Basta con le lettere
...dedicato, ovviamente a Franco e agli altri
Roma in una stanza in penombra Carlo e Betto sono intorno ad un tavolo piccolo e basso, ci sono due bottiglie, due bicchieri di vetro un po' consumati e una tazza da colazione piena di birra. Betto si versa l'ultima goccia della seconda bottiglia e alza lo sguardo quasi a scusarsi con l'altro. Carlo muove la mano, accenna un sorriso e accende una sigaretta guardando prima il rosso che infiamma dieci centimetri oltre il suo naso, poi butta la testa indietro chiudendo gli occhi. La luce proveniente dal corridoio taglia l'aria densa di fumo, scivola sui due visi e li tinge di giallo, loro sono in silenzio mentre da un piatto i solchi del vinile lasciano trapelare i graffi e un piano su cui un uomo spinge forte con le dita. I respiri lenti, regolari fanno solo la scenografia alla precisione di quell'accordo, semplicissimo, doloroso, anche se non lo si direbbe violento, pazzo di cecità come la pressione dell'acqua sui timpani. Carlo ha proprio quella sensazione, qualcuno che spinge sulle sue orecchie, qualcuno che non ha pietà e che ha intenzione di farsi intendere in una lingua sconosciuta, l'idioma del sordo. La porta della camera si apre di schianto proprio mentre Betto posa il bicchiere sul tavolo, sorride ma solo per un attimo perché dietro Sara entra Giulia con la valigia in mano, gli occhi scuri e i piedi piccoli. Carlo rimane impassibile, dal divano guarda quella figura familiare e i capelli, sempre gli stessi e le scarpe, e la solita Giulia che non si vede, che quando ti sei accorto di lei già non si può più fare niente. Betto al cenno di Sara si e' alzato e l'ha seguita in cucina, ha chiuso la porta lasciando i due nel buio assoluto. << Come stai? >> domanda Carlo mentre Giulia e' intenta a cercare l'interruttore della luce... lo trova, la accende. << Bene... >> Carlo ora la guarda negli occhi, lei e' inverosimilmente fredda e Carlo questo non lo sopporta ma non reagisce... in fondo vorrebbe alzarsi e portarsela via ma ormai non e' più sua. << Quando parti ?>> << ... Non l'hai vista la valigia !!!>> << ... e torni? >>. Giulia questa volta non risponde e abbassa la testa, poi la rialza e senza lasciar trasparire emozioni prende a fissarlo con uno sguardo semplicemente vuoto. Carlo non ha alcuna intenzione di capire il rancore che incrudisce quegl'occhi, si ripete "cazzo... è così e basta, ci vuole tanto a capirlo!? " allora con accenno di sarcasmo e incurvano le sopracciglia dice << Allora non torni...>>. Giulia scuote la testa poi si alza e molto lentamente prende la tazza piena di birra, la beve d'un fiato. Il rumore prodotto dal suo deglutire riempie la stanza, le si forma un rivolo dalla parte destra della bocca che scende, lei continua a bere mentre la birra ha raggiunto il collo e più giù. Rabbrividisce, Carlo se ne accorge, si sente tranquillo e orgoglioso pensa che quella bevuta sia solo per lui, che lo goccia sia uno dei soliti giochi di Giulia per conquistarsi il desiderio. Ha preso a sorridere fiero ma sbaglia perché la donna con un gesto infantile si pulisce, prende un respiro grosso poi si alza, rapida e decisa, occhi fini, labbra strette e dritte gli arriva davanti, si china di scatto per guardarlo per l'ultima volta poi torna eretta e lo colpisce con la tazza. Un colpo nitido e preciso sulla tempia sinistra che neppure da tempo di capire, di difendersi, di urlare e per giunta cupo, quasi silenzioso quel colpo, coccio su ossa. Ora l'uomo e' storto sul divano, il suo corpo ha seguito l'inerzia e la mano sinistra gli penzola sul pavimento, parallela alle gambe. Giulia meccanicamente posa la tazza sul tavolo prende la valigia e esce dalla stanza... Sara e Betto sono in cucina, lui ha la sua solita faccia emaciata, si tira su gli occhiali tartarugati che gli sono scivolati a metà naso, sorride. Sara lava i piatti ed e' di spalle, ha le maniche della camicia arrotolate e tiene i capelli con una matita rossa. Giulia uscendo dalla camera non ha lasciato trasparire niente, saluta i due come sempre baciandoli sulle guance e si scusa per la fretta << Scusate ma mi tocca andare, lo sapete ho il treno tra 20 minuti >>. Per Betto e' al solito tutto normale mentre Sara e' un po' perplessa, la conosce bene Giulia e aveva organizzato quell'incontro perché le sembrava giusto. Carlo non sapeva di esser diventato padre e Sara, con un gesto di insana giustizia aveva convinto Giulia a parlargliene. "Strano" pensa "neanche cinque minuti". Si asciuga le mani e raggiunge Giulia sul portone, domanda << Com'e' andata?>>. Giulia sorride, addolcisce gli occhi e sorride poi scuote la testa, sussurra appena << Non fa niente... non ne valeva la pena !!! >>. Esce e Sara con voce rotta si lascia scappare: <<... dammi un bacio a Francesco >>. Giulia neppure si volta, l'infastidisce tutta questa pena per un fagottino che neppure sa piangere, che si vede che non si muove bene ma in fondo e' come gli altri e mangia e non ha bisogno di nessun altro che di lei, di Giulietta, come la chiamava zio Franco e Giulietta adesso e' solo Giulia, con le smagliature sull'addome e in piedi che guarda avanti, pronta a tutto e a tutti, dice lei, ma lo sa che ci vorrebbe una coperta per nascondersi, un posto dove si sta bene, fa caldo ma non si appannano i vetri. Le ci vorrebbe un marito anzi no! Un papà forse un papà...
31 Agosto 1998
...E dovrei scrivere per stare meglio, per poter rimanere a guardare un paragrafo lungo e regolare che inizia con tre punti... Fuori si vedono le prime nuvole grigie di fine agosto ed io resto chiuso in questo seminterrato a godermi i primi rumori e il cielo che incupisce e si fa basso, quasi a coprire quello che non si deve vedere... Quello che non si deve poter vedere e quello che passa sotto le vene, che soffia e rimane lì per anni fino alla fine; l'impressione di non aver capito. ... Ebbene, signori e signore, mi piace il cielo grigio e non posso trattenermi... mi piace ricordarmi di quando da bambino andavo in palestra e mia madre mi metteva il cappello coi paraorecchie e le scarpe grandi di Benedetto, il cappottino blu di mia sorella e la pioggia che iniziava a cadere come ora ma più lenta... i pomeriggi nei prati a cercare la cicoria e la carrozza blu, il torrente che si formava sulla strada per la scuola... Quando arriva agosto è sempre la stessa storia, mi ritrovo ad aspettare la fine per ricordarmi meglio e sentire che sono diventato grande ma non ho perduto la mia indole e il fallimento non sarà mai abbastanza netto da non farmi alzare gli occhi contro gli uomini e puntargli il naso contro, e veramente come una spada anzi meglio una penna, con un sorridere amaro fargli capire che ero qui, sto andando via e non era poi male perdere tempo a farmi compagnia. Fuori la pioggia è al lavoro e sta pulendo bene i lampioni e le strade, gli ombrelli rinsecchiti, le scarpe di tela bianche si stanno sporcando ma non le mie ed io, confesso, sto pensando che ora sarà più facile cambiare idea e che la settimana appena finita potrà saltare dal tutto all'essenziale in meno tempo... ora, proprio adesso è arrivato l'odore dell'asfalto bagnato e... Dio mio quanto mi piace questo rumore e questo profumo di sporco che va via e il colore della luce che non c'è o forse è solo quella che serve per tenersi più stretti anche senza fare altro... e forse... forse si... avrei proprio bisogno di una sana Troia, una di quelle con la "T" maiuscola che magari si fanno pagare ma non te lo negano un respiro, mai... Mi piacerebbe ci fosse, la stringerei, davvero... altro che rispetto... voglio salvarmi io e non guardarli più gli occhi se non so fermarmi, se poi mi tocca parlare a stento perché lo faccio male e loro mi guardano e la tenerezza... cazzo!!! La tenerezza che serve solo a loro... qualche nervo in più, minchia... mica tutti solo qualcuno per parlare come gli altri... le gambe in fondo me ne importa mica, le lascerei penzolare dentro le scarpe pesanti che mi fanno i calli sulle dita... Mi ricordo che a 14 anni volevo le Nike, come gli altri, ma i miei non volevano comprarmele, dicevano che io avevo bisogno di queste altre, queste si erano solide... poi un giorno sono andato al mare in colonia con un tipo che aveva i capelli lunghi e un tatuaggio strano a forma di mela, ma non una mela normale, era stretta, lunga e rinseccolita, con le pieghe fitte fitte. Beveva sempre e suonava la chitarra... non gli avevo detto niente io ma lui mi regalò le sue di Nike, erano bianche e verdi e puzzavano... Antonio, si mi ricordo, mi ricordo che quando la mattina mi alzava dovevo prendere l'aria perché puzzava peggio delle Nike lui... in quindici giorni l'ha lavata tre volte la canotta che c'aveva e una ce ne aveva, però... però a me mi trattava bene e m'aveva fatto pure sparire i calli... Chissà che fine ha fatto. Comunque fortuna che sono nato di questi tempi... l'altra notte ci pensavo, se fossi nato solo cento anno fa sarei rimasto senza imparare a leggere e non sarei riuscito a scrivere... Neppure i medici capiscono come sia possibile che io scriva e per giunta così veloce... facile gli dico io, da bambino dovevo stare fermo per giorni ma volevo giocare allora me li inventavo i giochi e passavo le giornate a cercare di tirare i fili di lana... mia madre mi dava una maglia vecchia ed io la frantumavo in milioni di fili, ogni nodo una battaglia e alla fine mi toccava romperlo sempre coi denti, quel nodo... difficile da capire per un medico che i fili li usa per cucire, quello certamente, io i fili li usavo per allontanare le maglie loro per unirle... quella che mi piaceva di più era una dolcevita con le maglie fittissime, verde scuro, quasi nero e c'ho meso un mese per tirare il primo filo... mia madre, ogni tanto la ritrovava a guardarmi e sorrideva ma era triste, io non capivo perché e rimanevo a fissarla poi lei mi diceva... << ma che devi fa' co' 'ste manucce!? >> e andava in una altra stanza. A sette anni poi sono andato a scuole così ho imparato a scrivere, da allora non mi sono fermato più.
Sara rientra e guardandola Betto capisce che, al solito, era distratto, e' successo qualcosa sotto i suoi occhi e lui non ha capito. Sara non dice niente, lui la ferma e chiede: << Ch'e' successo Sa'?>>. Lei gli si accosta all'orecchio e piano dice: << E' Carlo il papa' di Francesco e non riesco a farle capire che glielo deve dire, Carlo l'aiuterebbe... vai di la' ma non fare niente...>>. Betto vorrebbe dirle che lo sapeva, che era evidente conoscendo Giulia, insomma non c'e' niente da dire,"queste cose mica si dicono... e poi ce l'avessi io un figlio... testa di cazzo, te la spaccherei quella faccia da angioletto che c'hai, te la sfascerei...". Per un attimo un insieme di invidia e senso di protezione nei confronti di Giulia lo pervade, gli passa dalla testa alle mani, apre la porta della camera con irruenza e pronto a dirglielo che se è un uomo, se davvero... Ma Carlo è lì, accasciato sul divano e Betto pensa sia il suo strano modo di contorcersi quando qualcosa lo confonde e questo lo fa infuriare. Sembra una scultura astratta Carlo, tutto compresso nei nervi e negli spasmi dell'incomprensione, solo la mano che penzola sembra indifferente alle contrazioni... "La terrebbe stretta stretta sotto la faccia" nel suo essere distratto capisce che non è normale, che quella mano non è normale... Si avvicina, lo scuote ma non si muove, allora gli sposta la testa e nota la parte del viso rossa, gonfia e che pulsa. Lo lascia immediatamente e si alza in piedi, poi però si riaccovaccia e cerca di scuoterlo ancora, inizia a chiamarlo e da subito forte, come a rimproverarlo di quest'altro scherzo. Sara è entrata correndo ed è rimasta impietrita nel trovarsi di fronte la faccia di Betto che trasudava terrore. Carlo apre gli occhi, ha la sensazione d'aver dormito per giorni, la bocca già impastata e si tocca la parte sinistra del viso che sente intorpidita, la mano gli trema, poi cerca di alzarsi ma non ci riesce e ricade sul divano. Si guarda intorno confuso, cerca di capire ma è tutto offuscato. Betto che ha consumato la sua rabbia in poche frazioni di secondo prova a chiedergli << Che è successo Carlè ? >>. Ma lui non capisce, sta lentamente reimparando tutto quello è il proprio corpo e lo fa piano assaporando tutte le sensazioni che la coscienza dell'essere gli sta regalando. La domanda che sembrava rivolta a lui non l'ha minimamente interessato e finite le mani passa ai piedi, poi alla faccia e la ritocca, quella si gli sembra strana, la faccia... si domanda cosa potesse significare quella sensazione di anormalità e cosa dovesse essere invece la sensazione di normalità, come mai prima di allora non si fosse accorto di avare una faccia... Sara ora si è avvicinata a Betto e sembra che aspetti una sua mossa per capire che fare mentre lui aspetta di capire come fare. E' evidente sia stata Giulia ma portarlo in ospedale e lasciare che tutto segua il suo corso significherebbe mettere Giulia in una situazione difficile allora?!... Allora aspettare ancora un po' e convincersi che è caduto, che ha battuto la testa "tanto lui non si ricorderà, sicuramente". Carlo invece si ricorda e gli si legge in faccia nel momento in cui rivede quella tazza arrivargli dal lato, tesa e veloce, quel "Toc" sulla sua tempia. Ora è tornato lucido, a parte il rossore e l'occhio chiuso sembra proprio normale, fa una smorfia con le labbra e, dalla fessura prodotta, come a muovere qualcosa che gli è rimasta tra i denti aspira, lascia risuonare la saliva ch'è ritornata a bagnare il palato. Sara nella sua ingenuità non riesce a capire, lei la mamma di tutti, lei che sa prendersi cura, lei che come maestra è la migliore, l'unica che sa far stare zitti i bambini senza castighi o urli, lei insomma con la sua borsa di dolcezza non sa immaginare a qualcosa di diverso da un incidente. Mentre guarda il viso trasformato di Carlo cerca di capire se è stato il bordo del tavolino o quello del mobile davanti, addirittura il poggiolo di quel vecchio divano... non può essere che così. Come tutti d'altra parte adatta la soluzione al problema, così si volta verso Betto e con la voce intralciata dal nodo della paura domanda << come l'hai trovato ?>>. Si sente un idiota mentre pronuncia quelle parole, parole che lasciano trasparire l'assenza umana di Carlo, come non ci fosse, fosse lontano e per scusarsi si avvicina e lo accarezza sulla testa. Carlo sente la mano passargli tra i capelli ma è intento in uno scambio di sguardi con Betto e per spiegare cose diverse a persone diverse si schiarisce la voce e dice piano << Ho inciampato e ho sbattuto a mobile! >>. << Vagli a prendere un po' d'acqua che lo porto al pronto soccorso>> Betto a Sara e lei si alza velocissima, incurante di tutto quel gioco di sguardi, e tira un sospiro nell'uscire dalla stanza. Anche Betto è più tranquillo e si china sul tavolo per prendere la tazza di birra che aveva riempito per Sara e che sarebbe sicuramente calda se ci fosse... la guarda e vede che è finita, meglio ancora spicca un segno di rossetto rosa antico e inizia a concretizzarsi meglio tutto nella sua mente. Si perché Betto sembra distratto ma è un ottimo osservatore, forse per questo sembra disattento, per lui esistono solo i particolari; l'immagine è solo un puzzle di cui cercare gli incastri così riesce a notare anche i residui dell'ultima goccia di birra, la traiettoria che parte dal fondo e si alza in una parabola convessa fino al vertice dove la goccia si è frantumata in altri rigagnoli più fini ed è scomparsa. Alza lo sguardo e sorride come un bambino che ha risolto il suo indovinello, guarda ancora Carlo che scuote un po' la testa e sorride anche lui. In fondo gli fa piacere non dovergli spiegare come è andata e che tutto quello che si erano detti senza parlare, perché Sara non sapesse, non era che in quella tazza perfettamente intatta. Sara è rientrata con un bicchiere di acqua fresca e inizia a parlare << E' fresca, ti fa bene... con lo spavento che hai preso ti ci vuole...>>. Carlo beve tutto d'un fiato emulando la visione di Giulia, chiude gli occhi e un brivido gli corre dalle spalle alla testa, invade tutto il volto trascurando solo la parte gonfia. Gli si stanno bagnando gli occhi e al perché non vuole pensarci, non vuole pensare a quel qualcosa di bello e poi non vuole piangere proprio ora. Mentre ingurgita l'acqua stringe il più possibile gli occhi perché tanto lo sa che l'immagine di quel bambino, quella che tutti gli hanno contato non può passare così facilmente. Lo pensa che ride, beffardo come un piccolo elfo che sa tutto e non si preoccupa del tempo, uno di quelli che sa essere solo un complice, che sta per morire e ancora pensa a rassicurare, a dire che va bene così, che non c'è problema. Gli altri due sono lì, intanto, e lo guardano mentre beve. Betto per decenza spegne la luce e chiama Sara fuori e dalla porta dice << Vado a prendere la macchina, lo porto in ospedale, tu aspettami qui...>>.
5 Settebre 1998
Musica, musica, musica... mi piace come l'odore della stufa a legna con la pentola del sugo sopra che cuoce piano,come quando tira vento forte e lo foglie dei platani fischiano, mi piace più della cioccolata fondente e delle cicale d'estate all'imbrunire, meglio ancora del bistecche che cucinava Maurizio e dell'acqua fredda fredda alle sorgenti del Po. Mi piace insieme al tabacco che mi crepita ora, davanti le labbra e sa di sporco e amaro, secco ancora distante ma pulito per il colore e dolce per il solo fatto di esserci e cullare con una scintilla che sembra viva, che sta abbastanza vicino da farsi sentire sulle labbra quando è proprio l'ultima. Non ci posso fare niente, me ne sto buttato come un peso morto col mio telecomando in mano e un caricatore di CD sulla libreria che faccio saltare da un solco all'altro. Petrucciani sembra sempre una stagione, il resto sono altre cose e basta poco per inventarsele... solo chiudere gli occhi e iniziare a pitturare, dai lati del buio fino al centro, ogni nota che arriva un pennello e poi tutto prende forma... Quando fa primavera inizia sempre dall'alto Petrucciani, e ci sono i viali, il Lungosenna che si vede da un cielo azzurrissimo, un passero si gira e va via, vola, passa a pelo d'acqua sul fiume, prende una mosca al volo poi si rialza, e ... un bambino e una bambina giocano sotto un portone, poi lentamente, ma molto lentamente diventano grandi e iniziano a parlare, il bambino è diventato un uomo con la barba che si alza e va via. La bambina cresciuta pure lei, lascia cadere le braccia e si gira a guardare un vecchio che raccoglie una moneta... il vecchio inizia a camminare mentre l'immagine si apre e si vede lo stesso bambino che prima era seduto camminare mano nella mano con lui saltellando e strusciando con le scarpe... Sta scendendo la sera, iniziano ad accendersi le luci e l'aria profuma, il passero è tornato e decide di guardarla dall'alto, ancora una volta, la città così riprende a volare tra i boulevard. Passa da un quartiere all'altro e dai giardini del Lussemburgo arriva a Montparnassee striscia intorno alle insegne dei bar poi via fino al ventesimo arrondissiment, fino a Belleville che è colorato e suona da solo ma... ma c'è da finirla questa immagine e bisogna andare e alla Citè salire fino dai demoni di Notre Dame perché da là su si vede bene che ci sono le luci arancio, si possono sbattere gli occhi per andare via, a Roma sul Lungotevere. Non sembra cambiato niente, l'unica differenza sta nel colore che è più acceso e il rosa è diventato rosso e riluce sull'ospedale dell'isola Tiberina, avvicinandosi c'è la stessa scena dei due bambini ma sono più scuri e meno vestiti, il piano sta smettendo mentre la scena si annebbia e continua. Waits invece, quando canta, puzza ma pure lui è buono, sa di contadino che è andato in città a lavorare e gli manca un po' la terra, neanche troppo però perché il grigio della città... si pure quello gli piace e gli piacciono le persone dei sobborghi e i calzoni di flanella, gli piace il vino, e si sente... a volte sembra che voglia addormentare tutti e ricordargli che bisogna accovacciarsi e sognare, ma mica le cose impossibili, basta pensare ad una notte un po' più dolce e una buona compagnia che bestemmia, che non ha mai da fare, che c'è sempre. Se la gode quando canta, si storce tutto e sorride Tom Waits, con un ghigno di piacere, specialmente se c'è la nebbia per tirare ancora di più il cappello davanti agli occhi e lasciare la bocca aperta, le ciglia che quasi si toccano, camminare... peccato ha già finito, peccato visto che ora mi tocca, me l'ero preparato, lo sapevo che mi sarebbe toccato Beethoven... mi mette paura Beethoven, anche ora che sento "moonlight" mi sembra che da un momento all'altro arrivi e spacchi tutto... bisognerebbe accarezzarlo per farlo calmare ma avvicinarsi è difficile così lui continua ad urlare, a fare chiasso e spaccare la testa con tutti quei colpi, uno dietro l'altro. Fa male Beethoven, non è come gli altri, lui è violento e cieco per le orecchie che non funzionano però...però mi piace perché in fondo vorrebbe piangere ma non ci riesce allora si arrabbia, scuote la testa e non fa fermare la musica... pure lui si contorce ma non come Waits, lui lo fa per il dolore che batte, per tutto quello che vorrebbe, per un letto di lenzuola con una mamma che viene a spegnere la luce, per tutto quello che non è possibile ma è così naturale... Per tutto quello che intorno è così naturale ma se non c'è non lo si può mica inventare. Quando la pensava lui, la sua musica, pensava solo al mare e quasi sempre in burrasca, un mare nero nero che non sta fermo un attimo anche se basterebbe solo un po' di vento per vederlo stare tranquillo... Finito finalmente e sono diventato triste, lo confesso, lascio tutto in silenzio, non voglio far altro che starmene qui, impegnarmi a far venire una buona grafia, come alle elementari che mi prendevano in giro ma per era una rivincita di quelle che fanno star bene... "v'ho fregato, altro che, v'ho fregato e pure alla grande!", così li guardavo da dietro le pupille e ghignavo tanto bene che sembravo un folletto anzi "il capo dei folletti" come diceva Pietruccio "stai alla poltrona come i boss !". Alla fine non gli volevo male anzi. E poi a scuola, dopo un po' hanno iniziato a trattarmi come un capo veramente, i primi giorni di scuola non si accostavano, qualcuno neppure mi guardava, poi col tempo hanno iniziato ad avvicinarsi, con rispetto, sempre con rispetto. Se li incontro ora, dopo più di vent'anni non tengono gli occhi, dopo un po' guardano per terra, hanno rispetto di me ancora adesso perché la loro di tristezza non ha fine né inizio quindi non sanno da dove iniziare a prenderla. Guardano me e si domandano, perché se lo domandano: "Ma come farà... sembra sempre sereno". Non capiscono che non è quello il problema, il problema sta tutto nella droga che si usa per non farci caso. Avrei voglia di ricordargli che da bambini per inghiottire la Novalgina, la mamma, la mischiava con l'acqua e lo zucchero, alcune ci spremevano un arancio invece dell'acqua così si confondeva meglio, diventava buona la Novalgina. Stupidi uomini... ora per dire sono triste e quella tristezza stava dentro, Beethoven l'ha fatta salire ma io so che posso fare di più e ci metto sopra Chet Baker e la sua tromba... eccolo che parte... C'è una stanza, anzi l'attico di un grattacielo, il mare, fuori c'è l'aria d'un imbrunire appena finito e rosso mentre dentro è accesa una luce gialla. Entro e una donna sta su una sedia di ferro e pelle nera, tiene i piedi tirati a se e le ginocchia sotto un maglione di lana bianca a trame larghe, è il mio quel maglione. La donna ha i capelli lunghi, neri e lisci, le labbra carnose e un po' aperte. Non dice niente e mi guarda, poi prende un bicchiere che era lì vicino e beve whisky secco mentre io ora le sono vicino, anch'io ed ho una biglia in mano, inizio a passargliela sulle gambe, e salgo su. Non la tocco la sua pelle, solo la biglia lo fa, lei continua a guardarmi e il suo sguardo da dolce che era all'inizio diventa più chiuso e assente... allunga le gambe lei, le scopre e la luce gialla si riflette su tutta quella strada di rosa e marrone e... sembra più naturale, le curve della lana sul corpo, fino all'ombra dell'orecchio che mi ci avvicino, chiudo gli occhi e lo bacio, respiro piano e lo bacio... è finita... ancora, ancora un'altra per continuare... ora dorme lei, dorme a pancia in sotto e con le mani sotto i seni... la luce della mattina presto lascia intravedere le ultime stelle ai lati del cielo, io giro intorno al letto e non importa se non cammino... lei sta lì e dorme, dorme che non vorrei svegliarla più, vorrei rimanere lì a guardarla ma non ce la faccio, l'accarezzo sulla spalla scoperta e tutto il braccio fino alla mano, vorrei arrivare al seno ma lei si sveglia e... apre gli occhi, che brillano. Non si muove e non dice niente apre un po' la bocca come sempre, sembra seria io mi raddrizzo. Ora sono veramente sulla mia carrozzella ma non fa niente perché lei si volta verso il soffitto, apre le lenzuola... che sono su di lei.
Uscendo dalla camera Sara si stringe a Betto come fa una donna, una di quelle che leggono i libri d'amore e teorizzano, una di quelle per cui la soluzione è sempre legata a un grande sentimento e le sensazioni più sottili, quelle più silenziose per le donne così, sono squallide. "Tu sei fortunata..." pensa Betto "... per te è facile, tutto troppo facile e non capisci..." e Betto la respinge subito, poi prende una dolcevita di lana con le maglie fittissime, verde scuro, si leva la camicia e infila quella. Prende le chiavi della macchina e esce. " ...idiota, tu e le tue manie di far funzionare le cose come fosse un fotoromanzo... cazzo sta succedendo... mi state nascondendo qualcosa, Carlo cazzo c'hai in testa, Giulia poi che gli da una tazzata in faccia, Giulia, la donna più calma del mondo..." Betto è rapito dalle domande, capisce che c'è qualcosa di nascosto in tutta questa storia e che Carlo non reagirebbe così se non ci fosse un motivo importante. Fino ad allora non aveva pensato che potesse esserci altro dietro ad un bambino che nasce ed ad una coppia che finisce ma ora che aveva visto Francesco , per lui da subito Cenne, ora che Giulia aveva colpito Carlo con quella tazza di coccio, che Carlo non rispondeva e rimaneva nascosto dietro l'accomodante "Sono inciampato e ho sbattuto", ora Betto capiva. Capiva anche che c'era dentro fino al collo, nel bene e nel male era incastrato in quell'ingranaggio fenomenale ed era l'incosciente regista di tutto, da lui Giulia si aspettava che smuovesse le acque, Carlo che gli si facesse vuotare il sacco e Sara che la si lasciasse nel suo mondo alla Jane Austen. Nell'appartamento intanto Sara cerca coraggio per parlare con Carlo ma sa che se lo facesse rischierebbe li linciaggio generale, tentenna sulla porta della camera ed involontariamente sbatte allo stipite. Carlo si accorge del rumore e non vorrebbe parlarne proprio con Sara ma bisogna pur iniziare da qualcuno, la chiama: << Entra... tanto lo so che sei lì >>. Sara alza la testa e impreca a mezza bocca ma entra e sorride, abbassa gli occhi. Carlo è teso, prende aria e inizia << Tu vuoi sapere cosa sta accadendo... giusto?! Stavi lì pensando di venirmi a parlare di Giulia ma non ne avevi il coraggio?!>>. Sara inizia a giocare con le unghie, si tira via le pellicine, sembra un bambino che è stato appena rimproverato, non risponde. Carlo accende una sigaretta e il fumo gli sembra solido mentre scende nella gola, poi soffia in alto, la guarda e lei è terrorizzata. Ha paura, Sara, di quello che può dire l'altro perché lo conosce e sa che non cercherebbe stupide scuse, che Carlo quando parla fa star male, parla sempre con il dolore sulle labbra e non perché è un tipo tragico, solo parla di cose tragiche e la fa sempre piangere, lei non dorme mai la notte successiva ai racconti di Carlo. Rimane in silenzio, Carlo, quel coraggio che servirebbe per portare una persona di fronte ai fatti non ce l'ha e Sara è meglio che sappia per vie traverse, che non sia lui a spiegarle tutto. Betto ha raggiunto la macchina di corsa e respira rabbioso, ha le ciglia curvate, prima di entrare nella 127 blu sputa per terra ma non per un'esigenza, è solo per sfregio, come a tirar fuori tutta la confusione che lo pervade. Se ci fosse una fontana andrebbe a metterci la testa sotto, come faceva da bambino, accende la macchina e mentre fa quei pochi per raggiungere il portone si volta a cercarne una ma non la trova. Arrivato sale di corsa fino al quarto piano e apre la porta. Sara è lì che lavora sulle sue unghie, in piedi, Carlo spegne la sigaretta e si alza ma ha un giramento di testa, barcolla ma non cade alzi dissimula benissimo il malessere e muove i primi passi verso Betto. L'altro non lo guarda in faccia, lo prende sottobraccio come fosse un vecchio e Carlo da crucciato che era ha preso a sorridere. Erano anni che non vedeva quella presa, Betto la usava sempre per portare a fare due passi suo nonno e lui, il nonno, con una voce roca e storpiando le parole diceva <<... solo Betto sa come si portano a spasso i paralitici, solo Betto...>>. Carlo ricorda benissimo i capelli spettinati e lunghi, il viso graffiato appena dalla prima barba, l'adolescente Benedetto che torna con quel gesto semplice e misurato. Sente il suo avambraccio sotto la sua ascella, quella sicurezza tanto decantata dal nonno e per un attimo ci si abbandona, veramente è solida. Betto inizia a muoversi prima piano poi, arrivato al corridoio, alza il ritmo ma sente che Carlo si sta staccando. Si volta a guardarlo e l'altro serio dice << Ce la faccio, tranquillo! >>. Tutta la tenerezza del ricordo scompare di schianto nel momento in cui Carlo vede Sara ed ha capito che bisogna ritornare a terra, che ci sarebbe stato tempo per i ricordi mentre ora c'è da dimostrare che va tutto bene, non c'è da preoccuparsi. Betto rimane interdetto non tanto dall'affermazione quanto dal tono, tira via il braccio e si rivolge a Sara << Aspettaci qui, vedrai che non è niente, torniamo subito... >> poi apre la porta e i due escono.
10 Ottobre 1998
Era tanto che non scrivevo, troppo e forse è per questo che è accaduto tutto, forse è solo colpa mia, di questa voglia di andare, diventare normale... Sto piangendo... Si! Sto piangendo e non mi vergogno se a trent'anni mi fermo su un quaderno come un adolescente, se questa notte non dormirò e sarà durissimo solo pensare di continuare... Non riesco a tirarla via, non ci riesco soprattutto non ho voglia di cacciare quell'immagine di donna che da due settimane mi inchioda alla mia sedia... Camminavo io, ed era fine settembre, scorrazzavo con il mio nuovo giocattolo elettrico per le strade, ero felice per quella leva nera che spingevo in avanti, per i fanalini rossi e gialli, per la scritta Quickie e le ruote che correvano sull'asfalto. Potevo finalmente stare in silenzio e solo, potevo concentrarmi sulla strada e gestirla io, potevo accelerare, svoltare, finalmente passare rapido e preciso tra le persone che camminavano sui marciapiede, in più c'era il giallo del tramonto che allunga le ombre e le sfina... correvo con il sole in faccia e l'unico riferimento erano quelle ombre che si disegnavano per terra, quando mi arrivavano a toccare i piedi voleva dire che dovevo rallentare, ci pensavano loro poi a spostarsi. La sera stava arrivando e quel gioco di luce che non c 'è stava finendo. Avevo deciso di tornare indietro, andare a casa pieno di emozione per tutto quella meccanica che mi stava regalando piacere, pensavo all'operaio che aveva stretto le viti delle ruote, che preciso aveva impugnato il cacciavite e non sapeva che ora qualcuno, in un paese italiano, stava pensando proprio a lui, gli era grato. Comunque avevo deciso, "l'ultima ombra e poi si torna a casa" mi ero detto, e proprio l'ultima ombra stava arrivando con la testa bassa, i capelli lunghi e scuri che battevano sul viso, le braccia incrociate sul petto. Una donna alta e magra mi stava venendo incontro e per me, era già fortuna. Fortuna a chiudere un pomeriggio sottile, che ronzava sotto le mie ruote, fortuna che una volta c'aveva fatto caso e s'era aperta, dolcissima. Lei si avvicinava, guardando a terra, io rallentai e pensavo si sarebbe spostata, pensavo si fosse accorta di me invece a poco più di due metri dovetti scansarmi io, fermarmi, guardarla senza il rossore del cielo davanti. Lei veramente non mi aveva notato ed era crucciata, la testa sempre rivolta a terra e gli occhi scuri come la pelle, come tutto quello che era. Aveva le gambe fasciate con dei pantaloni aderenti e i piedi storti, le braccia non le teneva semplicemente conserte, erano strette e con le spalle facevano un tutt'uno, sembrava compressa su qualcosa. Io ero immobile e teso nel lasciare tutta la meraviglia di quella giornata sotto il suo piede destro rivolto verso l'altro, lentamente mi si stava coagulando qualcosa nella gola, stava diventando grande ed avevo iniziato a deglutire ma quel grumo continuava a crescere. Quando mi superò era già troppo tardi, mi girai e per non seguirla palesemente volli attraversare la strada. Girai la carrozza verso il marciapiede ma scendendolo sfiorai il clacson e a quel punto lei non poté non svegliarsi dalla sua concentrazione e voltarsi di scatto con gli occhi impauriti. Nel vedere la mia mano cadere, per il contraccolpo dello scalino, su quel pulsante sentii solo crescere l'agitazione, sembrava non fermarsi più e quando lei si voltò, ancora con le braccia conserte e quei capelli che sbattevano sulle labbra, accelerai il più possibile verso l'altro marciapiede. Tornai a casa confuso, la nuova carrozzina elettrica che fino ad un'ombra prima mi aveva reso felice era diventato semplicemente un oggetto di ferro e plastica e quella giornata sarebbe stata incancellabile, era chiaro che sarebbe iniziata la stessa trafila delle altre volte, quella terribile catena che non avevo mai saputo spezzare se non con il pianto era tornata, ma più forte. Il giorno dopo fece brutto tempo e rimasi a casa a leggere, era bello quel libro, parlava di una famiglia e un ragazzo nell'America degli emigranti... Bandini, Arturo Bandini si chiamava il protagonista e mi ricordo tutti i colori scuri che c'erano ma non era abbastanza perché fu una giornata terribili ed infinita quella. Il giorno seguente sapevo che se fossi riuscito a vederla un'altra volta, almeno una, le avrei dato una delle mie lettere, una delle mie e che ci vuole una notte intera per scriverla. Volevo rivederla e per una volta avere un contatto, fosse pure solo attraverso la carta, volevo diventare qualcuno per quella cosa che era carne e nervi come me, ma messi insieme meglio. Uscii che erano le cinque, l'aria era ancora fresca per la pioggia del giorno precedente ed io avevo avvolto la mia lettera con un elastico giallo. Raggiunsi quella strada in fondo al paese e mi nascosi dietro un vaso di fiori, rimasi lì per un'ora fino a quando lei non uscì, sempre così, sempre accigliata e cupa e ancora c'erano i capelli che le sbattevano sulle labbra, le braccia strette sul petto. Mi avvicinai da dietro, ero felice e sapevo che tutta quell'emozione l'avrei pagata, tanto, ma non mi importava, andava bene così, l'aria aveva uno strano odore, la luce era tagliente e lei mi stava avanti di qualche metro, andava bene così. Accelerai quando vidi che il semaforo pedonale s'era fatto rosso e fui certo che avrei avuto tempo, mi accostai e la guardai, senza dire niente allungai la mano con il mio rotolo di carta bianca legata. Lei mi riconobbe subito e mi sorrise, poi però il suo volto cambiò, tornò crucciata quando vide la mia mano tesa verso di lei. Prese il foglio e l'aprì, iniziò a leggere e mentre le sue sopracciglia cambiavano inclinazione, ancora una volta, io andai via con la sensazione d'aver colpito a morte un nemico, essergli entrato dentro fino alle interiora più profonde, con una lama lunghissima d'averlo ucciso anzi meglio ancora d'averlo spogliato di tutte le sue armi. Il giorno seguente poi non la incontrai ed era sabato, così anche la domenica e il lunedì mattina mi sentivo eccessivamente eccitato, speravo di rincontrarla ed avevo perso completamente la coscienza di me stesso, mi sembrava che da quei suoi minimi gesti del venerdì potesse nascere qualcosa, ero ottenebrato dal mio bisogno e la mia immaginazione moltiplicava quella fantasia all'inverosimile. Nel pomeriggio andai ad aspettarla nel solito punto e questa volta, quando uscì era cambiata, aveva i capelli legati e guardava, anzi cercava me. Vedendomi mi venne incontro sorridendo e non c'era pietà, ne sono certo, quei suoi occhi non contenevano pietà, sorrideva solamente e talmente bene che rimasi pietrificato nel vederla arrivare... Ancora di più quando, come nei miei sogni, mi baciò sulle labbra... chiusi gli occhi, anzi li strinsi forte mentre lei si muoveva nella mia bocca, pensavo che avrei voluto fermare il tempo e non farlo muovere più, che era bastata una lettera, che non avrei più potuto farne a meno, che per quanto strano era diventato vero alla faccia del mondo, della vita e della brava gente. Quando si staccò dalle mie labbra non sapevo proprio cosa fare, lei mi guardava come in una canzone di Chet Baker, come nelle mie canzoni, poi per la prima volta sentii la sua voce che era bella, bellissima << Vado via, era l'ultimo giorno oggi... volevo dirti grazie ed ho pensato che questo potesse essere il modo migliore per farlo... >> disse ed io non capivo. Non capivo niente, a me bastava, almeno in quel momento bastava, ed avevo le lacrime che pressavano sugl'occhi solo al pensare che ero io, che non era un film quello, non era un romanzo, era vero ed era per me. Lei poi sorrise e chinò la testa, io allora alzai la mano a le sfiorai il naso, dissi << Grazie, veramente eh, grazie...>>. Lei mi guardò e quasi piangeva, anche lei, poi disse << Ciao...>> ed io non la seguii mentre andava via, la guardi camminare e pensai ad una canzone che mi cantava Benedetto quando ero piccolo : "...ma che la baciai questo si lo ricordo, con cuore ormai sulle labbra, ma che la baciai, per Dio, si lo ricordo, e il mio cuore le restò sulle labbra...". In quel momento ebbi la certezza che sarebbe stato meglio avere un cuore malato, andare sottoterra ma vederla tornare, ad ogni estate, per ricordarmi che era stato abbastanza e che ne era valsa la pena a guardare il mondo passeggiare.
Entrano in macchina e la luce dei lampioni disegna sul viso di Carlo l'asimmetria che continua a crescere, a forzare il profilo e lo sguardo. La 127 parte e dal terrazzo Sara vede solo i fari che si muovono intorno al palazzo, si stringe nelle spalle e si asciuga gli occhi perché nella sua mente di donna è tutto chiaro ora. Non si era fidata di Carlo all'inizio, aveva creduto ci fosse un'altra donna, la sua fantasia l'aveva portata a pensare addirittura ad un'altra famiglia mentre ora era certa che si era sbagliata e che se fosse stato così forse, sarebbe stato più facile. Rientra in casa e pensa a Betto che con il suo essere bambino ora si trovava da solo con Carlo. Si rimprovera di non averlo fatto parlare "Era meglio se lo diceva a me... a Betto come glielo dice ora, come glielo dice...". Piange Sara mentre le si delinea nella testa tutto il discorso e contemporaneamente si rimprovera d'aver visto Carlo come ad una persona che abbandona un figlio, e una donna. Pensa a Giulia e tutto quello che la cadrà ancora sulla testa, a tutto quello che non ha capito da un anno a questa parte, a quando tutto sembrava perfetto, a quel matrimonio che non è stato celebrato, a Francesco. Sara, che tutti aveveno voluto capire solo come una donna di poche e sdolcinate parole, è la prima a riconoscere i gesti di Carlo come quelli di una persona che sta per finire e nella la sua smisurata voglia di vincere la realtà ora è costretta a prendersela tutta la vita, e fino in fondo. Nella macchina Betto guarda avanti e tira su gli occhiali che gli scivolano sempre. Carlo anche lui guarda avanti ma non alla strada, non sta focalizzando niente, è quello che gli serve per iniziare a parlare << Betto portarmi al policlinico, lì mi conoscono! >> L'altro sta per dire che tanto è una fesseria, che non c'è bisogno di andare al policlinico ma appena apre bocca Carlo riprende << ...Non dire niente, lo so è strano che abbia abbandonato Giulia così e in così poco tempo, che sia sparito per tutti questi mesi... Ti ricordi quando ho preso a lavorare per quella ditta un anno fa... >>. Betto non capisce, gli sembra stupido iniziare da così lontano " cazzo c'entra mo questo!? " ma lo lascia fare << 'Mbe? ma che c'entra...!? >> << C'entra Benedè, c'entra... mi hanno fatto una visita e il medico ha visto qualcosa di strano, m'ha mandato al policlinico a fare degli accertamenti e lì m'hanno detto che avevo il cuore malato, che una parte continuava a crescere e a diventare pesante, troppo rispetto al resto... succede... dicono che non c'è rimasto tanto... >> Carlo abbassa la testa e sente che quel cuore malato ha preso a correre. A tutto quella paura che ha avuto in quell'anno ora se n'è aggiunta un'altra; ha paura che stia correndo troppo quel cuore "... ti prego fai piano, ancora un altro po' per favore, un'altro po'... ti prego non correre così... ". Cerca di respirare meglio Carlo e guarda fuori dal finestrino, fa tutte quelle cose che gli hanno consigliato di fare i dottori e il cuore lentamente diminuisce il suo ritmo, lui nella gola, inizia a sentirlo sempre più lontano. E' passato, Carlo si tocca la fronte che è sudata, l'asciuga col palmo della mano e sente che il sangue si sta espandendo ma questo non lo preoccupa infondo. Betto intanto è frastornato da quella frase, non dice niente e accelera, corre anche lui, vede i lampioni della strada passargli sopra e per la prima volta prova odio per la vita " Puttana... perché... che scherzo è questo... c'ha trent'anni, ha fanno una vita di merda... s'è inventato l'impossibile per stare a galla e tu lo uccidi... troia, non puoi... con che coraggio ...". Guarda avanti e sta per piangere ma non ha tempo perché Carlo si volta e ridendo dice << Minchia che botta !!! m'ha dato una tranvata Giulia... e la tazza manco s'è rotta... ma 'ndo cazzo l'avete presa quella tazza ? >>. Betto è sempre più confuso e si volta a guardarlo, poi torna dritto e frena perché il semaforo è rosso. Si volta ancora una volta e dice << Cazzarola! Sembri Quasimodo sembri... >> e l'altro scoppia a ridere, ride di cuore perché ora sta bene, ha fatto quello che doveva fare e sta proprio bene, gli sembra che sia passato tutto, che domani svegliandosi, sarà tutto finito. Doveva essere il momento della resa dei conti, doveva provare il dolore più forte che potesse immaginare invece no << Bè non me ne frega niente di morire lo sai... L'unica cosa che non mi riesco a sopportare è che devo lasciare Giulia e Francesco ma a parte quello non fa niente... per troppo tempo non mi sono accorto di cosa era vivere e questi ultimi mesi l'ho passati a guardarmi intorno... non ci fai mai caso a quanto è bello l'inverno e il vento... E voi che vi muovete e fate le vostre cose senza accorgervi della meraviglia che siete... Lo sai che ho spiato Giulia da maggio fino a due settimane fa, mi sono fatto crescere la barba, sono andato al paese e mi sono sputtanato tutti i soldi che mi erano rimasti per una casa... e sono stato lì... non se ne è accorto nessuno... se lo sapesse Giulia che l'ho spiata per tutto quel tempo senza avvicinarmi... se sapesse perché l'ho lasciata... e tutto quello che sto provando ora ad accorgermi che c'ho avuto un culo strepitoso ad avere tutto quello che c'è... e che mi dispiace ad andare via ma solo per lei e Francesco... >>. Betto trattiene i singhiozzi ma le lacrime, quelle no, quelle gli escono e ad un certo punto si ferma e Carlo si accorge che il suo amico ha il viso rigato di pianto allora lo abbraccia. Betto lo stringe ma ancora con la voce roca per il tabacco grezzo che da anni fuma dice << Perché non sei rimasto con lei... perché non sei rimasto...>>. << Non lo deve sapere Giulia, non lo deve sapere, deve continuarmi ad odiarmi perché altrimenti le farebbe troppo male... mi vuole ancora bene e lo so e io anche ma se fossi rimasto sarebbe stato difficile per tutti... io così ho fatto quello che potevo fare... tu non dirle niente. Quando sarà tutto finito, lei piangerà ma finirà così. Se sapesse tutto impazzirebbe.>>. La macchina riprende la sua corsa e all'ospedale gli prepareranno una stanza piena di vecchi che si lamenteranno di meno e moriranno, anche loro, ma lo faranno con qualche rimpianto in meno. Betto tornerà a casa di Sara e scoprirà che lei sapeva che sarebbe tornato da solo, l'aveva capito, che farli rivedere non era stata una cattiva idea e che Giulia, la piccola Giulia era giusto non sapesse, mai.
26 Gennaio 1999
... le pagine prima sono piene di rabbia, lo so ma che ci potevo fare !... E' sciocco e mi dispiace aver passato tutto questo tempo a pensarla ma era il mio primo bacio (forse l'ultimo) ... ero innamorato... mi si fermava il respiro ogni volta che la pensavo poi la notte non dormivo, non avevo fame e... minchia stavo male! Spesso ho pensato che non ne era valsa la pena a pagare, per un bacio, con tutto quello struggimento però ora sono contento e Benedetto proprio stasera m'ha fatto capire che il dolore prima o poi finisce mentre coi ricordi buoni ci vai avanti per tutta la vita. Lui dice che non è vero che non riaccadrà ma lo dice solo per pena, la pena io la riconosco dagli occhi e mi da fastidio però a lui la perdono, a lui si. Comunque ho scoperto che con un po' di coraggio un bacio lo posso pagare coi soldi... basta scendere già alla stazione e qualcuno c'è sempre, bisognerà vedere se vorranno, se ci staranno con uno come me ma quando avrò abbastanza palle ci proverò. Lo fanno in tanti e se prima ero contro ora capisco che, qualche volta fa piacere avere qualcuno da abbracciare. L'altra sera ho visto un film, c'era un carcerato che uscito di prigione ha racimolato dei soldi per portarsi una donna al letto, per tutta la notte l'ha abbracciata e basta... Lo so che non è mai così ma è uguale, in fondo lo scopo è lo stesso... ho letto tanti libri io e in tutti quelli che, a un certo punto, parlavano di sesso c'era sempre la sensazione che tutto era perché qualcuno aveva voglia oppure bisogno di ricordarsi di se... così io non voglio più dimenticarmi di me, anche se non sarà uguale e continuerò ad aspettare una donna con i capelli neri e le braccia conserte basterà guardare da vicino qualcun altro e immaginare che sia lei o qualcuno per lei. Poi tra qualche mese sarà maggio e quello è di tutti, anche per me.
La stanza ha il soffitto alto, ci sono sei letti, tutti occupati e l'odore di ospedale si mescola a quello di vecchio degli astanti anziani. Carlo è in uno vicino alla finestra ed è notte fonda mentre, stranamente, non arrivano rumori da fuori. Le uniche cose sono il russare e la luce del corridoio che sbatte sul soffitto, disegna un quadrilatero sbiadito e scende giù fino al davanzale. Carlo è sveglio, respira lentamente ma regolare, l'infermiere di turno è appena passato e lui ha dissimulato un sonno tranquillo perché sa che sarebbe inutile farsi notare, chiamarlo e non avere alcuna richiesta realizzabile. Prova a muoversi, si gira verso sinistra, si curva per lenire il fastidio ai reni provocato dalle giornate passate in quel letto ma, anche questo, gli ferma i respiro alla gola. Da due mesi ormai manca sempre più spesso d'aria e i movimenti che prima erano naturali ora gli richiedono l'impegno di una prima volta, in più la calma. E' rivolto verso la finestra, la serranda non è completamente abbassata e da lì si vede un palazzo popolare, una casa dove è accesa una luce. E' una cucina e qualcuno ci si sta movendo dentro, Carlo, dal suo buio, inizia a osservare i gesti di quell'uomo che spegne il gas, prende la moka e si versa il caffè, lui intanto si ricorda di quando lavorava ai mercati generali e a tutte quelle notti a scaricare casse che era ancora un bambino. Meglio ancora dei vecchi con le canottiere a costine rosa, delle sigarette che comprava per suo padre, quel pacchetto verde e un veliero sopra, della bicicletta che usava poi per andare a scuola. Sente la nostalgia del freddo di gennaio Carlo ma quella non basta perché l'invidia è più forte, pensa potrebbe esserci lui, lì, al posto di quella figura, che avrebbe potuto avere una casa, e Giulia, e Francesco. Sorride un poco, ma solo con la bocca e si domanda se quella persona sta capendo la fortuna della statistica, se da quella casa, qualche volta abbia preso coscienza che tutto è poco più di un caso, che se solo avesse voluto, qualcuno, avrebbe potuto scambiare i due posti e nessuno se ne sarebbe accorto. Sente una fitta sullo sterno, chiude gli occhi e apre la bocca; respirazione lenta, appena percettibile, poi piano tutto torna normale. A volte il dolore sa essere naturale come una ruga e dolcissimo nell'andare via, lasciare una sensazione netta di pace, la tranquillità sottile della luce quando è notte e la luna non c'è. E' abituato ormai a questo, non ci fa più neanche caso, e passata quella pena torna alla realtà, a quel letto, alla cucina di fronte, all'immagine del minestrone che bolle e l'odore del sapone di Marsiglia dagli strofinacci bianchi. Torna a guardare oltre la finestra ma la figura di prima scompare dietro il muro e con lei il tavolo che appena si vedeva, i piatti di porcellana appesi al muro, la luce è stata spenta. " ... finora non l'ho fatto per coerenza... a me andava bene anche così... e poi non m'è mai sembrato giusto pregare... anche ora mi sembra da ipocrita ma in fondo sono arrivato qui e non ho detto niente... ho visto tutto quello che avevo, Giulia e Francesco che non ho potuto cullare nemmeno una volta, andare via... anzi sono sparito io per non far sentire il dolore e tu lo sai che è stato difficile... specialmente quando mi nascondevo per guardarli e c'era Giulia che si teneva stretto stretto Francesco... e poi si allungava sul divano, con lui sopra...". Piange Carlo, per la prima volta da quando è iniziata tutta questa storia, non gli importa di morire, a quello ci si fa l'idea, il difficile sta nell'andar via e far finta che non sia per sempre, sapere che non si può tornare neppure quando sarebbe necessario. "...se ci stai, se come dicono queste parole le stai ascoltando io t'ho odiato Dio, per quel divano e ancora di più se penso a mio figlio... non ho paura, io, dell'eternità, non la posso capire e tutte le parole che dicono mi sembrano insignificanti. Per me c'è solo questo e forse neanche più... Credo in quello che sono stato, e in quello che sono... nei letti di ferro e nei respiri di questi vecchi... so che sto per finire ma non m'importa perché ho un figlio e una moglie... ho una famiglia se puoi capirlo... e neanche troppo facile come famiglia... Francesco non sarà mai normale, sarò sempre uno diverso e quelle braccia non sapranno mai stringere sul serio, come piaceva a Giulia... sarò solo Francesco... lo capisci almeno questo, sarà solo... solo !... ". Tra il russare degli altri si sente un sibilo, è Carlo che cerca di trattenersi e questo gli fa male, il dolore ormai ha raggiunto ogni parte del busto, gli sembra di soffocare ma non si ferma di piangere, di forzare sui polmoni come se questo, in fin dei conti, potesse non esser vano, potesse valere. "... Non lo so se ci stai, ma voglio pensare di si e se questo sono gli ultimi respiri, ti prego fa che ne sia valsa la pena, che Giulia trovi qualcuno, la sappia far stare bene e che Francesco... non te lo chiedo un miracolo ma almeno fammelo piangere il meno possibile, il meno possibile ti prego...". Ora Carlo non lo sopporta più, il dolore, ed è costretto a lasciare che le palpebre tornino alla loro tensione, riapre la bocca e ritorna a respirare lento, regolare. Questa volta ci vuole di più per far defluire la pressione ai lati del petto ma tutto ritorna normale. E' passato e Carlo con il viso rigato di sbieco dalle lacrime ora sorride veramente e gli occhi già piccoli acquistano la curvatura della serenità. Tira su col naso come un bambino quando di scatto si alza dal letto, rimane seduto un po' per prendere aria poi prova a scendere, tocca con i piedi bianchi il freddo del pavimento e per quanto l'abbia fatto per una vita intera questa volta sente un'emozione fortissima , un brivido che gli fa chiudere gli occhi. Rimane così per un quarto d'ora e in tutto quel tempo non pensa a niente, quasi non ci fosse niente da fare Carlo rimane solo a salutare il freddo della maiolica, come si fa con un'amante quando sale su un treno.
2 Marzo 1999
...e dovrei cominciare dall'inizio ma sarebbe troppo... così ho incontrato una donna, ma non proprio una donna, qualcosa in più e qualcosa in meno di una donna comunque qualcuno che mi ha tenuto per un po', e stretto. Ero andato ad accompagnare Benedetto al treno e mentre tornavo le macchine mi passavano, misembrava di essere in America, su una di quelle strade che non finiscono mai, io e la mia Pinta ce ne andavamo con quel poco di sole in faccia che lasciava febbraio. Stavo bene e me lo ricordo, pensavo sempre alla donna con i capelli neri ma non mi faceva male, ancora mi aspettavo comparisse da dietro qualche tiglio, sapevo non sarebbe accaduto ma andava bene così. Comunque sia io me tornavo a casa e guardavo le foglie grosse per terra che crocchiavano sotto le ruote, tutto bene dicevo, tutto tranquillo quando...Quando da dietro uno di quegli alberi, ho visto una gamba con delle calze nere, a rete, c'era una puttana, si, proprio una puttana seduta su una pietra miliare che mi ha guardato. Devo essere sincero un po' mi sono vergognato poi, tutto di botto mi sono detto " e se lo reggo lo sguardo che vuoi che accada !!!" così ho preso a guardarla anch'io. Evidentemente non era uno sguardo buono il mio perché lei mi ha domandato << Perché mi odi? >>. Io non la odiavo e ho sorriso poi ho bofonchiato al solito qualcosa, volevo scusarmi e lei si è arrabbiata. Ha detto << Parla bene, non ti capisco...>>, per la prima volta mi stavano rimproverando perché parlavo male. Giuro m'ha detto proprio così - Parla bene, non ti capisco - ecco che mi ha detto, allora io ho preso aria e ho cercati di parlare bene << Non ce l'ho con te >>. E lei << Strano mi hai guardato con tutta la rabbia che c'è... quanto c'hai in tesca? >>. Io sono rimasto di stucco, insomma l'avevo detto che ci sarei venuto, prima o poi, alla stazione ma era per dire. << Solo diecimila >>, e lei << Con diecimila ci scappa un bacio alla francese >>. Io non ho capito e le ho chiesto << Dove? >>, che poi è una domanda del cazzo, un bacio lo dai dove stai , mica ci si prepara per un bacio, mica serve un posto speciale... E invece no, lei ha detto << Vieni con me, vieni lì dietro, c'è una capanna di latta... ce la fai co 'sto coso? >>. "Coso" la chiamava, la mia Pinta, come fosse una qualunque... ma in fondo è difficile pensare si possa voler bene a una macchina e poi lei era bella e io subito l'ho perdonata. Siamo entrati in quella capanna e il tetto sbatteva al minimo soffio di vento mentre per terra c'erano dei cartoni e delle coperte. Lei mi ha preso in braccio e mi ha messo per terra, "Strano..." ho pensato "...eppure non sono leggerissimo!". Infatti era un uomo quello, non me ne ero accorto dalla voce, non avevo fatto caso a niente, ero emozionato, quando l'ho capito però non mi ha fatto schifo, poi lei era bella e per me una donna. Mi ha baciato, all'inizio non è stato come con la donna con i capelli neri ma più passava il tempo più diventava meglio. Quando abbiamo finito di baciarci fuori era quasi notte e lei mi ha tenuto abbracciato per un po'. A dirlo non ci si crede, ho iniziato a parlare, a modo mio ovviamente ma tanto lei mi fermava quando non capiva. A un certo punto ha detto << Ma tu parli sempre così tanto ? Poveracci i tuoi...>> , ed io ho preso a parlare di mamma, del fatto che c'è sempre , che non le racconto tutto, tanto lei capisce. Lei, che per me ora è solo Alice, ha pianto un po' ma non era niente di grave, pensava alla sua, di mamma, che l'ha cacciata di casa. Mi ha detto che non ci pensa mai alla madre ma le manca e forse le mancherà sempre. Comunque da quel giorno ci vado tutti i pomeriggi e ora non pago più, rimaniamo un po' nella capanna di latta, stiamo insieme e mi sembra di essere un uomo lì, di avere accanto qualcuno di veramente importante, mi sembra di essere felice. Alice dice che non può durare, che la cacceranno dal paese per questo ma poi si corregge, mi posa la testa sul petto e rimane così, mi fa promettere che le lettere le scriverò solo a lei.