***attenzione*** valgono le solite avvertenze... il contenuto è piuttosto forte e chi non fosse convinto, o dell’età adatta è pregato di andare a farsi un giro da un’altra parte. Questo racconto può essere diffuso a patto che non si faccia alcun tipo di profitto su di esso (no siti a pagamento ecc...) e si citi l’autore.
Captain BB
Manuel aveva sistemato a dovere Ami, legandola con solide
corde. Polsi, caviglie, ginocchia. Le aveva poi infilato un
fazzoletto in bocca, sigillando poi con il nastro adesivo.
"Questa puttanella ce la portiamo via come ostaggio. Con l'altra
ci divertiamo un pochettino."
Ero sicura, non so perché, che se la sarebbe presa proprio
con me. Non che questo mi rendesse le cose più facili. La
Jarvinen disse qualcosa a proposito del fatto che non avevano
tempo da perdere, e forse era infastidita a vedere che destino mi
veniva riservato... ma lo lasciò fare e se ne uscì.
Gli altri furono spettatori del mio stupro. Legata e
imbavagliata, non potei faro altro che cercare di scalciare.
Quando ne ebbi abbastanza degli schiaffi di Manuel, lasciai che
mi aprisse le gambe e strappasse la calzamaglia.
La penetrazione fu dolorosa ma non tanto quanto la rabbia di
essere insudiciata da un simile bastardo.
Manuel era cosciente di
non avere molto tempo, e procedette con un ritmo forsennato. Ero
appoggiata su un tavolino... Rovesciai la testa all'indietro
mugolando dal dolore sotto i suoi colpi. L'impressione era
terribile, fottuta davanti a tutti, mi annientava. Pablo si era
fatto un paio di risate, ma ora si occupava con noncuranza delle
ultime scatole da portare via. I due terroristi della Kuris erano
indifferenti alla scena, Ami invece cercava di liberarsi con
energia, perché le era capitato a portata di mano uno dei
suoi attrezzi da scasso con un bordo abbastanza tagliente.
La ragazza, piena di risorse, impiegò solo pochi
minuti. In quei minuti mi sentii sprofondare nell'inferno,
pregando che Manuel si prendesse il suo piacere e mi lasciasse
finalmente in pace.
Alla fine ebbe l'orgasmo, e si ricompose in fretta, lasciandomi
lì a gambe all'aria.
"Mi spiace di non poterti dedicare più tempo, piccola,"
disse ridendo, "magari i poliziotti di questa bella
località avranno più attenzioni per te. Comunque
lascia un messaggio ai tuoi capi. Abbiamo il virus, e ci faremo
sentire." Ami si era slegata le mani ed era arrivata,
strisciando, alla pistola che non avevo fatto tempo ad usare
qualche minuto prima.
Aveva le gambe legate, ma per quello che intendeva fare, non
c'era bisogno di particolari sforzi atletici.
Avvilita e dolente, io guardavo tutto con indifferenza, e la
vedevo come attraverso un velo... lei alzò l'arma e
sparò: due colpi alla schiena di Manuel.
L'ultimo sguardo di quel bastardo fu di stupore. Evidentemente si
aspettava un gioco più pulito dall'Agenzia, o non credeva
di uscire sconfitto, dopo aver così spesso avuto la
meglio, maltrattato e stuprato a piacere.
Io ero annebbiata, e del tutto impotente, e comunque Ami non mi
liberò e non ebbi alcun ruolo in quello che successe
dopo.
Si sciolse rapidamente le gambe e si levò il bavaglio.
Raccolse la mitraglietta di Manuel e corse fuori. Aveva una luce
furiosa negli occhi. Sapevo che, dagli eventi dei prossimi
minuti, avrebbe potuto derivare anche la mia morte, se i complici
di Manuel la avessero sopraffatta, ma nello stato in cui mi
trovavo non mi interessava. Ci sarebbe voluto molto tempo prima
che tornassi completamente in me.
"Slegami, per favore," dissi con un cenno di assenso.
"Soltanto un attimo. C'è una cosa che devo fare prima, e
preferisco che tu non intervenga."
Mi ripresi dallo shock dello stupro, almeno per il momento. Ami
si era avvicinata alla Laplanche e a Wiedemann, che erano rimasti
ammanettati e impotenti per tutto il tempo.
"Tu sei la sorella di Racaille," disse alla Laplanche. La
donna non confermò e non smentì.
"Lui ha ucciso un agente segreto, un certo Kowalski, che l'aveva
intercettato dopo la rapina alla Banca di Colchester-Sahr."
"Questo è già noto ai tuoi capi," replicò fredda la
Laplanche.
"Poco prima dell'annientamento del gruppo armato Kuris, fu
scoperta ed eliminata un'infiltrata, Anne Kowalski, la moglie di
quello stesso agente. Pensavamo che chi l'ha uccisa avesse
pagato, perché il gruppo è stato eliminato. Invece
no. Ci siete ancora voi due. Per poco."
I due terroristi la guardarono con gli occhi sbarrati.
"E chi ti da il diritto..." mormorò la Laplanche.
"E tu cosa c'entri?" domandò Wiedemann.
Ami rise, ed era la prima volta che le sentivo fare una risata
veramente cattiva.
"Sono figlia loro, bastardi, non avevate capito?"
Wiedemann in realtà aveva già capito. Cercò
di mettersi diritto, per quanto glielo consentivano le manette
con cui era legato alla ringhiera delle scale.
"Noi siamo gli ultimi, se questo ti fa piacere. Viva il
Kuris."
"Viva il Kuris," fece eco la biologa.
Ami sparò in faccia a tutti e due. Sangue, pezzi di
cervello e di osso... uno schifo. Incredibilmente per la
Laplanche ci volle un colpo di grazia. Poi la ragazza
lasciò a terra l'arma e venne a liberarmi.
"Infiltrata..." dissi, "tua mamma doveva essere una donna
coraggiosa."
"Sì, lo era. L'hanno bruciata dentro la sua auto. Vieni,
ti aiuto a ripulirti."
"E adesso a Kayth cosa racconterai?"
Ami alzò le spalle. "Cora, preoccupati di stare bene,
adesso. Non mi interessa di ricevere una punizione. Adesso me ne
posso anche andare, ho avuto l'occasione che nemmeno osavo
sperare di avere e mi son presa la mia vendetta, l'Agenzia se
vorrà potrà fare a meno di me. Magari
riprenderò a studiare."
Kayth arrivò con Luca e Horace. Raccolsero tutto il
materiale interessante e fecero fotografie dei cinque cadaveri.
Io mi ero rivestita e stavo in disparte.
Ami non si era nemmeno preoccupata di sciogliere dalle manette
Wiedemann e la Laplanche, così era evidente che quella era
stata una esecuzione. Avrebbe potuto cercare di mentire ma non lo
fece.
"Sai che non siamo in servizio per compiere delle vendette
private," disse severamente Kayth. Ami si limitò ad
annuire, non aveva l'aria di prenderla in giro, ma era evidente
che delle sue parole non le interessava niente. Poi Kayth
guardò il cadavere di Manuel, che l'aveva violentata tempo
prima. C'era una certa soddisfazione nel volto della mia
comandante.
"Ok," disse, "non è successo niente. Come hai fatto a
saperlo? Che erano loro gli assassini dei tuoi genitori,
dico."
Ami questa volta sorrise. "Mammina, lo sai che faccio finta di
essere scema per potervi fregare."
"Farò io il rapporto a Kim per questa missione,"
annunciò Kayth ad alta voce, per farsi sentire da tutti.
"E voglio che ve lo leggiate bene, così che sappiate come
sono andati i fatti. Si sono ammazzati fra loro, ok?"
Horace la guardò per un attimo ma non fece una piega.
Luca fece spallucce. "Ok, va bene. Se lo dici tu..."
Poi Kayth venne da me.
"Come stai, Cora?"
Mi sentivo come spezzata dentro ma non lo dissi.
"Sto bene. E' crepato, quel bastardo. Può andar bene
così."
Kayth mi guardò per un attimo. Aveva capito che non era
vero, e aveva capito che non era il caso di parlarne.
"Era un complotto potenzialmente molto grave quello che abbiamo
sventato oggi. In buona parte è merito tuo. Sapevo di non
sbagliare quando ho puntato su di te: non lasciare che quello che
ti è successo rovini la soddisfazione per il grande
risultato di oggi."
Durante il viaggio per tornare a New London, Ami si sforzò
di tenermi su di morale. Rideva e scherzava con tutti, gioiosa
per la strage che aveva compiuto come una scolaretta che ha preso
un bel voto.
Potevo capirla, e se ero stata sincera quando mi preoccupavo per
lei nei suoi momenti di malessere, dovevo essere comprensiva per
quello che aveva fatto. Nessuno di quelli che aveva ucciso
meritava molto meglio.
Luca e Horace ogni tanto le rivolgevano uno sguardo un po'
stupito ma rispondevano alle battute e le si dimostravano
amichevoli in tutto, come del resto nei miei confronti: entrambe
avevamo avuto una esperienza stravolgente.
Quella di Ami non era da considerare effettivamente negativa,
forse il contrario... ma era evidente che la doveva ancora
metabolizzare.
Tra qualche sorriso e toni smorzati, e tentativi di portare il
discorso sulla banalità, i due uomini cercarono di farsi
sentire solidali senza strafare.
Io però cominciavo a sentirmi male sul serio, per gli
eventi di quel giorno e non solo... ne avevo passate e viste
troppe.
Avevo bisogno di una boccata d'aria. Non potevo catalogare quello
che mi era successo come un normale incidente di lavoro. Dopo un
paio di giorni andai da Kim, e dissi che volevo cambiare strada
per un po', o forse per sempre: da quel momento, non avrebbero
più potuto contare su di me.
Kim cercò di farmi cambiare idea, pensavo che lo
avrebbe fatto in ogni caso ma mi accorsi che ci teneva
davvero.
Sbrigai le formalità, lasciai alla base qualche
documento e un'arma che tenevo a casa mia, e uscii.
Ne ero fuori?
Avevo i miei studi, qualche amica, mio padre... da qualche
parte.
Ma anche nelle strade così familiari in cui stavo
camminando, il mondo era diventato terribilmente estraneo.
Nota: come in alcuni altri dei racconti che compaiono su
questo sito, ho scritto traendo ispirazione dalle mie
letture.
In effetti, è la cosa più normale di questo mondo
(penso che ben pochi abbiano scritto qualcosa senza prima aver
letto...) ma ritengo doveroso ammetterlo, quando lo si è
fatto consapevolmente, perché a quel punto è
copiare, anche se non parola per parola.
In questo caso il danno l'ho commesso addirittura nei confronti
di un grande: non che mi voglia accostare a lui ma la narrazione era
da brividi, e non ho resistito. Il finale della scena in cui i terroristi
vengono "giustiziati" è debitore del capitolo "L'Ultimo"
dal libro di Primo Levi, "Se questo è un uomo."