La Sfida di Marlene

 

*** Attenzione: questo racconto non è adatto ai minori (e non va loro mostrato). Inoltre descrive delle pratiche che avrebbero possibilmente conseguenze pericolose nella realtà e perciò è solo un’opera di fantasia senza pretesa di realismo.

 

Marlene mi aveva sempre detto che teneva i suoi spettacoli per adulti separati dalle più note esibizioni come artista della fuga, in quanto temeva, mescolando le due cose, di averne una pubblicità negativa. Pertanto il suo spettacolo al Rope Kiss non era stato pubblicizzato in alcuna maniera ufficiale, e io mi aspettavo quindi di vederla esibirsi in un sordido buco sotto lo sguardo di pochi avventori. Ovviamente non poteva essere uno dei celebri locali di Las Vegas dove lavorava di solito. Il posto tuttavia era dignitoso e anche piuttosto elegante, con qualche elemento di arredo e di decoro dal chiaro richiamo feticista, ma nulla di esagerato. Il pubblico era vario: qualche abitué del locale, vestito in pelle nera e latex, un certo numero di gay che avevano adottato l’artista come icona, e per il resto la gente più svariata. Pensavo che lo spettacolo attirasse un’audience al 99 per cento maschile, ma mi sbagliavo… c’era all’incirca un terzo di donne, e alcune erano evidentemente delle fan della Grande Marlene.

 

La differenza sostanziale con i suoi spettacoli più ordinari era il bondage, esplicito e complesso. Le evasioni di Marlene comprendevano sempre un pizzico di questo elemento, è ovvio, ma nei suoi numeri teatrali ciascuna prova era studiata in modo da essere uno spettacolo rapido ed emozionante, preparato alla svelta, presentato con le giuste parole e una musica elettrizzante che mettesse l’elemento del rischio in primo piano. La messa in opera dei legamenti necessari per la prova era una faccenda molto svelta, per paura di perdere la tensione del pubblico. Di norma, nel giro di due o tre minuti era tutto finito e Marlene sfuggiva ai pericoli ripresentandosi sorridente al pubblico.

 

Stasera era diverso. I preparativi avvenivano con calma, accompagnati a volte da qualche motivo ipnotico, a volte da un cupo dark rock; l’artista, sempre vestita succintamente, veniva immobilizzata in maniera fantasiosa e complessa, e i tentativi per liberarsi a volte avvenivano del tutto in vista del pubblico. Anche i numeri erano vari e bizzarri, dalle evasioni più pericolose alla semplice prova di resistenza che vedevano Marlene sottoposta a un bondage particolarmente faticoso e doloroso, o estremamente rigoroso: e in questi casi l’evasione era chiaramente impossibile. A volte l’esito della prova era veramente in dubbio, e il pubblico rimaneva soddisfatto sia se vedeva alla fine Marlene trionfare sulle corde, sia se la vedeva ancora impotente e imprigionata. Infine, talvolta, Marlene si divertiva a stupire il pubblico evadendo da alcuni di quei numeri che sembravano fatti apposta per escludere questa possibilità.

 

Da quando avevo avuto la fortuna di vincere l’amore di questa donna (sposata, sì, ma semplice trofeo di un uomo ricchissimo), seguire i suoi spettacoli non mi costava nulla, perciò quando potevo ero parte del pubblico. Ero diventato il suo primo ammiratore e avevo seguito più e più volte le sue rappresentazioni.

Il numero era presentato da Marlene insieme a Kate, la sua bionda assistente. Mentre Marlene indossava un costume pratico e sportivo, in pratica un bikini a vita alta con delle calze leggermente velate, Kate portava il classico costume di scena con lustrini e decorazioni, ma non sembrava minimamente impacciata mentre legava l’artista per la prova di evasione.

“Signore e signori!” esclamò Kate. “In questa prova sarete voi a decidere se aiutare l’artista o rendere più difficoltosa la sua evasione. Vi chiedete come? Adesso vedrete!”

Dopo i convenevoli di rito l’artista venne subito nascosta da un sipario, mentre Kate la preparava per la prova. Quando venne nuovamente sollevato il sipario, ebbi una sorpresa, perché questo numero non l’avevo ancora mai visto.

Marlene era adesso sospesa dentro una struttura di vetro, in pratica una grande cabina telefonica composta da lastre di vetro e da quattro colonne. Stava a testa in giù: i polsi erano vincolati alla base della struttura, legati a due differenti sostegni. I piedi invece erano legati a robuste funi nere che scomparivano nella cima delle colonne poste sull’altro lato. Questa posizione scomoda era aggravata dal fatto che le funi erano legate a dei tensionatori, nascosti dentro i sostegni: gli strumenti tendevano energicamente il corpo della donna nelle quattro direzioni, in modo da renderlo ben disteso, dritto come una tavola. Per muovere ogni arto Marlene avrebbe dovuto vincere una resistenza sempre maggiore, tanto più lo allontanava dalla posizione in cui era tenuto dalla corda.

La struttura aveva una parete mobile, in effetti una porta, ed era da quel passaggio che Kate entrava e usciva per aggiungere i legamenti.

Marlene venne bendata con una sciarpa di seta nera e imbavagliata con un ballgag, poi Kate la lasciò sola e fece calare nuovamente il sipario davanti alla gabbia di vetro.

“Quanto tempo lasciamo alla splendida Marlene per liberarsi?” domandò Kate a voce alta.

Dai tavoli venne un brusio e qualche suggerimento. “Ci poniamo un limite di dieci minuti!” annunciò l’assistente. “Ma per ogni minuto ci sarà la possibilità, per uno o due di voi, di intervenire contro o a favore.”

Alcuni risero o si mostrarono interessati alla prospettiva.

“Abbiamo un pubblico cattivello questa sera!” esclamò Kate strizzando l’occhio. “La Grande Marlene farà meglio ad evadere alla svelta! Ma vediamo come sta andando!”

Kate fece un cenno e gli assistenti sollevarono il sipario da dietro le quinte. Marlene fu inquadrata dal fascio di luce del proiettore mentre cercava di liberare la mano destra. Portare la sinistra fino all’altro polso per sciogliere i nodi le costava un enorme sforzo per vincere la tensione delle corde, ma evidentemente la fuga era stata calibrata abbastanza bene, perché l’artista della fuga riuscì a sciogliere una delle spire del nodo prima che l’energico ritorno della fune le richiamasse la mano sinistra indietro. Lei si rilassò e si lasciò vincere. Di nuovo distesa e imobilizzata, Marlene evidentemente cercava di radunare le energie per un nuovo tentativo.

“No, no,” disse Kate. “Siamo un po’ lenti. Vediamo cosa possiamo fare per rendere più eccitante l’impresa.”

Attese un istante di essere inquadrata dal riflettore, e mostrò al pubblico un mazzo di carte. Poiché il pubblico circondava il palco da tre lati, i suoi tentativi di farsi vedere da tutti erano un po’ complicati. Comunque estrasse una carta da gioco, ed era una figura: girò intorno alla gabbia mostrando al pubblico ed annunciando l’effetto della carta (credo che si inventasse le regole lì per lì, anche se dopo mi è stato detto che c’è una logica in tutto questo).

“Il re!” esclamò Kate. “Due gentili volontari del pubblico possono intervenire!”

Cercai di essere uno dei volontari ma ero dalla parte sbagliata del palco, in quel momento, e Kate non mi notò. Due tizi, uno elegante in giacca ed uno con un giubbotto di pelle da motociclista, vennero sul palco, e scelsero gli strumenti per intervenire da una voluminosa scatola nera tenuta dall’assistente.

Muovendosi con difficoltà nella stretta gabbia di vetro, i due apportarono delle modifiche: dapprima l’uomo col giubbotto legò il polso sinistro di Marlene con un’altra corda, che agganciò ad un anello alla base della medesima colonna a cui era legato. Qui non c’era l’elemento di variabilità del tensionatore: era difficile valutare, ma poteva rendere impossibile per Marlene usare quella mano per liberarsi. Subito dopo il tipo elegante applicò un cappuccio di spandex sul volto dell’artista della fuga. Nulla di eccezionale (Marlene era già bendata) ma pur sempre un ostacolo che rendeva la respirazione un po’ più laboriosa.

Kate accompagnò di nuovo fuori i due volontari e il sipario calò di nuovo. Mentre il tempo passava mi chiedevo come Marlene potesse cavarsela... mi sembrava in difficoltà già prima. Al successivo alzarsi del sipario, la vidi contorcersi e tentare di liberare la mano, questa volta la sinistra per mezzo della destra. Aveva slegato la corda fissata dallo spettatore e cercava di sciogliere il nodo, a quanto pare ben reale e resistente, legato da Kate. Sena l’aiuto della vista, ovviamente, l’operazione era piuttosto difficile.

Kate dispose di nuovo l’abbassamento del sipario. Un paio di fischi marcarono la volontà del pubblico d’intervenire. L’assistente sorrise e disse: “Solo una carta, stavolta!”

Estrasse il Jolly.

“Ehi!” esclamò, “questa è una carta speciale!”

Alcuni uomini si offrirono e anche io alzai la mano. Questa volta scelse me. Salii sul palco: Kate mi tirò vicino a sé e mi parlò nell’orecchio.

“Il Jolly è a mia scelta e voglio dare una possibilità in più a Marlene, perciò non la leghiamo: scioglile il reggiseno, che ha solo attaccature in velcro, e lasciala a seno nudo.”

Sorridendo mi introdussi nella gabbia di vetro. All’inizio lei non capì di essere di nuovo sotto attacco. La testa incappucciata si mosse come per esprimere sorpresa, quando sciolsi una delle chiusure di velcro. Un attimo dopo era a seno nudo, mentre il publico fischiava entusiasta e Kate rideva.

Di nuovo, giù il sipario.

Adesso Marlene ha più tempo, pensai. Ma dopo un altro mezzo minuto, Kate estrasse una nuova carta. Un sei di picche, e l’assistente sentenziò nulla di fatto.

Cominciai a pensare che le chances miglioravano per Marlene: ora avrebbe avuto un po’ di respiro. Dopotutto i numeri sono la maggior parte delle carte... ma in realtà quel mazzo chissà com’era fatto?

Un altro minuto ed un’altra carta. Stavolta una donna: Kate scelse una delle spettatrici, le disse che poteva prendere due oggeti dalla scatola degli strumenti di bondage, e usarli come voleva. All’alzarsi del sipario, vedemmo che Marlene aveva finalmente liberato le mani, ma questo apriva un nuovo dilemma per l’artista della fuga: infatti adesso era appesa per i piedi (solo le spalle e la testa toccavano il palco) e doveva fare un grande sforzo di addominali per lavorare alle caviglie. Un indubbio vantaggio per Marlene però era l’essersi liberata da cappuccio di spandex e bavaglio.

La volontaria era una ragazza dai capelli biondi corti, pesantemente truccata di nero intorno agli occhi, e fisicamente un po’ un maschiaccio: seguendo il mio istinto avrei scommesso trattarsi di una lesbica. In effetti la maniera in cui guardava il corpo seminudo di Marlene, e la maniera in cui lo maneggiò, mi diedero conferma dei miei sospetti.

La donna si impossessò di una lunga corda e di un secondo cappuccio di spandex. Marlene si era lasciata andare, cessando i tentativi di liberarsi per dar tempo alla volontaria di legarla di nuovo.

Per prima cosa la donna raccolse il ballgag e imbavagliò nuovamente Marlene.

“Ehi!” gridò Kate, scherzosamente, “qui si gioca sporco!”

Ma non intervenne in nessun modo. A Marlene venne indossato nuovamente il cappuccio di spandex di cui si era liberata prima. A questo, la spettatrice aggiunse quello nuovo. Poi con la corda prima le legò rapidamente i polsi (mostrava una certa esperienza!) poi gliela passò tra le gambe, annodandola infine intorno alla vita come una cintura. Così le mani di Marlene rimanevano imprigionate più o meno all’altezza dell’inguine, e il doppio strato di stoffa sicuramente le rendeva difficoltosa la respirazione. Con un’ultima pacca sul sedere la volontaria si allontanò.

“Adesso le cose sembrano difficili!” esclamò Kate. “Sipario!”

Mancavano circa tre minuti al termine della prova e l’intervento della spettatrice aveva decisamente diminuito le possibilità per Marlene. Il pubblico si era appassionato al gioco e faceva un gran tifo. Ero curioso anche io, avrei voluto vedere al di là del telo come se la stava cavando Marlene, contro nodi che non poteva vedere, soffocata dai due cappucci... e dopo un po’ vidi con sollievo che Kate prendeva un’altra carta dal mazzo. Il due di cuori. Kate non chiamò nessun volontario, limitandosi a mostrare la carta, e fece cenno di alzare il sipario... e proprio in quel momento, con un sorriso raggiante, uscì Marlene trionfante: a seno nudo e con le corde, i cappucci e il bavaglio in mano.

“Eccezionale!” gridò l’assistente. “La Grande Marlene è riuscita a sfuggire ancora una volta!”

Il pubblicò la salutò con un caloroso applauso, poi l’artista della fuga si ritirò dietro le quinte, lasciando il campo ad un gruppo di cabarettisti.

Mi avvicinai a Kate.

“Alla fine c’era un trucco, per liberare le caviglie?” domandai. “Sembrava non farcela, e invece eccola lì...”

Kate rise. “Se anche ci fossero, i trucchi non si rivelano mai.”

Marlene si stava sistemando alla meglio i capelli, nel camerino. Il cappuccio di spandex non aveva fatto bene alla sua pettinatura.

“Alla fine ho dovuto accelerare i tempi,” disse. “Il secondo cappuccio mi stava proprio soffocando. Kate, sei sicura che fosse sottile come il primo?”

L’assistente fece spallucce. “Poco più spesso. Forse dobbiamo limitare gli oggetti nella nostra scatola delle meraviglie...”

Presi la scatola con gli strumenti di bondage e spinsi gentilmente fuori Kate. Con l’altra mano presi i polsi di Marlene.

“No, non direi proprio. Anzi, preferirei che ce ne fossero di più...”

Kate rise e se ne andò chiudendosi dietro la porta.

 

 

 

 

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