BB 2 parte seconda di 3- Madame Monique

***attenzione*** racconto non adatto ai minori... il contenuto è piuttosto forte e chi non fosse convinto, o dell'età adatta è pregato di andare a farsi un giro da un'altra parte. Questo scritto può essere diffuso a patto che non si faccia alcun tipo di profitto su di esso (no su siti a pagamento ecc...) e si citi l'autore.
Captain BB

Convinta che le sue guardie avessero già sgominato l'infiltrazione spionistica, Monique non si aspettava certo di esserne lei stessa vittima. La sorpresa le impedì di reagire prontamente, quando si sentì stringere e narcotizzare da dietro. Mugolò rabbiosamente e cercò di piegarsi in avanti per sbilanciare l'aggressore, ma venne invece trascinata indietro con forza e fu lei a perdere l'equilibrio e venire sballottata mentre i vapori dolciastri del cloroformio cominciavano a privarla delle energie. Sforzandosi di non respirare la donna riuscì ad afferrare la mano che le stringeva il tampone contro il viso. Si voltò e riuscì a vedere il viso di Angela, i lineamenti duri sulla pelle scura, i bei capelli lisci. Non riuscì a farle perdere la presa. Spaventata, respirò ancora e la sua vista cominciò a offuscarsi. Ancora alcuni secondi, poi le gambe le cedettero. La nera continuò a premerle il tampone sul viso e la adagiò piano a terra: Monique dormiva come un angioletto.

Angela portò rapidamente la sua vittima in una piccola stanza isolata, poi la esaminò con cura. Il viso che aveva già visto in fotografia, il colore dei capelli corrispondevano: era Monique Dietzke!
Bene, pensò Angela, questo è un bel passo avanti verso il successo. Avrebbe presto interrogato la donna, ma per ora voleva farsi un'idea più precisa del luogo in cui si trovava. Estrasse da un altro comparto della sua cintura un corda sottilissima e legò caviglie e polsi della donna svenuta, poi congiunse tra loro gli arti, dietro la schiena. Monique era incaprettata e non se ne sarebbe andata molto facilmente. Angela tirò su la corta gonna della prigioniera, di materiale elastico nero, e le strappò senza tanti complimenti le mutande. Appallottolò l'indumento e glielo cacciò in bocca, completando il bavaglio con alcune grosse strisce di nastro adesivo. Soddisfatta uscì dalla stanza e si chiuse la porta alle spalle.

Non sarebbe stato semplice arrivare al centro del laboratorio senza scontrarsi con nessuno, questo Angela lo sapeva. Studiò se era possibile approfittare dei condotti per l'aria condizionata, ma non erano abbastanza grandi per il suo corpo. Alle sue orecchie arrivò un trambusto sempre crescente. Evidentemente il laboratorio era in allarme: di sicuro, qualcosa era andato storto per Kayth e Ami.
Angela vide arrivare un gruppo di tre uomini pesantemente armati lungo il corridoio. Forse era possibile eliminarli. I pesanti fucili delle guardie non erano le armi più adatte per una colluttazione in spazi ristretti... tuttavia l'agente decise di non correre il rischio e si insinuò in una porta socchiusa poco distante. Era in una stanza piena di terminali, provette e ampolle di vario tipo. Vide, di spalle, una donna in camice bianco china su un microscopio, intenta in qualche tipo di esame.
Non vista, Angela si avvicinò in perfetto silenzio preparando ancora il tampone imbevuto di cloroformio. Un attimo prima che scattasse la potenziale vittima vide un riflesso nei vetrini che stava maneggiando e si voltò di scatto. Era una orientale, come quella che Angela aveva catturato all'inizio della missione, ma meno arrendevole. Sferrò un potente calcio che colpì Angela allo stomaco e la mandò a ruzzolare contro la porta, gridò un allarme e si lanciò ancora all'attacco. Angela non rimase là ad aspettarla e la ragazza cadde sul pavimento anziché addosso a lei. Vi fu un rapido scambio di colpi dolorosi e precisi, contornati da urla e grida di dolore, poi la nera riuscì a far valere la maggiore prestanza fisica e intrappolò in un groviglio di gambe e braccia l'avversaria.
Era il momento di usare il cloroformio, ma quando la mano di Angela raggiunse il tampone per terra, un'altra mano con un guanto chirurgico la bloccò. Sorpresa, Angela voltò il capo: erano intervenute altre tre ragazze, vestite da infermiere e con delle mascherine sul viso, evidentemente un attimo prima stavano lavorando in qualche ambiente sterile. Tutte e tre erano di origine asiatica, una probabilmente di sangue tailandese, le altre cinesi o giapponesi. Angela scatenò una tempesta di calci con le sue lunghe, potenti gambe, dimostrando subito che il numero non sarebbe stato una garanzia di vittoria contro di lei. Le avversarie in camice bianco tornavano prepotentemente alla carica ogni volta che venivano spinte lontano dai colpi, cercando di bloccare gli arti dell'agente. Angela non aveva alcun vantaggio nell'interrompere il combattimento e scappare. Con il nemico in pieno allarme e le quattro donne alle calcagna non sarebbe arrivata lontano. Così cercò di metterne fuori combattimento una e la strinse in un angolo, tempestandola di colpi fino a vederla cadere stordita. Ricevette a sua volta una tempesta di pugni, calci e colpi di karatè dalle altre, inevitabilmente cadde in ginocchio. Con forza, le furono strette le braccia dietro la schiena, e Angela trovò le forze per liberarsi dalla stretta un attimo troppo tardi: le avversarie erano riuscite a legarle i gomiti tra loro, rendendo le sue braccia inutili. Angela si chinò in avanti di scatto e fece cadere la donna che l'aveva appena legata, con uno sgambetto ne mandò una seconda a gambe all'aria, poi scattò in piedi e si lanciò sulla terza. La ragazza schivò agilmente e un attimo dopo le premette la mano guantata sul viso. Non era però in grado di tenere ferma una ragazza alta e robusta come Angela, e anche lei finì per terra quando la nera se la scrollò di dosso.
Per risolvere la situazione di stallo le altre due ragazze avevano preso una bacinella colma di alcool e ne gettarono il contenuto sul viso della donna legata. Angela urlò di dolore, incapace di portare le mani agli occhi che bruciavano. Accecata, non poté reagire alla spinta che la fece cadere per terra. Gridò ancora più forte quando le vennero strette e legate insieme caviglie e cosce, poi sentì che le avversarie si ammucchiavano su di lei e le loro mani cercarono rabbiosamente il suo viso. Un grosso involto di stoffa le venne cacciato dentro la bocca e premuto con forza, mentre altre dita le strinsero le narici. Angela si inarcò e cercò di scuotere il capo di lato, invano. Era ora stretta in una morsa imbattibile e altra corda le veniva stretta sul corpo martoriato. Nonostante il tampone di stoffa le sua urla risuonarono alte nella stanza, mentre per un paio di minuti le ragazze continuavano a legarla, stringerla e soffocarla, senza darle la possibilità di parlare per arrendersi. Alla fine, bendata e imbavagliata con nastro adesivo, senza nessun sollievo nella sua ricerca frenetica di aria, Angela si inarcò per l'ultima volta e la sua forza selvaggia le venne meno.

L'Agenzia BB non utilizzava eccessivamente le alterazioni del corpo che erano divenute una moda sul pianeta Sahr (per chi se le poteva permettere). Solo alcuni degli agenti avevano installate nei loro corpi le bizzarre nanotecnologie capaci di moltiplicare la forza, per esempio. Quasi tutti, però, avevano delle microscopiche riserve di ossigeno installate vicino ai vasi sanguigni, che rilasciavano il loro contenuto quando il sangue ne era pericolosamente privo. Questo facilitò agli avversari il compito di rianimare le agenti catturate.
Riportate alla vita dopo essere state spinte così vicino alla morte, le tre agenti ebbero quasi un'intera giornata per riposare. I guardiani si davano il cambio attorno alle loro figure stese sul pavimento di una cella, limitandosi a prenderle a calci se tentavano in qualche modo di liberarsi dalle strette spire delle corde che le avvolgevano. Non erano imbavagliate, ma alla prima parola che cercavano di pronunciare si prendevano una pedata nelle costole, così impararono a stare zitte e a cercare di recuperare le forze.
Monique si presentò all'improvviso, accompagnata da una delle ragazze asiatiche che avevano soggiogato Angela. Si chinò accanto all'agente nera e le sorrise.
"Mi hai fatto un bello scherzo ieri, cara. Stai sicura che saprò ricompensarti."
Angela non disse niente, parlò invece Kayth.
"Ascolti, non avevamo cattive intenzioni, noi..."
"Silenzio!" urlò Monique. "Voi puttane ladruncole da strapazzo mi avete causato notevole fastidio e una certa quantità di danni, e ve la farò pagare, eccome! Adesso ci trasferiamo nel mio castello, dove sarete mie ospiti... a lungo."
Afferrò Angela e la trascinò in piedi. Si rivolse alla ragazza che la accompagnava: "Zaki, liberale le gambe."
Le due donne liberarono Angela e nello stesso tempo sostituirono la corda, man mano che la slegavano, con un corsetto di cinghie nere e lucenti, collegate da anelli, che le passavano sopra e sotto i seni, le legavano i polsi tra le scapole, passavano dalla vita sul pube e poi tornavano su attraverso il solco delle natiche. Una catenella lunga mezzo metro, con lucchetti alle estremità, servì ad impastoiare la prigioniera. Il tutto faceva un bel contrasto con la suite bianca di Angela, e la costringeva all'impotenza. Quando Zaki si avvicinò con il bavaglio Angela cercò di ribellarsi ma venne colpita ai seni fino a che non aprì la bocca. Zaki inserì il bavaglio e spostò con cura i capelli. La pallina di gomma rossa era attraversata da una cinghia che le venne allacciata dietro la nuca. Monique le applicò un collare munito di anelli, ai quali venne applicato un guinzaglio. Legò il guinzaglio alla maniglia di una porta e sorrise.
"Adesso la nostra amica ci seguirà senza far storie. Zaki, portiamo le altre due al carretto."
Kayth e Angela vennero trascinate senza complimenti fuori dall'edificio, dove le attendeva una specie di calesse senza alcun animale aggiogato tra le stanghe. Quando Monique e Zaki tornarono dentro a prendere Angela, Ami sussurrò: "Cerchiamo di liberarci e scappare, altrimenti non ne verremo fuori più."
"Sono così debole" replicò Kayth, "e poi non ce ne lasceranno il tempo."
"Magari Angela riuscirà a dar loro filo da torcere e noi dobbiamo approfittarne."
"Va bene" disse Kayth, e strisciò verso Ami per cercare i nodi delle sue corde. Appena aveva cominciato però udì dei passi e si allontanò un poco per non incorrere in una punizione. Tentativo fallito.
Monique arrivò con Angela al guinzaglio e la ragazza orientale al seguito. Zaki legò delle redini al collare di Angela, poi usò delle cinghie di cuoio per fissare le stanghe alla vita della ragazza nera. Quando le due carceriere furono installate sul calesse Angela ricevette una sonora scudisciata da Monique e tirò disperatamente per far muovere il veicolo. Nonostante fosse esausta, la nera adoperò tutta la sua forza per evitare altre punizioni e riuscì a smuovere il calesse con il suo pesante carico.
"Avanti piano, cavallina" disse Monique, "segui la strada e usciamo dai laboratori."
Le guardie fecero passare il bizzarro veicolo dalla porta principale senza mostrare incredulità o stupore. Probabilmente nell'isola di Rabaul tutti osservavano abbastanza spesso i bizzarri intrattenimenti di madame Monique Dietzke e non ci facevano più caso.
Angela fu guidata verso una strada secondaria e mantenne un'andatura lenta ma costante per oltre mezz'ora, quando finalmente apparve un bizzarro castello con tanto di torri, merlature e fossato. Le pareti erano lisce anziché formate da pietre squadrate come in un castello autentico, e verniciate in pacchiani colori pastello. Qua e là una postazione munita di mitragliatrici o armi leggere dimostrava che Monique non sottovalutava affatto i problemi della sicurezza.

Le prigioniere erano state condotte in una prigione, lavate e rinfrescate, sempre sotto la minaccia delle armi. Zaki, che aveva una pistola, le aveva ammanettate e le teneva sotto tiro, per il resto erano comodamente sedute su degli sgabelli, nude, di fronte a Monique che continuava a telefonare ai suoi uomini per aver notizie su altre eventuali sorprese che fossero capitate nel suo piccolo impero. Si era cambiata in un ridottissimo completo di biancheria intima nera, con tanto di reggicalze e giarrettiere. Alla fine madame si rivolse a loro.
"Mie care ospiti, adesso so chi siete. Il mio servizio d'informazioni aveva qualche foto della nostra Kayth, una veterana dei servizi segreti del misterioso BB, e della bella Angela, che fa parte da oltre due anni della medesima organizzazione. Qual è l'identità della mia terza amica?"
Ami non rispose.
"Non importa" continuò Monique, "comunque lo saprò presto, quando vorrò saperlo. Bene, sembra che il governo di Sua Maestà non voglia accettare le ultime volontà del mio defunto marito. Prevedevo qualcosa di simile ma mi meraviglio... Europa si considera l'unico posto civile in questo immondezzaio di pianeta, e poi va a combinare un tiro maldestro di questo genere? Mio Dio, dove andremo a finire..."
Kayth intervenne.
"Se mi permette, signora Dietzke, noi facciamo parte dell'Agenzia BB che non è un organo del governo e..."
"Sciocchezze" tagliò corto Monique. "So benissimo che le vostre attività sono comunque approvate dal governo di New London. Non preoccupatevi, non ho intenzione di ammazzarvi, ma prima di rispedirvi al mittente vi darò qualche piccola lezioncina."
Detto questo si avvicinò con dei cappucci neri, lucidi. Erano elmetti in latex, e ad una ad una le tre agenti dovettero accettare che Monique li facesse scivolare sui loro volti, allacciandoli dietro il capo. Erano stretti, ed impedivano di parlare, ma grazie a dei fori all'altezza delle narici era possibile respirare. Non c'erano aperture per gli occhi. Le ragazze furono condotte in una cella e sottoposte ad una serie di trattamenti: dapprima una salutare dose di frustate da parte di Monique, che aveva estrema cura nel colpire le parti più delicate, come l'interno delle cosce, i seni e il sesso delle sue vittime. Dopo che le ragazze ebbero ballato alla cieca la danza della frusta, mugolando nelle loro prigioni di latex, vennero stese sul pavimento a pancia in giù e nuove manette vennero fissate alle caviglie, poi collegate con catene e lucchetti a quelle che serravano i polsi. Le agenti erano così costrette a piegarsi all'indietro dolorosamente, ma non era finita. Vennero voltate sulla schiena, e mentre le mani erano schiacciate dolorosamente sotto i loro corpi delle sbarre di legno furono passate dietro le ginocchia. Alle estremità delle sbarre Zaki collegò delle corde tese verso l'alto e con una carrucola sollevò verso l'alto le prigioniere, fissandole in una posizione a testa in giù, appese e incaprettate, cieche e mute.
"Qualche ora di questo trattamento vi farà bene, signorine" commentò Zaki.
"E quando verremo a tirarvi giù" aggiunse Monique, "voglio conoscere il nome della biondina, altrimenti sarà peggio per voi!"
 
 
 
 

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