IL DISERTORE

(...)Lasciatemi, così

come una cosa

posata in un angolo

e dimenticata.(...)

G. UNGARETTI

Uno, due, tre e mille minuti da che sono seduto qui, su questa panca verde scuro; non vivo ma conto il tempo e lo conto con la pelle che secca, le unghie che crescono, gli occhi che s'affievoliscono. Io non ho alcun colore , ho il valore di un pensiero quando ci si assopisce, esisto come il tocco di campana in un paese deserto. Io non conquisto, non perdo ma passo, con lo sguardo indenne, ciò che mi vive di fronte... Ma cosa accade?! Non importa, per ora immagino un treno alla fine della notte, inverno; la nebbia che prostra l'alba, l'umidità appiccicosa, intima schiumosa, fiato d'alcool. La bruma che s'arrende solo a gallerie, cavità, tagli perfetti, occhi fondi di ciclope meravigliosi, ineluttabili. Ogni fenditura una tana, ogni crepa una lesione all'ombra, ogni salto nella terra uno sgambetto, uno scherno, alla fissità dell'orizzonte... Intanto passano i binari e le traverse di legno, tante traverse da moltiplicare per quattro, ognuna quattro fori chiusi, colmi di ferro e ruggine; non c'è posto lì per addormentarla. La nebbia. La prima intanto entra nelle grotte e si riscalda, si calma in un'orgia con l'aria all'altezza degli occhi, movimenti lenti, impercettibili, la mano d'un pittore. Un bacio, una stretta ed una stretta più forte; non esistono le labbra e le braccia sono solo un'illusione ma il sudore si vede, si tocca, la roccia s'impregna di gocce e l'odore terribile cresce e piange anche luì, stride come una corda troppo tesa. Allora consumata la prima nebbia entra la seconda, poi la terza, avanti il prossimo. La fila impoverisce mentre fuori, mattone su mattone, qualcuno costruisce la mattina, un giorno come tanti altri, chi nasce, chi muore, tutto scorre naturale, normale, una maglia che si logora ancora un poco... Ma non devo fermarmi qui, voglio continuare a guardare perché la luce appena nata é solo una droga per ricchi; non devo fermarmi e voglio guardare sui fianchi delle montagne, ai piedi delle colline, dove aspetta la nebbia. Ancora riluttante, umida aspetta che s'apra un lembo, che le si fermi il respiro ed intanto sfrega la pelle degli alberi, la crosta dei tronchi. (Ma in fondo a quella valle chi vuoi che s'accorga di lei; fa freddo lì, è sempre umido, posto buono per i latitanti .) Senz'occhi, si muta in acqua, diventa reale e cade sulla terra, più forte la permea, come un ago buca la pelle e cerca la vena che pulsa per rubare posto all'invano. Più giù, sotto. Così arriva presto il buio sulla testa, le avvolge i fianchi; sembrerebbe un abbraccio invece è una morsa soffocante, è una pressione sul torace che ferma il respiro. Convulsioni (cosa c'è di strano: è la terra che pesa!) ed un formicolio che inizia dalla vertebra più profonda e cammina, passa per le braccia, per la gambe, si dirama, sfiora il fegato appena, poi su fino al cuore... Una morte triste. Nient'altro che umidità sepolta senz'essere seppellita. Abbandono. Dimenticanza fra tante. Comunque tempo sprecato, tempo dilatato alla ricerca d'una motivazione, d'uno sfondo su cui risaltare. Tempo inutile... Fa freddo qui, c'è vento, un vento sordo come le ombre, un sibilo che s'allunga, che arriva da lontano e subdolo più della passione, come l'amore, mi scava le ossa, le fa tremare... Comunque resto fermo, io, resto fermo e non muovo nulla per sprecare il tempo. Ora che sento il respiro reale, ora che la sera porta una smorfia di dolore ai lati del cielo, ora che ho passato la giornata più lunga, in questo giardino d'inverno, a rovistare nella mente, ora non devo, non voglio muovermi... Ma cosa accade ?! Non importa perché l'aria inizia a partorire la notte, con lei la nebbia e lo fa dall'alto, lentamente, e la spinge giù fino alla mia fronte, ancora fino alla cintura, fino alle scarpe. E mi si torce appena il labbro nel vedermela accanto mentre gioca a girare in tondo. Gli occhi mi brillano e lagrime grosse come sale mi pregnano il viso, mi accarezza ancora una volta, la nebbia, mi copre come una coperta, un lenzuolo lavato e steso ad asciugare, fresco e morbido, profumato... "Mio riposo, mio tutto, mio altro io qui ad aspettare che mi crollino le palpebre, qui a contare quanto ancora resta all'arrivo dell'alba. Scappa via, ti prego prima che m'accorga d'esser stato vano, prima che una voce, come una lama sottile, giudichi quest'ultima inettitudine."... Parole, parole, parole che lascio uscire dalla bocca piano, fino a sbrodolarmi come un vecchio a cui trema il polso e' Non ho paura, io, ma sento una pietà innocente nettarmi il cuore. Pena inarrivabile per questa donna impalpabile, donna silenziosa che scompare sotto la terra. Dolore che non so descrivere per l'unica certezza capace di farmi aprire i pugni, le mani chiuse su tutto da una vita intera... Ma ora mi passano nella testa i giochi di quando ero bambino, un cane sporco che non abbaiava mai e, su questa panca verde scuro, senza una briciola di fede da inghiottire chiudo gli occhi e sorrido. Sorrido solo a questo vortice di umidità voglioso di negarmi l'immagine; il coltello luccicante che, poco fa, mi sono piantato tra le costole.

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