***attenzione*** valgono le solite avvertenze... il contenuto è
piuttosto forte e chi non fosse convinto, o dell'età adatta è
pregato di andare a farsi un giro da un'altra parte. Questo racconto può
essere diffuso a patto che non si faccia alcun tipo di profitto su di esso
(no siti a pagamento ecc...) e si citi l'autore.
Captain BB
Ero in una elegante suite dell'albergo Britannica di New London a guardare un'infinita serie di fotografie: gioielli famosi rubati negli ultimi anni. Non che i gioielli mi dispiacciano, ma stavamo perdendo più tempo del previsto. Consuelo, che è uno spirito inquieto, dava chiari segni di non poterne più. L'addetto della compagnia di assicurazioni continuava a inondarci di informazioni e ogni tanto, per fare scena, compravo una delle foto. Ci eravamo presentate come redattrici di una rivista del settore ma il motivo per cui volevamo dare un'occhiata ai preziosi pezzi scomparsi era un altro.
Sospettavamo un atto illegale da parte di un uomo che in passato avevamo
protetto, e quell'uomo altri non era che il ricchissimo Burton, l'uomo
che Mimì la Gatta (ladra extraordinaire) aveva deciso di derubare
qualche tempo fa... senza riuscirci. Grazie all'intervento dell'Agenzia
BB, e in buona parte grazie a me.
Il ricordo della gatta era vivissimo nella mia memoria. Tra tutti i
delinquenti che avevo incontrato nella mia breve e pericolosa carriera
di agente segreto era la sola persona decente, con l'eccezione forse di
Bogaev, un farabutto ma con un'etica, nonché l'uomo che aveva
generato la figlia della mia comandante Kayth.
Mimì era una persona forte e viva, e mi dispiaceva saperla in
prigione. Avevo avuto con lei uno scontro, non proprio piacevole, ma del
resto devo ammettere che Kayth aveva usato per prima le armi contro di
lei. Severamente ma senza vendicarsi con odio, la Gatta ci aveva maltrattate
e immobilizzate entrambe prima di completare la sua missione. Tranquilla
e ironica, mi aveva piegata e legata a piacimento con dita forti, e il
terrore di quei momenti si era trasformato per me in una specie di timore
reverenziale. D'accordo, la sua forza e agilità sovrumane derivavano
anche da aiuti biotecnologici, rimaneva il fatto che c'era voluta parecchia
della nostra gente e moltissima potenza di fuoco per metterla in scacco
e portarla in prigione.
Ritornai al presente, e cercai ancora di memorizzare le foto: questa
volta era un braccialetto d'oro con incastonati alcuni perfetti smeraldi.
L'assicuratore (un tipo tranquillo sulla quarantina) diceva che era stato
trafugato durante una rapina in banca, da parte di una banda che aveva
svuotato le cassette di sicurezza.
"Quando è successo?" domandai. Mi sentivo in colpa per la mia
scarsa attenzione di poco prima.
L'assicuratore si massaggiò il mento e ci pensò un attimo.
"Tre anni fa. Il clamoroso furto alla Europe Trade Bank, vi ricordate?"
Consuelo annuì, io stavo per dire che non ricordavo nulla
quando venimmo bruscamente interrotti.
I due uomini avevano aperto la porta con un passepartout, probabilmente sottratto ai camerieri. Fecero irruzione con una rapidità sorprendente, alti, muscolosi e coi volti coperti, e il perfetto silenzio del loro attacco li rendeva veramente spaventosi. Ora, il mio addestramento dovrebbe avermi predisposto per tutte le situazioni, ma questa aggressione improvvisa mi colse del tutto alla sprovvista. Ebbi appena il tempo di avere paura che il primo pugno mi aveva già mandata distesa sul pavimento. Consuelo, un po' più sveglia di me, era scattata in piedi giusto in tempo per prendersi un calcio nel ventre che l'aveva messa KO, per il momento. L'uomo dell'assicurazione era ancora indenne, ma di nessun aiuto. Rimase a bocca aperta dallo stupore fino a che uno dei due gliela tappò applicando perentoriamente una striscia di nastro adesivo alle sue labbra. Io cercai di difendermi, ma lo stesso trattamento venne riservato anche a me: nastro adesivo sulla bocca, con l'aggiunta di un paio di manette che mi legavano il polso destro alla gamba di un tavolino. Non so se fossi più arrabbiata o terrorizzata, ma reagii e rovesciai il tavolo: con un calcio, riuscii a far cadere l'uomo che mi stava immobilizzando. Purtroppo, Consuelo era già in grave svantaggio: il suo aggressore era riuscito ad ammanettarle le mani dietro la schiena approfittando del momento di stordimento. La sentii gridare disperatamente "Cora!", ma non ero in grado di darle aiuto. Una mano mi calò sulla bocca: anch'io mi trovai le labbra sigillate dal nastro adesivo, appiccicoso e inflessibile. Ricevetti un calcio nel fianco, e rimasi senza fiato. Pochi momenti dopo, avevo le mani e le caviglie legate. I due uomini si dedicarono per un attimo all'assicuratore, legandogli le mani ai braccioli della sedia, ma quell'impiastro non ci sarebbe stato comunque utile. Nonostante la paura volevo ribellarmi, ma sapevo che avevamo già perso. Mi dibattei fino a sollevarmi sulle ginocchia, uno degli uomini mi spinse di nuovo giù. Mentre tentavo di sollevarmi ancora e di capire almeno in che modo ero legata, Consuelo scattò verso la porta. Era l'unica mossa sensata che potesse fare, perché era già ammanettata, e qualsiasi aiuto poteva arrivare solo se fosse riuscita a lasciare la suite ed incontrare qualcuno nei corridoi. Ebbe sfortuna, venne placcata e i due bastardi si dedicarono entrambi a lei. La vidi gemere e piegarsi sotto i colpi, poi venne imbavagliata con una striscia di stoffa e le caviglie le furono bloccate con altro nastro adesivo.
Uno dei due, quello che mi aveva aggredita per primo, venne verso di me. Mi lanciò uno sguardo significativo, del tipo: stai buona o sarà peggio per te. Con una mano mi spinse di nuovo a terra e cominciò a legarmi sistematicamente, bloccando definitivamente ogni movimento che potevo ancora tentare. Sentivo lo strappo del nastro adesivo, striscia dopo striscia venivano applicate alle caviglie, alle ginocchia, ai gomiti. Vidi Consuelo che, atterrata e sconfitta, subiva lo stesso trattamento, mentre l'assicuratore, che era stato immobilizzato in una maniera piuttosto semplice, osservava meravigliato l'accanimento che i due impiegavano contro noi donne, in teoria le meno pericolose. Certo, lui non sapeva chi eravamo veramente io e Consuelo, i due farabutti invece dovevano saperlo benissimo.
Per un po' nella suite si sentirono solo i miei lamenti soffocati e quelli di Consuelo. Il sangue latino della ragazza la rendeva molto indocile e rabbiosa, e un paio di volte l'agente nemico che la legava le sollevò la minigonna per sculacciarla sonoramente sul sedere nudo (le mie colleghe all'Agenzia BB indossano sempre e rigorosamente i più scandalosi dei tanga, io personalmente sono più conservatrice... di solito). Alla fine mi ritrovai prona di traverso sul letto, a guardare in faccia l'assicuratore sullo sfondo di un elegante armadio in legno di noce: le corde mi bloccavano passando sotto la rete, in un dannato intrico che m'impediva il minimo spostamento. Anche Consuelo era legata come un salame, di fianco a me, ma rivolta nella direzione opposta così che potevo vedere solo le sue gambe e i piedi. Nonostante la breve distanza dubitavo di poterla aiutare in qualsiasi modo.
Completata la loro opera, i due presero le nostre borsette (la mia molto semplice, quella di Consuelo costosa ed elegante, in pelle nera). Frugarono il contenuto e lo rovesciarono a terra, presero i nostri comunicatori, un'agendina di Consuelo e se ne andarono senza molestarci ulteriormente. L'addetto della compagnia assicurativa sbuffò con evidente sollievo, forse aveva temuto di essere sottoposto anche lui a qualche busco trattamento. La mia amica gridava di rabbia contro il nastro adesivo che le sigillava le labbra, io tentavo di slegarmi le mani (forse potevo riuscire a sciogliere un nodo), l'uomo non faceva assolutamente nulla. Nei lunghi minuti della nostra lotta cercai di infondergli un po' di spirito combattivo, mugolando e guardandolo negli occhi: volevo apparire arrabbiata, fargli capire che doveva fare qualcosa. Lui gemeva come per rispondere che la situazione era al di là delle sue forze. Pur non essendo un'artista della fuga (avevo avuto solo un paio di lezioni) al suo posto in cinque minuti sarei stata libera. Se Consuelo fosse stata in grado di vederlo si sarebbe arrabbiata anche lei e forse il suo furore avrebbe convinto l'assicuratore a sforzarsi di più, invece io rinunciai al suo aiuto e mi dedicai a liberarmi i polsi. Con le sole punte delle dita non avevo molta presa sul nodo, mi ci vollero forse venti minuti. Poi riuscii a indebolire il nastro adesivo dai gomiti e guadagnai più spazio per lavorare. Allungai la mano e toccai il corpo di Consuelo, che mugolò in tono un po' più speranzoso. Non potevo vedere molto, una corda passava sotto il letto e mi legava il collo, mi sarei strangolata se avessi cercato di vedere cosa stavo facendo. Consuelo aveva liberato i propri polsi a sua volta, col mio aiuto ben presto liberò i gomiti e dopo fu tutto più semplice. Alla fine si tolse la striscia di nastro adesivo dalla bocca mentre io ero intenta a liberarmi le caviglie.
"Vaffanculo a quei bastardi!" gridò Consuelo lanciando lontano le corde che l'avevano imprigionata. Quando usciva da una situazione di frustrazione e sconfitta si sfogava sempre con qualche parola poco ortodossa. Prese il telefono e chiamò Angela, avvisandola dell'accaduto. Angela era nei paraggi, stava seguendo le mosse di Burton. Pesto fu da noi, che nel frattempo avevamo mandato via l'assicuratore perché denunciasse l'accaduto alla polizia: vedevo che era perplesso sull'identità mia e di Consuelo, visto l'attacco che avevamo subito, ma non domandò nulla.
"Burton è andato al club per giocare a scacchi" comunicò
Angela. La ragazza nera stava osservando le corde con cui ero stata legata.
Consuelo fece un gesto d'impazienza. "Non hai notato nulla di anormale?
Era da solo?"
"Ha fatto spese, ha chiamato al com un amico per parlare di fesserie...
sì era solo... Poi s'è infilato in quel club e io non potevo
entrare, giusto?" Angela appariva, logicamente, annoiata. "Lo stavo aspettando
fuori quando avete chiamato voi. La nostra informazione era che vuol comprare
gioielli di provenienza sospetta ma di certo non ne parla al comunicatore..."
L'informazione di cui parlava Angela proveniva dalla compagna di cella
di Mimì la Gatta. Una tipa che aveva visto tempi migliori, ladruncola,
spacciatrice e un po' sgualdrina. La foto che avevo visto alla nostra base
diceva poco, era una donna magra di trentacinque anni ma invecchiata precocemente,
di nome faceva Lucienne Deleuze.
Erano state molto utili le registrazioni (illegali!) che facevamo nella
cella a loro insaputa. Mimì parlava sempre poco e forse sospettava
di essere spiata anche in carcere, ma aveva accennato ai beni di Burton
come motivo per la sua detenzione, allora l'altra s'era messa a spifferare
di sapere qualcosa di un certo Burton, che era in contatto con un famoso
ricettatore per comprare qualcosa di scottante. Mimì si era informata
con insolito interesse e così avevamo saputo tutto anche noi. Se
si trattava dello stesso Burton, il nostro uomo era in trattativa con Miguel
Zeroa, un ricercatissimo criminale e trafficante in ogni tipo di bene rubato.
Si dovevano vedere presto. Lucienne diceva di averli messo in contatto
e voleva anche fare qualche tipo di doppio gioco ai danni di Burton, ma
poi aveva commesso un reato, si era fatta beccare ed era finita in carcere.
Comunque fosse, catturare Miguel Zeroa ci interessava. Era un tipo
in gamba, veramente pericoloso, ed era sfuggito alla polizia un paio di
volte riuscendo a farsi strada con le armi. Se poi il Burton che avevamo
difeso da Mimì si era davvero messo a trafficare con lui, una lezione
non gliel'avrebbe levata nessuno, per quanto fosse un tipo molto altolocato.
Un paio di ore dopo, ero con Ami in un piccolo ristorante e le raccontavo
l'accaduto mentre gustavamo qualche piccante specialità indiana.
Il pericolo mi aveva messo fame e mangiavo di gusto, ignorando le terribili
nenie etniche che imperversavano nel locale. Consuelo nello stesso momento
era in giro, aiutava Angela a rintracciare Burton.
Ami non era per niente preoccupata e cercava di distrarmi parlando
di vestiti, di musica e altre novità. Non sono mai stata troppo
interessata alla moda e la seguivo distrattamente, sperando piuttosto che
le nostre compagne ci chiamassero per riferire una notizia utile. Guardando
negli occhioni azzurri di Ami, mi chiedevo cosa passasse nella mente della
bionda. Ami era la più giovane e sembrava una bambina. L'avrei detta
del tutto fuori posto in questa attività pericolosa, anche perché
sembrava mantenere tutti gli interessi tipici della sua età, anzi
a volte sembrava addirittura un po' infantile. Ma era invece una veterana,
un'agente ben addestrata, e aveva già passato prove che nemmeno
mi sognavo. Chiesi una volta a Luca come mai fosse nell'Agenzia: io avevo
subito un torto contro la mia famiglia e avevo deciso di cercare la giustizia,
non capivo invece il movente di questa ragazza. Luca aveva accennato a
qualcosa di molto più pesante di ciò che io avevo sperimentato,
e m'aveva pregato di lasciare perdere. Da allora ogni tanto la guardavo
di nascosto e pensavo, cosa sarà mai successo.
Il bip del comunicatore mi distolse da quei pensieri. Dall'altra parte
c'era Kayth.
"Attenzione" disse, "ho appena saputo che Mimì la Gatta è
evasa dal carcere. Non so ancora come, ma sembra che se la siano lasciata
scappare sotto il naso. Quei fessi del carcere hanno anche tardato a dare
l'allarme, il fatto risale a ieri."
Imprecai fra me. "Verrà a cercare Burton e i preziosi che vuole
comprare?"
L'immagine di Kayth nel comunicatore annuì. "Creo proprio di
sì. Mimì ha mantenuto una rete di informatori e di gente
che lavora per lei anche mentre era in carcere. Può darsi che abbiano
sorvegliato Burton e anche voi."
Mi venne un'intuizione. "L'aggressione in Hotel conto me e Consuelo...
chiunque fosse cercava informazioni, voleva sapere cosa stessimo facendo.
Infatti ci hanno rubato i comunicatori: volevano vedere se c'erano annotazioni,
quindi..."
"Potrebbe essere qualcuno al servizio di Mimì" confermò
Kayth. "Credo che Miguel Zeroa avrebbe potuto dare ordine di rapirvi, picchiarvi
o addirittura di uccidervi."
Deglutii. In effetti il ricettatore era un personaggio spietato.
"Invece, per quello che sappiamo" continuò la comandante, "lo
stile di Mimì è a volte spettacolare ma generalmente incruento,
per quanto possibile. Anche se nel mio caso ha fatto un'eccezione, l'ultima
volta che l'ho incontrata."
Stavo per rispondere a Kayth che in fondo non era colpa di Mimì,
era stata sottoposto al nostro fuoco per prima, ma mi trattenni, salutai
e chiusi la comunicazione. Cosa mi stava succedendo? Di che natura era
il fascino che questa figura esercitava su di me? Che impressione mi era
rimasta dalla lotta, dalla cattura e dal legamento stringente cui Mimì
mi aveva sottoposta?
"Devo andare un attimo in bagno" dissi mentre mi alzavo. Ami disse ok,
e sorseggiò l'acqua minerale dal suo bicchiere.
La toilette era (per fortuna) pulita e un leggero odore di lavanda
aleggiava
nell'aria. Mi guardai allo specchio, mi resi conto che oltre a sentirmi
avvampare ero anche violentemente arrossita. Quella sensazione strana l'avevo
già provata, quando mi ero addestrata a legare Kayth per vedere
se riuscivo a impedirle di liberarsi. Anche se Kayth era un'amica e Mimì
non lo era, sentivo qualcosa per entrambe le donne, qualcosa di simile
ad un'attrazione sessuale. O probabilmente era proprio quello.
Dovrei guardare in faccia alla realtà, pensavo. Ho questo desiderio
omosessuale che mi piaccia o no. Ma non sapevo se ero pronta ad ammetterlo
anche solo con me stessa così interruppi il corso di quei pensieri,
mi rinfrescai e tornai al tavolo.
Ami era in piedi, fremente d'agitazione. Aveva già pagato il
conto.
"Ha chiamato Angela" disse sottovoce, "dobbiamo andare subito. Dice
di aver visto un tipo che potrebbe essere Zeroa."
In un attimo eravamo in strada. "Che vuol dire 'potrebbe'?" domandai.
"Aveva parrucca e baffi finti secondo Angela" fu la risposta. "Guida
un'automobile scura, ecco la foto di quel modello."
Guardai l'immagine nel comunicatore di Ami. Un'auto piuttosto comune.
"Era vicino al club di Burton. Si è mosso verso il vecchio distretto
industriale, non è lontano da qui" continuò Ami. "Quasi tutto
abbandonato, un postaccio. Angela non l'ha seguito per non insospettirlo,
sta cercando di fare arrivare un elicottero per tenere sotto controllo
l'intera zona."
Salii sull'auto di Ami. Odorava di nuovo, un recente acquisto dell'Agenzia
BB. Purtroppo era un'utilitaria lentissima, e gli sforzi di Ami per correre
nella zona indicata la facevano tremare come se potesse andare in pezzi
da un momento all'altro!