EMBRACING THE ICE KNIFE

By B’n’R

Capitolo n° 20

 

Another Sun (by Tracy Chapman)

Un altro sole

 

I problemi non mi troveranno

Il dolore non chiamerà

La tristezza andrà via

A cercare una nuova anima

Le difficoltà non verranno

Tutto il dolore finirà

Qualcuno prenderà il mio posto

E soffrirà per me

Se non vedrò mai un altro sole

Se non vedrò mai un altro sole

Se non vedrò mai un altro sole

Un altro sole un altro sole

 

Se nessun amore mi conforterà

Se nessuna parola gentile verrà

Ad offrire speranza o pace

Quando sarò caduto

Se sarò uno straniero

Amico di nessuno

Sarò felice di prendere il mio posto

Nel mondo oltre questa vita

Se non vedrò mai un altro sole

Se non vedrò mai un altro sole

Se non vedrò mai un altro sole

Un altro sole un altro sole

 

Se mi sdraierò e mi sveglierò per vedere

La luce brillante del mattino

Alzarti ogni giorno

Per accecare, picchiare e bruciare

Non mostrarmi alcuna pietà

Per bisogno o volere

Lascia che qualcun altro prenda il mio posto

Quando il nuovo giorno albeggia

Se non vedrò mai un altro sole

Se non vedrò mai un altro sole

Se non vedrò mai un altro sole

Un altro sole un altro sole

 

 

 

Rukawa stava pescando. Pescava pesciolini di plastica, quelli con gli occhi alla Bambi, da una piattaforma rotante, con una canna da pesca a calamita. La piattaforma, girando, faceva un ronzio fastidioso. La stanza era in penombra, il sole fuori dalla finestra al tramonto, ovunque, luce arancio scuro filtrava, così come un’afa asfissiante.

E Rukawa pescava pesciolini, appoggiato ad un tavolo rotondo e molto alto, un tavolino da pub, forse. Su un tavolo di fianco, in fondo alla sala, Maki stava appoggiato su una cassapanca dai cuscini rossi; era intento a discutere con Akane su come si sarebbero dovuti cucinare i pesciolini. La ragazza continuava a ripetere che non andavano cucinati, perché erano già morti.

Di sottofondo, le urla di una donna cercavano di farsi sentire sopra il ronzio della piattaforma rotante.

 

Incubi

(La persona sbagliata)

Chapter #20

 

Jin si svegliò.

A giudicare dalla luce che proveniva dall’esterno, doveva essere più o meno l’una di notte.

Il ragazzo cercò di muoversi dalla posizione in cui era, ma tutti i muscoli lo informavano dolorosamente di non essere disponibili. Passandosi la lingua sopra le labbra, le trovò secche e tagliate in più punti.

Il suo stato d’animo non era migliore.

 

Alzandosi a sedere e dandosi un’occhiata intorno, Jin capì che, in qualche maniera, doveva essersi spostato fino al futon, su cui si era addormentato, con Nobunaga ancora di fianco. L’altro ragazzo sembrava essere ancora nel mondo dei sogni - o forse degli incubi.

Jin si passò una mano tra i capelli, cosa che aveva visto fare moltissime volte da Maki-san, negli ultimi tempi. Ancora non riusciva a credere di aver fatto quello che invece pareva proprio avesse fatto. Che demonio l’aveva posseduto, per fare una cosa così... Così...

 

In quella, Nobunaga emise un gemito e si mosse. Jin lo guardò, spaventato, finché Kyota non aprì gli occhi e ricambiò lo sguardo. I due non dissero niente, poi Nobu si alzò a sedere, facendo una smorfia di dolore e accendendo l’abat-jour lì a fianco.

‘Mi ha fatto male.’

Jin si morse il labbro inferiore, che riprese a sanguinare, mentre faceva del suo meglio per non mettersi a piangere di nuovo. Nobu si spostò in avanti, prendendo tra le mani il volto del suo senpai.

‘Ah, ma anche io le ho fatto male, eh? Mi dispiace, non volevo.’

Jin continuò a guardarlo con gli occhi che si dilatavano, senza rispondere. Nobunaga lo fissò per un po’, come se stesse aspettando qualcosa che non arrivava.

 

‘Bhe... Non le è piaciuto?’, chiese poi con aria perplessa. A Jin cadde la mascella e si trovò davvero costretto a dire qualcosa.

‘Tu... Non volevi.’

‘Non volevo cosa?’

‘Non volevi... farlo.’

‘Oh. ... Non è vero. Ho solo avuto... Un po’ di paura, credo. Ma è normale, avere paura, no? ... No?’, chiese la matricola con aria speranzosa, avvicinandosi ulteriormente e appoggiando una mano sul ginocchio di Jin. L’altro ragazzo deglutì visibilmente.

‘Mi... Mi dispiace. E’ stato tutto così... veloce. E tu avevi paura e io non ho fatto niente.’

 

Kyota scoppiò in una risata un po’ forzata. ‘Ah, bhe, ma neanche Maki-san farebbe niente, no? Devo imparare a... Arrangiarmi, credo.’, concluse grattandosi la nuca e abbassando lo sguardo. Jin aprì la bocca, come per protestare, poi la chiuse e allungando le braccia tirò a sé la matricola.

‘Mi dispiace, sono stato egoista. Ma ti prometto che non lascerò che tu ti arrangi... Potrai sempre contare su di me, vorrei che tu ti fidassi di più, vorrei anche che tu lasciassi stare Maki-san e rimanessimo solo io e te, qui così...’, mormorò Jin, stringendo Nobu con forza e accarezzandogli la testa.

Nobunaga sorrise. ‘Non si preoccupi. Qui sono tutti egoisti.’

 

***

 

Il Signor Gatto stava sulla poltrona di casa Katawa, leccandosi comodamente. Faceva freddo fuori, e tirava vento, ma lui non sembrava accorgersene, scaldato dalla TV che stava guardando. Poi arrivò Akogare con un piatto di pesce fritto, che appoggiò sul tavolino lì davanti, mentre si sedeva e prendeva in braccio il gatto, che non protestò assolutamente, accoccolandosi ancora più comodo sulle sue ginocchia.

Ako staccò un pezzetto di pesce e glielo porse. La TV stava trasmettendo un quiz a premi a cui partecipava Rukawa, che in quel momento stava rispondendo ‘Al diavolo.’

Nella stanza c’erano molti soprammobili, e Akogare continuava a dar da mangiare al gatto, coccolandolo.

Poi arrivò, scendendo dalle scale, la donna che urlava; nessun rumore copriva le sue urla, ma non si riuscivano a capire. Né Ako né il gatto parevano badarle.

 

***

 

Jin arrivò a scuola di corsa; si fermò un attimo in classe a depositare la cartella e poi si diresse subito verso l’aula della 3-1. Maki stava entrando proprio in quel momento; il suo kohai lo afferrò per un braccio e lo trascinò via senza dire niente, tra lo stupore dei presenti.

I due terminarono la loro corsa in un’aula di scienze, dove Jin entrò, spingendo dentro l’altro ragazzo e chiudendosi la porta alle spalle, ansando, con un’espressione tra l’estatico e l’incredulo.

 

Maki lo guardò sconvolto.

‘Jin, che maniere. Si può sapere cosa...’, la frase venne troncata da Jin che balzava in braccio al suo senpai e proclamava:

‘L’ho fatto!’

Maki alzò le sopracciglia, cercando di non cadere sotto l’irruenza dell’altro. ‘Cosa, Jin?’

‘Ci...’, iniziò il ragazzo, per poi fermarsi di botto ed arrossire di botto. ‘Ci sono andato a letto.’, bisbigliò poi all’orecchio del senpai. Gli occhi di Maki si dilatarono, girandosi increduli verso il kohai..

‘...Congratulazioni, suppongo.’, disse poi, sorridendo alla Maki. ‘Visto che non era così difficile?’

 

Jin scese dal senpai e lo guardò in maniera un po’ più seria. ‘A dir la verità... L’ho quasi violentato. Credo.’

‘...... Cosa?’, chiese Maki abbassando la voce drasticamente, con una pericolosa punta di minaccia. Jin scosse la testa.

‘Diciamo che ho fatto tutto senza chiedergli niente e in certi momenti non mi sembrava proprio convinto... Ma poi ha detto che gli è piaciuto, per cui non è che io lo abbia forzato a fare niente... Anche se... Se non avesse voluto, io non so se me ne sarei davvero reso conto... O se me ne sarebbe importato niente.’, Jin s’interruppe bruscamente, per poi continuare. ‘Forse, sarei andato avanti anche se avesse urlato e strepitato.’

 

Maki sorrise paternamente e gli passò una mano sulle spalle. ‘Jin, sono sicuro che non avresti mai forzato Kyota. Te ne saresti accorto, se non avesse voluto. Io ho abbastanza esperienza in materia... Fidati, se non vogliono te ne accorgi.’, concluse ridendo amaramente.

Jin si appoggiò alla spalla di Maki, cosa che ultimamente faceva parecchio: si sentiva sempre più tranquillo e sicuro, sapendo che il senpai gli copriva le spalle. Chiuse gli occhi, cercando di calmarsi: non aveva fatto una cosa sbagliata, era andato tutto bene.

‘Forse avevo un po’ troppa fretta...’, notò a mo’ di didascalia, facendo ridere il suo senpai, che gli batté una mano sulla spalla.

‘Per quello hai tempo, Jin. Hai un sacco di tempo...’

 

***

 

La casa era immersa nella penombra di un fresco pomeriggio primaverile.

Il cane correva sotto il sole, mentre il ragazzo, basso e con i capelli corti, gli occhi stranamente rotondi, gli tirava un bastoncino. La donna beveva del tè sotto un ombrellone, su una sedia bianca di metallo; il suo cappello di paglia era decorato con dei fiori secchi. Il giardino era verde, e i cespugli fiorivano con esuberanza. L’uomo stava arrivando con calma, un giornale in mano, la giacca sotto braccio, la camicia con la cravatta allentata. Passò un braccio sulle spalle della donna, baciandola su una guancia.

 

Fuori dal cancello, oltre il muretto, Akogare passò cantando in bicicletta, con il Signor Gatto nel cestino. I tre non sembravano essersene accorti.

 

La scena nel giardino si fece più vicina. Il ragazzo smise subito di badare al cane, mentre la sua espressione tranquilla mutava in schifo profondo. La donna smise di sorridere e i suoi occhi diventavano di ghiaccio; l’uomo si girò e un’ombra di furia gli passò sul volto. Avanzò a grandi passi verso la porta e la chiuse con rabbia, sbattendola. La scena sparì e rimase solo il buio.

 

Si sentiva ancora in lontananza la voce di Akogare che cantava.

 

***

 

Akane stava camminando nel giardino della scuola, cercando un posto dove pranzare. Akogare quel giorno era rimasta a casa, ovviamente.

Una mano batté all’improvviso sulla spalla della ragazza, che si girò di scatto, trovandosi davanti ad un sorridente Jin.

‘Ehilà.’

‘Oh. Buongiorno, Jin-san. Come sta?’

‘Benissimo, grazie.’, continuò lui, passandole un braccio sulle spalle e spingendola a continuare la passeggiata. ‘Cercavi un posto dove mangiare?’

‘Cercavo un posto nascosto e tranquillo.’, annuì lei, lasciandosi guidare dal senpai.

‘Oh, bhe… Che ne dici se ci sistemiamo su quella panchina all’ombra?’

La ragazza lo guardò con poca convinzione, ma alla fine accettò.

 

Una volta che furono seduti, Akane scartò il pranzo, porgendolo a Jin.

‘Allora, mi dica, senpai, cosa c’è?’

Il ragazzo smise di ispezionare il cestino per alzare lo sguardo su di lei.

‘Mh?’

Akane abbassò le sopracciglia con la tipica aria da ‘non mi freghi’. ‘Si vede sempre lontano un miglio quando le è successo qualcosa… Fingere non è il suo forte.’

Il ragazzo scoppiò a ridere imbarazzato, passandosi una mano sulla nuca. Akane si riempì di goccioline.

‘Jin-san, lei adesso sembra terribilmente Nobunaga.’

Jin arrossì, ridendo ancora più forte.

‘Jiiiiiiiiiiiiiin……….-san. La smetta, mi sta facendo paura.’

‘Oh, scusa. Bhe… Niente.’

 

La ragazza lo guardò scettica. ‘Me lo dice lei, o chiedo a Maki-san?’

‘Chi ti dice che Maki-san sappia niente?’, rise lui, sorridendo in una cosa che assomigliava terribilmente al sorriso alla Maki.

‘Il fatto che ultimamente voi due andate molto molto d’accordo. E lei dice sempre le cose alle persone di cui si fida. Ergo, mi chiedo perché ora stia facendo così tante storie, quando si vede lontano un miglio che scoppia dalla voglia di sputare il rospo.’, dedusse lei glacialmente.

La faccia di Jin cadde un po’. ‘Ma Akane… Eddai, con te non si può neanche scherzare…’, piagnucolò, con un’aria da bravo ragazzo. La ragazza non sembrò farsi convincere; lui sospirò.

‘Bhe, niente. Penso di aver fatto un passo in avanti nella conquista di Nobunaga, tutto qui.’

‘Ah sì? E ci voleva tanto? Uff…’, concluse lei sbuffando alla Rukawa.

 

‘Allora, Akane. Come va a casa?’

‘Me l’ha già chiesto ieri.’

‘Eh, sì, ma magari c’era qualcosa che volevi dirmi di particolare?’, chiese lui agitando una mano.

‘Ma certo che no!’, sbottò Akane indignata. ‘Io non sono mica come lei, sa!’

Jin sorrise alla Jin. ‘… Ti ricordi quello che mi hai detto, quando cercavo ancora di convincerti a tornare con Nobunaga?’

‘No.’

‘Bhe, quella cosa su come tu non puoi scegliere cosa fare perché hanno già scelto per te.’

‘Ah.’, rispose la ragazza senza dare segno di essere interessata all’argomento.

Jin sorrise di nuovo, prendendo un pezzetto di pesce fritto dal cestino del pranzo. ‘Akane, quella era una balla per farmi desistere, vero?’

Le due sopracciglia della ragazza schizzarono prima in alto, per poi corrucciarsi. ‘Certo che no! Io non sono mica come lei, sa!’

‘Mh, sì, questo l’hai già detto.’, annuì lui, soddisfatto di aver colpito un punto caldo. ‘Vuoi spiegarmi meglio com’è il discorso?’

 

Akane strabuzzò gli occhi. ‘Non so se è una buona idea.’

‘Vorrei… ehm… Capire la situazione un po’ di più.’, sorrise scuotendo la testa alla Bambi.

‘Mh… Io… Vivo con Rukawa Kaede.’, disse poi lei, senza elaborare ulteriormente.

Jin si abbacchiò un pochino. ‘Sì, ok. Ma da che rapporto siete legati?’

‘Viviamo nella stessa casa. E’ circa il mio fratello adottivo.’

‘Circa?’

‘Non legalmente.’

‘E tu che ne pensi? Cioè…’, Jin fece una pausa, grattandosi sotto l’orecchio. ‘Lo senti un fratello?’

‘Certo che no.’, sbottò lei, con un tono da offesa.

 

Jin mise il gomito sullo schienale della panchina, appoggiando il mento sulla mano, sospirando.

‘Akane, cerca di dirmi cosa pensi di Rukawa senza fare tanti giri, sì?’

‘…Non penso niente. Come si fa, con una persona del genere?’

‘Akane!!’, ruggì Jin prendendola per le spalle. ‘Akane, sei così passiva che un giorno aspetterai un TIR in mezzo ad una strada!’

Akane si sentì quasi venir meno. ‘Ma Jin-san?! Ma cosa sta dicendo?!?’, urlò la ragazza alzandosi in piedi e correndo via come una scheggia.

 

Jin rimase imbambolato a guardarla, allibito. ‘Ma Akane… Non ti ho ancora detto di Nobunaga…’

 

***

 

Maki stava sdraiato su uno dei prati del giardino scolastico, con gli occhi chiusi e un braccio appoggiato sulla fronte. La luce filtrava tra le foglie degli alberi, colpendogli gentilmente le palpebre. L’aria era calda, ma non ossessivamente. L’ambiente era molto rilassante, ma Maki era tutto tranne che rilassato.

 

Improvvisamente, un’ombra si insinuò nella sua visuale, cancellando le sfumature della luce. Il ragazzo aprì gli occhi lentamente. Chino su di lui e sorridente, anche se con le labbra piuttosto rovinate, c’era Kyota.

 

Maki scattò a sedere di colpo, spaventato.

‘Maki-san, buongiorno.’, disse la matricola sorridendo e passando le braccia attorno al collo del suo senpai, abbracciandolo.

‘Kyota…’, rispose l’altro, girando la testa e trovandosi naso a naso con Nobunaga.

‘Si sente un po’ meglio, oggi?’

‘Cosa?’

‘Bhe, ieri mi sembrava molto nervoso. Va meglio oggi?’, sorrise Kyota.

Maki sbuffò e appoggiò la testa su una mano, stropicciandosi gli occhi. ‘No. Va peggio.’

‘Mi dispiace. Posso fare qualcosa per lei? Magari un massaggino la farebbe stare meglio?’, continuò Kyota sussurrando all’orecchio del senpai con fare tentativamente suadente.

 

Maki si staccò a forza dall’abbraccio, spingendo la matricola all’indietro, spazientito.

‘Potresti provare a lasciarmi in pace?!’

Kyota lo guardò passandosi la lingua sulle labbra, evidentemente ferito. ‘Perché adesso fa così? E’ stato lei ad iniziare tutto, e adesso mi rifiuta in questa maniera?!’

La matricola si alzò in piedi, urlando: ‘Perché mi tratta così freddamente? Io non sono un giocattolo da buttare quando ha finito di divertirsi!’, detto questo Kyota si girò e iniziò ad andarsene a passo sostenuto.

‘Kyota, torna subito qua. Ma dove te le fai certe idee!? Vieni qui, idiota!’, urlò Maki alzandosi in fretta, ma Nobunaga non sembrava assolutamente intenzionato a fare come gli era stato detto. L’altro ragazzo a quel punto gli corse dietro, afferrandolo per un braccio e forzandolo a girarsi.

 

Maki gli passò una mano sul collo, costringendolo a sollevare lo sguardo. Kyota aveva gli occhi lucidi.

Il senpai sbuffò, con l’aria di chi veramente è stufo del mondo. ‘Senti, Kyota. Perché non te ne vai con Jin e la fai finita?’

Nobunaga aprì la bocca sconvolto, ma nessun suono ne uscì. Il ragazzo deglutì un paio di volte e poi mormorò: ‘Pensavo… Fossimo… Fossimo… In tre, in questa cosa.’

Maki sospirò, mollandolo e passandosi una mano tra i capelli, cercando di guardare qualsiasi cosa tranne il volto del suo kohai. ‘Allora… Vedi… Cioè… Effettivamente è stata tutta colpa mia.’

‘Eh?’, chiese Kyota iniziando a piangere. Maki gli passò una mano sulle spalle e se lo trascinò via, a sedere in un posto più appartato.

 

‘Adesso ascolta con calma. Io, è vero, pensavo all’inizio di… Ehm, cioè… Sì, che eravamo noi tre, insomma. Ma il discorso è che…’

‘Lei vuole solo Jin-san.’, sbottò Nobunaga con aria accusatrice, ancora tra le lacrime.

‘Ma per carità!! Ti sei bevuto il cervello!? Certo che no! Io… ho trovato… una persona speciale, ecco.’

 

La matricola lo guardò allibito, mentre la sua mascella rotolava via.

Dato che dopo 5 minuti Kyota non accennava a cambiare espressione, Maki gli agitò una mano davanti agli occhi. ‘Ehi? Ehi?? Ci sei?’

‘Maaaaaa….’, iniziò all’improvviso Nobunaga. ‘Maaaaaa… Ma senpai… E io?’

Maki sbuffò. ‘E tu? E tu che??’

‘E IO COSA FACCIO!?!?!’, urlò la matricola prendendo Maki per il colletto. ‘E’ tutta colpa sua! Se lei non veniva a rompermi le palle io a quest’ora ero di nuovo con Aka-chan!! O alla peggio ero il ragazzo di Jin-san!!!’

 

L’altro ragazzo rimase un po’ interdetto, per l’essere trattato in quella maniera.

‘Kyota!’

‘Cerca di negarlo!? Cosa diavolo faccio io adesso senza di lei!?’

‘Kyota, non sto partendo per Nettuno! Guarda che continueremo a… Vederci, qui a scuola.’, esclamò l’altro cercando di scrollarsi Nobunaga di dosso.

‘Vederci come?’, chiese velenosa la matricola.

‘Vederci esattamente nel senso normale del termine. E adesso, Kyota, prenditi Jin e non rompere, che ho già abbastanza problemi senza di te!’

 

Nobunaga mollò la presa di colpo, alzandosi in piedi e allontanandosi lentamente, continuando a guardare il suo senpai con occhi increduli. Poi si girò di colpo e corse via.

 

***

 

La donna dal viso di marmo passeggiava con un bambino al fianco, di forse sei o sette anni, anche se era decisamente alto per la sua età. Erano in un parco, piuttosto polveroso. La donna si sedette su una panchina, facendosi aria con un ventaglio. Il bambino corse verso i giochi; c’erano tanti bambini lì, ma lui non si fermò a salutarne nessuno, e nessuno badò a lui. La visione era sfocata. La polvere si sollevava ad ondate regolari, e faceva caldo, molto caldo.

 

Il bambino si sedette su un’altalena, iniziando piano a dondolarsi. Ce n’erano tre, di altalene; lui era su quella centrale, mentre su quella alla sua sinistra era seduto Rukawa, che si muoveva appena, strisciando i piedi sul terreno battuto. Alla sua destra, invece, c’era una bambina con la mamma, che la spingeva.

 

‘Ciao.’, sorrise la donna al bambino. ‘Sei qui da solo? Vuoi che ti spinga un po’ io?’

Lui la guardò sollevando un sopracciglio, poi scosse la testa, e si girò facendo finta di non averle mai viste.

‘Sei proprio uno scemotto, sai?’, sentì qualcuno che gli diceva da dietro. Era la bambina, che era scesa dall’altalena e lo guardava divertita. ‘Non vedi che se non ti spingono non vai alto come gli altri?’

‘Non importa.’

‘Ti spingo io.’, disse lei, iniziando subito con decisione. Lui la lasciò fare.

 

Era vero. Arrivava in alto come gli altri, anche se Rukawa continuava a strisciare i piedi poco interessato.

Lui voleva arrivare ancora più in alto degli altri.

 

***

 

Akane tornò a casa con un vago senso di inquietudine addosso.

Girando la chiave nella toppa, scoprì che la porta era già aperta.

Spingendo con circospezione ed dando un’occhiata veloce per il salotto, riconobbe immediatamente la maglia di Kaede sul divano. Cosa ci faceva già a casa?

 

Arrivata in cucina, trovò sopra il tavolo un enorme scatolone chiuso. Alzando un sopracciglio, si avvicinò con molta cautela. In quella, Kaede zig-zagò nella stanza. Akane fece un balzo per aria, mentre il suo coinquilino si avvicinava a lei e allo scatolone.

‘C-c-ciao. Cosa fai già qui?’

‘Ho saltato le lezioni pomeridiane.’, rispose lui aprendo lo scatolone.

‘Cos’è questa roba?’

 

Rukawa tirò fuori un portapenne in maiolica, porgendoglielo.

‘E’ per te.’

‘…. Grazie, ma perché?’

La domanda di Akane passò inosservata, mentre Kaede scartava un pesce di vetro rosso e le passava anche quello.

‘E’ per me anche questo?’, chiese lei quasi sconvolta. Lui annuì. ‘Ma perché?’

A quel punto dallo scatolone uscirono un fermalibri in legno, un quadro con una foto di New York, un gatto di peluche arancione, una scatoletta in pietra dipinta, un porta candele in ottone, una cornice vuota con disegnati dei cani, un vaso con un cactus, dei fiori in vetro, un set nuovo di scacchi in ferro stile africa subsahariana, una corda per saltare, e vari altri oggetti piuttosto inutili.

 

Akane non sapeva più a che santo votarsi. Poi Kaede estrasse, dal fondo, un portacenere di vetro verde.

La ragazza si corrucciò un attimo, pensierosa, e poi chiese: ‘Sono soprammobili?’

Kaede annuì.

‘Per me?’

Lui annuì di nuovo.

‘Eh… Grazie.’

 

***

 

Hanagata si fermò ansante sotto un albero, appoggiandosi al tronco, madido di sudore. Fujima era già seduto all’ombra, che si asciugava il volto con il bordo della maglietta; l’altro ragazzo si lasciò cadere di fianco a lui. Dei loro compagni nessuna traccia.

I due si limitarono ad ansare per un po’.

 

‘Mh…Hanagata?’

Il ragazzo si girò verso il suo capitano, perplesso e incuriosito dal tono poco convinto della domanda. ‘Sì?’

Fujima si morse il labbro inferiore, incerto sul da farsi. ‘Hanagata, sei mai stato innamorato? Sul serio, dico.’

Le sopracciglia dell’interpellato schizzarono in alto, mentre i suoi occhi si dilatavano; poi sorrise, tra il tenero e il divertito.

‘Problemi di cuore?’

‘No… Non proprio, ma… C’è una cosa che vorrei dirti, ma non saprei da dove iniziare.’

‘Questa poi. Cosa ti sconvolge a tal punto da venire a fare un’affermazione del genere?’

 

Fujima per un po’ non rispose, intento ad osservare le foglie dell’albero che si muovevano.

‘Ho davvero fatto di tutto per evitare che succedesse, ma ho trovato un avversario più forte di me…’

‘Dovrà dividere il posto con Maki, allora…’, sorrise il centro cercando di alleggerire l’atmosfera.

‘C’è poco da ridere! …Ti è mai capitato, allora?’

‘…Bhe…Veramente… Non proprio, ecco. Il basket è sempre la mia priorità…’

Fujima sbuffò. ‘Anche la mia. …Anzi, vorrei lo fosse, ce l’ho messa tutta perché lo rimanesse, ma…’

 

Hanagata sorrise di nuovo. ‘Non dovresti sentirti in colpa. E’ normale.’

Fujima si alzò di scatto in piedi, girandosi verso l’amico ed esclamando veementemente: ‘Ed è proprio qui che sbagli, dannazione! …Non è affatto normale.’

‘Innamorarsi, non è normale?’

‘No…Però…Innamorarsi della persona sbagliata…’

‘E’ normale anche quello, purtroppo.’, replicò il centro scuotendo la testa. ‘Ma perché dici che è la persona sbagliata? E’ forse già innamorata di qualcun altro? Anche se così fosse…’

Fujima tornò a sedersi vicino all’amico. ‘No, non è quello il problema. E’ che…Bhe, è un ragazzo.’

 

Hanagata spalancò gli occhi, senza dire niente per un po’. Poi si sistemò gli occhiali sul naso e sorrise:

‘Capisco. …Credo che comunque, non si possa definire per questo la persona sbagliata.’

Fujima si passò una mano sul volto, non riuscendo a trovare il coraggio di dire altro.

Hanagata gli appoggiò una mano sulla spalla. ‘Non mi sembra una tragedia, suvvia.’

‘Bhe…Infatti il problema sarebbe un altro…Ma non credo che te lo dirò oggi.’

L’altro ragazzo sorrise. ‘Eddai, sai come si dice, no? Via il dente, via il dolore.’

 

Fujima lo fissò a lungo negli occhi. ‘E’ la persona sbagliata.’

Hanagata annuì. ‘Per il suo nome?’

‘Macchè per il nome, per il fatto che è lui!’

‘E sarebbe?’

 

Fujima abbassò lo sguardo, bisbigliando qualcosa.

‘Come? Non ho capito cosa hai detto…’, disse Hanagata chinandosi su di lui.

‘Ho detto…Che è Maki.’, ripetè l’altro nascondendosi il volto tra le mani.

Un lungo silenzio seguì quest’ultima affermazione.

 

Fujima raccolse il suo coraggio e alzò gli occhi; Hanagata stava davanti a lui, come colpito da un fulmine, perfettamente immobile. Fujima nascose di nuovo la faccia tra le mani.

‘Ah…’, fu tutto quello che uscì dalla bocca di Hanagata, dopo un paio di minuti.

‘E credimi, le ho provate davvero tutte per non innamorarmi di lui, ma alla fine…Mi dispiace.’

‘E…Lui? Ne sa niente? Perché io non mi fiderei fossi in te, di un tipo del genere…’

‘Lui…Bhe, sa che mi piace, non gli ho mai detto però fino a che punto. Però… Cioè…Noi stiamo insieme da quasi tre anni.’

 

Hanagata si alzò lentamente in piedi, guardando l’amico dall’alto in basso. ‘Non ci posso credere.’

Fujima sentì qualcosa di caldo salirgli in petto; scattò in piedi anche lui. ‘Bhe che ti piaccia o no è così, e di certo non cambierà solo perché altri vengono a dare pareri non richiesti! Io Maki ce l’ho e me lo tengo! …’, il ragazzo si girò, facendo per riprendere a correre. ‘…Mi dispiace solo che… Tu non riesca a capire.’

 

***

 

La stanza era buia.

Il bambino finì sbattuto contro il muro, e si accasciò per terra, senza un lamento. L’uomo continuava ad urlare; la donna piangeva, seduta in un angolo della poltrona. Del ragazzo nemmeno l’ombra.

L’uomo sembrava cercasse di convincere entrambi di qualcosa, ma le sue urla erano sconnesse e senza alcun senso; dava l’idea comunque di proclamare verità assodate, e il bambino aveva la netta impressione che fosse solo lui a non capire.

 

Poi la porta si aprì, e la bambina del parco entrò; giratasi verso il bambino, chiese: ‘Allora? Sei proprio sicuro che non vuoi farti spingere?’

La donna si mise ad urlare istericamente, ma la bambina non le badò, avvicinandosi al bambino.

Quando si chinò su di lui, era diventata Akogare; la ragazza prese Akira per le spalle e lo scrollò:

‘Siamo in ritardo! Siamo in ritardo! Muoviti!!! Non vorrai mica rimanere qui per sempre! Cosa diciamo poi a Maki, eh?!’, così dicendo afferrò una mano dell’altro e iniziò a tirarlo, mentre con l’altra reggeva il Signor Gatto, che miagolava, cercando di divincolarsi e raggiungere la porta.

 

***

 

Sendo si svegliò di colpo, balzando a sedere. Ansava sconnessamente, passandosi ripetutamente la mano sul volto, cercando di asciugarlo.

Poi, lentamente, il suo respiro si normalizzò, e il ragazzo si guardò attorno. Era in camera di Akogare, sul suo futon. Involontariamente, si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo.

 

Cercò di alzarsi, ma tutti i muscoli protestarono vivamente. In quella, Akogare aprì la porta, piano.

I due si fissarono. Poi lei sorrise, quasi imbarazzata.

‘Ciao. Come va?’

Lui la guardò senza dire niente, quindi si lasciò cadere di nuovo sul futon di peso. Akogare si avvicinò e si sedette sul suo letto.

‘Hai fame?’, alla domanda lui scosse appena percettibilmente la testa.

‘Sete?’, di nuovo la risposta fu negativa.

‘Vuoi che ti porti qualcosa? Hai mal di testa?’

Akira scosse il capo, senza però accennare a fare qualsiasi altro movimento.

‘Vuoi che faccia qualcosa? Me ne vado, se preferisci.’

Sendo allora mosse un braccio e batté piano la mano sul futon, più vicino a lui. Akogare si spostò sul materasso.

 

‘Hai fatto un incubo?’

Akira annuì. ‘Un paio.’

‘Cosa hai sognato?’

Il ragazzo rimase un attimo in silenzio, poi rispose: ‘Non lo so. I miei, credo. Te. Rukawa e… un gatto.’

‘Avrai sognato il Signor Gatto.’, replicò lei, guardando sempre fissa davanti a sé, con un’espressione da far concorrenza ad Akane.

 

Le persiane appena sollevate lasciavano entrare un po’ di luce arancione. Doveva essere pomeriggio inoltrato.

 

‘Cosa facevo io?’, chiese dopo un po’ Akogare, senza aver l’aria di essere molto interessata.

‘Cantavi. Mi spingevi sull’altalena.’

‘Hai sognato la prima volta che ci siamo incontrati?’

‘…Forse. Non ricordo niente di quando ci siamo conosciuti.’

Lei annuì. Sapeva che Akira ricordava poco e niente di quegli anni.

‘E Rukawa?’

‘Rukawa pescava… In un bar. E poi strisciava i piedi, seduto sull’altalena di fianco alla mia.’

 

Ako annuì.

‘Il gatto mangiava pesce fritto.’

‘Ah.’

‘Ma Akane non c’era.’

‘Ah.’

‘Penso che dormirò un altro po’. Tanto, c’è un sacco di tempo.’

‘Ah.’

 

Akira si girò su un fianco, tirandosi il lenzuolo sopra la testa. Akogare per un po’ non disse nulla, poi chiese:

‘Vuoi che vada?’

‘No.’

 

‘Mi dispiace.’, disse poi lei, con voce distaccata.

Akira non replicò.

‘Alla fine, quello fregato sei sempre tu.’

 

‘Già.’

 

 

--- Chapter #20, The End

 

 

It’s a beautiful life (by Ace of Base)

E’ una bella vita

 

 

Puoi fare ciò che vuoi, basta cogliere l’attimo

Cosa farai domani verrà sulla tua strada

Non considerare mai di arrenderti

Scoprirai che, oh oh oh

 

E’ una bella vita, oh oh oh

E’ una bella vita, oh oh oh

E’ una bella vita, oh oh oh

Voglio solo stare qui al tuo fianco

E rimanere fino all’alba

 

Fai una passeggiata nel parco quando sei giù

Ci sono così tante cose che ti solleveranno

Guarda la natura che fiorisce, un bambino che ride

Un tale sogno, oh oh oh

 

E’ una bella vita, oh oh oh

E’ una bella vita, oh oh oh

E’ una bella vita, oh oh oh

Voglio solo stare qui al tuo fianco

E rimanere fino all’alba

 

Voglio solo stare qui al tuo fianco

E rimanere fino all’alba

 

Stai cercando qualche posto a cui appartenere

E stai fino all’alba

Stai cercando qualche posto a cui appartenere

Te ne stai tutto solo

Cerchi qualcuno che ti guidi sulla tua strada

Adesso e per sempre

Voglio solo essere chiunque

 

Viviamo in maniere diverse

E’ una bella vita

Ti porterò in un posto

In cui non sei mai stato oh yeah

E’ una bella vita

Ti prenderò tra le braccia e volerò via

Con te sta notte

 

E’ una bella vita, oh oh oh

E’ una bella vita, oh oh oh

E’ una bella vita, oh oh oh

Voglio solo stare qui al tuo fianco

E rimanere fino all’alba

 

 

FANFIC

 

 

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