Ciao! Ringrazio tutti quelli che hanno letto ‘La tutrice’ per i loro complimenti. Spero però che non vi aspettiate troppo da me: non potrò dedicare ai miei futuri racconti altrettanta cura e tempo. Il racconto che vi posto ora (scritto mentre correggevo l’altro) è ambientato in India ed è scritto nello stile delle mille e una notte. Come noterete è molto più soft del precedente. Dato che l’ambientazione mi piace ho in progetto di scriverne un altro simile ma più elaborato. Bye, RoV ***************** Naturalmente siete liberi di copiare e distribuire il mio racconto ma non siete autorizzati a modificarlo o a sfruttarlo commercialmente senza il mio assenso. ***************** LA PRINCIPESSA, L’ANCELLA E IL LADRO DI BURRO In un paese del lontano oriente viveva una volta un re. Aveva avuto molti figli ma purtroppo erano morti tutti in giovane età e senza lasciare eredi. Solo una figlia gli era rimasta ed egli le era molto affezionato. Volle così darle la migliore educazione possibile e fece giungere al suo palazzo i più grandi saggi del tempo perché le insegnassero il loro sapere. La giovane crebbe e divenne la principessa più bella e sapiente del regno. Molti principi e re la chiesero in moglie ma il sovrano che era ormai vecchio non volle separarsi da lei e rifiutò tutti i pretendenti. Un triste giorno il re morì. Trascorso il periodo del lutto il visir e i ministri si recarono dalla principessa e le chiesero di prendere marito affinché il regno potesse avere una nuova guida. La principessa non desiderava uno sposo ma sapeva di non poter rifiutare la richiesta fattale. Decise quindi di usare la sua astuzia per evitare le nozze. “Gentili signori” disse “ciò che chiedete è senz’altro giusto ed io sarò ben lieta di acconsentirvi. Però voglio essere certa che colui che sarà mio sposo sia degno di me e del regno che fu di mio padre. Per questo motivo ho deciso di sottoporre ogni pretendente a due prove. Quello che mi supererà in entrambe diverrà il mio consorte mentre a chi fallirà sarà tagliata la testa. La prima prova consisterà in una gara di corsa e la seconda in una partita al gioco degli scacchi. Battendomi nella prima il pretendente dimostrerà di essere abbastanza giovane e forte da potere generare una discendenza. Sconfiggendomi nella seconda dimostrerà invece di essere abbastanza savio da regnare saggiamente.” Il visir e i ministri si dissero d’accordo sulle prove ma chiesero se fosse proprio necessario tagliare la testa agli sconfitti. “Miei cari signori” rispose la principessa “non vorrete certo che io sposi un vigliacco! Inoltre in questo modo molti pretendenti rinunceranno e così saremo certi che chi mi sconfiggerà lo farà per i suoi meriti e non perché le molte prove mi hanno stancato.” Al visir e ai ministri non rimase che acconsentire. Molti pretendenti si sottoposero alle prove ma tutti furono sconfitti. Nonostante la principessa avesse agili gambe da gazzella, numerosi giovani nobili la superarono nella corsa. Nessuno però la sconfisse nel gioco degli scacchi che ella aveva appreso alla perfezione dai suoi saggi precettori. D’altro canto quei pochi che avrebbero potuto batterla in quel gioco erano ormai avanti con l’età e la principessa li sconfisse tutti facilmente nella corsa. In poco tempo le mura della città furono adornate con un’infinità di teschi e la fama di invincibilità della principessa divenne tale che nessuno osò più sfidarla. In principio il visir e i ministri si preoccuparono non poco per il futuro del regno ma poi, visto che la principessa era molto savia nelle decisioni di governo e altrettanto benvoluta dal popolo per la sua munificenza, pensarono che un matrimonio non era poi così urgente e che la principessa avrebbe lei stessa scelto un degno sposo quando fosse venuto il momento. Il tempo però passava e nessuno sembrava in grado di vincere la ritrosia della sovrana. Ogni sera l’ancella prediletta della principessa suonava e cantava per lei fino a quando questa non si abbandonava al sonno. Una sera l’ancella intonò un canto che narrava di una concubina che si disperava perché l’harem del suo signore era così vasto che pur avendovi trascorso l’intera giovinezza non era mai giaciuta con lui. A quelle parole la principessa scoppiò in un gran pianto. “Mia dolce signora” disse l’ancella preoccupata “vi servo fin da quando ero bambina e mai vi ho vista così triste tranne che per la morte di vostro padre. Vi prego ditemi cosa vi turba.” “Ahimè, mia cara ancella” rispose la principessa “sei tu l’artefice della mia sofferenza! Ogni giorno tu canti così soavemente le delizie dell’amore che hai acceso in me il desiderio di provare un simile sentimento. Purtroppo io sono come colei della quale hai appena cantato. Destinata ad aspirare all’amore senza mai poterlo assaporare!” “Mia signora, voi possedete così tante qualità che nessun uomo potrebbe mai rifiutare di esservi sposo. Perché dunque vi disperate?” chiese ancora l’ancella. “Sono proprio le mie virtù, mia cara ancella, che mi condannano” disse la principessa “poiché io aborrisco l’amare qualcuno che mi sia inferiore. Dimmi la verità, credi che troverò chi meriti d’essere da me amato?” “Mia dolce sovrana” rispose l’ancella “la vostra bellezza e la vostra intelligenza sono tali che io non credo esista alcun uomo al mondo che possa essere ritenuto degno di voi.” “Ahimè!” esclamò la principessa. “Con che dolci parole hai pronunciato una dura condanna!” “Mia signora” disse allora l’ancella “il mio cuore è sconsolato a vedervi in tale stato. Vorrei consigliarvi un rimedio che potrebbe alleviare le vostre sofferenze ma vi debbo fare una preghiera. Se troverete tale rimedio indegno di voi non scacciatemi dalla reggia perché io non ho altra aspirazione che quella di potervi servire.” “Tu sei la mia più cara e fedele ancella. E anche la più savia. Dammi liberamente il tuo consiglio e non temere che la mia ira cada su di te” disse la principessa. “Parlerò senza riserve, mia signora” riprese l’ancella. “Come forse sapete io ho una sorella più grande che per qualche tempo ha servito nell’harem di vostro padre. Ella mi ha riferito che le spose e le concubine che si sentivano trascurate avevano scoperto che potevano darsi l’una con l’altra il piacere che il sovrano negava loro. Se voi me lo permetterete io potrei farvi conoscere quel piacere così che voi possiate dimenticare la vostra afflizione.” La principessa fu molto stupita di quell’offerta ma poiché la sua sofferenza era molta, decise di accettarla. Così quella notte e molte notti dopo di quella, concesse alla sua ancella di carezzarla e di darle quel piacere che solo alle spose dovrebbe essere lecito. Accadde però che una sera la principessa rifiutò le carezze dell’ancella. Lo stesso accadde la sera seguente e quella dopo ancora. L’ancella era molto afflitta dai rifiuti della sua padrona e trascorso un mese intero senza che la principessa accettasse le sue carezze decise di scoprire le ragioni di quel comportamento. “Mia signora, vi prego ditemi perché rifiutate le mie carezze da così lungo tempo. Non ho forse saputo compiacervi abbastanza? O forse mi ritenete indegna di un simile servizio?” chiese l’ancella. La principessa però non rispose e l’ancella ne ebbe un sì gran dolore che calde lacrime iniziarono a solcarle il viso. La principessa, vedendola in preda a tanta sofferenza, ne ebbe infine pietà e le rivolse la parola. “Mia preziosa ancella, non disperarti” disse. “Non è per tua colpa se ho rifiutato ciò che tanta delizia mi ha procurato ma per altra ragione.” L’ancella chiese allora alla principessa quelle fosse il motivo del suo comportamento e anche se la principessa disse di non volerlo rivelare, tale fu la sua insistenza che alla fine la sovrana dovette cedere. “La mattina seguente all’ultima notte in cui mi desti piacere mi svegliai in preda a uno strano languore ” disse la principessa. “Il mio capo era posato su un soffice cuscino. Mi venne da pensare a quanto avrei invece preferito adagiarlo sul tuo ventre sodo e quanto avrei gradito carezzare il tuo bel seno invece che la seta di quel guanciale. Immaginai poi che le tue labbra sarebbero state più morbide di petali di rosa e d’improvviso mi prese un grande desiderio di baciare la tua bocca. In quell’istante avrei barattato tutte le mie ricchezze per realizzare quella brama. Così mi resi conto che la medicina che mi avevi consigliato aveva prodotto in me una malattia ancor più grave e decisi all’istante di rinunciare alle tue carezze nella speranza che quell’indegno sentimento venisse meno. Ancora oggi, purtroppo, il male mi opprime e non passa ora che io non maledica il mio cuore che continua a battere più forte se mi sei vicina.” “Mia signora, non disprezzate il vostro cuore che non ha colpe” replicò l’ancella. “Esso non fa che rispondere ai battiti del mio, nel quale mai ha albergato desiderio per uomo o per fanciulla ma solo una grande felicità ogni volta che ode il suono della vostra voce.” “Perché dici queste parole, ancella?” disse allora la principessa in tono sprezzante. “Speri forse che fingendo di condividere la mia colpa, io spartisca con te i miei tesori?” “Mia principessa, come potete pensare ciò?” replicò sdegnata l’ancella. “Sono donna ed ho umili origini quindi doppiamente indegna del vostro amore. Però non dovete dubitiate della sincerità del mio affetto. Per darne dimostrazione vi chiedo di sottopormi in segreto alle due prove previste per i vostri pretendenti. Se fallirò che mi sia spiccata la testa ma se le supererò dovrete riconoscere l’onestà delle mie parole.” Sentendo tale richiesta la principessa si pentì di essere stata tanto dura ma essendo troppo orgogliosa per ammettere il proprio errore non poté fare altro che accogliere la supplica. Venne così il giorno fissato per la prima prova. L’ancella sapeva che le sue gambe non erano meno agili e belle di quelle della principessa ma anche sapeva che la principessa era più allenata nella corsa e che l’avrebbe battuta senza sforzo. Aveva perciò deciso di usare uno stratagemma. Diede ordine di catturare un grandissimo numero di serpenti e gli fece strappare i denti affinché il loro morso divenisse innocuo. La notte prima della gara, l’ancella liberò i serpenti nel giardino dove sarebbe avvenuta la prova. Quando la gara iniziò la principessa fu subito in testa. Presto però si accorse della presenza dei serpenti e per timore del loro morso rallentò il suo passo. L’ancella che sapeva di non correre alcun rischio corse invece con tutte le sue forze e vinse facilmente la prova. Il giorno seguente era quello previsto per la prova degli scacchi. L’ancella era una abile giocatrice perché aveva trascorso molte giornate a giocare insieme alla principessa. Non era però mai riuscita a battere la sua padrona e per questo motivo pensò di ricorrere ancora una volta ad un espediente. Fece acquistare di nascosto magnifiche vesti, gioielli e gemme preziose, unguenti dorati e profumi soavi. La sera in cui avrebbe dovuto avere luogo la partita, l’ancella si presentò nelle stanze della principessa con indosso le vesti preziose e i gioielli. La pelle e i capelli erano lucenti d’olio ed il suo corpo profumava come un giardino primaverile. La sua bellezza era tale che chiunque ne sarebbe stato incantato e vedendo le due donne sedute ai lati della scacchiera avrebbe facilmente ritenuto principessa l’ancella e ancella la principessa. Iniziata la partita l’ancella, dopo ogni mossa, prese a privarsi con gesto armonioso ora di un monile ora di un indumento. La principessa che già l’aveva molto ammirata al momento in cui era entrata nella camera, ora la osservava deliziata paragonandola a un magnifico fiore che sbocciava dinanzi a lei, invadendole le narici con la sua intensa fragranza. Quando l’ancella abbandonò anche l’ultimo dei suoi veli, nulla più celando delle sue grazie, la principessa ne fu così presa che scordò di fare attenzione al gioco e venne sconfitta. Allora la principessa si inginocchiò ai piedi dell’ancella e parlò. “Mia cara ancella!” disse. “Il tuo coraggio e la tua bellezza hanno vinto la mia superbia e il mio orgoglio. Riconosco che nessuno al mondo mi ama più sinceramente di te e che nessun uomo merita più di te il mio amore. Per questo da domani tu non sarai più mia servitrice ma sorella sotto la luce del sole e sposa sotto quella della luna. Questa notte però io desidero rimanere tua padrona perché voglio che tu obbedisca a un mio ultimo comando.” “Mia signora” rispose l’ancella “che mi siate padrona, sorella o sposa, ogni vostro desiderio è per me legge che non so trasgredire. Ditemi quindi cosa desiderate da me.” “Io sono da tutti considerata donna assai sapiente” disse allora la principessa. “Ma ignoro ciò che più mi preme di conoscere ovvero il modo per restituirti il piacere che tante volte mi hai donato. Voglio apprendere quest’arte affinché quando giaceremo assieme io possa incatenare il tuo cuore così come tu hai incatenato il mio.” “Mia bellissima regina” rispose l’ancella sorridendo “il mio cuore è già vostro schiavo e giammai potrà liberarsi del giogo che tanto soavemente lo opprime. Ma se volete apprendere come compiacermi, io sarò lieta d’insegnarvelo.” Detto questo l’ancella prese una bella e lucente conchiglia delle dimensioni di un pugno, usata come ornamento di uno scrittoio. Quindi versò nella sua fenditura del miele fino a che questa non ne fu piena. “Mia dolce signora” disse l’ancella consegnando la conchiglia alla principessa “prendete questo dono dalle mie mani e sappiate che quando avrete imparato a sorbirne tutto il miele senza versarne nemmeno una goccia allora sarete in grado di darmi un diletto sì grande che le parole non possono descriverlo.” Da quella sera la principessa e l’ancella vissero insieme in grandissima letizia ed occupando ogni notte il talamo con giochi indegni di cui è meglio non riferire. Accadde un giorno che alla reggia giungesse Krsna, travestito da pellegrino. Pur ignorando chi fosse, la principessa come suo costume, gli fece degnissima accoglienza e il dio ne fu compiaciuto. Quando scese la notte Krsna decise di prendere piacere da qualche bella ancella. Poiché riteneva che proprio la prediletta della principessa fosse la più bella del palazzo andò nella sua stanza e non trovandola continuò a cercarla finché non giunse negli appartamenti della sovrana. Quando vide che la principessa e l’ancella giacevano insieme come uomo con donna fu preso da grande ira. “Principessa!” esclamò Krsna. “Tu hai fama di grande saggezza ma in verità il tuo animo è perfido. Come hai osato portare alla morte tanti giovani valenti per poi giacere così indegnamente tra le braccia della tua ancella?” “Oh Potente Signore!” implorò la principessa che aveva riconosciuto il suo interlocutore. “Non essere in ira con me perché è stato il fato e non la mia volontà a farmi indegna. Colei che mi vedi accanto ha dato così grandi e meravigliose prove del suo amore per me che solo facendole un torto avrei potuto non ricambiarla. Così visto che ero comunque condannata ad essere in colpa, ho pensato fosse meglio commettere un peccato che mi desse gioia anziché uno che procurasse solo afflizione.” “La tua difesa è abile, principessa.” disse allora Krsna “E poiché nel tuo paese mi hai fatto erigere tanti bei templi ho deciso di essere clemente e perdonarti. Non posso però concederti di continuare nel tuo comportamento abominevole. Ho quindi deciso di trasformarti in uomo così che tu possa continuare ad amare la tua ancella senza che ciò mi rechi offesa.” “Nobile Krsna” scongiurò la principessa “non trasformarmi in uomo. Come potrei convincere i miei sudditi della mia vera identità? E quale spiegazione potrei dare del prodigio da te operato, che non getti su di me e sul regno marchio d’infamia?” “Le tue parole sono sagge, principessa” rispose Krsna. “Tramuterò allora in uomo la tua ancella così che ella possa darti piacere in modo lecito.” “Oh grande Krsna” replicò la principessa “non tramutare in uomo la mia ancella. Se lo facessi come potrei io accoglierla di notte nelle mie stanze senza suscitare scandalo?” “Principessa” disse allora Krsna. “Vedo bene che tu vuoi burlarti di me ma intelligenza di donna non può superare quella di un dio. Ordino perciò che dal tramonto fino all’alba del giorno seguente il tuo corpo venga trasformato in quello di un uomo mentre quello della tua ancella sia trasformato in quello di eunuco dal sorgere del sole fino al tramonto. In questo modo principessa, ogni sera prima del tramonto potrai ritirarti in camera con la tua ancella che avrà forma di eunuco e quindi senza che questo possa causare sospetti. Dopo il tramonto tu sarai uomo e lei donna. Potrai dunque trarre da lei piacere fino al mattino successivo senza che ciò mi rechi offesa.” Detto questo Krsna fece un inchino e scomparve. Trascorso un anno da quel giorno Krsna tornò alla reggia travestito da ricco mercante e ancora una volta fu degnamente ospitato dalla principessa. La notte Krsna si recò nei quartieri delle ancelle e prese da loro grande piacere. Ritornando nel suo alloggio passò attraverso un grande giardino e quando ne fu nel mezzo scorse nell’oscurità due figure sedute ai piedi di un albero. Guardando più attentamente egli riconobbe in esse l’ancella prediletta dalla principessa ed un giovane uomo che Krsna comprese essere la principessa nella sua trasformazione maschile. Appariva che le due stessero attendendo qualche cosa e così Krsna decise di spiarle nascondendosi dietro a un roseto fiorito. Dopo pochi minuti il buio della notte iniziò a lasciare il posto alle prime luci dell’alba. In quel momento il corpo del giovane cominciò a tramutarsi in quello della principessa. L’ancella seduta al suo fianco mantenne invece le sue fattezze femminili poiché secondo il comando di Krsna la sua trasformazione avveniva solo con il sorgere del sole. Una volta che la principessa ebbe riacquistato le sue sembianze, ella prese a scambiare con la sua ancella teneri baci e delicate carezze. Infine le due donne si sdraiarono insieme per trarre piacere dal loro vizio abominevole. A quel punto Krsna divenne furente e ripreso il suo vero aspetto uscì dal nascondiglio e rivolse dure parole all’empia coppia. “Come osate trasgredire così il mio volere!” tuonò Krsna. “Principessa, il mio comando era chiaro. Donna non deve giacere con donna come con uomo. Anche se non lo meritavi ti avevo concesso un modo di prendere piacere con la tua ancella senza recarmi offesa ma tu sei stata così scellerata da congiungerti con lei proprio nel poco tempo in cui entrambe avevate sembianze femminili e ciò sarebbe stato più biasimevole. Preparati perché una severa punizione vi attende!” “Oh Potentissimo Signore!” replicò la principessa. “Accetteremo il tuo castigo se questo è il tuo volere ma sappi che non potevamo giacere insieme in altro momento senza recare agli dei ancor più grave offesa.” “Le tue parole non hanno senso, principessa” disse allora Krsna stupito. “Come avreste potuto recare offesa più grande di questa?” “Vedi mio Signore” rispose la principessa. “la mia ancella tanto devotamente mi ama che mille volte ha giurato su tutti gli dei che mai avrebbe conosciuto amore di uomo fino a che non le venisse meno il mio affetto. Ella ha temuto che giacendo insieme a me quando io avevo forma maschile avrebbe infranto i suoi giuramenti e scatenato l’ira delle divinità. Né potevamo congiungerci durante il giorno giacché essa ha allora forma d’eunuco ed è incapace di amare. Solo nei brevi momenti che seguono l’alba, quando entrambe riprendiamo le nostre vere sembianze, potevamo dunque giacere insieme. Sapevamo che così ti avremmo arrecato offesa ma noi non siamo che donne. Essendo come tali incapaci di vincere le nostre passioni abbiamo pensato che era meglio offendere uno solo piuttosto che tanti. Ti preghiamo Krsna abbi pietà della nostra condizione!” “Nessuna creatura al mondo è più sciocca di una donna!” ammonì Krsna. “Oh tu, ancella, sei davvero stolta se credevi di infrangere il tuo giuramento giacendo con la tua signora quando questa ha forma d’uomo. Infatti anche se il suo aspetto muta ella è sempre uguale a se stessa nel suo animo e nei suoi sentimenti. Pensi forse che una moglie tradisca il marito se giace con lui quando egli indossa abiti diversi da quelli del giorno dello sposalizio? Allo stesso modo giacendo con la principessa durante la notte avresti comunque giaciuto con donna e non con uomo.” “Oh saggio Krsna!” rispose l’ancella. “Avrei anche io risposto così a chi mi avesse interrogato ma sei stato proprio tu, nobile Signore, a mutare la mia opinione.” “Donna, perché dici ciò?” chiese allora Krsna stupito. “Mio Signore” rispose l’ancella “non voglio dubitare delle parole che hai appena pronunciato ma se ciò che importasse realmente fosse lo spirito che ci anima e non l’esteriorità dei nostri corpi, allora perché ci avresti vietato di congiungerci in forma di donne per permettercelo poi in altra foggia? In verità mio Signore, poiché un dio non può comportarsi così scioccamente, io credo tu abbia cercato di trarci in inganno per mettere alla prova la nostra saviezza e ora che l’abbiamo dimostrata annullerai il tuo incantesimo lasciandoci libere di esprimere l’un l’altra il nostro affetto nel modo che più ci aggrada.” A quel punto Krsna dovette riconoscere di essere stato giocato dalle due donne e per non passare per uno sciocco fu costretto a comportarsi nel modo predetto dall’ancella. Il giorno dopo, mentre si allontanava dalla reggia, Krsna meditò a lungo su come avrebbe potuto vendicarsi di quelle femmine che avevano così abilmente aggirato i suoi comandi. Alla fine però scoppiò in un gran riso e rinunciò alla sua idea. “Fra tutti gli dei” pensò “proprio io non avrei dovuto scordare che il burro più dolce è sempre quello si è riusciti a rubare!” (1) FINE (1) Krsna è noto anche con l’appellativo ‘ladro di burro’ perché nella sua infanzia si dilettava a rubare il burro e quant’altro gli piacesse.