***attenzione*** le solite avvertenze si applicano... il contenuto
è piuttosto forte e chi non fosse convinto, o dell'età adatta
è pregato di andare a farsi un giro da
un'altra parte. Questo racconto può essere diffuso a patto che
non si faccia alcun tipo di profitto su di esso (no siti a pagamento ecc...)
e si citi l'autore.
Captain BB
Forse sono completamente rincretinita, mi dico mentre cerco disperatamente
di arrivare ai nodi con le dita deboli, intorpidite dalla mancanza di circolazione.
Ho accettato di tutto da quest'uomo che mi sembra una divinità,
ora però comincio a pensare che non potrò mai essere per
lui più che un giocattolo.
Ero più che disponibile ad accettare i giochi che mi proponeva,
portavo con orgoglio i segni delle corde sul mio corpo. Del resto, ho avuto
qualche esperienza anche prima di incontrare lui. Ma per me la sottomissione
significa qualcosa di più di un passatempo. Ogni volta che cerco
di approfondire la relazione fra di noi, mi risponde che il suo tempo è
prezioso e devo meritarmi il diritto di condividerlo. Ora comincio a non
poterne più.
Perché ho sempre accettato di concedere il mio corpo a incontri
improvvisati con quest'uomo? Perché la mia determinazione crolla
non appena lo vedo?
Mi pongo queste domande mentre rinuncio per l'ennesima volta a tentare di sciogliere il nodo. Le corde che mi stringono i polsi corrono alle caviglie, piegandole dolorosamente indietro. Un'altra corda stringe poco sotto le ginocchia, corre all'anello del soffitto che sorregge il lampadario, mantiene il mio corpo nudo in una posizione scomodissima, sollevato per metà da terra. Solo il torace e il mento toccano il pavimento gelido. Se potessi gridare nessuno mi sentirebbe, nella villa deserta. Per togliermi anche questa illusione lui mi ha riempito la bocca di stoffa, ha stretto una sciarpa di seta tra le mie labbra, imbavagliandomi stretta. Il tessuto morde sugli angoli delle labbra.
Stefano è proprio il tipo di uomo che mi piace, padrone di sé e ben inserito nella vita. Maturo, non il tipo che sfoggia l'auto sportiva in mancanza di qualunque dote personale, come ho visto fare parecchi ragazzi che potrei nominare. Niente alcol, droga, sigarette o altre fesserie. A trent'anni e qualcosa, è diventato il proprietario dello studio per cui lavorava, si è fatto da sé ed è diventato ricco partendo dal niente. Avendo frequentato soltanto uomini giovani e insignificanti, ne sono rimasta affascinata. Forse cerco qualcuno che mi protegga, forse cerco qualcuno che non sia come io sono. Coraggiosa, avventurosa forse, ma irrimediabilmente insicura nel profondo. Eppure nel mio piccolo qualcosa ho fatto anch'io. Vivo da sola dall'età di diciotto anni, ho trovato un lavoro decente come impiegata e continuo, faticosamente, a farmi strada tra gli esami universitari. Per una figlia di operai, scappata da un quartiere popolare, è già molto.
Un paio di giorni fa l'ho messo alle strette. Sono stanca di incontrarlo solo per una veloce scopata o per i giochi di sottomissione che pure ci piacciono tanto. Per niente sulla difensiva, mi ha detto che non vede soltanto me e se voglio essere la sua ragazza fissa devo superare un confronto con Debora. Così ha un'altra ragazza. Beh, lo immaginavo, e non sono intimorita. Io so stare ai suoi giochi e so anche di avere qualcosa in testa, saprò meritarmi il mio Stefano alla faccia di qualunque puttanella, che si chiami Debora o cos'altro.
Mi è capitato di parlarne con un'amica. Maria la vedo poco spesso ormai, ma ci conosciamo fin dalle elementari. Ci diciamo tutto, proprio tutto. Sono andata a prenderla dopo il suo turno, alla fabbrica dove lavora come operaia, e dopo il cinema abbiamo parlato di lui. Ho tralasciato soltanto le parti più scabrose.
"Quello ti sta soltanto prendendo per il sedere" dice Maria con la sua
sana saggezza popolare. "Vuole continuare a tenere il piede in due scarpe,
e se sei furba capirai che non te lo puoi permettere. Non sei dello stesso
mondo e non puoi perdere tempo con lui. Dovrai pure cercare un uomo che
un giorno ti voglia sposare, Giorgia! Non hai soldi da parte, non hai un
lavoro che ti renda molto, e la laurea chissà se arriva! Come se
risolvesse tutti i problemi, una laurea!"
E' invidiosa, lo so. Dopo le medie è andata subito a lavorare,
e si è sposata con un imbecille che beve e passa da un lavoro poco
stabile all'altro. Cerco di non manifestare la mia irritazione per quei
consigli saggi che suonano soltanto come banalità. Cosa posso aspettarmi,
da una che ha un orizzonte così limitato? Eppure sono delusa, Maria
è una bella ragazza piena di vita, come ha fatto a chiudersi in
un mondo talmente squallido? Non la riconosco più. Non è
più la ragazza con cui ho passato le vacanze insieme, con cui ho
vissuto tante avventure.
Così sono andata a trovare Stefano nella villa fuori città.
Mi sono spogliata per lui arrossendo, comandata a bacchetta. Se quella
che devo vincere contro la misteriosa Debora è una gara di resistenza,
pare che sia una gara piuttosto severa. Incapace di liberarmi, è
da ore che aspetto di essere salvata da Stefano. Quando sento finalmente
la porta aprirsi, mugolo nel bavaglio, sperando di essere slegata. Qualcuno
cammina nell'atrio, senza fretta. Vorrei sbagliarmi, ma sembrano piedi
femminili.
L'intruso prende tempo, non ha fretta. Sento il fruscio di vestiti,
forse si mette (o toglie) delle scarpe. Sudo freddo, legata come un salame,
cerco ancora di sfuggire ma riesco solo ad agitare le dita e a tirare con
le gambe sull'anello fissato al soffitto. Chissà se riuscirò
a strapparlo, facendo cadere giù il lampadario e tutto quanto...
sarebbe una bella scena.
Finalmente appare. La famosa Debora, suppongo. Una bambola bionda molto
alta, giovane corpo perfetto, grandi tette, magari modellate da un chirurgo.
Si è spogliata, indossa soltanto uno slippino di un blu elettrico
ma porta ancora le scarpe coi tacchi a spillo, altissimi. E' molto diversa
da me, io sono piuttosto la classica bellezza mediterranea, e misuro un
po' meno di uno e settanta.
"Ciao Giorgia" dice, "finalmente ci vediamo di persona."
Umiliata oltre ogni dire, gemo nel bavaglio reclamando di essere liberata.
Voglio che questo confronto si svolga alla pari, che cavolo. Debora mi
studia girandomi intorno, fa dei sorrisini scemi, ridacchia mentre mi stuzzica
con la punta del piede. Situazione irreale, mi trovo alla mercè
di una specie di attricetta da film porno.
Vengo voltata di fianco, arrossisco mentre la ragazza studia il mio
corpo nudo con calma, una smorfia critica sulle labbra.
"Sai, speravo di meglio" commenta ridendo, "non mi aspettavo di dover
competere con cenerentola. Quando Stefano ci vedrà insieme, beh,
scommetto che non avrà il minimo dubbio, tu credi?"
Io so soffrire per lui, penso, non essere così sicura di essere
scelta. Sempre che lui voglia davvero scegliere e non si stia prendendo
gioco di tutte e due. Vorrei proprio vedere Debora alle prese con le corde
e vedere come la prende, scommetto che si metterebbe a frignare subito.
Ma per il momento sono io quella legata, e il fatto che la mia rivale
abbia il controllo su di me mi spaventa.
Debora ride, e la sua mano guizza verso il mio inguine tirando rudemente
un ciuffo di peli pubici. Scatto violentemente all'indietro, ma non vado
da nessuna parte. Lei ride alle mie proteste soffocate dal bavaglio. Sono
furiosa, come mai è entrata in casa mentre io sono impotente e sola?
Stefano non avrebbe dovuto permetterlo. Vuole metterci una contro l'altra?
Fino a che punto potrei sopportarlo, mi chiedo. Se in questo momento potessi
legare la puttana e vendicarmi delle umiliazioni che sto ricevendo, forse
lo farei, ma lottare direttamente contro Debora per divertire Stefano abbasserebbe
ancora il livello della nostra relazione, sempre che di relazione si possa
parlare.
Lei ha frugato nella mia borsetta e giocherella con la carta d'identità. Pronuncia il mio cognome con un sorriso, getta il documento sulla pila dei miei abiti e fa del sarcasmo sulle mie evidenti origini meridionali. Nonostante la paura mi sento esplodere dalla rabbia. Perché, tu chi cazzo sei?
Debora ha portato una specie di sacca da golf, solo più piccola.
Fischiettando, si china per frugare all'interno mostrandomi il sedere,
nudo salvo la striscia di stoffa delle minuscole mutandine. La studio con
una certa invidia, cercando invano una traccia di cellulite o una smagliatura.
Niente da fare, non ha la minima imperfezione.
"Ho pensato a qualcosa per divertirci mentre aspettiamo che lui torna"
annuncia giuliva mentre si avvicina con qualcosa stretto nel pugno.
Il cuore mi batte all'impazzata, mi divincolo con tutta la forza che
mi rimane, ma a Debora basta una mano per tenermi ferma quel tanto che
basta. Mi applica una clip ad un capezzolo, non una molletta da bucato
ma un oggetto luccicante e cromato, roba che ho visto nei sex shops le
poche volte che, mai da sola, vi ho fatto una visitina. Un ruggito di dolore
che non sembra nemmeno provenire da me riempie la sala. Le brillanti piante
d'appartamento che ci circondano rimangono indifferenti, Debora ride e
la sua mano corre ad applicare lo strumento di tortura anche all'altro
capezzolo. Mi dibatto come un pesce fuor d'acqua, spero che il dolore si
calmi un poco, imploro con gli occhi la puttana perché cessi questo
tormento.
Debora invece si siede sui talloni e scuote la testa.
"Cazzo, sei sempre più una delusione. Stefano diceva che sei
un'esperta, e mi crolli così al primo colpo?"
Mentre piango e cerco di abituarmi a questo livello di sofferenza, credo di non avere più dubbi. Se Stefano ci ordinerà di torturarci a vicenda, prima di mandarlo definitivamente a quel paese mi prenderò il mio turno e troverò il modo di far vedere le stelle alla sua Debora, dopo se la potrà anche tenere. Spero che ritormi presto! Ma se invece lui non avesse voluto nulla di tutto questo? Se Debora fosse qui a sua insaputa? Cosa succederà ora?
La mia rivale ha slegato la corda che mi legava al soffitto e mi trascina per le ginocchia. Le mie spalle e la nuca strisciano sul pavimento, vengo maneggiata come un sacco di patate. Arriviamo vicino ad una delle colonne che dividono questo ampio salone con arcate alte ed eleganti. Debora fruga nella sacca da golf e prende della corda. Mi solleva, fa una smorfia per lo sforzo, getta la corda al di là della colonna e la riprende abilmente dall'altro lato. E' più agile di quanto pensavo, e sa quello che sta facendo. In un paio di minuti sono legata alla colonna, le corde mi avvolgono all'altezza della vita e delle spalle. Tutto il mio peso poggia sulle ginocchia perché sono ancora incaprettata come prima. Non sento quasi più le mani!
"Schifosa troia" sibila Debora, ma sorride, "ti insegno io a metterti
con me. Quell'uomo lo voglio io, hai capito? Tu te ne torni a timbrare
il cartellino."
Mugolo la mia protesta invano. La rivale stringe le labbra, mugola
a sua volta per prendermi in giro e tira ferocemente una delle clip. Grido,
mi divincolo inutilmente, le risate dementi della puttana mi risuonano
nelle orecchie. Quanto può durare ancora tutto questo? Voglio andarmene
subito!
Per qualche minuto sono da sola. Debora sta frugando nella sua borsa delle meraviglie, prepara qualche altra sorpresa per me. Cerco di raccogliere le mie forze, faccio un altro tentativo per sciogliere i nodi. Potrei liberarmi le mani, se avessi ancora sensibilità nelle dita. Fisso senza realmente vederlo l'arazzo che decora la parete di fronte a me, mentre tento di concentrarmi sui polpastrelli. La puttana se ne accorge, sento le sue dita sulle mie, in un attimo applica qualche giro di robusto nastro adesivo e le mie mani sono perse del tutto, incollate insieme in una morsa fastidiosa.
"Giorgia, sei una bambina cattiva" esclama, "cosa stavi cercando di
fare? Quanto ci metti a capirlo, devi solo prenderti la tua lezione e poi
tornare nell'ufficietto a fare la schiava. Questa vita non fa per te. Se
non lo accetti, mi costringi a punirti ancora!"
Avvicina un oggetto di latex al mio volto. E' un elmetto, un involucro
che aderirà alla mia testa lasciandomi solo due forellini per respirare.
L'ho già provato, su richiesta di Stefano, una volta sola. Agito
il capo, Debora mi tiene ferma e mi versa il borotalco sui capelli, emette
un buffo verso mentre si sforza di imprigionarmi nell'elmetto, che sembra
troppo piccolo. Tira, lo allarga, fa forza e infine l'arnese mi oltrepassa
il mento. Piango nella prigione stretta e soffocante, Debora aggiusta meglio
l'elmetto e, bontà sua, fa combaciare i fori con le mie narici,
permettendomi di respirare. I miei capezzoli continuano a soffrire le pene
dell'inferno.
Il mio udito è molto attutito dal latex, ma sento ugualmente
il rombo della BMW. Stefano pare di fretta, forse sa tutto e non vuole
perdersi la scena, ha parcheggiato direttamente davanti alla porta disdegnando
la rimessa lontana una cinquantina di metri. Al suo apparire Debora mi
lascia e si alza in piedi.
"Beh, che ne pensi?" domanda con allegria nella voce. "Ho fatto un
bel lavoro, non credi?"
Sento i passi di Stefano che si avvicina e risponde qualcosa, non riesco
a capire. Parla poco, passa subito all'azione. Per quello che posso udire,
sta legando la mia rivale: mi arriva distintamente il rumore di un paio
di manette. Bene, spero che la faccia soffrire, e che mi liberi alla svelta!
Ancora non so in cosa dovrebbe consistere la sfida tra me e la puttana
bionda. Importa poco, dopo quello che è successo non mi fido più
di lui. Sono accecata, non ho colto il suo sguardo che distrugge ogni determinazione
in me, posso prendere una decisione: è ora di finirla. Cerco di
farmi sentire, ma sono imbavagliata e incappucciata, è uno sforzo
inutile.
Debora geme. E' il suo turno adesso, peccato che non sia io quella che
la sistema a dovere. Rumore di catene, fruscio di corda. Darei qualcosa
per poter vederla. Un grido acuto, urgente e disperato viene soffocato
all'improvviso e si trasforma in un gemito che mi arriva appena. Dai rumori
che seguono mi sembra che Stefano se la sia caricata in spalla. Sento i
passi, la sta portando via, immagino nella camera da letto.
Io resto qui, dimenticata come uno strofinaccio. C'è qualcosa
che non va in questa sfida. Attendo impotente per diversi minuti, Stefano
non accorre a liberarmi. Se mi succedesse qualcosa nessuno se ne accorgerebbe,
potrei morire come un cane. Mi sforzo di non pensarci e di respirare con
calma e regolarità.
Trascorre molto tempo prima che qualcuno si avvicini a me. Credo che
sia una dona e il cuore mi si riempie di terrore. A fatica, le mani mi
liberano dall'elmetto di latex. Sbatto le palpebre per abituarmi alla luce.
Davanti a me c'è il viso di Maria, ansioso e preoccupato. Cosa ci
fa qui?
"Come hai fatto a cacciarti in questo casino?" mi dice a bassa voce,
"che testa di cazzo che sei."
Libera i miei capezzoli dalle clip, per un lungo minuto sento un dolore
terribile mentre il sangue torna a circolare.
Quando sono sciolta dalle corde, col suo aiuto mi alzo in piedi. Il
mio corpo è massacrato, segni bluastri dappertutto. Maria slega
la sciarpa che mi imbavaglia, posso sputare la stoffa che, ore fa, mi è
stata cacciata in bocca.
"Come mai sei qui? E loro dove sono?" domando.
Maria mi porge i vestiti mentre risponde.
"Sono di là che scopano, o qualcosa del genere. Prevedevo che
ti saresti messa in un pasticcio e sono venuta a vedere, non sapevo cosa
dire al citofono, ma ho trovato tutto aperto, e così ti ho trovata.
Vestiti alla svelta, ce ne andiamo."
Rimango inebetita con le mie mutande in mano.
"Allora!" sussurra Maria. Parla piano per non farsi sentire ma è
chiaro che si sta arrabbiando. "Cosa fai, vieni via o aspetti il prossimo
round? Ma la finiamo con queste stronzate?"
La guardo in volto con gratitudine. Come ho fatto a pensare male di
lei. La mia salvatrice. La mia vecchia amica. Mi ha tirato ancora fuori
dai guai, come tante volte ai vecchi tempi.
"Cammina" dice seccamente.
Più tardi, Stefano e la puttana si chiederanno come ho fatto a liberarmi. Chissà cosa penseranno, chissà cosa sarebbe successo se fossi rimasta. Non mi interessa, ha ragione Maria, questo mondo non mi appartiene e a lui non importa niente di me.
Lei mi sostiene. Cammino con passi incerti, fuori l'aria è gelata. Penso alla serata di domani, alla discoteca alla moda dove volevo che Stefano mi portasse. Al diavolo, e poi fra venti giorni ho un esame. Lui non lo rivedrò più.
Domani sarà soltanto un'altra giornata in ufficio.