bello, tropo luminoso per essere
offuscato dalle lacrime. Hai sorriso così poco, in passato... Credi...
che riuscirò a farti sorridere più spesso d’ora in poi...?”
Faith credette che il cuore le sarebbe esploso davvero.... se essere felici
,al settimo cielo, era così... bè era troppo.. troppo per essere
espresso a parole, troppo per essere descritto, troppo per essere solo pensato.
Sorrise.
E non c’era ombra di tristezza o di malinconia in quel sorriso.
Il silenzio cadde a pezzi attorno a loro, perché adesso erano le loro
anime a parlare, a urlare, a riempire l’aria di mille parole d’amore.
Wesley la attirò gentilmente a sé, E Faith si accoccolò
fra le sue braccia, sul letto accanto a lui.
La voce della ragazza fu solo un sussurro, e un sorriso.
“Grazie.”
Lui le posò un bacio leggero fra i capelli, e la strinse forte, come
se non volesse lasciarla andare mai più.
Rimasero così a lungo, senza bisogno di parole.
Faith pensò che se esisteva il paradiso, doveva essere molto simile alla
pace di quel momento.
Quel momento senza pensieri, fatto solo di tenerezza, del calore rassicurante
dei loro corpi vicini, della certezza di amarsi.
Una certezza che era deflagrata in loro con una forza devastante.
Era dolce lasciarsi coccolare e cullare, e perdersi nel ritmo accogliente della
mano di Wesley che le accarezzava i lunghi capelli.
Bello.. come essere sospese nel tempo in un limbo di dolcezza e serenità,
e amore.
Faith lasciò che le emozioni della giornata e della notte precedente
scivolassero lentamente via da lei.
Si abbandonò contro il petto di Wes, sospirando inudibilmente, consapevole
soltanto del senso di pace e di sicurezza che le dava la sua presenza accanto
a sé, e del calore della sua pelle, del battito del cuore su cui era
appoggiata.
Si addormentò.
Wesley rimase incantato ad osservarla, attento perfino a non respirare troppo
forte per paura di svegliarla.
Era bellissima, lì addormentata fra le sue braccia.
Con un’aria indifesa da bambina, il volto di porcellana come quello di
una bambola rilassato e sereno, le ciglia lunghe e scure che ombreggiavano le
guance.
Gli ricordò la principessa di qualche favola, preda del magico sonno
di un incantesimo.
La sua principessa.
Sorrise, sfiorandole la fronte con le labbra.
“Sei al sicuro adesso, amore... sei al sicuro..”
Voleva proteggerla, e amarla.
Amarla così tanto da farle dimenticare tutto il dolore e la solitudine
che avevano segnato il suo passato.
Voleva cancellare una ad una le ferite della sua anima, lenirle con i suoi baci
e con le sue parole.
Faith si mosse leggermente, sistemandosi meglio, un lieve sorriso che le increspava
le labbra.
Di nuovo, lui le posò un bacio leggero sulla fronte, e sugli occhi chiusi.
“Dormi adesso, angelo mio. Non sei sola... non lo sarai mai più.
Sono accanto a te... e ci sarò sempre...”
Wesley appoggiò una guancia sul capo di lei, e chiuse a sua volt a gli
occhi.
Cordelia sorrise, e facendo un passo indietro riaccostò
con delicatezza la porta.
Le ultime parole di Wesley l’avevano quasi commossa.
Non che avesse intenzione di spiarli, voleva solo portare Faith a casa a farsi
un bagno.
Ma poi li aveva visti lì, stretti sul letto, e aveva deciso di non disturbarli.
Uscendo dall’ospedale sentì il cuore leggero e una strana voglia
di sorridere.
Quasi due insieme erano una delle poche cose che andavano per il verso giusto
negli ultimi tempi.
Guidando mentre tornava a casa, tenne la capotte della macchina abbassata, per
lasciare che il vento scompigliasse i suoi corti capelli biondi.
Respirò a pini polmoni l’aria fredda della notte, nella speranza
che lenisse almeno in parte il dolore alla testa.
La radio accesa suonava vecchie canzoni d’amore.
Ingranò la quinta e allungò una mano per alzare il volume.
Lasciò che il vento si portasse via un po’ delle sue preoccupazioni.
Ascoltò il ritmo della notte, e si concesse una buona dose di romanticismo
pensando a Wes e a Faith , e al possibile futuro che avrebbero avuto insieme.
Era felice per loro.
Un poco di serenità se la meritavano proprio.
Wesley aveva bisogno di qualcuno da amare, qualcuno che lo apprezzasse davvero.
Faith aveva bisogno di essere amata, e di qualcuno che le desse equilibrio e
fiducia.
Era pronta per cominciare da capo, ed avrebbe potuto farlo con accanto la persona
che amava.
Faith era forte, appassionata, vitale: quello che ci voleva per Wes...
Soprattutto dopo la delusione di Fred.
Fra l’altro la ragazza e Gunn erano stati insieme un mese soltanto.
Eppure Wes ci era rimasto male... anche se adesso Cordelia era più convinta
che mai che nel suo cuore ci fosse già Faith. doveva solo rendersene
conto.
Cordy parcheggiò la decappottabile di Angel sotto casa ed entrò
senza neppure accendere le luci.
Si appoggiò con le spalle alla porta ,la testa dolente fra le mani, e
riprese fiato.
Era molto stanca ,sfinita, ma sapeva che non avrebbe dormito.
La cefalea era troppo forte, troppo mordente per permetterglielo.
sospirò e si diresse al frigorifero.
Lo aprì, ma il suo stomaco protestò violentemente alla sola idea
del cibo.
Prese solo un abbondante bicchiere di acqua con cui mandò giù
altre due pastiglie.
Si sdraiò sul letto ancora semi vestita.
Aveva la schiena indolenzita, una stanchezza generale che le pervadeva le membra.
Si stiracchiò un poco, preparandosi a fissare nel buio il suo soffitto.
“Sono ufficialmente distrutta.
E ,a dirla tutta, sono anche un po’ stufa.
Passo le mie giornate, e buona parte delle mie notti, a preoccuparmi per gli
altri. Angel, Connor, Wesley, Faith, Buffy, Dawn. Naturalmente senza che nessuno
mi dica mai uno straccio di grazie.
E per di più la maggior parte delle volte non riesco a risolvere nulla...
Angel ormai ho quasi rinunciato a capirlo, e lui non parla quasi mai...
L’evento più entusiasmante dei miei giorni sono le visioni. E questo
fa capire quanto in basso io mi sia ridotta!
Ormai non ho pi una vita sociale.
Hai idea di quanto tempo è che non esco con un ragazzo?
MM, bè questo non è solo colpa di Angel e di tutto il resto...
No, per inciso è tutta colpa tua!
Non provare a pensare che straparlo.
Sono stanca e insonne, avrò pur il diritto di sfogarmi?!!
Colpa tua, perché sono ancora innamorata di te.
Di te, che non mi hai neppure mai chiesto di uscire.
E mi manchi, dannazione! Ogni giorno di più... quando sono sfinita, o
giù di morale, o triste...
Tutto quello che mi hai lasciato sono delle visioni correlate da terribili mal
di testa.
Visioni che non mi possono tenere compagnia, né riscaldarmi il cuore
quando sono triste o sola.
MI sento sola sempre più spesso.
E ho bisogno di te come non avrei mai creduto fosse possibile.
Vorrei sapere dove sei, Doyle, e se mi senti.
Se mi senti potresti anche rispondermi ogni tanto...
No, non è che sono arrabbiata con te.
Però, però... insomma, tu non eri un eroe. Non è un mistero.
Tu eri.. bè, tu eri tu: unico e meraviglioso. Dolce, generoso, altruista,
perfino coraggioso. Ma non avevi la stoffa del grande eroe... ti andava stretto
come ruolo. E poi parlavi troppo per essere un eroe. E allora mi domando perché
hai dovuto esserlo proprio alla fine, un eroe... Lo che non c’era scelta.
Però... però non è giusto.
Però mi fa male. Ogni giorno di più. Fa male la tua assenza. E
la mancanza del tuo sorriso, fa male.
Non è giusto... ti ho avuto per così poco tempo.
Neppure il tempo di accorgermi che ti amavo.
Neppure il tempo di un bacio come si deve....
Certo, sei dentro di me, ogni tuo gesto, ogni tuo sorriso, ogni tuo sguardo
lo è: eppure mi manchi da morire.
Ti vorrei più, vorrei che di te mi fosse rimasto di più: più
tempo, più ricordi, più parole, più sorrisi, più
abbracci....”
Cordelia sospirò e chiuse gli occhi per un momento, come per fermare
delle lacrime che erano gia pronte a scendere.
Cercò di sorridere.
Perché lui non l’avrebbe lasciata piangere, perché lui l’aveva
sempre fatta ridere.
“Sai, Wesley e Faith si sono innamorati.
E si metteranno di sicuro insieme.
Chi l’avrebbe detto, vero?
Sono così diversi... ma sono una coppia ben assortita.
Credo che sarebbe stato più o meno quello che avrebbero detto di noi..
non trovi? Se ci fossimo messi insieme intendo...”
La sua voce era così dolce, come sempre.
Amava la sua voce.
Amava tutto di lei.
I suoi immensi occhi castani, e il profumo dei suoi capelli.
La curva aggraziata del suo collo, e la sua risata cristallina.
L’aveva stregato fin dal primo momento, dal primo sguardo.
Le sue parole gli erano arrivate al cuore, come ogni volta, e lo ferirono, come
ogni volta, perché non poteva risponderle, né farle sentire che
era accanto a lei.
Doyle si sedette sul letto, e le passò delicatamente le dita fra i capelli,
per poi seguire il contorno del suo viso ed accarezzarlo teneramente.
Chiuse gli occhi per un istante, immaginando di poter sentire realmente la consistenza
e il calore della sua pelle, la morbidezza e la setosità dei suoi capelli,
e che lei potesse sentire il tocco della sua mano.
Ma lei non poteva né vederlo né sentirlo, e lui non aveva né
corporeità, né forma.
Tornò a guardare la donna che amava, e le sorrise.
Se solo fosse stato in suo potere l’avrebbe privata di ogni suo ricordo,
pur di non vederla soffrire.
Ma non poteva fare neppure quello, poteva solo soffrire con lei, senza che lei
lo sapesse.
si chinò paino, e le baciò la fronte, gli occhi, sussurrò
qualcosa al suo orecchio perché si addormentasse.
Solo quando fu sicuro che lei dormisse, si alzò, e si allontanò.
Strano destino il suo, vegliare su di lei, su quelli che erano stati i suoi
amici, soffrire e penare per loro, ma non poter mai fare nulla per confortarli
e aiutarli.
Strana maledizione, che le labbra di nessuna zingara avevano mai pronunciato.
Faith si svegliò con calma, assaporando il momento del
dormiveglia.
Fuori albeggiava.
La ragazza sbatté gli occhi per essere sveglia del tutto, prima di convincersi
che non fosse stato solo un sogno, che non fosse ancora un sogno...
Era davvero fra le braccia di Wesley.
Ed era meraviglioso.
Alzò la testa verso di lui, che stava svegliandosi a sua volta.
Gli sorrise, un sorriso caldo e aperto.
“Buongiorno...”
Lei stava per rispondergli quando lui le sfiorò le labbra con le sue.
Faith si sentì attraversata da una scarica elettrica.
Per la sorpresa rimase immobile un attimo.
Fu un bacio leggero, delicato.
Eppure la lasciò senza fiato.
Come se quello fosse stato il suo primo bacio.
Come se i mille altri senza amore, senza passione, non ci fossero mai stati.
Quando Welsey si ritrasse, domandandosi se avesse fatto la cosa giusta, l’aria
estasiata di lei cancellò ogni suo più piccolo dubbio.
Faith gli lanciò un irre3sistibile sorriso.
“E’ davvero un buon giorno....”
Circondò il collo del ragazzo con le braccia, e fu lei a baciarlo per
prima questa volta.
Lo baciò come non aveva mia baciato nessuno prima, lasciando che fosse
la sua anima a guidarla, lasciando scorrere le emozioni, regalandolgi se stessa,
non solo le sue labbra.
Continuarono a baciarsi a lungo, quasi dimenticando di respirare, con una passione
infinita, con un coinvolgimento totale.
Wesley si staccò dalle labbra di lei, ma solo per coprirle di dolcissimi
baci il volto, gli occhi, la fronte, le guance, il collo.
Per poi tornare a catturare la sua bocca in un interminabile bacio,e in un altro
ancora.
Faith aprì gli occhi, cercando quelli azzurrissimi di lui.
“Wesley....”
Lui smise di baciarla, rivolgendole tutta la sua attenzione.
“Io.. io, vedi... oh, credo sia così difficile dirlo, perché
non l’ho mai detto prima... io credo di essermi irrimediabilmente innamorata
dite...”
Arrossì leggermente.
Così inconsueto per lei.
Le labbra di Wesley si aprirono nel sorriso più largo e raggiante che
possa essere immaginato.
“E’ bello sentirtelo dire.. perché io sono assolutamente
certo di amarti! E non ti saresti liberata di me facilmente...”
Lei gli buttò nuovamente le braccia al collo, ridendo di felicità.
“Liberarmi di te?! Io non voglio liberarmi di te!!! Voglio averti sempre
accanto..... Vicino vicino, così vicino...!”
Tornarono a baciarsi daccapo, completamente persi l’uno nell’altra.
E avrebbero continuato all’infinito se a metà mattina non fossero
arrivati i medici e le infermiere per il giro.
Li trovarono così intenti a coccolarsi che furono costretti a ricorrere
ad alcuni discreti colpi di tosse per farsi notare.
I due ragazzi arrossirono vagamente davanti ai sorrisi condiscendenti del personale
medico.
E ,mentre Wes cercava di imbastire una dignitosa giustificazione, Faith rivolse
a tutti un sorriso malizioso e disarmante.
“Noi ,bè, era un sacco di tempo che non ci vedevamo, ed ho avuto
così paura per il peggio l’altra notte, ed ero così felice
che tutto fosse andato bene... E poi non vi hanno insegnato a bussare prima
di entrare in una stanza con la porta chiusa....?”
Tutti risero.
“Bene, signorina, pensa di potercelo lasciare il tempo sufficiente per
controllare che stia bene? Prometto che glielo restituiremo come nuovo!”
Faith sorrise al medico che le aveva parlato con aria complice.
“Mmmm, si credo di si.... Ma non penso di poter resistere a lungo lontana...”
La ragazza si alzò dal letto del paziente, dandogli un rapido bacio di
saluto.
Mentre i dottori visitavano Wes, un’infermiera convinse Faith ad andare
a casa almeno per qualche ora, in modo da potersi anche cambiare gli abiti ancora
sporchi di sangue.
Dopo numerosi bacetti, e numerosi saluti, una riluttante cacciatrice si separò
da un ancora più riluttante ex osservatore , il quale se voleva essere
dimesso al più presto doveva riguardarsi, ed uscì, dirigendosi
a casa di Cordelia.
Lungo il tragitto si sentiva leggera come l’aria.
E felice, felice, così felice!!
Come non era stata mai.
Come non aveva amato mai...
Non c’era stato bisogno di scuse o di perdono fra loro, si erano capiti
senza parole, e le loro anime si erano ritrovate, ed avevano iniziato una lunga
danza, una danza che li avrebbe unti per tutta la vita.
-Capitolo XIII "Addii"
Giorni come quelli non li avrebbe scordati per il resto della
sua vita.
L’avrebbero segnata per sempre.
Giorni di tensione insopportabile, in cui le ore sembravano essere sospese nel
vuoto, e rotolare con il fragore di valanghe ma le lentezza di un corpo che
cade attraverso il vischio.
Credeva che non avrebbe retto, che non ce l’avrebbe fatto.
Temeva di crollare da un minuto con l’altro.
Ma continuava, con la forza intrinseca che era sempre stata racchiusa in lei.
L’unica a mantenere la calma e la lucidità.
L’unico punto fisso per Dawn.... e per Angel, che ormai sembrava essere
sprofondato in un mondo tutto suo di dolore e di silenzio... e di combattimenti.
Con sua grande angoscia, la lancia non era ancora arrivata. Giles e Anya avevano
avuto problemi con i voli, le coincidenze.
Forse sarebbero rimasti bloccati per qualche giorno.
E tutto era ricominciato come prima... Angel combatteva come un animale ferito,
come se non avesse scampo o motivo...... e Tara lo aspettava sveglia, seduta
sul letto accanto a Dawn. Con il terrore che gli succedesse qualcosa.
Perché poteva sentire il male emanato dal loro nemico, la crudeltà,
l’odio, la rabbia, la perfidia, la cattiveria....
E ne aveva paura.
Paura per Angel.
Che sembrava estenuato.
Paura anche per Dawn e per tutti loro.
La ragazza si alzò silenziosamente, ed andò nella sua stanza.
Spense alcune candele soffiando con grazie, ed infine si diresse all’ampia
finestra, da cui poteva scrutare la notte.
Nel silenzio sentiva il battito accelerato del proprio cuore.
La paura le strisciava addosso come un serpente, le seccava la gola, la faceva
rabbrividire.
Fuori, il buio, era una coperta spessa, un’entità fredda ed ostile,
dotata di vita propria.
Era angosciata, sempre di più.
Ogni minuto che cadeva tintinnando nel mare del tempo la faceva sobbalzare.
L’orecchio testo, a percepire qualsiasi minimo rumore potesse preannunciarle
il suo ritorno....
Come se lui avesse mai fatto il più piccolo suono arrivando o sparendo
dalla notte, nella notte.
Era più tesa della corda di un violino.
E lui non arrivava.
Tara era così agitata, che si sentiva male fisicamente.
A volte si fanno delle follie per amore... perché si perde il controllo,
e la ragione, e il senno... perché ci si sente morire, e soffocare...
perché non si ha più il controllo...
Chiamò Xander, gli disse di venire.
Non gli spiegò nulla.
Non lo aspettò, uscì subito dopo la telefonata.
Si lasciò guidare dal suo istinto, o forse dalla sua pazzia....
Camminò nella notte, con il passo sicuro di una fata attraverso le tenebre,
e il cuore pesante come piombo.
Il suo cuore sapeva dove trovarlo.
Sentiva la sua anima.
Non sapeva neppure perché stava andando da lui, né tanto meno
se gli avrebbe parlato... voleva solo essere certa che stesse bene.. solo vederlo...
Perché vederlo l’avrebbe calmata...
Perché posare gli occhi su di lui avrebbe immediatamente sortito l’effetto
di ridarle un poco di pace, e tranquillità.
anche se vederlo,a vederlo accanto, faceva male.
Anche se il cuore le doleva.
Non aveva mia amato così tanto, non si era mai sentita così totalmente
travolta.
Angel... dio, lo amava! lo amava più di se stessa, più della vita...
Tara ,immersa nei suoi pensieri, continuò a camminare.
Arrivò in una zona poco distante dal centro abitato, un parco coperto
di erba verdissima e brillante alla scarsa luce della luna, e cosparso di gruppi
di giovani alberi.
Nel silenzio surreale una battaglia tremenda infuriava.
Tenebre che si scontravano contro tenebre.
LA ragazza rimase immobile, come pietrificata.
Angel e i suoi avversari combattevano in silenzio.
Un danza mortale e feroce, sfrenata, atrocemente macabra.
Poteva sentire l’odore del sangue, e della carne bruciata.
Il cadavere di un demone giaceva a poca distanza da lei, le carni consumate
dal fuoco ancora fumanti sfrigolavano disgustosamente, i lineamenti spaventosi
erano orrendamente deformati.
Dal corpo, dagli arti, pendevano brandelli di pelle e di tessuto muscolare,
in molti punti le ossa erano scoperte.
Tara si portò una mano alla bocca, sopprimendo un conato di vomito.
Facendosi violenza, represse l’impulso di scappare, e tornò a concentrarsi
sulla lotta.
Una lotta formidabile, e spaventosa.
Simile ai lampi che dilaniano un cielo senza luce.
Terribile, mentre il sangue dei contendenti baluginava di oscuri bagliori.
La ragazza era immobile, pietrificata.
Negli occhi degli avversari brillava un fuoco spaventoso e distruttivo, alienati
da tutto erano consapevoli solo dello scontro, della morte che si annidava in
ogni loro gesto.
Era morte che Angel aveva nello sguardo.
Nient'altro.
Tara rabbrividì, stringendosi istintivamente le braccia attorno al corpo,
quasi per proteggersi.
Per proteggersi dall'odio, dalla rabbia, dalla determinata crudeltà che
ardeva negli occhi nocciola del vampiro.
Morte.... nei suoi occhi c'era solo morte.
Morte per i suoi avversari, morte per chi gli stava facendo rivivere l'inferno....
Una morte che spaventava, che faceva paura, che era fredda e gelida e spietata.
Non erano quelli gli occhi che conosceva... quegli occhi felini color ambra
accesa.... quegli occhi così crudeli...
Tara indietreggiò... già Angel era un vampiro.
Vampiro.. demone.... le parole le riecheggiavano nella testa dolorosamente.
Si ricordò di quando anche lei era stata convinta di essere un demone,
della solitudine, del dolore, della rabbia impotente, del terrore di non essere
accettati, della paura di se stessi.
Angel era un uomo, l'anima più lucente che avesse mai visto, intrappolato
nel corpo di un vampiro.
Di nuovo, gli occhi le si riempirono di lacrime... lacrime per un angelo caduto.
Il suo angelo....
La battaglia infuriava ancora, con violenza, con metodo, con gesti antichi e
terribili.
Gioco di morte, fuoco freddo che brucia la vita.
Ed Angel lottava, come una tigre prigioniera delle fiamme, e nella fine dei
suoi avversari stava la sua salvezza e il suo piacere.
Tara sentiva il dolore, il pianto della sua anima, e la rabbia che sfogava sui
suoi nemici.
E sapeva che nessuna battaglia avrebbe potuto placarli.
Angel si stava perdendo, lentamente, inesorabilmente, scivolava nell'abisso
senza che nessuno potesse impedirglielo.
Così come Buffy si stava perdendo.
Perché nonostante tutto i loro destini erano avvinti, incrociati, uniti,
attorcigliati come cespugli di rovi.
Perché un destino beffardo e perverso li aveva unti, e divisi, e cercava
in ogni modo di annientarli.
Perché Angel non esisteva senza la certezza che da qualche parte ,anche
lontano, la sua fata bionda fosse salva, fosse sicura, fosse felice...
Come se potesse dipendere da lui la vita di quella donna, che era stata una
creatura fragile e bisognosa del suo aiuto, ma che adesso era cresciuta, ed
aveva una vita e un destino da affrontare.
Si stavano distruggendo a vicenda ,lui e Buffy, Tara lo sentiva, ne era certa,
si stavano bruciando, consumando, annientando l'un l'altra.
Prigionieri di un amore, di un'ossessione, di un rimpianto che li prosciugava,
li annullava, li risucchiava.
Un amore che non era più per loro, che non era più luce, che non
poteva avere un futuro o una speranza.
Ma che era solo logorante presente, logorante attesa, vana speranza.
Si Consumavano, si perdevano... ma ancora stretti l'una all'altro come se non
potessero sciogliersi, dirsi addio...
Tara guardava il vampiro, e sapeva tutto questo, glielo leggeva dentro, in ogni
parte del suo corpo e della sua anima.
E Tara lo amava, nonostante tutto.
Perché era più forte di lei.
Perché lui era tutto.
Tara lo amava in silenzio.... lo amava con gli occhi, con la voce, con il respiro,
con il battito del suo cuore, con ogni suo gesto, con il suo corpo, con ogni
pensiero, con il suo sorriso.
Lo amava, e sapeva che non l'avrebbe mai riamata.
E non le importava.
Avrebbe solo voluto vederlo felice.... avrebbe solo voluto poter prendere su
di se il peso del suo passato...
Avrebbe voluto amarlo, e cancellare tutte le ferite, cancellare tutto il dolore....
ma questo lo pensavo solo in alcuni attimi folli. Solo quando tutto quell'amore
le spaccava il cuore... perché sapeva che nel cuore di Angel, c'era già
un'altra.... anche se forse nemmeno lui se ne rendeva conto...
Tara vide l'ultimo demone rovinare a terra, il suo umore o sangue? che macchiava
l'erbe fredda di rugiada, e che pungeva le narici con il suo odore acre.
Una nuova morsa di disgusto allo stomaco.
Ingoiò le lacrime, e rimase ferma, immobile, ad aspettare che si accorgesse
di lei.
O che decidesse di non farlo.
Anche se aveva l'impressione che sarebbe stato impossibile non udire il rombo
del suo cuore del silenzio della notte.
Angel rimase ad osservare i cadaveri dei suoi nemici per alcuni lunghissimi
istanti.
Il suo volto di vampiro illuminato a tratti dalla luna.
Dopo un tempo che le parve infinitamente lungo, Angel si voltò verso
di lei.
E la fissò per interminabili minuti.
Come se non la vedesse, come se potesse vedere attraverso di lei, o ancor peggio
dentro di lei.
Sempre più giù, più in profondità, più a
fondo nella sua anima e nel suo cuore.
Quegli occhi dai riflessi ambrati le toglievano la pelle, la carne, trapassavano
le ossa e i muscoli, ed arrivavano dritti a leggerle l'anima, il cuore scoperto.
E bruciavano dentro di lei, come fuoco e come acido.
Togliendole il respiro, facendole male, ferendola.
Piano, Angel mutò volto, e si diresse verso di lei.
I suoi occhi ancora addosso, come una spada puntata alla gola.
Come il paradiso e l'inferno insieme.
"Tara......"
La ragazza deglutì, cercando le parole che sfuggivano dalle sue labbra.
"Io... ciao.... vedi.. io ero preoccupata...."
Deglutì di nuovo.
Lui si riscosse, come se fosse uscito da un sogno solo in quel momento.
"E' pericolosa andare in giro di notte... specialmente se ci sono gli scagnozzi
di Jarisdel nei dintorni."
"Lo so."
Si guardarono di nuovo negli occhi.
Lunghissimi istanti, scanditi dai respiri di lei.
"Perché sei qui..... è successo qualcosa?"
Sapeva che non era successo nulla.
"No, lo sai."
Ancora silenzio, a lungo.
"Avevo bisogno di vederti, di sapere che stavi bene. Stai facendo di tutto
per farti uccidere da questa gente..."
"Sai che non è vero..."
"Forse no, però hai bisogno di combatterli per -scaricare la tensione-,
diciamo.... e io ho paura per te. Per tutta la rabbia e il dolore che hai dentro."
"E' così da molto tempo Tara..."
"Lo so, ma prima non avevo incontrato i tuoi occhi.... e non avevo visto
la tua anima..."
Angel abbassò la testa.
"Mi dispiace."
"No, non devi. Sei la cosa più bella che mi sia mai capitata. Mi
hai ridato la fiducia.. in me, negli altri... Ho capito tante cose. Dispiace
a me, perché non posso fare nulla... per farti stare meglio..."
"Tara.......... non devi... non devi preoccuparti per me..."
"Tante persone lo fanno, anche se tu forse non te ne rendi conto... dovresti
imparare ad amarti un po’.. ed allora ti accorgeresti di quante sono le
persone che ti amano..:"
"E che si ingannano. Io sono un assassino, un mostro.... non merito -amore-"
Lo schiaffo risuonò chiaro e netto nella notte.
Graffiò e morse la pelle del vampiro.
La ragazza rimase di fronte a lui, tremante di rabbia e sconvolta dalla forza
delle sue emozioni, leggermente sbilanciata dall'impeto con cui gli aveva dato
quello schiaffo.
Aveva il respiro mozzo.
"No dire mai più una cosa del genere... non farlo mai più..."
Alzò gli occhi su di lui e piangeva.
Angel sentiva l'odore delle lacrime sulla sua pelle, sulla sua bocca.
"Maledizione Angel, credi che tutti quelli che ti sono vicini, che ti sono
amici, si siano ingannati, che si sbaglino, che non sappiano quello che hai
fatto?? Lo sanno ,Angel, e ti amano allo stesso. Ti amano perché sei
tu, uomo e demone, perché la tua anima è la più lucente
che abbia mai incontrato, perché vivi ogni giorno cercando di rimediare
al passato, perché hai il coraggio delle tue azioni, perché sai
amare tutti all'infuori di te stesso.... Ma sembra che a te tutto questo non
importi.. tu non ti perdoni... Maledizione Angel!!! IO AMO! Ti amo così
tanto da impazzire. Pensi che lo dica per scherzo? Pensi che mi diverta?? Impara
ad amarti, o finirai per distruggerti..."
Tara si fermò, cercando disperatamente un poco d'aria, riprendendo forsennatamente
il respiro.
Piangeva senza freno ora, i singhiozzi le scuotevano le spalle.. eppure riusciva
a sorridere fra quelle lacrime...
"Tara, io..."
Lei lo guardò negli occhi, e sorrise.
Sorrise al suo amore.
"Sssh, non dire niente, stupido.... Sai che non serve. Sai che non mi aspetto
nulla da te... ma ti prego Angel, pensaci... sei una persona meravigliosa...
amati anche solo un poco... e tutto andrà meglio..."
Si asciugò le lacrime con il dorso della mano e tirò un lungo
sospiro.
"Io, io me ne vado. Stanotte... adesso... devo andare via... o non riuscirò
mai più a farlo.... Non ci riesco, non riesco a stare qui, accanto a
te, fa troppo male. Sono una codarda, lo so, ma non ce la faccio.. credo di
impazzire ogni volta che ti vedo e non posso fare niente... non posso trovare
Buffy, non posso perdonarti per quelli che non hanno più la voce per
farlo... e sto male, ogni istante di più.... non ce la faccio, mi dispiace,
Angel..."
Si girò, dandogli le spalle, guardando a luna che occhieggiava attraverso
una coltre sottile di nuvole o forse di nebbia..
"Spike e.. e Willow arriveranno prima dell'alba. Lascerò una lettera
per lei.... E tu sarai più al sicuro... spero che Spike ti impedisca
di cacciarti troppo nei guai..."
Angel allungò una mano per sfiorarle la spalla.
"Tara, ti prego, ascoltami. io..."
Lei scosse la testa.
"No, non voglio."
Si girò verso Angel.
Cercando i suoi occhi scuri e perdendosi in essi.
Si avvicinò a lui, lentamente, un passo dopo l'altro.
Sembrava che quasi non toccasse con i pedi l'erba carica di rugiada.
Accarezzò piano il volto dell'uomo, sfiorandogli la guancia con le dita
sottili.
Si alzò in punta di piedi e lo baciò.
Un bacio che sapeva così tanto di addio da far male al cuore.
Un bacio disperato.
La ragazza sentì il rumore del suo cuore che si spezzava, sentì
i frammenti conficcarsi nella carne, e morderla, e aprire ferite profonde e
sanguinanti.
Il dolore nel petto era reale, concreto, lacerante, straziante... come se le
stessero facendo a brandelli il cuore.... come se il suo cuore fosse stato fatto
di vetro e l'avessero mandato in frantumi e adesso le schegge acuminate le scorressero
nelle vene insieme al sangue, e al sapore inebriante delle sue labbra, e la
distruggessero, la cambiassero...
Faceva male il petto.... perché non aveva mai amato così.... perché
non era mai stata trascinata dalla bufera di un amore così infinito,
così bruciante, così incredibile.
Bruciava il petto, bruciava come ogni singolo centimetro della sua carne, del
suo corpo stretto a quello di lui.
Ardeva il sangue che scorreva troppo rapido, che le ricordava che il tempo passava
e che si sarebbe portato via quel momento.
E in quel bacio si consumava un amore che non avrebbe mai avuto... ma che l'avrebbe
resa una donna forte e consapevole.
E con quell'amore si consumava anche lei.. bruciava piano, lentamente, in un
rogo che avrebbe voluto non si estinguesse mai... e quell'amore la uccideva,
le succhiava la vita e gliela rendeva nuova, diversa.
Tara chiuse gli occhi e si lasciò portare lontano dal suo amore, e da
quell'ultimo bacio.
Quel bacio solo suo...
Quel bacio che le incendiava l'anima, e il copro, che le devastava la mente.
Un bacio infinito.
Un bacio trapassato di passione, passione senza fine, passione come un incendio,
come vento che la scuoteva, la sradicava.
Ma il tempo si portò via anche quei lunghissimi minuti.
Tara si staccò dalla bocca di lui.
Tremava quella donna che era ancora una ragazza, eppure nei suoi occhi vi erano
una forza e una determinazione non comuni, la forza della sua luce e del suo
amore, della sua dedizione e della sua bontà.
Sorrise appena, lo guardò negli occhi ancora un attimo e poi sussurrò
sulle sue labbra.
Un sussoro inudibile, un tramestio autunnale di foglie secche...
Che solo un vampiro avrebbe potuto udire...
"Ti amerò sempre... e sarò sempre con te, Angel... quando
avrai bisogno di me.. io ci sarò..."
Poi si voltò, e si incamminò decisa, sparendo nella notte.
Sparendo come un sogno all'alba, come un fantasma triste al canto del gallo,
come una fata nella rugiada del mattino.
Sparendo in un'evanescenza di sensazioni, e di emozioni.
Lasciando dietro di sé un profumo di lacrime e di mughetto.
Seminando come una scia impalpabile di luce, di scintille... come una fata...
come una strega innamorata.
Ogni passo affondava nell'erba umida.... e lei si sentiva morire... e lei sentiva
che il suo cuore di lacerava, si spaccava, si dilaniava.
Ogni passo più lontana da lui... che le era entrato nell'anima, che le
aveva scavato un vuoto dentro.
Ogni passa più lontana, più sola... ma assurdamente più
forte, più decisa, più fiduciosa.
Via... via da lui... via da tutto... via dal passato...
Con un dolore dolcissimo dentro... un dolore che aveva occhi nocciola e un sorriso
triste....
Via... fino a quando anche la vista acuta del vampiro non poté più
scorgerla nella notte... fino a quando non fu solo un'ombra indistinta, ed ancora
oltre... ancora più lontano.
Via... via da lui.
Quando Angel rientrò alcune ore dopo, di lei non c'era più traccia.
Nella casa addormentata, era ancora sospeso il suo odore, un misto di lacrime,
di amore, di passione, di dolcezza...
Ma non restava nient'altro a testimonianza del suo passaggio.
Della sua vita sempre troppo discreta.
Sul tavolo c'era una lettera per Willow.
E un bacio che bruciava ancora sulle sue labbra.
Insieme all'amore di una donna che prima non aveva mai amato....
Assurdamente perfino Sunnydale sembrava romantica...
E lo sembrava nonostante un demone omicida che voleva la loro morte.
Probabilmente si sarebbero preoccupati almeno vagamente di questo particolare
se non fossero stati troppo occupati a bacarsi.
Ma al momento il loro unico pensiero era l'altro...
Willow si staccò a malincuore dalle labbra di Spike.
"Ogni tanto io respiro, amore..."
"Mmm, si me lo ricordo..."
Rispose lui distrattamente mentre le baciava con trasporto il collo, la gola,
le spalle e le solleticava l'orecchio con la mano.
"... Odio ricordartelo... ma siamo per strada... e stiamo andando da Angel..."
Spike rialzò la testa per guardarla negli occhi, sorridendo maliziosamente.
"Si, si... l'hai ripetuto altre dieci volte lungo il tragitto.. Ok, ricomponiamoci
per l'incontro con il cavaliere senza macchia. Mi comporterò da perfetto
gentiluomo. Contenta?"
Passò un braccio intorno alle spalle della ragazza e ripresero a camminare
per le strade di Sunnydale.
"Non sono sicura di potermi fidare... Devo parlare con Tara, prima... e
poi ,ecco, io non so se sia il caso di dirlo subito ad Angel che noi due.."
Lui si fermò, dandole un'occhiata un po’ sbalordita.
"Sinceramente, Angel non è mica tuo padre..."
"Si, certo. Solo, vedi, ecco... lui mi ha sempre considerata una ragazzina...
è sempre stato molto ehm -protettivo?- e non credo sia il momento adatto
per spiegargli che noi... si insomma, lo sai!"
Spike rise di gusto, senza smettere di giocherellare con una ciocca dei capelli
della ragazza.
"No, non ti arrabbiare! E' solo che....Mmm, vediamo, cercherò di
essere serio... ok Angel non ha bisogno che glielo diciamo.. se ne accorge .dall'ehm..
odore.. che noi due..."
"Basta... ho recepito il concetto. Perfetto!"
Lui rideva ancora.
"Sei arrossita... Certo che sei un bel tipo!"
"Ridi, ridi tu.... è la mia la reputazione che va a farsi friggere..."
"No, guarda, angelo, sono io il vampiro sanguinario che si è messo
con una strega buona!!!"
"Tu te l'eri già rovinata aiutando la cacciatrice..."
Lui fece finta di metterle il broncio.
"Infierisci, tu! Rigira il coltello nella piaga..."
Willow finalmente sorrise.
E gli stampò un bel bacio sulla bocca.
"Mmm, ok mi dispiace... sono solo un pò tesa..."
Spike la circondò con le braccia, sorridendole dolcemente.
Le baciò la fronte, gli occhi, la bocca.
"Lo so che non è facile... Senti Will, se preferisci non dirlo subito
a Tara, hai tuoi amici... insomma, se vuoi aspettare che tutta questa baraonda
sia finita.... o solo aspettare quando te la sentirai di dirlo loro... per me
non è un problema... e sai che Angel non ti chiederà spiegazioni
se non vorrai dargliene..."
La strega sorrise a sua volta, appoggiandogli un dito sulla bocca.
"Ehi, io voglio gridarlo al mondo che sono innamorata di te!!!! Voglio
salire sulla montagna più alta e ripeterlo ancora e ancora, finché
l'eco delle mie parole non abbia raggiunto i confini della terra!!"
Lui la osservava, così preso da ogni minimo particolare della sua espressione,
del suo sorriso, dei suoi occhi, della sua voce... così innamorato di
lei da non vedere nè sentire nient'altro... e alle sue parole gli occhi
gli si illuminarono, attraversati dalla luce di quell'amore che aveva inseguito
per tanto tempo.
Le sfiorò lentamente le labbra, con un bacio leggero, delicato, dolcissimo.
"Principessa... non lo devi dimostrare a nessuno che mi ami... non ho bisogno
di nessuna prova... lo so. E non mi sono mai sentito così bene!"
Si persero una nelle labbra dell'altro, risucchiati in un bacio sempre più
profondo, più infuocato.
Spike, passandole una mano fra i capelli, e accarezzando alcune ciocche, si
divise da lei.
Sospirò violentemente, alla faccia della sua natura vampiresca.
"Dobbiamo andare da Angel. Possibile che riesca sempre a rovinarmi il divertimento,
anche quando non è presente?!"
Lei ridacchiava, divertita.
"Io sarei solo un divertimento??!"
"No, tu.. ehi tu sei la mia principessa. E ti amo."
Angel era seduto in soggiorno, le luci spente, fissava un punto
imprecisato nel vuoto.
Voci e risa soffocate fuori dalla porta lo distrassero per un attimo.
Ma non gli interessava molto a chi appartenessero quelle voci.
Non erano una minaccia, e questo gli bastava per escluderle dalla sua attenzione.
Davanti agli occhi l'immagine sottile di una ragazza che svaniva bella notte
e sulla bocca il sapore delle sue labbra.
E il dolore che bruciava nella mente, nel cuore... per quella ragazza... per
il suo dolore... per il suo amore... per il suo coraggio...
Così come bruciavano le parole di Tara... perché non voleva ammettere
che fosse la verità.
Perché aveva paura che fosse la verità.
Tara... che era così sola... talmente sola che nemmeno lui aveva potuto
aiutarla.. troppo preso dal vortice della sua vita per accorgersi si lei...
troppo preso da se stesso, da suo figlio... troppo preso da Buffy...
Già da Buffy che sembrava togliergli l'aria, succhiargli la vita che
non aveva, trascinarlo con sé in un baratro sempre più profondo,
in un aratro senza fine, senza fondo, senza ragione...
Buffy con cui non poteva essere felice, Buffy che era una ferita aperta, che
era acido sulla pelle, che era droga...
Perché è in questo che il tempo trasforma il desiderio: brama.
Non solamente qualcosa che si protrae, si trascina col passare dei giorni e
delle notti, ma un fuoco che si intensifica fino a diventare una cupidigia senza
fine, senza inizio, senza ragione. Diventa un vuoto che ti scava dentro, che
ti fagocita, che non può essere colmato né dal ricordo, né
dall'immaginazione.
E fra lui e Buffy era stato così per troppo tempo... tanto che adesso
non importava più nulla ,se si amassero, se fossero fatti l'uno per l'altra,
importava solo la vicinanza spasmodica, importavano i loro corpi abbracciati
e le loro labbra unite, importava bere l'una dall'altro la loro propria essenza...
fino a prosciugarsi... fino a estinguere una sete covata a lungo... nell'illusione
di poter rendere fertile un deserto.
Ossessione, dolore, ansia.... era tutto quello che rimaneva fra loro... insieme
al groviglio di rovi che li imprigionava e li univa... quell'assurda ostinata
sfida ai loro destini, alla loro sorte, ai poterti che li governavano...
Quello che rimaneva fra loro era bisogno, assenza da colmare...
E li stava consumando, bruciando, annientando.
Li stava sfinendo, uccidendo.
Era rabbia, era rimpianto, era una ripicca contro il destino.
E Tara lo sapeva... Tara che non glielo aveva detto per non fargli male... Tara
che non gli aveva mai chiesto nulla... ed era sparita nella notte...
Tara che l'aveva supplicato di imparare ad amarsi un po’.
Tara che gli aveva donato una parte di sé.
Tara che aveva creduto in lui... e si era fidata... senza una ragione, come
mai nessuno aveva fatto... no, una persona c'era stata, una donna con gli occhi
così azzurri da entrarti dentro e da restarti impressi nell'anima...
ma era stato così tanto tempo prima... e l'aveva persa... perché
la sua vita era troppo complicata... perché aveva avuto paura che gli
potesse leggere dentro... paura di soffrire di nuovo... per amore..
Ancora, fuori sussurri e risa...
E una chiave che gira nella toppa.
Luce elettrica che illumina all'improvviso la stanza, proiettandosi in un fascio
largo quanto la porta e lungo sin quasi alle finestre.
Angel strizzò gli occhi, feriti da quell'improvviso chiarore.
"Toh, ti troviamo al buio a rimuginare!! Che novità!!"
Angel lanciò un'occhiata di traverso al vampiro biondo che ,avvolto nell'immancabile
spolverino nero, era solo un'ombra scura e sorridente contro il vano illuminato
della porta.
Willow sorrise, ed entrò tirandosi appresso l'altro, per poi chiuse la
porta.
"Ciao Angel... come stai? Ti dispiace se accendo una luce...? Lo so che
piombiamo qui senza preavviso, ma siamo appena arrivati, ho lasciato le valige
a casa e sono passata subito, per sentire se c'erano novità.."
Accese una lampada da tavolino, imbarazzata dall'ostinato silenzio del vampiro
bruno.
"Forse avremmo fatto meglio ad andare da Giles, prima."
Angel si alzò, andando verso di loro."
"No, scusami Willow, ero soprappensiero. Mi fa piacere siate tornati. E
no, non ci sono novità... Voi?"
Per la prima volta alzò gli occhi su di loro.
E il suo sguardo era inquisitorio e vi si poteva intravedere una punta di curiosità...
come se intuisse qualcosa...
E Spike sapeva che intuiva un po’ più di qualcosa..
Gli rivolse uno dei suoi sorrisi più spregiudicati ed "innocenti"
insieme.
"Qualche demone del fuoco che ci ha fatto compagnia per le strade di Parigi,
un Antico greco con cui ho fatto amicizia, nient'altro credo... ah, no ho rivisto
Hanrì, ti ricordi? Una vacanza tranquilla tutto sommato."
Willow si rigirava le mani, torturandosi le dita... come una bambina che ha
fatto una marachella ed è divisa fra il desiderio di liberarsi la coscienza
e la paura di essere scoperta.
"Immagino... Giles e Anya credo arrivino domani o dopo domani.... hanno
avuto dei problemi con i voli, o con la dogana forse. Era Tara a mantenersi
in contatto con loro..."
Angel abbassò lo sguardo evitando quello di Willow che si era fatto improvvisamente
vivace.
"Tara, naturalmente. Dov'è adesso? Dorme? E' con Dawn? Io, io ho
bisogno di parlarle..."
"Will, vedi Tara..."
"Tara cosa? Dio, Angel non le sarà successo qualcosa?"
"No, sta bene... Lei... Tara è andata via. Ti ha lasciato una lettera.
Là sul tavolo."
Willow lo guardò quasi senza capire le sue parole.
Immobile, le braccia lungo i fianchi, gli occhi pericolosamente lucidi.
Spike si avvicinò, circondandole le spalle con un braccio e sussurrandole
qualcosa all'orecchio.
Angel si allontanò, per lasciarli soli.
Sapeva che per Willow doveva essere un momento molto duro.
Si versò un whisky ed uscì sul terrazzo.
Quando Spike lo raggiunse non si voltò a guardarlo, rimase con gli occhi
immersi nella notte, e nei suoi pensieri.
"Posso farti compagnia?"
Angel fece un gesto di assenso.
"Loquace come sempre... Comunque devo ammettere che i tuoi gusti in fatto
di liquori sono sempre impeccabili. Annata eccellente questo whisky..."
Spike alzò leggermente il bicchiere che reggeva in mano, accennando al
liquido dorato e trasparente.
Andò ad appoggiarsi a sua volta alla ringhiera del terrazzo.
Angel gli diede una breve occhiata di traverso.
"Will?"
"Sta leggendo la lettera, ha bisogno di restare sola, adesso."
"Già... voi...?"
"Sì..."
"Ed hai intenzione di spezzarle il cuore...?"
"No, al contrario di quello che tu pensi, no... e non nego che contraddirti
sia un piacere! Ho intenzioni di invecchiare con lei... e così che si
dice, no?"
"Gli uomini lo dicono, noi non siamo uomini..."
"No. Ma non credo abbia tutta questa importanza... A me sta bene, a lei
anche, non vedo perché non dovrebbe funzionare."
"Inutile che i elenchi i motivi...."
Spike accese una sigaretta e ne offrì una al suo sire.
"Immagino sia inutile cercare di convincerti che anche i vampiri amano,
vero....? Sono un mostro senz'anima e non posso innamorarmi, quindi..."
La voce di Spike era tesa, arrabbiata... stanca.
Le parole di Angel lo colsero così di sorpresa da rischiare di fargli
rovesciare il contenuto del bicchiere che teneva in mano.
"Ti credo, Spike. Tu non sei mai stato come me... e poi... è vero
anche alcuni vampiri amano, e l'anima non c'entra. Né io, né Drusilla...
ma tu si. Non devi spiegarmi niente. Spero che voi...."
Spike rise.
"Ok, grazie, è il pensiero che conta. Anche se non lo dici, grazie
lo stesso!"
"...Siate felici."
Angel finì la frase in un sussurro, gli occhi persi nella notte, nel
buio lontano.
"Faremo il possibile.... tu?"
Angel espirò una lenta voluta di fumo, mentre guardava la brace consumare
la sigaretta.
Ne accese un'altra, dando le spalle a Spike.
Quando finì di fumarla, la schiacciò sotto il tacco della scarpa,
e poi rimase immobile.
Con la notte che lo avvolgeva come un mantello... o che lo imprigionava come
un viluppo di catene.
"Dobbiamo farla finita, Spike."
"Mmm, intendi uccidere Jarisdel....?"
"Devo trovarla...."
"Oh, intendevi quell'altra faccenda... "
Gli stava ancora dando le spalle.
"Noi non saremo mai felici, Spike."
"... già, vi odierete, e vi combatterete e vi amerete fino a distruggervi...
Era più o meno questo il mio modesto parere allora, non che adesso sia
mutato molto.."
"Devo farla finita."
I due uomini restarono in silenzio, mentre la sigaretta di Spke si spegneva
nella sua mano e lontano, da qualche parte, la città si preparava a svegliarsi.
Willow entrò nella stanza che Tara aveva occupato fino
a poche ore prima.
Poteva ancora avvertire l'odore di cera bruciata e di candele spente da poco.
Rabbrividì, sentendo le lacrime morderle la gola, e le palpebre.
Si sedette piano sul letto, il cuore in gola.
Si sentiva tradita... o meglio abbandonata... e sapeva di non averne il diritto.
Sapeva di aver deciso già prima di arrivare in quella stanza vuota...
sapeva di essere stata lei a tradire per prima.
Ma aveva l'impressione che un pezzo del suo cuore le fosse stato sottratto.
E come si può rinunciare a una parte del proprio cuore?
Con le mani che tremavano, e gli occhi traboccanti di lacrime salatissime, aprì
la busta.
E i fogli le scivolarono in grembo, con il crepitio piacevole e rassicurante
della carta, e il profumo di mughetto dell'inchiostro.
E la scrittura delicata di Tara le riempì la mente di ricordi e di sorrisi
e di momenti felici.
E il cuore faceva male.
_Cara Willow,
è talmente difficile scrivere questa lettera che ho sempre rimandato,
rimandato dal giorno in cui sei partita, rimandato all'infinito, arenandomi
sul foglio bianco, persa nel ricordo dei tuoi occhi.
So di essere stata vile ad andarmene così. So di averti fatto male.
Ma non credo sarei riuscita a trovare il coraggio di guardarti negli occhi e
dirti tutto questo... e dirti addio.
Così sono scappata... ma non è una fuga.
E' solo l'inizio di un viaggio verso una nuova vita... verso una vita che virò
camminando sulle mie gambe, con le mie sole forze.
E' arrivato il momento di lasciare il rifugio del tuo amore e della tua amicizia,
della forza di tutti i nuovi amici che mi hai regalato.
Devo scoprire se sono in grado di farcela da sola... devo scoprire i miei limiti..
e capire quali sono i miei sogni... cosa voglio da questa pazza vita.
Devo essere indipendente, e la mia forza deve bastarmi.
Senza di te non sarei mai uscita dal mio guscio ,dolcissima Will, ma adesso
ho bisogno di spiegare le ali... lontano da te, e da qualsiasi certezza.
E anche tu non hai più bisogno di me.
Rimarrai nel mio cuore, sempre.
Ma siamo cresciute... e abbiamo superato il momento critico che ci ha unite.
Io ero così sola.... e tu eri abbandonata...
Ci siamo incontrate, ed abbiamo avuto bisogno l'una dell'altra: per non crollare,
per ritrovare il sorriso e la forza.
E' stato un omento importante della nostra vita... ma sapevamo che non era per
sempre...
E sapevamo che non era proprio Amore con la "a" maiuscola...
Era rassicurante, era bello, era caldo, e dolce.
E avevamo bisogno l'una del porto sicuro dell'abbraccio dell'altra.
Ma so che la tua anima ha un'anima gemella... nascosta da qualche parte... forse
più vicino di quanto tu possa pensare...
E la troverai ,quando meno te lo aspetti, e sarai felice.
E allora anche io sarò felice, per te, per quello che abbiamo avuto.
Sono cresciuta Willow, ed ho trovato forza e coraggio grazie a te.
Non potrò mai dirti grazie a sufficienza.
Ma la forza di andarmene l'ho trovata in un altro...
L'ho trovata negli occhi nocciola di un uomo che ha sofferto troppo, nella sua
anima piena di luce, ne suo dolore.
E mi sono innamorata ,perdonami Will.
Dei suoi occhi, della sua anima.
Perché ho scoperto che non aver paura degli uomini... perché in
lui non ho rivisto mio padre o mio fratello... perché è bastato
un suo sguardo per farmi dimenticare tutto...
E questo mi ha dato una nuova forza, una nuova determinazione.
E questo mi ha fatto capire che quello che voglio per me non lo troverò
qui.
Credo che mi iscriverò a medicina... mi piacerebbe poter usare i miei
poteri per aiutare le altre persone... o forse anche a psicologia.
Intanto potrei lavorare in un'erboristeria, o in un negozio di magia...
Non so ancora dove sto andando, in Europa credo...
Non scriverò Will, e non telefonerò, lo sai...
E' l’unico modo... ho bisogno di lasciarmi il passato alle spalle, di
ricominciare da capo.
Ed anche tu... ricomincerai, con un nuovo amore e nuovi progetti.
Non ci dimenticheremo, resteremo sempre una nel cuore dell'altra... ma sarà
solo un ricordo dolce, un attimo di respiro nella vita così frenetica...
Sei parte di me, come io lo sono di te, questo non cambierà mai.
Non piangere ,Will, sai che non lo vorrei.
Sorridi, e sii felice, per me e per te, per il nostro futuro.
Dire addio è difficile e fa male... un pezzo del mio cuore resta con
te, così come un pezzo del tuo è con me...
Ma so che è la cosa giusta, non potevo più restare.
Sarai sempre nei miei pensieri, tesoro,
Ti mando un ultimo abbraccio fortissimo
Perdonami, se puoi
Addio
tua Tara_
Willow appoggiò la lettera sulle ginocchia e si asciugò
gli occhi.
Piegò i fogli e li rimise nella busta.
"Addio Tara.... ovunque tu sia... addio... ti voglio bene, te ne vorrò
sempre, infinitamente... Perdonami anche tu, se puoi sentirmi..."
Si alzò ed accese una delle candele che c'erano accanto al letto.
La cera profumata sparse il suo aroma leggero per le stanza, mentre la fiammella
ardeva guizzando.
La strega avvicinò piano la lettera al fuoco, fino a quando la fiamma
non ne lambì un anglo.
La carta si annerì, e poi cominciò a crepitare.
Will la tenne in mano ancora alcuni istanti, poi la appoggiò in un portacenere
lì vicino.
La guardò consumarsi, mentre la fiamma illuminava di bagliori dorati
e trasparenti le sue lacrime.
Rimasero solo alcuni frammenti di carta nera e bruciata, impalpabile come borotalco.
Willow fissò la fiamma fino a quando non si fu spenta del tutto.
Allora si alzò e si asciugò ancora le guance.
"Addio...."
Uscì e si chiuse la porta alle spalle.
-Capitolo XIV Favola
Faith stava ridendo.
Aveva riso così spesso in quegli ultimi due giorni.
Aveva riso tanto quanto non aveva mai riso in tutta la sua vita, quanto non
aveva mia riso da piccola, da bambina.
E rideva col cuore, con gli occhi, con le labbra, col corpo, con l'anima.
Rideva, e la sua risata era come luce per Wesley.
Rideva, cercando di fare paino per non svegliare Cordelia che dormiva sul sedile
posteriore.
Rideva, ed era solo una ragazza ,come non lo era mai stata, come non lo era
mia potuta essere, una ragazza innamorata, e felice, e spensierata, perché
l'amore le dava alla testa.
Rideva...
E cercava con gli occhi gli occhi di Wesley, e gli sorrideva.
E cercava la sua mano, per stingerla solo un fugace momento... e sentire il
cuore che accelerava i battiti... e poi tornare a guidare, con la capotte abbassata
e l'aria della notte fra i capelli sciolti.
L'alba era luminosa, tersa, come se il freddo e il brutto tempo fossero lontani,
inghiottiti dai raggi di quella mattina purpurea.
Il cielo era uno spettacolo, strisciato di doro, azzurro come gli occhi di Wesley...
E lei si sentiva leggera... qualsiasi fosse il pericolo a cui andavano incontro.
Leggera...
E aveva voglia di ridere, di giocare... di essere per un pò quello che
non era mia potuta essere.. solo una ragazza.
Fermò la macchina, parcheggiando al limite di un prato verdissimo, coperto
di alberi.
Wesley la guardò con aria interrogativa.
Lei sorrise, un sorriso così luminoso che sarebbe stato impossibile dirle
di no... e lei lo sapeva.
Gli mise un dito sulle labbra accennando alla ragazza addormentata dietro.
E lo trascinò giù dalla macchina tirandolo per una manica.
Coprì Cordy con la sua giacca e alzò la cappotte.
"Bè, potrei sapere che intenzioni hai?"
Faith era quasi totalmente immersa nel baule, nascosta alla sua vista dal portellone
alzato.
"Colazione."
"Colazione...?"
"Sì, hai presente.. il primo pasto della giornata, è un pasto
importante, lo sai??!"
Riemerse trionfante con fra le mani un plaid ed alcuni cuscini.
"So cos'è la colazione, ma..."
"Niente ma. Sono appena uscita di prigione, voglio vedere l'alba mangiandomi
un cornetto fresco. Voglio respirare l'aria del mattino e sentirmi viva, libera.
Stavolta non voglio sprecare nemmeno un attimo." Abbassò appena
la voce e distolse lo sguardo dagli occhi chiari di lui puntati su di lei "E
da quando ci siamo.... chiariti non abbiamo avuto neppure un attimo per stare
insieme. E sei uscito dall'ospedale da poche ore, una boccata d'aria fresca
ti farà bene... E' presto, saremo a Sunnydale in mattinata, una pausa
piccolissima possiamo prendercela..."
Wesley sorrise e acconsentì... probabilmente non le avrebbe detto di
no neppure se gli avesse chiesto di gettarsi con lei da una cascata di 500 metri...
E il sorriso che gli fece, accompagnato da un rapido, euforico bacio, lo ricompensarono
ampiamente.
Rendendolo felice come uno scolaretto, come un sedicenne al sui primo appuntamento...
"Perfetto. C'è un laghetto poco distante da qui, dopo quel gruppo
di alberi. Quando il sole sorge si specchia nell'acqua che prende un colore
rosso-dorato davvero incredibile..."
Gli mise fra le braccia il plaid e i cuscini."
"Aspettami lì, arrivo subito."
"Aspettarti?..... E tu dove vai?"
"A prendere la colazione, no? Ho visto un bar sulla strada poco lontano
da qui. Ci metto un attimo, mi fa piacere fare due passi." Sorrise un poco
imbarazzata "mi fa piacere fare qualsiasi cosa fuori di..."
Lui la interrupe con delicatezza. Si vedeva che non aveva voglia di parlarne.
"Ok, ti aspetto là, non ti preoccupare."
Sparì fra gli alberi mentre Faith si dirigeva al bar, voltandosi ogni
due passi per lanciargli un'occhiata, quasi per essere sicura che l'alba non
se lo portasse via, proprio come aveva sempre fatto con tutti i suoi sogni.
Seduto in terra, sul plaid, la mano appoggiata ad uno dei cuscini per sostenersi,
Wesley la guardò incantato arrivare, come se verso di lui camminasse
un elfo dei boschi.
Era talmente bella con i lunghissimi capelli che ondeggiavano attorno alla vita,
un sorriso luminoso, gli occhi accesi di gioia come una bambina a cui sia stato
promesso un regalo inaspettato.
Bella perché era radiosa... bella come non l'aveva mia vista.
E scoprirsi innamorato era facile, così come lo era desiderare il calore
delle sue labbra sulle proprie, come desiderare di stringerla fra le braccia
e sentire il solletico del suo respiro sul petto.
Faith gli porse un cappuccino bollente e un cornetto caldo."Ecco fatto,
il signore è servito..."
Anche Wes rise... "Servizio ai tavoli..ehm sarebbe meglio dire ai plaid!"
La ragazza si accomodò a sua volta, e una volta sistemata, cominciò
a mordicchiare il suo cornetto.
Mentre il sole si alzava nel cielo i suoi raggi pigri si allungavano a sfiorarle
il viso, illuminando la sua pelle pallidissima.
Faith chiuse gli occhi un attimo, per assaporare meglio il tiepido calore del
sole.
Poi riprese a mangiare il suo cornetto con appetito.
"Mmm... non mi ricordavo quanto fossero buoni..." Sorridendo si rivolse
verso di lui, e incontrò i suoi occhi.
E si sentì avvampare... la guardava come se fosse così importante,
così unica, meravigliosa.... la adorava con gli occhi.
"Perché mi guardi... così?"
Lui distolse lo sguardo... schiarendosi la gola.
Solo un paio di giorni prima , quella notte in ospedale, era sembrato tutto
così semplice... così ovvio... baciarsi era stato fin troppo naturale...
e adesso, adesso erano di nuovo al punto di partenza... come due ragazzini...
"Così come?"
"Come... ecco come... se fossi unica.. o qualcosa di simile..."
".... Perché lo sei."
Lei trasse un profondo respiro, quasi fosse rimasta in apnea fino a quel momento.
"....Lo sono."
"Lo sei."
"Wow... lo sono... senti, se io adesso... cioè se noi... insomma
se ci ba...."
Finalmente Wes si decise a chiuderle la bocca con un bacio.
Un lunghissimo, infinito bacio.
Un bacio come miele nella vene.
Un bacio che esplose nella sua testa e nella sua anima, come una pioggia di
fuochi d'artificio.
Un bacio che le sciolse il cuore, e le tolse ogni capacità di ragionare.
Perché pensare era troppo difficile mentre sentiva le sue mani scivolare
sulla schiena, mentre si perdeva nelle sue labbra... perché ci voleva
un sforzo troppo grande per formulare un pensiero compiuto mentre la baciava
ancora e ancora fino a toglierle il fiato, fino a farle bruciare la pelle ed
esplodere il cuore.
Ed anche Welsey si dimenticò di tutto il resto.. perché lei era
fra le sue braccia.. è perché tutto era così perfetto...
ed il suo sapore così dolce...
Perché Faith lo amava, il suo corpo glielo diceva, e glielo dicevano
i suoi occhi e i suoi baci, e questa era l'unica cosa importante.
Perché lei era tutto quello che aveva sempre voluto... era vento e tempesta,
era sole e luce...
I resti della colazione finirono a rotoli mentre la appoggiava delicatamente
con la schiena sul plaid e si chinava per coprirle il volto e il collo e la
gola ele spalle di baci.
Ed era un'estasi assoluta.. ed era perfetto... Faith aveva l'impressione di
essere sollevata da un vortice e di essere portata sempre più in alto
sempre più verso la luce.. come se nient'altro esistesse..
Non aveva mia pensato che potesse essere così diverso... meraviglioso...
perfetto... essere soffocata di baci... essere fra le braccia della persona
che ami... e se era solo un sogno, un sogno così reale da farle sentire
il profumo della sua pelle, e il sapore dei suoi baci, allora non voleva svegliarsi,
non voleva svegliarsi mai più..
Al suono ripetuto e squillante di un paio di starnuti trattenuti invano, scattarono
entrambi, rivolgendo la loro attenzione verso il punto da cui proveniva quel
rumore.
Una semi addormentata e piuttosto imbarazzata Cordelia, lanciò loro una
sguardo di scusa, bloccata a metà della sua rapida e discreta ritirata,
dopo che si era resa conto che i suoi amici non correvano alcun pericolo.
"Fate come se io non ci fossi... me ne vado immediatamente... io ,ehm,
torno a dormire in macchina... scusate, cioè, non volevo, ma..."
Fu interrotta dalla risata dei due ragazzi che ,dopo essersi scambiati un'occhiata
d'intesa, erano scoppiati sonoramente a ridere.
Wes si rialzò, tendendo una mano a Faith per aiutarla a fare altrettanto.
La ragazza ,sorrise, mentre smetteva di arrossire e si risistemava la camicetta.
Cordelia li guardava un p’ confusa...
Faith lanciò un'occhiata a Wes.
"Si vede che non è destino... prima i medici..."
"Adesso Cordelia! In fondo è ora di andare, o arriveremo in ritardo..."
Faith annuì incamminandosi verso la macchina seguita a ruota da lui.
Passarono accanto a Cordy che li stava ancora guardando stupita.
Faith si voltò verso di lei.
"Bè tu non vieni?!"
"Si, certo che vengo... solo devo essermi persa un pezzo!"
Wesley le sorrise, alzandole il sedile perché potesse salire dietro.
"No, non ti sei persa niente, semplicemente un altro piccolo, ehm, incidente..."
Cordy sorrise a sua volta.
"Oh, un piccolo incidente... certo, adesso si dice così... è
questi ragazzi moderni!!"
Wesley arrossì violentemente.... mentre Cordy e Faith scoppiarono a ridere
all'unisono, divertite come non mai.
Infine anche Wesley si unì alle due donne, e fra una risata e l'altra
ripartirono alla volta di Sunnydale con la radio accesa e Faith e Cordy che
cantavano a squarciagola.
Faith pensò che avrebbe potuto non riconoscerlo.
Non sembrava più lui.... quasi come se il peso dei secoli che aveva alle
spalle gli fosse crollato addosso all'improvviso, e l'avesse schiacciato.
Angel... eppure così diverso dall'uomo che aveva sempre conosciuto, che
aveva perfino creduto di amare.
Stanco.
Distrutto.
Con una rabbia sorda e impotente che bruciava sotto la superficie scura dei
suoi occhi, e un dolore costante che incupiva la sguardo.
Angel, perso nel fumo rarefatto della sua sigaretta, barricato dentro una torre
di silenzio... come non era mai stato.
Angel, che non sembrava il padre entusiasta, felice che aveva incontrato in
carcere poco tempo prima.
Faith lo osservava assorta, mentre Willow parlava e parlava e Wesley sembrava
ascoltarla interessato. Era dalla mattina quando erano arrivati che discutevano,
demoni, male primitivo, lance mistiche... Giles e Anya che non arrivavano.
Cordelia gli era accanto, negli occhi tanta preoccupazione e dolore per il suo
amico, e la frustrazione di non poter far nulla... e ,Faith ne era certa, anche
tanta voglia di prendere per il collo Buffy Summers..
La ragazza pensò che l'aveva a mala pena salutata, anche se era sembrato
contenta di vederla.
Elargì l'ennesimo sospiro... prima non sospirava mai.
Le faceva male al cuore vedere Angel così... e faceva male anche sapere
di non poterlo aiutare.
Per quanti mostri avesse potuto uccidere, per quante battaglie avesse potuto
combattere al suo fianco, sapeva che non era questo il tipo di aiuto che gli
serviva.
Gli sarebbe servito che gli strappassero dal petto e dalla mente la cacciatrice
bionda... e che tranciassero quel legame assurdo che con cui un destino beffardo
li univa.
Era arrabbiata, furente.
Angel si meritava un po’ di pace, se l'era guadagnata...
"Ok, Jarisdel, molto pauroso, sono intimorita, davvero ho i brividi. Non
vedo dov'è il problema, lo trovo, lo affronto, lo uccido. E' questo che
fanno le cacciatrici, no?"
"Faith, non è così semplice, non lo puoi affrontare da sola..."
Wesley cercò in vano di mascherare la preoccupazione nella sua voce,
in un istante tutti gli argomenti validi ed assennati per convincere la ragazza
gli erano sfuggiti dalla mente, l'unico pensiero coerente era che Jarisdel avrebbe
potuto ucciderla e lui non voleva perderla... non adesso...
Spike sorrise, con l'aria di un gatto che si lecca i baffi dopo un pasto stuzzicante.
"Bè, Giles due... se uno si mette con una cacciatrice.. deve accettare
i rischi del mestiere..."
"Spike, sai benissimo, che lei non..."
"Faith non può affrontare Jarisdel. Sareste dovuti restare a Los
Angeles, pensare a quello che succede là, svolgere il lavoro che non
posso fare da qui. Jarisdel è una questione mia."
Tutti rimasero in silenzio un attimo, quasi a parlare fosse stato un fantasma.
Gli occhi puntati sul vampiro avvolto dalle ombre della stanza chiusa, una sigaretta
come u puntino iridescente fra le mani.
Cordelia fu la prima a riprendersi.
"Oh, certo e ti farai anche ammazzare se necessario!!! Che Faith ti aiuti
è la prima cosa sensata che sento da non so più quanto tempo!
E non provare a fare storie, perché non ho nessuna intenzione di ascoltarti!!"
Lo guardava dritto negli occhi con aria di sfida, una sfida contro la determinazione
cocciuta di Angel che solo Cordelia avrebbe potuto sostenere.
Il silenzio era carico di tensione, quasi i due potessero attaccarsi sa un momento
all'altro.
"E' per domani notte. Mi aspetta domani a mezzanotte. Non posso più
aspettare lo affronterò."
Il silenzio cadde di nuovo, mentre Angel non distoglieva gli occhi da quelli
di Cordelia.
Faith si alzò in piedi, felice che fosse finalmente ora di agire un po’,
dopo tutte quelle chiacchiere.
"Bene. Io vengo con te, di qualsiasi cosa si tratta."
Cordelia aveva ancora gli occhi fissi in quelli di lui.
"Vengo anche io. Potrei sempre servire.... con le visioni."
Lui non parlò.
"Io sono della brigata... non so chi me lo fa fare ma, sono con voi..."
Spike alzò una mano, con un'aria rassegnata e ironica in volto.
Wesley diede un'occhiata in giro, per cercare la tacita approvazione di tutti
gli altri.
"Verremo anche noi.. io e Willow potremmo sempre servire per degli incantesimi."
Angel scosse la testa.
"Fate come volte."
Girò loro le spalle.
"Domani notte al cimitero. Non dovete venire. Non avrò tempo di
proteggervi. Sapete a cosa andate incontro."
Girò loro le spalle e se ne andò in silenzio, alle sue spalle
si chiusero una porta dopo l'altra.
Faith sentì una morsa al cuore.... doveva stare davvero terribilmente
per comportarsi in quel modo, per non cercare di proteggere a tutti costi i
suoi amici.
"Domani notte... Wes, Will, voi... se questo Jarisdel è davvero
così pericoloso dovreste rimanere al sicuro... anche Cordelia..."
Non si rivolgeva a loro, pensava semplicemente ad alta voce... in prigione non
c'era mai stato nessuno ad ascoltare i suoi discorsi.
Wesley si avvicinò a lei, mettendole dolcemente una mano sulla spalla.
"Sai che verremo. Qualsiasi cosa sia la affronteremo insieme, come sempre."
La ragazza annuì, sapendo che era inutile fare proteste.
Alzò la testa, rivolgendosi al gruppo che la circondava.
"Ne abbiamo vista di peggio, ragazzi..."
Cordy cercò di sorridere.
"Già, in fondo che volete che sia un demone superiore e sanguinario,
che può leggere gli stati d'animo, diventare invisibile, e che non può
essere ucciso?!"
Il silenzio , involontariamente, accolse quella sua affermazione.
"Si, bè, non sono stata molto rincuorante... "
Faith le sorrise.
"Non c'è niente da rincuorare. Andremo ad affrontarlo perché
è il nostro dovere, o perchè le persone che amiamo lo fanno e
sono in pericolo. Jarisdle è forte, anche noi non siamo poi male... Non
c'è scelta, non ce n'è mai stata giusto? Ci siamo in mezzo...
Bè che ne dite se ci prendessimo una pausa. Fino a domani notte non ci
sarà battaglia..."
Wesley annuì.
"Sì, rilassiamoci, è inutile tormentarsi, e poi forse Giles
e Anya arriveranno domani, e sarà tutto risolto! Svagarci un po’
ci farà bene."
"Giles e Anya probabilmente sono finiti arrostiti da qualche scagnozzo
di Jarisdel, è da due giorni che non abbiamo notizie. Che dvrei fare?
riordinare la mia cripta? Dillo chiaramente... magari è il nostro ultimo
gionro, è il caos che ce lo godiamo.. bella prospettiva!"
"Io non volevo dire..."
Willow sorrise all' ex osservatore.
"Sappiamo quello che volevi dire, è una buona idea. E stare chiusi
qui non è salutare per nessuno. Usciamo."
Si diressero tutti all'uscita.
Faith rimase indietro, gli occhi rivolti verso la porta dietro cui era sparito
Angel.
"Uscirà a caccia, Faith.... non preoccuparti.."
"Ma è giorno..."
"Le fogne.
"Oh, certo."
Dimenticarsi che il pericolo era così vicino, micidiale,
mortale.
Dimenticarsi di essere quello che era... dimenticare il passato.
Essere solo una ragazza, vivere come se fosse l'ultimo giorno, il primo, gioire
di ogni respiro.
Vivere e basta.... avida di ogni respiro e di ogni suo sorriso.
Il sorriso di Wesley come un incantesimo che poteva cancellare il passato e
illuminare il presente.
Il sorriso di Wesley che le faceva impazzire il cuore, e le dava un inspiegabile
formicolio alla base dello stomaco.
Mentre mangiava il suo con gelato Faith gli lanciò un'occhiata intanto
che lui non la guardava, e sorrise di se stessa... ci mancava solo che le sudassero
le mani e poi sarebbe stata tale quale a un'adolescente innamorata.
Lei... che non era mia stata un'adolescente, tanto meno innamorata.
E tutto era più buono, più bello, più speciale accanto
a lui.
Tutto era come se fosse la prima volta, come se non l'avesse mai visto prima...
un mondo nuovo.
Camminavano vicini, parlando di tutto, o anche solo restando in silenzio.
Faith ,mentre il suo cuore perdeva un battito, allungò una mano, e piano,
come se niente fosse, la mise in quella di lui, intrecciando le dita.
Wesley evitò per qualche misteriosa ragione di arrossire, e si girò
a guardarla.
Per un istante restarono con gli occhi negli occhi, catturati l'uno dallo sguardo
dell'altra, poi le sorrise dolcemente e lei annuì, quasi aspettasse la
sua approvazione per il gesto che aveva appena compiuto.
Ripresero a passeggiare, i battiti cardiaci di tutti e due come un galoppo sfrenato...
Gli occhi radiosi che sono solo delle persone innamorate.
Il sole tramontò presto, inondando il cielo di rosso e di arancio, annegandolo
in un bagno di oro e di violetto.
"Wes...? So che non rientra esattamente nel programma di spensieratezza
di oggi, ma pensavo che dovrei andare un po’ a caccia."
"A caccia?!"
"Si ,sai al cimitero, uno qualsiasi... in prigione mi sono allenata...
ma ho paura di essere un po’ fuori esercizio... solo sacchi di sabbia,
niente vampiri.. niente demoni..."
"Io, certo, come vuoi, insomma, andiamo, prima passiamo a casa di Giles
a prendere delle armi..."
La ragazza sfilò di tasca un paletto appuntito, e sorrise.
"Sono pur sempre una cacciatrice... non te lo hanno insegnato che non si
gira a Sunnydale senza uno di questi a portata di mano?!"
Lui rise... Faith, in fondo non era cambiata sotto certi aspetti.
E il cimitero era un posto come un altro... forse non molto romantico... ma
se era con lei, andava bene qualsiasi posto!
Al quarto cuore che riduceva in cenere Faith era piuttosto soddisfatta.
Mentre affondava il paletto, si concesse un bel sospiro di soddisfazione.
"Certe cose non cambiano mai... E' bello ritrovare certe consuetudini...
sai non sono proprio portata per l'uncinetto!!"
"Sì, immagino di si!"
Non che Wesley avesse prestato molta attenzione alla caccia in sé, era
molto più interessato alla cacciatrice.
Incantato da ogni suo movimento, assolutamente estasiato dai suoi capelli che
volavano nel vento pungente della sera, dia suoi occhi da gatta che sfidavano
il nemico e lo canzonavano.
"Un altro giro e poi a casa?"
Ormai era certo che non le avrebbe mai saputo dire di no...
"Wes... so che sembrerà strano detto da me... ma, ma quando mi guardi
così,io ehm... mi sento una ragazzina al primo appuntamento..."
"Mmm.. consolante, perché è esattamente il modo in cui mi
fai sentire tu... anche solo quando respiri..."
Bene, il suo cuore era andato a farsi benedire, era letteralmente esploso...
altro che morire giovane perché era una cacciatrice, sarebbe morta fulminata
da uno di quei sorrisi così teneri, così aperti che le rivolgeva
lui, quei sorrisi che sembravano essere solo per lei.
Senza pensarci su troppo, gli circondò il collo con le braccia e lo baciò
con trasporto.
Prima di riprendersi da quel bacio Wes i ritrovò a terra, vagamente stordito.
Faith combatteva con due vampiri che ,si vede, gli erano arrivati alle spalle.
Si liberò rapidamente del primo e mentre fronteggiava il secondo Wes
si rialzò per darle una mano.
Il vampiro era fra lui e Faith e quando la ragazzo lo eliminò ,probabilmente
a causa di uno slancio eccessivo, si ritrovò sbilanciata e cadde addosso
a lui.
Non che avesse fatto molto per evitarlo, in realtà...
Wesley si ritrovò di nuovo a terra ,sull'erba, ma stavolta con Faith
addosso...
Situazione tutt'altro che spiacevole, anche se leggermente imbarazzante...
Come al solito, rimasero a guardarsi negli occhi per alcuni lunghi, lunghissimi
istanti, i respiri affannati e i visi vicinissimi.
"Mi devo essere sbilanciata... Tutto bene?"
"Adesso sì..."
"Ah..."
Faith sorrise con quell'aria un poco felina e incredibilmente sexy.
Avvicinò ancora di più il viso a quello di lui.
Fino a quando le loro bocche quasi si sfioravano, e i loro respiri si confondevano.
"E adesso....?"
Lo baciò lentamente, con dolcezza, accarezzandogli le labbra con le labbra,
con la lingua, in una lunga danza sensuale.
Si staccò appena da lui sorridendo ancora maliziosamente.
"Non sono proprio sicuro... puoi chiedermelo di nuovo tra un attimo........?"
Le infilò una mano tra i capelli, attirandola a sé e baciandola
a sua volta.
Catturando le sue labbra in un lunghissimo, appassionato bacio.
Fino a quando Faith credete che respirare non le sarebbe più servito
e che il suo cuore avrebbe smesso di batterle in petto, e la sua pelle avrebbe
preso fuoco.
A malincuore si staccò da lui, sospirando vistosamente.
"Bene... credo che te lo chiederò più tardi... sarà
meglio andare... siamo uno spuntino perfetto per qualche vampiro affamato qui
così..."
Faith ne aveva abbastanza di vampiri per quella notte.
Ed anche di pensieri gravosi.
Voleva solo perdersi nei suoi occhi ,quegli occhi azzurrissimi che l’avevano
stregata, e sentirsi giovane… giovane e innamorata come non era mai stata.
Come non le era mai stato permesso di essere.
Voleva che quell’ultima notte ,se davvero l’ultima fosse stata,
fosse luce da portare nel suo cuore. E in quello di lui.
Non c’era nessuno in giro.
Strano come la gente se ne stia sempre al sicuro in casa propria, sotto le coperte,
mentre tu sei in procinto di salvarle la vita, rischiando la pelle…
Non voleva pensare al lavoro.
Non con quegli occhi di cielo che le sorridevano, e la corteggiavano, e la adoravano,
e la mano di Welsey che stringeva dolcemente la sua.
Come se fosse stata una cosa normale.
Mentre il suo cuore accelerava i battiti ,a dirle che normale non era, e scandiva
inesorabile ,ad ogni passo, che si era innamorata.
Innamorata perdutamente, totalmente.
E quell’amore così nuovo la stupiva ancora e ancora perché
poteva crescere, crescere ogni volta che le loro mani si sfioravano o i loro
sguardi si incontravano, anche se le sembrava già tanto grande da poterle
spaccare il cuore.
Wesley la guardò attentamente, chiedendosi come potesse essere ogni istante
più bella, più dolce, più radiosa.
Il vento era una danza nei suoi capelli.
Avrebbe voluto poterla osservare per sempre.
E fermare il tempo.
Perché lei era lì, accanto a lui, e il suo profumo leggero era
più prezioso dell’aria che respirava.
Improvvisa, repentina, come il sole che scaccia le nubi in una mattina uggiosa,
lei gli sorrise.
E il calore di quel sorriso rischiò di scottarlo.
Sorrise Faith, perché era felice.
Sorrise e non gli disse che il suo sguardo su di lei le riempiva l’anima.
Sentiva il cuore in gola, come se dopo aver incontrato gli occhi di Wes per
la prima volta, durante l’evasione, fosse diventata quella la sua sede
naturale.
“Ho voglia di ballare…”
Imprevedibile, Faith. Lui sorrise, senza cercare di capire.
“Di ballare…? Qui…?”
“Sì, perché no?!”
“Non c’è la musica…”
“Bè, provvedo subito… dunque, dovrebbe essere qui…”
La ragazza appoggiò sul cofano della macchina il borsone che conteneva
le armi e cominciò a frugare rumorosamente fra paletti, frecce e pugnali.
Riemerse trionfante con una musicassetta tra le mani.
Con il sorriso malizioso di una bambina che sta per commettere una birichinata,
infilò il nastro nel registratore della macchina ed alzò il volume
al massimo.
Lasciò le portiere aperte, anche se era del tutto inutile visto che la
capotte era abbassata.
La note di “Take my Breath away” riempirono l’ari attorno
a loro, colorando la notte.
La musica vibrava nel buio.
Wesley aprì la bocca per insinuare che avrebbero potuto svegliare qualcuno…
Ma l’espressione di assoluta felicità sul volto di lei mentre gli
puntava quegli incredibili occhi scuri addosso, lo fece immediatamente desistere.
Anzi, si dimenticò completamente dei possibili insonni.
Faith gli si avvicinò lentamente, i fari accesi della macchina che infiammavano
di riflessi i suoi capelli e gli occhi scuri che erano un incantesimo di estasi.
Gli tese, quasi titubante, la mano bianchissima -così piccola rispetto
alla sua pensò Wesley…
“Ti va di ballare con me…?”
E il suo sorriso era irresistibile, affascinante, carismatico.
Lui deglutì a vuoto, non riuscendo a far altro che un cenno affermativo
con la testa mentre intrecciava le dita a quelle di lei, e le circondava la
vita con l’altro braccio.
Si guardarono a lungo negli occhi… le parole che morivano dimenticate
fra le labbra.
La musica ,in realtà, era superflua.
Quella vicinanza perfetta, quegli attimi rubati alla loro vita e a ciò
che erano: era tutto meraviglioso.
Wes la strinse contro di sé, appoggiandosi delicatamente la sua mano
sulla spalla.
Fatih intrecciò le dita dietro la nuca di lui, reclinando la testa ed
inarcando leggermente la schiena contro le sue braccia per poterlo vedere in
viso.
Con un sospiro leggero ,alzandosi sulle punte, appoggiò la fronte contro
quella di lui.
Sentì la schiena percorsa da un brivido leggero.
Aveva paura che fosse tutto un sogno.
Non si voelva svegliare.
I loro asi si sfiorarono.
Sorrisero entrambi.
La musica li portava lontano.
Come se il vortice di un sogno li avesse strappati dalla realtà.
I loro respiri si infrangevano l’uno nell’altro.
“Porta via il mio respiro… tienilo chiuso nel tuo cuore… tienimi
nel tuo cuore…”
La voce della ragazza era solo un sussurro,e le sue guance erano arrossite,
lo stesso colore delle rose selvatiche in primavera.
Gli accarezzò le labbra con un bacio di velluto.
Poi appoggiò la sua testa nell’incavo fra il collo e la spalla,
dove poteva sentire il battito del suo cuore.
Wes sorrise, e non gli importava se il suo udito di cacciatrice ,o il suo istinto
di donna, le avrebbero detto che quel cuore batteva così forte per lei…
La strinse con dolcezza, come la cosa più preziosa dell’universo,
come un fiore delicato che il vento di quella notte poteva gualcire.
Lei era tutto il suo mondo… la sua vita.
Come d’incanto erano soli e tutto il resto non importava più.
Solo due ragazzi, che si amavano.
Faith si sentì al sicuro per la prima volta in vita sua, si sentì
a casa.
Come se fosse finalmente arrivata a destinazione dopo un lungo viaggio.
Lo spirito guerriero e ramingo che ruggiva dentro di lei tacque.
E in quella notte ,dopo tanto tempo, non sentì più il desiderio
di fuggire, di scappare lontano: da se stessa e dagli altri.
Wes aveva posto la guancia sul suo capo.
La ragazza chiuse gli occhi e desiderò che quel momento non finisse mai.
Quando alzò di nuovo il capo per incontrare lo sguardo di lui, aveva
gli occhi coperti da uno scintillante velo di lacrime.
E Wes si trovò ancora a pensare che era incantevole.
La sua fata Morgana…
Una lacrima rilucente di stelle sfuggì al velo delle ciglia.
L’uomo l’asciugò teneramente con un dito.
“Ehi…? Che succede? Qualcosa non va…?” Io… ho
fatto qualcosa che…”
Lei scotendo la massa fluente di capelli, gli sorrise di nuovo, fissandolo negli
occhi, mentre gli appoggiava un dito sulle labbra per farlo tacere.
“Non per te… lo sai. E’ solo… che per la prima volta,
io… non sento il desiderio di fuggire… MI sento al mio posto…”
Ora il suo sorriso era un poco imbarazzato, gli occhi scuri sfuggivano quelli
di lui.
Lui ,con tutta la sua eloquenza, rimase senza parole.
La abbracciò forte, tenendola così stretta da toglierla il fiato,
mentre lei gli affondava il volto nel petto.
Le accarezzava dolcemente i capelli e sapeva che quella notte non l’avrebbe
dimenticata mia… anche se il mondo che conosceva fosse stato travolto
dagli eventi della notte successiva, anche se il destino con le sue mille profezie,
gli fosse crollato addosso… quella notte sarebbe rimasta solo loro. Per
sempre…
Erano ancora abbracciati, aggrappati l’una all’altro, quando cominciò
a piovere.
E non se ne accorsero.
L’acqua cadeva fitta e violenta, scontrandosi col terreno come il colpo
di una frusta.
Ma i due ragazzi rimasero abbracciati.
Dopo un tempo indefinibile Wesley si scostò un poco da lei, per poterla
guardare negli occhi.
Non capiva se avesse pianto.
Gocce di pioggia le si appoggiavano sul viso come perle, mischiandosi alle lacrime,s
e c’erano state.
Dovette resistere all’impulso di coprire quell’ovale perfetto di
baci…
“Piove…” disse solo questo, senza smettere di tenerla premuta
contro di sé.
Feith reclinò la testa all’indietro, per esporre il viso all’acqua
fresca, profumata di vento e di cielo.
OH lo so che piove.” Respirò a fondo “E’ bello. Mi
è sempre piaciuta la pioggia. Ha un buon odore. Era così tanto
che non la sentivo sulla pelle…”
Wes non riusciva a staccare gli occhi da lei.
“Grazie.”
Faith lo guardò sorpresa.
“Grazie…? E di cosa?”
Lui le scostò con cura le ciocche di capelli bagnati dalla fronte, guardandola
assorto.
“Del tuo sorriso… di questa notte… di quello che hai detto…”
Il cuore le balzò in petto, tanto forte da lasciarla senza fiato. Provò
a scherzare.
“Che ho detto sulla pioggia…?”
"No... che stai bene qui, stasera... con me... che ti senti al tuo posto..."
Faith deglutì.
Aveva l'impressione che tutto quell'amore che non trovava il modo di esprimere
l'avrebbe soffocata.
Era come se non esistesse un modo per fargli capire cosa provasse e con che
intensità lo provasse.
Si sentiva sopraffatta e felice.... così incredibilmente felice.
Trasse un profndo respiro, un lunghissimo, profondo respiro.
"Ti amo Wesley Windam Prince. Ti amo come non ho amato mai."
Alzò lo sguardo su di lui, adesso il respiro lo stava trattenendo.
La pioggia li inzuppava tutti e due.
Non c'era altro da dire... era stato così logico, così naturale...
perchè lo amava, lo amava con tutto se stessa.
Lo amava anche se non ne aveva il diritto...
Wesley le accarezzò il viso, lentamente, dolcemente, dimenticando il
tempo nei laghi scuri e profondi dei suoi occhi.
Le sue parole rischiarono di essere inghiottite dal fruscio della pioggia.
Ma Faith le udì, e le sembrarono un grido che esplodeva nel petto, e
nelle orechcie, e nella mente, e nel cuore.
"Sposami Faith..."
Il cuore le si fermò nel petto.
Il cuore esplose e i suoi frammenti aguzzi le si conficcarono dolorosamente
nella carne a ricordarle che era viva, che non era un sogno.
Le mancò la terra sotto i piedi, e per non cadere si dovette aggrappare
a Wesley.
L'immagine del volto del ragazzo era offuscata dalla nebbia sottile che le era
scesa per un momento davanti agli occhi.
Si aggrappò a lui con tanta forza da rischiare di lacerare la stoffa
della camicia.
Boccheggiò, con la pioggia che le inondava le labbra.
Solo negli occhi di lui ,ch ele trasmettevano un infinito amore, che erano il
suo paradiso, trovò un punto fermo.
E si ancorò ad essi, con troppa paura di svegliarsi da quel sogno per
abbandonarli anche solo un istante.
"Weslet, io... oh, dio. Io non credo di aver capito bene... cioè
io..."
Si fermò, incapce di continuare, incapace di pensare.
Lui sorrise rassicurante, ma sentì lo stomaco torcersi per la paura di
aver sbagliato... di aver corso troppo... di averla spaventata... presa alla
sprovvista.
Deglutì.
"Ho detto che ti amo, Faith. E che non voglio passare un solo giorno senza
di te. Diventa mia moglie..."
E la sua era quasi una preghiera.
"Oh! Oh, accidenti se avevo capito! Wes... dio, Wes... io sono un'evasa..
una cacciatrice ribelle... un'assassina..."
La sua voce si era spenta, rapita dalle sottili gocce d'acqua sulle labbra.
Lui le prese il viso fra le mani.
"Ssh.. ssh... non dire queste cose della mia ragazza... Tu sei la donna
che amo. Ma non mi hai risposto, Faith...."
"Non l'ho fatto, vero...? Io.. io ,oh, sarei così felice... io...
è solo che sembra tutto un sogno... e ..."
"Faith...?!"
"Scusami, solo credo che se non respiro potrei anche morire.." Tresse
un breve, affannoso, respiro, senza staccare gli occhi da quelli di lui. Deglutì
anche lei.
Gli gettò le braccia al collo, e quando lo baciò Wesley sentì
che le sue labbra sapevano di sale.
Si baciarono sin quasi a soffocare, fino a quando le loro labbra non bruciarono
e arsero dello stesso fuoco dei loro cuori.
Lui di nuovo, le scostò i capelli bagnati dal viso che aveva appena tempestato
di baci.
"Davvero, vuoi...?"
Lei rise.
"Sì, sì, mille volte sì!!"
"E' solo che pensavo che tu..."
"Oh, Wes! Sì!! Devo firmare qualcosa?! Sì!! S', sì
ti amo! Sì, sì ti voglio sposare!"
"Ti amo!"
La sollevò da terra, facendola volteggiare in aria, mentre entrambi ridevano
di felicità come bambini.
Mentre entrambi perdevano l'anima negli occhi dell'altro ed erano solo ragazzi
che ballavano sotto la pioggia.
Ed erano solod ue anime gemelle che si erano reincontrate.
Non riuscivano a smettere di ridere, e di ripetersi che si amavano, gli sugardi
avvinti, mentre l'acqua schizzava impazzita attorno a loro.
Infine, entrambi sfiniti dalle risate, e dall'emozione, rimasero fermi, sorridenti,
beati, uno davanti all'altra, così bagnati da gocciolare coem spugne,
ma così ragginati da illuminare la notte, così innamorati da incendiare
l'aria.
Lui le prese la mano, stringendola nella sua,e sollevandola fino alle labbra
per posare un bacio delicato sul palmo.
"Credo sia meglio tornare a casa..."
Faith sorrise compiaciuta, stringendosi a lui e passandolgi le braccia attorno
alla vita.
"In effetti non mi dispiacerebbe un bagno caldo..."
Lui si chinò a vaciarla sulle labbra, con calma, assaporando il loro
gusto.
Poi, quasi distrattamente, rivolse uno sguardo alla macchina.
Per poco non gli si rizzarono i capelli in testa.
"La macchina di Angel!!! Oh, maledizione, si sarà allagata!"
Prima che Faith riuscisse a reagire, luomo si era catapultato verso la vettura
e stava disperatamente armeggiando con il tettuccio apribile.
"L'unica cosa positiva dello stato in cui è Angel in questo periodo,
è che forse sarà troppo preoccupato per accrogersi di cosa è
successo alla sua macchina... e per uccidermi!!"
L'umomo combatteva con l'indomita capotte.
Faith rimase a guardarlo diverita mentre la musica continuava a battere il suo
ritmo, ora sfrenato
Una delle sue canzoni preferite... molto ballabile, molto scatenata.
Faith si liberò dalle scarpe fradice e cominciò a ballare sinuosamente
a ritmo, come se niente fosse.
Sotto la pioggia che la inondava, sorridente e sensuale come non mai.
Era così felice che avrebbe potuto volare!
Così felcie che avrebbe potuto impazzire!
Sempre ballando salì sul cofano della macchina e lì continuò
a danzare scatenata.
Wesley ,del tutto rapito dalla bellissima donna, rinunciò a chiudere
la decappottabile.
"Faith... così non sei per niente d'aiuto..."
Lei gli regalò un sorriso radioso e uno sguardo vellutato da gatta che
fa le fusa.
"Oh, è solo un pò d'acqua Wes... che male può fare?!"
Così dicendo gli scivolò fra le braccia, e lo baciò appassionatamente.
Il bacio si fece sempre più impetuoso, più travolgente.
Quasi si divravano, in un bisogno disperato dell'altro, cercando con le mani
ogni centimetro di pelle nuda, con i vestiti roridi e inzuppati che li impedivano.
Faith gallleggiava in una dimensione lontana dalla realtà.
Sentiva la pelle in fiamme, un incendio che dilagava nelle vene, e il cuore
in tumulto.
Era così incredibile, così meraviglioso... così perfetto
esser fra le braccia dell'uomo che amava.. così perfettamente diverso
da come era sempre stato...
Avrebbe voluto donargli tutto ciò che era, la sua anima, il suo cuore,
e non solo la sua bocca e il suo sorpo.
Completamente dimentichi di dove si trovavano, e della pioggia sempre più
battente, cominciarono a spogliarsi a vicneda.
La giacca di pelle di Faith finì in terra, in mezzo all'acqua, seguita
a ruota dalla camicia di Wesley.
Faith riprese fiato a fatica, staccandosi a milincuore dalle labbra di lui,
in bocca il suo sapore.
"Wes..io..."
Abbassò gli occhi, un improvviso nodo in gola. Accidenti, da quando era
così punibonda????!! Perchè diavolo lui le faceva quell'effetto?!
Maledisse il cuore che batteva tanto forte in petto da squassarla e quegli occhi
così dolci ,troppo dolci, e così attanti, premurosi, fissi su
di lei.
Se voleva diriglielo tanto valeva che glielo dicesse tutto d'un fiato, e amen.
"Io... non voglio che la nostra prima volta sia così.... Ecco, vedi,
sono innamorata di te ,ed è una cosa talmente sconvolgente, nuova, per
me. E.. vorrei che fosse tutto perfetto..."
Pregò di non essere arrossita.
Perchè era così assurdo. Perchè non si sentiva più
neanche lei....
Si sentì abbracciare con infinita dolcezza. E appoggiare un tenero bacio
fra i capelli.
"Andiamo a casa."
Si rilassò grata contro di lui, mentre l'amore che le riempiva il cuore
cresceva tanto da rischiare di traboccare.
Le sembrò di toccare il cielo con un dito. Perchè lui sapeva capirla,
anche senza bisogno di parole. Ed era più di quanto avesse mai sognato.
Riuscirono finalmente a richiudere la macchina, e a metterla
al sicuro nel garage di Giles... anche se ormai il peggio era fatto.
Entrarono di corsa in casa dell'osservatore, sfuggendo alla tempesta.
Grondavano acqua, erano bagnati fradici.
Faith rimase incerta, ferma appena oltre la soglia.
"Giles, è via. Cordy mi ha dato le chiavi, non penso gli dispiacerà
se ci fermiamo per la notte.. o comunque fino a quando dovremo restare a Sunnydale
per rsolvere questa faccenda, o lui sarà tornato con la lancia..."
In realtà la cacciatrice non stava prestando attenzione alle sue parole,
e non si era neppure interrogata sulla reazione di Giles, era troppo intenta
ad ossevarlo.
E ad innamorarsi di lui, se non lo fosse già stata oltre ogni limite.
I capelli spettinati e ribelli, la maglietta bianca resa quasi trasparente dalla
pioggia e incollata alla pelle... ma si era mai resa conto di quanto fosse affascinante?!
E quei meravigliosi occhi azzurri che la fissavano... l'immagine di un giovane
osservatore ingessato in un doppiopetto, con sacchi di regole e dogmi sotto
il braccio, le balenò nella mente.
- "Nuovo osservatore?" "Nuovo osservatore....!" il coro
di Giles e Buffy aveva un'intonazione sconsolata e lei aveva girato i tacchi
e se n'era andata, ignorandolo completamente.-
No, di certo allora non aveva pensato la stessa cosa che stava pensando adesso:
bello da togliere il fiato, e sexy...
Si fece avanti, guardandosi un pò in giro, quasi per timore che le leggesse
nella mente.
"Credi che potrei..."
"Farti un bagno o una doccia, certo! Da quella parte... Io preparo qualcosa
da mangiare, hai fame?"
Lei dimostrò l'entusiasmodi una bambina.
"Fame! Una fame da lupo! La caccia mette fame e..."
Sorrise maliziosamente, gli stampò un bacetto sulle labbra e sparì
dietro la porta del bagno.
Con tutta l'intenzione di riprendersi dalla serie infinita di emozioni di quella
sera, e di sentirsi un pò più affascinante un un pò meno
bangata quando fosse tornata da lui.
Un bagno bollente e frizzante.
Schiuma che svolazzava da tutte le parti e vapore che invadeva il bagno.
Ripulì un pò lo specchio dalla condensa con la mano e osservò
l'immagine sorridente che le rimandava.
Un sorriso che non conosceva... prima di lui.
Si allacciò l'accappatoio da uomo decisamente troppo grande per lei,
avvolgendosi voluttuosamente nella spugna morbida.
Si sentiva incredibilmente bene, come se le nuvole di vapore profumato che la
circondavano fossero quelle del suo paradiso personale.
Scosse i capelli a testa in giù, e riversò il capo all'indietro
facendoli volare in aria, spandendo file sottili di goccioline cristalline,
e facendoli poi ricadere sulle spalle, e giù lungo la schiena fino a
sfiorarle i fianchi.
Trasse un profondo respiro ,ancora avvolta nell'accappatoio, perchè i
vestiti puliti che le aveva dato COrdy erano rimasti nel borsone sul sedile
posteriore della macchian di Angel... e si erano fatti una doccia anche loro.
Uscì e si diresse in salotto.
Rimase a bocca aperta.
Le luci erano spente.
Sul pavimento ,a tracciare una sorta di sentiero verso il salotto, erano disposte
una serie di candele profumate, che diffondevano nell'aria il loro aroma lievemente
fruttato.
La moltitudine di minuscole fiammelle baluginava e tremava nella penombra, disegando
arabeschi contorti sul muro e traendo bagliori incerti da tutte le superfici
lucide.
Una musica soft si diffondeva in tutta la casa.
Il cuore riprese dolcemente a martellarle in petto, mentre un delizioso profumo
di cibo le solleticava le narici, ricordandole che era a digiuno da parecchie
ore.
Wes sapeva anche cucinare?!
LE candele rubavano riflessi dorati, scintillanti, ai suoi occhi scuri.
Faith sorrise estasiata e compiaciuta, mentre constatava che anche ogni superfice
libera del salotto era cosparsa di candele, le quali diffondevano una luce morbida
e calda, accogliente.
Davanti al divano, il tavolino era elegantemente apparecchiato per due.
Delle piccole candele galleggiavano in una ciotola di cristallo, fra peonie
dai petali rigogliosi e sfatti, di un colore biano rosato che assumeva i riflessi
di un'aurora boreale e dell'oro fuso alla luce tremolante delle fiamme.
Sembrava che la stanza pullulasse di piccole lucciole ardenti.
L'atmosfera era quella di un sogno, di un bellissimo, meraviglioso sogno...
di una favola.
La sua favola.
Lei che non aveva sognato mai.
Lei che non aveva mia avuto niente.
Le pareva di galleggiare a mezz'aria, si sentiva una principessa...
Ed era tutto così incredibile... lei ,Faith, la ribelle, innamorata e
persa nell'incanto di un sogno.
La voce di Wes la raggiunse come una canzone...
"Allora che ne dici di mangiare qualcosa?"
Faith so voltò verso di lui, volandogli al collo e rischiando di fargli
cadere la bottiglia di vino e i bicchieri che aveva in mano.
Lo baciò con trasporto.
"Dico che è tutto perfetto.... che non avevo neppure mai sognato
una cosa così bella..."
Lui sorrise, allungandosi oltre le spalle della ragazza per appogiare il vino
e poterla stringere con più agio.
"Ti porterei le stelle se solo le chidessi..."
"Ti amo..." Si guardò di nuovo intorno estasiata "Dio,
credo che questo sia il mio primo "appuntamente ufficiale"... E ,bè,
non ho neppure il vestito adatto... Non ho un abito al momento, per essere precisi.."
Lui la guardò, e Faith si sentì l'unica donna al mondo. La più
importante.
"Sei bellissima."
La ragazza sorrise, gli occhi che traboccavano gratitudine, e fece un giro su
se stessa, reggendo con la mano l'accappatoio, come se fosse stato un abito
da sera.
"E' l'ultima moda da Parigi, in effetti..."
Rise dolcemente, i capelli umidi che si agitavano intorno al volto e rilfettevano
lingue di fuoco rosse e lucenti.
E per Wes era davvero una principessa.
Ed era la sua anima, il suo cuore.
In quella notte a lume di candela.
In quella notte solo per loro.
Faith incontrò il suo sguardo e rimase incantata.
Sorrise leggermente. Dio, quanto lo amava.
Ed era come volare, coem librarsi al di sopra della realtà, del dolore.
Si avvicinò, cingendogli il collo con le braccia e cominciò a
baciarlo dolcemente.
E quei baci erano un'ipnosi, un'estasi, un delirio.
Sempre più appassioanti, sempre più persi l'uno nell'altra, sepre
più assetati di respiri, e affamati di pelle.
Innamorati.
Infinitamente.
Naufragando in un oceano di respiri che si infrangevano l'uno nell'altro, e
che erano onde dello stesso mare, ed il ritmo del loro cuore.
Naufragando nel bagno delle loro anime e nell'estasi di quella notte, che era
il loro incantesimo.
Insieme. Acqua e fuoco. Tempesta e rugiada.
Insieme. Amore che scorreva come fuoco liquido nelle vene, che espoldeva nel
corpo e dilagava nella mente, nel cuore, invadeva l'anima. E il sangue stesso
era fuoca, così come la pelle e le labbra che buciavano. Fuoco che dilagava
negli sguardi intrecciati, nelle parole sussurrate.
Insieme..... mentre la cena finiva per freddarsi.... e le candele si consumavano
pigramente, giuzzando con ombre furtive sui muri, sui vetri.
Raggi di sole timido che filtravano dalle finestre, disegando
di luce la sua pelle nuda, accendendo di riflessi i suoi capelli.
I suoi capelli che gli inondavano il petto, e profumavano di pioggia e di rugiada.
Faith aprì lentamente gli occhi, sbattendo le ciglia lunghissime e incontrando
il cileo degli occhi di Wes che la osservavano assorti e adoranti.
E si sentì felice, si sentì in paradiso. Si sentì libera.
"Buongiorno..."
"Ti amo, non credo di avertelo ancora detto stamattina.... buongiorno...."
Lei sorrise baciandolo.
"Ma se mi sono appena svagliata..."
"Appunto... non te l'avevo ancora detto."
"In effetti.... no."
Rimasero abbracciati, godendosi quei momenti di tranquillità, ancora
per un pò.
Fino a quando il cellulare di wesley non cominciò a squillare.
E la voce stanca di Cordelia non li riportò sulla terra.
Wes riagganciò, e la sua espressione era di nuovo grave.
Perchè quella notte avrebbero dovuto affrontare una battaglia mortale.
Perchè lei avrebbe rischiato la vita.
"Il nostro angolo di paradiso finisce qui direi... Al lavoro!"
La ragazza sorrideva.
Lui la guardò, e i suoi occhi erano innamorati di lei.
Tornò ad abbraccaiarla. Come se fosse l'ultima volta. o la prima.
E a ubriacarsi del profumo dei suoi capelli, e della sua pelle.
"Wes.... che c'è? Sei preoccupato... per Angel?"
Ma anche la sua voce era incrinata adesso.
E avrebbe voltuo poter fermare il loro sogno... la sua favola... e viverla per
sempre.
"Starai attenta... stanotte?"
"Come sempre..."
"Non sei mai stata prudente, Faith..."
"Appunto..."
Alzò gli occhi verso di lui, e gli appoggiò un bacio delicato
sulle labbra.
"Ehi.. andrà coem tutte la altre volte... vinceranno i buoni! Non
ho nessuna intenzione di lasciarti dimenticare quello che mi hai chiesto ieri
sera... non ti liberi di me così facilmente..."
"Riesci sempre a scherzare..."
"Esorcizzo la paura..."
"Ne hai...?"
"Questa volta ho qualcosa da perdere...."
Lui chiuse gli occhi, appoggiando la fronte a quella di lei.
Rimaserso in silenzio.
La favola era davvero finita.
"Ci serve la lancia per affrontare Jarisdel."
"Se GIles e Anya non arriveranno in tempo, Angel andrà lo stesso...
e io non posso lasciarlo solo. NOn perchè è il mio dovere di cacciatrice...
ma, bè sai perchè."
"LO so, Faith. Lo stesso motivo per cui nessuno di noi lo lascerà
andare solo..."
"Torneremo, Wes. Te lo prometto. Torneremo...."
"Sì.... e poi devo ancora prenderti un anello di fidanzamento..."
"Dovrò avere un abito adatto, quel giorno...."
Lui sorrise, prendendole il votlo fra le mani e baciandola a lungo.
Si separarono, guardandosi negli occhi per alcuni lunghissimi minuti.
Era solo un'altra battaglia... ma c'era in gioco così tanto questa volta...
ma avevano così tanto da perdere qeusta votla...
"Dobbiamo andare...."
"Lo so.."
"Wes..? Grazie di avermi regalato la mia favola...."
- Capitolo XV
"Scacco Matto"
Silenzio, e volti mesti che sfuggivano gli sguardi.
Faceva freddissimo, molto più del normale.
Il vento spazzava le strade, turbinando e ululando e gemendo e fischiando nella
notte più nera della pece.
Il cielo era terso, lucido, trasparente: uno scorcio d’universo.
Il gruppo era compatto, immobile nella notte come una composizione di statue.
Si stringevano nei cappotti e nelle giacche.
Due uomini ,il medesimo soprabito di pelle nera, occhi di fuoco nero il primo,
di ghiaccio azzurrissimo il secondo, reggevano delle borse cariche di armi.
Una giovane donna ,i lunghissimi capelli scuri agitati dal vento sferzante,
imbracciava un arco con alcune frecce incoccate. Accanto a lei una bionda reggeva
una piccola balestra.
Dal negozietto di magia davanti al quale sostavano uscì una rossa, i
capelli come una fiamma nel buio della notte. Fra le mani un libro ed un paio
di sacchetti di velluto. Fece un cenno col capo ad indicare che aveva trovato
tutto quello che cercava.
All’unisono gli altri si guardarono.
Non c’era più nulla da dire.
Solo un cenno si assenso comune.
Era quasi mezzanotte.
Si avviarono ,passi lunghi e decisi, l’attenzione persa nei rumori della
notte.
Chi incrociava il loro cammino ,i volti duri e gli sguardi freddi, determinati,
distoglieva gli occhi, e si affrettava verso casa.
Si fermarono davanti ai cancelli del cimitero.
Angel, che voltava loro le spalle, si girò e fece scorrere lentamente
lo sguardo su ognuno dei ragazzi.
Un ultimo tentativo di proteggerli, di allontanarli da quell’ennesimo
pericolo.
“Siete ancora in tempo..”
Cordelia si guardò distrattamente il polso.
Non aveva orologio.
“Saremo in ritardo, se non ci sbrighiamo.”
Lei e il vampiro si scambiarono un lungo sguardo.
La donna sorrise appena, e gli sfiorò una mano.
“Ehi, pariamo un corteo funebre! Tutto questo entusiasmo finirà
per sfiancarmi ancor prima della battaglia!! Andiamo, li uccidiamo e torniamo.
Come sempre.”
L’allegria nella voce della cacciatrice era forzata.
Angel annuì. “Andiamo allora.”
Faith li trattenne un momento ancora.
Si girarono tutti verso di lei.
“Che nessuno si azzardi a morire! Dovete venire al mio matrimonio…”
Sorrideva, e i suoi occhi dicevano addio a quegli amici che quasi non aveva
avuto il tempo di conoscere.
Le risposero con cenni di assenso, mezzi sorrisi.
Nessuna parola.
Wesley le strinse forte la mano.
Poi varcarono i cancelli.
Un’ombra indistinta ,parecchio indietro rispetto al gruppo,
si affrettò a raggiungerli.
Nell’oscurità tersa i suoi vestiti lanciavano riflessi accesi e
stridenti.
Quando la luce della luna illuminò il suo viso ,solo un attimo prima
che tornasse a confondersi fra le ombre, i suoi occhi brillarono rossi come
il sangue che sgorga da una ferita aperta.
Varcò a sua volta i cancelli, e li avrebbe raggiunti, se non fosse inciampato.
Imprecò a mezza voce.
Qualcosa nell’atmosfera intorno a lui gli suggeriva che non era il caso
di mettersi a gridare per richiamare la loro attenzione.
C’era puzza di marcio. Stava per accadere qualcosa.
Bè, non aveva tempo per chiedersi cosa.
Si rialzò mentre scoccava la mezzanotte.
I cancelli alle sue spalle si chiusero silenziosamente e per poco non restò
impigliato con un piede.
Fatto, trappola scattata… e non era arrivato in tempo per avvisarli.
Ecco riguardo a cosa era il presentimento che aveva avuto!
Doveva sbrigarsi a raggiungerli, anche se non sapeva in cosa di preciso sarebbe
potuto essere d’aiuto…
Il gruppo l’aveva distanziato fino a farsi perdere di vista.
Si spolverò il vestito e si diede al loro inseguimento.
Era certo che , a quel punto, non fossero andati lontani.
Si aspettavano un agguato.
Ma il cimitero era silente, deserto, morto.
La notte pareva tranquilla, vuota.
L’occhio insensibile della luna, pallida e opalescente, li osservava dall’alto,
inondandoli con la cascata della sua luce fredda.
La mezzanotte scoccò in loro come una scarica elettrica.
La scintilla percorse l’aria come un fulmine.
Erano disposti a cerchio, quasi spalla contro spalla.
Non succedeva nulla, e i minuti sembravano dilatarsi in ore.
I nervi tesi come corde di violino, i sensi affilati come lame.
Ma non succedeva nulla.
Il silenzio era totale.
Troppo perfetto.
Neppure le foglie degli alberi frusciavano nel vento.
Calma immobile.
Nessun rumore, nessun movimento.
Immobilità statica che sfiniva la concentrazione.
Spike si girò su se stesso di scatto, raccogliendo un sasso da terra
e scagliandolo contro le foglie di un albero lì vicino.
La pietra attraversò l’aria senza un sibilo.
La foglia che colpì, andò in pezzi, come se fosse fatto di vetro,
con uno schianto secco e cristallino.
Anche la pietra andò in frantumi.
I frammenti ricaddero sull’erba con piccoli tonfi tintinnanti.
Spike guardò i suoi compagni, negli occhi un’espressione inequivocabile:
-lo sapevo io!- “Nel caso non ve ne foste accorti c’è qualcosa
che non va.”
La spada che Wes portava sotto il cappotto baluginò nel buio. “Molto
acuto.”
Diede un’occhiata al suo orologio: segnava ancora la mezzanotte. “Immagino
che non sia solo il mio orologio ad essersi fermato…”
Gli lanciarono tutti un’occhiata perplessa… nessuno portava l’orologio.
Wes li ignorò a bella posta.
Si chinò a toccare l’erba, gli steli verde acceso si sgretolavano
fra le sue mani, e sotto i suoi piedi.
Rialzandosi, strinse il pungo attorno a un ciuffo d’erba che aveva strappato.
Tese la mano davanti a sé ,in modo che tutti potessero vedere, e lasciò
cadere dal palmo piccoli frammenti verdi e luccicanti che tintinnavano lievemente.
"Qualcuno ha bloccato il tempo. Siamo intrappolati nello stesso momento.
Tutto è fermo, privo di vita."
Spike gli lanciò uno sguardo omicida. "Logico, qualcuno ha fermato
il tempo. Come ho fatto a non pensarci! E sentiamo ,sapientone, come mai sembrerebbe
che tutto sia fatto di vetro?"
"Il mondo è nello scorrere del tempo, nel mutamento, nella metamorfosi
incessante. Ogni momento esiste in quello successivo. In un momento di eterno
presente ogni cosa è fragile, inconsistente, fallace. In due parole:
il mondo si sgretola."
"No, in due parole siamo in trapola. Completamente fottuti!"
Angel sfoderò l'antica spada metallica che portava e l'aria si riempì
di una vibrazione metallica.
"Credevo di averti detto che non mi piace giocare, Jarisdel."
Alle loro spalle li sorprese una voce.
Un arco, una balestra, due spade, una sciabola e una sfera di fuoco, furono
pronti a colpire.
"Ho come l'impressione di essere arrivato al momento sbagliato..."
La frase gli morì sulle labbra quando si trovò le armi spianate
contro.
"Ehi, ehi, buoni! Non ho mai ucciso nessuno... giuro!"
Una figura inguainata in un incredibile completo turchese, con una camicia giallo
sole ed una cravatta rossa, rossa come i suoi occhi e le due piccole corna che
aveva sulla sommità del capo, uscì dalle ombre.
Cordy ,scotendo la testa, abbassò la balestra.
"No, ma gli accostamenti cromatici dei tuoi vestiti uccidono il mio senso
estetico."
Un'improbabile faccia verde le rivolse un sorriso affascinante.
Spike fece ondeggiare la sciabola ,con poca convinzione, indicando il nuovo
arrivato.
"Jarisdel è un cetriolo travestito da evidenziatore?!"
Lorne lo guardò offesissimo.
"Ehi, ragazzino, io appartengo a una schiatta di demoni così antica
che già leggevano le anime molto prima che tu cominciassi ad imbrattare
la carta di.. di poesie!"
Spike ,inviperito, non fece in tempo a ribadire.
Cordelia si era messa fra loro.
"Bene, vedo che siete già amici. Lorne, lui è Spike. Spike,
lui è Lorne. Un nostro amico, vedi di essere più gentile biondo,
ammesso che tu conosca il significato della parola. Lorne, non è carino
leggere le anime, o... bè, i chip, o non so che altro, per ottenere informazioni
sul passato dei tuoi interlocutori... e poi non potevi leggere solo le anime
di chi canta?? Comunque, ora che vi conoscete, a cuccia. Abbiamo problemi più
gravi del vostro ego ferito."
I due interessati rimasero senza parole per un attimo.
Poi Spike si rivolse con fare petulante a Wes.
"Se siamo bloccati nel tempo, come ha fatto Mister eleganza a trovarci
qui?"
"Ha parlato uno che ha addosso lo stesso spolverino da 50 anni..."
Angel diede un'occhiata molto eloquente a Lorne per invitarlo a lasciar perdere
le provocazioni di Spike e a rispondere alla domanda.
"Sono arrivato verso lo scoccare della mezzanotte. Io volevo vedere come
andava.. Ma ho l'impressione che aveste un appuntamento a cui non sono stata
invitato. me ne andrei buono buono, ma fuori dai cancelli non c'è.. niente."
"Qualcosa mi dice che non ci sarai di nessuno aiuto.."
"Senti, sanguinario, ..."
Angel li zittì entrambi.
Tirò uno stiletto a Lorne, con poche speranze che fosse in grado di usarlo,
e domandandosi se non sarebbe stata meglio una pistola.
"Resta dietro di noi..."
Attorno a loro cominciarono ad addensarsi ombre fumose.
Un turbine di fantasmi bisbiglianti.
Figure indistinte, nere, che sembravano correre furtivamente in circolo attorno
a loro.
Faith scoccò una freccia che attraversò il nulla.
Una risata raggelante ghiacciò loro il sangue nelle vene.
Si diffuse in un eco mortale, avvolgendoli come un gelido sudario.
Rimbombò, rimbalzando sinistra e assodrdante contro barriere invisibili.
Li travolse in un vortice, abbattendo l'ambiente intorno a loro come se fosse
stato una vecchia scenografia traballante.
Come se fossero circondati da giganteschi muri di vetro, la realtà attorno
a loro crollò a terra fragorosamente e si infranse sul pavimento di nero
nulla.
Sembrava di essere in un teatrino di carta che crolla al primo soffio di vento.
La risata invedeva l'aria, facendola vibrare.
La terra sotto i lorto piedi cominciò a dossolversi in un piatto vortice
di nebbia oscura.
Will, preda di un terribile senso di vertigine, dovette aggrapparsi a Spike
per non cadere.
Sotto di loro non c'era nulla, eppure non precipitavano.
Quel nulla era solido.
Attorno a loro solo fumose tenebre prive di profondità, uno spazio non
spazio.
Al posto della luna, sospesa sopra le loro testa, la torre di un orologio.
Priva di fondamenta, di essa restava solo la sommità, che sembrava sciogliersi
nella parte più bassa, come un dipinto da cui stesse colando il colore.
Il quadrante dell'orologio ,rotondo e opalescente, segnava la mezzanotte.
Le sue lancette erano immobili.
La risata permeava l'aria, più concreta di una persona.
Distruggeva e riscostruiva la realtà.
Si concentrò in un punto.
E lentamente ,a mezz'aria, si materializzò una figura eterea, angelica,
bellissima.
Di una giovinezza senza tempo.
Di una perfezione raggelante.
Jarisdel sorrideva leggermante.
Un sorriso crudele, beffardo, cattivo.
Un sorriso che era un'espressione maligna.
E ghiacciava il sangue nelle vene, spegneva ogni calore, fermava il cuore.
Rimasero tutti con il fiato sospeso.
Il demone era bello, di una bellezza che uccide.
E il suo sguardo era una spada di fuoco freddo, che bruciava la pelle, e penetrava
la carne fino al cuore, e lo avvinghiava in una morsa di ghiaccio.
Parlò, e la sua voce era una musica di distruzione.
"Angelus. Hai accettato la sfida, allora. Non credevo che la morte ti stesse
così cara. Benvenuto nel mio regno. In uno dei miei regni."
Angel gli puntò contro la spada. "Hai la cattiva bitudine di parlare
troppo."
Il demone, di nuovo, rise.
"Siamo a casa mia. Detto io le regole. Il tuo talento per il male è
notevole, e lo stai sprecando... Non sono paziente, non lo sono mai stato. E
questa lotta comincia ad annoiarmi. Ma sei il primo avversario degno di questo
nome della mia lunga esistenza."
"Chissà perchè non mi sento lusingato."
"Dovresti. Percè ti da una possibilità. Una sola, ricorda.
Unisciti a me. liberati dal morbo umano che appesta il tuo sangue. Posso darti
il male. Il male puro. Posso farti essere il male. Prendi il potere che ti spetta,
e domina il mondo. Porta l'oscurità sulla tera. Dammia la sua anima ,l'anima
di luce di una sola donna, e io ti concederò un regno di terrore senza
fine."
"Bene, hai finito? COminciavo ad annoiarmi. Ho valutato la tua proposta,
e..no! Combatti, Jarisdel!"
"Risposta sbagliata."
Il demone fece un cenno con una mano.
Alle sue spalle comparve una schiera di guerrieri.
Demoni dalla sembianze umane.
Lineamenti marcati, classici, visi pallidi e spietati.
Lunghi capelli neri e occhi scuri come il nulla, privi di pupille.
Erano sospesi anche loro a mezz'aria, dalle loro spalle si spiegavano immense
ali nere, ferme ma frementi.
Impugnavano armi di foggie diverse, ed erano vestiti di bianco.
Prima che potessero avventarsi su di loro, Faith aveva scoccato tre frecce.
Ma Jarisdel alzò una mano e le frecce si frantumarono prima di raggiungere
il bersaglio.
Puntò i suoi chiarissimi occhi in quelli di Faith.
La ragazza si portò una mano alla gola, sentendosi soffocare.
Un livido scuro si stava allargando rapidamente sul suo collo.
Si piegò rantolante sulle ginocchia lasciando cadere l'arco.
Wes, impotente, le fu subito accanto.
Faith era paonazza, cercava dispertatamente di respirare.
"Non sono queste le regole."
Il demone distolse gli occhi e la ragazza simese di contorcersi.
Ricadde esanime fra le braccia di Wesley.
Come se un misterioso incantesimo gravesse su tutti loro, non riuscivano a reagire.
Angel fremeva di rabbia.
Jarisdel tonrò a rivolgere la sua attenzione al vampiro.
E la sua rabbia lo compiaque.
"Una sfida Angel, ma non secondo i vostri piani. Solo io e te. E le loro
vite in gioco per rendere la cosa più stimolante. Quello è il
campo di gioco."
Indicò un punto accanto a loro, dove comparve una grande scacchiera.
"E loro sono le pedine."
Ai polsi e al collo dei ragazzi si chiusero dei bracciali ed un collare d'argento,
con incise le effigi dei pezzi degli schacchi.
Con un gesto Jarisdel li scaraventò sulla schacciera, ognuno al posto
prestabilito.
Si ritrovarono inchiodati alle caselle riservate ai pezzi neri, impossbilitati
a movere i piedi.
Era come se il loro corpo ,dalla vita in giù, fosse avvinto da solide
radici, o fosse completamente ghiacciato.
Cordelia era sulla prima casella bianca, e recava l'effige della torre.
Accanto a lei Lorne aveva quella del cavallo.
Poi veniva Willow, un alfiere.
L'altro alfiere era Wesley,.
Mancavano una torre ed un cavallo. Probabilmente Giles ed Anya.
Il re e la regina erano Spike e Faith.
Dall'altra parte della schacchiera erano allineati i quindici angeli di Jarisdel.
I corpetti bianchi delle loro vesti recavano ricamate in porpora le effigi delle
pedine che rappresentavano.
Al posto della regina, di fronte a Faith, una donna di straordinaria bellezza.
Capelli più neri della notte ricadevano in una fitta cascata di ricci
fino a lambierle l'orlo infuocato della veste.
Occhi senza fondo, neri, oscuri, erano ombreggiati da lunghe ciglia scure e
luccicanti.
Una bocca carminia risaltava sull'ovale pallidissimo del viso.
"A te i neri... sfatiamo questa assurda convinzione del bianco e del nero
come emblemi del bene e del male. E poi se tu rappresenti il bene... Ti mancano
una torre ed un cavallo, poco gentile da parte loro arrivare in ritardo. Dovrai
farne a meno per adesso."
Il demone rivolse un'occhiata studiatamente distratta alla scacchiera.
"Oh, non hai i pedoni. Vediamo. Otto anime che non hai saputo salvare.
Credi di poterlo fare questa volta?"
Il demone rise di nuovo e fece comparire sulla scacchiera le otto anime al posto
dei pedoni.
"Sei solo un vigliacco, Jarisdel. Ti nascondi dietro.. dietro questa farsa!"
"Oh, no. Ci sarà battaglia, e sangue a fiumi. La mia guerra, e il
mio avversario. Combattermo Angelus, e ad ogni nostra mossa corrisponderà
una movimento sulla scacchiera."
Il silenzio calò fra loro, denso quanto gelatina, spesso come nebbia.
Uns ilenzio che era carico di tensione al punto da esplodere.
Un silenzio duro come uno schiaffo.
Il respiro dei "pezzi neri" sulla scacchiera si condensava in nuvolette
di capore nell'aria gelida.
Gli occhi erano tutti puntati su Angel e su Jarisdel.
Uno di fronte all'altro, si fronteggiavano come un mare in tempesta che attacca
un'antica scogliera.
Nei loro occhi ardeva un fuoco ancestrale di morte, di distruzione.
Un fuoco inestinguibile.
La loro sfida si attuava già in quel lunghissimo, mortale sguardo.
In quella calma agghiacciante che precede la lotta, i due avversari si studiavano
a vicenda, e l'odio dentro di loro crsceva, li inonodava.
Jarisdel sentiva la rabbia di Angel, il suo odio, la sua sofferenza.
E se ne nutriva, se ne cibava come un vampiro avrebbe fatto con del sangue.
E diventava più sicuro della sua incredibile forza, e della sua vittoria.
Nelle sue vene scorreva male liquido, così come era solo nello stato
primordiale: un fiume nero di lava e oscurità.
E grazie alla sua natura poteva avverrire il lato oscuro nel suo avversario.
E poteva attrarlo a sè, fargli sentire l'irresistibile richiamo del male.
Il demone in Angel si agitava inquieto, rabbioso, cupo, indomito.
Appena trattenuto dalla volontà dell'uomo restava latetne sotto la superfice,
come un fiera in agguato.
Sentiva il male che permeava l'aria di quel luogo oscuro, e che era insito nel
suo nemico.
E ne era accitato, attratto, come un'iena dall'odore del sangue e delle carogne.
Nella calma immobile ed elettrica, con un guizzo fulmineo, all'unisono, come
mossi da un tacito accordo, i due avversari si avventarono l'uno sull'altro
con incontenibile, lucida ferocia.
Il volto di Angel era quello del demone adesso, e i suoi occhi ambrati rilucevano
freddi come ghiaccio di una luce crudele e spietata.
Il combattimento si scatenò come un'esplosione, come una tempesta.
Come la più terribile, devastante, irrefrenabile furia della natura che
la terra avesse mai sopportato.
Si accanirono l'uno contro l'altro come belve che si assalgono, lo stesso istinto
di morte, e affondano le zanne nella giugulare dell'altro.
Il loro furore avrebbe potuto distruggere ogni cosa intorno, travolgere tutto.
Erano soli in quel nulla, e combattevano: gladiatori di una lotta antica quanto
il mondo, più del mondo stesso, perchè prima di tutte le cose
c'erano stati il bene e il male, la luce e l'ombra, l'una contaminata dall'altro.
I colpi erano terribili, straordinari, formidabili, avrebbero potuto squassare
la terra.
Jarisdel era veloce, rapido, fulmineo, fortissimo, spietato, preciso.
Ogni suo attacco andava a segno.
Poteva sparire e poi riapparire alle spalle del vampiro evitando così
i suoi colpi.
Ferirlo era impossibile.
I due avversari non si davano tregua, in uno spasmodico susseguirsi di attacchi.
Ad ogni loro mossa corrispondeva un movimento sulla scacchiera.
Ma Angel era troppo concentrato nella lotta per prestare attenzione ai suoi
amici.
Ogni singola energia fiscia e morale era impegata nel fronteggiare Jarisdel,
l'attenzione tesa fino allo spasmo, i sensi pronti e frementi, il volto contratto
e coperto di sudore a causa dello sforzo.
Jarisdel era un avversario micidiale, invincibile... ancora più forte
ed inattaccabile di quanto Angel si fosse aspettato.
Quello scontro lo sfibrava, e il controllo che doveva costantemene mantenere
sul suo demone, più ribelle, più indomito di quanto non lo fosse
mai stato, lo prosciugava.
Era ferito.
Ne era vagamente cosciente.
Da quache parte del suo corpo, o da più parti, il sangue defluiva rosso
e vischioso, impregnando i vestiti, scivolando a terra.
Ma nessuna ferita poteva avera il potere di distrarlo, ogni sua energia, ogni
sensazione ,anche il dolore, erano incanalati nel combattimento.
Tutto in lui era rabbia e forza per affrontare il suo nemico.
Ma Jarisdel sembrava diventare sempre più potente, mentre lui cominciava
ad essere stanco.
La fronte coperta di sudore che si impigliava nelle ciglia, la vista che si
annebbiava a tratti.
Stava perdendo molto sangue.
Nonostante le sue capacità rigenerative.
Non aveva il tempo di pensare.
Solo di combattere.
Non era consapevole di nient'altro, se non del suo avversario.
In un istante furono di nuovo avvinti in uno scambio di colpi violenti, brutali,
devastanti.
La lama di Angel vibrò musicale nell'aria e si abbattè sul bellissimo
demone, diretta al cuore, ammesso che ne avesse uno.
Il metallo lucido, argenteo, si annerì d'improvviso e si spezzò
di netto.
Nella mano del vampiro restava solo l'elsa.
Lo squarcio nel petto di Jarisdel si rimsrginò immediatamente, senza
neppure che ne fuoriuscisse sangue, o un qualche tipo di umore.
Il vampiro lasciò cadere quello che restava della spada, preparandosi
a combattere a mani nude.
Dal finco di Angel si irradiava un dolore pulsante, lacerante, che risaliva
lungo i nervi, percorrendo di tremiti il suo corpo.
Pronto a fronteggiare il successivo assalto di Jarisdel ,che sarebbe arrivato
immediato e fulmineo, si premette una mano all'altezza dle dolore, per cercare
di fermare il sangue che sgorgava copioso. Quasi non fosse stato un vampiro,
ma un umano.
La ferita trapassava il corpo di Angel da parte a parte.
Era profonda, si allargava per tutto il fianco.
Il vampiro si reggeva in piedi a fatica.
Ma nulla ,nella sua espressione e nel suo sguardo, tradiva il dolore ch elo
dilaniava.
Parò un altro attacco.
E fu di nuovo un terribile susseguirsi di calci, pugni, colpi delle più
disparate arti marziali.
Angel sferrò un calcio all'altezza dello stomaco del demone, sbilanciandolo
e riuscendo a bloccarlo.
Gli teneva un braccio attorno alla gola, e stringeva. Nel tentativo di spezzargli
la spina dorsale.
Jarisdel gli sparì fra le braccia.
Angel rimase disorientato per una frazione di secondo.
Ma fu troppo tempo.
Il demone si rimaterializzò alle sue spalle
Aveva in mano un pugnale dalla punta lunga e sottile, affilatissima.
La lama era di un nero lucido.
L'arma saettò rapida nell'aria, andando a conficcarsi in una coscia di
Angel, che si piegò sulle ginocchia con un gemito soffocato.
La lama zigrinata usciva dall'altra parte rispetto alla lacerazione d'entrata.
Jarisdel fu addosso al vampiro con la velocità di un fulmine. Lo colpì
alla schiena, fra le scapole.
Angel si accasciò a terra, il volto sbattè violentemente contro
la superfice nera.
Sentì fra le labbra il sapore salato del suo sangue che zampillava a
piccoli fiotti dal naso.
Jarisdel era su di lui, pronto a sfferargli il colpo di grazia.
Pronto a colpire come un vigliacco il suo avversario mentre era riverso a terra,
e non poteva neppure guardarlo negli occhi.
Con uno sforzo il vampiro riuscì a rotolare di lato, evitanto per un
soffio la spessa lama a doppio taglio, che impattò rumorosamente col
terreno.
Il fendente era stato sferrato con tale violenza che la sdada andò in
frantumi.
Jarisdel fece un passo indietro.
Con un cenno beffardo del capo concesse ad Angel il riconoscimento della sua
breve, momentanea vittoria: era ancora vivo.
A un suo gesto imperioso fatto con il braccio, gli compareve fra le mani la
lama spezzata, che si rigenerò.
Angel si stava faticosamente rialzando da terra.
Il volto impassibile ma imperlato di sudore ,il vampiro si trappò il
pungale dalla coscia. La lama dentellata lacerò la carne, allargando
la ferita e riducendone a brandelli i lembi.
Il sangue colava lungo la gamba, scivolando a terra in una pozzanghera rosso
scuro.
Fortunatamente i tendini non erano lesionati, poteva reggersi in piedi senza
troppo sforzo.
Ma era stremato.
Al limite.
Non ricordava più da quanto tempo combattessro: ore, giorni...
Ma in un combattimento coem quello che stava affrontando non esistono limiti.
Avrebbe dovuto superarli, i suoi limiti, ed avrebbe contnuato a combattere anche
se il suo corpo fosse caduto a brandelli.
Fino a che in lui fosse rimasto un solo, tremolante, soffio di "vita",
avrebbe combattuto.
Un colpo dopo l'altro, anche se la gamba non l'avesse più retto e le
braccia si fossero rifiutate di obbedirgli.
Si immerse di nuovo in quella sfida mortale, ignorando il dolore che pervadeva
le membra, dimenticando il sangue che defluiva copioso ed irrefrenabile dal
suo corpo.
Dimenticado se stesso.
Esisteva solo il combattimento.
Solo il suo nemico.
Sulla scacchiera infuriava una guerra.
Ad ogni piccolo sbaglio di Angel era corrisposta una mossa a sfavore dei neri.
Tutti i pedoni erano stati mangiati dai micidiali angeli neri di Jarisdel.
Erano periti tra atroci lamenti.
Lamenti che avevano straziato le orecchie di Faith e degli altri.
Lamenti così acuti ,insostenibili, che avevano rischiato di far perdere
loro il senno.
Erano rimasti solo in sei, mentre i terribili angeli oscuri erano ancora in
nove, e c'era anche la loro terrifica regina.
Al cospetto della quale perfino la Morte rabbrividiva e distoglieva lo sguardo.
I ragazzi ,imprigionati nelle loro caselle, combattevano disperatamente contro
i demoni bianco vestiti che li fronteggiavano.
Ed era una lotta impari.
I due schieramenti ormai si affrontavano quasi al centro della mortale scacchiera
dia bordi di fuoco. Solo la regina bianca era rimasta più indietro, come
Spike che era circondato da due degli angeli neri di Jarisdel.
Il vampiro bionso parò un colpo di mazza per un soffio, e riuscì
a strppare l'arma di mano al suo avversario.
"Voi ragazzi non siete per nulla socievoli. Che diamine, state cercando
di uccidermi e non vi siete neppure presentati!!"
I due demoni non proferirono parola, si limitarono a lanciargli un'occhiata
carica di disprezzo.
"In confronto a voi perfino Angel è loquace!! Continuate pure a
stare zitti, parlo già abbastanza io per tutti e tre... Ehi, ti pare
un colpo leale?!"
Il grido soffocato di Willow lo colse di sorpresa.
Distraendolo.
Carpendo tutta la sua attenzione.
Sentì il cuore stretto in una morsa di gelo.
Cercò freneticamente con lo sguardo la massa di capelli rossi della strega.
E ,pur sapendo che non sarebbe servito a nulla, chiamò il suo nome.
Più volte, fino a quando la vide.
Vice prima il suo sangue, e ne sentì l'odore che gli invase le narici
e la testa come un veleno, che lo colpì con la forza di un pungo in faccia.
E quel cuore che non batteva più gli maretllò il petto, tanto
forte da spaccargli le costole, e si fermò in gola, tranciandogli le
parole sulle labbra.
LA lunga sciabola del demone in piedi di fronte a Willow era grondante del suo
sanuge, che gocciolava lentamente a terra, scivolando via dalla punta affilata.
La ragazza era a terra, piegata in due, e si circondava la vita con le braccia.
Ma il sangue sgorgava anche attraverso di esse, inondando le gambe della donna.
Una ferita le si apriva orizzontalmente lungo tutto l'addome.
Spiek pregò che non fosse tanto profonda da aver lesionato gli organi
interni, supplicò che non fosse mortale.
Il sangue colava lungo le gambe di Will, fra le mani che ne erano piene, scivolava
fra le dite, ed era come se gli rigirassero un tizzone ardente nelle viscere.
Come se lo uccidessero mille volte, con mille paltetti nel cuore.
Furioso, colpì entrambi i suoi avversari, atterrandoli, e si divincolò
disperatamente, cercando di raggiungere la strega.
Ma era tutto inutile.
Come se la casella su cui si trovava fosse circondata da muri invisibili che
lo respingevano violentemente ogni volta che si slanciava contro di essi.
Senza un comando non potevano spostarsi dalla casella in cui erano...
Spike ,furente, si abbattè di nuovo contro quella barriera invisibile,
urlando il nome di WIllow.
Lei alzò gli occhi stravolti per incontrare lo sguardo disperato di lui.
Quasi per rassicurarlo.
Era pallidissima, livida.
Le labbra si muovevano lentamente a pronunciare un incantesimo.
Una sfera di luce tenua avvolse la ragazza inginoccchiata a terra, proteggendola
dai colpi del demone.
Teneva gli occhi fissi in quelli di Spike.
E mentre le sue labbra continuavano a ripetere la formula, con lo sguardo gli
diceva che lo amava.
Che lo avrebbe mato sempre.
Gli occhi negliocchi, ed era un addio. Perchè non sarebbe riuscita a
mentenere ancora per molto attiva quella barriera protettiva.
Era più debole e pallida ogni istante che passava, mentre il sangue -e
la vita- defluivano da lei.
E Spike non poteva raggiungerla.
E Spike non poteva toccarla.
E Spike non poteva tenerla fra le braccia e difenderla.
E Spike non poteva salvarla.
Willow stava morendo dissanguata.
E Spike non poteva fare nulla. Nulla.
Solo urlare. E dibattersi.
E urlò.
Fino a perdere la voce.
Le urlò di resistere, che l'avrebbe portata via di lì.
Urlò il suo nome.
Ma il sangue di Willow fluiva cia da lei, si allargava sul terreno, attorno
alle sua gambe, in una pozza scura.
Il sangue di Willow gli spaccava il cuore con il suo odore, quell'odore pungente
che era diventato l'unica cosa reale, che lo invadeva e lo percupteva.
Quell'odore, che era come luce del sole sulla pelle.
E il sangue di Willow ,il pallore del suo volto, lo distrassero.
Non si accorse che i suoi avversari si erano rialzati e brandivano di nuovo
le armi.
Non si accorse che uno di loro era alle sue spalle, la spada sollevata in aria.
E fu un grido senza voce che uscì dalle sue labbra quando quella spada
gli attraversò la schiena.
Da una spalla al finaco opposto.
Lacerando la pelle, e i muscoli, e la carne, mettendo a nudo le ossa.
Il vampiro barcollò per la violenza del colpo. Negli occhi azzuri più
di un celo estivo c'era solo il riflesso rosso del sangue di Willow.
Anche il suo sangue ,come quello della strega, zampillò dalla ferita,
impregnando i vestiti, colando a terra.
Boccheggiò, anche se non aveva bisogno di ari aper riempire i polmoni.
E si girò appena in tempo per evitare l'appuntita estrmità lignea
della lancia impugnata dal suo avversario.
Il vampiro ricominciò a combattere, consapevole solo di dover sopravviere
per poter salvare Willow.
Ma i quoi nemici sembravano più forti ed irruenti che mai.
I suoi avversari non sentivano la fatica.
Spike sì.
E sentiva le ferite e i lividi che sempre più numerosi gli fiaccavano
il corpo.
Non poteva parmettersi di morire, di essere sconfitto.
Perchè Will era in pericolo.
E perchè aveva promesso a Dawn che sarebbe pornato.
Rivide gli immensi occhi velati di lacrime della ragazzina mentre lo abbracciava
quella sera, solo poche ore prima.
Strinse i dentì e colpì con un calcio uno dei due avversari, frantumandolgi
la mascella con enorme soddisfazione.
ed ad ogni colpo, pregava che Willow resistesse, che non fosse troppo tardi
per aiutarla.
Lui, un vampiro, lui, che era stato chiamato "il Sanguinario", pergeva
per una strega dai capelli rossi.
E combatteva.
Come un automa, il suo corpo che reagiva senza bisogno di comandi, che sapeva
cosa fare prima che lui ci dovesse pensare.
Faith lasciò cadere a terra l'arco, che ormai era inutile.
Parò un colpo diretto alla sua faccia e ruotando su se stessa un altro
diretto al torace opponendo l'avambraccio.
Il calcio era così forte che lacerò la pelle del braccio, e per
pocon non glielo ruppe.
Mentre riusciva a buttare a terra uno dei suoi due avversari, alzò la
testa verso Wesley.
E il cuore perse un battito, e il cuore le fece male.
L'uomo stava contrastando con la spada uno degli angeli oscuri.
Il volto era tumefatto, quasi irriconoscibile: dal naso probabilmente rotto
colava un fiotto sottile di sangue, aveva un brutto livido che correva dalla
gunacia alla gola.
L'espressione era contratta, sofferente.
Faith deglutì, e si impose di non penare a lui.
*Se muori non sei d'aiuto a nessuno, Faith, tanto meno a Wesley*
I loro occhi si incontrarono solo per un istante.
E si scambiarono di nuovo la promessa della sera prima.
Anche se quella notte da favola sembrava lontana una vita.
Anche se sarebbero potuti morire in quel momento.
Poi, i loro occhi si separarono, e la cacciatrice riprese a combattere, così
come l'osservatore.
Quei demoni erano avversari temibili.
E due erano davvero troppi da affrontare contemporaneamente.
Uno le assestò un calcio nello sterno, tanto violento da farle uscire
l'aria dai polmoni in un unico soffio che le causò un dolore atroce.
Faith indietreggiò sbilanciata.
Trattenne a stetno un urlo quando la lancia dell'altro demone ,quello che le
stava dietro, le trafisse la spalla da parte a parte.
Il dolore si propagò nel suo corpo già illividito come un'esplosione,
percuotendole i nervi, scoppinadole nella testa.
Balzò di lato, allontanadosi da entrambi i demoni, che erano tornati
in posizione di difesa.
Si costrinse a respirare noramelmente.
Fissò con aria di aperta sfida i due nemici, le cui grandi ali nere incombevano
su di lei.
Senza distogliere gli occhi da loro afferrò con mano slada la lancia
che le trafiggeva la spalla e ne spessò di netto la punta.
Assicurò la presa e strappò la lunga asta dal suo corpo.
Sentì la carne lacerarsi e per un momento credette di svenire.
Ma si riprese subito, e rimase immobile al suo posto.
Riuscì ad evitare il secondo attacco.
Con un agile balzo superò entrambi gli avversari, scalciandoli contemporaneamente
indietro.
Ruotando su se stessa ,ancora prma che potessero reagire, impungò quel
che restava della lancia e la scagliò verso il temone che l'aveva ferita.
L'asta di legno sfercciò nell'aria ed andò a conficcarsi esattamente
nella gola dell'avversario di Faith.
il bastone penetrò nella carne, attraverso la trachea, fino a fuoriuscire
dalla nuca.
Il demone si portò impotente le mani alla ferita.
Un umore nero e denso ne sgorgava abbondante.
Il demone si accasciò, un lamento strozzato era tutto quello che poteva
uscirgli dalle labbra.
Agitava freneticamente le immense ali, le piume scomposte ed arruffate.
Infine rovinò a terra rantolante in una pozza nera e sfrigolante di umore
che arrivò a lambire i piedi di Faith.
La ragazza si preparò a fronteggiare l'altro demone, uno sguarod feroc
negli occhi per mascherare l'estrema debolezza che si stava impadronendo di
lei.
Il braccio ferito era inutilizzabile e la spalla doleva terribilmente, a tratti
le scendeva una nebbia fitta davanti agli occhi.
Ma non avrebbe mollato, non adesso che aveva qualcosa per cui combattere.
Non adesso che aveva un domani.
Lorne era preoccupato.
L'aura magica da cui la strega rossa era avvolta diventava sempre più
flebile.
E ,una volta dissoltasi, lei non sarebbe stata in grado di difendersi.
Il demone verde era piuttosto vicino alla ragazza ma ,essendo imprigionato nella
sua casella, non poteva aiutarla.
E aveva il suo bel da fare ad evitare i colpi che quel grosso, scialbo volatile
cercava di assestargli con un'immensa ascia.
Lorne odiava la violenza, ed i combattimenti.
Non c'era per nulla portato.
Aveva già un occhio nero e il suo vestito -uno dei suoi preferiti- era
irrimediabilmente macchiato e strappato.
Ma di certo gli era andata meglio che a tutti gli altri.
Vedeva i suoi amici feriti, sanguinati, incalzati da queei demoni-angelo dagli
occhi di tenebra.
Ed Angel in una situazione di gravissimo svantaggio, anche luio ferito e stremato.
Lorne si setniva assoltuamente inutile.
Se solo fosse arrivato prima... Sentì un dolore acuto al ginocchio.
Improvvisamente la gamba non lo reggeva più.
Rovinò faccia a terra.
Battendo così forte la fronte da procurarsi un immenso bernoccolo sanguinante.
Il ginocchio e la gamba erano rotti: una cruenta frattura esposta alla tibbia,
e il ginocchio era praticamente fratturato.
Era stato colpito con una mazza.
Il demone stava per abbassare l'immensa ascia a doppio taglio su di lui, la
mazza che gli penzolava dalla cintura.
Lorne riuscì a strisciare via, ma ogni movimento era un'agonia.
Il dolore gli accendeva fuochi d'artificio davanti agli occhi.
Bocchieggiando si tirò in piedi, senza neppure capire come ci fosse riuscito.
Il demone si era leggermente sbilanciato a causa del peso dell'arma che stava
usando per colpirlo.
rovando in sè una forza inaspettata, Lorne gli lanciò contro lo
stiletto che gli aveva dato Angel.
Forse fu solo fortuna, ma il colpo dell'elsa servì a sbilanciare defintivamente
il demone che si lasciò sfuggire l'ascia.
Con una prontezza di rifelssi che lo stupì notevolmente, Lorne riuscì
ad afferrare l'arma e la brandì furioso contro l'angelo oscuro.
L'ascia era pesantissima, sferrò alcuni colpi a caso.
Il demone-angelo sembrava un poco spiazzato dal suo comportamento.
Quel demone verde non si muoveva, nè si comportava come un guerriero.
Lorne ne approfittò.
Incredibilmente, un suo colpo andò a segno.
La lama affilata tranciò di netto l'ala nera.
L'iimenso arto cadde a terra con un tonfo sordo, spandendo piume nere tutt'attorno.
Dalla spalla del demone schizzò un fiotto si umore nero.
Lorne restò a guardarlo, stupito e soddisfatto.
Ma ora il suo avversario era furente.
E gli si avventò contro come una belva assetata di sangue.
Lo tempestò di colpi, fino a ridurlo in ginocchio.
Cordelia gli urlò di non arrendersi, di stare in guardia, di cercare
di schivare i colpi.
Lorne alzò la testa verso di lei.
E le sorrise, nonostante le ferite e i lividi, nonostante il sangue che gli
colava dalla tempia e la brutta frattura alla gamba.
Un sorriso dolcissimo e affasciante.
Le sorrise anche con quei suoi incredibili occhi rossi, riuscendo a trasmetterle
un senso di fiducia.
sarebbero potuti morire da un momento all'altro, ma Lorne le sorrise, e Cordy
si sentì meglio.
E riuscì a credere ch ein un modo o nell'altro ne sarebbero usciti vivi.
Che sarebbe andato tutto bene.
Sillabò con le labbra un grazie.
Solo un attimoprima che un calcio colpisse Lorne in pieno petto, atterrandolo.
Cordy ebbe appena il tempo di gridare il nome del demone, il cuore che le martellava
in petto, prima che uno degli angeli oscuri ,una torre, si muovesse verso di
lei.
La ragazza aveva già un polso fratturato, e la balestra si era rotta.
Evitò a stento un paio di lame rotanti, poi fu colpita al viso da un
pugno.
L'impatto fu così violento da farla quasi girare su se stessa, prima
di cadere.
Si morse a sangue le labbra.
La metà faccia colpita pulsava e doleva, si stava già gonfiando.
Cordelia strinse i denti e si rialzò, ma il demone la colpì di
nuovo, ancra prima che potesse reagire in qualche modo.
Si trovò di nuovo a terra, il sangue che le colava negli occhi da un
taglio al sopracciglio.
Tentò di mettersi carponi, ma il demone le sferrò un calcio al
torcace.
Sentì tutta l'aria uscire dai polmoni, e si accasciò a terra.
Il dolore era lacerante.
Almeno due costole si erano rotte.
Ad ogni respiro poteva sentirle conficcarsi nella carne.
Sputò il suo sangue.
Le girava la testa.
Accanto a lei Doyle la vegliava impotente.
Si chinò sulla donna che amava, sfiorandole le fronte ferita, come se
avesse potuto tamponare il sangue.
Avrebbe preferito morire ancora mille volte piuttosto che vederla in quello
stato.
Le accarezzò piano i capelli.
"Andrà tutto bene principessa... non so come, ma andrà tutto
bene. Sono qui con te. Non ti lawscio."
Il demone stava per trafiggere Cordelia con la lunga spada.
Doyle ,disperato, si alzò per affrontarlo.
"Non osare toccarla!"
La lama si abbattè in direzione della donna.
Doyle era fra lei e il demone.
Quando la spada lo attraversò rimase senza fiato.
Anche se i fantasmi non respirano.
La lama penetrò nella carne, da parte a parte, strappandolgi un sospiro
di dolore.
Anche se i fantasmi non sono fatti di carne, e non sospirano.
L'arma non raggiunse Cordelia.
Lei era salva.
Doyle guardò la spada conficcata nel suo petto e si rese conto di avere
consistenza corporea.
Adesso anche ild emone poteva vederlo.
E nei suoi occhi privi di pupille ardeva la rabbia.
Teneva ancora la spada per l'elsa con l due mani.
Dallo squarcio nel petto di Doyle si diffuse una luce argentea, che strisciò
lungo il filo della spada e raggiunse l'angelo nero.
LA luce trapassò la creatura, trafiggendola, e disintegrandola.
Così come l'arma che aveva impugnato.
Doyle, svuotato, cadde sulle ginocchia.
Era sbalordito, e si sentiva come se stesse di nuovo morendo.
Ma l'unica cosa importante, era che lei fosse salva... era poterla toccare ancora
una volta.
Si sedette per terra accanto a lei e le prese delicatamente la testa fra le
mani, appogiandosel sul grembo.
Dio, era incredibile... poter sfiorare di nuovo la sua pelle, sentire la morbidezza
dei suoi capelli fra le dita.
Lei non era del tutto cosciente.
E probabilmente non avrebbe potuto vederlo anche se fosse stata sveglia, sembrava
che solo quel demone ci fosse riuscito.
Ma l'unica cosa importante era essere riuscito a salvarla.
La potenza di Jarisdel cresceva con l'aumentare della loro sofferenza,
e rabbia e odio.
Si nutriva della malvagità che un combattimento mortale riusciva a fomentare,
a suscitare in tutti loro.
E diventava più forte, invincibile, man mano che il sangue fluiva dai
loro corpi, e veniva sostituito dal dolore.
La furia del demone del suo avversario lo compiaceva, e lo esaltava oltre ogni
sua previsione.
Sarebbe stato un vero peccato ucciderlo, uno spreco.
Se solo non fosse stato così folle e presuntuoso da sfidarlo così
apertamente forse avrebbe potuto perdonarlo... e strappandolgi quell'odiosa,
sciocca anima, avrebbe fatto di lui una arlado del male.
E sarebbe stato un grande, magnifico cavaliere nero.
Evitando un suo colpo, Jarisdel sorrise.
Forse troppo grande.
In fondo era meglio così.
Che morisse nella polvere.
Lui e il suo patetico gruppo di amici.
Parò un calcio diretto al suo viso perfetto.
Si spostò leggermente di lato e colpì Angel alla mascella con
l'elsa massiccia della sua spada.
Il sangue del vampiro schizzò in aria, mentre lui cadeva a terra.
Girandosi sulla schiena alzò un braccio per proteggersi il viso da un
potente fendente.
Contemporaneamente allungò una gamba ,tirando un calcio, per far inciampare
il demone.
Jarisdel si sbilnaciò, la spada si abbattè di piatto sul braccio
del vampiro.
Ma la violenza del colpo fu tale da spaccarlo.
Angelpiegò il braccio cercando di opporre resistenza all'impeto dell'attacco.
Sentì chiaramente il rumore secco delle sue ossa che si rompevano, conficcandosi
nella carne.
Strinse i denti.
Scivolò di lato ,mentre Jarisdle si riprendeva, considerando che era
stato fortunato, se la lama fosse arrivata di filo gli avrebbe di certo tranciato
il braccio.
Tentò di rialzarsi, ma il demone di gli subito addosso, rigettandolo
a terra con una scarica di colpi.
Angel lo vedeva a fatica, un occhio era gonfio e tumefatto, completamente chiuso.
E questo rendeva ancora più difficile evitare gli attacchi.
All'ennesimo colpo nelle reni finì di nuovo a terra.
Riverso sulla schiena.
Jarisdel gli piantò un piede sul petto.
Il suo sorriso era malefico.
L'unico segno evidente che avesse appena affrontato un combattimento stremante
e terribile era un sottilissimo leggero graffio sulla guancia sinistra.
Anche i capelli chiari e sottili erano scompigliati.
Ma per ilr esto era sempre perfetto, impassibile.
Premette il piede sul torace di Angel che emise un sottile rantolo.
"Non essere dispiaciuto. Era logico che tu morissi. Che fossi sconfitto.
io non posso essere battuto. Io sono il male che ha preso forma. Prima di qualsiasi
spirito malefico, priam del mondo stesso, io ero. E sarò sempre, ovunque,
pervaderò ogni luogo, contaminerò ogni cuore. E la morte temerà
davanti a me. La mia stessa essenza è male. Un male che non sei neppure
in grado di concepire, anhce se ne avverti il richiamo. Male puro, che prima
di me non aveva mia camminato fra gli uomini sulla terra. Sii onorato di perire
per mano mia."
Aumentò la pressione.
Angel urlò di dolore mentre le sue costole si frantumavano.
Per un attimo tutto fu immobile, e quel grido attraversò l'aria.
Anche la battaglia sulla scacchiara si fermò un attimo.
Tutti gli occhi puntati su Angel.
Mentre i suoi amici erano percorsi da un brivido, e si rendevano conto che era
finita.
Gli angeli neri sbarretono all'unisono le immense ali e reclinaorono all'indietro
la testa, i lunghi capelli scossi da un misterioso vento, e lanciarono un grido
di vittoria.
un lungo, vibrante suono che ferì le orecchie dei ragazzi.
Poi i demoni ripresero a combattere con rinnovata forza.
Maestosa, spaventosa, le regina bianca avanzò.
Fino a quel momento era rimasta pressochè ai margini della scacchiera,
limitandosi a "mangiare" tre pedoni.
Ma ,anche da lontano, irradiava terrore.
Ora dirigeva su Spike.
Con un gesto imperioso allontanò i due demoni che combattevano ocntro
il vampiro.
Essi si sistemarono di lato, sembrava che anche loro fosero intimoriti da lei.
La regina gli era di fronte.
Spike non aveva via d'uscita.
"Scacco al re."
La voce della regina era profonda, risonante, vibrante, melliflua, terribile.
Richiamava alla mente un flusso ininterrotto di gemiti e di lemanti di dolore,
imprigionati in un'eco infinita.
La bocca rosso fuoco aveva una piega sensuale.
E gli occhi erano pieni di promesse.
Promesse di morte, morte lenta e atroce; sofferenza eterna.
Spike si costrinse a non rabbrividire.
Con la velocità del guizzo di una fiamma, e sembrava che di fiamme fosse
costituita lei stessa, la regina attaccò.
Spike parò il colpo.
Ma il punto in cui lei lo aveva toccato era pervaso da un dolore atroce, insopportabile,
lacerante, come se dell'acido gli stesse consumando la carne.
La pelle bruciava, e si staccava dal braccio, come se si consumasse, e cadeva
a terra a brandelli.
Il braccio di Spike cominciò ad immobilizzarsi, percorso da un gelo malefico,
che gli trapassava la carne di spilli aguzzi e risalivo lungo il gomito, fino
alla spalla.
Il vampiro non sentiva più il braccio ,nè era in grado di usarlo,
percepiva solo un dolore paralizzante, tremendo.
Un altro colpo micidiale, ed un altro ancora.
Cadde sulle ginocchia.
Ogni parte del suo corpo percorsa da un dolore lacerante e da un gelo insostenibile.
La regina bianca gli sferrò un calcio poderoso in pieno petto, con lo
stivaletto di pelle rossa dai tacchi sottilissimi.
L'orlo infuocato del suo vestito gli scottò il torace.
Spike cadde sulla schiena con un tonfo sordo.
Il demone gli si avventò addosso, piegandosi su di lui.
Sorrideva.
Appoggiò le lunghissime unghie affilate ,rosse più del sangue,
all'altezza del cuore del vampiro biondo.
Affondò le dita sottili nella carne, lentamente, con un piacere infinito.
Spike urlò.
E mentre la regina artigliava ils uo cuore e si preparava a strapparolo, Tarisdel
frantumava il torace di Angel.
Contemporanemaente ,i due demoni, gli occhi pinantati nel profondo di quelli
dei loro aversari, -fuoco nero e ghiaccio azzurro, indomiti nonostante il dolore-
,sillabarono con voce crudele e tonante "Scacco matto."
Capitolo XVI Mossa finale
Giles reggeva nella mano destra, quella su cui indossava l’anello,
la lunga lancia avvolta nell’antico drappo di seta verde.
Nell’altra mano impugnava una spada la cui lama era divisibile in tre,
a tridente.
Accanto a lui Anya portava una pistola.
Correvano disperatamente verso uno dei cimiteri di Sunnydale, pregando che fosse
quello giusto.
Correndo, Giles malediceva quell’imbecille di Xander che non si era preoccupato
di verificare in quale dei cimiteri si sarebbe svolta la sfida, e se anche gliel’avevano
detto, se n’era dimenticato.
Quando il ragazzo si era offerto di andare con loro per dare una mano, gli aveva
seccamente risposto di restare a casa, che certamente avrebbe combinato meno
guai così.
I cancelli erano chiusi.
Aprirli era praticamente impossibile.
L’osservatore si avventò su di essi con violenza, Anya sparò
un paio di colpi alla serratura.
Ma non riuscirono a provocare neppure le più piccola scalfittura.
I cancelli restavano immobili e serrati.
L’osservatore li guardò con disapprovazione: se non altro adesso
erano certi di aver trovato il luogo giusto…
“A quest’ora potrebbero già essere tutti morti…”
“Molto consolante, Anya, adesso riesco a pensare con maggiore lucidità…”
Con un gesto nervoso, meccanico, quasi rabbioso, si sfilò gli occhiali
e passò l’immancabile fazzoletto bianco sulle lenti.
“Dicevo solo che…”
“Non adesso Anya, mi devo concentrare, devo trovare un modo per…”
“Se mi lasciassi parlare, Rupert!! Dicevo solo che non dovremmo perdere
tempo!! Prova un incantesimo, qualcosa del tipo - come far apparire una porta
dove prima non c’era - ….”
“Un incantesimo, ma certo!! Come ho fatto a non pensarci prima!!”
Giles si frugò nelle tasche, alla ricerca di un pezzo di gesso, o di
un pennarello.
“Maledizione, ho bisogno di qualcosa per tracciare un contorno…”
Anya rovesciò a terra il contenuto della sua piccola borsa.
Gli tese un rossetto.
“Ecco, questo va bene?”
Giles annuì e disegnò una piccola porta sui cancelli.
Rovistò per qualche secondo fra le pagine di un libro di incantesimi
tascabile alla ricerca della formula giusta, che recitò riadattandola
un poco per l’occasione.
“ Che ciò che prima non c’era
qui compaia in questa maniera:
nel cancello stregato si apra un passaggio
per permetterci di portare a termine il nostro viaggio.”
Il disegno brillò di una leggera opalescenza, poi si aprì per
lasciarli passare.
Nel cimitero c’era una calma di morte.
Ogni cosa era immobile e silente.
L’aria era pesante, elettrica.
“Qui non c’è nessuno…”
Giles le fece segno di tacere.
Al di là di un gruppo di alberi, poco distante da loro, un cono di oscurità
si innalzava verso il cielo.
I due lo raggiunsero trafelati, ma non c’era traccia dei loro amici.
A terra ,in mezzo all’erba umida di rugiada, si apriva una voragine nera
di modeste dimensioni, da cui si emanava il fascio che avevano scorto poco prima.
“Qualcosa mi dice che sono là dentro….”
La ragazza sorrise, stringendo più forte il calcio della pistola.
“Che intuito…! Cosa stiamo aspettando?!”
Lui la prese per un braccio.
“Anya non sei obbligata a venire…”
“No, non lo sono.”
Sorprendendolo, gli diede un bacio mozza fiato.
Si presero per mano.
“Hanno bisogno del nostro aiuto là sotto.”
Giles annuì.
Sempre tenendosi per mano, saltarono nel vortice.
Fu una lunga caduta. Interminabile.
In un’aria gelida e fumosa, che graffiava i polmoni ad ogni respiro.
Una caduta così vertiginosa da lasciarli senza fiato, troppo atterriti
per urlare.
Giles credette che sarebbero arrivati al centro della terra… anche se
in realtà sapeva benissimo che sarebbero precipitati in una delle tante
dimensioni demoniache situate oltre il confine.
La dimensione di Jarisdel: il suo inferno.
Impattarono dolorosamente a terra.
Tirandosi rapidamente in piedi, si resero conto di essere su una scacchiera.
Una gigantesca scacchiera sulla quale i loro amici stavano combattendo, e morendo.
Al collo e ai polsi avevano degli alti cerchi d’argento, con inciso il
simbolo di uno dei pezzi degli scacchi.
Jarisdel, inferocito per quell’ormai inaspettata intrusione, distolse
per un attimo la sua malefica attenzione da Angel e puntò loro addosso
i suoi crudeli occhi azzurri.
Credeva che i suoi demoni del fuoco fossero riusciti ad ucciderli.
Come erano sopravvissuti?!
Il suo sguardo mortale saettò verso l’arma avvolta in un lacero
sudario che Giles teneva in mano.
E nel suo petto, senza alcuna ragione precisa, guizzò un dubbio molesto:
che quell’antica leggenda fosse vera?…. che la maledetta “Saetta
di luce” non fosse andata distrutta in un incendio secoli prima?…
Con un cenno imperioso mosse i due araldi che si trovavano si lati di Spike
verso Giles ed Anya.
I demoni - angelo si avventarono con ferocia sui due nuovi avversari.
Giles, sempre tenendo salda la lancia in una mano, sfoderò la spada.
Anya sparò una decina di colpi contro l’angelo oscuro che le si
era parato di fronte.
Andarono tutti a segno.
Il demone agitò le immense ali, colpendo la ragazza, e poi si accasciò
a terra.
Anya cadde: aveva una spalla slogata a causa del violento urto dell’ala,
ma per il momento era salva.
Giles, parando alcuni colpi, analizzò rapidamente la situazione.
Spike era in una posizione critica. In quello che probabilmente era lo scacco
matto della terribile partita che stavano giocando.
Il vampiro biondo urlò di nuovo, mentre la regina bianca si accingeva
a strappargli il cuore.
Giles affondò la spada nell’addome del demone, il sangue nero gli
schizzò copioso addosso.
Fece scattare la lama ,che si aprì a ventaglio, e la rigirò nelle
viscere dell’avversario, finendolo.
Poi si volse verso Spike.
Fra lui e il vampiro tutte le caselle erano libere, visto che Anya era avanzata
di una durante il breve combattimento.
La voce dell’osservatore risuonò chiara e ferma.
”Arrocco.”
Quasi prima di rendersene contò scivolò sulla casella più
vicina a Spike, il quale sparì dalle grinfie della regina bianca e si
rimeterializzò nella casella adiacente a quella di Giles.
Jarisdel, furioso, abbandonò Angel e rivolse tutta la sua pericolosa
attenzione all’osservatore.
L’ira nella sua voce fece tremare l’aria.
“Non è una mossa valida, stupido umano. Il re era già sotto
scacco quando hai proclamato l’arroccamento. La partita ormai è
chiusa.”
Il demone cercò di parlare con tono controllato, ma sputò ogni
sillaba come se fosse un fiotto di veleno, tremente di rabbia.
Giles lo sfidò con lo sguardo.
“Hai cominciato una partita quando al tuo avversario mancavano una torre
ed un cavallo. Neppure questo è valido. Così siamo pari, Jarisdel.
E poi la mossa è già stata eseguita….”
Il demone gettò la testa all’indietro e rise, scosso da un tremito
di tempesta, raggelando l’aria con quel suono acuto e crudele.
Facendo tremare i cuori.
“Stupidi mortali! Ci metterò solo più tempo ad uccidervi!!”
Tornò a rivolgersi ad Angel che si stava faticosamente rialzando sulle
ginocchia.
Gli sorrise beffardo.
“Pare che tu abbia ancora un’ultima mossa… ammesso che ti
riesca di reggerti in piedi!”
Angel, la mascella contratta nello sforzo, si trascinò in piedi con fatica
sovrumana.
Le ossa del suo corpo ancora intere si potevano contare sulle dita di una mano.
Barcollava, ed era coperto di sangue, ed era sfinito, ma si reggeva ancora:
la partita non era conclusa.
Accanto a Giles, Spike cercò di tirarsi un poco su, appoggiandosi a un
gomito, per sputare il proprio sangue.
“Maledizione, Giles!!!! Quanto ci avete messo??? Cominciavo a pensare
che vi foste persi nelle toilette dell’aeroporto….”
Giles ripensò alle frenetiche ricerche, al cadavere di Edward, ai demoni
del fuoco che li avevano braccati fuori dalla chiesa in cui avevano trovato
la lancia.
“Bè, è una lunga storia.”
“Oh, bene. Allora vedi di dare…. Uhmm.. al nostro cavaliere senza
macchia quella fottutissima lancia, così potrà compiere la sua
impresa eroica e noi potremo andarcene da qui e mi racconterai tutto davanti
a un litro di buon whisky e all’ultima puntata di Passioni….”
L’osservatore abbassò un mezzo sorriso, annuendo mentre si guardava
in giro e studiava il campo.
La scacchiera era circondata da un muro di fuoco.
Raggiungere Angel era pressoché impossibile.
Willow ,tremante, aveva osservato tutta la scena.
Era sempre più pallida e più debole.
Il sangue rosso contrastava incredibilmente con la sua pelle bianchissima.
Con uno sforzo di volontà riuscì a raddrizzarsi.
Con le labbra arse pronunciò le antiche parole di un incantesimo, movendo
piano le mani in gesti concentrici.
“Gli butti la lancia Giles, adesso!!!”
Nel fuoco si aprì un varco.
Giles liberò la lancia dal drappo verde e la lanciò verso Angel.
Quando l’arma fu passata, il fuoco si richiuse attorno a loro.
Willow cadde a terra esanime.
Nel momento stesso in cui Angel impugnò la lancia, la
punta cominciò a sfavillare di una luce accecante.
Jarisdel indietreggiò di un passo.
Il panico gli scivolò addosso con la rapidità e la letale precisione
di una tarantola.
Farfugliò un incantesimo per fermare Angel.
Gli scagliò contro, in un unico grido senza inizio né fine, i
lamenti d’agonia di tutte le sue vittime.
Angel vacillò.
Quel suono gli lacerava le orecchie, gli straziava l’anima, gli trapanava
il cervello.
Credette di impazzire.
Si portò le mani alla testa, rischiando di far cadere la lancia.
Se solo gli fosse sfuggita di mano… sarebbe stata la fine.
Con un ultimo, estremo sforzo, si avventò su Jarisdel.
Il demone alzò entrambe le braccia, per proteggersi dall’attacco,
dalla punta sfavillante e mortale.
Angel affondò la lancia con tutte le sue forze.
Trapassò la mano protesa, e gli avambracci, e raggiunse la fronte.
La lama penetrò esattamente in mezzo agli occhi, frantumando al scatola
cranica, spappolando il cervello.
Il vampiro aveva avuto tempo per un solo colpo prima di crollare, e sapeva che
mirare al cuore sarebbe stato inutile, perché quella creatura non era
fornita di un organo simile.
La lancia cominciò ad emanare una luce sempre più forte che trapassava
Jarisdel, rendendo il suo corpo come trasparente.
Per un momento fu visibile tutto il sistema circolatorio, mentre la linfa nera
veniva divorata dalla luce.
Poi tutto furono costretti a distogliere gli occhi mentre la luce cresceva sempre
più, fino a disintegrare il corpo del demone.
Si creò un’immensa voragine di luce vorticante che cominciava ad
avvolgere tutto.
Angel cadde sulle ginocchia, svuotato da ogni forza.
Sulla scacchiera, con un urlo di rabbia e di agonia, i demoni angelo e la loro
regina si dissolsero.
Quelli del gruppo ancora coscienti si volsero grati ad osservare il vortice
di luce che stava inghiottendo quella dimensione da incubo.
Nessuno aveva più la forza di fare nulla, o di muoversi.
Cordelia, nonostante il dolore diffuso in tutto il corpo e la probabile emorragia
interna, cercò di mettersi a sedere.
La luce non era più accecante, era calda e consolante, un balsamo dolcissimo.
All’improvviso, con un tuffo al cuore, si rese conto che i raggi illuminavano
una figura accanto a lei.
Trattenne il respiro.
Si portò una mano alla bocca, cercando di non piangere.
Le mancava l’aria, le mancava la terra sotto i piedi.
“Do… Doyle…. Oh, mio dio, Doyle…”
La voce era incrinata.
Lui le sorrise, ormai aveva rinunciato a capire cosa stesse succedendo…
Accarezzò il volto della donna che amava.
E finalmente lei poté sentire la sua mano, e premersela sulla guancia,
e baciarla.
Piangeva adesso.
E al tempo stesso non era mai stata così felice.
“Oh dio Doyle…. Doyle sei vero…. Non sei un sogno…”
“Sono qui principessa…. Sono sempre accanto a te….”
Dimenticando il dolore e le costole rotte, Cordelia gli si gettò al collo.
Tempestandogli il volto di baci, aggrappandosi a lui come un naufrago ad una
zattera.
“Doyle… Doyle…. Doyle... ti amo Doyle ! Ti amo! E non te l’avevo
detto… oh, ti amo così tanto…”
Lui le asciugò le lacrime con infinita dolcezza.
“Ssh, principessa, ssh… Non piangere, mi spezzi il cuore quando
piangi… Lo so, Cordelia. Io ,bè, sono vicino a te ogni giorno,
ogni istante. TI amavo troppo per lasciarti sola…”
Lei gli accarezzò le labbra, il viso.
“Dimmi che non te ne andrai, che resterai con me per sempre…”
Lacrime cristalline le inondavano le guance.
“Ehi, io ti amo. E sono sempre con te, proprio qui.”
Indicò con un dito il cuore della ragazza.
“Io ti amo.” Ripeté più piano, e sorridendole la baciò.
Un bacio dolcissimo, appassionato, infinito.
La luce cominciava a scemare lentamente, e il corpo di Doyle a diventare più
trasparente.
Si scostò da lei, sfiorandole i capelli ed il viso con le dita.
La ragazza scuoteva disperata la testa.
“No, no, no… Non puoi lasciarmi Doyle. Non provarci neppure. Non
puoi pensare di cavartela di nuovo con un bacio e via!! Non se ne parla! Ho
bisogno di te… E non sorridermi così… è inutile, non
ti lascio andare via… Nessuno ti aveva chiesto di scavarti un posto nel
mio cuore, ma l’hai fatto… oh, se l’hai fatto! E senza il
mio permesso! Ed ora non puoi sparire ancora, lasciandomi a struggermi per te!!
Io ho bisogno di te, Doyle. Del tuo sorriso, dei tuoi occhi, della tua voce…”
”Non sarai più sola angelo mio, te lo prometto. Sii felice principessa.”
”Doyle… no, non puoi… Angel, non hai neppure salutato Angel,
lui sarà..”
Il mezzo demone le passò un’ultima volta le dita fra i capelli.
“Angel se la caverà benissimo anche da solo…. Ero qui per
te. Ti amo Cordelia Cheese.”
Cordelia strinse la mano che le accarezzava i capelli, ma fra le dita le rimase
solo aria.
Lasciò fluire le lacrime.
“Doyle…”
La luce si affievolì fino a spegnersi.
Intorno a loro tutto si fece indistinto, fumoso, lontano.
I contorni delle cose si dilatavano e si contraevano.
Si ritrovarono catapultati nel cimitero, sull’erba profumata e rorida
di rugiada.
Era finita.
Quasi tutti a terra, distrutti, esanimi, macchiavano con il loro sangue il verde
intenso e rigoglioso del prato.
Angel era ancora nella stessa posizione di prima, in ginocchio, davanti a lui
giaceva la lunga lancia sottile: la punta lucente era spezzata e un poco annerita.
Come se un fuoco interno l’avesse consumata.
Giles fu il primo a rialzarsi, era ferito solo lievemente.
Doveva portare al più presto all’ospedale Cordelia e Willow che
erano riverse a terra prive di sensi.
Anche Faith e Wesley avevano urgente bisogno di cure.
Afferrò il cellulare per chiamare un’ambulanza. Più d’una
anzi.
Doveva anche portare Angel e Spike in un posto al riparo dal sole, dove potessero
riprendersi.
Suo malgrado, chiamò Xander, dicendogli di venire con la macchina.
Poi si chinò su Cordelia.
Respirava con un rantolo faticoso ma era cosciente, al contrario di quanto gli
era sembrato.
“Resta ferma, sta arrivando l’ambulanza” La accarezzò
la fronte con delicatezza “Andrà tutto bene… tranquilla…
ti portiamo via di qui…”
Infine andò da Willow.
Spike si era trascinato accanto alla strega, incapace di fare altro che tenerle
una mano fra le su.
Anya stava disperatamente cercando di tamponarle la lunga ferita con il braccio
ancora sano.
Giles si chinò per aiutarla.
Lo squarcio sul ventre di Willow sanguinava ancora copiosamente.
Spike cercò di parlare.
L’osservatore avvicinò un orecchio alle labbra del vampiro che
spuntò con atroce fatica le parole.
“Fa qualcosa Giles…. Sta morendo… non sento più il
polso.. sta morendo…”
“Non morirà Spike, ti giuro che non morirà. E’ solo
un shock emorragico, in ospedale le faranno una trasfusione e la medicheranno,
e poi starà bene.”
Il vampiro annuì lievemente.
Giles riportò lo sguardo sulla ragazza che aveva il colorito cereo della
morte, e si rese conto di aver parlato più per convincere se stesso che
Spike.
Poco distante da loro Faith, il volto contratto dal dolore era chinata su Wesley.
Gli tamponava con un fazzoletto le ferite sul volto, e il sangue che colava
dal naso rotto.
“Faith…”
”Sssh, non parlare… va tutto bene… Ne siamo usciti vivi, visto?!…”
Si sorrisero a vicenda.
Accanto a loro Lorne era disteso a terra, le gambe e le braccia allargate, e
si domandava come mai fosse ancora vivo.
Xander arrivò sgommando.
Rimase sgomento dallo spettacolo che gli si presentò davanti.
“Non restare lì impalato, stanno arrivando tre ambulanze, se trovano
qui Spike ed Angel come gli spiegherò che non hanno battito cardiaco?!
Per non parlare di quel demone verde…”
Xander non riuscì a spiccicare parola.
Dovettero caricare Spike sollevandolo di peso da terra.
La cosa fu più complicata quando si trattò di mettere in macchina
Lorne ed Angel.
Sostenuto ai lati da Giles e da Xander, zoppicando lentamente e lamentandosi
ad ogni passo, il demone verde riuscì a stento a raggiungere l’autovettura.
Angel era privo di sensi.
Sollevarlo e trasportarlo fu davvero un problema.
Faith era troppo mal ridotta per dare una mano, così restò solo
Anya ad aiutare i due uomini.
Alla fine riuscirono a stenderlo sul sedile posteriore.
Xander si rivolse alla sua ragazza.
“Vieni con me….?”
Lei lo guardò brevemente negli occhi.
“No, resto qui con Giles.”
L’inglese si schiarì la voce, quello non era il momento.
“Portali a casa mia. Aspetto le ambulanze e poi vi raggiungo. Contatterò
un mio amico medico e guaritore per ingessare la gamba di Lorne… a Spike
ed Angel penserò io.”
Xander restò immobile ancora per un momento, senza riuscire a staccare
lo sguardo da Willow.
“…… si salverà?”
“Se credi in qualche dio….. prega per lei. Adesso va, presto.”
- Capitolo XVII Risvegli
Dopo il combattimento c’erano solo ricordi, impressioni
confusi e sfuocati.
E la consapevolezza del dolore lacerante che gli tormentava tutto il corpo.
Una rigenerante sensazione di fresco al viso lo riportò piano a uno stato
cosciente.
Scivolò dal limbo oscuro in cui era precipitato.
Rompendo faticosamente i veli dell’oblio che lo avvolgevano come catene.
Aprì lentamente gli occhi. Sbattendo lentamente le palpebre per mettere
a fuoco.
“Ehi… ciao…”
Buffy sorrideva dolcemente mentre gli tamponava il volto e l’occhio tumefatto
con un panno bagnato. Gli sfiorò delicatamente la fronte con la punta
delle dita ed appoggiò un lievissimo bacio sulla pelle bianchissima del
vampiro.
Angel si perse per un attimo nei suoi occhi, profondi pozzi verde mare che avevano
il potere di ipnotizzarlo, e di farlo sentire meglio, al suo posto, accettato…
Lei ripose il panno in un catino e gli accarezzò teneramente la guancia.
Sorrise.
“Angel… Ho avuto paura…. Non ti riprendevi…”
“Buffy?…. Ma dove…”
Cercò di sollevarsi a sedere.
Una fitta fulminante al fianco, e un dolore profondo alle costole, gli strapparono
una smorfia sofferta.
Buffy lo fece di nuovo adagiare sui cuscini, sistemandoglieli meglio dietro
la schiena e parlandogli con voce rassicurante.
“Non lo so neppure io dove siamo, e te l’ho già detto…
Piano, non è il caso che ti alzi… ma cosa è successo? Dio,
sono stata così spaventata… è assurdo ma temevo che non
ti saresti più svegliato…”
Dolcemente gli passò una mano fra i capelli.
Angel accennò alla fasciatura che gli avvolgeva il torace, e le spalle.
“….Jarisdel.”
Buffy annuì con il capo. Scotendo i capelli lunghissimi con un movimento
leggero.
“Avrei dovuto esserci io al tuo posto…”
Aveva abbassato lo sguardo.
“Non preoccuparti, starò bene.”
Le prese una mano fra le sue.
Lei sorrise, sollevando la mano di lui intrecciata alla sua e baciandola lentamente.
“Ti ha ridotto piuttosto male…”
”Ho visto anche di peggio…”
“Ed io ho creduto di morire ogni volta… ogni volta che ero accanto
a te…” Buffy deglutì “E poi questa volta sei rimasto
privo di conoscenza per 5 giorni… in genere al massimo erano tre minuti…
e poi, tecnicamente sei ancora privo di conoscenza… visto che sei qui…”
Angel si agitò leggermente nel letto.
“sarebbe utile sapere qui dove…”
“Oh, è facile, nella mia mente…”
Lui sorrise.
”Per essere solo un sogno fa piuttosto male comunque…”
“Dovresti stare fermo… farebbe meno male…”
“Io non morirò neppure questa volta… tu come stai?”
”Bè è difficile spiegarlo… Ho parlato con un amico
ed ho capito delle cose.”
Lui la guardava interrogativo.
”E’ una faccenda lunga da spiegare, e non abbiamo molto tempo…
Non tornerò più qui, mi indebolisce troppo… E devo affrontare
il mio avversario…”
”Sai chi ti ha rapito?”
Lei annuì.
“Non mi ucciderà per il momento. .. Non lo so dove mi tiene Angel…
so solo che è una scheggia impazzita del Consiglio… Non serve parlarne
ora… Non ci è concesso molto tempo… Oh, Angel cosa resterà
di tutto questo quando torneremo alla vita reale….? Cosa resterà
di noi?”
”Sei sempre stata nei miei sogni…”
”E tu nei miei. Ma questo non è un sogno.”
“No.”
“Ma la nostra storia non uscirà dal sogno, vero?”
Lui scosse la testa.
“Io… non ho le idee chiare quando si tratta di noi.”
“Sembrava che lo fossero quando te ne sei andato da Sunnydale.”
”Sembrava. E’ successo anni fa.”
“Davvero…? Fa male come se fosse successo ieri…. Bè,
almeno adesso non siamo nelle fogne.”
Lui fece un mezzo sorriso.
“No…”
“No.” Sorrise anche lei. “Ci sono cose molto importanti nella
tua vita adesso… un figlio…”
”Buffy… avrei dovuto dirtelo…”
”No, in realtà. Faccio parte del passato…”
£Farai sempre parte di me.”
Gli occhi della donna brillarono pericolosamente, lucentezza d’argento
e di lacrime.
“Perché è tutto così difficile, sempre?”
“Buffy…. È ancora amore? O è solo un risarcimento
per quello che non abbiamo potuto avere? Dove arriva l’amore… e
dove comincia la rabbia… il bisogno di riempire il vuoto che ci siamo
scavati dentro a vicenda…?”
“Non riesco a strapparti via dal mio petto. C’ho provato, e mi sono
fatta del male, e ti ho fatto del male…. E mi sono ingannata, ed ho ingannato
delle altre persone… Ma non ci sono riuscita. Non posso strapparti dal
mio cuore.”
“Lo so… è lo stesso per me… Ma..”
”Ci distruggeremo? Sono arrivata sull’orlo dell’abisso per
il vuoto che avevo dentro, ed anche tu….”
Lui la attirò a sé.
“Ho bisogno di te… Ma finiremo per scottarci di nuovo. Il passato
non può tornare. Niente è più come prima…”
”No, anche se lo vorrei disperatamente.. tornare indietro… evitare
gli errori…”
Appoggiò cautamente la testa sul suo petto.
“Angel…sarebbe cambiato qualcosa se avessi… se avessi cercato
di fermarti il giorno dei diplomi…? Se non fossi semplicemente rimasta
immobile a guardarti andare via…?”
Angel, anche se gli era del tutto inutile, sospirò.
E chiuse gli occhi per un attimo.
Un attimo per ripensare alle scelte che aveva fatto, agli occhi umidi di Buffy
confusi nel fumo dell’esplosione del liceo.
Incurante delle costole rotte la strinse a sé.
Disperatamente.
Tanto forte da farle quasi male.
Come se non l’avesse più voluta lasciar andare.
Come se volesse smentire le sue parole in quell’abbraccio.
“…….. No.”
Lei deglutì a vuoto.
“Lo immaginavo, credo. E’ per questo che non ho mai spedito…
bè, non ha più importanza adesso.”
Il vampiro sapeva di cosa stesse parlando la ragazza: la lettera.
La lettera che aveva trovato nella sua stanza dopo il rapimento.
La lettera macchiata di profumo e lacrime.
La lettera che gli aveva di nuovo spaccato il cuore, con lo stesso identico
dolore di quando se n’era andato.
“Perché hai conservato quella lettera…? Dopo che me n’ero
andato… dopo Riley… dopo che sei tornata… dopo tutto?”
lei trasalì.
Alzò il volto per incontrare gli occhi del vampiro.
Lui le scostò una ciocca di capelli dal viso.
“Hai gettato via tutto quello che apparteneva alla tua vita di un tempo…
perfino la casa. Ma non quella lettera.”
Lei scosse la testa.
“No, non la lettera. Né una giacca di pelle troppo grande per me…
né una croce d’argento e un libro di poesie. Non potevo. Non ci
sono mai riuscita… Ho cercato di fuggire dal passato. Di fuggire da me
stessa. Mi sono nascosta dietro molte maschere. Recitando una parte. Cercando
di dimenticare il dolore che mi lacerava il petto. Mostrandomi sicura…
anche se non mi sentivo all’altezza… di quello che gli altri si
aspettavano da me. Non sono stata una buona figlia, non sono stata una buona
cacciatrice… e neppure una buona fidanzata… e questo mi distruggeva
dentro.. perché non ero come dovevo essere… Sono stata egoista,
avventata, cattiva…. Solo per non sentire la sofferenza che avvelenava
il mio cuore, come un tarlo. Solo per ignorare il vuoto che mi avevi lasciato
dentro. Ho cercato di buttare via tutta la mia vita, perfino me stessa…
per cominciare qualcos’altro. Per essere un’altra, e non soffrire
più. E non dover vedere tutto quello che avevo sprecato, che avevo perso.
Come se nuovi vestiti e una nuova casa potessero farmi dimenticare… dimenticare
che odiavo quello che ero diventata. Però non sono riuscita a liberarmi
del mio cuore… e il mio cuore era in quella lettera. Il mio cuore eri
tu. L’ho tenuta perché non potevo fare altrimenti.”
Si fermò, trasse un profondo respiro e gli sorrise.
Un piccolo sorriso.
Anche se i suoi occhi erano trasparenti di lacrime, e le ciglia erano umide.
Mentre parlava non aveva abbandonato il suo sguardo per un solo istante.
Ed ora si guardavano immobili, vicinissimi.
E il loro dolore era uno solo.
E il loro dolore li univa, li avvinceva come un intrico di rovi… e il
loro dolore era un oceano di pianto che li divideva, irrimediabilmente, per
sempre.
Angel le accarezzò lentamente il volto.
Lentamente.
Come se le sue dita volessero memorizzare ogni tratto, ogni piega.
Fece scivolare una mano fra i suoi capelli e la attirò a sé per
baciarla.
“Buffy….”
Un bacio lunghissimo, salato.
La cacciatrice tremava.
Nel suo cuore una sensazione infinita di vuoto, di perdita.
L’impressione raggelante che quello sarebbe stato il loro ultimo bacio.
Scacciò dalla mente quei pensieri assurdi… arrivati come lampi
a ciel sereno.
Come la paura di non rivederlo più.
Presagio di solitudine infinita.
Si lasciò annegare in quel bacio, fino a quando credette di soffocare,
fino a quando la sua pelle e il suo sangue non bruciarono di un fuoco inestinguibile.
Infine le loro bocche si separarono.
Senza fiato, rimasero abbracciati, la fronte appoggiata a quella dell’altro.
Buffy gli parlò sulle labbra.
“Non riesco a lasciarti andare Angel… non ci riesco…”
“Neanche io…”
”Ma dobbiamo farlo, vero….?”
Lui annuì.
Lei respirava a fatica.
“Se potessi fermare il tempo… adesso…. Ti amo…”
”Ti amo…”
Spike aveva paura, come non ne aveva mai avuta in vita sua.
Una paura che gli torceva lo stomaco, che gli ghiacciava le viscere.
Seduto in una piccola stanza di ospedale, con una macchina che segnava un battito
cardiaco che lui poteva udire perfettamente anche da solo, e un odore di morte
che gli feriva le narici.
Willow era sdraiata in un letto asettica davanti a lui.
Pallidissima, livida, immobile.
In coma.
E lui era lì, impotente, ad osservarla, a vegliarla, a vederla morire.
Come era stato impotente mentre le vedeva cadere ,le viscere squarciate, e contorcersi
dal dolore su quella maledetta scacchiera.
Come era rimasto impotente a vedere il suo sangue spargersi in un lago rosso
scuro sul pavimento e allargarsi in una pozza sempre più grande, e fluire
da lei strappandole via la forza, e il fiato, e la vita.
Come l’aveva guardata impotente abbattersi nel suo stesso sangue e rimanere
immobile, il cuore che batteva sempre più piano.
E lui non aveva potuto fare nulla.
Non aveva potuto raggiungerla, salvarla.
E la rabbia era stata la stessa che provava ora.
Rabbia che si mescolava al dolore, così fittamente da diventare inestinguibile
da esso.
Il dolore, e la paura di perderla.
Mentre era lì, e la guardava, non riusciva a vedere altro che il suo
sangue che si allargava attorno al suo corpo fragile.
E ne sentiva ancora l’odore, e ricordava l’orrore di quel momento.
Ne sentiva l’odore, esattamente come quando la voce di lei l’aveva
raggiunto su quella scacchiera , un odore acre e pungente, violento come uno
schiaffo e un pugno nello stomaco.
Quello stesso sangue che non scorreva più nella sue vene, sostituito
da quello nella sacca che gocciolava piano.
Ma sembrava non avere il potere di ridarle la vita, anche se attraverso l’ago
sottile entrava nelle sue vene ed entrava in circolo.
Non aveva il potere di far schiudere quei suoi meravigliosi occhi dai riflessi
d’oro.
Willow restava immobile, il volto cereo e solcato da un lungo livido viola scuro.
Spike faceva fatica a sentire il suo respiro.
Il riflesso della ragazza, negli occhi azzurrissimi del vampiro, si annebbiava
spesso per il troppo fissarla.
Allora Spike sbatteva le palpebre un paio di volte, ma senza mai staccare lo
sguardo da lei.
Come se la sua vita già appesa a un filo dipendesse da quegli occhi penetranti,
troppo azzurri, che le accarezzavano il volto, e il corpo.
Lentamente il vampiro coprì lo spazio che lo separava dal letto.
Come aveva già fatto mille volta si chinò leggermente sulla ragazza
e movendo il braccio a fatica le sfiorò il volto e una mano.
Tenne le dita fra le sue per qualche attimo.
Prima di tornare a sedere sistemò meccanicamente le lenzuola già
in perfetto ordine.
Strinse appena gli occhi, la fronte percorsa da uno spasmo.
Dio, aveva ancora addosso quel profumo: profumo di lavanda e di gelsomino, di
rugiada fresca e un vago sentore di magia, come luce e polvere di stelle.
Nonostante il sangue, e il dolore, nonostante l’odore di ospedale, medicine,
disinfettanti, lei profumava di rugiada e di gelso e di lavanda.
Era l’odore della sua pelle, dei suoi capelli di fuoco.
Il vampiro tornò a sedersi, le mani stretta a pugno appoggiate sulle
ginocchia.
Sentì la rabbia crescere violenta nel petto.
Lei era la prima cosa pulita della sua esistenza dopo tanto tempo.
Lei era la prima scelta giusta…. E non l’aveva salvata.
Come non aveva salvato Buffy sa quel volo di cento piani o dai suoi misteriosi
rapitori.
Aveva fallito… come sempre.
Maledisse quell’odiata eternità che lo avvinghiava, maledisse se
stesso.
Avrebbe dovuto esserci lui al posto di Willow.
Con i se e con i ma non si cambiano le cose, e Spike lo sapeva.
Il suo sguardo tornò a scorrere sul corpo immoto della ragazza.
Si portò una mano al petto, all’altezza del cuore.
Sotto la maglietta una spessa fasciatura gli cingeva il torace.
Ma la ferita era quasi rimarginata, anche se il ricordo del tocco della regina
bianca lo faceva ancora rabbrividire.
Ogni movimento, oltre al corpo immobile di Willow, gli ricordava il combattimento
contro Jarisdel.
Lo squarcio che gli angeli neri gli avevano aperto sulla schiena era ancora
dolorosamente aperto, e Giles sosteneva che per contrastare il veleno di cui
l’arma era intrisa sarebbe occorso non ricordava che sorta di strano incantesimo
per guarirlo… Ma lui non era disposto a lasciare Willow per un solo secondo.
L’unica cosa importante era che riuscisse a stare in piedi, il suo corpo
,poi, sarebbe guarito.
Guariva sempre.
Deglutì, ripensando alla partita a scacchi con la morte che avevano giocato.
E si chiese se in fondo non avessero perso.
O ,più semplicemente, che razza di vittoria fosse quella.
Con Willow ridotta sull’orlo del baratro, e faith con un braccio che forse
non avrebbe più potuto usare… ed Angel che non si svegliava…
proprio come Willow… ed erano già passati quattro giorni, o erano
cinque?…
Spike si alzò ,di nuovo, e tornò accanto alla ragazza.
E il suo cuore faceva male.
Più male di quando la regina bianca aveva cercato di strapparglielo,
e gli aveva affondato le unghie affilate nel petto.
Troppo male.
Mentre le lacrime sembravano rifiutarsi di scendere.
E la gola gli bruciava, e avrebbe voluto urlare il suo nome fino a perdere il
fiato.
Fino a far tremare le pareti di quell’ospedale e spaccare i timpani a
tutti quelli che vi si trovavano.
E avrebbe voluto afferrarla per le spalle e scuoterla, così forte da
svegliarla, così forte da farle male, così forte da costringerla
ad aprire gli occhi.
E avrebbe voluto pregarla, supplicarla di non lasciarlo, di restare accanto
a lui.
Invece le sfiorò con estrema delicatezza ,quasi avesse paura di poterla
rompere, le dita della mano bianchissima adagiata sulle lenzuola.
E la sua voce fu solo un sussurro che sapeva di sale.
“Willow…….”
Le parole che i medici avevano detto tre giorni prima gli arsero la bocca.
Togliendogli quel fiato che non aveva.
Mozzandogli la voce.
- “Potrebbe non svegliarsi più…” -
“Io ti amo Willow.”
Ancora una volta tornò a sedersi su quella maledetta seggiola…
quella seggiola che avrebbe voluto spaccare, mandare in frantumi… come
aveva voluto spaccare la faccia dei medici…. Mentre gli dicevano che erano
addolorati, ma che doveva essere forte…. E parlavano di trapianto degli
organi…. Avrebbe voluto afferrarli per la gola, e recidere la loro giugulare
solo per farli smettere di parlare… Ma era rimasto in silenzio.
Ed era tornato da lei.
Le ore gocciolavano lentamente nel calderone del tempo.
E risuonavano funeste come colpi di campane a morto.
Gli pesavano addosso più dei secoli, e impregnavano il suo copro come
veleno.
Me lei era sempre immobile e pallidissima.
Non gli rimaneva altro da fare che restare in silenzio e lasciare che il tempo
rapisse le ore, e si portasse via con esse anche la sua vita.
Con nelle orecchie il rumore martellante, eppure troppo fioco, troppo debole,
troppo lento, dell’elettrocardiografo: del suo cuore che batteva con il
rumore soffocato di un fiocco di neve che cade adagiandosi su altra neve.
E lei stessa era bianca come la neve.
E come le neve sembrava che si potesse squagliare al sole.
Era trasparente come una libellula, fragile come cristallo.
Fragile. Fragile. Fragile. Sempre più fragile.
E ogni minuto le era nemico.
E lui non poteva fermare il tempo per lei.
E lui non poteva svegliarla con un bacio, come nelle favole… perché
forse lei non si sarebbe svegliata mai più.
Lei che aveva il sole imprigionato negli occhi, e la dolcezza della luna riflessa
nel sorriso, e il fuoco della passione che brillava fra i capelli.
Lei che sapeva ridere come l’argento dei campanelli scaccia spiriti appesi
alle finestre dei bambini in Oriente.
Lei che gli aveva regalato un raggio di sole, ed aveva letto attraverso il ghiaccio
azzurro dei suoi occhi la sua anima.
Lei che era solo una ragazza.
E in quel solo era racchiuso tutto un mondo di piccoli meravigliosi segreti,
e di gioie ,e di lacrime… e di promesse.
Chiuse gli occhi ,il vampiro, quegli occhi azzurri come il cielo d’estate
dopo un acquazzone, come l’acqua di un lago di montagna.
Quegli occhi antichi, in un viso di eterno ragazzo.
Avrebbe voluto sparire, smettere di esistere, in quel semplice gesto.
Ma il dolore continuava ad artigliargli le viscere, a lacerargli il petto.
Aveva amato un demone oscuro, ed aveva amato un angelo biondo.
Quella che giaceva davanti a lui era solo una donna, una ragazza.
Eppure non aveva mai amato così totalmente.
Non aveva mai amato per sentirsi vivo.
Non aveva mai amato per sentirsi inondato di luce.
Non aveva mai amato per essere se stesso, e nient’altro.
E lei stava morendo.
Nonostante il suo amore, lei stava morendo.
E faceva male, così male… male a quell’anima che non aveva,
male al cuore, e al cervello… male ad ogni muscolo.
“Signore, mi scusi, ma dovrebbe uscire…”
- Dovrebbe uscire - quelle parole gli arrivarono in un’eco lontana, come
da un’altra dimensione, da un’altra vita.
E le ignorò.
Ma l’infermiera tornò a richiamarlo alla realtà.
“Dobbiamo trasferirla, i medici ritengono che sia meglio ricoverarla in
un reparto di lunga degenza, ed attaccarla a un respiratore… per favore,
deve allontanarsi.”
Questa volta Spike la sentì.
E desiderò rivoltarsi contro quella donna minuta e discreta, e mutare
volto, e sbranarla.
Farla a brandelli, con le unghie e con i denti.
Solo distruggerla.
Non gli importava del sangue, o del dolore, o della morte.
Voleva solo farla tacere, ed impedirle di portargli via la sua luce…
Ma respirò anche se non ne aveva bisogno.
E alzò i suoi occhi su di lei.
Quegli occhi così azzurri da folgorarla.
Quegli occhi disseccati dal dolore.
“Potrà tornare accanto a lei nel giro di poco tempo. Forse un’ora…
Non si preoccupi, è in buone mani.” Gli sorrise perché i
suoi occhi le facevano male al cuore con la loro muta disperazione, ed addolcì
il tono, come per blandirlo “Ho visto casi molto più gravi che
si sono risolti per il meglio. Persone in coma da anni che si sono svegliate…
E’ una ragazza forte.”
Spike annuì.
“Lo so. E’ forte. E ,per dio, se può tenere testa a me…
può farlo anche con la morte!”
Prima che l’infermiera potesse capire si era alzato ed aveva sfiorato
dolcemente con un bacio la fronte diafana della ragazza immobile nel letto,
poi era sparito oltre la porta.
Alla donna ancora in piedi nello stesso punto rimase solo l’impressione
di uno spolverino nero che svolazzava attorno a una figura sottile e leggermente
curva sotto il peso della morte che aleggiava in quel posto.
E un attimo dopo sembrò che quell’uomo dagli occhi di ghiaccio
non fosse mai stato lì… solo un fantasma evanescente.
L’infermiera si chinò su Willow, cambiando una flebo.
Le scostò una piccola ciocca di capelli dal viso e le sorrise.
“C’è un angelo che veglia su di te piccola…. Ed aspetta
che tu ti svegli. Un angelo innamorato…. Andrà tutto bene, non
aver paura.”
Spike era fuori dall’ospedale.
E fuori era notte.
Come dentro di lui.
Come nei suoi occhi di cristallo attraversati di luce azzurra.
E per la prima volta dopo tanto tempo lui odiava la notte.
Perché gli avrebbe portato via una piccola, dolce principessa.
Una strega di panna e miele dorato.
L’unica luce della sua esistenza.
Colpì con forza il muro e la pelle della mano si graffiò fittamente,
facendo scivolare una sottile linea di sangue lungo il pugno chiuso.
Il colpo di riflesse lungo il braccio, facendo dolorosamente vibrare i nervi
e le ossa, ed esplose come uno sparo nella spalla.
Male, faceva male come vivere - se la sua era vita - senza di lei.
Poi ,d’improvviso, una scarica elettrica attraversò tutto il suo
corpo, i nervi, i muscoli, la carne, le ossa.
Come lo schiocco di una frusta.
Dentro, nel profondo, nella testa, nel petto.
Come se per un attimo avesse bisogno d’aria, ma non potesse respirare.
Willow.
Il suo cuore. Il suo respiro.
Willow.
Si era svegliata.
Non importava come lo sapesse, come se ne fosse accorto, doveva solo andare
da lei, volare a lei.
Willow.
E un vampiro che attraversava i corridoi dell’ospedale silenzioso come
una furia in cerca di vendetta, come il lampo o un fantasma già spertico
prima che tu possa capire se fosse reale o no.
U vampiro che correva da lei, ed ogni suo passo era un battito del cuore di
Willow.
Poteva sentirlo il suo cuore, ed era una musica, come il frullio d’ali
di un fringuello.
Come la vita.
Spike si trovò oltre la porta di quella stanzetta di rianimazione senza
neppure ricordare con chiarezza come ci fosse arrivato.
Allontanò malamente i medici, scansò gli infermieri, e la prese
fra le braccia.
Stringendola piano, come se fosse la cosa più preziosa e delicata dell’universo.
Cullandola.
Senza riuscire a dire altro che non fosse il suo nome appena sussurrato, quasi
una ninna nanna.
La tenne stretta al petto, bacandole i capelli, ripetendo il suo nome come se
fosse la parola più preziosa del mondo.
La tenne chiusa nel cerchio della sue braccia, per proteggerla dal mondo, da
tutto, dalla vita stessa.
Cullandola ancora, dolcemente, e coprendole il volto di baci con una devozione
commossa e attenta, quasi avesse paura che si potesse rompere fra le sue mani.
Willow era debole, e stordita, e sfinita.
Ma accanto a lei c’era Spike.
Che la teneva fra le braccia, e la chiamava teneramente, e le sfiorava il viso,
i capelli, le mani, con baci delicati.
C’era Spike.
E sarebbe andato tutto bene… perché lui era lì, con lei.
E niente avrebbe potuto farle del male.
Voleva dirgli che lo amava… ma non riusciva a parlare…
Cercò i suoi occhi azzurri, lucidi come non li aveva mai visti.
E il suo viso pallido si illuminò i un sorriso mentre alzava con infinita
lentezza una mano per sfiorargli una guancia.
“Lo so, angelo mio, lo so.”
Lui sorrideva e continuava a tenerla stretta a sé.
Abbassò il volto sul suo, sussurrandole piano sulle labbra.
“Anch’io. Ti amo.”
La donna sorrise, scotendo i lunghi capelli scuri, e si allontanò
dalla stanza e dal reparto di rianimazione.
Il braccio che portava appeso al collo faceva male.
Nonostante l’ingessatura e gli anti dolorifici.
Anche la spalla fasciata doleva, e bruciava, e pungeva.
I punti erano come aghi nella pelle.
E sembrava che le sue capacità rigeneratrici non servissero a un gran
ché.
Era stanca, e ancora debole.
Ma quando incontrò gli occhi azzurro mare dell’uomo che la aspettava
nella hall gli sorrise.
E il suo sorriso era luce.
Come la luce nel suo cuore ogni volta che gli era accanto.
Accarezzò il suo volto con infinito amore, sorprendendosi a pensare che
i suoi occhi sembravano ancora più azzurri ,quasi accecanti, a causa
dei lividi scuri che si allargavano in tutta la regione occipitale, fino a lambire
gli zigomi, ed erano sintomo inequivocabile del naso fratturato.
“Come stai?”
Faith accennò col capo al gesso ingombrante che gli copriva il naso e
si allargava in un striscia orizzontale lungo la fronte.
Lui la guardò in silenzio per un attimo, e i suoi occhi le trapassarono
il cuore.
“Io sto bene…. Al contrario di molti altri…”
Faith gli appoggiò la testa sul petto sospirando mentre lui le cingeva
la vita.
“Sei un pessimo mentitore, Wes! E poi con questa voce…. Il naso
ti fa ancora male! Willow si è svegliata. E Spike è con lei. Incollato
a lei per la precisione. Cordelia….?”
“Ancora sotto l’effetto di anestetici, anti dolorifici e tranquillanti.
E la prognosi è riservata…. Lorne non la lascia un attimo.”
Lei abbassò un sorriso.
“E dove nascondete i suoi vestiti quando arrivano i medici?!?”
Wes distolse lo sguardo, gli occhi persi in qualche pensiero preoccupante.
Faith abbassò gli occhi sul pavimento, cincischiando con la punta delle
scarpe.
“Angel non si è ancora….?”
Wes fece un cenno negativo con la testa.
Rimase in silenzio per un lungo momento.
“No.”
La sua voce era amara.
“Sembra in coma. Ma i vampiri non vanno in coma. A momenti muove le labbra,
delira, forse. Scotta di febbre, ma non ha in corpo nessun veleno. E noi non
sappiamo che fare. E’ come se la malvagità di Jarisdel l’avesse
infettato….”
Faith abbracciò forte l’uomo che amava, mentre sentiva una stretta
di dolore al cuore per l’uomo che aveva creduto di amare.
“Mi sento così inutile… e cattiva.”
Lui le mise un dito sotto il mento per poterla vedere negli occhi.
”Ehi, che succede? Tu non sei assolutamente…”
”Si che lo sono. Lo sono sempre stata. E non cambierò mai. Ce l’ho
dentro…. Sono marcia dentro.”
Lo sguardo dell’uomo era severo ed innamorato allo stesso tempo.
“Che sciocchezze stai dicendo??!”
Lei pestò i piedi, evitando i suoi occhi.
“Io… io, nonostante tutto quello che è successo sono felice.
E ringrazio il cielo che in quell’inferno non ti sia successo nulla. Perché
siamo ancora insieme. Ed io sono felice per questo. E so di essere cattiva,
ed egoista… ma sono felice che non ci fossi tu al posto di Angel, di Willow,
di Cordy…” Deglutì rapidamente “Vedi? Sono un mostro…”
Wesley la abbracciò con tutta la forza che aveva.
“Oh, Faith. Sei solo la persona più splendida e generosa che io
abbia mai conosciuto… e ti amo.”
La cacciatrice deglutì alcune lacrime.
“Vorrei poterti dire che andrà tutto bene amore mio…”
“Non serve Wes, non sono una bambina che ha bisogno di rassicurazioni.
Ho bisogno di te, null’altro. Sono solo stanca. Vorrei che per una volta
le cose andassero per il verso giusto. Mi sento inutile.”
“in questo momento lo siamo tutti.”
”Wes, credi che lui si sveglierebbe se…. Se Buffy fosse qui…?”
Lui la guardò un po’ stupito.
“E’ solo che la sua esistenza sembra gravare ancora attorno a lei…
Angel si merita di essere felice. Ha fatto tanto per quando ero… una reietta…
E se Buffy può renderlo sereno, in pace col mondo…. Non importa
che sia lei. Mi importa solo che stia bene.”
“Lui e Buffy non saranno mai felici, il loro rapporto è un’assenza
continua, un vuoto che ti scava dentro…”
Faith sospirò.
“Nemmeno Buffy è la chiave di un po’ di pace? Di felicità
per lui?….. Stiamo diventando troppo filosofici per i miei gusti. Comunque
ci sono questioni molto più materiali da risolvere! Trovare Buffy, eliminare
i suoi rapitori, svegliare tutti dal coma…!!”
Lui sorrise.
“Detto così sembra quasi facile…
La ragazza gli ricambiò il sorriso, prendendolo per mano mentre si avviavano
fuori.
“Lo è. Ho deciso che essere pessimisti non è di nessuna
utilità… Andiamo a dare il cambio a Giles ed Anya?”
“Abbiamo ancora un’ora circa. Ma tu dovresti riposare”
“Dovrei?” Gli diede un bacio “quando sto vicino a te, mi sento
meglio.”
”Ti hanno appena dimessa….”
”Ho la pelle dura. Novità….a parte Angel?”
“Nessuna. Giles ed io lo vegliamo continuamente, e cerchiamo nei libri
qualcosa che ci possa aiutare. Ma su Jarisdel non c’è quasi nulla…
Anya ci è molto d’aiuto, soprattutto è un sostegno per Giles.
Strana ragazza, ma allegra. Xander l’ho visto poco, e credo sia meglio
così.”
“lo credo anche io, se ne avesse il coraggio avvelenerebbe Angel, altro
che curarlo!! Ma lui e Anya non stavano insieme?”
“Non più, credo. Hanno parlato e lui se n’è andato
infuriato. Ma sai, non ho un grande intuito per queste cose…”
”Eh, già. Però la vita è strana, non l’avrei
mai pensato: Anya e Giles…”
“Ma io NON ho detto…”
Lei sorrise maliziosamente.
“Lo so che non hai detto.”
”E allora come…?”
”Intuito femminile, Wes… prima o poi te lo spiegherò.”
Gli sorrise di nuovo, e gli tappò la bocca con un bacio infuocato.
Cordelia fu svegliata da un tramestio discreto accanto a lei.
Aprì gli occhi faticosamente.
Deglutì più volte, la bocca riarsa e impastata.
Si sentiva sfinita e dolorante, e confusa.
“Signorina Cheese, mi sente? Si è svegliata finalmente…”
Un’infermiera sorridente le fece bere un po’ d’acqua.
“Come si sente? Lo so, indolenzita e spaesata. E’ l’effetto
dei farmaci. Presto starà meglio. Le chiamo un medico. Ed anche i suoi
amici. Saranno contenti di vedere che si è ripresa! Non l’hanno
mai lasciata sola un attimo…. Li ho dovuti spedire a bere un caffè
intanto che la medicavo. Bene, torno subito con il medico.”
Cordelia, sommersa dalla sollecitudine della donna, non aveva ancora detto una
parola.
La guardò uscire dalla stanza e richiudere la porta.
Fu invasa da uno strano senso di calma.
Si abbandonò sui cuscini e socchiuse gli occhi.
Sentiva ancora il profumo della pelle di Doyle, e il calore della sua mano sulla
guancia.
Doyle.
Una fitta al cuore le ricordò che l’aveva perso di nuovo.
Deglutì lentamente.
“…. Mi manchi.”
Solo un sussurro.
Ma il dolore che aveva nel petto era dolce, e la sua anima era incredibilmente
leggera.
“Sono lieta di vederla in forma, signora Cheese. Ci ha fatti preoccupare
parecchio, lo sa?”
Cordelia sobbalzò leggermente: non si era accorta dell’arrivo di
medico e infermiera.
Un dottore che in un’altra circostanza avrebbe trovato decisamente affascinante
le sorrideva con simpatia mentre controllava la sua cartella.
Prese alcune note e diede qualche istruzione all’infermiera.
“Allora come si sente?”
“Sinceramente….? Uno straccio.”
E’ normale. Ha avuto un’emorragia interna molto grave. Ma si sta
riprendendo rapidamente. Ha una costola rotta, e due sono incrinate, ma la frattura
non è di entità notevole, fortunatamente non è scomposta
e si cicatrizzerà abbastanza in fretta. E’ stata davvero fortunata,
considerando la situazione: non ha subito danni permanenti. E la cosa più
importante che il bambino sta bene.”
Cordelia non afferrò il senso della frase.
Era così stanca, avrebbe solo voluto riposare un altro po’.
Rispose al dottore per pura cortesia.
“La ringrazio… ma quale bambino?”
Non si ricordava di nessun bambino coinvolto nella battaglia.
L’uomo le sorrise comprensivo.
“Il suo bambino. Capisco che sia ancora un po’ stordita. O forse
lei non sapeva di…”
Cordelia ora era sveglissima.
Spalancò i meravigliosi occhi scuri e li piantò in faccia al medico.
Non gli lasciò neppure finire la frase.
“Il mio cosa?!?”
“Lei aspetta un bambino signora…. Bè è normale che
non se ne fosse ancora accorta, è davvero da poco tempo.”
Cordelia era sconvolta.
Il cuore le batteva forsennatamente in petto, affannandosi per tener dietro
alla rincorsa dei suoi pensieri.
“Ma ne è sicuro?? Voglio dire ,insomma, non può essere che
ci sia un errore?!”
“Le assicuro di no. Diventerà presto mamma. Mi lasci essere il
primo a congratularmi con lei.”
Cordy lo guardò sbalordita, incapace di reagire.
Incapace di pensare.
“Io, sì…. Grazie.”
La sua anima le stava urlando che lo sapeva.
Ogni fibra del suo corpo le urlava la consapevolezza di essere madre.
Glielo gridava nelle orecchie, nella mente, nel cuore.
L’aveva saputo da subito.
Non appena si era svegliata.
Era stata quella strana scintilla dentro di lei.
Quel senso di pace.
Quel qualcosa di diverso, di nuovo, di meraviglioso.
Doyle.
Un bambino di Doyle.
Non le serviva spiegarsi come, non le serviva la logica.
Lo sapeva e basta.
Lo sentiva nelle viscere.
E vedeva già i suoi occhi, e il suo sorriso.
E sapeva che non sarebbe stata mai più sola.
Lo sentiva dentro, il suo bambino.
Come giogaia pura che scorreva nelle vene.
Come luce nel cuore.
Come una carezza sulla pelle.
Ed era felice e malinconica insieme.
Lui le aveva di nuovo donato una parte di sé… lui che non avrebbe
mai potuto cullare il loro bambino… Doyle che la amava più della
sua vita.
Sorrise, perché il suo ricordo era un sorriso, ed un raggio di sole,
e la prima alba d’estate.
Doyle, il suo amore.
E adesso quell’amore le stava crescendo dentro.
Ed era luce che la inondava.
E la faceva sentire felice, cos come non aveva creduto sarebbe più potuta
essere.
Cordelia aveva voglia di ridere, e di ballare, e di urlare al mondo la sua felicità.
E rise, rise con lo scroscio argenteo di una cascata d’acqua sorgiva.
Rise con il cuore, e con il corpo, e con l’anima.
Angel, Giles e Lorne, la trovarono così: che rideva nella stanza vuota.
Rimasero a guardarla perplessi.
“Bè mi sembra che stia meglio…. O forse è semplicemente
impazzita… o sarà il gas esilarante?….”
Lorne, la gamba ingessata e la faccia un po’ ammaccata, la scrutava con
un mezzo sorriso.
E intuiva il motivo di quella risata.
Lo leggeva nella sua anima attraverso le note cristalline della sua voce.
Ed era felice per lei.
Perché adesso il buco nella sua anima era colmato.
E lei rideva di nuovo come prima.
E quella risata d’argento vivo avrebbe potuto incantare il mondo intero.
Angel si avvicinò al letto.
Le sorrideva.
Scostandole una ciocca di capelli si chinò a darle un rapido bacio sulla
fronte.
“Come stai…?”
E sembrava che le ferite della ragazza fossero colpa sua.
Cordelia pensò che era più pallido di come l’avesse mai
visto, e che il volto aveva un’espressione tirata.
In realtà il vampiro si era ripreso da poco più di otto ore, dopo
essere rimasto in una sorta di misterioso come per sei giorni.
Gli prese una mano fra le sue, sorridendogli.
“Sto bene. Il dottore dice che mi riprenderò presto, e….
aspetto un bambino!!”
Giles rimase praticamente a bocca aperta.
Angel strabuzzò gli occhi.
“Non sono impazzita!! Sono solo così felice… Doyle, dio mio….
Forse dovrei essere arrabbiata, non lo so. Mai una volta che ti dia una spiegazione…
Un bacio e un addio!! Ma figuriamoci se un bacio di Doyle poteva essere solo
un bacio.”
Angel continuava a non capire.
Che Cordelia avesse avuto un trauma cranico di cui i medici non si erano accorti…?
Ma lei rise di nuovo.
“Doyle…? Cordelia ma che vuoi dire…?”
“E’ una lunga storia… Vediamo… Quando hai sconfitto
Jarisdel e si è sprigionata tutta quella luce, ho visto Doyle. Lui era
accanto a me. Mi aveva protetta. E abbiamo parlato… e mi ha promesso che
non sarei stata più sola. Mi ha baciato. L’ho baciato. Ed eccomi
qui.”
Lei sorrise radiosa, come se fosse la cosa più chiara del mondo.
“Tu sei sicura di non aver battuto la testa, vero?… Ok, scusa. Ma
è tutto così incredibile.”
“Tu sei un vampiro, ma hai avuto un figlio. Volevi l’esclusiva del
miracolo???!”
“No, cioè, un po’ diversa come situazione….. ecco…”
Si fermò, impantanato nelle parole.
“Un - sono felice per te - andrà benissimo, Angel…”
Il vampiro si chinò ad abbracciarla.
La strinse con cautela, quasi fosse fatta di vetro.
Si sorrisero a vicenda.
Fra amici spesso le parole non sono poi così importanti.
Anche Lorne e Giles la abbracciarono.
E l’osservatore le sembrò quasi commosso.
Ma si ricompose subito.
“Come stanno gli altri? Per poco non mi scordavo di chieder…”
Ma la ragazza non finì la frase.
Reclinò la testa all’indietro e fu scossa da un violento brivido.
La visione la attraversò cuna una scarica elettrica.
Per poi abbandonarla ,spossata e senza fiato, simile a una bambola di pezza,
riversa sul letto.
Il consueto dolore lancinante le artigliò le tempie.
Strinse le palpebre.
Ma ,al contrario di quello che si aspettava, non durò che un attimo.
Una sensazione di fresco benessere, di refrigerante calma, si diffuse dal ventre
nel suo corpo, e lei si sentì subito meglio.
“Va tutto bene…”
Tranquillizzò con poche parole i tre uomini che erano subito accorsi
al suo fianco.
“Potreste portarmi un goccio d’acqua? Ed Angel…. È
meglio che tu ti sieda.”
Il vampiro parve contrariato, il volto segnato dalla preoccupazione.
“Ho visto Buffy… è prigioniera in un monastero, o forse era
un vecchio castello. In una segreta. Un posto umido e freddo. C’è
odore di muffa e di acqua stagnante. C’è un inquietante tipo del
Consiglio con lei. Mette i brividi. Alto, leggermente allampanato, occhi chiari,
da pazzo furioso! Sta cercando di ipnotizzarla… per scoprire il segreto
della sua forza… e per cancellare dalla sua mente il suo passato. Vuole
che lei dimentichi tutto e si innamori di lui. Vuole portarla via e fare una
sorta di colpo di stato al Consiglio…. Per prendere il comando assoluto…”
Angel era livido di rabbia.
“Il monastero, dov’è Cordelia?”
“Un posto che non conosco. Fuori Sunnydale, credo. Non c’erano altre
costruzioni. Solo una strada sterrata e filari di alberi. Molti alberi, e perdevano
le foglie… c’erano turbini di foglie secche e rosse. Un edifico
molto vecchio, cadente. Di pietra scura, con pesanti porte di legno e ferro.
Mi spiace ma è tutto quello che ho visto…”
“E’ più che sufficiente. Andiamo Giles, dobbiamo trovare
quel posto.”
L’uomo annuì.
“Faremo delle ricerche sui mappali più antichi che abbiamo delle
zone circostanti la città…. E costringerò un paio di vecchi
amici a parlarmi dei piani del Consiglio. Per quanto abbia deciso di fare di
testa sua, ci sarà utile sapere quali erano i programmi a cui si sarebbe
dovuto attenere…”
I due si stavano già allontanando.
“Angel….? Sta attento, e buona fortuna…..”
“Non ti preoccupare…. Lorne, resta con lei.”
Il demone verde annuì con energia.
“Non la perderò di vista un attimo… ci manca solo che invece
di uno bambino nascano due gemelli….!!”
Cordelia lo guardò indignata, ma lui le sorrise con quel suo sorriso
così affascinate ed assolutamente disarmante, e per lei fu impossibile
restare arrabbiata.
Si trovò a ricambiare il sorriso, mentre Angel e Giles se ne andavano.
“Vorrei che la trovassero presto… così questa storia sarà
finita…”
“Sarà finita solo quando quei due riusciranno a lasciarsi andare…
e a guardare avanti…. SE ci riusciranno..:”
“Mmm… sei tu quello che legge le anime, immagino dovresti saperlo…”
Lorne le sorrise di nuovo.
“Allora ,mammina, come stai messa e ninne nanne?”
“A ninne nanne?”
Cordy era sbalordita.
“Sì, ninne nanne. Vabbè, ho capito! Mi dovrò armare
di pazienza ed insegnarti qualcosina di carino… Tanto abbiamo tempo, più
o meno nove mesi!”
Lei lo guardò.
“Oh sì, più o meno!”
E scoppiarono a ridere entrambi.
- Capitolo XVIII …Fuoco di anime
Un monastero di vecchia pietra scura, su cui un tramonto pallido e lontano gettava
sbiaditi riflessi di luce morbida.
E turbini di foglie rosse come fuochi accesi nel vento.
Quel vento che imperversava terribile, micidiale quasi quanto la rabbia incandescente
che covava nel cuore del vampiro in piedi all’ombra di alcuni alberi.
Rabbia che alimentava, nutriva, istigava il suo demone.
Quel demone che ruggiva dentro di lui con l’impeto di un uragano, con
la furia del fuoco che devasta e della natura che annienta.
Quel demone che trasformò i lineamenti perfetti del suo viso in quelli
ferini del vampiro, , mentre gli occhi d’ambra dorata scintillavano crudeli
e taglienti nel buio che stava invadendo l’aria.
L’oscurità si diffondeva lentamente, con l’implacabilità
di un morbo che tutto divora, e avvolgeva le cose come un sudario di morte.
E l’oscurità recava con sé lui. L’angelo caduto.
E con lui avanzava, sua ombra fedele, il terrore cieco della morte.
I suoi nemici, quegli uomini a guardia di una ragazza di cui ignoravano perfino
il nome, non sapevano che in quel momento il loro destino era già segnato.
Eppure il loro sangue bagnava già la terra arida ai loro piedi, la polvere
ne era impregnata, il vento era già imbevuto del suo odore acre, i muri
ne erano già rossi.
Perché la loro fine era scritta nel riflesso ambrato degli occhi felini
di un vampiro con l’anima.
Il sole morì lentamente all’orizzonte, affondando in un pallido
bagno di luce, e trascinando nella sua caduta che gli ultimi riflessi rossastri.
La notte aveva ormai ingoiato ogni cosa, l’oscurità era fitta e
densa.
Era come un animale in agguato, palpitava quasi viva, e metteva i brividi. Oscurità
viva, oscurità vibrante.
Gli uomini del consiglio cominciarono a lanciarsi occhiate inquiete: quella
sera qualcosa non andava.
Ma erano solo uomini e non potevano sentire il lamento della notte che sussurrava
l’annuncio della loro morte alle loro orecchie sorde.
La notte lo conosceva, conosceva l’ombra di sangue che lo seguiva, conosceva
lo scintillo crudele dei suoi occhi, conosceva la spietata precisione dei suoi
colpi. La notte non aveva dimenticato i suoi passi che seminavano morte lungo
le strada dell’Europa molti anni prima. La notte non aveva dimenticato
il suo principe, il suo angelo oscuro. La notte conosceva chi avrebbe condotto
per mano la morte fino a quegli uomini stolti.
Poco lontano dalla scorta del Consiglio Angel chiuse un momento gli occhi.
Annullò tutte le sensazioni e si concentrò solo su di lei.
Sul richiamo del suo sangue.
E seppe che lei era lì.
Rinchiusa sotto quelle mura cadenti, dietro quelle porte arrugginite.
Poteva sentire il suo respiro, il battito del suo cuore, il sangue che pulsava
nelle sue vene come per chiamarlo.
… Poteva sentire l’odore del suo sangue, e sarebbe stata la morte
per chiunque ne aveva versato una sola goccia.
Riaprì gli occhi e si mosse rapido e silenzioso verso i suoi avversari.
Micidiale vassallo di morte.
Le guardie caddero a terra una dopo l’altra quasi senza rendersi conto
di cosa stesse succedendo.
Marionette a cui erano stati tranciati i fili.
Caddero.
Con gemiti silenziosi, come i brilli di un gioco mortale.
Rivoli sottili del loro sangue macchiavano la terra, e il pavimento di pietra
fredda.
Silenziosamente, con terrificante precisione, li uccise tutti.
Anche se erano umani.
Anche se nelle loro vene il sangue scorreva vivo e i loro cuori battevano.
Non ci fu scampo per nessuno.
Una luna stentata fu l’unico testimone, principessa di ghiaccio rinchiusa
nella sua sardonica indifferenza.
Riluceva pallida nel cielo, una piccola falce dorata che macchiava il mantello
nero della notte.
Ragnatele di nuvole trascinate dal vento la oscuravano a tratti, creando ampie
zone d’ombra sfuggente.
La notte rimase in silenzio, nera signora altera.
Non un solo rumore turbò il cruento palcoscenico di quel terribile spettacolo.
La rabbia, l’odio si gonfiavano dentro il vampiro come mari in tempesta
e lo circondavano di un alone di invincibilità.
Terribilmente forte, agile, veloce, spietato, come era stato molto tempo prima,
quando l’avevano definito “Il Flagello d’Europa”.
Non rimaneva più nulla di umano in lui, rimanevano solo istinto di morte
e sete di vendetta.
Anima e demone: volevano uccidere, punire, vendicare, distruggere.
In lui la furia di Angelus era incontenibile, indomabile, non conosceva né
ragione né giustizia.
Quegli uomini avevano osato prendere ciò che era suo. La donna che gli
apparteneva.
La donna che portava il suo marchio sul collo.
La donna il cui sangue era mescolato al suo.
L’unica di cui gli fosse mai importato qualcosa, l’unica che fosse
riuscita a scuotere perfino il demone, e a toccarlo e farlo tremare nel suo
imperturbabile cinismo.
Angelus sentiva il suo sangue, la sua presenza.
Ed era sempre più furioso contro chi aveva osato strappargliela.
Il suo sangue lo chiamava, urlava il suo nome: chiamava il demone; e la sua
anima chiamava l’uomo.
L’unico pensiero ancora razionale era che doveva trovarla, raggiungerla,
placare il fuoco tormentoso che la sua assenza gli accendeva nelle viscere.
Ossessione, inferno, redenzione, tormento, paradiso, perdizione.
Tutti racchiuso in quegli occhi verdi, in quella pelle di seta, in quel sangue
che ancora gli incendiava la bocca, e il corpo.
Lei: al di là del bene e del male.
Gli apparteneva, erano una cosa sola.
Un groviglio di rovi, fuoco che bruciava nel fuoco.
Lei era dentro di lui, come una ferita nell’anima che non poteva essere
richiusa, che non poteva essere dimenticata, o esclusa, come il sangue, come
i pensieri.
Più forte di tutto.
Bisogno inestinguibile che accendeva una furia primordiale.
Lei, il principio e la fine.
Trovarla, stringerla di nuovo fra le braccia, illudersi che la sete infinita
di lei si potesse placare.
Ma desiderarla, soffrire per la sua mancanza, già nel momento stesso
in cui la toccava, la stringeva.
Nient’altro aveva importanza, solo riaverla.
Solo mettere a tacere la sua anima, e la sua mente, e il suo corpo che urlavano
il suo bisogno di lei.
Solo mettere a tacere la rabbia del demone.
L’ultima guardia scivolò sul pavimento di pietra dell’ingresso,
strisciando contro il muro con un fruscio di foglie secche.
Il rumore secco, netto del collo che si spezzava rimase sospeso nell’aria
ancora per qualche istante.
Sui vestiti di Angel un paio di piccoli schizzi di sangue erano l’unico
segno della lotta appena terminata.
L’abbazia ,adesso, era vuota: i morti non hanno occhi, né orecchie,
né bocche per parlare o respirare.
La stentata falce di luna che arabescava il cielo non riusciva a penetrare all’interno
del lugubre edificio.
Dappertutto c’era puzza di muffa e di marcio.
Poche fiaccole crepitanti gettavano lunghe ombre per i corridoi, senza riuscire
a illuminare bene nulla.
Angel si fermò solo il tempo necessario per appurare che non ci fossero
altre guardie.
Poi scese di corsa le interminabili scale a chiocciola.
I gradini consumati ,troppo alti, conducevano nel sottosuolo.
Sembrava un luogo più adatto ad ospitare una corte di vampiri che un
convento… ma era in linea con lo stile del Consiglio.
I gradini parevano non dover finire più.
Angel aveva l’impressione di stare scendendo da un’eternità.
La sentiva.
Sempre più vicina.
Eppure ancora irraggiungibile, irreale.
Il battito del suo cuore era sempre più nitido, definito.
Finalmente arrivò davanti alla sua cella.
La porta era socchiusa e il vampiro avvertì un rumore di passi che si
allontanavano velocemente: James.
Ma adesso non aveva importanza inseguirlo, solo lei ne aveva.
Il vampiro esitò per un istante, quasi gli mancasse il coraggio di rivederla.
Solo il tenue presentimento che il fuoco che li univa potessi trascinarli troppo
a fondo nella sua voragine, e distruggerli entrambi.
La porta si aprì cigolando con un lamento sinistro.
Buffy era lì.
Angel ebbe un tuffo al cuore.
Rannicchiata in un angolo, parzialmente incatenata al muro, era di un pallore
livido e spettrale.
Il volto era incrostato di sangue, i capelli madidi di sudore le ricadevano
a ciocche sugli occhi arrossati e stravolti, circondati da profonde occhiaie.
Aveva addosso vestiti laceri e bagnati, e in quella cella umida e gelida tremava
di freddo.
Nonostante tutto, quando i suoi occhi incontrarono quelli di Angel, impiegò
solo una frazione di secondo per riconoscerlo e capire che non era solo l’ennesimo
straziante sogno. Sorrise.
Un piccolo sorriso sfinito che illuminò la cella buia.
I lineamenti del vampiro tornarono immediatamente umani mentre si precipitava
da lei per liberarla.
Nei suoi occhi tutto fu subito dimenticato, la rabbia, la furia, la battaglia…
Si inginocchiò davanti a lei, prendendole delicatamente il viso fra le
mani, scostandole i capelli dagli occhi.
Le sorrideva, senza toglierle gli occhi di dosso per un solo istante, quasi
per paura che fosse solo un altro sogno, e che potesse sparire come sempre…
Incapace di trovare le parole, continuò ad accarezzarle il viso, i capelli,
e a tenerla stretta contro di sé mentre lei si abbandonava finalmente
fra le sue braccia.
E non era più un’illusione.
Era reale.
Erano insieme.
“Buffy, Buffy… Ah, Buffy.. ti ho trovata… Buffy….”
Le coprì lentamente il volto e le mani di baci.
“Amore mio…. Buffy…. Come stai? Credevo di impazzire, non
ti trovavo… ti senti bene? Riesci ad alzarti? Hai qualcosa di rotto? Sei
ferita?”
Buffy si appoggiò al suo petto, scotendo appena il capo.
“Sono intera, credo… Portami via da qui, Angel… subito…”
Lui spezzò con facilità le catene e prendendola in braccio si
diresse alle scale.
La teneva stretta a sé, sussurrandole parole rassicuri e appoggiando
di tanto in tanto un bacio sulla fronte diafana della ragazza.
Ogni pochi passi si ritrovava a cercare il suo sguardo e a sorriderle dolcemente,
per annullare il timore che fosse solo l’ennesimo sogno.
Ma lei era lì: concreta, reale, viva, palpitante, rannicchiata fra le
sue braccia, con il suo respiro caldo e il battito regolare del cuore.
Finalmente qualcosa di certo, qualcosa a cui aggrapparsi.
Senza più domande, senza più dubbi: era la sua Buffy, ed aveva
bisogno di lui.
Non era necessaria nessun altra spiegazione.
Finalmente l’aveva trovata.
Sola, sconvolta, spaventata: da difendere, proteggere, amare.
Come se non fosse cambiato nulla.
Come se il tempo fosse tornato indietro.
Come se non si fossero scavati dentro a vicenda.
Come se tutti gli errori, e le cadute, e le ferite, potessero essere cancellati.
Angel dimenticò il presente, e tutte le difficoltà che comportava.
Si nascose dietro il sollievo di riaverla ,ignorando quanto entrambi fossero
cambiati, e di poterla semplicemente tenere stretta contro di sé e amarla…
e consolarla con infinita dolcezza, e cullarla fra le braccia, e coprirla di
teneri baci.
Il vampiro terminò finalmente di salire le scale e si affrettò
verso l’uscita.
Voleva portarla via di lì al più presto: da quel posto, da quei
sogni… forse anche dalla realtà stessa, che ricordava loro che
non erano più gli stessi di 4 anni prima…
Ma James non era di certo del suo parere.
L’inglese ,acquattato come uno spirito maligno nelle ombre,
il volto distorto in un ghigno satanico, aveva osservato con morbosa attenzione
l’incontro fra il vampiro e la cacciatrice.
Niente paletti, niente odio ancestrale, niente istinto di morte: niente di tutto
quello che gli era stato insegnato.
Solo una danza di gesti e di corpi in perfetta armonia, solo due sguardi che
,incrociandosi, facevano l’amore.
Quegli occhi verdi, quegli occhi che erano diventati la sua ossessione, quegli
occhi che lo bruciavano con il loro disprezzo, quegli occhi che non era riuscito
a domare, si erano sciolti in un morbido abbandono, in un lago di tranquilla
fiducia, sotto la morbida carezza dello sguardo dorato del vampiro.
Odio.
James sentiva crescere un odio furibondo dentro di sé, e ribollire come
un lago di lava incandescente.
Odio, alimentato dal demone di una gelosia sfrenata e lussuriosa.
Nei suoi occhi stravolti si riflettevano le ombre rosse delle fiaccole, accendendo
le iridi di sfumature sanguinee e facendo sfavillare la pazzia che dilagava
nella sua mente sconvolta e si rispecchiava nella pupille troppo dilatate.
L’uomo era percorso da un tremito incontrollabile, e coperto da un sottile
strato di sudore freddo.
Ormai aveva perso ogni controllo.
Mentre vedeva sfumare i suoi piani di conquista, l’ormai fragile parvenza
di normalità che frenava la sua psiche era crollata.
E la follia l’aveva travolto con la violenza di un uragano.
Si era risvegliata in tutta la sua furia dopo essere rimasta sopita nei recessi
del suo essere per troppo tempo.
La brama di potere, la crudeltà, l’arrivismo, i sensi di colpa,
la frustrazione, avevano lentamente eroso l’equilibrio psichico dell’inglese.
Divorando la sua sanità mentale, oltre che la sua anima.
Il tradimento di quell’impertinente bambolina bionda era stato la goccia
che aveva fatto traboccare il vaso.
Voleva vederla soffrire, implorare, soccombere.
Voleva vedere l’orrore nei suoi occhi verde mare mentre il bel vampiro
che amava finiva in cenere.
Voleva distruggere il suo mondo, e farle male, molto male.
E infine sentire l’odore del suo sangue, e averlo sulle mani, vederlo
sparso a terra.
Vederla agonizzante, rantolante, il respiro soffocato nel suo stesso sangue.
Quella piccola cacciatrice aveva osato sfidarlo, resistergli.
Gli aveva preferito un altro.
Un lurido vampiro.
Un cadavere ambulante.
Sputò per terra, disgustato al solo pensiero di quell’essere immondo
che toccava la sua donna.
Artigli affilati gli laceravano il petto mentre rivedeva il volto di Buffy illuminarsi
quando aveva riconosciuto il vampiro; e le sue dita bianchissime che sfioravano
il volto del demone mentre lui infrangeva le catene che la tenevano legata;
e lo sguardo ardente ed adorante che gli rivolgeva; e il modo in cui si era
abbandonata fra le sue braccia. Nascondendo il volto sulla sua spalla…
come se il cerchio di quell’abbraccio le donasse sicurezza… come
se fosse al suo posto… come se lo amasse.
Sì… lei osava amare un vampiro.
Lei che era solo una cacciatrice, lei che avrebbe solo dovuto obbedire agli
ordini del Consiglio.
Un vampiro.
Quella sgualdrina gli preferiva un lurido vampiro.
Il respiro di James si fece sempre più pesante, affannato, come se l’uomo
fosse sul punto di esplodere, di urlare.
Immagini sconnesse di labbra fredde come la morte che si posavano sulla pelle
soffice e calda della donna, di mani dalle dita affusolate che accarezzavano
il corpo di seta mentre lei continuava a guardare il vampiro che la amava con
quello sguardo… quello sguardo che a lui non aveva mai rivolto…
quello sguardo che aveva riservato solo al vampiro bruno… quello sguardo
da amante… gli si affastellavano confuse davanti agli occhi.
Il furore aveva cancellato in lui ogni parvenza di lucidità.
L’unico pensiero conscio era che Buffy gli doveva appartenere: se lui
non l’avesse avuta, non sarebbe stata di nessun altro.
Lei gli apparteneva: lei era sua.
Sua.
Non riusciva più a pensare, la bocca riarsa da un ardente desiderio di
vendetta.
Imbracciò una balestra nella quale aveva incoccato delle frecce imbevute
di un veleno mortale anche per i vampiri.
Nell’altra mano reggeva una pistola munita di silenziatore.
La stessa con cui aveva ucciso il capitano della squadra che si era lasciata
sottrarre Faith.
Attraverso un passaggio segreto si lanciò all’inseguimento.
Incurante di tutto, inciampò nei corpi dei propri uomini riprendendo
subito a correre, scavalcandoli come se fossero semplici ostacoli che gli erano
d’intralcio.
Non si rendeva neppure conto di non avere speranza contro un avversario che
aveva sterminato ,da solo, tutti gli uomini che si trovavano a guardia dell’abbazia.
Inoltre lui non era mai stato un uomo d’azione… aveva quasi sempre
affidato il lavoro sporco ai suoi scodinzolanti scagnozzi.
Ma in quel momento l’inglese non si rendeva conto di nulla, la persona
fredda e calcolatrice che era stato, era morta.
Restava solo un uomo folle e distrutto che aveva visto andare in frantumi tutti
i suoi sogni di gloria.
Raggiunse Buffy ed Angel e si fermò alle loro spalle.
Era in una posizione di vantaggio, più in alto rispetto a loro, nascosto
fra le ombre.
Sbloccò la sicura.
Nel silenzio che quelle antiche mura custodivano lo scatto metallico si infranse
nitido nell’aria umida e pesante.
James trattenne il fiato, ma il vampiro sembrò non essersi accorto di
nulla.
L’uomo puntò la balestra con mano incerta e tremante.
Cominciò a fare pressione sul grilletto .
Aveva intenzione di colpire il vampiro alle spalle, da vigliacco qual’era.
Angel trattenne un sospiro.
Scotendo leggermente la testa ,infastidito, si domandò con rabbia perché
quell’inglese dovesse essere così dannatamente ostinato.
Voleva solo portare fuori di lì Buffy al più presto.
Non voleva battersi con lui, con un uomo solo.
Mai una volta che un suo avversario capisse quand’era il momento di ritirarsi…
mortale o demone che fosse.
Rallentò l’andatura, ed ascoltò il sibilo della freccia
nell’aria.
James deglutì ripetutamente, pregustando il moneto in cui la punta avvelenata
avrebbe trapassato la schiena del demone.
Quasi balzò indietro per la sorpresa quando Angel ,ruotando leggermente
di lato e appoggiando i pied di Buffy a terra pur continuando a sostenerla per
la vita, afferrò la freccia al volo.
Lo sguardo penetrante del vampiro frugò le ombre per trovarlo, e si posò
su di lui raggelandolo.
Gli occhi scuri ardevano come brace mentre Angel lo considerava con disprezzo.
Inviperito per il colpo mancato, e preso in contropiede, James rimase senza
parole, fremente di rabbia, la balestra spianata davanti a sé.
“James, immagino.”
La voce del vampiro era calma, ma fredda e tagliente.
Piegò un poco la testa di lato.
James aveva l’impressione che potesse trapassarlo con lo sguardo.
“Mmm.. se non siete appena usciti da un manicomio criminale il Consiglio
non vi arruola?!”
Il tono controllato nascondeva un odio terribile, che minacciava di scatenarsi
si di lui con la violenza improvvisa di un fiume che dirompe dagli argini.
Un sottile sorriso sardonico sul volto assolutamente perfetto del vampiro non
prometteva nulla di buono.
Assurdamente ,James ricordò le piccole rughe che cominciavano a farsi
strada attorno alla sua bocca ed agli occhi, quelle più profonde che
gli solcavano la fronte, i fili bianchi che si nascondevano nella massa di capelli
castani: il lavoro per il Consiglio l’aveva fatto invecchiare in fretta….
E il tempo scorreva impietoso ed inesorabile.
La sfacciata, provocante, eterna giovinezza che campeggiava sul volto e nel
corpo del vampiro non faceva altro che accrescere il suo odio.
Quel demone assomigliava ad un angelo e le equivoche profondità dei secoli
rendevano il suo sguardo affascinate… il tempo non avrebbe mai intaccato
la sua bellezza… e lei lo amava.
La balestra puntata contro il vampiro tremò leggermente.
“Lei è mia squallido essere! Mia…. Lasciala. Non osare toccarla.”
Angel gli dava la schiena, proteggendo col suo corpo Buffy.
Solo la testa era piegata verso l’inglese.
A quelle parole sentì il demone dentro di sé ruggire furibondo…
era troppo.
Voleva far scorrere il sangue di quell’arrogante che aveva osato fare
del male alla sua donna.
Sua, e il segno che portava sul collo lo dimostrava ancora.
Buffy gli apparteneva… a lui, uomo e demone.
E James avrebbe pagato cara la colpa di avergliela portata via.
Molto cara.
Poteva sentire il suo odore addosso alla cacciatrice, e questo non faceva che
fomentare la sua rabbia.
Ma si dominò e con ostentata calma avvolse Buffy nel suo cappotto e la
mise al riparo, sussurrandole qualcosa all’orecchi per rassicurarla.
La donna faceva fatica a reggersi in piedi e dovette appoggiarsi al muro.
James, lo sguardo allucinato, continuava nel suo magniloquente, sconnesso discorso.
Non faceva che ripetere che la cacciatrice gli apparteneva.
A lui e al Consiglio.
“Tu non l’avrai mai…. Tu non sei degno di lei… non la
puoi avere…”
Mutando volto, Angel schivò un’altra freccia.
Con un balzo si avventò sull’inglese.
Mentre le parole sconclusionate dell’uomo raggiungevano la sua coscienza….
E gli ricordavano la realtà.
Gli strappò di mano la balestra e la ridusse in frantumi.
Piegò la canna della pistola.
Spaventato dalla sua furia, James retrocedette tremante.
Angel era livido d’odio e di rabbia.
Quel perverso omiciattolo aveva osato sfiorare la sua Buffy, aveva cercato di
portagliela via.
Voleva solo vederlo contorcersi dal dolore, e pagare per quello che aveva fatto…
e morire.
Ridurre a brandelli la carne, sentire le ossa che si spezzavano sotto le sue
dita.
Fargli patire mille volte quello che aveva sofferto Buffy.
Angel era consapevole che il suo demone aveva preso il sopravvento.
E non voleva fermarlo.
Non fino a quando il sangue di James non avesse arrossato il pavimento, e i
muri, e le sue mani.
Lo vide sputare sangue dopo avergli sferrato il primo colpo al petto.
Terribile, mortale Angel.
Un crogiuolo di odio, ira, rabbia, paura, tensione, che esplodevano dopo tutto
quel tempo in cui aveva dovuto tenere tutto sotto controllo…
La voce di Buffy lo raggiunse come attraverso una cortina.
Lo stava chiamando.
“Angel….. andiamo a casa, Angel… è solo un piccolo
uomo con manie di grandezza… non può più farci del male…
credo sia impazzito…”
Il vampiro si voltò verso la ragazza.
La sue pelle pallidissima e candida sembrava illuminare l’angusto spazio
buio e maleodorante attorno a loro.
Era appoggiata a un muro per tenersi in piedi, e i suoi occhi verde azzurri
cercavano quelli di lui, aggrappandovisi come ad un’ancora.
Rapidamente Angel riprese il controllo, e il suo volto riacquistò le
fattezze umane.
Buffy: condanna e redenzione, come era sempre stato.
Lei sorrise, accarezzandogli l volto.
“Portami via…”
E in quella frese erano racchiuse mille possibilità… che entrambi
sapevano di non poter cogliere.
Angel gettò un’ultima occhiata all’uomo rannicchiato ai suoi
piedi.
Si proteggeva gli occhi vacui e luccicanti di delirio con le mani, in attesa
di essere colpito.
Era percorso da un fremito incontrollabile, e ripeteva con voce strozzata la
stessa litania all’infinito. “Lei è mia. Lei è mia.”
Lo sguardo del vampiro di velò di pietà e di disgusto.
Fu contento di non essersi macchiato del sangue di quella creatura patetica.
Probabilmente vivere nell’umiliazione del fallimento sarebbe stata la
punizione peggiore per James, e poi il Consiglio si sarebbe occupato di lui
quando le notizie della sua disfatta e dei suoi piani di ribellione fossero
arrivate in Inghilterra…
Sorrise alla donna che stava accanto a lui scostandole una ciocca di capelli
dalla fronte.
“Andiamo a casa. E’ finita.”
Lei annuì, gli occhi fissi nelle scure profondità di quelli del
vampiro.
Angel le mise un braccio attorno alla vita e fece scivolare l’altro sotto
le ginocchia, sollevandola da terra come se fosse stata fatta di aria.
La donna gli cinse il collo con le braccia e ,sfinita, appoggiò il volto
sul suo petto.
Agli occhi allucinati di James i due ricordavano una coppia di sposi che si
allontana dalla chiesa dopo il matrimonio.
La voce di Buffy gli bruciava ancora nella testa, le sue parole come un tizzone
ardente conficcato nel petto “….. è solo un piccolo uomo
con manie di grandezza……”
Il silenzio nella macchina era surreale.
Musica dolcissima in un limbo di eterno esilio.
Quel silenzio che era stato così spesso punto di rottura nella loro storia.
Quel silenzio, quando i corpi e gli sguardi parlavano dai soli, e le parole
avrebbero solo aggiunto altre ferite.
Quel silenzio, castello di solitudine anche quando erano insieme e la vicinanza
bruciava come fuoco liquido nelle vene, e incendiava la pelle e i respiri.
In quel momento sembrava che il loro silenzio sfinito avesse contagiato anche
la notte.
La macchina scorreva veloce lungo la sinuosa striscia di asfalto nero, attorno
l’oscurità vestiva ogni cosa di un lutto sottile.
La strada sembrava non dover finire più.
La tensione degli ultimi mesi si andava scaricando, ma quella fra loro cresceva.
Come sempre… incendiavano di scintille l’aria che li circondava.
Come sempre… loro due, fuoco che si accende di altre fiamme.
Come sempre…. i loro sguardi che si cercavano, passione, intesa, fluido
elettrico che cancellano tutto il resto, che cancellano il mondo esterno.
Incantesimo antico di attrazione inestinguibile.
Oltre la volontà, la logica, la ragione: come sempre, restava solo il
richiamo dei loro corpi, delle loro anime.
Buffy ,abbandonata contro il sedile, deglutì maledicendo il suo cuore
che urlava nella testa e rimbombava nelle orecchie.
Possibile che lui le facesse ancora quell’effetto…?
Gli stessi brividi lungo la schiena, la stessa lava bruciante che invadeva il
suo corpo e lo rendeva molle, tremante.
Il tempo, la lontananza, sembravano solo poter accrescere il bisogno spasmodico
di sentire le sue dita fresche sulla pelle, di annegare la vita nella dolcezza
della sua labbra.
Era vagamente consapevole di tutto quello che la aspettava, della sua vita in
pezzi da rimettere in sesto.
Ma vicino a lui, come sempre, il resto sfumava in un universo in bianco e nero
privo di importanza, e l’unica, lacerante certezza era quell’amore,
quel bisogno di lui che le spaccavano il cuore.
Tutto cadeva in secondo piano: l’inferno in cui era finita dopo essere
morta, la prigionia, James, la sua famiglia…
Sapeva solo che erano insieme… e che faceva male… male nel profondo…
ma la faceva sentire viva.
Viva come solo lui poteva farla sentire.
Sapeva solo che la danza infinita della loro storia era ricominciata…
e si sarebbero presi e lasciati, e feriti e amati, e traditi e persi…
senza mai riuscire a strapparsi l’una dal petto dell’altro.
Angel guidava, gli occhi fissi sulla strada.
Ma era fin troppo consapevole della donna accanto a li, raggomitolata sotto
il suo cappotto.
Il suo profumo gli invadeva i sensi.
E ancora, l’unico pensiero razionale era che avrebbe voluto baciarla…
e perdersi in lei, e tenerla stretta a sé per sempre… lasciando
fuori il mondo intero.
La voleva, la amava…anche se a lui non era stato concesso né di
volere né di amare… e la passione lo divorava silenziosamente.
Sapeva che era sbagliato, e folle, e assurdo, ma quando l’aveva vicina
avrebbe buttato tutto al vento per lei.
Avrebbe rinunciato alla salvezza, alla redenzione per lei.
Aveva perso l’anima per lei, e per lei l’aveva riguadagnata…
e sarebbe stato disposto a rifarlo.
Per lei.
Per dimenticare il tormento di secoli nella calda morbidezza delle sue labbra,
nel profumo della sua pelle, per perdersi nei suoi occhi e leggervi il suo stesso
amore, la sua stessa passione…
Abbassò il finestrino, per sentire l’aria fredda sulla faccia.
Per annullare la malia della sua vicinanza e schiarire le idee.
La sentì rabbrividire in silenzio. Così vicina da poterla toccare,
stringere… baciare.
E si voltò a cercare i suoi occhi.
Universi verde azzurri…. Mari d’Irlanda in tempesta.
I suoi occhi.
I loro occhi.
E tutta la loro storia.
Bruciante, struggente, dolorosamente vera.
I loro occhi.
E il desiderio che divampava come un fuoco in una foresta antica.
I loro occhi.
Solo uno sguardo per smentire mille parole sagge, mille azioni razionali.
Passione proibita.
Passione mai dimenticata.
Oltre tutto, ancora loro due. E la notte come unica custode.
E le parole ,come sempre, maschere dietro cui nascondersi.
E le parole… fiato sprecato… mentre i loro occhi si parlavano d’altro,
e si amavano.
“Hai freddo…..?”
Lei scosse lentamente la testa, ravviandosi i capelli.
“No. Mi mancava il vento sulla pelle. Mi fa sentire che sono ancora viva.”
“…… Avrei voluto arrivare prima..:”
”Lo so….”
Silenzio.
Troppo concentrati a tenersi reciprocamente a distanza per riuscire anche a
recitare la commedia delle parole.
Copione gualcito…. Si erano già fatti troppo male.. dicendo cose
che non avevano mai pensato davvero… o facendo quello che ritenevano giusto.
Nel silenzio tutte le accuse, tutte le ferite, tutti gli abbandoni, pesavano
fra loro.
Niente sarebbe mai più potuto essere come prima.
I sogni non tornano mai dopo l’alba che li ha cancellati.
Ne erano entrambi fin troppo consapevoli mentre le tensione fra loro continuava
a crescere.
Erano cambiati, cresciuti, diversi… ma il fuoco che li univa non smetteva
ancora di bruciarli lentamente.
Di consumare le viscere, ed incendiare il sangue.
Non aveva mai smesso.
Che fossero vicini o separati da mondi interi.
Sempre: fuoco indomabile le cui fiamme lambivano il cielo e li divoravano avidamente.
Loro erano bene e male, uniti.
Erano luce e tenebra, inscindibili.
E non avrebbero mai potuto dimenticare.
Il loro amore era un marchio sulla pelle, era uno squarcio nel cuore, erano
gli occhi dell’altro che bruciavano incessantemente nei pensieri.
Buffy respirò a fondo, cercando di scacciare il vortice di riflessioni
ed emozioni che la vicinanza del vampiro scatenava con violenza in lei.
L’aria era fredda, piacevole.
Ma il suo corpo bruciava: lui le ardeva sulla pelle, nelle viscere, nella testa.
Non c’era nulla da spiegare.
Era sempre stato così… e così sarebbe sempre stato.
Un’ombra di sorriso le attraversò il volto pallidissimo: in fondo
certe cose non potevano cambiare.
Si rilassò contro il sedile e decise che ,dopo tanti anni, non le importava
più che lui sentisse il suo battito cardiaco follemente accelerato ogni
volta che ,anche per sbaglio o a causa di una curva, si sfioravano.
Entrambi erano perfettamente consapevoli dell’effetto che avevano sull’altro…..
ed era passato il tempo dei giochi di sguardi e di cose non dette.
Quel silenzio gli faceva male.
Lei che era sempre stata così loquace.
Lei era sempre stata un torrente di luce nella sua vita.
Avrebbe preferito che litigassero, che lei sputasse tutto il suo veleno, piuttosto
che quel silenzio che creava quella incolmabile distanza.
“Dawn impazzirà di gioia nel rivederti, non le ho neppure detto
che ti avevamo trovato… Ed anche Gil…”
Lei , inaspettatamente, si voltò verso di lui e i suoi occhi scintillanti
imprigionarono quelli del vampiro in un lungo, infinito, spasmodico sguardo.
Buffy continuò a fissarlo, con una violenza che strappava il suono ed
il fiato ad ogni sua parola, ad ogni suo pensiero… restavano solo quegli
occhi verde mare, e le loro interminabili profondità.
Con cura, fermarono lo scorrere del tempo.
Per tutto il tempo che lei volle.
Rimasero sospesi, gli sguardi incatenati.
Il respiro di Buffy era fuoco sulla pelle fredda del viso del vampiro.
Finalmente, lei parlò.
E i suoi occhi non abbandonarono mai un istante quelli di lui.
“Portami da qualche altra parte, Angel. Ovunque. A casa tua. Sulla spiaggia.
In un albergo. In un parco. In paradiso…. O all’inferno. Non m’interessa
dove. Da qualche altra parte. Non a casa mia. Non dalla mia vita. Non stanotte…
non ci riesco.”
Quando le sue parole si furono sciolte nell’aria, e restò solo
la notte -e i loro occhi avvinghiati- sembrò che lei non avesse mai parlato…
che fosse stato solo un sogno fugace.
Realtà… sogno… erano sempre sospesi in un limbo indistinto
che li teneva lontani da tutto il mondo.
Un’atmosfera rarefatta, in cui solo loro due erano veri…. Il resto
era polvere di stelle.
Angel sentiva il bisogno di toccarla, di sentire il calore della sua pelle sotto
le dita, per sapere che era concreta… che non era inconsistente quanto
una bolla di sapone, o un sogno.
Ma si limitò ad annuire, sciogliendo quell’interminabile sguardo
e tornando a concentrarsi sulla strada.
Distrattamente, si chiese come avesse fatto a rimanere in carreggiata mentre
i loro occhi si erano cercati e amati, e né il mondo né il tempo
erano più esistiti.
Sentì Buffy sospirare.
Un leggero, morbido, serico respiro che scivolò fuori dolcemente dalle
sue labbra socchiuse.
La donna ripiegò le gambe sul sedile sotto si sé e chiuse gli
occhi.
Lievemente, come il tocco di una farfalla, appoggiò il capo sulla spalla
di Angel.
Il vampiro si chinò leggermente su di lei per sistemare meglio il cappotto
che la copriva.
Il viaggio proseguì in perfetto, rilassato silenzio, mentre i respiri
regolari di Buffy scandivano il tempo, e il morbido calore del suo corpo si
trasmetteva a quello del vampiro.
La macchina fermò davanti al piccolo giardino verdeggiante
di una casa simile a tutte le altre in una graziosa via di Sunnydale.
Il portico era immerso nell’ombra, così come tutte le finestre.
Il vento faceva oscillare un vaso di fiori vuoto appesa sopra un dondolo privo
dei cuscini.
Angel girò la chiave e spense la macchina.
Si era fermato molte volte davanti a quella casa durante le lunghe settimane
della sparizione di Buffy.
Ma non era mai riuscito a varcare la soglia.
Dietro quella porta si celavano troppi ricordi di occhi verde mare, capelli
biondi e labbra di seta… ricordi che mordevano il cuore, lacerandolo.
Nel prato era piantato un cartello verde fluorescente che recava la scritta
di affittasi.
Raggiunsero silenziosamente il patio, mentre la donna si stringeva sulle spalle
il cappotto troppo grande per lei.
Salì i pochi gradini con incertezza, gli occhi fissi sull’ampia
schiena davanti a lei, e un inopportuno nodo in gola.
All’interno, a parte poche cose che erano state portate nella nuova casa,
i mobili erano esattamente disposti come li ricordava.
Solo, coperti da teli bianchi su cui la polvere formava intricati ricami.
L’aria che si respirava in quel posto le faceva male.
Ricordava una se stessa diversa, senza ombre oscure a gravarle il cuore, senza
rabbia ad avvelenarle il sangue.
Deglutì a vuoto, rabbrividendo nel cappotto di Angel.
I loro occhi continuavano a incontrarsi e a sfuggirsi.
Tormentosa danza di dolore che scaldava il cuore.
La cacciatrice si mosse cautamente, guardandosi in giro come se mancasse da
quella casa da secoli.
Infine i suoi occhi trovarono di nuovo quelli del vampiro, come se fossero attratti
da una calamita.
LO sguardo caldo e preoccupato di Angel la rassicurò un poco, permettendole
di trovare un punto fermo a cui aggrapparsi.
“Forse non è stata una buona idea portarti qui… avresti preferito…”
Lei scosse piano la testa, e sorrise.
Si avvicinò a lui.
Gli posò lentamente le dita sulla bocca, sfiorandogli le labbra in una
rapida carezza.
“Qui va bene….. credo di dover ricominciare tutto da capo….
Quale posto migliore……..?”
Si allontanò in fretta da lui, rendendosi conto che quel semplice contatto
era bastato ad annullare ogni sua resistenza e a farle correre infiniti brividi
lungo la spina dorsale.
La sua vicinanza le accendeva il fuoco nelle vene.
Chiuse gli occhi un istante e cercò di continuare a sorridere.
Respirò l’atmosfera quieta… e il profumo di lui, della sua
pelle.
Gli girò intorno e si diresse verso le scale.
Lui attese un momento, per cancellare il sapore delle sue dita dalle labbra,
per riprendere il controllo, poi la seguì.
Nel breve tragitto, per mille volte cercò gli occhi di lei, e per mille
volte lei trovò i suoi.
Si fermarono sulla soglia della vecchia camera di Buffy, dove il tempo sembrava
non essere trascorso.
Solo un sottile strato di polvere appoggiato qua e là, argenteo e traslucido,
testimoniava che esso aveva soffiato il suo alito logorante anche lì.
Era tutto più spoglio, e più dimesso, ma il cuore della cacciatrice
perse un battito.
Si avventurò cautamente all’interno, come se i ricordi potessero
tenderle un agguato.
Si avvicinò alla finestra e sfiorò l’intelaiatura, facendo
scattare la chiusura.
La magia di quella stanza operò il suo ingannevole incantesimo, e lei
fu di nuovo una ragazzina di sedici anni inebriata dal suo primo amore.
Il ricordo di molti, infinita baci dati in quella stessa stanza la avvolse in
un bozzolo caldo, eccitante, di luce.
Quei baci sembravano tornare incredibilmente veri, reali, presenti, mentre si
posavano sulle sue labbra e sul suo collo.
E il suo sangue si scioglieva ancora in fuoco liquido, mentre il suo copro si
abbandonava a un abbraccio tanto sognato, e la sua bocca cercava quella di lui,
e le sue mani scivolavano fra i capelli di Angel.
Inevitabilmente il corso dei suoi pensieri seguì un corso già
segnato, e la riportò al loro primo bacio… che si erano scambiati
esattamente nel punto in cui si trovava ora.
Una dolcezza struggente la invase fin nel profondo del cuore, lenendo le ferite
della sua anima.
Come se nelle vene non scorresse più sangue, ma lui fosse diventato la
sua stessa essenza vitale.
Il suo volto si fece più rilassato e sereno, le labbra incurvate in un
leggero, luminoso sorriso.
Angel rimase appoggiato allo stipite della porta, intento ad osservarla.
Immersa nelle luce che pioveva dalla finestra, sembrava scintillare di una dolcezza
che aveva avuto solo anni prima… e ,se possibile, era ancora più
bella di allora.
Come se i loro pensieri fossero inevitabilmente intrecciati, e seguissero lo
stesso filo, anche la mente del vampiro tornò a una notte di tanti anni
prima, quando ancora lei non sapeva nulla della sua storia e della sua natura.
Quando si erano baciati per la prima volta.
E tutto era cominciato.
Senza che avessero più possibilità di tornare indietro.
Quel bacio… quando i loro destini erano diventati uno solo.
Quel bacio, per il quale le loro anime si stavano cercando ancora adesso.
Quel bacio… che l’aveva intossicato con la sua dolcezza, il suo
calore, il suo profumo…. E lei gli era entrata dentro, in ogni fibra del
suo essere, in ogni pensiero.
E non era stato più possibile dimenticarla, strapparla dal cuore…
perché lei ,ormai, era parte di lui, più della sua stessa anima.
Nel bene e nel male lei era parte di lui.
Buffy mosse la testa, e una ciocca di capelli catturò un raggio di luna.
Il suo sorriso si fece più accentuato mentre pensava che aveva ancora
il sapore di quel primo bacio sulle labbra.
Quel bacio, che aveva deciso i loro destini.
Quel bacio, con cui lui le aveva incatenato il cuore, facendolo suo per sempre.
Quel bacio, dopo cui non era stato più possibile tornare indietro.
O forse no…. Forse i loro destini erano già inevitabilmente legati
dopo il primo sguardo, quando un ragazzo misterioso le aveva lanciato un cofanetto
di velluto con dentro una croce d’argento e l’aveva messa in guardia.
La donna si girò verso l’oggetto dei suoi pensieri, e i loro sguardi
si intrecciarono di nuovo.
Angel era esattamente lo stesso del primo incontro.
Perché Angel era un vampiro…. E non invecchiava… perché
Angel avrebbe vissuto in eterno.
Mentre lei era la cacciatrice, e sarebbe invecchiata, e morta.
Mille barriere diverse li separavano.
Ma loro si appartenevano comunque.
Si amavano.
Senza scampo: si amavano.
Vampiro e cacciatrice… tenebre e luce… semplicemente due anime,
un uomo e una donna.
Buffy si appoggiò al davanzale, gli occhi sprofondati in quelli di lui.
“Credevo davvero che avessi letto il mio diario……… ed
ero così terribilmente imbarazzata…..”
Lui le restituì il sorriso, avvicinandosi.
“L’aveva spostato tua madre facendo le polveri…”
“Già, ma io non ti ero neppure stata a sentire…. Ero partita
a raffica… accidenti, quant’ero furiosa! E….”
Ange si fermò davanti a lei, guardandola assorto.
“Certe cose non potranno mai cambiare…”
“Io sono cresciuta, Angel….”
La sua voce era solo un sussurro.
Il vampiro annuì.
“Ma quando sono vicino a te ,adesso come allora, riesco solo a pensare
che vorrei baciarti….”
Le sfiorò la guancia con un dito.
“Anche se è terribilmente sbagliato ed egoista… perché….”
Il sorriso della donna era lievemente ironico.
“Perché…. Sei molto più grande di me?”
Anche lui sorrise, rendendosi conto che non aveva più senso mentire a
se stessi.
“… è uno dei motivi.”
”…. quanto più grande?”
Angel si chinò lentamente su di lei, e le loro labbra si incontrarono
in un’esplosione di brividi e scintille.
Per un attimo si sfiorarono gentilmente, in una carezza deliberatamente lenante
e delicata… come se avessero bisogno di qualche secondo per riconoscersi.
Buffy gli fece scivolare le braccia intorno al collo, alzandosi contro di lui
mentre il vampiro le circondava la vita e la attirava strettamente a sé.
Il bacio si fece sempre più appassionato, profondo, mentre in loro esplodeva
il bisogno disperato, insaziabile, dell’altro.
Dolcemente Buffy passò le dita fra i capelli del vampiro, attirandogli
il capo più vicino al suo, quasi avesse paura di perdere quel contatto…
e di svegliarsi e di scoprire che era solo un altro, dolorosissimo sogno.
Si concesse un istante per sorridere contro le sue labbra.
Angel era meravigliosamente reale, e la sua vicinanza, il suo sapore, l’odore
della sua pelle, la inebriavano, la stordivano.
Angel fece vagare una mano lungo la schiena della donna in una lunga, lenta
carezza, fino a raggiungere il collo e i capelli, e sostenerle la testa col
palmo mentre il bacio diventava sempre più febbrile.
Le loro labbra si cercavano in lunghe, estasianti carezze, mentre le loro lingue,
sfiorandosi, esploravano la dolcezza della bocca dell’altro.
Il respiro di Buffy era rovente sulla pelle del vampiro, mentre i suoi baci
scendevano a scottarle il collo e poi risalivano fin dietro l’orecchio,
e correvano sulle guance, sulle palpebre, sulla fonte, per poi tornare a impadronirsi
,freneticamente, della bocca della ragazza.
Il corpo di Buffy si scioglieva sotto le sue carezze, e il suo cuore batteva
follemente contro il petto di lui.
Respirare era impossibile, aveva perso ogni coscienza di sé, l’unica
cosa concreta erano le labbra dell’uomo e la sua bocca, e il piacere che
da esse si trasmetteva alle sue, diffondendosi in scariche vibranti, sottili
che correvano pungenti lungo tutte le terminazioni nervose ed invadevano il
suo corpo ad ondate travolgenti che la lasciavano tremante ed ansimante ad aggrapparsi
con ancora più forza a lui, ed a cercare nella saldezza dei suoi muscoli
sotto le dita un appiglio al vortice di sensazioni e di passione che rischiava
di farle perdere la ragione…..
Angel beveva la vita dalla sua bocca.
Era ubriaco, drogato di lei.
La voleva con tale violenza da sentirsi distruggere dentro.
La amava in maniera così totale da sentirsi disintegrato e annullato,
e poi ricostruito dalla forza incontenibile dei sentimenti che lo squassavano.
Esisteva solo lei.
Principio e fine.
Centro dell’universo.
Aveva bisogno di bruciare del calore della sua pelle, di annegare nel profumo
del suo respiro.
Di perdersi in lei, e di farla perdere in sé.
Non l’aveva mai voluta così disperatamente, eppure il suo bisogno
di lei era sempre stato il medesimo, divorante, spasmodico anelito che lo consumava
ora.
Non l’aveva mai voluta così follemente, eppure in ogni bacio il
suo bisogno di lei poteva ancora crescere… e diventare più insostenibile,
insopportabile.
Due solitudini che si incontrano.
Due destini che si ritrovano, e tornano ad essere uno solo.
Semplicemente un uomo e una donna.
Anche se solo per quella notte.
Che si amano, al di là del bene e del male. Oltre ogni confine.
I loro corpi tremavano l’uno contro l’altro, così vicini
eppure così insopportabilmente lontani, separati dai vestiti… da
un distanza che sembrava incolmabile.
Ansanti, gli occhi oscuri di desiderio, si separarono impercettibilmente.
Angel cercò di recuperare un controllo sufficiente per riuscire a parlare
senza ricominciare a divorare quella bocca e le sue dolci profondità.
La sua voce suonò roca e insicura.
“Buffy…”
Lei scosse la testa, come per liberarsi dall’odore invitante della pelle
di lui che aveva addosso, e dalla fame di baci che la struggeva.
Fece due passi indietro, sciogliendosi a fatica dalle sue braccia.
Le faceva male il petto, nel punto in cui si trova il cuore.
La camicia di Angel ricadde a posto in un sussurro discreto mentre lei ritraeva
lievemente ,in un’ultima fugace carezza, la mano che vi aveva infilato
sotto.
Parlò piano, cercando l’aria che le sfuggiva con grandi respiri.
“Lo so. Credo di aver sentito già troppe volte quello che stai
per dire… stanotte non ce la faccio. Siamo maledetti…. Questo non
può cambiare che ho bisogno di te…. O impedirmi di amarti.”
Si sforzò di sorridere, ma fu un tentativo del tutto inutile.
“Ci dev’essere della biancheria per la casa in uno degli scatoloni
nell’ingresso. Lenzuola pulite, salviette…. Farò un lungo
bagno. Dovrò farmelo andare bene… non sono abbastanza in forma
per una doccia gelata, anche se sarebbe più indicata in questo momento.”
Semplicemente gli passò accanto sfiorandogli un braccio con le dita ed
uscì dalla stanza.
Senza voltarsi indietro.
Angel rimase immobile, fin troppo consapevole che se avesse mosso un solo muscolo,
l’avrebbe ripresa fra le braccia per amarla fino a quando il tempo non
si fosse stancato di scorrere.
Combatteva la battaglia di sempre contro se stesso… e contro il desiderio
che aveva di lei.
Di amarla, di tenerla con sé…. Sempre.
Non sapeva che quella notte avrebbe perso la sua guerra.
Anche se ,e questo lo sapeva, lo sentiva, e ne aveva paura, avrebbe perso comunque,
perché quella sarebbe stata la loro ultima notte insieme… poi le
loro vite, la realtà…. Li avrebbero divisi di nuovo….
Il bagno era inondato di vapore.
Oasi di pace per i suoi sensi sconvolti, per le sue emozioni esacerbate.
L’acqua bollente, profumata, poteva toglierle dalla pelle i segni della
prigionia, ma non l’impronta del corpo di Angel contro il suo.
Sorprendeva ancora lunghi brividi correrle attraverso i muscoli, come sotto
il tocco delle sue dita, mentre il ventre le doleva di desiderio.
Tutta la casa intorno a lei era annegata in un lago di silenzio.
Unico rumore, l’occasionale scroscio dell’acqua quando le capitava
di muoversi.
Dai lunghi capelli, che si era lavata con cura più volte, piovevano sottili
goccioline che scivolavano luccicanti sulle spalle bianche e sul seno.
Sottili rivoli di acqua scorrevano lungo il braccio che teneva abbandonato lungo
il bordo della vasca, ticchettando dalle dita sul pavimento.
Buffy aveva il capo appoggiato all’indietro e gli occhi chiusi.
E aspettava.
Aspettava che smettere di amarlo fosse possibile.
Aspettava che facesse un po’ meno male.
Aspettava, e sapeva che non sarebbe mai servito a nulla.
Perché Angel sarebbe rimasto dentro di lei, sempre.
Quando incontrò gli occhi dolcemente misteriosi del vampiro, nel silenzio
immutato della stanza, il suo cuore prese il ritmo.
Per attimi infiniti i loto sguardi rimasero violentemente imprigionati l’uno
nell’altro.
Poi ,con alcuni piccoli schizzi, Buffy si alzò dalla vasca e lasciò
che lui la avvolgesse in una spugna.
Nei suoi profondi occhi scuri lesse risolutezza e determinazione… e amore.
Oltre ogni limite.
La voce della donna suonò attutita dal vapore, e ricordò un’eco
lontana e ingannevole, che non poteva ferirli.
“Domani dovremo tornare alle nostre vite…. Ed affrontare la realtà.
Quella realtà in cui siamo separati. Ma domani è così lontano…”
Lo sguardo di Angel traboccava dolore, e le sua voce aveva il tono straziato
di un addio.
“Sai che non possiamo cambiare quello che ci attende domani… Non
è cambiato niente da quando me ne sono andato… non posso darti
una vita… le nostre strade sono troppo lontane…” Le mani di
Angel ,appoggiate sulla sua vita, si strinsero impercettibilmente a lei. “Ma
stanotte siamo qui… abbiamo chiuso fuori la vita… stanotte siamo
solo io e te… ed è tutto quello che posso offrirti.”
“E’ tutto quello che mi è permesso volere… stanotte
è mia. Tu sei mio…. Stanotte.”
Non esisteva maledizione che potesse tenerli lontani quella notte… perché
quella notte ,la felicità di amarsi, e il dolore di dover affrontare
separati il domani, erano troppo grandi…
“Ti amo.”
“La prima volte che ci siamo incontrati. Adesso. Sempre. Ti amo.”
TI amo come luce che scorreva nelle vene, e inondava la stanza, e si prendeva
gioco del tempo.
Il tempo che quella notte non avrebbe mai potuto toccarli.
Sospesi in un regno di struggente desiderio, persi negli occhi dell’altro,
danzarono la danza di un interminabile addio.
E i loro cuori si consumarono insieme a loro.
E le loro anime dimenticarono il tempo, e la vita.
Si amarono in silenzio, senza che i loro sguardi si separassero mai.
Si amarono annegando di baci, riscoprendo ogni centimetro di pelle, mentre ogni
carezza annullava la nostalgia e il rimpianto e cancellava le ferite.
Si amarono perché era l’unica cosa possibile, perché non
c’era scelta. Non c’era mai stata.
Si amarono con un’intensità che li travolse, come un mare in tempesta,
ed ogni onda, ogni raffica di vento li portava più lontani da se stessi….
Ed erano una cosa sola. Come sapevano doveva essere.
Il desiderio, la passione, la consapevolezza dell’altro erano così
forti, così immensi, così incontenibili che sembravano essere
insopportabili per una persona sola. E rasentavano il dolore, perché
mai si sarebbero spenti….
Il silenzio dei loro gesti. La dolce lentezza del loro amarsi. E ,fuori lontano,
solo la notte imbevuta dei loro sospiri.
La bocca di Angel sul suo corpo sulle sue labbra… che
la amava, che la baciava, la inondava, ricopriva di baci e sembrava avere il
potere di consumarla, di struggerla, di trasformare la sua pelle in un involucro
di fuoco.
La consapevolezza che fra le sue braccia il tempo non esisteva più.
La sensazione di sparire in lui….
Il mattino non era più realtà. Il mattino non sarebbe arrivato.
Erano solo loro…. Per sempre.
Rimase appoggiata contro di lui, gli occhi finalmente chiusi, quasi per sentire
il loro amore anche nella testa.
Sorrise pigramente, facendogli distrattamente vagare una mano sul petto, mentre
lui le appoggiava lievi baci sul collo.
Non parlò. Non ancora…. Le parole erano superflue. Le parole non
servivano… non erano ancora pronti per le parole.
Perché le parole avrebbero portato il mattino…. Perché la
parole sarebbero state un addio. L’ultimo addio.
Cominciava ad essere vagamente consapevole delle fredda durezza delle mattonelle
umide di vapore contro la sua schiena.
Ancora persa in lui, avvertì un leggero brivido di disagio.
Immediatamente Angel la sollevò.
Riaprendo gli occhi, la donna gli sorrise.
Laghi verde-azzurro… straripanti di un amore antico, infinito….
Indissolubile.
Buffy gli appoggiò felice la testa su una spalla, e si lasciò
portare tranquillamente in camera. Dove lui la adagiò sulle lenzuola
pulite.
Qualsiasi addio era lontanissimo, solo un dolore sordo relegato nei recessi
delle loro anime.
Ma lo sapevano….. quella notte sarebbe finita.
Potevano solo fare finta che fosse eterna… come gli occhi del vampiro.
E affidarsi al loro amore.
E ancora si amarono. Ancora perché era per sempre. Ancora perché
il loro sangue bruciava, e le loro bocche non potevano smettere di cercarsi.
Ancora nel silenzio dei loro cuori feriti. Ancora, ribellandosi di nuovo al
destino che li voleva divisi…
Buffy sentì il sapore acre del sale in bocca… il suo viso era bagnato
di lacrime…. Ma non riusciva a capire se fossero le sue o quelle di Angel….
O quelle di entrambi.
E in fondo non aveva importanza.
Nella stanza, in cui filtrava la luce tenue di una luna coperta di nuvole e
quella fredda dei lampioni, l’odore delle loro lacrime riempiva l’aria,
e si mischiava al profumo della pelle di lei nella mentre del vampiro.
E in ogni carezza, in ogni bacio si celava un velo di disperazione…..
di strazio troppo profondi per essere espressi.
Fuori, il tempo scivolò lentamente….. quasi intimorito e intenerito
dalla forza del loro amore.
E la notte si spense pianissimo, nel loro silenzio e nelle loro labbra.
Dopo, mentre l’alba si attardava fuori dalla finestra, e il cielo era
ancora scuro di buio, rimasero abbracciati a lungo, semplicemente godendo della
vicinanza dell’altro.
Semplicemente assaporando il tepore del corpo amato accanto al proprio.
Buffy si raggomitolò contro il suo petto, sospirando leggermente.
Un vento fresco scivolò attraverso la finestra socchiusa facendo gonfiare
le tende.
“Non potrò mai dimenticare l’odore della tua pelle…..
“Non potrò mai dimenticare che ti amo, Buffy….”
Angel sentì le sue lacrime, le sentì sulla pelle e nella testa.
Le accarezzò i capelli, stringendola a sé, come se avesse voluto
impedire alla notte di fuggire via.
“Non dirmi ancora addio….”
Di nuovo i loro occhi si incontrarono, universi di dolcezza.
Angel disegnò il contorno delle sue labbra con le dita.
“In te ho cercato l’impossibile…. essere umano…. Poter
amare…. Avere il diritto di essere felice…. Sapermi rimato….”
Lei scosse piano la testa, sfiorandogli le labbra con le labbra.
“In te ho cercato me stessa… la parte di me che mi mancava….in
te ho cercato l’amore che non avevo mai provato, mai avuto…in te
ho trovato la mia anima….”
Angel la baciò con infinita dolcezza…. Perché le parole
sarebbero stati solo incantesimi mancati.
E Buffy baciò lui…. Senza fine.
Le loro anime si baciarono, si intrecciarono.
Perché per tutta la vita non avevano fatto altro che cercarsi, attraverso
i secoli e gli oceani del tempo.
Perché per tutta la vita non avevano fatto altro che amarsi e danzare
in un bacio interminabile, senza fine né inizio.
Infine, abbracciati strettamente, si addormentarono mentre l’aurora macchiava
il cielo di rosa sfiorandolo con le sue lunghe dita.
Quando si svegliò lame sottili e pallide di sole trapelavano
dalla finestra disegnando il pavimento.
Angel la teneva ancora fra le braccia.
Il letto sfatto, le lenzuola bianchissime nella penombra della stanza.
I loro corpi intrecciati, il suo sapore fra le labbra… e la sensazione
della sua pelle contro la propria.
La tranquillità di un silenzio appagato.
Avrebbe potuto dimenticare che il mattino era venuto, e che aveva divorato la
loro ultima notte.
Avrebbe potuto dimenticare lo spettro della separazione che gravava su di loro.
Sembrava vero….. e lei ci voleva credere.
Sembrava una mattina a cui ne sarebbero seguite tante altra in cui loro si sarebbero
risvegliati insieme….
Una semplice vita domestica, una routine tanto sognata.
Stare con lui, semplicemente.
Senza voler cambiare nulla.
Senza sognare nulla… perché lui era la realizzazione di ogni suo
sogno.
Ma il suo corpo, con i polsi e le caviglie indolenziti dalle catene a cui era
stata strappata solo il giorno prima, le ricordarono la verità. Facendole
piombare addosso la cascata degli eventi. Rendendola dolorosamente consapevole
di tutto.
Un vuoto oscuro che si agitava ai margini della sua coscienza la rese consapevole
di come era cambiata. Di tutto quello che avrebbe dovuto affrontare per accettarsi
di nuovo, così diversa da come era stata prima… per capirsi, per
ricostruire se stessa.
Sentendo un dolore sordo al cuore si alzò in silenzio.
Sapeva che anche Angel era sveglio.
Si rivestirono in silenzio.
Senza mai sfiorarsi neppure per sbaglio. Perché sarebbe stato troppo…..
perché non ce l’avrebbero più fatta.
I loro sguardi si incontravano solo di tanto in tanto, e si abbandonavano quasi
subito.
Buffy sentiva un nodo di lacrime nell’anima. Ma era qualcosa di troppo
profondamente lacrenate per essere pianto.
In ogni caso, adesso era una donna… era cresciuta così tanto dal
loro ultimo addio…. E sapeva che avrebbe dovuto affrontare la vita da
sola. E combattere per quello in cui credeva….. anche se aveva infinitamente
paura…. Perfino di sé stessa.
Disse addio a quella casa, perché sapeva che non sarebbe più tornata
lì. Non dopo Angel.
Però non riuscì a dire addio a quel volto, e a quegli occhi.
Si lasciò silenziosamente riportare verso la sua vita…
Senza voltarsi indietro.
-Capitolo XIX "Mai più niente come prima"
Il tempo era come una linea sottile.
Un confine indefinito e nebbioso.
Si dilatava e si contraeva pigramente, come un piccolo lombrico luccicante che
si stira al sole, senza mostrare l’intenzione di continuare a scorrere.
Si lasciava scivolare, alterando i contorni di ogni cosa, e deformando la realtà.
LA vita sembrava essere sospesa in un limbo di presente surreale… stemprato
come un vecchio quadro ad acquarello.
Come se nulla fosse mai accaduto…. O come se ormai tutto fosse finito,
per sempre.
Vite che si sfioravano, si osservavano, tornavano ad ignorarsi.
Coscienze lontane, barricate dietro muri di emozioni, di eventi, di ferite troppo
profonde per essere guarite.
Come se non si fossero mai conosciuti davvero.
E tutto era strano, stonato, come in un film senza audio.
Niente era ancora stato affrontato.
Gli eventi di quegli ultimi mesi giacevano nascosti sotto una pesante, grottesca
coperta di normalità.
Mentre era impossibile vivere normalmente, come se niente fosse successo.
E poi c’era Buffy.
Inavvicinabile Buffy.
Irraggiungibile.
Torre di silenzio e di muta rabbia.
Oceano di dolore senza voce.
Luce impastata di oscurità.
Lontana Buffy.
Come non mai.
Silenzio dagli occhi verdi di mare.
Buffy….
Diversa Buffy.
Un’altra donna. Un’altra persona.
Cambiata, cresciuta. Devastata.
Buffy… che aveva affrontato la morte.
Buffy che doveva affrontare se stessa.
Buffy… che li teneva a distanza. Che escludeva il tempo dal suo nido di
dolore o rabbia o…
Buffy. Eppure non più Buffy.
Buffy torre inespugnabile in balia di se stessa.
Buffy che non potevano aiutare.
Sola Buffy. Come non mai.
Buffy. Chiusa a chiave in quel bagno da ore.
Sola con un dolore troppo antico, troppo profondo, troppo lacerante.
Sola, con una se stessa che non conosceva, che non capiva, che non accettava.
Male. Male nel petto. Male nella mente. Male nel corpo. E dentro qualcosa di
rotto. Una parte di lei che non sarebbe mai più tornata come prima.
Cresciuta. Troppo in fretta. Vecchia. Solo a vent’anni.
E il cuore spaccato.
Freddo. Nel profondo. Nell’anima. Freddo di paura e di morte. Incancellabile.
Marchio di dolore. Freddo… come l’acqua di quel bagno ormai gelido..
come gli occhi grigi degli uomini fantasma in quell’inferno rosso.
Rannicchiata immobile nella vasca, la donna rabbrividì.
Il peso di un istinto preponderante, di un destino assurdo che le schiacciava
le esili spalle.
Occhi azzurro polvere strisciato di verde cupo fissi nel vuoto.
Occhi antichi, nel volto di una ragazza.
Gli occhi di chi ha sofferto. Troppo.
Immobile.
Nel tempo di una vita.
Immobile.
Paralizzata.
Perché ad ogni respiro faceva un po’ più male…. Vivere…
vivere faceva così male.
Senza certezze, senza appigli, senza un centro di gravità.
Vivere… perché il cuore si ostina a spaccarti il petto. Perché
i respiri si ostinano a bruciarti la gola.
Vivere. O solo esistere. Per la troppa paura di vivere. E di soffrire ancora.
Ancora di più.
E il cuore ,sempre, che strideva di dolore. Dolore che le intossicava il cervello.
E la paralizzava.
Vivere… ancora. Nonostante tutto….perché? Aveva la mente
ebbra di nebbia e non riusciva a pensare…. Consapevole solo del dolore…
non vedeva nulla davanti a sé. E dietro solo tormento.
Nell’intrico della sua esistenza non riusciva più a trovare il
capo della sua vita… per ricominciare… per trovare se stessa.
Se c’era ancora una se stessa da trovare.
Confusione. Come un fiume blu cobalto e viola nelle vene. Smarrimento.
Aveva perso la strada.
Aveva perso se stessa. E le persone che amava.
Aveva perso tutto.
Ed era ancora viva.
Immobile. Sospesa in un limbo di irrealtà.
E nella testa oceani di lacrime.
Non c’era più posto per le lacrime.
Lacrime aride come deserto.
Immobile.
Dispersa in quella vasca…. Come nel deserto che aveva dentro, al posto
di quell’anima che aveva sofferto troppo.
Il vapore si era asciugato sulle mattonelle chiare che coprivano le pareti,
e gli specchi si erano spannati.
Adesso fili sottili di acqua colavano lungo le superfici perfettamente lisce
e scendevano a bagnare il pavimento.
Il bagno era diventato freddo… e l’acqua sulla sua pelle ,scivoloso
involucro trasparente, si era trasformata in pungenti goccioline gelide. L’acqua….
che le colava dai capelli sugli occhi, sul petto.
Quell’acqua che non poteva lavare via tutto quello che era successo negli
ultimi mesi. Negli ultimi anni.
Quell’acqua che non poteva pulire la sua anima. Cancellare le ferite,
lenire il dolore, blandire la sofferenza, attenuare i ricordi.
Solo acqua. Fredda.
E lei. Senza più nulla.
Lei… nessuno. Senza più presente, né futuro. Ma solo passato.
Passato che la schiacciava, fagocitava, distorceva.
Passato che la risucchiava in un buco nero… nulla.
Fuori. Le voci lontane. Soffuse, parole senza senso.
Colpi alla porta.
Fori. Dove c’era la vita.
E quelle persone che non sapevano chi lei era in realtà. Quelle persone
che non potevano neppure vederla.
Fuori, i suoi amici. Lontani, come tutto il mondo.
Lontani. Solo lei era dispersa….in quel mondo di acqua e lacrime asciutte.
Lo schianto della serratura fu netto, secco.
Un solo, rapido colpo.
Frammenti di legno schizzarono per tutto il bagno.
“E’ bello sapere che sei ancora viva, B.”
Faith lasciò che la porta si socchiudesse dietro di lei.
Si guardò in giro svogliatamente,fermando lo sguardo sulla donna raggomitolata
nella vasca che rabbrividiva.
Lo sguardo perso e lontano. Vuoto, come in una notte di eclissi di luna.
Faith corrugò la fronte, preoccupata da quegli occhi che non conosceva.
Quegli occhi oscuri. Fumosi. Profondi.
Quegli occhi che non appartenevano alla Buffy che conosceva.
Quella Buffy che era stata solo luce.
Non più. Non adesso.
Faith scostò una ciocca di capelli dal viso con le dita lunghe e sottili.
Per un attimo, un solo istante, fu contenta che l’infallibile Buffy ,la
principessa Buffy, fosse finalmente caduta.
Che anche le sue bianchissime ali di fossero sporcate.
Solo un istante.
Poi Faith lesse nel fondo di quegli occhi burrascosi un dolore incancellabile,
impronunciabile. Senza fine, né inizio. Solo dolore. Eterno. Dolore che
può cambiare una persona, annullarla, scioglierla come cera esposta ad
una fiamma.
Sentì lo stomaco stringersi in una morsa di tristezza. Per Buffy. Per
tutto quello che era irrimediabilmente perso.
Provò pietà per quella donna che aveva visto il suo mondo sgretolarsi.
Che aveva visto se stessa fatta a pezzi. Che aveva visto tenebre troppo profonde
dentro se stessa, e ne era stata fagocitata.
Buffy. Fragile quanto un tempo era stata sicura di sé.
“La tua allegra famiglia, là fuori, cominciava a pensare che fossi
affogata…”
Sembrava che non la sentisse neppure.
Il suo sguardo restava fisso nel vuoto, e guardava lontano, dove nessuno poteva
seguirla.
“Buffy… mi senti??”
Nessuna reazione.
Faith si inginocchiò accanto alla vasca da bagno.
“Se pensi di riuscire a farla finita prendendoti un raffreddore…”
Ancora nessuna reazione.
Come se parlasse con una statua di marmo.
Era anche pallida come marmo.
Faith scosse la testa, contrariata. Non sarebbe riuscita a farla reagire semplicemente
con qualche battuta.
E non era neppure lei la persona più adatta per farla reagire.
Non erano mai andate d’accordo.
Troppo diverse. Destini troppo uguali.
Ma era lei ad essere lì. Accanto a Buffy. Mentre i suoi amici, la sua
famiglia, non sapevano come aiutarla… come avvicinarla. Perché
era cambiata troppo… perché c’erano in lei troppo dolore
e oscurità.
Allungò una mano per scostarle i capelli bagnati dal viso.
Buffy si ritraesse di scatto, come scottata.
Ma i suoi occhi ,verdi come il mare d’Irlanda in tempesta, restarono vuoti,
relegati in inaccessibili distanze.
“Guardami, B. Sono qui, sono vera, non sono uno dei tuoi incubi, non sono
un fantasma!!! Dannazione, Buffy credi che sia difficile solo per te? Credi
che faccia male solo a te?! Dawn, Willow, Giles…. Tutti! Sono tutti preoccupati
per te. Ed hanno paura per te!”
Faith batté una mano sul bordo della vasca, schizzando un po’ d’acqua
tutt’attorno.
“Non ci provare B., non con me… Non me ne andrò. Non ti lacerò
in pace. Ti sei commiserata a sufficienza. Hai fatto scontare a sufficienza
il tuo dolore a chi ti vuole bene. Non è colpa loro. Quello che hai passato
non è colpa di nessuno. Neppure tua. Cosa stai cercando di fare?? Di
punirti? Di far pagare al mondo intero quello che hai passato? Il tuo destino?
Non farà meno male così B. Sarà solo peggio. Non smetterai
di soffrire. Non metterai a tacere il dolore. Non lo affogherai mai, in nessun
modo. Resterà sempre con te, ti scaverà sempre dentro. Sarà
nel tuo sangue. E dovrai affrontarlo ogni istante, ad ogni respiro. Che tu scelga
di vivere, o di chiudere fuori il mondo. Il tuo dolore non se ne andrà.
Mi ascolti Buffy??”
Faith la prese per le esili spalle, voltandola a forza verso di sé.
“Non puoi fuggire in eterno B. Non puoi. Là fuori c’è
della gente che ti ama, che ha bisogno di te. Capito? Non sei libera di distruggerti,
ci sono altri che ne soffrirebbero troppo. La vita fa male, sempre. E si accanisce
su dite, e ti graffia, ti colpisce, ti deride. Ma non puoi decidere tu quando
è troppo. Quando è tempo di smettere. Devi viverla come meglio
puoi.”
Lentamente ,quegli occhi chiari e immensi, cominciarono a velarsi di lacrime.
Ma Buffy rimase ancora in silenzio.
“Non avrai pietà, ragazzina, non da me. Te ne regali già
troppa da sola. Ti compatisci, ti crogioli nella tua sofferenza. Quanto pensi
di continuare? Smettila di fare la bambina. Accetta quello che sei, e supera
il passato. E’ successo ,e mi dispiace. Sei morta, sei stata all’inferno.
E’ stato terribile, e non lo meritavi. Ma devi accettarlo. Devi vivere.
Devi andare avanti. Nonostante tutto. Sei solo tu a decidere come sarà
il tuo futuro. Sei tu che ci devi mettere l’anima. Sei cambiata, B. fattene
una ragione. Ricomincia. Combatti.”
Buffy deglutì più volte a vuoto, adesso i suoi occhi erano fissi
in quelli scuri ,accesi di fiamme, della bruna cacciatrice.
E le sua parole erano sale sulla pelle, sale sulle ferite.
“Cosa c’è Buffy? Hai ucciso? Hai scoperto che da potere,
che è inebriante? Hai scoperto che non sei una santa? Che sei umana?
Hai perso le tue certezze?! E con questo?? Fregatene! Credi che piangerti addosso
servirà a qualcosa? Fai solo del male alle persone che ti sono vicine.
Ricomincia. Non ti conoscono più? Re inventati e lascia che loro ti conoscano
di nuovo. Dio B. , ogni vita che ho spento mi pesa sulle spalle con la forza
si secoli. Mi sento così vecchia…a volte mi sembra di aver vissuto
mille anni….di aver perso la purezza, la gioia di vivere…ma non
mi lascio andare. Vivo ogni giorno. Per quanto male possa fare. Perché
non posso fare altro. Perché è l’unico modo. Perché
la vita è quello che sei, è qualcosa che non va sprecato mai.
Devi reagire. Per te, per quelli che ti amano. Per tutti quelli che non hanno
avuto una seconda possibilità. Mentre tu l’hai avuta. Tu sei qui!!!!"
"Piangi, Buffy! Arrabbiati. Urla. reagisci. Qualsiasi cosa. Sei viva, dannazione.
Viva!! Con tutto quello che comporta. Pacchetto di dolore e di gioia!!"
"...... non ci riesco.... io.... non so da dove..."
"Non c'è un modo! Fallo e basta!!"
"Sono successe troppo cose. Io non so più chi sono... non so che
cosa voglio..."
"Scuse. Sono tutte scuse! Devi solo volerlo. Non c'è un modo migliore...
una strada giusta... e se anche c'è io non la conosco. Non sono io quella
brava a fare la cosa giusta, a fare la brava ragazza. So solo che è difficile,
che è doloroso, che è duro, che è lungo. Ma alla fine arrivi
a sfiorare la superficie, a riemergere. Come quando sei rimasto troppo sott'acqua
e devi assolutamente respirare. Non c'è un modo facile di ricominciare."
Gli occhi chiari e profondi della bionda cacciatrice erano lucidi e acquosi.
Lacrime sottili, argentate solcavano le guance pallidissime e si mescolavano
alle goccioline fredde dell'acqua del bagno.
Un nodo si stava lentamente sciogliendo dentro di lei, nel profondo del suo
petto. E poteva finalmente piangere. Finalmente.
Aveva paura. Infinitamente paura.
Di vivere. Ancora. Dopo tutto.
Vivere. Sentendosi così sbagliata.
"...... io ho paura, Faith."
La ragazza scosse la testa, porgendo a Buffy un accappatoio.
"Esci di lì."
La avvolse in silenzio nei teli da bagno e restò a guardarla mentre si
sedeva davanti allo specchio.
Sempre in silenzio prese fra le mani la spazzola e cominciò a ravviare
i lunghi capelli ramati. Quel colore così insolito per la ragazza dagli
occhi verdi.
"Lo so. Ne abbiamo tutti.... ma la paura ti distrugge. Io non sono brava
con i discorsi filosofici, B. E a dire il vero non so neppure perché
di tutti i tuoi amici sono proprio io a farti questo discorso. Non siamo simili.
Non lo saremo mai. Ma so cosa possono fare la paura e la rabbia. Distruggere
te e gli altri. Vuoi questo? Vuoi marcire nel tuo buco buio ed umido....?!"
"Non posso cancellare tutti gli sbagli..."
"Puoi rimediare."
"Da dove.... ripartire?"
"Certo che è una fissazione la tua!! Ma devi sempre avere tutto
pianificato? vivi alla giornata...."
La spazzola scivolava rapida fra i capelli umidi, gli occhi delle due donne
si incontravano nelle specchio bagnato. Faith lasciò cadere lo sguardo
sulla crescita chiara, quasi bionda, che circondava il viso della ragazza.
"Oh, insomma! Comincia dalle cose semplici...."
Le porse un paio di forbici.
"Bé... forse ci vorrà un po’ di tinta per rimettere
le cose apposto..."
Per la prima volta un sorriso malinconico si affacciò sul viso di Buffy.
Lampeggiò lievemente sul viso pallidissimo e scavato della donna, illuminando
lo sguardo verde mare.
"Tu non cambi mai.... non predi nulla sul serio..."
Faith sorrise enigmatica nello specchio, inclinando di lato la testa.
Aveva ancora le forbici in mano.
Le fogne.
Scenario di sempre a quanto pareva.
Buio. Luce non luce.
Aria viziata. Soffi freddi di vento che la facevano rabbrividire.
Buffy mise in fallo un piede e rischiò di inciampare.
Si domandò perché Angel fosse ancora a Sunnydale.... per proteggerla...?
Semplicemente.... perché neppure lui riusciva a lasciarla andare, a strapparla
dal suo cuore.
Ancora loro. Come baci che sapevano di sale.
Loro.... cosa restava di loro?
Una storia impossibile.
Senza futuro, né presente.
Solo tempo rubato.
Sentiva ancora le parole di Faith.... viva... eppure lei non era mai viva. Mai
senza di lui.
La sua dannazione. La sua condanna. Il prezzo per il paradiso... il paradiso
stesso.
Forse solo il suo destino.
Angel... negazione di se stessa.
Continuò a camminare in silenzio.
Camminare verso un addio.... o forse verso un eterno arrivederci.
Si passò una mano fra i capelli, per scostarli dal viso.
Erano cortissimi adesso. Un taglio scalato e scolpito. Biondi. Come erano sempre
stati.
Ricominciare dalle cose semplici....
Angel era a caccia.
Sentiva l'elettricità nell'aria. Odore di battaglia.
Vide la polvere esplodere nell'aria e poi ricadere lentamente a terra, spandendosi
in una nuvola evanescente.
Angel ,il volto tirato, ripose il paletto.
Buffy si fermò dietro di lui. Lontana, aspettando che si voltasse.
Il vampiro rimase di spalle per un lunghissimo momento.
Sapeva che lei era lì.
Era arrivato il momento di affrontarla.
Di affrontare le mille questioni irrisolte tra loro....
Dirle addio.... addio.
Era solo una parola.
Andarsene. Di nuovo.
Tornare alla sua vita. Alla "normalità". A suo figlio. A costruire
la sua redenzione. Senza di lei.
Senza di lei. L'eternità.... senza di lei. Se c'era un senso. Senza di
lei.
Per il suo bene. Perché era la cosa giusta. L'unica possibile. Perché
insieme si sarebbero presi.
L'eternità.... solo per annegare nei suoi occhi ancora una volta.
Si girò, lentamente, verso la donna.
Non era più una ragazzina.
Cresciuta, cambiata.
Nella penombra di quel posto la sua carnagione chiarissima sembrava rilucere
di una perlacea luminescenza. Unica stella di un cielo senza luna.
"......... Faith ha detto che ti averi trovato qui......"
"Stai meglio."
Lei annuì.
"Pare di si.... sei ancora qui."
"Non sono venuto in questi giorni.... Ho pensato che fosse meglio per te
non vederci."
"Sì, bè io.... oh, ho passato questi giorni a commiserarmi...."
"So che è stato difficile Buffy..."
Lei alzò una mano.
"E' passato. Mi ha fatto capire molte cose però. Sono diventata
una persona che non mi piace. Forse solo per difendermi dalla vita..... ed ho
fatto mille errori. Sciocchi, infantili. Sono stata egoista, irrazionale, imprudente,
avventata, orgogliosa. Ho fatto soffrire molto le persone che mi circondavano.
A volte solo perché io soffrivo, e volevo che anche loro stessero male
quanto me... inconsciamente.... Non ho mai accettato la mia missione... e ho
represso il mio istinto, rischiando di esplodere. Ci sono molte cose da rimettere
insieme nella mia vita. Troppe cose in pezzi. Devo ricominciare... Voglio ricominciare.
Rimediare agli errori. Chiedere scusa."
Una nuova vita.... lontano da lui. Ci avevano già provato. forse stavolta
sarebbe stata felice. Forse stavolta avrebbe trovato la serenità che
le mancava. Forse. Ma faceva male come allora. Di più di allora. Stavolta
forse non avrebbe dovuto affrontare le sue lacrime.....
Il vampiro rimaneva a debita distanza da lei, nell'ombra, gli occhi scuri sprofondati
in quelli di lei, ascoltando in silenzio le sue parole. Domandandosi come avrebbe
mai potuto dimenticarla. Strapparsela dall'anima.
"E' bello.... So che ci riuscirai Buffy. Hai tutta una vita da ricostruire.
Tua sorella, i tuoi amici. Conosci meglio la tua natura adesso. E puoi trovare
un equilibrio."
Lei provò a sorridere.
Inutile tentativo.
Sapeva che quello era un addio.
I respiri avevano un gusto salato.
"Già... vita nuova, donna nuova.... Vorrei ripartire da zero. E
mettere un po’ d'ordine in tutto quello che faccio."
"Ordine e normalità..."
"No. Non inseguo più l'icona della vita perfetta. Non sarei mai
felice con una vita come quella... semplicemente, voglio essere in pace con
me stessa, fare quello che mi fa sentire bene, e che fa sentire bene le persone
che amo. Accettarmi, accettare gli altri. Vedere il lato buono delle cose. Decidere
quello che voglio per me.... per il mio futuro."
Ancora, provò a sorridere.
Con un gesto indicò i capelli.
"Faith dice di iniziare dalle cose semplici.... Ho ancora molte domande
senza risposte.... Ma una cosa la so. Voglio stare con te. Resta...."
Angel serrò le labbra. Si sentì trapassare da un pugnale arroventato.
Lentamente, deglutì.
"Devo ridarti una cosa....."
Angel estrasse dalla tasca interna della sua giacca una busta lisa e stropicciata.
La tenne fra le dita un momento, sfiorandone piano i contorni.
I fogli emanavano ancora un leggero odore di profumo da donna.
Buffy osservò il vampiro attraverso le mille lacrime non piante della
loro relazione.
All'improvviso seppe che quello era un addio.
Che non avrebbe mai più sentito il sapere delle sue labbra.
Una strana sensazione di freddo....
Angel le porse la lettera.
La donna la prese dalle sue mani con incertezza.
Poi la strinse leggermente.
"L'hai avuta alla fine..."
Il suo sguardo perso in quella busta scolorita.
"Si, alla fine.... perdonami di tutto quel dolore...."
"Ero solo una ragazzina.... ci siamo fatti molto male a vicenda....."
"Sai che non resterò. Noi non funzioneremo mai.... Ti ho amata più
della mia vita..."
"Lo so. Ma niente è più come prima.... siamo troppo cambiati....?
troppe ferite... troppe cadute.... troppi baratri da superare..."
"Buffy.... Buffy in te ho cercato l'impossibile... e siamo precipitati
tutti e due nella disperazione. Dio, ho rischiato di nuovo di perdermi e di
perderti. Non posso permettere che accada, di nuovo. Quando sono vicino a te
perdo il controllo... e la lucidità."
"Conosco la sensazione."
Lui la guardò a lungo. Con quegli occhi che le leggevano dentro, che
le passavano attraverso, che le bruciavano il cuore, che le restavano impressi
a fuoco nell'anima.
"Lo so Angel.... abbiamo un compito da portare a termine...."
"Adesso noi... abbiamo vite così diverse. E persone da proteggere
ad ogni costo. Tu hai Dawn ed io... mio figlio. Quando sono con te, nulla conta
più.... ma non possiamo cancellare il resto. Non ci è concesso
di..."
Buffy si avvicinò e gli pose un dito sulle labbra.
Un gesto semplicissimo. Solo un lieve contatto. Che li scosse profondamente
entrambi, impedendo loro di continuare a parlare per alcuni istanti.
"Ssh... Ssh... non serve che tu dica altro. Non ci è concesso di
stare insieme. Di essere felici... Forse potremmo solo essere io e te, senza
porci troppe domande. Forse...un giorno. Sarai sempre nel mio cuore. Anche se
non era destino che ci fossi..."
"Buffy...."
"Non c'è niente da dire... Non adesso almeno Angel.... solo, non
dire addio. Non credo che potrei sopportare che il mio cuore venga di nuovo
spezzato nelle fogne...."
Sorrise.
L'ultimo sorriso che Angel avrebbe potuto bere dalle sue labbra.
"Anche tu sarai sempre nel mio cuore. Sei la mia anima, Buffy."
Lei annuì, chiudendo gli occhi un attimo.
Rimasero in silenzio per alcuni lunghissimi minuti.
Gli sguardi intrecciati.
Infine, Angel si girò per andarsene.
"Angel.........?"
Lui si voltò ancora verso la donna, e tornò a guardarla.
"Un'ultima cosa..... sii felice."
"................................ anche tu."
La schiena del vampiro sparì nelle ombra incerte delle
lunghe gallerie.
Buffy osservò il buio ancora per qualche attimo.
Poi si diresse all'uscita.
Fuori la aspettava Giles in macchina.
Riemerse rapidamente, socchiudendo gli occhi alla tiepida luce del sole.
Era un bella giornata invernale.
Con un cielo limpido e un vento frizzante.
La cacciatrice respirò a fondo più volte.
Rimase ferma in piedi ad assaporare il flebile tepore del sole sulla pelle.
Lasciò che un debole sorriso vagasse sul suo volto.
Non era ancora tutto perso.
E forse, un giorno.... lei ed Angel si sarebbero incontrati ancora....
Alzò gli occhi verso il cielo, girando in un rapida piroetta per seguire
il volo di uno stormo di uccelli migratori.
Angel ,nelle fogne, si fermò.
Qualcosa aveva allertato i suoi sensi.
Un rumore secco. Uno scatto metallico.
Come di una sicura che viene tolta....
Il vampiro rimase in ascolto ancora un istante, poi rapidamente, invertì
il suo cammino.
Nell'aria tersa e nitida, gli uccelli si lanciavano richiami
acuti, le ali frullavano rumorosamente.
I colpi furono netti, in rapidissima successioni, attutiti.
Tre colpi.
Lo stormo si disperse lanciando alte strida.
Macchie scure sullo sfondo azzurrissimo.
Tre spari. Un fucile di precisione con silenziatore.
Angel cominciò a correre.
In macchina, Giles si voltò, cercando di capire da dove
provenissero quegli spari, e a chi fossero diretti.
Non era ancora stagione di caccia.
Buffy spalancò gli occhi, il volto atteggiato a un'espressione stupita,
lo sguardo ancora concentrato sugli uccelli in volo.
Si portò una mano al petto, cercando disperatamente l'aria che le sfuggiva
ad ogni respiro.
Guardò con sgomento le dita sporche di sangue.
Tossì, ansimando alla ricerca di ossigeno.
Un fiotto di sangue le usciva dalle labbra al posto del fiato.
Annaspando si accasciò sulle ginocchia.
Aveva molto freddo.
Non sentiva più le estremità.
Le mancava il respiro.... si sentiva soffocare. Come se stesse annegando.
In bocca aveva solo sangue.
Giles scattò fuori dalla macchina.
Corse disperatamente verso la cacciatrice, gridando senza voce il suo nome.
Si inginocchiò accanto a lei, prendendola fra le braccia, chiamandola
ripetutamente.
La donna non poté fare altro che guardarlo.
La macchia scura sul suo petto si allargava sempre di più.
Era successo tutto in un minuto.
Il sangue si spargeva a terra.
Buffy tossì ancora una volta. Sangue.
Smise di lottare alla ricerca d'aria.
I suoi occhi rimasero fissi.
Stava ancora guardando gli uccelli migratori.
Il suo sangue, c'era il so sangue dappertutto.
In terra, addosso a lui.
Ma Buffy non rispondeva più, e non respirava.
Giles chiamò inutilmente aiuto, stringendo a sé la ragazza.
Riuscì a comporre sul cellulare il numero di un'inutile ambulanza prima
che il telefono gli scivolasse di mano.
L'uomo tremava.
Singhiozzi strozzati gli stringevano il petto.
Continuava a stringere a sé il corpo senza vita della ragazza, implorandola
di resistere, ripetendo il suo nome.
Non così.... non poteva morire così.... non colpita alla spalle....
non adesso...
Angel arrivò finalmente fuori, protetto dalla luce del
sole dal grande arco di quell'ingresso alle fogne.
Vide Giles.
E Buffy. Fra le braccia dell'osservatore.
Non sentiva le grida dell'uomo.
Solo, vedeva il corpo abbandonato della ragazza, le braccia allargate che penzolavano
mentre l'osservatore la stringeva a sé.
Il suo sangue era dappertutto.
Il suo sangue.... freddo.
Come lei.... sempre più fredda.
Non poteva sentire il suo respiro, né il battito cardiaco.
Angel rimase immobile.
Senza riuscire a concretizzare in un pensiero compiuto quello che stava vedendo.
Senza poterlo accettare.
Tre spari.
Ed era tutto finito.
Senza curasi del timido sole invernale corse verso di lei.
Si buttò in ginocchi di fronte a Giles, strappandogliela dalla braccia.
Sporcandosi del suo sangue.
Nella testa gli scoppiava il suo nome, ma dalle labbra non gli usciva una sola
parola.
Stringeva a sé quel copro senza vita.
Come attraverso una nebbia fitta Giles mise a fuoco l'immagine del vampiro.
Si rese conto che Angel sarebbe bruciato alla luce del giorno in pochi secondi
ancora.
Con una forza che non sapeva di avere strappò via il vampiro dal corpo
della donna che aveva amato e lo trascinò fino alla galleria da cui era
emerso poco prima.
Angel cadde sulle ginocchia, la testa fra le mani, la vista oscurata di lacrime.
Il corpo di Buffy rimase a terra ,sfiorato da quel sole invernale, riverso nel
suo sangue.
"Non sarai di nessun altro.... solo mia.... solo mia....
solo mia.... solo mia....."
James Wellington Harper premette per la quarta volta il grilletto.
Ai suoi piedi era appoggiato un fucile di precisione.
Fra le mani reggeva una pistola.
La bocca dell'arma era infilata in quella dell'uomo.
Il cadavere del luogo tenente del Consiglio degli osservatori cadde del tetto
dell'alto edifico su cui si era appostato, sfracellandosi a terra.
Poco distante da dove un'ambulanza stava raccogliendo le spoglie di Buffy Anne
Summers.
Epilogo "Rose bianche"
-5 anni dopo-
Angel sorrise di cuore, guardando la bambina scartare eccitatissima
il gran pacchetto che Spike e Willow avevano spedito dall'Europa ,dove erano
nuovamente in viaggio, in occasione del suo quarto compleanno.
Diletta gettò a terra l'immenso fiocco rosa ed estrasse estasiata una
bellissima bambola.
Si voltò raggiante verso di lui, per mostrargliela.
Trotterellò fino alla poltrona dove era seduto.
"Ti piace zio Angel?"
La bimba gli puntava addosso i grandissimi occhi blu. Gli occhi più blu
che avesse mai visto. E gli sorrideva con un sorriso inconfondibile.
Somigliava molto anche a sua madre, l'ovale perfetto del viso, la carnagione,
i capelli scuri e folti.... ma ,a prima vista, ricordava senza ombra di dubbio
il padre.
Il vampiro prese in braccio bambola e bambina.
"Si, è molto bella... come la volgiamo chiamare?"
Cordelia sorrise felice, osservando con occhi pieni d'amore la figlia.
Lei ed Angel erano sempre andati incredibilmente d'accordo, lui era l'unico
che riuscisse a calmarla quando piangeva da piccola o a farla addormentare quando
decideva che era sufficientemente grande per rimanere alzata fino a tardi come
mamma e gli zii....
Poi la donna fu di nuovo assorbita dalla conversazione con Faith a proposito
della festa per l'anniversario di matrimonio suo e di Wesley.
Diletta, comodamente appollaiata sulle gambe di Angel, si guardò in giro
circospetta. Gli occhi che le brillavano di una scintilla particolarmente birichina.
Sembrò volersi assicurare che tutti fossero assorti nelle loro occupazioni....
Lorne a mangiare quasi tutta la sua torta di compleanno canticchiando delle
canzoncine divertenti a Connor fra un boccone e l'altro, Wesley e discutere
con Giles del recente viaggio in Inghilterra di quest'ultimo, Cordelia e Faith
e Anya a chiacchierare con aria complice, Fred e Gunn a sistemare la marea di
regali che aveva ricevuto quel giorno.
Soddisfatta di non avere l'attenzione di nessuno, tornò a rivolgersi
ad Angel.
Aveva l'aria tutta seria e concentrata, come se dovesse dirgli una cosa molto
importante. Era davvero un amore, pensò il vampiro fra sé, ma
le rivolse tutta la sua attenzione.
"Vorrei chiamarla come la signora bionda che sta sempre accanto a te....
o ti dispiace zio?"
Angel corrugò la fronte, senza capire il significato delle parole della
bambina.
"Quale signora, Diletta?"
Diletta sorrise.
"Lei ti vuole tanto bene, sai!!! Ed è tanto simpatica, mi fa giocare
spesso e racconta delle bellissime storie!!! Non ti lascia mai solo.... dice
che è un po’ come il tuo angelo custode... ma oggi è andata
via, non c'è. Mi dispiace non vederla più. Ma ha detto che era
ora di andare via.... che doveva lasciarti andare..."
Il bel visetto si era fatto un po’ triste.
Angel era sconvolto. Sapeva che la figlia di Cordelia e Doyle aveva dei poteri
che loro non erano ancora riusciti a inquadrare bene.... che in futuro si sarebbero
sviluppati e manifestati con più chiarezza. Ma non riusciva davvero a
capire di cosa stesse parlando la bambina. O forse aveva troppa paura di sapere
perfettamente di cosa stesse parlando.
Le sorrise pazientemente, sistemandosela meglio su una gamba e tirandole i capelli
dietro le orecchie.
" E come si chiama questa signora...? Com'è che vorresti chiamare
la tua bambola nuova?"
La sua voce era scossa da un impercettibile tremito di cui la bambina non si
poteva accorgere.
Lei tornò a sorridere.
"Buffy!!!"
Angel credette di cadere in un abisso ghiacciato. Un abisso senza fondo.
Buffy.....
Diletta lo guardò improvvisamente spaventata, lo chiamò piano
più volte, tirandogli una manica.
"Scusa piccolina, scusa...."
Angel la guardò.... forse era solo un caso... forse era solo un gioco
della bimba, un'amica immaginaria. Sapeva che per una qualsiasi altra bambina
sarebbe potuto essere così, ma non per Diletta.
"Tesoro, perché non ce l'hai mai detto?"
"Buffy non voleva.... diceva che non avresti capito.... che saresti stato
male..."
A volte era incredibilmente matura per essere solo una bambina di quattro anni.
Buffy. Buffy. Buffy. Quel nome gli esplose nella testa. Accanto a lui.
Ogni giorno. Ogni istante. Senza poterla mai vedere, toccare, sentire.
Irraggiungibile..... come sempre.
Buffy.
"Hai detto che adesso è andata via....?"
Diletta annuì.
Andata via... l'aveva persa di nuovo... senza neppure rendersene conto... senza
sapere di averla avuta accanto.
Di nuovo, l'aveva persa senza averla mai avuta.....
Angel deglutì a vuoto.
"Sei triste zio Angel?"
Lui scosse la testa, tornado a rivolgere la sua attenzione alla figlia di Cordelia.
"No, piccolina, va tutto bene....."
Già, aveva creduto che andasse tutto bene fino a pochi secondi prima.
Fino a quando aveva creduto di averla dimenticata.
Abbracciò la stanza con lo sguardo. I suoi amici, tutti sereni, realizzati....
suo figlio, un anno più grande di Diletta, che lo riempiva di orgoglio
e di gioia.... e una vita che poteva quasi essere definita normale. A parte
i demoni che combattevano a giorni alterni.....
Tutto andava bene...... ma lei non c'era.
Vuoto di luna. Lei non c'era.
Buffy.
"Non le piaceva vederti triste, sai zio.... lo diventava anche lei....
ha detto che devi lasciarla andare.... e non essere triste per questo..."
Angel baciò dolcemente la bambina sulla fronte.
"Non sono triste Diletta. Sono felice che tu abbia conosciuto Buffy. Lei
è speciale. ...... Ma tu sai dov'è andata?"
"Lei starà bene..... le mancherai, le mancheremo tutti noi. Ma sarà
felice. E' andata con il mio papà... è tornata dalla sua mamma..."
Angel guardò ammirato quella bimba così piccola che parlava con
tanta semplicità di cose così complicate e incomprensibili. Si
chiese se poteva vedere anche Doyle e parlare con lui.... ma sapeva che era
meglio non essere a conoscenza di certe cose. Meglio per tutti loro, Cordelia
in prima fila. Forse quando Diletta fosse stata più grande, avrebbero
potuto capire.....
"Grazie di avermelo detto tesoro."
La bimba sorrise tutta fiera. Sollevata di vedere di nuovo sorridere il suo
zio preferito.
Cordelia la chiamò, invitandola a giocare a nascondino.
Ridendo la bambina scivolò giù dalle ginocchia di Angel e si diresse
a piccoli salti verso la madre.
A metà strada si fermò, voltandosi di nuovo verso il vampiro.
"Ah, zio.... ha lasciato una cosa per te... è di là nell'ingresso.."
Angel annuì e sorrise, lasciando che Diletta tornasse ai suoi giochi.
Si alzò lentamente ed andò nell'ingresso.
Su un tavolino era appoggiata una rosa dai petali bianchi, solo lievemente striati
di rosso sangue.
Era un addio. Senza parole ma era un addio.
Doveva lasciarla andare.
La sua mano era poco ferma mentre sollevava quella rosa per odorarne il profumo.
"Addio Buffy... è tempo che ti lasci andare..."
Per un momento, solo un istante, gli sembrò di poter sentire il suo profumo
come un soffio di vento primaverile.... e il suo sapore sulle labbra.
Solo un attimo.
Dawn irruppe con la solita allegra, incontenibile irruenza, spalancando la porta.
"Ciao a tutti!! Scusate il ritardo.... La mia compagna di stanza mi ha
spento la sveglia prima che la sentissi.... Diletta, amore, ti ho portato una
pacchetto..... vediamo se indovini cosa c'è dentro...."
La bambina corse ad abbracciare la ragazza di ritorno dal college.
Sommersa dalle mille domande della piccola, e inginocchiata a terra per poterla
abbracciare meglio, Dawn indicò con un cenno la porta.
"Ehi ma dov'è andata? Non sapete chi ho trovato qui fuori che non
si decideva ad entrare....."
Dawn si rialzò ,abbandonando il borsone a terra, e tenendo in braccio
la piccola di Cordelia.
Si affacciò sorridente alla porta, mentre la bambina giocherellava con
i fermagli di strass che fermavano i suoi lunghissimi capelli castani.
"Su che ci fai ancora lì fuori??! Saranno tutti contentissimi di
vederti.... e dai, Tara!!!"
La donna si fece timidamente avanti. Un sorriso incerto sul bel volto ovale.
Diversa dalla Tara che ricordavano tutti. Quella Tara che si confondeva con
l'ambiente che la circondava, che cercava di nascondersi, di non farsi notare.
Inaspettatamente bella. Capelli corti, un taglio scolpito, sfilato, biondo scuro
con larghe meches biondo chiarissimo. Occhi azzurro - blu profondo che nessuno
di loro aveva mai davvero notato.
E la sua voce. Sicura, calda, avvolgente. La voce di una donna riservata, ma
che sa quello che vuole, decisa.
"Io, mi spiace, sono in città per un lavoro, e avevo pensato di
passare a salutare, ma poi ho visto che c'era una festa e non volevo disturbare.
E' bello rivedervi ragazzi...."
Ma i suoi occhi cercavano quelli del vampiro bruno.
E il cuore le impazziva in petto. Angel... rivedere Angel.
Non si era resa conto di quanto le fosse mancato ogni giorno, ogni ora, ogni
minuto..... di quanto le fossero mancati i suoi occhi, i suoi rari sorrisi.
Dio, era così felice che faceva male il cuore.
Rivederlo... anche solo pochi minuti...
Cordelia fu la prima ad accogliere la strega. Con il suo sempiterno chiacchiericcio
affettuoso, con mille domande, offrendole contemporaneamente torta e salatini....
curiosissima di sapere tutte le ultime novità....
Giles fu molto contento di rivedere la ragazza, così come Anya.
Angel rimase in disparte.
Tara si trovò circondata dalle attenzioni di tutti, e fu oggetto della
giocosa curiosità dei due piccoli di casa.
Ma i suoi continuavano a cercare l'oro liquido di quelli del vampiro che aveva
amato.
Cordelia riuscì a scoprire quasi subito che Tara era diventata un medico,
un pediatra... e che aveva avuto la possibilità di ottenere un master
di specializzazione al policlinico universitario di Los Angles. Ma non sapeva
se si sarebbe fermata o meno.
In realtà dipendeva tutto da una persona.
Tara rise di se stessa..... inconsciamente aveva sperato che lui le chiedesse
di fermarsi in città... di, di... o non lo sapeva neppure lei cosa.
"Adesso devo davvero andare. Sono in ritardo per il colloquio finale....
Sono stata benissimo questo pomeriggio!! Sono davvero contenta di essere passata!!"
Diletta le si avvicinò con fare micioso.
"Sai oggi è il mio compleanno... non è che mi faresti una
piccola magia...?!"
Tara le sorrise sorpresa.
"Una piccola magia.....?"
La bambina annuì convintissima.
"Si. Sei una strega....no?"
"E tu sei davvero una bambina speciale.... mmm ok vediamo cosa posso fare..."
Tara allungò una mano come per sfilare qualcosa da dietro l'orecchio
della bambina.
Tenne il pungo chiuso come se avesse qualcosa fra le dita. Poi lo sciolse e
una cascata di farfalle multicolori si liberò nella stanza.
Diletta rise felice, e tutti alzarono gli occhi per seguire i voli coreografici
delle magiche farfalle.
Tara, discretamente, si allontanò e si diresse alla porta.
Stava per uscire, ma sentì i suoi occhi che le trapassavano la schiena.
Si girò lentamente, traendo un profondo respiro.
Angel era a pochi passi da lei.
Le sorrise imbarazzato.
"E' molto tempo che ti dovevo dire...."
Lei sorrise.
"Non mi devi dire nulla... è passato tanto tempo. Sono felice di
vedere che stai bene.... è questo l'importante."
"Si bè.... ti fermerai in città?"
"Io. Non lo so a dire il vero..."
"Certo..."
Certo..... o ,dio, Angel.... dammi un solo motivo per restare... una sola piccola
fragile speranza a cui aggrapparmi....
"Se decidessi di fermarti.... mi piacerebbe rivederti... parlare un po’...
abbiamo molto di cui parlare in realtà..."
Lei sorrise di nuovo. Sorrise con il cuore.
"Si piacerebbe anche a me Angel.... mi piacerebbe molto. A presto..."
Lui fece un cenno di saluto con la testa.
La donna si girò e si diresse al suo colloquio di lavoro.
Si sarebbe fermata in città....
E forse... forse... lei ed Angel avrebbero potuto avere un futuro...
Forse.
Non voleva né poteva sostituire Buffy.
Ma insieme sarebbero potuti essere sereni.... trovare finalmente un po’
di pace. Insieme.
E forse Angel l'avrebbe amata.
Buffy era stata amata da Angel e dal suo demone.... dall'uomo e dal vampiro....
A lei sarebbe bastata l'anima di Angel.
Forse un giorno.
Mise in moto la macchina sorridendo.