ASTROIMAGING
DIGITALE: DEEP SKY
L’astroimaging
digitale del profondo cielo richiede una camera CCD costruita
appositamente per l’astronomia, possibilmente con
sensore in bianco e nero.
Per le mie immagini uso una camera CCD SBIG ST-6 che possiede una risoluzione di appena 320x240 pixel delle dimensioni di 24x27 micrometri. Avendo pixel molto grandi, devo lavorare con focali relativamente lunghe per ottenere una risoluzione abbastanza alta. E’ anche questo il motivo per il quale non utilizzo la mia camera CCD su oggetti del sistema solare.
Detto questo, le operazioni preliminari da fare sono le seguenti: prima di tutto mi scelgo una serata senza luna e lontano dalle luci della città. E’ vero, che si vedono in giro immagini realizzate da città e con un cielo illuminato dalla luna, ma a mio avviso chi ne ha la possibilità dovrebbe scegliersi sempre un cielo il più scuro possibile in quanto a mio avviso l’obiettivo delle riprese deep sky è il raggiungimento della magnitudine più alta possibile.
Detto questo, la mia tecnica di ripresa consiste nel sommare molte pose della durata massima che mi consente l’inseguimento della mia montatura. Questa durata, se l’allineamento al polo è stato fatto con cura, si aggira intorno ai 60 secondi con una focale di 1,7 metri.Il telescopio naturalmente si deve acclimatare (anche se non è necessario un tempo molto lungo visto che non deve sprigionare tutto il suo potere risolutivo), setto la temperatura del sensore a -25° C e aspetto qualche minuto affinché l’eventuale ghiaccio che si può formare sul sensore possa andare via.
Nel tempo che aspetto, ne approfitto per mettere a fuoco, un’operazione davvero noiosa.Con il mio vecchio rifrattore era molto più semplice: avevo trovato una volta il fuoco giusto e quindi avevo fatto una tacca (molto precisa) sul tubo di messa a fuoco, il che mi consentiva di trovare il fuoco giusto praticamente subito nelle serate successive. Con il C 9,25” questo non è possibile ed allora uso la maschera di Hartman : un coperchio sul quale ho praticato 4 fori alla stessa distanza e dello stesso diametro (1/4 del diametro dello specchio).Questo è un ottimo stratagemma perché quando l’immagine è fuori fuoco essa si presenta sdoppiata in quattro e quando essa è a fuoco non è più sdoppiata.
La mia maschera di Hartman è un semplice cartoncino rotondo come si può vedere nella foto.
FOTO maschera di Hartman ed esempio di messa a fuoco
Le pose da sommare variano da soggetto a soggetto. Generalmente, lavorando a f 8 e a f 6,3 preferisco fare 15 pose da 1 minuto per gli ammassi globulari e le nebulose planetarie, almeno 30 per le altre nebulose e le galassie e anche oltre 50 per galassie particolarmente deboli. Non mi spingo mai oltre, in quanto a mio avviso il guadagno in magnitudine non è proporzionale al tempo impiegato; cioè per avere un netto miglioramento di magnitudine (almeno 0,5) rispetto a 50 pose bisogna sommarne almeno 120.
Il software che utilizzo è: CCDOPS per l’acquisizione e una prima elaborazione, astrostack1 e photoshop5.5 per gli ultimi ritocchi .
Riprese tutte le immagini necessarie, le correggo con un darkframe ricavato dalla media di tre immagini dark, per essere sicuro che esso sia effettivamente valido e non lasci qualche pixel caldo sulla mia immagine.
Per ogni posa quindi sottraggo il dark e la ingrandisco di 2x in quanto l’immagine originale è piuttosto piccola (320x240).
Dopodiché passo alla somma delle singole immagini, somma che preferisco sempre fare manualmente per la migliore affidabilità che mi da.
Effettuata la somma regolo il contrasto e la luminosità su automatico e faccio un primo esame alla mia immagine. In particolare guardo se la somma è riuscita bene e se l’immagine ha bisogno di una correzione di flat field. In genere questa correzione è necessaria in presenza di oggetti bassi sull’orizzonte e/o con un cielo non particolarmente buio, in quanto in questi casi si forma un fastidioso gradiente di luminosità che deve essere eliminato . Per oggetti molto alti sull’orizzonte e ben staccati dal fondo cielo, questo intervento generalmente non lo faccio.
Poi passo all’elaborazione vera e propria. Quasi sempre , il primo passo è quello di applicare una scala logaritmica alla mia immagine, questo mi consente di vedere meglio le zone deboli e le zone maggiormente in risalto dell’oggetto.

Confronto tra immagine senza scala logaritmica e con scala logaritmica (M 22)
Dopodiché il programma della mia camera CCD mi premette di fare uno sharpen di tipo nebula e planetary. In genere applico tutti e due in maniera leggera, in quanto aumentano la granulosità dell’immagine. Passo poi al resample dell’immagine in quanto il mio sensore ha pixel rettangolari e poi la salvo in formato bmp.
A questo punto uso Astrostack1 per dare l’ultimo tocco: una leggera maschera sfocata (3x in genere )
L’immagine di un oggetto profondo secondo me deve anche essere esteticamente corretta, in misura maggiore rispetto alle riprese degli oggetti del sistema solare, per questo preferisco un’elaborazione più leggera mirata proprio a curare anche i più piccoli dettagli estetici.
L’ultima cosa che faccio quindi alla mia immagine è quella di regolare la luminosità e il contrasto (combinandoli insieme) in modo tale da arrivare al limite in cui il fondo comincia a schiarirsi o a mostrare del rumore. In questo modo metto in risalto tutte le stelle presenti, anche le più deboli e non faccio diventare l’immagine rumorosa, cosa che purtroppo si vede di frequente anche in alcuni astroimager molto bravi. Solo quando il soggetto è molto debole e le pose sono state insufficienti a staccarlo bene dal fondo, mi spingo oltre il limite. Credo tuttavia che non sia assolutamente necessaria una disperata ricerca dei dettagli a scapito della qualità estetica dell’immagine, per questo non forzo mai l’elaborazione (anche perché non si possono creare nuovi dettagli dove non ci sono ma sono enfatizzarli, il quanto dipende da ogni singola persona). Personalmente preferisco un’immagine meno rumorosa e più gradevole piuttosto che una elaborata fino all’esasperazione per far risaltare un dettaglio sfuggevole, e credetemi, anche i nostri occhi lo preferiscono!
