After the rain

Rumore come un "croc", plastica rigida che reagisce male alle imperfezioni della strada; un tono unico e netto,qualcosa di inopinabile come le mandate di una porta già chiusa. Fuori s'è fatta la notte, la strada sotto va via regolare, la radio suona "When i fall in love", Chet Backer canta e l'auto nuova, color canna di fucile svolta a sinistra, poi a destra su un vialone di raccordo.
Dentro una donna guida e guarda avanti, tiene una mano sul volante e l'altra sul cambio anche se, qualche volta, quando non usa i denti, le labbra, le tocca con le dita,dita lunghe e labbra rosa, truccate mai e i capelli neri, d'un nero sporcato da qualcosa di chiaro sulle punte. Una volta su un milione e per intero ancora più chiaro, bianco.Addosso ha una vecchia maglia grigia come la macchina e la porta a pelle. Le piace sentirla, la lana, pizzicare al più piccolo dei movimenti sui polsi, dietro il collo e di più sui seni ogni volta che si gira. Anche quando proprio non sarebbe il caso, la lana è lì a grattare la corona più rosa, quella più sensibile, a far chiudere gli occhi per un attimo e a far sentire la sensazione forte di un'esistenza protetta.
Sta per dire qualcosa all'uomo accanto a lei ma nel respirare avverte l'odore della propria pelle allora rimane in silenzio e alza il volume della radio come se questo, in fin dei conti, potesse distrarre l'uomo. Lui quell'odore lo conosce bene e non gli serve respirare per sentirlo, è uno stato a se stante e da quando è entrato in quella macchina, come un'allucinazione, quell'odore lo porta indietro nel tempo. Accende una sigaretta di tabacco francese, pacchetto blu, elmo gallico e sapore secco, poi si guarda le scarpe e pensa a cosa sia successo di importante per mettere proprio quelle oggi, cosa c'era da fare?Un'altra volta arriva e lo distrae quell'odore, come una pioggia estiva ripassa la coscienza d'averlo avuto, tanto tempo fa, attaccato sulle spalle, sulle mani, fin dentro il torace. Manda indietro la testa e con uno scatto di nervi, le scarpe, le nasconde dietro l'ombra.
La radio suona e questa sera suona jazz. Lei lo conosce bene il jazz e dice - " Petrucciani'"- con l'accento sull'ultima "i" perché lui era francese e suonava..." Dio come suonava..." pensa lei "...novanta centimetri, al più un metro che correva per intero sulla tastiera... malattia strana la sua, si rimpicciolisce e si muore così...", non vuole parlare ma le ultime parole le escono dalla bocca da sole. Lui non capisce, cerca d...andare da un...altra parte con la mente e quella canzone l...ha già sentita..." Pozzuoli, si, Pozzuoli quando zio Antonio, sottovoce, ha chiesto "The Prayer",prima di morire mica un prete, no, lui voleva sentire il pianoforte...". Sorride l'uomo e gli sembra d'aver passato lo scoglio ma, quasi per sfida, si volta e si trova a guardare la donna mentre i lampioni illuminano gli occhi a intervalli regolari... Peggio di prima...ricorda quegli occhi, l'unica cosa che rifletteva la poca luce d'un'alba estiva in una camera piccola, ricorda tutto e bene...anni e ancora anni eppure tutto torna su come tenuto sottovuoto, ancora quell'odore.
La macchina svolta di nuovo a destra, esce dal traffico su una strada lunga e libera, il rumore di fondo aumenta e la donna fissa il punto lontano dentro la notte...sembra che con lo sguardo possa rompere quel muro di buio, più passa la strada più sia sul punto di toccare la fine, vedere nitido il fondo di quella strana scatola, un proiettile che lascia indietro il contorno'ma il bersaglio è da un'altra parte e la macchina prende un breve viadotto che sfocia su un incrocio.
Lei, tocca a lei ora ...un semaforo, due minuti netti per capire cosa succede...il maglione grigio non si mette per caso, lo sapeva, stamattina, che qualcosa sarebbe successo...Un viaggi in treno, certo, niente di più tranquillo eppure la maglia grigia proprio ci stava bene...forse la nebbia del nord, i lampioni accesi...Comunque undici ore di viaggio e tutto era andato liscio, ritardo di mezz'ora, niente di grave...solo in stazione, in stazione aveva visto un cappotto nero e una testa chinata a far ombra sui piedi...familiare, troppo per resistere.
Lui è tornato subito sulle scarpe, poi sul finestrino mentre la mezza sigaretta lanciata fuori si spegne in una pozzanghera... E' lei ora a guardare, e lo fa con la bocca semiaperta che aspetta...c'è pubblicità alla radio mentre ci vorrebbe una voce di donna, calda e lenta, che cambiasse tonalità in modo quasi continuo, senza grossi traumi. Ci vorrebbe qualcosa di attinente all'inverno, alla pioggia che è iniziata a scendere, a quella notte perché il contrabbasso accordasse il sangue, il sassofono facesse urlare le dita ed il piano volare la bocca. Tuttavia non ci crede lei all'amore, no...è solo una bugia, un bieco espediente della natura, una cartina tornasole della viltà... " troppo facile in due...e poi ora non mi sembra proprio il caso... " si ripete, allora chiude la bocca e scuote la testa, i capelli le sbattono sulle orecchie e le si forma una ruga intono alla giunzione delle labbra.
La macchina è ripartita e lui ha passato l'imbarazzo del semaforo; non ha alcuna intenzione di incontrare lo sguardo di lei per intero, gli sembra abbastanza quella tortura... e poi non ci si lascia andare così, si sta da una parte, non si può intervenire, magari ci si metterebbe a piangere o a bestemmiare ma bisogna mantenere la calma.
Lei ha un sorriso finto sulla faccia, lui accende un'altra sigaretta e stringe un poco i denti per scaricare la tensione, dopo un quarto d'ora nessuno ha ancora accennato una parola se non in modo fortuito e a meno dei saluti iniziali. Sembra una di quelle vecchie coppie che ha finito le parole da anni, le ha svendute all'inizio ed ora non sa più come ricomprarle. Ognuno nella propria porzione di sedile e niente più da condividere se non il letto alla sera e, quando serve, una dose reciproca di conforto per tirare avanti, abbracci con un misurino rimpicciolito dal tempo.
La macchina si ferma sotto una palazzina senape e da una finestra al secondo piano una figura guarda fuori. Lei riconosce la madre dell'uomo, lui prova un po' di gelosia ricordando le passeggiate che, in primavera, fanno i suoi...lui che non ci riesce nemmeno da giovane a camminare con una donna accanto senza provare un minimo di ostilità e paura sentendosi a suo modo nudo. Lei pensa a quante volte s'era trovata a parlare con quella signora con la pelle troppo liscia per la sua età e a quando le aveva detto "...Spero che, almeno a te, qualcosa la dica..." e di quanto fosse stata fiera, annuendo con la testa.
L'uomo senza alzare lo sguardo saluta, ringrazia e scende, lei, malgrado la pioggia, anche lei e gira intorno alla macchina ...i fari illuminano i fili d'acqua e un muro ancora da finire...lui tira su il bavero e per la prima volta la guarda negli occhi, nota una goccia che scivola insieme alle altre. Proprio da dove finiscono le ciglia rotola giù e, se non ci fosse la pioggia, la si direbbe una lacrima quella goccia...una di quelle trattenute, che camminano per tutto l'occhio senza dare fastidio e arrivate in fondo si fermano, aspettano e continuano a domandarsi se sia proprio il caso, se sia necessario...
Lui sorride e scrolla le spalle, lei gli prende una guancia tra le dita, come si fa con i bambini poi torna in macchina e riparte. L'uomo rimane a guardare quella macchina andar via, in una mano ha una valigia e l'altra la tiene in tasca, la sigaretta l'ha stretta con i denti. La sagoma grigia ora è sparita e lui continua a rimanere sotto la pioggia, poi riabbassa la testa ed entra nel portone gustando il coagularsi di qualcosa nella gola.
Dopo un chilometro scarso la macchina si ferma sull'entrata di una casa bassa, la donna scende ed apre a mano il cancello di ferro, parcheggia la macchina e la chiude, poi entra in casa. Dentro c'è odore di chiuso e assenza prolungata di luce, lei alza l'interruttore della corrente, entra in una piccola camera da letto e accende un vecchio stereo di metallo ossidato dal tempo e dall'umidità, di nuovo jazz. Poi entra in bagno ma solo per poco, non c'è acqua calda e allora torna in camera, s'infila una giacca di pelle, apre le finestre e si stende sul letto. La musica è solo la tromba'" My funny valentine "...dolce come una carezza e calda, con il suo rumore di anni 50, come una coperta...la sente affievolirsi, poi ripartire e ancora adagiarsi, fingere un tono troppo alto e andare via...assopimento e sogno...una collinetta di terra, le unghie sporche, e un costume, un fiume freddo e le trote che muoiono con un uncino attaccato al palato, la cartella di cuoio e il sole in un pomeriggio di primavera...uno sbattere di nocche contro il legno; bussare e musica, ancora.
Si alza, va verso la finestra, è spiovuto, guarda fuori ma non può vedere il portone, allora esce dalla camera e corre fino alla porta "...mica ci si lascia così...", la apre e'c'è un ramo spezzato che ancora dondola sfiorando la persiana della cucina, dalla camera si sente suonare Coltrane che lento porta avanti la sua "After the rain".



Torna all'indice dei racconti

Torna all'HomePage

Hosted by www.Geocities.ws

1