BB 9 parte seconda di quattro - Una orribile trattativa

***attenzione*** valgono le solite avvertenze... il contenuto è piuttosto forte e chi non fosse convinto, o dell’età adatta è pregato di andare a farsi un giro da un’altra parte. Questo racconto può essere diffuso a patto che non si faccia alcun tipo di profitto su di esso (no siti a pagamento ecc...) e si citi l’autore.

Captain BB

Consuelo era stata in gamba, del resto di solito otteneva ottimi risultati con le intercettazioni. Manuel aveva fatto qualche "lavoretto" di spionaggio industriale nel periodo della sua libertà, e aveva fatto comunella con "Pablo," un tizio delle Midlands con una fedina penale lunga un chilometro.
Adesso aveva dei contatti per comprare un "agente biologico" e Consuelo si era ovviamente allarmata.

Non sapevamo ancora il nome del venditore ma conoscevamo il luogo dell'incontro. Kayth aveva incaricato Consuelo di spiare da vicino l'evento e ad Ami toccò il compito di coprirla, assieme a me.

Così ci trovammo nel caldo asfissiante di New Aleppo, nella zona di Rollan. La città in sé è piuttosto moderna, anche se non mancano degli slums di periferia. La cosa che odiavo di più era il caldo che nemmeno la relativa vicinanza del mare riusciva a placare. Al secondo posto c'erano gli uomini della città, con il loro machismo sciovinista e aggressivo. La popolazione è di origine persiana e araba, con un misto di varie etnie dell'Asia Centrale terrestre a fare da contorno. Quindi io e Ami dovevamo coprirci e camuffarci pesantemente, parrucca compresa, quando volevamo passare per persone del posto. A Consuelo andava appena un po' meglio.

Il locale era elegante e lussuoso, la terrazza panoramica offriva la vista su una delle piazze più suggestive della città, con i suoi palazzi in stile finto moresco, carini da fuori, ma in realtà degli squallidi shopping mall, privi perfino del vantaggio di offrire qualche verosimile prodotto locale.
All'interno c'erano due saloni e diverse alcove: in alcune, i clienti bevevano il loro the accovacciati sui cuscini. Da una di queste spiavo con discrezione l'incontro di Manuel con questo fantomatico personaggio, comparso improvvisamente.
Ami era all'hover ed era pronta a intervenire o a fornire il mezzo per la fuga se necessario.
Consuelo era proprio a pochi passi dai due uomini che ci interessavano, seduta a un tavolino vicino ma non troppo. In teoria non dovevano riconoscerla, per precauzione si era truccata in maniera da essere scarsamente riconoscibile.

Avvicinandosi mi aveva dato il segnale del silenzio radio, valido salvo casi di emergenza.
Evidentemente sospettava che Manuel avesse qualche apparecchio rilevatore dei segnali. Non era certo il caso di rovinare l'occasione con un'imprudenza sciocca.

La nostra compagna usò un piccolo ma potente microfono direzionale. Per un po' i due uomini discussero animatamente. Quando Manuel diede una busta al suo interlocutore e ne ricevette una, Consuelo si alzò, un attimo prima che lo facessero anche loro. Passò accanto a Manuel e venne a trovare me.

"Manuel ha dato, nella busta, denaro e il comando di un hover a quel tizio alto," mi disse. "Corri fuori e scopri dove va il tizio, e con quale mezzo si allontana. Io e Ami seguiamo Manuel."

Mi precipitai all'aperto. L'uomo alto, che aveva capelli castano chiari ed era molto magro, si aggirava con il telecomando, fino a che un hover gli rispose. Era il mezzo che apparentemente faceva parte del suo pagamento o conteneva qualcosa che era parte dello scambio. Appena fu salito a bordo, ma prima che potesse vedermi nei video a 360° della cabina, gli applicai il segnalatore sullo scafo e mi allontanai rapidamente. Ne avevo approfittato anche per fare delle foto ma senza fortuna: l'uomo non si era voltato mai verso di me.
Del resto se l'avesse fatto, dalla breve distanza a cui mi trovavo difficilmente avrei trovato il modo di fotografarlo senza farmi accorgere.

Ventiquattr'ore dopo ero di nuovo alla base di New London. Kayth era molto arrabbiata perché Consuelo aveva commesso l'imprudenza di urtare leggermente Manuel e applicargli una cimice, sperando che nel commiato con il suo interlocutore egli avesse interrotto le difese contro i sistemi di controllo a distanza.
Ovviamente non era così, e Manuel si era subito accorto di rischiare una trappola. Aveva chiesto con un segnale convenzionale l'intervento del suo complice, quasi certamente Pablo. L'hover di Consuelo e Ami era quindi stato centrato con un proiettile teleguidato, un vero e proprio mini missile. Le mie compagne ne erano venute fuori senza danni ma con un grosso spavento. Non avendo altri veicoli, e comunque non disponendo di armi, non avevano potuto fare nient'altro.

"Potrebbe esserci un complotto molto pericoloso in ballo," insistette Kayth, che oltre ad essere arrabbiata mi sembrava stanca e tirata, "il fatto di aver scoperto le carte in questa fase può impedirci di sapere cosa stanno cercando di fare."

Tuttavia la missione non era stata un fallimento. Consuelo li aveva ascoltati. Parlavano di un virus, parlavano di macchinari per poterlo riprodurre in una versione che avesse una diffusione limitata.
Terrorismo con un sistema d'attacco biologico, quindi, ma anche con raffinatezza.

L'uomo che aveva preso la busta con denaro e con i comandi dell'hover era un certo Ulrich Wiedemann e aveva qualche precedente penale. L'hover conteneva attrezzatura per il lavoro sul virus, sul quale Wiedemann aveva dato informazioni a Manuel (il chip di memoria), ma non ancora un campione. Evidentemente Manuel si era fidato a dargli denaro e mezzi per continuare a sviluppare quest'arma biologica, probabilmente nella convinzione di potergliela far pagare con facilità se si fosse trattato di un bluff.

Quando terminai l'analisi delle noiose intercettazioni scoprii che Wiedemann aveva chiamato una persona poco dopo la conclusione dell'affare, e questa persona rispondeva da New London con un com anonimo comprato al mercato nero. Però faceva parte di una partita di cui avevamo le tracce per merito della polizia. Chiesi a Horace di chiamare i poliziotti, così beccarono il ricettatore in poche ore, e lo costrinsero a dire a chi lo aveva venduto. Corsi di nuovo da Kayth con la notizia.

"E' una biologa!" esclamai. "La persona che parlava con Wiedemann è una biologa. Si chiama Aurelie Laplanche."
Kayth alzò gli occhi dallo schermo del com e mi guardò. "Stai diventando una vecchia volpe, Cora," disse. "E' un bene, perché ne abbiamo bisogno. Visto che hai scoperto tutto questo, perché non vai a casa di questa signora e scopri perché lo fa?"
"Farò del mio meglio per non farmi beccare," dissi.
"Ci conto. Anche perché se ci facciamo pescare con le mani nel sacco ancora una volta saranno guai."
Kim, che era a una scrivania vicina, si voltò e mi guardò negli occhi. "Questa volta può essere importante, Cora. Non ci deluderai, vero?"
"Certo che no," risposi con un filo di voce.

Sentivo sulle spalle una responsabilità tremenda. Avevo radunato la mia attrezzatura in una sacca, mi ero studiata la disposizione degli appartamenti, e mi ero fatta precedere da una telefonata di Horace al custode: annunciava un problema con la centralina reti e modem, e preannunciava il mio arrivo. Mi aveva fornito un bel tesserino falso. Nulla poteva andare storto. Con tranquillità entrai fischiettando nella reception del grande residence, sventolando verso l'ufficio dei custodi il mio tesserino e camminando oltre con la sicumera di chi svolge la sua routine di tutti i giorni.

Beh, non andò così. C'era una sola persona nell'ufficio e subito corse fuori a bloccarmi. Una ragazza asiatica snella e piccolina con un grembiule verde, molto puntigliosa.

"Dove sta andando, signora?" domandò.
"Ma come, non hanno chiamato il signor Jones?" ribattei. Jones era un altro custode, che aveva ricevuto la chiamata da Horace. "Chieda a lui," conclusi, e feci per rimettermi in cammino per la mia strada.
"Ho qui il suo appunto," disse la custode tutta precisina, tirando fuori un piccolo foglio di carta dalla tasca del grembiule, "Jones dice di aver chiesto una conferma e lo scan dei documenti."
Sorrisi e le porsi il tesserino falso. "Qui ci sono tutti i dati che le servono."
Adesso stava davvero cominciando a darmi sui nervi, possibile che una custode così pignola dovesse capitare a me?
"Non può entrare, mi dispiace," replicò lei. "Deve arrivare il messaggio da verificare. Io non la conosco, non è la solita ditta."
"Andiamo!" dissi, cercando di muoverla a pietà, "io devo lavorare! Ce ne occupiamo noi, ci hanno subappaltato..."
"Anche di questo non ho comunicazione," m'interruppe precisissima la custode.
"Ora basta!" gridai. "Non posso perdere tempo con queste cazzate!"

La custode stava per rispondere puntandomi un dito contro, ma la afferrai per il polso e la mandai a sbattere contro una delle lussuose colonne dell'atrio.
Finalmente sembrava colta di sorpresa. Cercò di dire qualcosa ma le fui di nuovo alle costole, afferrandola per i capelli e schiaffeggiandola. La reazione fu furiosa, ma scoordinata. Approfittando del fatto che nell'atrio non c'era nessuno, feci valere la mia maggiore forza e le legai le mani dietro la schiena.

"Cosa vuole fare?" domandò la ragazza, ancora più arrabbiata che impaurita.
"Silenzio!" intimai, portandola verso quello che probabilmente era uno sgabuzzino con i materiali di pulizia. Lei si fece trascinare offrendo continuamente resistenza e gridò, ma alla fine la spinsi dentro e chiusi la porta dietro di noi.

"Adesso siamo sole e tranquille," ringhiai. "Ti sistemo per le feste!"
Le tolsi le scarpe e le misi le mani sotto la gonna sfilandole rapidamente i collant. Ci volle un po' di fatica ad infilarglieli in bocca, ma lo feci con vero piacere. Dopo, le applicai diverse strisce di nastro adesivo sulle labbra.
Dopo averle legato le ginocchia, il che fu una bella fatica, potei costringerla a sdraiarsi e finii di imbavagliarla. La mia vittima si divincolava, e si lamentava ancora con vigore.

"Ficcanaso! Scocciatrice!" sibilavo. Il contrattempo era ridicolo ma mi stavano saltando i nervi perché non avevo tutta la giornata e perché sapevo che un allarme non era desiderabile: la Laplanche non doveva capire di essere sorvegliata da noi. Era il caso di confondere un po' la mia vittima. Le frugai le tasche del grembiule e mi misi in tasca un paio di banconote che vi trovai.
Poi le diedi una pacca sul sedere e la lasciai, chiusa a chiave nello sgabuzzino.

Finalmente ero davanti alla porta dell'appartamento che cercavo. Fu molto facile entrare senza fare gravi danni, e una volta dentro potei perquisire con comodo la casa della biologa Aurelie Laplanche: all'inizio fui molto delusa. Il computer cedette subito alle mie capacità di intrusione informatica ma non c'era nulla di rilevante. Né contatti strani né appunti di lavoro. Un tizio le faceva il filo o magari era l'amante, le amiche le scrivevano per organizzare una cena fuori, solo cose di questo genere.
Anche negli armadi e nei cassetti, nulla d'importante. Era un lavoro noioso perché non potevo fare una rapida perquisizione ribaltando i mobili e svuotando i cassetti a casaccio, ma dovevo lasciare le cose in ordine.

Quando vidi le foto delle vacanze con le colleghe dell'ufficio, pensai di aver forse preso un granchio mettendomi sulle tracce di questa dannata biologa. Era tutto perfettamente normale.
Presi la macchina fotografica e scattai le immagini che ritenevo interessanti o che potevano suscitare dei dubbi (pochissima roba).
Fu quasi al momento di andare via che trovai la scatola nel ripostiglio delle scarpe. Era l'unica cosa che aveva l'aria di essere stata nascosta in tutta la casa: conteneva vecchie foto ma forse c'erano elementi importanti.

Persi del tempo ma le fotografai tutte. Finalmente uscii, dopo aver controllato di non avere lasciato tracce.
Rubacchiai qualcosa dai macchinari di rete che in teoria ero venuta a riparare (la storia di copertura per giustificare la mia presenza lì). Questo furto con aggressione, ovviamente, avrebbe provocato allarme e la Laplanche lo avrebbe saputo, ma non si sarebbe preoccupata per i suoi segreti, ammesso che ne avesse, ed era quanto importava a me.
Nel giro di cinque minuti ero a bordo dell'hover di Kim, e ci sollevavamo in aria, dirette alla nostra base.
"Tutto in ordine? Niente casini?" si limitò a domandare lei mentre partivamo. "Sono sicura di non aver lasciato tracce," replicai. Kim fece un cenno di approvazione col capo.




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