Iniziavamo a medar el formento (tagliare il grano) di solito a S.Antonio,il 13 di giugno,
ed era un rituale immutabile nel tempo. Infatti cominciavamo col fare le caretade
(stradine) nel campo per il passaggio dei buoi,
tagliando il grano con la mesora (falcetto).
Quando i sentieri erano tracciati si passava con la segatrice- che serviva sia per mietere il grano,
per tagliare la polenta, l'erba nei campi -trainata da buoi.
Al termine della trebbiatura, facevamo i manè (fasci di grano) legando il frumento con i balsi ,
strisce di caressa (erba che si trovava nei fossi) e ponendoli in crosette.
La crosetta era un mucchio di 13 manè disposti su 3 file,rispettivamente di 3, 4 e 3, con i restanti 3 coricati
sopra come cappello perché i fasci non si bagnassero.
Le crosette non venivano subito portate via, sia perché il grano doveva seccarsi e sia perché il campo
doveva essere arato per la semina del sinquantin (polenta che cresceva in 50 giorni e ciò permetteva
di fare 2 raccolti).
Al termine della semina, le crosette venivano portate a casa e sul selese (parte dell'aia fatta di solito
concava e di mattoni, che serviva par batar (per scuotere) o il riso o il grano) si facevano
i cavaioni (covoni).
Verso luglio poi, c'era finalmente la parte conclusiva della mietitura, con l'arrivo del batidor.
Questa era una macchina che veniva utilizzata per dividere il grano dalla paglia e dalla pula,
ed era formata di solito da 3 parti: la prima era il vapor, il motore dell'apparato che funzionava a legna
e che tramite una cinghia faceva funzionare il resto, il secondo pezzo era el batidor,
che serviva per sbattere le spighe e quindi dividere il grano dal resto.
Per ultimo arrivava la pressa che ammucchiava la paglia, la pressava e la disponeva in balle.
Sotto el batidor c'era un contenitore da 50-60 Kg, detto misura; una volta riempito,
il capo macchinista tirava una leva che svuotando la misura incrementava un conta-scatti.
Al termine della battitura, si moltiplicava il numero di scatti per la misura.
I quintali risultanti indicavano il prezzo da pagare per l'affitto del vapor.
I paiaroi (le persone che lavoravano per la mietitura) venivano pagati un fisso all'ora più due chili di frumento;
questo extra era tante volte più utile del denaro.
(Racconto di Renato Marcantoni - Sagra 1999 -)
...gli alleati sono arrivati a Zevio e il Castello è il loro quartier generale.
Tino Turra e Danilo Costa decidono di andare una mattina molto presto ad avvertire gli americani che in paese sono nascosti degli inglesi e precisamente due da Migliorini e uno da Turra.
Con l’aiuto di un interprete decidono di partire per Bosco; sulla Jeep militare, oltre ai due compaesani, ci sono quattro militari.
All’altezza di S. Antonio sono sorpresi da un gruppetto di tedeschi in ritirata; ne segue uno scontro a fuoco.
La prima cosa che passa per la testa a Tino e a Danilo è quella di saltare nel fosso e aspettare che la tempesta di pallottole smetta.
Passata la bufera, il gruppetto risale in macchina e arriva davanti alla chiesa di Bosco.
Giunti in piazza, alcune persone vanno a chiamare i due soldati che sono nascosti sotto una catasta di legna.
Questi vengono trascinati in paese perché non vogliono credere alla possibilità che gli alleati siano arrivati.
La scena dell’abbraccio tra connazionali, dicono, è stata una cosa memorabile; tra pianti, e abbracci e stramboti inglesi..
Terminati gli abbracci, mentre i due inglesi salutano e ringraziano Migliorini per averli nascosti e sfamati per tanti giorni, i militari alleati consegnano ad alcuni paesani dei 91, moschetti con i quali possono difendersi da visite sgradite.
Verso mezzogiorno una pattuglia tedesca arriva dalla Bertolda usando Silvio Marconcini come scudo, perché vogliono, passando da S. Spirito-Polin-Perzacco, attraversare l'Adige e scappare verso Soave, dove gli americani devono ancora arrivare.
All’altezza dei steccati di Leone Sonato, nascosti dentro la canaletta, Danilo Costa e Toni Cafetira (Antonio Vesentini) attendono il passaggio della comitiva; hanno puntato il capitano che guida la colonna: preso bene la mira, sparano insieme una raffica di colpi, che produce una fuga veloce verso la Canova della brigata tedesca.
Il risultato dello scontro è l'uccisione del cavallo del capitano, che viene lasciato sul bordo della Giarina.
A quei tempi la carne è una prelibatezza enorme e trovare un animale grande significava mangiare da siori per giorni.
L’equino viene trainato da tante famiglie del Bosco, dai Begini, Perobelli, Pedrazzini, Barco, da Vesentini e appeso sotto il portico, pronto per essere curato: chi tagliava i pezzi di carne, chi il seo, il grasso che verrà utilizzato per fare il sapone...
Alle 11.00, in cielo iniziano a passare i primi aerei americani, segno della fine della guerra, ed Emma Turra appende una bandiera bianca fatta con una camicia sul paiar come simbolo di liberazione.
Danilo Costa e Toni Cafetiera, dopo lo scontro a fuoco, decidono di andare verso S.Spirito per fare un giro di perlustrazione.
Giunti in corte Farina, vengono intercettati da due tedeschi in fuga.
I nostri compaesani consigliano ai militari di arrendersi.
Il pensiero degli alemanni è: "Meglio gli americani che i partigiani".
Tornano sui loro passi perché Emma Turra, con la scusa di cercare il nipote nei campi e dopo aver nascosto nel sime la bandiera, giunta dalla Canova informando che una pattuglia tedesca, comandata da un burbero tedesco, ha fatto picchetto con le mitragliatrici davanti alle case dei Vesentini, con il sospetto che il padrone del cavallo sia stato ucciso.
Le persone che prima erano fuori, piene di speranza per la prelibatezza che li attendeva, ora sono nascosti nelle stanze, ed inginocchiati aspettano pregando che il tutto finisca.
Danilo e Toni, con la giacchetta a spalle e fischiettando tornano in paese con la tipica espressione di chi dice: "cosa è successo, noi siamo appena arrivati".
In Via Botteghe escono le donne dei Bianchi, Negri e Rossi (anni prima abitavano lì i Gatto, Ratto e Trappola) impaurite perché i loro uomini sono rinchiusi dai Vesentini.
Alle 17.00 finalmente i tedeschi se ne vanno dopo aver chiesto al vecchio Vesentini la strada più corta e sicura per attraversare l'Adige.
Ora il cavallo ucciso poteva essere suddiviso tra tutte le famiglie!
(Racconto di Danilo Costa - Sagra 1999 -)
Sono della classe del ’20 e sono partito per il fronte il 9.09.1942 con la classe del ’23, all'età di 22 anni. Lavoravo nei campi.
Alla notizia della mia partenza ci fu molto sgomento nella mia famiglia, consapevole che la mia destinazione era il fronte.
Partii dalla stazione di Verona diretto alla caserma "Armando Diaz" di Trento, dove rimasi per sei mesi.
Qui arrivò l'ordine di partire per l'Africa settentrionale; fui arruolato nella Fanteria Motorizzata del 61° Reggimento.
Partii quindi da Trento con destinazione Trapani, dove avrei dovuto prendere l’ aereo per l’Africa. Ma a Palermo gli americani mitragliarono il nostro convoglio.
C’era molta confusione e, per salvarci, siamo dovuti scappare nei campi.
Impiegammo otto giorni per arrivare a destinazione e il cibo scarseggiava; avevamo qualche galletta e qualche scatola di carne e pochissima acqua.
Arrivati a Trapani, l’aereo ci trasferì immediatamente in Tunesia. All’arrivo ci inserirono subito con i soldati più anziani del posto ed io fui subito mandato al fronte in Prima Linea.
Il mio incarico era di mitragliare ed usavo una 37 Breda.
Rimasi al fronte per quarantasette giorni. In questo periodo ho visto tanti morti, corpi lacerati dalle granate.
Ricordo di essere inciampato cadendo sul cadavere di un soldato.
La vita al fronte era durissima: lontano da casa, con pochi mazzi per vivere.
Circolavano voci che dall’Italia, invece di rifornirci di fusti di benzina, arrivassero in Tunisia fusti pieni d’acqua.
Il 7.04.1943 fui fatto prigioniero dagli inglesi.
Nel periodo della prigionia fui impiegato nella demolizione dei rottami degli aerei inutilizzati.
Si dormiva sulla sabbia, in dieci in una tenda, divisi in reparti, in un campo di cinquemila prigionieri.
Il cibo era scarsissimo e per sopravvivere aggiungevamo al pasto le porcellane, erbe che crescono spontanee nella sabbia e che rendevano le razioni più sostanziose. Ci si nutrivano gli animali.
Ricordo che un giorno mi sono perso nel deserto con un commilitone di Bergamo.
Mentre vagavamo per trovare una via battuta abbiamo trovato una jeep mitragliata dagli aerei.
Fu la nostra salvezza perché potemmo alleviare l’arsura bevendo l’acqua arrugginita del radiatore.
Bisognava sopravvivere nonostante la situazione molto difficile.
Ricordo un giorno che, mentre al campo facevano la dispensa di una razione di pane, due napoletani si sono accoltellati per un tozzo di pane; subito portati via, non li ho più visti.
Fui trasferito anche in Palestina. Per lavarci dovevamo fare il bagno nel Canale di Suez e ho rischiato di annegare.
Tornai in Italia nel ’47 e sulla nave eravamo in settecento.
Con me c’era anche il mio compaesano Brun Egidio, che ora vive in Francia.
Durante il tragitto in nave, per la fame, ho ceduto per un pezzo di pane i tre santini che tenevo gelosamente nascosti; sembrava una spugna, ma ne feci un sol boccone.
Al ritorno a casa, pesavo solo 37 chili, avevo sofferto molto, ma la cosa più amara è che a Taranto gli ufficiali ci hanno accolto come traditori della patria, perché abbiamo perso la guerra.
E pensare che sono rimasto lontano per cinque anni dalla famiglia...
(Racconto di Armando Andreoli - Sagra 2000 -)
Il Concilio Vaticano II suggerì alle Chiese un rapporto di collaborazione, così tra Mons. Carraro, vescovo di Verona,
e Mons. Viola, vescovo di Salto(Uruguay), ci fu l’intesa di organizzare una missione pastorale in America Latina.
Da Verona partimmo io e don Luigi Verzè. Il viaggio in nave durò 16 giorni: Genova, Barcellona, Lisbona, Rio de Janeiro,
Buenos Aires e finalmente Montevideo.
Durante la traversata oceanica, causa mare grosso, ci ritrovavamo a dormire con i piedi in alto,
mangiare inseguendo il bicchiere sul tavolo. A Montevideo, una volta sbarcati, ci ritrovammo dinanzi un uomo alto, magro,
con le maniche di camicie "fatte su", vestito come tante altre persone: era il vescovo ausiliario di Salto,
Mons. Marcelo.
Per me, arrivare dall’Italia, dove i vescovi erano tutti vestiti in pompa magna, vedere un ecclesiale indossare abiti borghesi mi lasciò esterrefatto.
Lo salutammo dicendo: "Buon giorno Eccellenza". Ci rispose: "Qui non esistono Eccellenze" e da allora sua Eccellenza,
il vescovo di Salto, Marcelo Mendiharat fu per noi solo ‘Monsignor Marcelo’ .
Ci accompagnò a Guichiòn, una diocesi grande come la provincia di Verona e di Vicenza messe insieme.
Fu proprio in questo pueblito che nacque il nome Zenon. Infatti in spagnolo Zeno si pronuncia "seno"
e non era conveniente per un cura (prete) essere confuso con il petto materno.
Molte volte la gente del luogo era stupita vedendomi, perché quando sentivano Padre Zenon si immaginavano
una persona grande e grossa e ritrovarsi di fronte un uomo della mia statura li lasciava un po’ esterrefatti.
Prima di partire dall’Italia avevamo seguito un corso di spagnolo, ma in 15 giorni non è che si possa capire molto,
così la mia conoscenza della lingua era quella che era.
A tal proposito, all’inizio quando le persone mi chiedevano qualcosa, non capivo una parola e non sapendo cosa fare,
mi mettevo a ridere. Così facendo, i miei interlocutori pensavano che capissi tutto il discorso, ma la realtà era molto diversa.
Le prediche le scrivevo in italiano e le traducevo in spagnolo con l’ausilio di un vocabolario.
Una di queste volte, durante una messa domenicale, la chiesa era gremita e sentendomi emozionato cercai di tradurre
mentalmente la frase "Sono molto imbarazzato di essere qui con voi " e pronuncia :" Soy muy embarazado de estar aquí con vosotros".
Tutti i fedeli in chiesa scoppiarono a ridere e vedendo che non capivo il perché di questo comportamento mi dissero
che la frase significava:" Sono molto incinta di essere qui con voi". Infatti "Embarazado" significa appunto "incinta" e non "imbarazzato".
Nel 1973, ci fu il colpo di stato militare.
Noi, lontani 600 km dalla capitale, sentivamo all’inizio solo gli echi di quello che stava succedendo.
Solo l’anno successivo iniziarono i controlli a tappeto: la canonica veniva periodicamente perquisita,
tutti i gruppi di preghiera, gli incontri furono sospesi, perché ritenuti sovversivi, le bibbie sequestrate
ed eravamo soggetti a proteste pubbliche, calunniati sui mass-media.
Mons. Marcelo, di ritorno da Lima dove aveva seguito la visita del Papa in Cile, fu bloccato alla frontiera e quasi incarcerato:
da quel giorno iniziò il suo esilio tra l’America Latina e l’Europa che sarebbe durato fino all’inizio degli anni ’80.
Nel 1974 don Luigi Verzè fu incarcerato perché ritenuto amico dei Tupamaro, gli oppositori del governo.
Io quel giorno ero in viaggio verso Montevideo ed appena saputa la notizia ero in procinto di fare retromarcia,
ma alcuni amici uruguayani mi dissero che sarebbe stata la mossa che i militari aspettavano per incarcerare anche me.
A quel tempo in Salto, c’era un gruppo di amici italiani che lavoravano come tecnici alla costruzione della diga di
Salto Grande. Essi riuscirono di nascosto a farmi passare la frontiera ed andare in Argentina, da dove telefonai a Verona
e rintracciato Mons. Carraro, gli spiegai il tutto e soprattutto che se d.Verzè non fosse uscito dal carcere nel giro
di 3 giorni, molto probabilmente non lo avrebbe più fatto.
Mons. Carraro informò immediatamente il ministero e l’Ambasciatore Italiano in Uruguay e riuscì a liberare dopo 2 giorni
di carcerazione il nostro prete diocesano.
Nel 1978 la mia missione in terra uruguayana era finita e sempre in nave feci ritorno in Italia dove iniziai la mia missione
di parroco e di responsabile in un centro per il recupero dei tossicodipendenti.
(Racconto di d. Zeno Carazzolo - Sagra 2000 -)
I campi erano parte integrante della vita contadina e ogni appezzamento veniva chiamato con un nome proprio,
quasi fosse una persona viva, uno di famiglia.
C’era la Risareta , il Dosso e capitava spesso di sentire: va’ ad arar le Falsane , oppure
Ancò cavemo l’erba a la Luna .
Si iniziava a lavorare verso i 12/13 anni come boari de le bestie (il lavoro minorile a quei tempi non esisteva,
in quanto tutti dovevano contribuire par tirar avanti la baracca ) e la paga era di 6 franchi .
Per capire il valore dei soldi, basti pensare che un uovo valeva una lira (franco).
La giornata lavorativa durava in media 8/9 ore e si veniva pagati settimanalmente, di solito il sabato sera.
Marzo era il mese del risveglio dei campi dopo il letargo invernale e il primo pensiero andava alla polenta.
Si cominciava con el piantar (seminare) il granoturco. Un par de bo’ (un paio di buoi)
tiravano un aratro che faceva il solco sulla terra; dietro le donne gettavano le sementi in buchi nel terreno
fatti con el caucio (attrezzo per fare fori nella terra).
Alla fine di tutta la semina, ripassavano i buoi tirando l’erpeghin (specie di aratro per livellare il terreno).
Quando la polenta era alta 4 diei (4/5 centimetri) si zappava per togliere l’erba e dopo che spanociava
(quando nasceva la pannocchia) bisognava simarla (togliere le cime del cereale).
Quello che si tagliava andava dato agli animali come alimento.
Verso settembre se sfoiava (si toglievano le foglie perché la polenta prendesse il sole e maturasse bene)
e finalmente dopo un mese se imbaracava el carro (si mettevano le sponde al carro) e lo si caricava di granturco.
Questa poi la se metea sotto el portego (veniva deposta sotto un portico) perchè si seccasse.
Dopo el sinquantin (verso s. Martino, 11 novembre) ci si riuniva alla sera e,
tra racconti di guerra e storie favolose, se scartosava la polenta (si toglievano le foglie che rivestivano
le pannocchie) per poi mandarla al mulino.
Giunto l’inverno si doveva cavar i fossi (pulire i fossi), perché le terre non venissero allagate,
e non essendoci stivali i nostri nonni usavano i cassoni (assi inchiodate tra loro messe a forma di trapezio
-tipo stivali- riempiti di paglia per isollarsi dal freddo).
Questo mestiere, oltre che tenere a posto i canali, permetteva anche di fare abbondanti pescate.
Infatti i corsi d’acqua erano pieni de barbi, de anguile, de pese sol, de cagnete,
de maiaroni. Portato il pesce a casa alla sera veniva suddiviso equamente in mucchietti e,
per non fare distinzioni, un giovane bendato assegnava -stile lotteria- a ciascun pescatore la sua parte.
La vita contadina correva pari passo con la vita religiosa.
Dopo Pasqua infatti il prete e un gruppetto di fedeli passavano di casa in casa per le Rogasioni
(una specie di benedizione delle abitazioni) benedicendo le proprietà e lasciando una piccola croce che el campanar
(il sacrestano) faceva con i resti dell’ulivo benedetto.
Quando il gruppo vedeva una sedia fuori dalla casa significava che dovevano fermarsi e il prete intonava,
tipo invocazione: "Fulgore de tempestate", aspettando che le persone rispondessero: "Liberane domine".
La ricompensa erano delle uova che il sacrestano metteva nella sporta che portava sempre con sé.
Queste croci venivano messe dalle famiglie nei campi, nelle stalle o negli orti a difesa dal maligno
(questi era visto come sotto forma di malattia, di tompesta (grandine), di temporali).
Ogni mattina c’era la messa, di solito alle 6, preceduta dal suono dell’ Ave Maria; al termine il campanaro suonava
i boti (il suono della campana più grossa): a seconda del numero di rintocchi chi li ascoltava
da casa sapeva che tempo c’era: uno significava che il tempo era sereno, due nuvoloso, tre che c’era la pioggia,
quattro che nevicava e cinque che era arrivata la fine del mondo.
Un’altra particolarità della vita religiosa erano le ufficiature per i morti.
Quando un sior (un benestante) voleva una messa in suffragio di un defunto, mandava a messa prima
(la funzione delle 6 di mattina) un proprio lavoratore mentre lui restava a letto.
Se per qualche motivo questi arrivava tardi al lavoro, il tempo che perdeva non gli veniva rimborsato.
Questo tipo di funzione per i morti era caratterizzata dal fatto che in chiesa si simulava un vero funerale:
c’era un grande tappeto nero per terra in mezzo alla chiesa, sopra il catafalco coperto da uno spesso drappo;
ai lati della bara venivano posti 4 ceri.
Mentre i fedeli intonavano canti il prete, con el turibolo 'n man, girava intorno al feretro benedicendo
e pregando per il defunto.
(- Sagra 2001 -)