(è una versione modificata del racconto dello scrittore americano E.A. Poe, 'The Cask of Amontillado.')
Fortunata era una donna ricca e arrogante, ingiuriosa e invadente, ma fu quando mise gli occhi sul mio uomo (come se niente fosse!) che non potei più sopportarla. Giurai vendetta, ma non mi sarei affrettata: di certo però il momento sarebbe infallibilmente arrivato. Quando avrei potuto evitare di correre rischi, ovviamente. E' mia opinione che un torto non è veramente ripagato, se il vendicatore viene a sua volta punito: e allo stesso tempo non è ripagato, se il vendicatore non riesce a mostrarsi a chi lo ha offeso. Per riuscire in questi due aspetti, la mia vendetta, sapevo, avrebbe dovuto essere spregiudicata... e definitiva.
Non feci capire nulla a Fortunata e fui sorridente come sempre, come se ignorassi che stava ancora provando a farsela con LUI. Ma il mio sorriso in realtà era dovuto alla certezza che l'avrei annientata.
Aveva i suoi punti deboli, questa Fortunata, sebbene per certi aspetti fosse una donna piena di risorse e da non prendere sottogamba. Si vantava di essere una gran conoscitrice di... un po' di tutto. In realtà, per molti aspetti, era solo una ciarlatana, ma dei vini vecchi ne sapeva parecchio. Io stessa, per il mio lavoro, ero diventata esperta di vini, soprattutto italiani, e su di essi avevo costruito gran parte delle mie fortune.
Fu verso il tramonto, in una sera in cui il carnevale era al culmine del suo folle entusiasmo, che incontrai la mia amica. Mi si avvicinò con entusiasmo addirittura eccessivo, poiché aveva bevuto troppo. Era vestita di una versione sexy di un abito da buffone, tutto attillato e aderente, e al cappello conico erano attaccati dei campanelli. Mi fece così piacere incontrarla che pensavo non avrei mai finito di stringerle la mano.
"Che fortuna incontrarti, e come ti trovo bene... ma capita giusto a proposito! Ho ricevuto un barilotto di Amontillado, ma ho i miei dubbi."
"Come? Amontillado?" rispose, "nel bel mezzo del carnevale? Non è possibile..."
"Ho i miei dubbi" ripetei, "ma ho fatto la sciocchezza di pagare il prezzo pieno senza consultarti prima sull'argomento. Avevo paura di perdere un affare."
"Amontillado..."
"Ho i miei dubbi e li devo soddisfare, ma siccome ti vedo occupata sto andando da Lorenzo..."
"Lui non saprebbe riconoscere l'Amontillado dallo Sherry."
"Eppure c'è chi osa dire che il suo fiuto è paragonabile al tuo..."
"Andiamo, diamo un'occhiata a questo vino."
"Come?"
"Andiamo alla tua cantina, così ti darò un'opinione. Non ho nessun impegno del resto"
"Ma cara, non è quello il problema... Vedo che sei tutta raffreddata e le cantine sono così umide... Sono tutte incrostate di salnitro."
"E' una cosa da niente, andiamo lo stesso... Vedrai che ti hanno imbrogliato, e quanto a Lorenzo, non riconoscerebbe l'Amontillado dallo Sherry."
Lasciai che si aggrappasse al mio braccio. Misi la mia maschera di seta e il mantello, e lasciai che mi spingesse verso il mio palazzo.
Non c'erano i domestici, ovviamente, perché avevo detto che sarei
tornata solo il mattino seguente, e prevedibilmente erano corsi a immergersi
nella follia del carnevale. Presi due torce e, dandone una a Fortunata,
la condussi attraverso una serie di stanze fino all'arcata che portava
alle cantine. Scesi la scala a chiocciola raccomandandole di badando bene
a dove metteva i piedi mentre seguiva. Infine, al termine della scala,
ci trovammo insieme nelle catacombe della famiglia Montresor.
Fortunata aveva il passo malfermo e le campanelle suonavano con il
suo ondeggiare.
"Il barile," disse.
"E' più in fondo," risposi, "ma osserva queste striature bianche sui muri..."
"Salnitro?" chiese con occhi malati. E non poté trattenersi da un violento attacco di tosse.
"Andiamo, forse è meglio tornare sui nostri passi," ripresi, "non vorrei che ti ammalassi per questa sciocchezza. D'altra parte c'è Lorenzo che..."
"Basta così, è solo tosse, è una sciocchezza."
"Certo, certo," ribattei, "non voglio spaventarti per niente, ma vorrei che usassi tutta la cautela possibile. Un bicchiere di questo Medoc ci difenderà dall'umidità..."
Così dicendo, stappai una delle bottiglie che se ne stavano in file ordinate in mezzo alla muffa. Bevve con un sorriso e fece suonare i campanelli, mentre con un gesto indicava attorno a sé. "Beviamo," disse, "a coloro che sono sepolti qui."
Sorrisi portando il bicchiere alle labbra. "Alla tua salute."
Proseguimmo, lei attaccata al mio braccio. Le sue belle gambe erano diventate instabili.
"Sono proprio immense queste catacombe."
"I Montresor erano una famiglia molto grande e molto numerosa."
Il vino le scintillava negli occhi e i campanelli tintinnavano. Il Medoc aveva risvegliato anche le mie fantasticherie; passavamo accanto a muri di ossa ammonticchiate, interrotti da botti enormi e barili, entrando nei recessi più remoti delle catacombe. Mi fermai, e indicai le incrostazioni di salnitro.
"Siamo sotto il livello del fiume qui," dissi. "E il salnitro aumenta, con l'acqua che gocciola sulle ossa. Siamo ancora in tempo, torniamo indietro. La tosse..."
"Non è niente, andiamo avanti... Prima però vorrei un altro goccio di Medoc."
La accontentai: bevve avidamente, aveva una luce febbricitante negli occhi. Poi riprese il cammino.
"Andiamo, voglio bere quest'Amontillado."
"Come vuoi." La presi sottobraccio e procedemmo. Da una serie di basse arcate scendemmo fino a una cripta profonda, in cui l'aria era così stantia che le torce, anziché ardere, brillavano debolmente. Al termine di questa cripta, una meno spaziosa, in cui le ossa erano impilate fino al soffitto, a coprire le pareti. Uno dei lati però era scoperto: le ossa formavano un mucchio sul pavimento e si vedeva una rientranza non molto ampia, tra i due colossali supporti del tetto delle catacombe.
Fortunata alzò la torcia, ma non c'era abbastanza luce per esplorare questo recesso.
"Procedi," dissi. "Lì dentro troverai l'Amontillado, e quanto a Lorenzo..."
"Quell'ignorante," disse lei avanzando.
Seguii i suoi passi incerti, e presto raggiunse il fondo e la parete di solida roccia: rimase per un momento sconcertata. Fu un attimo legarla al granito: dalla roccia sporgevano degli anelli da cui pendeva una catena e un pesante lucchetto. Lanciandogliela attorno alla vita e chiudendo il lucchetto, portai via la chiave prima che Fortunata potesse riprendersi dalla sorpresa. Tentò di voltarsi, ma ne avevo approfittato per prendere le manette che avevo portato con me, e le serrai ai polsi così che non potesse cercare di manipolare il lucchetto. Feci un passo indietro e uscii dalla rientranza.
Fortunata non si era ancora del tutto riavuta. "L'Amontillado!" gemette.
"Sì," risposi. "L'Amontillado."
Spostando il mucchio di ossa di cui parlavo prima, scoprii le pietre da costruzione e il cemento. Con l'aiuto di una cazzuola, cominciai energicamente a murare l'entrata del recesso, al meglio delle mie poche capacità in materia... Ma non potevo impiegare un muratore per questo compito. Al termine del primo strato, un profondo gemito mi segnalò che l'ubriachezza di Fortunata era svanita. Non era, in effetti, un gemito da ubriachi. Seguì il silenzio, poi, all'improvviso, un furioso scuotersi e vibrare della catena. Per lo più intravidi un agitarsi scomposto, per un attimo la torcia rivelò che Fortunata cercava di arrivare al lucchetto con le dita, ma le manette glielo impedivano... Mi fermai e ascoltai, per diversi minuti, la dolce musica della mia vendetta. Quando cessò il fragore continuai ad erigere il muro, fino a che raggiunse in altezza il mio torace, e allora spinsi la torcia oltre il varco per osservare nell'oscurità.
Mi respinse una serie di strilli acuti e fortissimi, che improvvisamente scaturivano dalla gola della forma incatenata. Ne fui impaurita, addirittura mi guardai attorno nella scarsa luce, sentendomi minacciata, prima di tornare in me. La solidità delle mura, che potevo toccare, mi rassicurava. Allora mi divertii a gridare a mia volta, sorpassando le urla di Fortunata, e ripetendole come un'eco.
La figura flessuosa di Fortunata finalmente si accasciò, entro i rigidi limiti imposti dalla catena, e la sua voce tacque. Era ormai mezzanotte e il mio compito stava per essere terminato... Ancora uno strato di pietre, poi un'altro ancora... Ero all'ultima pietra, e stavo per sollevarla, quando dal recesso giunse una bassa risata da far rizzare i capelli, e una voce che faticai a riconoscere come quella di Fortunata.
"Eh eh. Un bello scherzo davvero. Eccellente... Faremo delle gran risate alla mia villa, bevendo il nostro vino...Eh eh!"
"Già," dissi. "L'Amontillado."
"Eh eh! Sì... L'Amontillado. Ma non si sta facendo tardi? Non ci staranno aspettando alla villa, LUI e tutti gli altri? Andiamocene."
"Sì," dissi. "Andiamocene."
"Montresor, per l'amor di Dio!"
"Sì," dissi. "Per l'amor di Dio!"
Ma attesi invano che riprendesse a parlare. Impaziente, la chiamai.
"Fortunata!"
Nessuna risposta, nonostante provassi di nuovo.
Avvicinai la torcia e la feci cadere dentro. Rispose solo il tintinnare
dei campanelli. Ebbi un brivido al cuore: era l'effetto dell'umidità.
Mi affrettai a posizionare l'ultima pietra e la cementai, nascondendo poi
tutto il mio lavoro con le ossa che sistemai di nuovo a formare una parete.
Sono passati anni, e nessuno le ha più disturbate.
In pace requiescat.