***attenzione*** valgono le solite avvertenze... il contenuto è
piuttosto forte e chi non fosse convinto, o dell'età adatta è
pregato di andare a farsi un giro da un'altra parte. Questo racconto può
essere diffuso a patto che non si faccia alcun tipo di profitto su di esso
(no siti a pagamento ecc...) e si citi l'autore.
Captain BB
Eravamo finalmente là. Dopo qualche giro infruttuoso in mezzo
a capannoni e fabbriche in disuso, avevamo avvistato l'auto di Zeroa vicino
a una fabbrica abbandonata. Non era uno di quei ruderi che fanno venire
i brividi, anzi, sembrava che potesse tornare in attività dopo una
piccola ripulita. Oltre il cancello vedevo le sagome di alcuni edifici
bassi e grigi, dominati da una ciminiera color mattone, larga alla base
e più stretta vicino alla cima.
"Parcheggiamo dietro l'angolo" disse Ami. Fermò l'auto di colpo,
mentre chiamavo Consuelo per darle la nostra posizione, e mi gettò
uno straccetto nero in grembo. "Meglio metterci qualcosa di comodo."
Mi guardai intorno. Il distretto industriale sembrava tutto deserto
e avevamo incrociato solo un paio di veicoli nella zona, però non
sembrava certo il miglior posto per cambiarsi d'abito.
Ami era già scesa dall'auto dopo aver lasciato le scarpe vicino
ai pedali. In un attimo aveva tirato l'orlo del suo vestitino sopra la
testa e l'avava buttato sul sedile, seguito immediatamente dal minuscolo
slip.
"Avanti, cosa aspetti? Vuoi introdurti in quella fabbrica vestita in
tailleur?"
Le diedi ragione, ma mi cambiai dentro l'auto, nonostante la scomodità.
La calzamaglia nera era un pezzo unico, si infilavano i piedi nel collo
e si tirava su. Era semitrasparente, come un collant. Potevo vedere chiaramente
i capezzoli e il pube rasato di Ami. Il mio cespuglio scuro era ancora
più evidente e mi dovetti far violenza per uscire dal riparo dell'utilitaria.
Ami non condivideva il mio pudore e commentò che la calzamaglia
mi stava benissimo. La mia compagna tirò fuori dal bagagliaio due
paia di scarpette nere, simili a quelle che si usano per la danza classica,
ma un po' più spesse. La nostra vestizione fu così completa.
L'unico equipaggiamento che portammo con noi era una torcia elettrica
per ciascuna. L'impugnatura aveva un piccolo scomparto dove tenevamo un
paio di arnesi da scasso. Ami era la più agile e si arrampicò
sul muro di recinzione con una piccola spinta da parte mia. Mi aiutò
a salire e presto fummo dall'altra parte.
"Scopriamo se è qui e poi torniamo a riferire" dissi.
Ami era d'accordo nel non tentare eccessivi eroismi ma insistette per
dividerci, in modo da esplorare più rapidamente la zona.
"Così è più pericoloso" osservai. Non avevo voglia
di perlustrare la fabbrica abbandonata senza nessuna compagnia.
"Ti sbagli Cora, è più pericoloso se ci becca tutte e
due insieme" rispose Ami. "Lui è certamente armato e noi no. Se
lo incontriamo, e non possiamo disarmarlo di sorpresa o scappare, allora
sì che sono guai."
"E va bene" sospirai, e mi diressi da sola verso uno dei dannati edifici.
Non ebbi vita facile a scassinare una delle porte, sperai almeno di non aver fatto troppo rumore. L'interno era ampio, buio e umido. Mi trovavo in un magazzino ingombro di rottami e cianfrusaglie. Alcuni scatoloni contenevano una quantità di minuteria metallica, forse il prodotto di quello stabilimento. Aiutandomi con lo stretto fascio di luce della torcia mi diressi verso un'arcata che conduceva ad un'altro grosso ambiente, poi trovai degli uffici e cominciai a perlustrarli nel massimo silenzio. Cominciai a sentirmi più fiduciosa: non c'era nessuno ed ero comunque invisibile, mi sentivo come un'ombra che si muove nel buio. La torcia emetteva uno stretto raggio di luce, poteva essere notata solo da una persona a cui l'avessi puntata direttamente addosso. Ero molto più in gamba che nelle mie precedenti missioni, ormai riuscivo ad evitare anche il minimo fruscio. D'altra parte l'esplorazione sembrava inutile: polvere dappertutto, nessuna traccia di una presenza recente.
Ad un tratto una voce di donna e un lampo di luce mi fecero sobbalzare.
"Sorpresa! C'è ancora la corrente!"
Rimasi accecata per un istante, anche se si trattava di una semplice
lampadina sul soffitto. In quell'istante sentii lo spostamento d'aria di
un corpo che stava balzando (su di me!) e un attimo dopo rotolavo sul pavimento
polveroso cercando di scuotermi di dosso le mani e le gambe che mi stringevano.
"Ma chi diavolo è?!" esclamai cercando di non mostrarmi spaventata.
Mi ero fatta sorprendere come una scema.
Riuscii a divincolarmi un poco e a voltare il capo quel tanto da riconoscere
Mimì la Gatta, con i suoi occhi azzurri e un sorriso beffardo.
"Lasciami!" gridai. "Tu devi solo tornare in galera."
Una mano si strinse alla mia gola. Sentivo la superficia liscia del
lattice che ricopriva la mia avversaria dalla testa ai piedi. Era una morsa
inflessibile, cercai di gemere.
"Ma guarda chi si rivede" disse la Gatta, deliziata. "Cora Neumann.
Abbiamo un conto da regolare, vero?"
La colpii con una violenta gomitata. Mimì lasciò la presa
sul mio collo e mi bloccò subito le braccia. Era troppo forte per
me, d'altra parte lei era biopotenziata e in carcere le avevano soltanto
disattivato temporaneamente le diavolerie che la rendevano così
scattante e possente.
"Adesso non posso resisterti" gridai con rabbia, "ma prima o poi ti
riprenderemo e te la faremo pagare!"
Mimì non ribatté. Era troppo impegnata a legarmi i polsi
con una cintura. Strinse la pelle attorno alle mie braccia fino ad avvolgere
anche i gomiti. Ero veramente fuori combattimento, ma la mia avversaria
si dedicò con cura anche alle gambe legandomi stretta e impedendomi
qualunque ribellione. Mi domandai dove fosse Ami e se mi potesse aiutare,
ma anche come mai avessi trovato Mimì al posto di Zeroa nella fabbrica
abbandonata.
Mimì si alzò e scrollò le dita per liberarle dalla
polvere. Con gesti languidi prese uno strofinaccio e spolverò un
poco la sua tenuta luccicante mentre mi guardava beffarda.
"Ti vedo molto sorpresa, cara. C'è qualcosa che vorresti domandarmi
prima di essere messa in condizione di non poter più parlare?"
Ovviamente le avrei chiesto cosa diavolo facesse proprio lì,
anche se immaginavo che volesse i preziosi che Burton era interessato a
comprare. Ma stetti zitta, osservando Mimì che veniva raggiunta
da un uomo. Il nuovo arrivato vestiva pantaloni e maglione scuri ed era,
ne ero sicura, uno dei due che avevano sorpreso me e Consuelo nell'albergo.
Mi strizzò perfino l'occhio.
"Sono in due" disse laconicamente l'uomo. "L'altra è ancora
lontana ma si avvicina a noi."
Mimì annuì e mi sollevò da terra senza nessuna
difficoltà. Mi appoggiò su una sedia e con l'aiuto dell'uomo
iniziò a legarmi ad essa usando del robusto nastro adesivo: busto
stretto allo schienale, le caviglie legate all'indietro, contro il piolo
che congiungeva le gambe posteriori della sedia (non potevo nemmeno scalciare
contro il pavimento). L'uomo era rispettoso mentre mi avvolgeva nel nastro,
non approfittava del fatto che ero così scoperta. Mimì invece
mi strizzò un capezzolo verso la fine del lavoro e ridacchiò:
"Se la tua amica viene qui non potrai aiutarla, purtroppo. Ma ti lascerò
vedere mentre la metto KO. E nel caso che tu volessi avvisarla gridando,
ti avverto che innanzitutto un gesto simile ti costerebbe caro, e in secondo
luogo, poiché lo faresti lo stesso, ti impedirò di emettere
anche un sospiro. Apri la bocca, piccola."
Era proprio la situazione che volevo evitare. Una delle due fuori combattimento
(in questo caso la sottoscritta) mentre l'altra cade in trappola.
"Per il tuo bene è meglio se ci ripensi e mi lasci andare" provai
a dire, "sai bene che stavolta finirai in galera per sempre."
"Le prigioni di Europa non sono fatte per tenermi" ribatté lei
sorridendo. "Adesso apri quella bocca."
L'uomo le passò una spugna che mi lasciai infilare in bocca.
Lenta e metodica, Mimì prese un fazzoletto, lo appallottolò
e spinse anche quello fra le mie labbra. Mugolai, la spugna era scivolata
indietro e mi faceva scattare il riflesso del vomito. La donna studiò
per un attimo i miei occhi colmi di lacrime. "Coraggio, piccola Cora. Un
piccolo sforzo per una vecchia amica. Un altro fazzoletto, vuoi?"
Divincolai disperatamente il capo e gemetti, Mimì rise, afferrandomi
per il mento mentre l'uomo mi prendeva le tempie in una stretta vigorosa.
Niente da fare, avrei dovuto sopportare tutto quello che la diabolica avversaria
avrebbe studiato per ridurmi al silenzio. Il fazzoletto fu infilato a fatica,
le dita agili di Mimì lo spinsero a riempirmi le guance, poi premettero
e credetti di soffocare. Mi agitai per il poco che potevo, poi riguadagnai
la calma mentre Mimì sigillava le mie labbra col nastro adesivo.
Applicò con attenzione diversi strati, poi per controllare l'esito
del lavoro mi strinse nuovamente un capezzolo fra le dita, energicamente.
Gridai, ne venne fuori poco più di un sibilo.
Mimì mi accarezzò. "Brava, come vedi ce l'abbiamo fatta
e mi sono anche divertita con te. Più tardi giocheremo ancora, se
ti va."
Mentre venivo imbavagliata, l'uomo si era allontanato, evidentemente
per tenere sotto osservazione le mosse di Ami. Solo che questa volta non
fu lui a vedere senza essere visto, perché la mia compagna gli saltò
addosso di sorpresa. Dalla stanza in cui ero prigioniera potei solo udire
i rumori di una lotta molto vigorosa e le urla dell'uomo, mentre Ami combatteva
in perfetto silenzio. Mi divincolai, ma ero legata come una mummia. Disperata,
sperai che Ami ce l'avrebbe fatta contro di loro. Mimì si allontanò
verso il rumore dopo avermi rivolto uno sguardo minaccioso. Evidentemente
non arrivò in tempo perché tornò velocemente, dopo
meno di un minuto durante il quale non avevo trovato il modo di sciogliere
il mio legamento.
Prese la borsa che l'uomo aveva portato con se e ne tirò fuori
un panno e una piccola fiala. Poi si mise in agguato dietro la porta. Dovevo
assolutamente avvertire Ami altrimenti questa volta sarebbe stata spacciata:
Mimì intendeva sorprenderla con il cloroformio. Cercai ancora di
gridare. Quasi mi soffocai, perché la spugna si mosse e scivolò
verso la gola ancora un po', un movimento impercettibile ma che mi lasciava
ancor meno spazio per respirare. Attraverso gli occhi colmi di lacrime
vidi Ami entrare con circospezione. Era evidente che sarebbe arrivata,
perché nella stanza la luce era accesa e non poteva non notarlo.
Quando mi vide, non commise l'errore di correre in mio aiuto, piuttosto
si voltò per dare una rapida occhiata alla stanza prima di prendere
qualunque iniziativa.
Mimì si era agilmente arrampicata su uno scaffale, in un angolo
semioscuro che la nascondeva bene ma la lasciava a portata di tiro della
soglia, e saltò proprio mentre Ami si voltava dall'altra parte.
Caddero insieme, Ami aveva già le braccia bloccate e il tampone
premuto sul viso. Lottò con feroce energia, ma i muscoli di Mimì,
con la loro innaturale potenza, la serravano senza scampo. Fosse stata
Angela al posto di Ami, almeno da quel punto di vista la lotta sarebbe
stata alla pari. Invece Ami rimase dov'era, sotto il corpo fasciato di
nero di Mimì, e mi guardò negli occhi per buona parte del
lunghissimo minuto che trascorse prima che l'anestetico la indebolisse
e finalmente la mettesse a dormire, tra i suoi gemiti e le mie lacrime.
L'avversaria le premette ancora il tampone sul viso. Protestai debolmente
con un gemito, temendo che volesse uccidere Ami con l'anestetico, ma credo
che volesse essere solo sicura che Ami dormisse per un po'.
Mimì si allontanò senza prestarmi alcuna attenzione e
tornò portando in braccio (una vista un po' insolita) il suo complice.
Lo depose delicatamente per terra, e si rivolse a me.
"Sarei io quella cattiva? O siete voi presuntuose puttanelle e il vostro
maledetto capo? La tua amica, che ora sta dormendo come un angioletto,
ha spezzato il braccio a uno dei miei uomini."
Avrei dovuto sentirmi in colpa per questo? No di certo. Ami aveva lottato
duro ma certamente senza voler arrivare a tanto, né aveva i muscoli
alterati dalla biomeccanica che permettevano a Mimì di bloccare
e neutralizzare un avversario in maniera incruenta... Senza contare che
noi cerchiamo di lottare con l'agilità e l'astuzia, di solito senza
armi da fuoco. questo però non potevo dirlo alla mia avversaria
che si avvicinava guardandomi con rabbia. Temetti che mi avrebbe addormentato
col cloroformio, un'esperienza a dir poco spiacevole che conoscevo già,
ma si limitò a darmi uno schiaffo. Imbavagliata severamente com'ero,
non potei ringraziarla.