EMBRACING THE ICE KNIFE
By B’n’R
Another Sun (by Tracy Chapman)
Un altro sole
I problemi non
mi troveranno
Il dolore non
chiamerà
La tristezza
andrà via
A cercare una
nuova anima
Le difficoltà
non verranno
Tutto il
dolore finirà
Qualcuno prenderà
il mio posto
E soffrirà per
me
Se non vedrò
mai un altro sole
Se non vedrò
mai un altro sole
Se non vedrò
mai un altro sole
Un altro sole
un altro sole
Se nessun
amore mi conforterà
Se nessuna
parola gentile verrà
Ad offrire
speranza o pace
Quando sarò
caduto
Se sarò uno
straniero
Amico di
nessuno
Sarò felice di
prendere il mio posto
Nel mondo
oltre questa vita
Se non vedrò
mai un altro sole
Se non vedrò
mai un altro sole
Se non vedrò
mai un altro sole
Un altro sole
un altro sole
Se mi sdraierò
e mi sveglierò per vedere
La luce
brillante del mattino
Alzarti ogni
giorno
Per accecare,
picchiare e bruciare
Non mostrarmi
alcuna pietà
Per bisogno o
volere
Lascia che
qualcun altro prenda il mio posto
Quando il
nuovo giorno albeggia
Se non vedrò
mai un altro sole
Se non vedrò
mai un altro sole
Se non vedrò
mai un altro sole
Un altro sole
un altro sole
Rukawa
stava pescando. Pescava pesciolini di plastica, quelli con gli occhi alla
Bambi, da una piattaforma rotante, con una canna da pesca a calamita. La
piattaforma, girando, faceva un ronzio fastidioso. La stanza era in penombra,
il sole fuori dalla finestra al tramonto, ovunque, luce arancio scuro filtrava,
così come un’afa asfissiante.
E Rukawa pescava pesciolini, appoggiato ad un
tavolo rotondo e molto alto, un tavolino da pub, forse. Su un tavolo di fianco,
in fondo alla sala, Maki stava appoggiato su una cassapanca dai cuscini rossi;
era intento a discutere con Akane su come si sarebbero dovuti cucinare i
pesciolini. La ragazza continuava a ripetere che non andavano cucinati, perché
erano già morti.
Di
sottofondo, le urla di una donna cercavano di farsi sentire sopra il ronzio
della piattaforma rotante.
(La persona sbagliata)
Chapter #20
Jin si svegliò.
A giudicare dalla luce che
proveniva dall’esterno, doveva essere più o meno l’una di notte.
Il ragazzo cercò di muoversi
dalla posizione in cui era, ma tutti i muscoli lo informavano dolorosamente di
non essere disponibili. Passandosi la lingua sopra le labbra, le trovò secche e
tagliate in più punti.
Il suo stato d’animo non era
migliore.
Alzandosi a sedere e dandosi
un’occhiata intorno, Jin capì che, in qualche maniera, doveva essersi spostato
fino al futon, su cui si era addormentato, con Nobunaga ancora di fianco.
L’altro ragazzo sembrava essere ancora nel mondo dei sogni - o forse degli
incubi.
Jin si passò una mano tra i
capelli, cosa che aveva visto fare moltissime volte da Maki-san, negli ultimi
tempi. Ancora non riusciva a credere di aver fatto quello che invece pareva
proprio avesse fatto. Che demonio l’aveva posseduto, per fare una cosa così...
Così...
In quella, Nobunaga emise un
gemito e si mosse. Jin lo guardò, spaventato, finché Kyota non aprì gli occhi e
ricambiò lo sguardo. I due non dissero niente, poi Nobu si alzò a sedere,
facendo una smorfia di dolore e accendendo l’abat-jour lì a fianco.
‘Mi ha fatto male.’
Jin si morse il labbro
inferiore, che riprese a sanguinare, mentre faceva del suo meglio per non
mettersi a piangere di nuovo. Nobu si spostò in avanti, prendendo tra le mani
il volto del suo senpai.
‘Ah, ma anche io le ho fatto
male, eh? Mi dispiace, non volevo.’
Jin continuò a guardarlo con
gli occhi che si dilatavano, senza rispondere. Nobunaga lo fissò per un po’,
come se stesse aspettando qualcosa che non arrivava.
‘Bhe... Non le è piaciuto?’,
chiese poi con aria perplessa. A Jin cadde la mascella e si trovò davvero
costretto a dire qualcosa.
‘Tu... Non volevi.’
‘Non volevo cosa?’
‘Non volevi... farlo.’
‘Oh. ... Non è vero. Ho solo
avuto... Un po’ di paura, credo. Ma è normale, avere paura, no? ... No?’,
chiese la matricola con aria speranzosa, avvicinandosi ulteriormente e
appoggiando una mano sul ginocchio di Jin. L’altro ragazzo deglutì
visibilmente.
‘Mi... Mi dispiace. E’ stato
tutto così... veloce. E tu avevi paura e io non ho fatto niente.’
Kyota scoppiò in una risata
un po’ forzata. ‘Ah, bhe, ma neanche Maki-san farebbe niente, no? Devo imparare
a... Arrangiarmi, credo.’, concluse grattandosi la nuca e abbassando lo
sguardo. Jin aprì la bocca, come per protestare, poi la chiuse e allungando le
braccia tirò a sé la matricola.
‘Mi dispiace, sono stato
egoista. Ma ti prometto che non lascerò che tu ti arrangi... Potrai sempre
contare su di me, vorrei che tu ti fidassi di più, vorrei anche che tu
lasciassi stare Maki-san e rimanessimo solo io e te, qui così...’, mormorò Jin,
stringendo Nobu con forza e accarezzandogli la testa.
Nobunaga sorrise. ‘Non si
preoccupi. Qui sono tutti egoisti.’
***
Il Signor Gatto stava sulla
poltrona di casa Katawa, leccandosi comodamente. Faceva freddo fuori, e tirava
vento, ma lui non sembrava accorgersene, scaldato dalla TV che stava guardando.
Poi arrivò Akogare con un piatto di pesce fritto, che appoggiò sul tavolino lì
davanti, mentre si sedeva e prendeva in braccio il gatto, che non protestò
assolutamente, accoccolandosi ancora più comodo sulle sue ginocchia.
Ako staccò un pezzetto di
pesce e glielo porse. La TV stava trasmettendo un quiz a premi a cui
partecipava Rukawa, che in quel momento stava rispondendo ‘Al diavolo.’
Nella stanza c’erano molti
soprammobili, e Akogare continuava a dar da mangiare al gatto, coccolandolo.
Poi arrivò, scendendo dalle
scale, la donna che urlava; nessun rumore copriva le sue urla, ma non si
riuscivano a capire. Né Ako né il gatto parevano badarle.
***
Jin arrivò a scuola di corsa;
si fermò un attimo in classe a depositare la cartella e poi si diresse subito
verso l’aula della 3-1. Maki stava entrando proprio in quel momento; il suo
kohai lo afferrò per un braccio e lo trascinò via senza dire niente, tra lo
stupore dei presenti.
I due terminarono la loro
corsa in un’aula di scienze, dove Jin entrò, spingendo dentro l’altro ragazzo e
chiudendosi la porta alle spalle, ansando, con un’espressione tra l’estatico e
l’incredulo.
Maki lo guardò sconvolto.
‘Jin, che maniere. Si può
sapere cosa...’, la frase venne troncata da Jin che balzava in braccio al suo
senpai e proclamava:
‘L’ho fatto!’
Maki alzò le sopracciglia,
cercando di non cadere sotto l’irruenza dell’altro. ‘Cosa, Jin?’
‘Ci...’, iniziò il ragazzo,
per poi fermarsi di botto ed arrossire di botto. ‘Ci sono andato a letto.’,
bisbigliò poi all’orecchio del senpai. Gli occhi di Maki si dilatarono,
girandosi increduli verso il kohai..
‘...Congratulazioni,
suppongo.’, disse poi, sorridendo alla Maki. ‘Visto che non era così
difficile?’
Jin scese dal senpai e lo
guardò in maniera un po’ più seria. ‘A dir la verità... L’ho quasi violentato.
Credo.’
‘...... Cosa?’, chiese Maki
abbassando la voce drasticamente, con una pericolosa punta di minaccia. Jin scosse
la testa.
‘Diciamo che ho fatto tutto
senza chiedergli niente e in certi momenti non mi sembrava proprio convinto...
Ma poi ha detto che gli è piaciuto, per cui non è che io lo abbia forzato a
fare niente... Anche se... Se non avesse voluto, io non so se me ne sarei
davvero reso conto... O se me ne sarebbe importato niente.’, Jin s’interruppe
bruscamente, per poi continuare. ‘Forse, sarei andato avanti anche se avesse
urlato e strepitato.’
Maki sorrise paternamente e
gli passò una mano sulle spalle. ‘Jin, sono sicuro che non avresti mai forzato
Kyota. Te ne saresti accorto, se non avesse voluto. Io ho abbastanza esperienza
in materia... Fidati, se non vogliono te ne accorgi.’, concluse ridendo
amaramente.
Jin si appoggiò alla spalla
di Maki, cosa che ultimamente faceva parecchio: si sentiva sempre più
tranquillo e sicuro, sapendo che il senpai gli copriva le spalle. Chiuse gli
occhi, cercando di calmarsi: non aveva fatto una cosa sbagliata, era andato
tutto bene.
‘Forse avevo un po’ troppa
fretta...’, notò a mo’ di didascalia, facendo ridere il suo senpai, che gli
batté una mano sulla spalla.
‘Per quello hai tempo, Jin.
Hai un sacco di tempo...’
***
La casa era immersa nella penombra di un fresco
pomeriggio primaverile.
Il cane correva sotto il sole, mentre il ragazzo, basso e
con i capelli corti, gli occhi stranamente rotondi, gli tirava un bastoncino.
La donna beveva del tè sotto un ombrellone, su una sedia bianca di metallo; il
suo cappello di paglia era decorato con dei fiori secchi. Il giardino era
verde, e i cespugli fiorivano con esuberanza. L’uomo stava arrivando con calma,
un giornale in mano, la giacca sotto braccio, la camicia con la cravatta
allentata. Passò un braccio sulle spalle della donna, baciandola su una
guancia.
Fuori dal cancello, oltre il muretto, Akogare passò
cantando in bicicletta, con il Signor Gatto nel cestino. I tre non sembravano
essersene accorti.
La scena nel giardino si fece più vicina. Il ragazzo
smise subito di badare al cane, mentre la sua espressione tranquilla mutava in
schifo profondo. La donna smise di sorridere e i suoi occhi diventavano di
ghiaccio; l’uomo si girò e un’ombra di furia gli passò sul volto. Avanzò a
grandi passi verso la porta e la chiuse con rabbia, sbattendola. La scena sparì
e rimase solo il buio.
Si sentiva ancora in lontananza la voce di Akogare che
cantava.
***
Akane stava camminando nel giardino della scuola,
cercando un posto dove pranzare. Akogare quel giorno era rimasta a casa,
ovviamente.
Una mano batté all’improvviso sulla spalla della ragazza,
che si girò di scatto, trovandosi davanti ad un sorridente Jin.
‘Ehilà.’
‘Oh. Buongiorno, Jin-san. Come sta?’
‘Benissimo, grazie.’, continuò lui, passandole un braccio
sulle spalle e spingendola a continuare la passeggiata. ‘Cercavi un posto dove
mangiare?’
‘Cercavo un posto nascosto e tranquillo.’, annuì lei,
lasciandosi guidare dal senpai.
‘Oh, bhe… Che ne dici se ci sistemiamo su quella panchina
all’ombra?’
La ragazza lo guardò con poca convinzione, ma alla fine
accettò.
Una volta che furono seduti, Akane scartò il pranzo,
porgendolo a Jin.
‘Allora, mi dica, senpai, cosa c’è?’
Il ragazzo smise di ispezionare il cestino per alzare lo
sguardo su di lei.
‘Mh?’
Akane abbassò le sopracciglia con la tipica aria da ‘non
mi freghi’. ‘Si vede sempre lontano un miglio quando le è successo qualcosa…
Fingere non è il suo forte.’
Il ragazzo scoppiò a ridere imbarazzato, passandosi una
mano sulla nuca. Akane si riempì di goccioline.
‘Jin-san, lei adesso sembra terribilmente Nobunaga.’
Jin arrossì, ridendo ancora più forte.
‘Jiiiiiiiiiiiiiin……….-san. La smetta, mi sta facendo
paura.’
‘Oh, scusa. Bhe… Niente.’
La ragazza lo guardò scettica. ‘Me lo dice lei, o chiedo
a Maki-san?’
‘Chi ti dice che Maki-san sappia niente?’, rise lui,
sorridendo in una cosa che assomigliava terribilmente al sorriso alla Maki.
‘Il fatto che ultimamente voi due andate molto molto
d’accordo. E lei dice sempre le cose alle persone di cui si fida. Ergo, mi
chiedo perché ora stia facendo così tante storie, quando si vede lontano un miglio
che scoppia dalla voglia di sputare il rospo.’, dedusse lei glacialmente.
La faccia di Jin cadde un po’. ‘Ma Akane… Eddai, con te
non si può neanche scherzare…’, piagnucolò, con un’aria da bravo ragazzo. La
ragazza non sembrò farsi convincere; lui sospirò.
‘Bhe, niente. Penso di aver fatto un passo in avanti
nella conquista di Nobunaga, tutto qui.’
‘Ah sì? E ci voleva tanto? Uff…’, concluse lei sbuffando
alla Rukawa.
‘Allora, Akane. Come va a casa?’
‘Me l’ha già chiesto ieri.’
‘Eh, sì, ma magari c’era qualcosa che volevi dirmi di
particolare?’, chiese lui agitando una mano.
‘Ma certo che no!’, sbottò Akane indignata. ‘Io non sono
mica come lei, sa!’
Jin sorrise alla Jin. ‘… Ti ricordi quello che mi hai
detto, quando cercavo ancora di convincerti a tornare con Nobunaga?’
‘No.’
‘Bhe, quella cosa su come tu non puoi scegliere cosa fare
perché hanno già scelto per te.’
‘Ah.’, rispose la ragazza senza dare segno di essere
interessata all’argomento.
Jin sorrise di nuovo, prendendo un pezzetto di pesce
fritto dal cestino del pranzo. ‘Akane, quella era una balla per farmi
desistere, vero?’
Le due sopracciglia della ragazza schizzarono prima in
alto, per poi corrucciarsi. ‘Certo che no! Io non sono mica come lei, sa!’
‘Mh, sì, questo l’hai già detto.’, annuì lui, soddisfatto
di aver colpito un punto caldo. ‘Vuoi spiegarmi meglio com’è il discorso?’
Akane strabuzzò gli occhi. ‘Non so se è una buona idea.’
‘Vorrei… ehm… Capire la situazione un po’ di più.’,
sorrise scuotendo la testa alla Bambi.
‘Mh… Io… Vivo con Rukawa Kaede.’, disse poi lei, senza
elaborare ulteriormente.
Jin si abbacchiò un pochino. ‘Sì, ok. Ma da che rapporto
siete legati?’
‘Viviamo nella stessa casa. E’ circa il mio fratello
adottivo.’
‘Circa?’
‘Non legalmente.’
‘E tu che ne pensi? Cioè…’, Jin fece una pausa,
grattandosi sotto l’orecchio. ‘Lo senti un fratello?’
‘Certo che no.’, sbottò lei, con un tono da offesa.
Jin mise il gomito sullo schienale della panchina,
appoggiando il mento sulla mano, sospirando.
‘Akane, cerca di dirmi cosa pensi di Rukawa senza fare
tanti giri, sì?’
‘…Non penso niente. Come si fa, con una persona del
genere?’
‘Akane!!’, ruggì Jin prendendola per le spalle. ‘Akane,
sei così passiva che un giorno aspetterai un TIR in mezzo ad una strada!’
Akane si sentì quasi venir meno. ‘Ma Jin-san?! Ma cosa
sta dicendo?!?’, urlò la ragazza alzandosi in piedi e correndo via come una
scheggia.
Jin rimase imbambolato a guardarla, allibito. ‘Ma Akane…
Non ti ho ancora detto di Nobunaga…’
***
Maki stava sdraiato su uno dei prati del giardino
scolastico, con gli occhi chiusi e un braccio appoggiato sulla fronte. La luce
filtrava tra le foglie degli alberi, colpendogli gentilmente le palpebre.
L’aria era calda, ma non ossessivamente. L’ambiente era molto rilassante, ma
Maki era tutto tranne che rilassato.
Improvvisamente, un’ombra si insinuò nella sua visuale,
cancellando le sfumature della luce. Il ragazzo aprì gli occhi lentamente.
Chino su di lui e sorridente, anche se con le labbra piuttosto rovinate, c’era
Kyota.
Maki scattò a sedere di colpo, spaventato.
‘Maki-san, buongiorno.’, disse la matricola sorridendo e
passando le braccia attorno al collo del suo senpai, abbracciandolo.
‘Kyota…’, rispose l’altro, girando la testa e trovandosi
naso a naso con Nobunaga.
‘Si sente un po’ meglio, oggi?’
‘Cosa?’
‘Bhe, ieri mi sembrava molto nervoso. Va meglio oggi?’,
sorrise Kyota.
Maki sbuffò e appoggiò la testa su una mano,
stropicciandosi gli occhi. ‘No. Va peggio.’
‘Mi dispiace. Posso fare qualcosa per lei? Magari un
massaggino la farebbe stare meglio?’, continuò Kyota sussurrando all’orecchio
del senpai con fare tentativamente suadente.
Maki si staccò a forza dall’abbraccio, spingendo la
matricola all’indietro, spazientito.
‘Potresti provare a lasciarmi in pace?!’
Kyota lo guardò passandosi la lingua sulle labbra,
evidentemente ferito. ‘Perché adesso fa così? E’ stato lei ad iniziare tutto, e
adesso mi rifiuta in questa maniera?!’
La matricola si alzò in piedi, urlando: ‘Perché mi tratta
così freddamente? Io non sono un giocattolo da buttare quando ha finito di
divertirsi!’, detto questo Kyota si girò e iniziò ad andarsene a passo
sostenuto.
‘Kyota, torna subito qua. Ma dove te le fai certe idee!?
Vieni qui, idiota!’, urlò Maki alzandosi in fretta, ma Nobunaga non sembrava
assolutamente intenzionato a fare come gli era stato detto. L’altro ragazzo a
quel punto gli corse dietro, afferrandolo per un braccio e forzandolo a
girarsi.
Maki gli passò una mano sul collo, costringendolo a
sollevare lo sguardo. Kyota aveva gli occhi lucidi.
Il senpai sbuffò, con l’aria di chi veramente è stufo del
mondo. ‘Senti, Kyota. Perché non te ne vai con Jin e la fai finita?’
Nobunaga aprì la bocca sconvolto, ma nessun suono ne
uscì. Il ragazzo deglutì un paio di volte e poi mormorò: ‘Pensavo… Fossimo…
Fossimo… In tre, in questa cosa.’
Maki sospirò, mollandolo e passandosi una mano tra i
capelli, cercando di guardare qualsiasi cosa tranne il volto del suo kohai.
‘Allora… Vedi… Cioè… Effettivamente è stata tutta colpa mia.’
‘Eh?’, chiese Kyota iniziando a piangere. Maki gli passò
una mano sulle spalle e se lo trascinò via, a sedere in un posto più appartato.
‘Adesso ascolta con calma. Io, è vero, pensavo all’inizio
di… Ehm, cioè… Sì, che eravamo noi tre, insomma. Ma il discorso è che…’
‘Lei vuole solo Jin-san.’, sbottò Nobunaga con aria
accusatrice, ancora tra le lacrime.
‘Ma per carità!! Ti sei bevuto il cervello!? Certo che
no! Io… ho trovato… una persona speciale, ecco.’
La matricola lo guardò allibito, mentre la sua mascella
rotolava via.
Dato che dopo 5 minuti Kyota non accennava a cambiare
espressione, Maki gli agitò una mano davanti agli occhi. ‘Ehi? Ehi?? Ci sei?’
‘Maaaaaa….’, iniziò all’improvviso Nobunaga. ‘Maaaaaa… Ma senpai… E io?’
Maki sbuffò. ‘E tu? E tu che??’
‘E IO COSA FACCIO!?!?!’, urlò la matricola prendendo Maki
per il colletto. ‘E’ tutta colpa sua! Se lei non veniva a rompermi le palle io
a quest’ora ero di nuovo con Aka-chan!! O alla peggio ero il ragazzo di
Jin-san!!!’
L’altro ragazzo rimase un po’ interdetto, per l’essere
trattato in quella maniera.
‘Kyota!’
‘Cerca di negarlo!? Cosa diavolo faccio io adesso senza
di lei!?’
‘Kyota, non sto partendo per Nettuno! Guarda che
continueremo a… Vederci, qui a scuola.’, esclamò l’altro cercando di scrollarsi
Nobunaga di dosso.
‘Vederci come?’, chiese velenosa la matricola.
‘Vederci esattamente nel senso normale del termine. E
adesso, Kyota, prenditi Jin e non rompere, che ho già abbastanza problemi senza
di te!’
Nobunaga mollò la presa di colpo, alzandosi in piedi e
allontanandosi lentamente, continuando a guardare il suo senpai con occhi
increduli. Poi si girò di colpo e corse via.
***
La donna dal viso di marmo passeggiava con un bambino al
fianco, di forse sei o sette anni, anche se era decisamente alto per la sua
età. Erano in un parco, piuttosto polveroso. La donna si sedette su una
panchina, facendosi aria con un ventaglio. Il bambino corse verso i giochi;
c’erano tanti bambini lì, ma lui non si fermò a salutarne nessuno, e nessuno
badò a lui. La visione era sfocata. La polvere si sollevava ad ondate regolari,
e faceva caldo, molto caldo.
Il bambino si sedette su un’altalena, iniziando piano a
dondolarsi. Ce n’erano tre, di altalene; lui era su quella centrale, mentre su
quella alla sua sinistra era seduto Rukawa, che si muoveva appena, strisciando
i piedi sul terreno battuto. Alla sua destra, invece, c’era una bambina con la
mamma, che la spingeva.
‘Ciao.’, sorrise la donna al bambino. ‘Sei qui da solo?
Vuoi che ti spinga un po’ io?’
Lui la guardò sollevando un sopracciglio, poi scosse la
testa, e si girò facendo finta di non averle mai viste.
‘Sei proprio uno scemotto, sai?’, sentì qualcuno che gli
diceva da dietro. Era la bambina, che era scesa dall’altalena e lo guardava
divertita. ‘Non vedi che se non ti spingono non vai alto come gli altri?’
‘Non importa.’
‘Ti spingo io.’, disse lei, iniziando subito con
decisione. Lui la lasciò fare.
Era vero. Arrivava in alto come gli altri, anche se
Rukawa continuava a strisciare i piedi poco interessato.
Lui voleva arrivare ancora più in alto degli altri.
***
Akane tornò a casa con un vago senso di inquietudine
addosso.
Girando la chiave nella toppa, scoprì che la porta era
già aperta.
Spingendo con circospezione ed dando un’occhiata veloce
per il salotto, riconobbe immediatamente la maglia di Kaede sul divano. Cosa ci
faceva già a casa?
Arrivata in cucina, trovò sopra il tavolo un enorme
scatolone chiuso. Alzando un sopracciglio, si avvicinò con molta cautela. In
quella, Kaede zig-zagò nella stanza. Akane fece un balzo per aria, mentre il
suo coinquilino si avvicinava a lei e allo scatolone.
‘C-c-ciao. Cosa fai già qui?’
‘Ho saltato le lezioni pomeridiane.’, rispose lui aprendo
lo scatolone.
‘Cos’è questa roba?’
Rukawa tirò fuori un portapenne in maiolica,
porgendoglielo.
‘E’ per te.’
‘…. Grazie, ma perché?’
La domanda di Akane passò inosservata, mentre Kaede
scartava un pesce di vetro rosso e le passava anche quello.
‘E’ per me anche questo?’, chiese lei quasi sconvolta.
Lui annuì. ‘Ma perché?’
A quel punto dallo scatolone uscirono un fermalibri in
legno, un quadro con una foto di New York, un gatto di peluche arancione, una
scatoletta in pietra dipinta, un porta candele in ottone, una cornice vuota con
disegnati dei cani, un vaso con un cactus, dei fiori in vetro, un set nuovo di
scacchi in ferro stile africa subsahariana, una corda per saltare, e vari altri
oggetti piuttosto inutili.
Akane non sapeva più a che santo votarsi. Poi Kaede
estrasse, dal fondo, un portacenere di vetro verde.
La ragazza si corrucciò un attimo, pensierosa, e poi
chiese: ‘Sono soprammobili?’
Kaede annuì.
‘Per me?’
Lui annuì di nuovo.
‘Eh… Grazie.’
***
Hanagata si fermò ansante sotto un albero, appoggiandosi
al tronco, madido di sudore. Fujima era già seduto all’ombra, che si asciugava
il volto con il bordo della maglietta; l’altro ragazzo si lasciò cadere di
fianco a lui. Dei loro compagni nessuna traccia.
I due si limitarono ad ansare per un po’.
‘Mh…Hanagata?’
Il ragazzo si girò verso il suo capitano, perplesso e
incuriosito dal tono poco convinto della domanda. ‘Sì?’
Fujima si morse il labbro inferiore, incerto sul da
farsi. ‘Hanagata, sei mai stato innamorato? Sul serio, dico.’
Le sopracciglia dell’interpellato schizzarono in alto,
mentre i suoi occhi si dilatavano; poi sorrise, tra il tenero e il divertito.
‘Problemi di cuore?’
‘No… Non proprio, ma… C’è una cosa che vorrei dirti, ma
non saprei da dove iniziare.’
‘Questa poi. Cosa ti sconvolge a tal punto da venire a
fare un’affermazione del genere?’
Fujima per un po’ non rispose, intento ad osservare le
foglie dell’albero che si muovevano.
‘Ho davvero fatto di tutto per evitare che succedesse, ma
ho trovato un avversario più forte di me…’
‘Dovrà dividere il posto con Maki, allora…’, sorrise il
centro cercando di alleggerire l’atmosfera.
‘C’è poco da ridere! …Ti è mai capitato, allora?’
‘…Bhe…Veramente… Non proprio, ecco. Il basket è sempre la
mia priorità…’
Fujima sbuffò. ‘Anche la mia. …Anzi, vorrei lo fosse, ce
l’ho messa tutta perché lo rimanesse, ma…’
Hanagata sorrise di nuovo. ‘Non dovresti sentirti in
colpa. E’ normale.’
Fujima si alzò di scatto in piedi, girandosi verso
l’amico ed esclamando veementemente: ‘Ed è proprio qui che sbagli, dannazione!
…Non è affatto normale.’
‘Innamorarsi, non è normale?’
‘No…Però…Innamorarsi della persona sbagliata…’
‘E’ normale anche quello, purtroppo.’, replicò il centro
scuotendo la testa. ‘Ma perché dici che è la persona sbagliata? E’ forse già
innamorata di qualcun altro? Anche se così fosse…’
Fujima tornò a sedersi vicino all’amico. ‘No, non è
quello il problema. E’ che…Bhe, è un ragazzo.’
Hanagata spalancò gli occhi, senza dire niente per un
po’. Poi si sistemò gli occhiali sul naso e sorrise:
‘Capisco. …Credo che comunque, non si possa definire per
questo la persona sbagliata.’
Fujima si passò una mano sul volto, non riuscendo a trovare
il coraggio di dire altro.
Hanagata gli appoggiò una mano sulla spalla. ‘Non mi
sembra una tragedia, suvvia.’
‘Bhe…Infatti il problema sarebbe un altro…Ma non credo
che te lo dirò oggi.’
L’altro ragazzo sorrise. ‘Eddai, sai come si dice, no?
Via il dente, via il dolore.’
Fujima lo fissò a lungo negli occhi. ‘E’ la persona
sbagliata.’
Hanagata annuì. ‘Per il suo nome?’
‘Macchè per il nome, per il fatto che è lui!’
‘E sarebbe?’
Fujima abbassò lo sguardo, bisbigliando qualcosa.
‘Come? Non ho capito cosa hai detto…’, disse Hanagata
chinandosi su di lui.
‘Ho detto…Che è Maki.’, ripetè l’altro nascondendosi il
volto tra le mani.
Un lungo silenzio seguì quest’ultima affermazione.
Fujima raccolse il suo coraggio e alzò gli occhi;
Hanagata stava davanti a lui, come colpito da un fulmine, perfettamente
immobile. Fujima nascose di nuovo la faccia tra le mani.
‘Ah…’, fu tutto quello che uscì dalla bocca di Hanagata,
dopo un paio di minuti.
‘E credimi, le ho provate davvero tutte per non
innamorarmi di lui, ma alla fine…Mi dispiace.’
‘E…Lui? Ne sa niente? Perché io non mi fiderei fossi in
te, di un tipo del genere…’
‘Lui…Bhe, sa che mi piace, non gli ho mai detto però fino
a che punto. Però… Cioè…Noi stiamo insieme da quasi tre anni.’
Hanagata si alzò lentamente in piedi, guardando l’amico
dall’alto in basso. ‘Non ci posso credere.’
Fujima sentì qualcosa di caldo salirgli in petto; scattò
in piedi anche lui. ‘Bhe che ti piaccia o no è così, e di certo non cambierà
solo perché altri vengono a dare pareri non richiesti! Io Maki ce l’ho e me lo
tengo! …’, il ragazzo si girò, facendo per riprendere a correre. ‘…Mi dispiace
solo che… Tu non riesca a capire.’
***
La stanza era buia.
Il bambino finì sbattuto contro il muro, e si accasciò
per terra, senza un lamento. L’uomo continuava ad urlare; la donna piangeva,
seduta in un angolo della poltrona. Del ragazzo nemmeno l’ombra.
L’uomo sembrava cercasse di convincere entrambi di
qualcosa, ma le sue urla erano sconnesse e senza alcun senso; dava l’idea
comunque di proclamare verità assodate, e il bambino aveva la netta impressione
che fosse solo lui a non capire.
Poi la porta si aprì, e la bambina del parco entrò;
giratasi verso il bambino, chiese: ‘Allora? Sei proprio sicuro che non vuoi
farti spingere?’
La donna si mise ad urlare istericamente, ma la bambina
non le badò, avvicinandosi al bambino.
Quando si chinò su di lui, era diventata Akogare; la
ragazza prese Akira per le spalle e lo scrollò:
‘Siamo in ritardo! Siamo in ritardo! Muoviti!!! Non
vorrai mica rimanere qui per sempre! Cosa diciamo poi a Maki, eh?!’, così
dicendo afferrò una mano dell’altro e iniziò a tirarlo, mentre con l’altra
reggeva il Signor Gatto, che miagolava, cercando di divincolarsi e raggiungere
la porta.
***
Sendo si svegliò di colpo, balzando a sedere. Ansava
sconnessamente, passandosi ripetutamente la mano sul volto, cercando di
asciugarlo.
Poi, lentamente, il suo respiro si normalizzò, e il
ragazzo si guardò attorno. Era in camera di Akogare, sul suo futon.
Involontariamente, si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo.
Cercò di alzarsi, ma tutti i muscoli protestarono
vivamente. In quella, Akogare aprì la porta, piano.
I due si fissarono. Poi lei sorrise, quasi imbarazzata.
‘Ciao. Come va?’
Lui la guardò senza dire niente, quindi si lasciò cadere
di nuovo sul futon di peso. Akogare si avvicinò e si sedette sul suo letto.
‘Hai fame?’, alla domanda lui scosse appena
percettibilmente la testa.
‘Sete?’, di nuovo la risposta fu negativa.
‘Vuoi che ti porti qualcosa? Hai mal di testa?’
Akira scosse il capo, senza però accennare a fare
qualsiasi altro movimento.
‘Vuoi che faccia qualcosa? Me ne vado, se preferisci.’
Sendo allora mosse un braccio e batté piano la mano sul
futon, più vicino a lui. Akogare si spostò sul materasso.
‘Hai fatto un incubo?’
Akira annuì. ‘Un paio.’
‘Cosa hai sognato?’
Il ragazzo rimase un attimo in silenzio, poi rispose:
‘Non lo so. I miei, credo. Te. Rukawa e… un gatto.’
‘Avrai sognato il Signor Gatto.’, replicò lei, guardando
sempre fissa davanti a sé, con un’espressione da far concorrenza ad Akane.
Le persiane appena sollevate lasciavano entrare un po’ di
luce arancione. Doveva essere pomeriggio inoltrato.
‘Cosa facevo io?’, chiese dopo un po’ Akogare, senza aver
l’aria di essere molto interessata.
‘Cantavi. Mi spingevi sull’altalena.’
‘Hai sognato la prima volta che ci siamo incontrati?’
‘…Forse. Non ricordo niente di quando ci siamo
conosciuti.’
Lei annuì. Sapeva che Akira ricordava poco e niente di
quegli anni.
‘E Rukawa?’
‘Rukawa pescava… In un bar. E poi strisciava i piedi,
seduto sull’altalena di fianco alla mia.’
Ako annuì.
‘Il gatto mangiava pesce fritto.’
‘Ah.’
‘Ma Akane non c’era.’
‘Ah.’
‘Penso che dormirò un altro po’. Tanto, c’è un sacco di
tempo.’
‘Ah.’
Akira si girò su un fianco, tirandosi il lenzuolo sopra
la testa. Akogare per un po’ non disse nulla, poi chiese:
‘Vuoi che vada?’
‘No.’
‘Mi dispiace.’, disse poi lei, con voce distaccata.
Akira non replicò.
‘Alla fine, quello fregato sei sempre tu.’
‘Già.’
--- Chapter
#20, The End
It’s a
beautiful life (by Ace of Base)
E’ una bella
vita
Puoi fare ciò che vuoi, basta cogliere l’attimo
Cosa farai domani verrà sulla tua strada
Non considerare mai di arrenderti
Scoprirai che, oh oh oh
E’ una bella vita, oh oh oh
E’ una bella vita, oh oh oh
E’ una bella vita, oh oh oh
Voglio solo stare qui al tuo fianco
E rimanere fino all’alba
Fai una passeggiata nel parco quando sei giù
Ci sono così tante cose che ti solleveranno
Guarda la natura che fiorisce, un bambino che ride
Un tale sogno, oh oh oh
E’ una bella vita, oh oh oh
E’ una bella vita, oh oh oh
E’ una bella vita, oh oh oh
Voglio solo stare qui al tuo fianco
E rimanere fino all’alba
Voglio solo stare qui al tuo fianco
E rimanere fino all’alba
Stai cercando qualche posto a cui appartenere
E stai fino all’alba
Stai cercando qualche posto a cui appartenere
Te ne stai tutto solo
Cerchi qualcuno che ti guidi sulla tua strada
Adesso e per sempre
Voglio solo essere chiunque
Viviamo in maniere diverse
E’ una bella vita
Ti porterò in un posto
In cui non sei mai stato oh yeah
E’ una bella vita
Ti prenderò tra le braccia e volerò via
Con te sta notte
E’ una bella vita, oh oh oh
E’ una bella vita, oh oh oh
E’ una bella vita, oh oh oh
Voglio solo stare qui al tuo fianco
E rimanere fino all’alba