***attenzione*** le solite avvertenze si applicano... il
contenuto è piuttosto forte e chi non fosse convinto, o
dell'età adatta è pregato di andare a farsi un giro
da un'altra parte. Questo racconto può essere diffuso a
patto che non si faccia alcun tipo di profitto su di esso (no
siti a pagamento ecc...) e si citi l'autore.
Captain BB
Da sempre mi ritengo una ragazza sicura di sé e
determinata, ma quando mi ritrovai, sola, ad attendere nel
terrore una qualsiasi notizia di mio padre, non feci che
desiderare che qualcuno si prendesse cura di me e mi
difendesse.
Ero in un guaio terribile, mio padre vi si era cacciato spinto
dalla sua solita onestà ma ora rischiavo anche io di
pagarne le conseguenze. Da tempo papà aveva sospetti su
certi dirigenti della KJK, la ditta per cui lavorava come
ingegnere. Erano troppo pronti a balzare sulle occasioni per
sfruttare nuovi giacimenti. Nel giovane pianeta di Sahr
l'estrazione mineraria è uno dei settori in più
rapido sviluppo, ma la KJK certe volte sembrava… troppo
fortunata rispetto ad altri concorrenti.
Alla fine mio padre ebbe la prova che qualcuno aveva barato… la KJK si era impadronita dei diritti di sfruttamento sull'isola di Coor appena prima che i prospettori dell'università di New London rivelassero la presenza di un grosso giacimento di rame. Mio padre era certo che in qualche modo la società aveva avuto accesso, illecitamente, ai dati di quelle ricerche. Non so come fece a trovare le informazioni, devono averlo aiutato le sue - poco note - abilità di hacker… che aveva sviluppato per divertimento in gioventù, senza mai però applicarle ad alcuna attività illegale. Papà, da bravo cittadino di Europa, non sopportava che la KJK rubasse i benefici di ricerche fatte dai suoi compatrioti. Mi informò di aver intenzione di divulgare la notizia e denunciare la KJK. Le prove non mancavano, le aveva immagazzinate in un chip neurale che si trovava installato alla base della sua nuca. Ma le sue indagini non erano passate inosservate, e seppe subito di avere la compagnia alle calcagna. Così decise di fuggire, restando d'accordo che mi avrebbe chiamata entro un giorno, giusto il tempo di trovare una sistemazione segreta e sicura. Io rimasi nella nostra villa, troppo isolata, alla periferia di Stokrin. Avevo preparato i bagagli e le carte di papà, pronta a portare via tutto l'indispensabile. Armata di una pistola ad aghi che non sapevo bene come usare, restavo in ansiosa attesa accanto al comunicatore.
Erano passate solo tre ore dalla sua partenza, quando mi parve
di sentire un rumore proveniente dal giardino. Mi affacciai
cautamente alla finestra, e con orrore vidi tre brutti ceffi,
vestiti di pantaloni scuri e maglioni di tipo militare, farsi
strada tra i cespugli che delimitavano la nostra
proprietà. Disperando di poterli tenere a bada da sola,
corsi al comunicatore mentre gli intrusi si avvicinavano al
portone principale. Non potei stabilire nessuna comunicazione: la
linea era stata disturbata! Decisi allora di affrontarli e
radunai tutto il coraggio di cui potevo disporre in un momento
tanto drammatico. Li attesi proprio oltre la soglia, e presto
vidi che abilmente gli aggressori erano riusciti ad ingannare il
meccanismo di chiusura, aprendo il pesante portone senza far
scattare alcun allarme. Un individuo alto e muscoloso, il volto
nascosto da un passamontagna scuro, mise piede nell'atrio. Al di
là di una colonna che mi offriva (speravo) qualche riparo,
puntai la mia piccola arma.
"Si fermi!" esclamai, cercando di non apparire spaventata, "la
tengo sotto tiro!" L'uomo si bloccò. Gli altri due
però entrarono alle sue spalle e corsero a procurarsi un
riparo.
"Fermatevi tutti!" esclamai. Notai, purtroppo, una nota di
isteria e di terrore nella mia voce.
"Andiamo, sia ragionevole" disse il brutto ceffo che tenevo di
mira, "siamo soltanto venuti a parlare con suo padre. Lei deve
essere Cora Neumann, vero?"
Digrignai i denti, continuando a tenerlo sotto tiro. Ero pronta a
sparare.
"Bel modo di presentarsi a casa nostra" sibilai, "e crede che io
possa fidar…"
Le parole mi morirono in gola nel momento in cui venni rudemente
afferrata alle spalle. Un colpo violento mi fece cadere la
pistola e una mano si serrò sulla mia bocca. Mugolai e
cercai di voltarmi per affrontare questo nuovo avversario che mi
aveva colto completamente alla sprovvista, ma riuscii soltanto a
intravedere che si trattava di una donna dai capelli scuri e dal
volto severo, vestita in modo non diverso dagli altri tre
farabutti che si erano intrufolati nella casa.
Il tipo che avevo tenuto sotto la minaccia della pistola mi tolse
il tempo per difendermi: con un balzo mi fu addosso e
sferrò un violento colpo col taglio della mano,
raggiungendomi alla gola e mandandomi nel mondo dei sogni.
Mi risvegliai confusa e dolorante, certa di trovarmi nelle
mani degli agenti della KJK, una società che, ormai lo
sapevo, non era estranea alle più sporche operazioni. Mi
trovavo nella sala, vicino al camino. Ero seduta su una delle
sedie preferite di papà, ma non certo comoda: m'avevano
infatti legata strettamente allo schienale con una robusta corda
che mi avvolgeva la vita e il petto, stringendomi dolorosamente
il seno. Le braccia erano fissate con altre corde ai braccioli, e
le caviglie erano separate, legate alle corrispondenti gambe
della sedia. Tutti i legamenti erano abbastanza stretti da
escludere ogni possibilità di liberarmi da sola. In bocca
avevo un grosso pezzo di stoffa, mentre un altro era avvolto
strettamente attraverso le labbra e legato dietro la nuca. Potevo
solo guardare i miei carcerieri, che osservavano il mio risveglio
con aria beffarda.
Il più alto dei tre uomini, quello che si era introdotto
in casa per primo, ora aveva il volto scoperto. I suoi lineamenti
erano piuttosto marcati ma non sgradevoli, e aveva dei bei
capelli neri che gli incorniciavano il viso. La donna era alta,
con l'aspetto di una persona sportiva e in forma, ma lo sguardo
cattivo le rovinava quello che poteva essere un viso incantevole.
Gli altri due agenti erano ancora a volto coperto.
"Credo che sia il momento di fare le presentazioni" disse l'uomo
sorridendo, "anche se, purtroppo, non possiamo rivelare i nostri
veri nomi. Questa è una misura per la sua sicurezza,
signorina Cora, quindi non dovrà volermene. Io sono
François, e la mia collega si chiama Rosa. Dietro di me
abbiamo Butch e Manuel, quello coi bicipiti così grossi.
Suo padre Karl purtroppo non era in casa, noi speravamo tanto di
trovarlo. Dobbiamo quindi domandarle dov'è andato."
Rosa si avvicinò, e io mi ritrassi timorosa, ma voleva
soltanto togliermi il bavaglio. Quando potei parlare, lo feci
guardando dritto in faccia François. "Non so dove si trova
mio padre e certo non voglio che lo uccidiate." François
scosse la testa.
"Suo padre è prezioso nel suo lavoro, noi vogliamo
soltanto… farlo ragionare." Non mi fidavo per nulla di
quel losco individuo, e glielo dissi. François non parve
turbato, e si limitò a fare un cenno a Rosa, che mi
imbavagliò di nuovo. Prese in mano il mio comunicatore, e
sorrise. Certo avrebbe approfittato del momento in cui mio padre
avrebbe chiamato, per rintracciare, se possibile, il luogo da cui
parlava. "Quando suo padre si metterà in contatto lei
dovrà dire che va tutto bene, capito mia cara?" avevo
indovinato le sue intenzioni, quindi… "e niente scherzi,
mi raccomando."
Avrei voluto segnalare il mio dissenso mugolando nel bavaglio,
ma rinunciai, e rimasi in attesa di quel terribile momento in
cui, forse fra pochi minuti, avrei dovuto scegliere se tradire
papà oppure avvertirlo del pericolo, incorrendo
però in una dura vendetta da parte dei carcerieri.
Questi andavano e venivano per la casa, e in alcuni momenti non
c'era nessuno con me. Erano gli istanti in cui cercavo di
liberarmi dalle corde, ma senza risultato. Sentii allontanarsi il
mio hover con il suo tipico fruscio, e capii che una parte degli
agenti se ne era andata. Evidentemente non valeva la pena di
starsene in quattro a controllare una ragazza legata ad una
sedia. Guardando l'orologio appeso al muro di fronte a me,
calcolai che era passata circa un'ora e mezza da quando mi
avevano catturata. Papà non aveva ancora chiamato e
speravo che non lo facesse, ma non avevo idea di come avrei
potuto salvarmi. Nessuna delle mie amiche era attesa quel giorno
per studiare assieme a me.
I soccorsi arrivarono nel modo più inaspettato. Udii un
forte trambusto, e uno degli agenti delle KJK piombò nella
stanza all'indietro, urtando un tavolino e poi rotolando sul
pavimento. Era Butch, il più piccolo degli uomini.
Cercò di rialzarsi ma il suo attaccante corse nella stanza
e si gettò su di lui in un salto coi piedi in avanti.
Centrato in pieno, Butch crollò svenuto mentre la
sorprendente figura nera che lo aveva ridotto all'impotenza
così rapidamente gli assestava ancora un paio di calci per
sicurezza. Si trattava di una donna, vestita di un'aderente tuta
nera dalla testa ai piedi, alta e slanciata. La sua figura
flessuosa era coronata da una gran chioma riccioluta, castano
scura, che incorniciava un volto interessante, zigomi alti e
labbra piene. Ancora sconcertata dall'apparizione di questa
formidabile donna, rimanevo a guardarla senza nemmeno implorarla
di slegarmi.
Non era ancora il momento della mia liberazione. Manuel irruppe
sulla scena, munito di un coltello da subacqueo, e si
avvicinò alla donna vestita di nero. Cercò un
affondo ma ottenne solo di ricevere un gran calcio, che
riuscì solo in parte ad attutire con una schivata.
Indietreggiando urtò una sedia su cui era appoggiato il
mio comunicatore, che cadde a terra andando in pezzi. Così
ero tagliata fuori da mio padre, a meno che non decidesse di
comunicare per mezzo della posta elettronica.
Manuel si fece sotto un'altra volta, e il coltello sibilò
nell'aria a pochi passi dal volto della mia salvatrice: seguirono
per alcuni istanti delle mosse così rapide che non potei
seguirle, e l'uomo gridò e indietreggiò ancora, col
braccio sinistro inerte lungo il fianco. Questa volta decise di
non avvicinarsi, e lanciò il coltello con violenza. La
donna si spostò appena in tempo e la lama andò a
conficcarsi su uno dei preziosi mobili antichi venuti dalla
Terra, facendo cadere una quantità di ninnoli di
cristallo.
A questo punto Manuel dovette pensare di averne avuto
abbastanza: si voltò e fuggì, ma la donna gli corse
dietro senza alcuna esitazione. Non potei assistere alla fine del
combattimento, ma udii una serie di tonfi e urti rumorosi, le
grida dell'agente avversario, e finalmente i passi della donna
che tornava da me. La figura nera si chinò su di me e
cominciò a lavorare sui nodi del bavaglio.
"Ehi, signorina!" esclamò, "l'hanno davvero conciata per
le feste!"
Sospirai quando la mia bocca fu libera dalla stoffa.
"Chi devo ringraziare?" domandai, "senza il suo intervento
chissà cosa poteva succedermi."
"Mi chiamo Kayth" rispose lei mentre armeggiava coi nodi che
legavano i miei polsi, "e mi trovo casualmente ad indagare su un
brutto affare che ha coinvolto anche Karl Neumann, tuo padre.
C'è stata una fuga di notizie riservate da un reparto di
ricerca dipendente dall'università di New London… e
abbiamo scoperto che, prima di noi, Neumann sapeva chi ha venduto
le informazioni alla KJK. Dal momento che la compagnia adesso lo
sta cercando, abbiamo dedotto che tuo padre si trova dalla parte
giusta e ci siamo preoccupati per la sua incolumità. Ma in
questa villa non c'è, maledizione!"
"No" risposi, "si è nascosto, e lo stesso avrei dovuto
fare io se gli agenti della KJK non mi avessero presa prima che
mio padre chiamasse. Adesso che il mio comunicatore è
rotto sarà più difficile entrare in contatto,
però. E quando parla al plurale, se posso permettermi di
chiederlo, a chi si riferisce?"
Kayth liberò uno dei nodi e mi guardò
sorridendo.
"Sono dell'Agenzia BB, di New London. Ci occupiamo di mettere in
gattabuia o in ogni caso rendere inoffensivi i più
pericolosi mascalzoni del pianeta Sahr… direi che è
un compito ciclopico, ma facciamo del nostro meglio. Nel caso
attuale, dobbiamo impedire che le risorse scientifiche
dell'università di Sua Maestà vengano sfruttate da
quegli ignoranti delle Midlands."
Approvai con un cenno del capo e iniziai a slegarmi le caviglie.
Ero stata davvero fortunata: mentre stavo per soccombere a
chissà quali violenze questa eroina era venuta in mio
soccorso, riuscendo ad eliminare due avversari senza alcun aiuto
e disarmata!
Kayth mi aiutò ad alzarmi in piedi.
"Va meglio?" domandò con un sorriso amichevole. "Dobbiamo
andarcene di qua, e al più presto."