L'AMANTE
...e voglia d'abbracciarsi, malgrado tutto, come ci si gratta.
L.F.CELINE
La notte, più forte della mia stessa stanchezza, mi teneva gli occhi aperti in un meccanismo ottuso, le tempie mi battevano continuamente per un solo pensiero nervoso, le labbra mi pendevano come sul viso d'un vecchio. La cura di me stesso non accennava alcuna parola, neppure un sussulto, costretto nel gesto d'abbandono il mio respiro, come una polvere finissima, mi gravitava intorno. "Qualcosa, nel conto, non torna..." mi ripetevo. " Semplice come ogni incidente, spiegabile. E' un errore di forma, è solo l'uomo nella sua immagine più debole...proprio bisogna cercare un nuovo riparo, una coperta migliore che non gratti la pelle, non la consumi." Naufragando allora tra un diniego ancora caldo e una speranza in fasce mi trovai a bussare, con certezza innaturale, alla porta facile, più profonda del corridoio. Tre colpi brevi per un indirizzo solo, solo per una voce prima e una mano dopo che mi aprissero la verticale della rinascita. Una camera a nord con la luce troppo gialla ed una donna ritta sulle reni mi entrarono, mestamente nelle pupille e, senza inibizione, quasi come un'abitudine arrivarono alle tempie, le fermarono. Furono poi le parole ad accompagnare i gesti stentati fino al momento dell'ultima frase, fino a trovarmi nel letto piccolo, accostato alla parete, stingendo una carne nuova. La notte passò così, lentamente e noi dentro ci aggrappammo ancora un poco, ci tenemmo l'uno all'altra per preparare meglio il ballo, la veglia di festa degli incontri seguenti. Nella perfezione dell'ombra si costruì il mosaico essenziale, quel gioco elementare prendeva corpo, delineava i confini, smussava le acutezze, colorava gli spazi liberi fino ad eliminare ogni minima imperfezione. Nascondendosi alla luce del giorno e copiandola la notte in un flusso puntuale e preciso mondava la nostra stanchezza, l'alleggeriva con l'esperienza di un ladro, l'addormentava con la coscienza d'una madre ogni notte che tornavo a bussare. Di giorno, tra gli anziani a cui dovevamo organizzare le vacanze, rimanevamo comunque dei buoni conoscenti e conservavamo il segreto con disinvoltura, cedendo talora all'ingombrante alibi del tempo per cercarci le mani, le caviglie o il collo. Gesti minuti, senza apparente importanza che preludevano la notte quando, preso dall'imponente getto celebrale, arrivavo a quella stanza e senza rammarico, d'istinto primordiale m'avviluppavo a lei. Ogni volta, come fosse la prima, mi meravigliavo delle mani piccole, della pelle, del senso di protezione nei seni e meglio degli occhi in cui convogliava la brillantezza dell'istante. In quelle ore prima dell'alba, ritrovavo la casa, il pensiero più puro, la certezza dello scoglio su cui riposare, stanare molluschi, aprirli e mangiarne la polpa nitida, rinchiusa nel miracolo della scorza. Mi rifugiavo tra quelle braccia come un bambino, ero nascosto da lei, interamente e vuoto da qualsiasi proforma. Le spalle finalmente vibravano per un motivo, per qualcuno esistevo finito e povero, pulito in un gesto di spasmo. Ma la fortuna non lavora a cottimo e non si ferma, come un vento devastante entra, non si ferma, fino all'ultimo istante cambia, migliora, addolcisce così, quella donna, dopo il corpo mi chetava la mente. Parlava, senza bellimenti inventava il pensiero e domandava solo d'essere occultata. Per non consumarmi aspettava, aspettava la mia nudità e non entrava, aspettava sull'uscio, come un ospite gentile, che riassettassi la casa. Era lì, rimaneva a guardarmi, nel suo vestito blu, e io ne ero fiero; di tutto quel sogno esisteva un principio inconfutabile che non era il sonno, esistevamo in due ed ancora nessun altro. Matrimonio, convergenza, fusione incandescente. E se l'amore è un mercante che vuol esser pagato, che guarda i tuoi averi e stima quanto riuscirà a ricavarne, la pietà è una madre sorridente, accovacciata sul bambino per stringergli la sciarpa. L'ultima volta che vidi quella donna fu sotto casa sua e anche quella volta , con dolcezza estrema riuscì a curarmi, senza per nulla scalfirmi.
L'amante è un bambino, vestito da adulto, che ruba nella credenza con la bocca aperta.