B 9 parte quarta di quattro - Dove Manuel si toglie un sfizio

***attenzione*** valgono le solite avvertenze... il contenuto è piuttosto forte e chi non fosse convinto, o dell’età adatta è pregato di andare a farsi un giro da un’altra parte. Questo racconto può essere diffuso a patto che non si faccia alcun tipo di profitto su di esso (no siti a pagamento ecc...) e si citi l’autore.

Captain BB

Manuel aveva sistemato a dovere Ami, legandola con solide corde. Polsi, caviglie, ginocchia. Le aveva poi infilato un fazzoletto in bocca, sigillando poi con il nastro adesivo.
"Questa puttanella ce la portiamo via come ostaggio. Con l'altra ci divertiamo un pochettino."
Ero sicura, non so perché, che se la sarebbe presa proprio con me. Non che questo mi rendesse le cose più facili. La Jarvinen disse qualcosa a proposito del fatto che non avevano tempo da perdere, e forse era infastidita a vedere che destino mi veniva riservato... ma lo lasciò fare e se ne uscì. Gli altri furono spettatori del mio stupro. Legata e imbavagliata, non potei faro altro che cercare di scalciare.
Quando ne ebbi abbastanza degli schiaffi di Manuel, lasciai che mi aprisse le gambe e strappasse la calzamaglia.
La penetrazione fu dolorosa ma non tanto quanto la rabbia di essere insudiciata da un simile bastardo.
Manuel era cosciente di non avere molto tempo, e procedette con un ritmo forsennato. Ero appoggiata su un tavolino... Rovesciai la testa all'indietro mugolando dal dolore sotto i suoi colpi. L'impressione era terribile, fottuta davanti a tutti, mi annientava. Pablo si era fatto un paio di risate, ma ora si occupava con noncuranza delle ultime scatole da portare via. I due terroristi della Kuris erano indifferenti alla scena, Ami invece cercava di liberarsi con energia, perché le era capitato a portata di mano uno dei suoi attrezzi da scasso con un bordo abbastanza tagliente.

La ragazza, piena di risorse, impiegò solo pochi minuti. In quei minuti mi sentii sprofondare nell'inferno, pregando che Manuel si prendesse il suo piacere e mi lasciasse finalmente in pace.
Alla fine ebbe l'orgasmo, e si ricompose in fretta, lasciandomi lì a gambe all'aria.
"Mi spiace di non poterti dedicare più tempo, piccola," disse ridendo, "magari i poliziotti di questa bella località avranno più attenzioni per te. Comunque lascia un messaggio ai tuoi capi. Abbiamo il virus, e ci faremo sentire." Ami si era slegata le mani ed era arrivata, strisciando, alla pistola che non avevo fatto tempo ad usare qualche minuto prima.
Aveva le gambe legate, ma per quello che intendeva fare, non c'era bisogno di particolari sforzi atletici.

Avvilita e dolente, io guardavo tutto con indifferenza, e la vedevo come attraverso un velo... lei alzò l'arma e sparò: due colpi alla schiena di Manuel.
L'ultimo sguardo di quel bastardo fu di stupore. Evidentemente si aspettava un gioco più pulito dall'Agenzia, o non credeva di uscire sconfitto, dopo aver così spesso avuto la meglio, maltrattato e stuprato a piacere.
Io ero annebbiata, e del tutto impotente, e comunque Ami non mi liberò e non ebbi alcun ruolo in quello che successe dopo.
Si sciolse rapidamente le gambe e si levò il bavaglio. Raccolse la mitraglietta di Manuel e corse fuori. Aveva una luce furiosa negli occhi. Sapevo che, dagli eventi dei prossimi minuti, avrebbe potuto derivare anche la mia morte, se i complici di Manuel la avessero sopraffatta, ma nello stato in cui mi trovavo non mi interessava. Ci sarebbe voluto molto tempo prima che tornassi completamente in me.

Sentii sparare, era lei, poi un'altra arma, poi ancora Ami. Infine silenzio. Ami rientrò.
"Li ho fatti fuori tutti e due, Pablo e la biologa." Sul volto della bambola bionda era dipinta una luce di spietata soddisfazione.
Si avvicinò a me, e tolse dalle mie labbra il nastro adesivo.
"Cora, mi spiace che ti abbiano fatto questo," disse. "Sopporterai, ci sono passata anch'io."
Il suo tono non l'avrei detto proprio sbrigativo... ma risolveva tutto in due parole, e poteva sembrare un insulto dopo quello che mi era successo. Ma dovevo tener conto di quello che aveva dovuto più volte sopportare lei.

"Slegami, per favore," dissi con un cenno di assenso.
"Soltanto un attimo. C'è una cosa che devo fare prima, e preferisco che tu non intervenga."
Mi ripresi dallo shock dello stupro, almeno per il momento. Ami si era avvicinata alla Laplanche e a Wiedemann, che erano rimasti ammanettati e impotenti per tutto il tempo.

"Tu sei la sorella di Racaille," disse alla Laplanche. La donna non confermò e non smentì.
"Lui ha ucciso un agente segreto, un certo Kowalski, che l'aveva intercettato dopo la rapina alla Banca di Colchester-Sahr."
"Questo è già noto ai tuoi capi," replicò fredda la Laplanche.
"Poco prima dell'annientamento del gruppo armato Kuris, fu scoperta ed eliminata un'infiltrata, Anne Kowalski, la moglie di quello stesso agente. Pensavamo che chi l'ha uccisa avesse pagato, perché il gruppo è stato eliminato. Invece no. Ci siete ancora voi due. Per poco."
I due terroristi la guardarono con gli occhi sbarrati.
"E chi ti da il diritto..." mormorò la Laplanche.
"E tu cosa c'entri?" domandò Wiedemann.
Ami rise, ed era la prima volta che le sentivo fare una risata veramente cattiva.
"Sono figlia loro, bastardi, non avevate capito?"
Wiedemann in realtà aveva già capito. Cercò di mettersi diritto, per quanto glielo consentivano le manette con cui era legato alla ringhiera delle scale.
"Noi siamo gli ultimi, se questo ti fa piacere. Viva il Kuris."
"Viva il Kuris," fece eco la biologa.
Ami sparò in faccia a tutti e due. Sangue, pezzi di cervello e di osso... uno schifo. Incredibilmente per la Laplanche ci volle un colpo di grazia. Poi la ragazza lasciò a terra l'arma e venne a liberarmi.

"Infiltrata..." dissi, "tua mamma doveva essere una donna coraggiosa."
"Sì, lo era. L'hanno bruciata dentro la sua auto. Vieni, ti aiuto a ripulirti."
"E adesso a Kayth cosa racconterai?"
Ami alzò le spalle. "Cora, preoccupati di stare bene, adesso. Non mi interessa di ricevere una punizione. Adesso me ne posso anche andare, ho avuto l'occasione che nemmeno osavo sperare di avere e mi son presa la mia vendetta, l'Agenzia se vorrà potrà fare a meno di me. Magari riprenderò a studiare."

Kayth arrivò con Luca e Horace. Raccolsero tutto il materiale interessante e fecero fotografie dei cinque cadaveri. Io mi ero rivestita e stavo in disparte.
Ami non si era nemmeno preoccupata di sciogliere dalle manette Wiedemann e la Laplanche, così era evidente che quella era stata una esecuzione. Avrebbe potuto cercare di mentire ma non lo fece.
"Sai che non siamo in servizio per compiere delle vendette private," disse severamente Kayth. Ami si limitò ad annuire, non aveva l'aria di prenderla in giro, ma era evidente che delle sue parole non le interessava niente. Poi Kayth guardò il cadavere di Manuel, che l'aveva violentata tempo prima. C'era una certa soddisfazione nel volto della mia comandante.
"Ok," disse, "non è successo niente. Come hai fatto a saperlo? Che erano loro gli assassini dei tuoi genitori, dico."
Ami questa volta sorrise. "Mammina, lo sai che faccio finta di essere scema per potervi fregare."
"Farò io il rapporto a Kim per questa missione," annunciò Kayth ad alta voce, per farsi sentire da tutti. "E voglio che ve lo leggiate bene, così che sappiate come sono andati i fatti. Si sono ammazzati fra loro, ok?"
Horace la guardò per un attimo ma non fece una piega.
Luca fece spallucce. "Ok, va bene. Se lo dici tu..."

Poi Kayth venne da me.
"Come stai, Cora?"
Mi sentivo come spezzata dentro ma non lo dissi.
"Sto bene. E' crepato, quel bastardo. Può andar bene così."
Kayth mi guardò per un attimo. Aveva capito che non era vero, e aveva capito che non era il caso di parlarne.
"Era un complotto potenzialmente molto grave quello che abbiamo sventato oggi. In buona parte è merito tuo. Sapevo di non sbagliare quando ho puntato su di te: non lasciare che quello che ti è successo rovini la soddisfazione per il grande risultato di oggi."
Durante il viaggio per tornare a New London, Ami si sforzò di tenermi su di morale. Rideva e scherzava con tutti, gioiosa per la strage che aveva compiuto come una scolaretta che ha preso un bel voto.
Potevo capirla, e se ero stata sincera quando mi preoccupavo per lei nei suoi momenti di malessere, dovevo essere comprensiva per quello che aveva fatto. Nessuno di quelli che aveva ucciso meritava molto meglio.

Luca e Horace ogni tanto le rivolgevano uno sguardo un po' stupito ma rispondevano alle battute e le si dimostravano amichevoli in tutto, come del resto nei miei confronti: entrambe avevamo avuto una esperienza stravolgente.
Quella di Ami non era da considerare effettivamente negativa, forse il contrario... ma era evidente che la doveva ancora metabolizzare.
Tra qualche sorriso e toni smorzati, e tentativi di portare il discorso sulla banalità, i due uomini cercarono di farsi sentire solidali senza strafare.

Io però cominciavo a sentirmi male sul serio, per gli eventi di quel giorno e non solo... ne avevo passate e viste troppe.
Avevo bisogno di una boccata d'aria. Non potevo catalogare quello che mi era successo come un normale incidente di lavoro. Dopo un paio di giorni andai da Kim, e dissi che volevo cambiare strada per un po', o forse per sempre: da quel momento, non avrebbero più potuto contare su di me.

Kim cercò di farmi cambiare idea, pensavo che lo avrebbe fatto in ogni caso ma mi accorsi che ci teneva davvero.
Sbrigai le formalità, lasciai alla base qualche documento e un'arma che tenevo a casa mia, e uscii.
Ne ero fuori?
Avevo i miei studi, qualche amica, mio padre... da qualche parte.
Ma anche nelle strade così familiari in cui stavo camminando, il mondo era diventato terribilmente estraneo.



Nota: come in alcuni altri dei racconti che compaiono su questo sito, ho scritto traendo ispirazione dalle mie letture.
In effetti, è la cosa più normale di questo mondo (penso che ben pochi abbiano scritto qualcosa senza prima aver letto...) ma ritengo doveroso ammetterlo, quando lo si è fatto consapevolmente, perché a quel punto è copiare, anche se non parola per parola.
In questo caso il danno l'ho commesso addirittura nei confronti di un grande: non che mi voglia accostare a lui ma la narrazione era da brividi, e non ho resistito. Il finale della scena in cui i terroristi vengono "giustiziati" è debitore del capitolo "L'Ultimo" dal libro di Primo Levi, "Se questo è un uomo."


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