una giornata senza pretese
Mattina fresca quella di oggi… ore nove di mattina , passeggio lentamente per arrivare alla reception gustando quel po’ di vento che arriva alle caviglie. Lì lascio il documento e prendo il tesserino bianco con le scritte verdi, per le scale incontro una porno bambina di venticinque anni con il culo grosso e le tette prese in prestito dalla pubblicità(sono due mesi che la noto, all’inizio mi incuriosiva solo guardare i suoi denti larghi poi però la continua differenza nelle dimensioni del seno ha preso il sopravvento). Ci salutiamo e lei abbassa subito lo sguardo stirando verso il basso la gonna viola da cui, come tronchi, escono due zamponi sodi e muscolosi da far invidia a Sergey Bubka. Continuo la mia scalinata fino al primo piano, sulla porta sollevo gli occhiali da sole e mi gratto la testa(perché; come diceva il grande Celine: e voglia di abbracciarsi malgrado tutto, come ci si gratta…). Il piano è ancora semideserto, io vado verso sinistra e da dietro gli armadi, piano piano, compaiono le postazioni, vuote.Mi siedo e trattengo una sorta di offesa tra l’aorta e l’esofago, non grandissima ma mi aspetto che qualcosa la limi e la pulisca. Accendo il computer, inserisco le cuffie e scelgo un po’ di musica vecchia, controllo il telefono se, eventualmente… non grave certo, le piccole ferite della vita, niente di trascendente ma io resto ad aspettare che lo schermo del cellulare si accenda. Ore 10 e trenta circa, ho già fumato tre sigarette e di quelle mie, forti. Esco per la quarta ma prima passo per la macchinetta del caffè, metto la chiavetta magica, premo il pulsante, la macchina parte e finisce il suo lavoro, alzo lo sportellino e prendo il bicchiere, mi casca sui calzoni, poi sul muro. Pulisco per come posso, reinserisco la chiave e sputtano altri 25 cents. Questa volta sono più attento ma… importa una sega dei calzoni a me. Esco per le scale e accendo il mio cilindretto di carta e tabacco, respiro piano, ho il telefono tra le mani e spingo il tastino verde, scorro i numeri, trovo quello giusto, ripremo il tastino verde. Tu-tu silenzio, Tu, silenzio… lo lascio fare e lui va da solo. Dopo qualche secondo mi stanco… non mi ci abituerò mai alle persone che non rispondono, mi infastidiscono e non le sopporto. Rimetto il telefono in tasca e consumo la mia sigaretta. Ripassala porno-bambina, io rientro. Rispetto a prima la situazione è cambiata, ora l’open-space è semi close e la gente laboriosa laboria(?)… io continuo a giocare al mio consueto nascondino tra gli armadi e scopro una ad una le persone e in fondo… La luce da dietro le veneziane crea un’atmosfera primaverile fastidiosa e stupida… cammino e, anche se non posso accorgermene, ho lo sguardo certamente cupo, triste forse… stavo dicendo che cammino e cammino mentre le teste compaiono da dietro gli armadi e una… ce n’è una nascosta dietro un computer… C’è un uomo quasi biondo e con una camicia blu quadrettata di bianco, se ne sta attaccato col naso allo schermo di quattordici pollici e per leggere muove la testa. È arrivato lunedì ed io ho passato ore a guardarlo di spalle mentre muoveva quel testone sullo schermo ed ho aspettato che arrivasse oggi, che arrivasse giovedì per accostarmici veramente, per essere abbastanza stanco da accorgermi di tutto quello che c’è. Torno a sedermi cerco una scusa, la trovo… sul suo tavolo mi c’è un libro di “sistemi distribuiti”, roba grossa per un informatico e come scusa più che buona. Mi ci accosto, sono emozionato come fosse la donna più bella che c’è, apro il libro e gli domando se è il suo: “ che fico, è tuo?” M’importa una sega del libro a me… lui si gira, ha gli occhi piccoli e liberi… liberi che si muovono, sembrano staccati, sembrano delle mosche, mi guarda e dice “no cos’è” io rimango a guardarlo… gli occhi di una Martina che giocava in una piazza, proprio quelli, erano anni che non vedevo degli occhi correre così… l’onore d’esserci arriva e tocca come un lama sottile, più sottile del dolore, l’onore arriva e tocca dietro la nuca, spinge la testa in basso… Lui prende il libro e lo accosta al naso, lo tocca col naso e legge con gli occhi che sembrano fermi, ma non è vero, mentre la testa corre sulla copertina. Sorride, io ho un nodo in gola, come a quando ci si innamora però, però… “Io sono Roberto…” “piacere Massimo” … ce la faccio gli reggo lo sguardo ma cazzo quanto è duro però… però mi sembra di vedere una cosa bella, una di quelle cose che si notano di rado e non perché non ci sono ma perché bisogna accorgersene… “Caffè?!” domando. Lui accenna di si con la testa, cerca gli spicci e mentre tasta e tasta nella borsa io penso che solo due giorni prima chiedevo di prendere un caffè ad una donna alta e mora, che dieci minuti prima aspettavo la telefonata di un pensiero di mesi mentre ora come allora stavo prendendo tempo ad innamorarmi di qualcosa di semplice come le dita al posto degli occhi… Andiamo alla macchinetta vorrebbe pagare, lui, dico lui vorrebbe pagare… mi sembra di tornare a qualche anno fa, a quando qualcuno mi ringraziava pensando che l’educazione… mentre io subito dopo dovevo andarmi a nascondere per piangere e raccontare a me stesso che… grazie di che, ma come grazie io… fanculo alle vostre regole, fanculo al vostro mondo … ma come grazie, come grazie… io morirei qua, adesso solo per questi cinque minuti, solo per l’odore di sapone sulle mani, per il dolore ai reni e tutte quelle frasi che non si capiscono però piano piano… Squilla un telefono, è il suo, lo prende dalle tasca e se lo attacca al naso, un’altra volta e… a me veramente sembra troppo, veramente troppo, non me lo merito è troppo anche per uno come me che non sa accorgersi delle meraviglie. Insomma stamattina mi sono svegliato e c’era odore di caffè, fuori faceva fresco e i bambini andavano a scuola, una giornata che sembra nata per sempre… dopo almeno tre squilli lui sussurra “Aaah !!!” io gli prendo il caffè, glielo do, poi ne prendo un altro, fumo un’altra sigaretta riesco per le scale e ripassa la porno-bambina… Mi viene in mente che quei vestitini potrebbe risparmiarseli tanto in due mesi non è riuscita a farmelo alzare invece ora tiro su col naso come un bambino senza pallone e mi trovo tra le mani qualcosa da potermi raccontare, stasera e prima di addormentarmi.Ricordarmi, che oggi c’ero, ero lì, c’era lui e che ne è valsa la pena a tirare fino ad oggi…