E' nata a Bosco di Zevio nel 1926.
È stata insegnante elementare fino alla pensione.
Ha partecipato a numerosi concorsi di poesia, sia in dialetto veneto sia in lingua italiana, ed ha ottenuto lusinghieri riconoscimenti.
È rimasta sempre molto legata al suo paese natale fino alla morte avvenuta nel 1997.
Di seguito, vengono proposte alcune poesie tratte da:
"Sogni" (Pierluigi Perosini Editore - 1990).
"Voci e suoni leggeri" (Pierluigi Perosini Editore - 1999).
Angoscia
Apparve improvviso
l'aereo.
Bambini
gridando di gioia
corremmo
seguendo quel volo.
Ma subito
un tonfo.
Silenzio.
Un'alta colonna
di fumo.
La gente piangeva
pregava.
Noi tremavamo
smarriti.
Nel rogo
due giovani vite.
Dopo
un rombo d'aereo
portava
ancora l'angoscia.
Misteri
Il grande carro
nel cielo nero
quattro ruote
con il timone.
Son sette stelle.
La voce calma
i gesti lenti.
Occhi rapiti.
Mi mostri
misteri.
Se guardo sola
il cielo nero
risento
la voce calma
rivedo
i gesti lenti.
Mi brucia un fuoco.
E bevo il sale
del lungo pianto
per te lontano.
In altri mondi
noi siamo
misteri.
La Marmàcola
È alta la febbre.
La nonna mi alterna
le borse del ghiaccio.
Mi sento bruciare
ma voglio mangiare.
Arriva Virginia
la vecchia ortolana.
Mi calma mostrando
la mano fasciata:
"C'è la 'marmàcola'.
Mi ha morso la mano."
Mi perdo a pensare
la grossa gallina
dal collo pelato
più alta di un cane.
La testa mi gira
l'armadio ingrandisce
la febbre mi porta
un sonno affannoso.
Cattive galline
dal collo pelato
più alte di cani
riempiono il prato.
In mezzo,
Virginia.
Le beccan le mani.
Campagna
Geometriche forme
di verde
di giallo di grano
maturo
di terra
arata di fresco.
Colori.
Sapori.
E ali.
Tantissime ali.
L'uomo già stanco
si ferma
rapito
da cari pensieri
leggeri
e sogna
di averle
le ali.
Era ieri
La chiesa gremita.
Silenzio violato
da scossi singhiozzi.
Bandiere.
Divise indossate
da giovani corpi.
L'erede ventenne
dell'Arma gloriosa
ritorna soltanto
a un freddo di terra.
Eppure
era ieri.
Sognava il futuro.
Le trombe...
bagliori
con suoni leggeri.
Sommesse
parole d'amore.
E lenti
si levavano i salmi.
Un pianto che sale
da dentro
di noi.
Dò ombre sole
La m'à tirà su
che dorméa ancora.
La m'à vestìò
parlandome pian.
Le sgalmarine
messe a sugarse
sul fogolar
fin da la sera
caldava i pié.
Fora, la luna.
L'era Nadal.
Mi con me nona,
dò ombre sole.
Traèrso i campi
a messa prima.
Ogni dicembre
mi me ricordo
nona e butina
che va de note
a messa prima.
Gnissuni s'à incorto
Cissà coanti sogni
nei ani de vita
t'è sconto gelosa
ingropè nel to cor.
Con oci de dona
butà da 'na parte,
incolà al finestrin
de casa pitoca
spetando par ani
un can che te goarda,
t'è 'isto nar ia
ilusioni d'amor.
Gnissuni t'à 'isto.
Descalsa nei campi,
vestìa strassonà.
Sempre in silensio.
Copà da fadighe
in grossa faméia
con tanti neodi.
Quintai de rimpianti
te i è portè sola.
Ma sui sessant'ani
'na note de vento
du brassi de giasso
t'à streto, 'na 'olta.
Gnissuni s'à incorto.
Un sésto col buso
El pan péna coto
el spande ne l'aria
l'udor de la vita.
'na 'olta i diséa
che l'era pecato
strussiarlo.
Che dopo la morte
'l Signor
'l n'aréa condanà
in giro pal mondo
tegnendo in 'na man
un sésto col buso
nel fondo.
A boca par tera
noaltri
raménghi nel tempo
a métar par sempre
nel sésto
che fondo no' g'à
i tochi de pan
che émo strussià.
Bastava
Bastava un bel tramonto
un zugo su la strada
'na fola de la nona
contà al fogolar.
Un ciasso in compagnia
'n'ocià svelta inamorà
e le ganasse in fiame.
'na zuca cota in àcoa
patate soto zéndar
'na feta de polenta
pocià sul scopeton.
Un goto de graspia
a resentar la boca.
Bastava 'na lucerna
col ciaro un poco basso.
E ciacolar a tola.
Lori du soli
D'istà
de sera
lori du soli
nono e butina
a la Madona.
'na osse grossa
e una fina.
Ela
spetava dai noni
so mama
distante da casa.
El vecio
de giorno nei campi
de sera orassione
tegnendo par man
la butina.
I passi e la 'osse
pian pian se smorsava
in meso a le case
poarete.
Zéndar
Paese
co' un nome
mai scrito su carte.
Nei campi.
Udori de pomi
e de basalìco.
Un sol e 'na luna
e un ciel difarènti.
La casa.
E drento
'na storia de vita
oramai solo mia.
La césa...
profumo de fiori...
de incenso...
G'ò drento
le òsse confuse
de gente
che coà no gh'è pi.
I campi... precisi.
Precise le case.
Le strade.
Le face cambiè.
Me struca 'n 'angossa
in mèso a sta zéndar.
E' nato nel 1934 a San Vito di Bussolengo e dopo aver concluso il liceo classico, ha interrotto gli studi di scienze politiche per
dedicarsi alla coltivazione della terra a Bosco di Zevio fino alla sua morte nel 1990.
Di seguito, vengono proposte alcune poesie e filastrocche tratte da:
"E a casa c'è gente" (Pierluigi Perosini Editore - 1991)
"Novantatrè filastrocche e un'invadente" (Pierluigi Perosini Editore - 1985).
Non era un sogno
Vennero a dirci che l'avevano preso.
Che avevano preso mio padre.
Con quanti colpi non sapevano.
Dove fosse non sapevano.
Fuori c'era il sole
di un mezzogiorno qualsiasi.
Non era un sogno.
Mi portarono una sera
Mi portarono una sera
a vedere mio padre.
Mi portava Danilo
il figlio del droghiere
sulla canna della sua bicicletta.
Erano le ombre
di una cupezza
di fine di mondo.
La strada correva diversa
lunga infinitamente
e breve.
Mio padre giaceva in un letto
tra i vecchi dell'ospizio,
là solo si era trovato un posto
dove un uomo potesse morire
in un letto.
Un filo di voce
nella luce bluastra,
un bacio su un volto inerte.
Giorni perduti
I prigionieri di guerra inglesi
spendevano i loro giorni
uno dopo l'altro
lunedì martedì mercoledì e via di seguito
e non sapevano quanto sarebbe durato.
A petto nudo
con la falce in mano
con la forca in mano
con la vanga in mano
nei campi di un proprietario italiano
che nemmeno li pagava
e non sapevano quanto sarebbe durato.
Un'arte
Ho visto uomini
in chiari giorni di pace
imparare come s'immerge un pugnale
in un corpo.
Il pugnalare,
descritto da molti caporali,
in certo senso è un'arte.
Ho conosciuto uomini
che di poterla attuare
non vedevano l'ora.
Chi legge il tuo nome?
Chi legge il tuo nome
Giovanni?
Chi legge il tuo nome
il trentesimo di ottanta
nella lunga fila
di nomi neri
sulla lapide bianca
del monumento ai morti in guerra?
C'è forse chi arriva al quinto
un giorno che non abbia fretta.
E a casa c'è gente
Se qualcuno potesse tornare
ah, se qualcuno potesse tornare
di quelli che rimasero chissà dove...
Lui solo potrebbe dire
il pianto
di chi sente la vita breve
non più lunga di un'ora
e a casa c'è gente.
E a casa c'è gente che aspetta.
Punto e virgola
Un giorno un punto tanta se la prese
con una virgola distratta a tal punto
che si era messa - guarda che pretese! -
a fin di periodo, con gran disappunto
appunto del punto, che, come sappiamo,
in fondo ai periodi sempre troviamo.
Il punto disse, acceso, con livore:
"Attenta che lo dico al professore,
che ti cancella con un segno rosso.
Là io soltanto infatti stare posso."
Rossa la virgola come la brace
al punto chiese di fare la pace.
Il punto, dopo averci pensato tre ore,
sbollito che fu in lui quel rancore,
per non farsi vedere troppo imputato
(un punto imputato è un po' esagerato),
rispose:" va bene, la pace sarà.
Anzi, propongo di far società.
Mettiamo su una ditta in comunione,
sempre nel campo dell'interpunzione.
Tra segni diversi di punteggiatura
insieme possiamo far bella figura.
Perchè però quel patto non sia rotto,
io devo star di sopra e tu di sotto.
L'errore di stampa
Un giorno un certo giornale
che usava uscire ogni giorno
pubblicò la notizia sensazionale
che fece grande scalpore tutt'intorno:
"Sopra una nostra astronave
partita stamane verso le nove
(su questo certo non ci piove),
dopo aver mangiato un piatto di fave
e un po' di pane vecchio andato a male,
è fuggito dalla terra uno spaziale."
Ma, brutto caso, invece di "spaziale",
per un errore quanto mai banale
fatto da chi la pagina stampò,
nella notizia "speziale" risultò.
Qualcuno commentava:" È vero.
È scritto proprio, giuro, sul giornale."
Ma non mancò chi disse invece: "Invero
si tratta di una balla colossale.
Sono andato or ora in farmacia
e lo speziale, posso dirlo, è là.
Ci sono stato tre secondi fa.
La storia è quindi tutta una bugia."
Figlio di un ...
Un cane e un gatto, com'è loro usanza
(dura da tempo la belligeranza),
un dì che nella corte s'incontrarono,
superfluo dirlo, di colpo litigarono.
"Figlio di un cane!" dice al cane il gatto.
"Figlio di un gatto!" rimanda il cane al gatto.
Ma il cane si accorge, e non sa darsene pace,
che il suo insulto è meno efficace.