non so se qualcuno si ricorda ancora di questo racconto che non riuscivo più a finire stanotte, non so perchè, ci sono riuscito con molta fatica e spero che non si noti troppo lo dedico a tutte le "sorelle di misericordia" agli amori difficili e quasi impossibili a chiara NERO di NEMO che preferisce scoparsi cervelli -1 - Io c’ero. E ricordo che faceva freddo all’aeroporto di Lagos quel mattino. Il piazzale, desolato, immenso, costruito secondo i dettami dell’urbanistica europea degli anni sessanta, era spazzato dal vento pungente dell’alba. Immondizie accatastate qua e là, qualche vecchia corriera, una macchina della polizia ospitava due dormienti tutori dell’ordine. L’odore dell’immondizia iniziava già a cancellare per Joy il profumo dell’Africa. Uno di quei profumi cui non pensi mai. Come al cielo dell’africa, cui non pensi mai fino al momento in cui è troppo tardi e, alzando lo sguardo, ti accorgi che sei proprio da un’altra parte. Così per il profumo…. non riusciresti a definirlo, a descriverlo, mentre sei lì a respirarlo come la cosa più normale del mondo. Come tutte le cose importanti del mondo, te ne puoi accorgere solo quando le perdi, quando le rimpiangi, quando tremi dalla paura di non ricordartele più. Io l’odore di immondizie me lo ricordo, e ricordo cosa pensava Joy. Ero al suo fianco quando, con uno sguardo distante, il tassista le bofonchiava la cifra incrociando i suoi occhi attraverso lo specchietto retrovisore. Una cifra già peraltro pattuita da tempo. I suoi bellissimi occhi scuri balenarono solo per un attimo sullo specchietto unto di quel vecchio taxi. Il tassista li notò e fu quasi sorpreso da sé stesso, dopo tanti anni e tanti viaggi di ragazze troppo sole verso l’aeroporto, se per un attimo colse la bellezza della ragazza e l’assurdità di quella umiliante migrazione. Un po’ di vergogna ed un po’ di paura non guastava nemmeno a lui. Non si prende la briga di girarsi né tantomeno, figurarsi, di scendere per aprirle la porta o aiutarla a scaricare la grossa borsa blu. La ragazza paga, scende e si carica il borsone sulle spalle camminando veloce fino alla porta a vetri che spinge per entrare nell’aeroporto. Un unico volo è annunciato sul vecchio tabellone nell’atrio quasi deserto. Solo poche ragazze ed un uomo anziano guardano alla stessa fila di numeri e parole che annunciano tra due ore quel volo per Roma della compagnia di bandiera della gloriosa nazione nigeriana. Smetto di seguirla con lo sguardo quando passa il controllo del passaporto. Visto turistico, sguardi beffardi dei poliziotti nigeriani. Sanno perfino a memoria quanto ha dovuto pagare quel visto ad un corrotto funzionario di ambasciata, forse riescono perfino a quantificare quanti fiotti di sperma dovranno scivolare, inutili, nella sua bocca o tra le sue gambe dovranno consumarsi, perché lei possa ripagarsi quell’odiosa comune tangente. Un’altra ragazza che parte. Un’altra donna africana da vendere ai bianchi europei perché il petrolio della Nigeria se lo vendono i soliti noti: per molti altri da vendere c’è solo il corpo e la dignità. E perché i bianchi europei hanno bisogno di vedere questa miseria ai lati delle loro strade per sentirsi ricchi e progrediti. E perché poi ci si possa lamentare a cena davanti al televisore per tutti ‘sti immigrati. E perché pagare una donna è più facile e non devi rendere conto a nessuno. Codice - ci si fa solo male – Fulgore della notte. Bagliori del sole. Disordine ai confini. Confusione in città oh, Madre mia, la Civiltà! - non posso che, io – - non posso che, Tu – spio nella notte ciò che si farà Aurora congegno baluardi di collera impotente timore dell’oscuro che specchia che riflette Tenebra interiore. Un codice l’Amore, un codice la Guerra Un Codice per me che Cammino la terra. Abito la terra. Ferretti Lindo Giovanni CO.DEX Pochi saluti la sera prima. Una cugina, la sorellina, una compagna di scuola. Sua madre l’ho vista partire il giorno prima da casa. Era scappata via per non vederla partire, si era inventata una scusa: una parente malata. Qualche maglietta e la borsa nuova come regalo per il viaggio, ed era sparita. La sua figlia più bella, quella che sperava di dare in sposa al figlio di qualche ricco commerciante o ad uno di quei bravi ragazzi dell’università: anche lei come tante altre prima, come molte altre dopo, partiva per l’Italia. La donna che aveva combinato tutto invece era stata con lei gli ultimi giorni. Joy non sapeva se era per farle coraggio o per controllare che partisse per davvero. Due fratelli ed una sorella piccola garantivano a sufficienza che il debito sarebbe stato saldato. Che avrebbe lavorato. Che avrebbe inviato i vaglia necessari a quella donna per i suoi business ed alla famiglia per innalzarsi un po’ da quella miseria. Qualche soldo gliel’avrebbe tenuto da parte Magdalena, la cugina fidata: “quando tornerò apriremo un negozio di vestiti, sarà il più bello del quartiere, e la sera andremo a ballare e, forse, potremmo anche sposarci e costruirci una casa”. Non aveva mai volato, ma non provò nessunissima paura. Era come scappare, era come ricominciare, era come finire. Dormì tutto il tempo lasciando sul tavolino davanti a sé l’aranciata annacquata ed una vaschetta di frutta sciroppata gentilmente offerte dalla compagnia aerea. L’ho rivista dopo una settimana ad una stazione della provincia milanese. Ed era bella come non mai. Ed era disperata come non mai. Divideva un piccolo appartamento con altre tre ragazze, umidità dai muri ed i vesti ammucchiati in uno scatolone. Per il resto la solita trafila. Il passaporto sequestrato come garanzia dei debiti che aveva già accumulato per il viaggio, per il falso permesso di soggiorno, per la sistemazione. L’ho vista anche io quella donna che con minacce e lusinghe ha consigliato a Joy cosa doveva e cosa non doveva fare. Ed ho dovuto sostenere lo sguardo, che Joy ha invece abbassato inorridendo, quando quella donna le ha mostrato cosa succedeva a chi non seguiva i suoi consigli. Con uno schiaffo ed un ordine secco ha costretto una ragazza ad abbassarsi i pantaloni e mostrare a Joy lividi e bruciature lungo le cosce. Era un ultimo avvertimento per una sfortunata ragazza che nell’attirare i clienti non era abbastanza convincente. E la sera in una zona dietro la stazione e vicina al casello dell’autostrada Joy sfilava per attirare le voglie di tanti automobilisti in cerca di emozioni. Ha imparato quasi subito. Il suo copro snello, slanciato nero, lucido, perfetto. I vestiti colorati e generosi nel mostrare la mercanzia. I famelici consumatori che passano in carosello davanti all’osceno supermarket non hanno il tempo di vedere anche gli occhi stupendi di Joy, le sue ciglia lunghe le sue labbra sensuali e turgide che trattengono sorrisi immeritati, sprazzi di allegria le sue dita sottili con le unghie lunghe e curate. Loro fissano solo il culo alto, il portamento quasi da fotomodella, allungano al massimo le mani per verificare la consistenza delle tette, scostano senza nessuna remora la corta gonnellina per puntare direttamente allo striminzito perizoma. Tastano, valutano, acquistano. Troppe volte ho dovuto assistere a questi coiti furenti. La ragazza messa carponi, schiacciata sul sedile dell’auto e l’uomo dietro ad ansimarle piegato a darle vigorosi colpi nella fica. Le mutandine abbassate sulle cosce o appese, come trofeo, allo specchietto retrovisore. Altre volte è bastata la bocca di Joy, mentre la mano le spingeva la nuca, mentre le stringeva i capelli e la teneva ferma perché bevesse tutto. E poi mentre il cliente si sistemava soddisfatto, riaccendeva il cellulare, pronto a tornare a casa dalla moglie, Joy si puliva alla meglio dagli schizzi di sperma ai lati della bocca o sul collo. Quante volte l’ho seguita nel suo ritorno a casa all’alba. Tre, quattro ragazze in una macchina di qualche vecchio papagiro, quegli insonni pensionati che le raccolgono lungo la strada e le riaccompagnano a casa, molto spesso senza chiedere loro nulla in cambio. Accontentandosi di vivere quegli odori e quegli sguardi che parlano di sesso e di notti malate. Ho aspettato tante volte che si addormentasse sulla brandina. Avrei voluto proteggerla dagli incubi del sonno. Ma anch’io ero una parte di quegli incubi. E lo sapevo. -2 - Macchine bagnate di una pioggia sottile passavano silenziose, quella sera, rallentavano per vedere la mercanzia. Qualche gruppo di ragazzi si fermava a parlare, a ridere sguaiatamente, a chiedere, a guardare, a contrattare per gioco. Poi quella vecchia macchina bordeaux; quella che io avevo notato tante volte avvicinarsi per poi ripartire. Joy non l’aveva mai notata. Joy non guarda queste cose. Pensa ad altro, si concentra: Joy quando lavora è via. Accende nella sua testa una musica allegra, di quella che le piace ballare. Joy non ha mai notato quella vecchia macchina che tante volte è passata. Quell’uomo dai capelli bianchi che si sporge per guardarla senza nemmeno il coraggio di abbassare il finestrino. Ma io l’avevo visto. Io sapevo. Quella macchina per la prima volta si ferma e l’uomo si sporge per abbassare, a mano, il finestrino alla sua destra. La ragazza si sporge sorridente. Quel sorriso assente eppure dolcissimo che rimane impresso a tanti clienti, anche ai più frettolosi, anche ai più distratti. Non servono molte parole: “ciao, cinquantamila in macchina” “sali” E’ un odore strano che colpisce subito Joy. Un odore che non riconosce ma che le ricorda qualcosa. Di quando era bambina? Con la coda dell’occhio guarda quell’uomo che riparte in silenzio. Una camicia celeste, un ventre prominente. I capelli bianchi corti, la barba di qualche giorno. Occhiali spessi nascondono due occhi chiari che nella frazione di secondo incontrano quelli scuri di Joy e le comunicano qualcosa. Cosa? Joy non lo capisce. Nella sua testa accende la musica. Nella sua testa alza il volume. Perché questo cliente non sembra come gli altri. Ma non sembra migliore degli altri. Io lo conosco: non è per nulla migliore degli altri. Il solito parcheggio tra tir addormentati ed altre alcove semimoventi che ospitano l’unica vera mescolanza razziale di quella periferia milanese: giovani nigeriane o albanesi o bielorusse incontrano il sano italico padano maschio. Brave figliole con buoni padri di famiglia. Joy si sfila le mutandine da sotto la corta gonna. E’ un automa perfettamente oliato e programmato quello che abbassa il sedile sorridendo pronta ad accogliere l’ennesimo cliente. “vieni qui…” La sua voce rauca, quasi sussurrata distrae Joy dall’ascolto della sua canzone preferita. La ragazza si sporge verso di lui che le prende il mento e la fissa negli occhi. Ancora quella sensazione. La musica si spegne di colpo. L’uomo la tira a sé. “ti posso aiutare… posso portarti via” Le parla con una smorfia di sofferenza, come se parlare gli costasse molto. Parole a cui ha pensato tantissimo. Me lo ricordo nella sua casa la notte, in lotta con l’insonnia, dopo essere andato ancora una volta a guardarla lungo quello stradone: se le ripeteva tra sé, come a volerne valutare il suono, come a voler convincere sé stesso. Joy lo guarda e non capisce. Un brivido freddo quando lui si sporge per avvicinarsi alla sua bocca. Lei serra le labbra e sente ancora l’odore come di vecchio, come di dolce. Un odore che non riesce a classificare. L’uomo senza dire una parola le allunga una banconota rossa. “non vuoi fare niente con me?” Lui distoglie lo sguardo mormorando: “voglio salvarti” E riaccende la macchina. La ragazza è perplessa, ha paura: non capisce. Si reinfila velocemente le mutandine color verde acido. Quando risalgono verso il pube, l’uomo non può fare a meno di appoggiarci lo sguardo per un attimo. Il verde e l’ebano illuminati dal riflesso dei fari di un’altra macchina che arriva a consumare fame di sesso. L’uomo, sospirando appena, gira lentamente con fatica lo sterzo della vecchia macchina per ripartire. Riaccompagna Joy al suo marciapiede. Non riesce a sentire la musica, non riesce a riaccenderla. Prima di scendere l’uomo le porge un biglietto. Lei lo stringe tra le dita, nervosa, e scende. Guarda quella vecchia macchina bordeaux ripartire sbuffando fumo nero. Solo prima del cliente successivo si costringe ad aprire il pugno e leggere un nome, Carlo, ed un numero di telefono. Il biglietto si bagna un po’ e scompare nella sua borsa. Si ferma una mercedes. Uno sguardo strafatto, gel in abbondanza ed un profumo intenso di dopobarba le dicono: “andiamo bellezza, che sono in tiro” Giusto prima che le mani le strappassero via le mutandine, giusto prima di sentire quel cazzo entrarle di prepotenza nel culo costringendola ad un gemito, giusto prima che le mani corressero a stringerle forte i capezzoli… giusto un attimo prima, Joy ritrova l’interruttore della musica… Giusto prima di dover sentire dietro le sue spalle quell’uomo, ansimarle sulla nuca: “prendi troia… dimmi che ti piace… negra…” Centomila per il disgusto. Per il diverso disgusto di entrambi. Dalla mercedes scende a destra carne, a sinistra plastica. A destra una splendida, dolente, stanca, nervosa ragazza d’africa; da sinistra vola dal finestrino lattice appallottolato che trattiene spermindifferenti. “Sono delitti le azioni compiute sotto un impulso della psiche che è vizioso, e si scatena con una opaca violenza; e vizi le abitudini contratte quando è senza misura l'inclinazione al piacere fisico. In modo analogo gli errori e le false opinioni inquinano la vita quando la stessa mente razionale è viziosa. Qual era allora in me, che ignoravo che un'altra luce deve illuminarla perché sia partecipe della verità, non essendo di per se stessa sostanza della verità. Poiché alla mia lucerna darai luce tu, Signore: Dio mio, darai luce al mio buio. Tutti abbiamo attinto dalla tua pienezza. Perché sei tu la luce vera, che illumina ogni uomo venuto a questo mondo, tu che non sei soggetto a mutamento né all'ombra alterna dei giorni. “ Agostino Confessioni, Libro quarto -3- La prima volta che Joy ha percorso quel viottolo di campagna che portava alla casa di Carlo cercava di non pensare a niente: al solito. Erano passati tanti giorni e tante notti. Notti lunghe e difficili. E clienti che puzzavano o la innervosivano. E ragazzini troppo ubriachi e nervosi che non si gli rizzava e che si incazzavano: si è presa più di qualche ceffone per questo. E padri di famiglia con il disprezzo negli occhi e parole nella bocca di cui poi vergognarsi. E vecchi sanamente compiaciuti delle ultime soddisfacenti erezioni. Uomini con donne che la frugavano curiose, le mordevano i capezzoli, la costringevano in ginocchio ad assistere ai loro amplessi e pulire tutto dopo coscienziosamente con la lingua. Narici impolverate di bianca felicità colombiana. E tanti uomini stanchi, stanchi quanto lei. I conti continuavano a crescere, le spese sembravano non fermarsi mai e con loro crescevano le minacce. C’erano uomini e donne attorno a Joy abituati a trattare indifferentemente vari tipi di merce: eroina e fica le più redditizie. Joy aveva già visto altre ragazze soccombere. Altre ragazze arrendersi e tentare di scappare. Io l’avevo sentita cercare di convincersi che era solo per un periodo, che poi avrebbe trovato un lavoro onesto, magari un ragazzo con cui stare assieme. E’ difficile per tutti convincersi che la vita che si conduce sia quella che ci si aspettava. Lo fanno anche i geometri ed i ragionieri. Quando fanno finta di non vedere il cellophane sui divani, Raffaella Carrà il sabato sera, la pizza la domenica ed il videoregistratore comprato a rate. Lo fanno le loro donne che se li ricordano con mille progetti ed ambizioni. Poi, quando le scoregge sotto le coperte, quando l’inizio della calvizie, quando la cellulite di lei e la pancia di lui non sono più nulla di strano… si comincia ad accendere una musica. Non diversamente da Joy. Quando ci si rende conto che la cosa più urgente è nascondersi la mediocrità della vita per trovare una ragione per svegliarsi la mattina o non dover svaligiare una farmacia per dormire sonni tranquilli. E’ differente chi vuole convincersi che non è poi così una merda usare il proprio corpo e la propria bellezza, i propri buchi e la propria bocca, il proprio sguardo ed il proprio sorriso per tirare a campare? Magari Joy si aspettava qualcosa di diverso: grandi alberghi e locali alla moda, magari non si immaginava come gli europei possono standardizzare lo scambio di potere che si volge ogni volta che tra due persone una ha una sola cosa da offrire in cambio dei soldi dell’altra. Io mi sono occupato di gente molto diversa nel mio lavoro. Ho visto gente vendere la propria intelligenza, vendere le braccia, la propria fatica, nella migliore delle ipotesi vender il proprio tempo, la propria capacità di consumare, per poi produrre di nuovo. Ho visto gente vendere l’onestà, certe volte vendere perfino i propri sogni e gli ideali. Non mi è sembrata così diversa Joy che vendeva la sua bellezza, il suo amore ed il suo sorriso. La prima volta che Joy si inoltrò in qual viottolo di campagna aveva paura. Ma aveva più paura di quell’uomo che la stava inseguendo per portarla a lavorare in un’altra città: perché doveva rendere di più. E’ stata la prima volta che sono stato tentato di intervenire in qualche modo per fermarla, per trovare il modo per rispedirla a casa. Per farla scappare, ma non sapevo come farlo. L’ho vista rigirarsi per le mani quel biglietto sgualcito. Forse le era passato dalla memoria quell’odore, la strana sensazione che aveva provato quella notte. Non aveva molte altre scelte: doveva scappare. Mi sono voltato dall’altra parte quando Joy ha composto il numero ed in quel suo modo di parlare, dolce ed impossibile, sempre in bilico tra un improbabile inglese ed un italiano all’oscuro della differenza tra plurale e singolare, tra femminile e maschile, ha spiegato a Carlo che aveva bisogno di aiuto. Se fossi stato bravo come lei avrei almeno cercato di accendere la musica. Cosa ha pensato Joy quando il taxi, un altro taxi importante nella sua vita, la condotta fino a questa casa immersa tra i campi in un paesino di campagna che non riusciva nemmeno a pronunciare? Era sera, Carlo l’ha accolta sulla porta guardando preoccupato il taxi giallo che si allontanava nella nebbia.. Joy si stringeva nervosamente le mani e teneva lo sguardo incollato a terra: non sapeva cosa dire. Come spiegare la sua paura: il suo bisogno di aiuto. Non riusciva a nascondersi di essere veramente disperata per cercare aiuto in uno sconosciuto. Ma era conosciuto quello da cui stava scappando. Aveva visto una ragazza albanese sul marciapiede con le gambe tumefatte per le frustate che il suo padrone le aveva inferto con un tubo di gomma: non tollerava una leggera flessione nel fatturato della sua azienda di carne da strada. Aveva visto sbrigativi ed orribili aborti. Aveva visto troppe cose Joy: la musica che ascoltava sempre più spesso non bastava più. La casa era in penombra, l’uomo la condusse frettolosamente in cucina. Mobili vecchi, una stanza spoglia e fredda, sul tavolo una cena frettolosa, un piatto di minestra ed un bottiglione di vino. Un grande crocifisso alla parete. Carlo la fa sedere. “puoi rimanere un po’ qui se vuoi, ho una stanza” La guarda dritta negli occhi… ed ancora quel tono stanco, come se parlare gli costasse fatica. Come se si trattenesse da dirle qualcosa di più grande e più importante. Le offrì un bicchiere di vino ed un po’ di minestra, e poi un altro bicchiere di vino ed un altro ancora. Joy parlava e raccontava con quella voce forte, quelle parole secche e semplici di chi deve descrivere un mondo infinito e complicato con i pochi vocaboli che conosce. Si fermava per concentrarsi trovare le parole, mescolava inglese ed italiano, qualche parola nel suo dialetto nigeriano. Era uno sfogo con grandi gesti, lacrime e qualche sorriso. “devi aiutarmi, l’uomo che ha il mio passaporto è pericoloso… drogato… io stanca… io scappata.” Mentre parlava cercava di scacciare ancora quella sensazione di disagio, di non spiegato che quell’uomo le trasmetteva. Lui parlava pochissimo, solo qualche domanda precisa sui posti, sui nomi sull’orrore da cui scappava. Era quasi mezzanotte quando Carlo l’accompagnò lungo un corridoio fino ad una stanzetta con un letto ed un armadio. Le diede un lenzuolo, un asciugamano, l’accompagnò in bagno. Prima di addormentarsi la piccola Joy, come faceva ogni volta tra le risate delle sue compagne di sventura, si inginocchiava di fianco al letto per una veloce preghiera. Erano le solite disperate silenziose grida d’aiuto. Osservai in furente silenzio Carlo entrare in quel momento nella stanza della ragazza, gli occhi gonfi di quel pianto fatto di vino, solitudine e tristezza. Si mise a pregare al suo fianco in ginocchio, ma erano preghiere che Joy non conosceva. Lunghe e complicate. Distolsi lo sguardo solo quando don Carlo fece scivolare la sua mano lungo la schiena della ragazza fino ad accarezzare dolcemente le natiche di Joy. Lei impietrita, stanca e disperata ascoltava quella strana preghiera: “atto di dolore, mio Dio mi pento e mi dolgo perché ho molto peccato…” Mentre la mano dell’uomo si faceva strada dentro le sue mutandine. “… copulare è degno dell’animale, umana è soltanto la devianza…” Pascale Bruckner, Luna di fiele -4- Il martedì ed il venerdì doveva stare fuori di casa tutto il mattino perché la perpetua non la trovasse in casa. Già erano troppe le chiacchiere in paese per quella “bella negretta” che si vedeva spesso dalle parti della casa di don Carlo. Joy girava poco per il paese, preferiva prendere il “pullman blu” per girare quei paesi vicini dai nomi lunghi che la facevano sorridere. Guardava le case, la gente, le donne. Si chiedeva se c’era un posto per lei, se avrebbe mai potuto trovarsi un lavoro, crearsi una vita sua, indipendente. A casa sfogliava cento volte i giornali che gli portava a casa, guardava le foto soprattutto, perché a lei l’italiano nessuno si era mai preso veramente la briga di insegnarlo. Puliva un po’ la cucina ed il bagno, ma era un lavoro che non gli piaceva. Un giorno venne pure una assistente sociale, quasi di nascosto, a chiederle se avesse bisogno di qualcosa. “non so…. mi dispiace… ” Joy non sapeva che dirle. Joy non capiva cosa quella ragazza piccola e grassoccia volesse da lei, cosa poetesse raccontarle. Quali orrori fosse preferibile tenerle nascosto, quali vergogne, quali imbarazzanti istantanee del loro amato parroco fosse meglio nascondere. Quell’assistente sociale girava attorno ai discorsi, tergiversava. Ho intravisto nella scollatura della sua maglietta un piccolo crocifisso, non diverso da quello che portava con una sottile catenella al polso Joy, molto diverso, forse, da quello scuro e grande e di lugubre sofferenza che troneggia in cucina. Ho pensato che forse avrei dovuto metterla sulla giusta strada. Che avrei dovuto raccontarle di quell’assordante silenzio . Della paura di Joy ogni sera in cui don Carlo tornava dal vespro più agitato del solito. Avrei dovuto farle vedere quel vecchio anello arrugginito che spuntava dal muro, in alto quasi all’angolo con il soffitto, della stanza di Joy, come quello ai quali nelle antiche case di campagna si legavano i cavalli la sera. Avrei dovuto aprire quella cassapanca di legno scuro e marcio che spesso Joy doveva aprire per portare al suo pio salvatore catene e corde, bavagli e cuoio, cilici e dildi, nerbi e bambù. Qualche rivista accartocciata di moderne edizioni. Avrei dovuto spalancare gli occhi di quella giovane nervosa assistente sociale. Avrei dovuto dare un senso al lavoro di quella inutile e frustrata ragazza. Frustrata quanto me. Lei che probabilmente non aveva nemmeno mai avuto il sospetto di cosa si potesse fare con certe guaine, con certi bavagli, con certi tubi. Non conosceva molto gemiti, senz’altro non di quelli che si udivano sempre più spesso tra quelle mura. Lei che aveva scelto quel corso per assistente sociale perché una laurea era troppo lunga ed in famiglia già il fatto di non essere andata in fabbrica dopo le medie era stato visto con fastidio, quando non con sospetto. L’assistente sociale aveva fatto qualche domanda imbarazzata, aveva compilato qualche modulo. Si era sorpresa a fissare i capezzoli che si intuivano nettamente attraverso la sottile canottiera nera. Solo per un attimo ho creduto che avesse notato un segno alla base del collo. Una cicatrice per un collare troppo stretto da un prolungato orgasmo di quel sant’uomo. In realtà era incanta dal suoi sorriso: bianco e lacerante, dolce e disperato. Ma lei poi se ne è andata lasciando Joy con il suo sorriso amaro. Dopo i primi coiti, dopo avere sperimentato tutti i possibili utilizzi dei fori della ragazza, il servo del signore, aveva quasi subito cercato nuovi vigori erettili in un complicato rituale di addestramento. Un poco deluso dal fatto che la scura pigmentazione di Joy limitasse il godimento della vista dei lividi inferti da precisi colpi di bambù, la costringeva a lunghe genuflessioni, a sante inquisizioni, a lacrime salate. Qualche goccia di sangue si mescolava al sudore, allo sperma, sovente al piscio che sapeva di vecchio e di un fegato malandato. Joy spegneva la musica solo quando don Carlo iniziava il rituale del pentimento, delle carezze delle parole di scuse, delle preghiere sempre più complicate. Si godeva appena lo spettacolo miserabile e ridicolo di quell’uomo sovrappeso con il cazzo gocciolante in ritirata. Quelle lacrime di coccodrillo sempre più uguali a quelle grappe per darsi coraggio ed addormentarsi. Poi Joy si lavava, curava i segni sul suo corpo, nascondeva quelli sul suo cuore. E andava a dormire. Nell’altra stanza sentiva don Carlo singhiozzare e poi un lungo brontolio di preghiere biascicate. Anche lei non rinunciava alla sua preghiera prima di addormentarsi: sperava solo che, almeno, il suo dio fosse un poco diverso. Quella notte avevo i brividi della febbre: possono gli angeli avere la febbre? Quelli in caduta libera come me probabilmente sì. Come quando passi una notte a parlare con un disperato, come quando consumi una notte tra sbronze e cocaina e sesso che non sai con chi e non sai perché, come quando la paura e l’ansia ti tengono sveglio per tutta la notte ed il letto diventa una tortura, ma anche il più bel libro della tua vita, anche un’alba estiva, anche un Tavor diventano insopportabili. Quella notte stavo precipitando, finalmente. Non mi è stato mai chiaro se cadevo perché non l’avevo protetta o perché mi ero compiaciuto del peccato. Se chi era più in alto di me si era accorto di sconvenienti e poco angeliche erezioni. Forse precipitavo perché ‘sta storia del libero arbitrio di quel sant’uomo di Agostino non l’avevo mai veramente capita. Ma non era proprio il momento di recriminare: finalmente cadevo. Dopo le liturgie pasquali e le visite alle famiglie della parrocchia ed i brindisi in compagnia, don Carlo era tornato con uno sguardo più sofferente ed allucinato del solito. Joy se ne accorse subito ma non tentò di scappare. E verso dove poi? Dopo pochi minuti aveva le mani legate dietro la schiena, tirate in alto verso l’anello arrugginito, le gambe spalancate ed il busto piegato in avanti schiacciato contro il muro. Il suo ano era sventrato da un ridicolo dildo arancione di dimensioni spropositate ed un sottile rivolo di scuro sangue scorreva lento sulla scura pelle di Joy tuffato nello scuro della stanza. Ho visto Joy cadere in ginocchio quando i suoi polsi sono stati liberati dalla catena ed ho visto quell’uomo cadere in ginocchio gridando disperato le sue lacrime. Le solite lacrime di coccodrillo distrassero appena Joy che, nuda, uscì dalla porta e con uno sguardo tranquillo si incamminò nell’erba bagnata del cortile davanti a casa. Non capivo cosa stesse facendo, cercavo di fissarla il più possibile ma la forza di gravità che mi stava trascinando a terra mi impedivano spesso di focalizzarla. Il mondo mi si avvicinava ad una velocità che mi sorprendeva. Ma sembrava quasi fosse una cosa che in realtà, in fondo, non mi riguardasse davvero. E il mondo si colorava e cominciava ad avere un odore e cominciavo a coglierne dettagli che da su spesso mi erano sfuggiti. Precipitavo. Prendevo velocità mentre vidi Joy accosciarsi ed osservare china, divertita e concentrata, il getto della sua urina sferzare calda quell’erba soffice. Con un dito ispezionò se vi fossero ancora tracce di sangue e qualche goccia di sperma della finale liberatoria sega sfogata sulle sue terga dilaniate. Quasi per caso lo sguardo di Joy si posò su quel corto pezzo di ferro che giaceva a pochi centimetri dai suoi piedi. Lo soppesò sorridendo mentre rientrava in casa. Intanto riaccese la sua musica, ed alzò il volume al massimo. Feci appena in tempo a vedere la bellissima ragazza nuda spalancare la porta del bagno dove il pastore seduto sulla tazza del cesso aveva già sopito le sue lacrime concentrandosi sulla lettura di un interessante fondo dell’Avvenire. Mancavano poche decine di metri dal mio impatto fragoroso e salvifico con il suolo, e per la precisione necroscopica della mia tempia destra con il gradino di marmo di ingresso di quella vecchia casa di campagna, quando gli schizzi di sangue vergarono il bidet del bagno e le piastrelle giallognole. Non posso dire se don Carlo disse qualcosa prima. Mai rumore di un cranio che si spezzava fu così dolce. Di due crani. In quale cazzo di girone ci metteranno? "quisque faber fortunae suae" NEMO