Ciao a tutti! Finalmente ho finito il mio primo racconto. Mi auguro non vi spiaccia se lo posto tutto insieme invece che spezzettarlo ma è tanto lungo che ci avreste messo una vita a ricomporlo (e io ho risparmiato un po’ di lavoro). Non avevo pensato di scrivere qualcosa di così lungo ma il racconto mi ha preso la mano. Forse noterete qualche differenza tra i primi capitoli e i quelli successivi. Ad un certo punto la storia ha preso una strada diversa da quella pensata in origine (anche se poi ho rimaneggiato il tutto). Il racconto ha uno stile un po’ diverso dagli altri. Visto che ci ho lavorato parecchio spero comunque che non lo cestinerete dopo le prime righe (anche perchè, almeno credo, migliora mano a mano che si procede). Dato che non troverete amplessi in ogni momento vi anticipo il genere del racconto: F/f, D/s, spanking, enema, anal, sex, rom (però non saltate subito ai punti ‘caldi’, l’evoluzione dei personaggi è il nocciolo della storia). Detto questo aspetto di leggere i vostri commenti. ***************** Naturalmente siete liberi di copiare e distribuire il mio racconto ma non siete autorizzati a modificarlo o a sfruttarlo commercialmente senza il mio assenso. Il sesso sicuro non è quello che si fa con il lattice ma quello che si fa con la conoscenza e il rispetto: non cercate di imitare le protagoniste della mia storia senza sapere come evitare ogni danno alla vostra o al vostro partner. ***************** LA TUTRICE (F/f, D/s, spanking, enema, anal, sex, rom) by RoV LA TUTRICE CAPITOLO I - MADAME FOISSON Marie Foisson sollevò per qualche istante lo sguardo dalle carte che ormai conosceva a memoria per gettare un’occhiata alla vecchia pendola, l’oggetto più prezioso dell’elegante arredamento vittoriano del suo ufficio. Erano le quattro e mezza del pomeriggio. Tra meno di mezz’ora Jennifer Larson sarebbe entrata in quella stanza e lei avrebbe dato via a un piano sul quale aveva fantasticato per anni. Era troppo tardi per dei ripensamenti. A soli 37 anni Marie era la figura più influente nella prestigiosa scuola femminile di Harper’s Hill. Il doppio ruolo di insegnante di francese e di vicedirettrice era già notevole per una donna della sua età però il suo vero potere derivava dal fatto di essere figlia e unica erede dei due fondatori dell’istituto. Sua madre si era trasferita dalla nativa Francia negli Stati Uniti molti anni prima in qualità di insegnante madrelingua. Aveva poi sposato un franco-canadese e la coppia aveva insieme fondato la scuola. I primi anni erano stati difficili. Le idee non proprio progressiste dei due coniugi mal si conciliavano con il clima politico degli anni sessanta. Fu necessario attendere gli anni ’80 e la riscossa del neo-puritanesimo perché la scuola iniziasse realmente a prosperare. Sembrava che l’intera aristocrazia dello Stato non desiderasse altro che di poter spedire le proprie figlie in un collegio che desse loro una bella ‘raddrizzata’. Marie Foisson non era però una semplice raccomandata di ferro. Era completamente dedita al suo lavoro e era stata la sua abile regia che aveva dato alla scuola la filosofia grazie alla quale era ormai tra le più rinomate di tutti gli States. La Harper’s Hill si era sempre distinta per una disciplina particolarmente severa e un po’ ottusa, frutto delle inclinazioni dei suoi fondatori più che di un’idea didattica o commerciale. Marie aveva cambiato tutto questo. La disciplina era divenuta ancor più maniacale ma a ciò corrispondeva a una precisa strategia. La scuola si era specializzata nella educazione delle più scapestrate tra le ricche e viziate figlie dell’alta borghesia del paese. Il punto di forza dell’istituto era che le ragazze turbolente anziché essere espulse, come nelle altre scuole, venivano invece ‘rieducate’ fino a farne delle perfette debuttanti. Le iscrizioni e le rette conobbero un’impennata impressionante, trasformando la Harper’s Hill in una vera miniera d’oro. Alla luce dei suoi successi Marie avrebbe potuto pretendere di assumere la direzione dell’istituto ora che i suo padre era morto e sua madre si era trasferita in Francia. Se non lo aveva fatto non era però per modestia ma perché il suo ruolo di vicedirettrice che la rendeva responsabile per le questioni disciplinari era per lei fonte di insospettate soddisfazioni. Non voleva certo rinunciarvi proprio ora che per una sentenza della Corte Suprema aveva ufficialmente permesso la reintroduzione delle punizioni corporali che peraltro non erano mai andate in disuso nella scuola. Sino da bambina Marie era stata molto disciplinata e giudiziosa. Non aveva mai dovuto assaggiare i trattamenti che sua madre dispensava così largamente alle sue allieve. Fu solo molti anni dopo, quando dopo essersi laureata, accettò a malincuore di fare alcune supplenze nella scuola dei suoi genitori, che scoprì la sua particolare vocazione. La prima volta che le capitò di assistere ad una sessione disciplinare, solo cinque nerbate sul posteriore ben tornito di una sedicenne, non ne fu folgorata ma la cosa comunque suscitò il suo interesse. Quando qualche tempo dopo sua madre le chiese di sostituirla in una di queste sessioni a causa un attacco di artrite, ne fu lieta. La madre la istruì adeguatamente e le fece fare pratica su un cuscino. Il gran giorno venne. La ragazza aveva 15 anni, una espressione impertinente e lunghi capelli biondi. Venne fatta entrare nella stanza in cui si trovavano solo Marie e sua madre. Le fu spiegato che sarebbe stata Marie ad amministrare la punizione e fu fatta mettere in posizione. La ragazza si chinò sulla pesante scrivania in legno di quercia e sollevò la gonna sulla schiena lasciando esposte le terga, ricoperte da vezzose mutandine rosa. Furono necessari tre colpi di verga prima che Marie, vincendo il proprio timore da neofita, riuscisse a imprimere allo strumento una forza adeguata. Il quarto colpo fu perfetto e Marie poté così concentrarsi sull’effetto dei suoi colpi. Dopo aver sopportato in silenzio l’inizio della propria punizione la ragazza iniziò a perdere la sua baldanza ed ad emettere sordi gemiti ogni volta che il crudele attrezzo la sfiorava. Marie osservava estasiata i fianchi della sua vittima che oscillavano sotto i suoi colpi, gli sforzi della ragazza per mantenere la corretta posizione, le mani che stringevano con forza il lato distante della scrivania. I lamenti soffocati a stento le parevano dolci come i sospiri degli amanti durante l’amplesso. Solo all’ultimo momento la donna si rese conto del suo stato di eccitazione e che in preda allo stesso aveva eccessivamente aumentato il ritmo e la potenza della battuta. Ci volle un grande sforzo di volontà per riuscire a riacquistare il controllo di sé e a non assestare colpi extra alla malcapitata allieva. Marie getto uno sguardo di sfuggita alla madre e con sollievo la vide intenta a massaggiarsi il polso dolorante. Non si era accorta di nulla. Marie non diede troppo peso al fatto di essersi sessualmente eccitata durante la sessione disciplinare. Era successo e basta. Non avrebbe certo cambiato la sua vita! Si sbagliava. Il momento della verità venne qualche tempo dopo, quasi al termine del suo periodo di supplenza. La madre le chiese ancora una volta di sostituirla nell’amministrare una punizione ma questa volta non si fermò ad assistere alla somministrazione. La ragazza da punire aveva 16 anni, copiosi riccioli rossi, seni molto sviluppati e qualche chilo di troppo. Non era comunque sgradevole. Non appena le due si trovarono sole nella stanza, chiusa a chiave come da prassi, Marie sentì un forte brivido di eccitazione al solo pensiero di avere l’altra alla propria mercé. Marie lesse alla studentessa i motivi della punizione e impugnò lo strumento designato. “Sembra proprio che tu non sappia tenere la lingua a freno. Vedremo se 30 colpi con questa canna ti insegneranno un po’ di disciplina!” aggiunse con un ghigno crudele. La ragazza deglutì. La punizione era piuttosto severa per una infrazione di poco conto come la sua ma sapeva che essere recidiva comportava un aumento della pena. Senza dire una parola si mise in posizione e si sollevò la gonna dell’uniforme. Marie si spostò a sinistra della sua vittima e iniziò a colpire. I colpi erano netti e decisi. Ormai non era più presente alcuna cautela reverenziale. Quasi subito la ragazza prese a gemere e a contorcersi dopo ogni sferzata. Anche se la punizione non era eccezionalmente dura, per gli standard della Harper’s Hill, la sua capacità di sopportare il dolore non era mai stata molta. Dopo il decimo colpo non poté fare a meno di sollevarsi e di portare una mano verso il suo tormentato fondoschiena. “La prego non ce la faccio più!” piagnucolò. “Silenzio!” replicò Marie. “Sai benissimo di non potere né muoverti né parlare durante la punizione. Per ogni infrazione sono previsti 5 colpi aggiuntivi. Quindi ancora 30 colpi!” Resasi conto del guaio in cui si era cacciata la ragazza divenne quasi isterica. “La prego” disse “so che devo essere punita. Non voglio sconti, solo ... solo vorrei che mi concedesse qualche minuto di tregua tra una serie di colpi e un’altra.” “Ah sì? E quanto di grazia?” replicò ironica la donna. “Credo ... credo che ... 5 minuti ogni 5 colpi ... riuscirei a sopportarli ... i colpi voglio dire ...” sussurrò con un filo di voce la ragazza impaurita. “Non posso mica perdere tutto il pomeriggio con te!” rispose seccamente Marie. Stava per riprendere la battuta quando improvvisamente ebbe un’ispirazione. Si voltò ostentatamente verso la grande finestra fingendo di meditare sul da farsi ma in realtà per nascondere l’espressione luciferina che sentiva essersi dipinta sul suo volto. Attese qualche istante, poi con tono calmo prese a parlare. “So che in fondo sei una brava ragazza quindi ti farò una concessione. Potrai scegliere tra due alternative. La prima è di avere 30 colpi, come quelli che di ho già dato, con 3 minuti di intervallo ogni 10 colpi. La seconda è di ricevere 15 colpi. 10 con questa sottile striscia di cuoio e dopo 5 minuti di intervallo, 5 colpi con questa canna che è più leggera di quella che ho usato fino ad ora.” Mentre faceva la sua offerta, Marie indicò gli attrezzi designati, appesi insieme a molti altri in una rastrelliera in fondo alla stanza. La ragazza aveva una espressione stupita. La seconda offerta sembrava fin troppo favorevole. La metà dei colpi, un intervallo più lungo e strumenti più leggeri, sicuramente meno dolorosi. “Naturalmente” aggiunse la donna con voluta nonchalance “nel secondo caso non ti sarà concessa la protezione delle mutandine. Hai 5 minuti per decidere.” Il viso della ragazza divenne rosso dall’imbarazzo. Sapeva che punizioni del genere venivano occasionalmente comminate ma lei non ne aveva mai subito una. Che fare? Sapeva che non avrebbe potuto sopportare i 30 colpi in modo disciplinato e che pertanto la punizione sarebbe stata di nuovo aumentata. I 15 colpi sulla pelle nuda sarebbero stati sicuramente più imbarazzanti ma probabilmente non più dolorosi. Almeno così sperava. “Scelgo i 15 colpi, signorina” disse quasi balbettando. “Cosa ... cosa debbo fare?” “Mettiti davanti alla scrivania, abbassati le mutandine e assumi la solita posizione” rispose Marie. La ragazza, con le mani tremanti, abbassò le mutandine quanto bastava per lasciare interamente scoperti i candidi glutei e iniziò a chinarsi in avanti. Marie, in piedi dietro di lei, la fermò immediatamente. “Così non va bene! Le mutandine devono essere abbassate fino alle ginocchia” disse. “E vedi di non farle cadere sul pavimento durante la punizione altrimenti sarà peggio per te!” Lentamente la giovane abbassò le mutandine fino alle ginocchia e si sdraiò sulla scrivania. Per evitare che le scivolassero più giù dovette divaricare leggermente le gambe regalando a Marie la fugace visione del suo sesso e della sua fitta peluria rossastra. La donna era intenzionata a sfruttare al massimo la situazione. Sferrò cinque colpi violenti in rapida successione per mettere la sua vittima nel giusto stato d’animo. Prese poi qualche secondo di pausa per permettere alla ragazza di assaporare il crescente dolore e tornò a colpire. Questa volta i colpi erano ben distanziati l’uno dall’altro e Marie poteva gustarne pienamente l’effetto. Ogni volta che la lingua di cuoio colpiva si avvolgeva sinuosamente alle bianche rotondità dei glutei e dei fianchi della malcapitata che riusciva a stento a conservare la posizione richiesta. Al termine dei primi 10 colpi le natiche della studentessa erano solcate da numerose linee color rosso fuoco che risaltavano fiere sulla carnagione pallida delle altre aree. La ragazza piangeva e singhiozzava. Marie, ansimante di piacere, osservava la scena compiaciuta. Ordinò alla ragazza di attendere in un angolo, faccia al muro, che trascorressero i 5 minuti di intervallo, sempre con le mutandine abbassate e la gonna sollevata. Lei nel frattempo, sorpresa dal suo stesso grado di eccitazione, si era seduta dietro la scrivania, si era cautamente sfilata le mutandine e aveva iniziato ad accarezzarsi fra le cosce. Maledizione … non c’era abbastanza tempo per questo! Bisognava riprendere la punizione. Rimessa in posizione la sua vittima, Marie riprese a colpire con tutta la sua forza per fare in modo che la leggera canna utilizzata potesse comunque farsi temibile. Bastarono un paio di sferzate a riempire nuovamente di lacrime in viso della ragazza. Marie, ogni volta che contraeva le cosce per accompagnare il colpo, sentiva un’onda di piacere divamparle dentro. Decise di indirizzare il quarto colpo non sui glutei ma sulla parte posteriore delle cosce. Il colpo colse completamente di sorpresa la vittima che lanciò un alto guaito. Le ginocchia le si piegarono e se non si fosse aggrappata con tutte le sue forze alla scrivania sarebbe sicuramente caduta carponi. Senza attendere che la poveretta riprendesse posizione Marie le assestò il quinto colpo che le strappò un altro urlo. Resasi conto dopo qualche istante che la punizione era finita la giovane si lasciò andare accasciandosi sul pavimento, ai piedi di Marie, piangendo a dirotto e coprendosi il viso con le mani. “Rivestiti e vattene se non vuoi una razione supplementare” disse Marie con voce tremante. La ragazza faticosamente si rialzò, ricompose i suoi vestiti e uscì con andatura traballante. Era troppo presa dai suoi guai per accorgersi della espressione assente della sua persecutrice e che questa, per reggersi in piedi, aveva dovuto appoggiarsi con entrambe le mani alla scrivania. L’orgasmo aveva colto Marie di sorpresa. Il fatto di essere eccitata dal corpo di un’altra femmina non era una novità per lei. Gli uomini non le erano mai piaciuti e durante il college aveva avuto modo di sperimentare l’amore fra donne. Aveva però sempre avuto difficoltà a giungere all’apice del piacere ed aveva finito per pensare che il sesso non faceva per lei. Tutto ciò che si concedeva consisteva in qualche carezza durante la doccia dopo un’oretta di jogging. Ora invece il piacere l’aveva vinta mentre non si stava neppure sfiorando! Da quel giorno la vita di Marie cambiò. Rinunciò al suo sogno di fare l’interprete e di girare il mondo e accettò invece un posto stabile alla Harper’s Hill. Divenne ben presto la più temuta tra le insegnanti. Per rafforzare il terrore delle alunne nei suoi confronti iniziò a coprire il suo splendido corpo d’atleta con lugubri abiti neri che le fruttarono il soprannome di ‘Morticia’, ben presto sostituito da altri più adeguati come ‘La frusta’ o ‘La puttana nera’. Prese anche a raccogliere dietro la nuca i lunghi e bellissimi capelli corvini e a portare frivoli occhialini anni ’50. Il tutto contribuiva a darle l’aspetto di una vecchia megera, acida e cattiva. Esattamente il ruolo che voleva recitare. La signorina Marie ormai non esisteva più. Al suo posto c’era adesso la terribile Madame Foisson. CAPITOLO II - JENNIFER Knock! Knock! Il bussare ridestò Marie dai suoi pensieri. “Avanti!” “Buongiorno, Madame.” “Buongiorno, Jennifer.” Marie studiò la giovane mentre questa richiudeva la porta dietro di sé e si avvicinava alla scrivania. Jennifer Larson era quanto di più lontano vi fosse dalla tipica studentessa della Harper’s Hill High School. Non che il suo aspetto fosse diverso da quello delle altre. Era la sua storia a renderla un caso unico. Lei non era la spocchiosa erede di una qualche importante dinastia famigliare ma bensì la figlia di una ragazza-madre morta di overdose due anni prima. Da allora Jennifer era stata affidata alle poco entusiaste cure del patrigno. Era cresciuta senza nessuno che si occupasse realmente di lei ed era un piccolo miracolo che nonostante le cattive compagnie non fosse caduta nella stessa schiavitù della madre. Né questa né il patrigno avrebbero avuto i soldi o la volontà di mandarla a una scuola come la Harper’s Hill. Né d’altro canto una ragazza con la sua storia sarebbe stata ammessa. Il motivo per cui Jennifer si trovava lì era che una sua zia, l’unica parente rimastale, morendo le aveva lasciato un fondo per l’iscrizione all’istituto e una lettera di presentazione per la fondatrice della scuola della quale era una vecchia amica. Con riluttanza, Marie aveva dovuto cedere alle pressioni della madre ed ammettere la giovane nella scuola. Purtroppo la carriera scolastica di Jennifer era stata un vero disastro. Incapace di autodisciplina, non in grado di stringere amicizie con le altre studentesse, troppo diverse da lei, aveva finito per diventare una ospite fissa dello studio di Madame Foisson con il solo risultato apparente di sviluppare una spiccata resistenza al dolore. La vice direttrice se da un lato era lieta di poter somministrare a Jennifer le sue durissime punizioni dall’altro era indispettita dal fatto che queste non producessero alcun positivo effetto sul suo rendimento. Aveva così finito per fare del recupero di Jennifer un caso personale. Si era dedicata ore a studiare il suo comportamento, i suoi voti, la sua storia personale e familiare. Aveva analizzato attentamente i test psicologici e di intelligenza a cui era stata sottoposta. Alla fine poteva dire di conoscere Jennifer Larson meglio di qualsiasi altra persona al mondo ed era giunta a una conclusione. Jennifer era una ragazza estremamente intelligente ma terribilmente bisognosa di qualcuno che si occupasse di lei. Le esperienze passate avevano profondamente intaccato la sua autostima. Se Jennifer non si impegnava a fondo degli studi non era perché non si rendesse conto della loro importanza. Era perfettamente cosciente che solo con una borsa di studio che andasse ad aggiungersi alla sua piccola eredità avrebbe potuto frequentare un college e sfuggire alla vita miserevole che la attendeva fuori dalla scuola. Semplicemente Jennifer non credeva nelle sue possibilità e finiva per arrendersi senza nemmeno provarci. Qualche occasionale punizione non poteva costringerla ad impegnarsi per più di qualche giorno. Aveva preso troppi calci dalla vita per avere realmente paura di un castigo che per quanto severo veniva solo una volta ogni tanto. Aveva bisogno di attenzioni più costanti. Marie aveva perciò escogitato un piano che avrebbe dovuto soddisfare le esigenze della ragazza e allo stesso tempo le proprie inclinazioni. Per funzionare aveva però bisogno della collaborazione della stessa Jennifer. Ed era venuto il momento di chiederla. “Accomodati pure” disse Marie indicando la sedia davanti alla sua scrivania. Jennifer si mise dietro lo schienale della sedia. Sollevò la gonna e si chinò in avanti afferrando saldamente i braccioli. “Intendevo dire di metterti a sedere. Non sei qui per essere punita” precisò Marie sorridendo divertita. Jennifer si sedette perplessa. Era uscita dalla scuola senza permesso ed era rientrata ben oltre il coprifuoco. Si aspettava una punizione molto dura. “Jennifer” iniziò la donna con fare inconsuetamente familiare, alzandosi in piedi e poi sedendosi sul bordo della scrivania a poca distanza dalla giovane. “Tu sai che la nostra scuola si è sempre fatta un vanto di non espellere le ragazze difficili ma di rimetterle sulla giusta via, vero?” “Sì, ma ...” interloquì Jennifer che iniziava a temere di essere cacciata. “Lasciami finire d’accordo?” disse Madame Foisson con tono molto dolce. “Non puoi negare che a te sono state inflitte più punizioni che a qualunque altra studentessa e che queste non hanno avuto alcun effetto sul tuo comportamento e sul tuo rendimento negli studi.” Jennifer deglutì e fece un timido cenno di assenso. “Siamo arrivati al punto che il consiglio scolastico ha dovuto riconoscere che la scuola con te ha fallito. E per evitare che il tuo esempio possa contagiare le altre studentesse ha votato la tua espulsione.” Per Jennifer queste parole erano come una condanna a morte. Peggio, a una vita disperata e infelice come quella di sua madre. La Harper’s Hill era stata la sua unica possibilità di combinare qualcosa di buono e lei l’aveva sciupata. Abbassò la testa. Sentiva gli occhi che si riempivano di lacrime. Iniziò a piangere in silenzio. Ciò che non era riuscito alle centinaia di vergate subite era successo ad opera di poche parole pronunciate con voce compassionevole. “Mi spiace ... ho rovinato tutto!” singhiozzò la ragazza. All’improvviso sentì una mano gentile poggiarsi sulla sua spalla. Sollevò lo sguardo e vide la donna più temuta della scuola che le sorrideva amorevolmente. Ne fu talmente sorpresa che rimase letteralmente a bocca aperta. “Ascolta Jennifer” iniziò Marie “conosco bene la tua situazione familiare. So che se ti cacciamo non avrai un posto dove andare. Il tuo patrigno sta lavorando su una piattaforma petrolifera e non può certo occuparsi di te, ammesso che mai lo abbia fatto!” Fece una breve pausa. “Credo anche che tu abbia buone possibilità di fare bene, a scuola come nella vita, ma che ti serva una guida costante che ti faccia da stimolo.” Jennifer guardò la donna con aria interrogativa. Non riusciva a capire quale fosse lo scopo di quelle parole. “Purtroppo però non c’è nessuno che si occupi di te, mia cara” continuò Marie. “A me però è venuta un’idea. Ne ho già parlato con il consiglio scolastico e con il tuo patrigno. Ne ho discusso anche con un amica dei servizi sociali. Sono tutti d’accordo. In sostanza si tratta di questo. Io assumerei la tua tutela legale e mi occuperei di te non solo in qualità di insegnante ma anche come ... be’ ... diciamo come se tu fossi un membro della mia famiglia. Naturalmente, visto che non sono una tua parente, sarai tu ad avere l’ultima parola sulla faccenda.” “Io … scusi Madame ma non credo di capire …” disse Jennifer. “Cosa, mia cara?” “Cosa succederà se accetto? Potrò rimanere a scuola? E poi ... ecco ... non capisco perché fa tutto questo per me ...” “Lo faccio perché credo che con il mio aiuto tu possa cambiare la tua vita. Venire qui è stata una grande opportunità per te. Sarebbe un peccato se tu la sprecassi. Sono sicura che anche tu la pensi così, non è vero?” “Sì, Madame.” “Quanto al resto è presto detto. Il provvedimento di espulsione sarà sospeso a condizione che tu sia promossa al termine dell’anno. Nel frattempo ovviamente potrai continuare a frequentare la scuola. Io sosterrò le spese per la tua retta e il per il tuo mantenimento. Mi impegno inoltre a sostenere le spese per farti frequentare un buon college sempre che tu riesca a diplomarti con una media che ti faccia accettare.” Jennifer era sbigottita. “Attenta però!” aggiunse la donna. “Non pensare di ricevere alcun trattamento di favore da parte degli altri insegnanti. Anzi chiederò loro personalmente che siano con te più esigenti che con le altre ragazze. Inoltre ci dovranno essere dei cambiamenti. Non sarai più alloggiata in dormitorio con le altre ma verrai a vivere nella mia casa insieme a me. A scuola verrai solo per frequentare le lezioni. Anche lo studio verrà svolto a casa dove ti potrò tenere sempre sott’occhio.” “Devi poi capire la cosa più importante” disse infine “I nostri rapporti cambieranno. Come insegnante ci sono precisi limiti che devo rispettare nel rapporto con le mie allieve. Come tutore legale però io, di fatto, sarei equiparata a un genitore. Avrò molto più potere su di te. Così ad esempio, la qualità e la quantità delle punizioni a cui saresti soggetta sarebbe molto maggiore e se vogliamo più arbitraria. C’è bisogno che tu abbia piena fiducia in me perché un simile rapporto possa dare i sui frutti. Mi rendo conto che una decisione del genere non è facile da prendere perciò hai tutto il resto della settimana per farlo. Domenica preparerai le valigie e lunedì mattina prima dell’inizio delle lezioni verrai nel mio ufficio e mi dirai cosa hai deciso di fare. Se accetti la mia proposta il pomeriggio stesso potrai trasferirti da me altrimenti ti farò accompagnare alla stazione dove potrai prendere il treno per tornare ad Atlanta.” Marie accompagnò la ragazza alla porta e le due si congedarono senza dire altro. Rimasta sola la donna rifletté sulle sue parole. Aveva esagerato ad accennare a Jennifer del duro regime che l’avrebbe attesa a casa Foisson? No! A lei non bastava avere su Jennifer il potere derivante dalla legge o dalla forza bruta. Voleva che Jennifer stessa lo desiderasse, che si offrisse spontaneamente in olocausto a lei. Solamente così avrebbe avuto pieno dominio. Solo così avrebbe potuto appagarsi su di lei e al tempo stesso aiutarla realmente a migliorarsi. Ora tutto era nelle mani della ragazza. Jennifer passò tutte le notti di quella settimana pensando alla decisione che doveva prendere. Abbandonare la scuola avrebbe significato finire sulla strada. Nonostante ciò l’alternativa di finire sotto le grinfie della Foisson era a dir poco inquietante. E sarebbe poi servito a qualcosa? Lunedì mattina Jennifer si presentò puntualmente nell’ufficio della vicedirettrice. Marie non perse tempo e le chiese subito quale era la sua decisione. “Vede Madame ... apprezzo la sua offerta ... ma io non credo ...” iniziò Jennifer. “Non vuoi accettare, capisco” disse seccamente la Foisson. Era arrabbiata e delusa. “Il fatto è che ... anche se accettassi ... non riuscirei a farcela. Mi conosco ... non riuscirei mai a recuperare ... a essere promossa ... mi creda la deluderei. Io … io sono un’incapace!” concluse singhiozzando. C’era ancora qualche possibilità. Marie era decisa a non lasciarsela sfuggire. “Sei una sciocca!” disse. “Non hai ascoltato quello che ti ho detto giorni fa? So benissimo che non puoi cavartela da sola! Non ti ho chiesto di assumerti l’impegno di diventare una buona studentessa! Sarò io a renderti tale. Non avrai alcuna possibilità di scelta a questo riguardo. La mia volontà basterà anche per te.” La donna cercò di assumere un tono più calmo e continuò. “Quella che voglio è un’altra cosa. Voglio che tu accetti la mia assoluta autorità su di te. Ciò che devi accettare non è di seguire le mie regole ma è il mio diritto a stabilirle. Penserò io a fartele rispettare!” Jennifer era confusa. Non aveva pienamente compreso ciò che l’altra le aveva detto. Ne era però rimasta colpita. Lo sfogo della donna sembrava dettato da ... affetto per lei?! Nessuno mai se la era mai presa con la ragazza per qualcosa che riguardava solo il suo bene. Il suo patrigno non voleva che si cacciasse nei guai solo perché era lui poi che doveva tirarcela fuori. I ragazzi che aveva conosciuto volevano solo portarsela a letto. Gli insegnanti la sgridavano e punivano perché quello era il loro lavoro. Solo sua madre, qualche volta, tra una crisi di astinenza e un paradiso artificiale, le aveva mostrato un po’ d’amore sincero. Ed ora questo. Possibile che nella più dura e temuta insegnante della scuola ci fosse dell’affetto vero? Per lei?! Era impossibile. Eppure per quale altro motivo avrebbe dovuto assumersi la grana di occuparsi di una ragazza che non poteva che causarle problemi e che certo non aveva fatto nulla per meritarsi il suo aiuto? “Madame ... io non merito tutto questo ... so che la deluderò ... ma ... se lei crede di ... di riuscire a ... io ...” i singhiozzi interruppero Jennifer. Mentre cercava di proseguire Marie le si avvicinò e ponendole l’indice davanti alla bocca. Le sue parole erano poco più di un sussurro. “Shhh! ... Devi solo dire che accetti la mia autorità su di te. Che accetti il mio diritto a prendermi cura di te e a punirti come riterrò opportuno se non ti comporterai bene. Che ti rendi conto che tutto quello che farò è per il tuo bene e nel tuo interesse. Che mi darai ubbidienza e rispetto assoluti. Lo farai?” “Io ... sì, Madame. Accetto. Io ... io ho bisogno del suo aiuto e prometto che farò del mio meglio per non deluderla ...” “Mi obbedirai? Sempre? Non ti ribellerai alle mie punizioni?” “Farò tutto ciò che mi chiederà e ... accetterò ogni punizione, Madame” rispose meccanicamente Jennifer. Si sentiva come davanti a una belva feroce. Terrorizzata ma stranamente affascinata. “Bene, bambina mia” disse la donna dandole un bacio sulla guancia. “Adesso vai a lezione e dopo lo studio pomeridiano torna qui. Dovremo provvedere a trasferirti nella tua nuova casa.” CAPITOLO III - NUOVA CASA, NUOVA VITA La ‘nuova’ casa in realtà aveva almeno un secolo di vita alle spalle anche se era tenuta perfettamente. Jennifer la conosceva bene perché sorgeva a poche centinaia di metri dagli altri edifici della scuola, del cui complesso faceva parte integrante. Era una casa a due piani, piccola per il suo genere ma fin troppo grande per Marie e per la sua giovane ospite. In assenza della madre della donna, le due ne erano infatti le uniche abitanti. L’interno della casa, che Jennifer non aveva mai visto, era in perfetta sintonia con l’esterno. L’arredamento era rigorosamente costituito da pezzi d’epoca che avrebbero fatto la felicità di un qualunque antiquario. Solo la presenza di qualche apparecchio elettrico tradiva il secolo in cui ci si trovava. Marie e Jennifer passarono il pomeriggio ad occuparsi della sistemazione della nuova venuta. Le cose di Jennifer furono sistemate nella spaziosa camera da letto al secondo piano che la donna le aveva assegnato. Prima però Marie pretese di esaminarle dettagliatamente ‘per accertare che non vi fosse nulla poco adatto a una signorina come si deve’. L’ispezione fu per la ragazza una specie di incubo. Per prima cosa venne sequestrato il suo stereo portatile perché giudicato ‘una pericolosa fonte di distrazione’. Se proprio voleva ascoltare della musica nel tempo libero avrebbe potuto usare l’ottimo impianto hi-fi che era giù in salotto, ovviamente dopo averne chiesto il permesso alla donna. Sotto sequestro finirono anche i suoi cd e le sue cassette che, a detta della tutrice non erano musica ma solo spazzatura. Stessa sorte subirono le sue riviste, ‘volgari e pornografiche’, e i suoi cosmetici, visto che ‘una brava ragazza non ha bisogno di impiastricciarsi la faccia come una prostituta’. Furono scovate anche le sue sigarette. “Pensavo che tutte le punizioni prese per essere stata trovata a fumare ti fossero bastate a perdere il vizio! Vuol dire che di questo riparleremo stasera” fu il commento di Marie. Anche gli abiti subirono una spietata ispezione. Furono destinate al macero tutte le sue minigonne ‘roba da sgualdrine!’, le T-shirt ‘non ce n’è una che non abbia una scritta oscena!’, le giacche ‘troppo vistose e di cattivo gusto’, i jeans ‘non vorrai mica metterti a fare la camionista, vero cara?’, le scarpe con i tacchi alti ‘alla tua età si possono portare solo con un vestito da sera e non mi sembra che tu ne abbia!’, quelle sportive ‘da quando in qua sei diventata un giocatore di basket?’ e infine molta biancheria intima ‘inadatta a una ragazza’. Alla fine della cernita a Jennifer rimase poco altro che le uniformi scolastiche e un po’ di capi intimi. Libri e quaderni furono sistemati in un grande studio al primo piano. “Sarà qui che studierai” disse Marie. “D’ora in avanti io stessa svolgerò il mio lavoro d’ufficio a casa così sarai costantemente sotto la mia sorveglianza.” La sera cenarono in silenzio. Jennifer fu incaricata di sparecchiare e di lavare i piatti. La donna le spiegò che quello sarebbe stato l’unico lavoro domestico cui era tenuta. A tutti gli altri avrebbe continuato a provvedere il personale della scuola. Finite le faccende la ragazza andò nel salone principale dove trovò Marie che stava finendo di ascoltare il telegiornale comodamente seduta sul divano. “Hai finito Jennifer?” le chiese spegnendo il televisore. “Sì, Madame.” “Bene allora avvicinati, dobbiamo chiarire un paio di cosette.” “Sì, Madame” rispose la ragazza con qualche apprensione. “Prima di iniziare la tua punizione vorrei chiarire che ...” “Punizione?!” esclamò la ragazza stupita. “Mi scusi Madame ma perché vuole punirmi? Io non ho fatto niente!” “Non dirmi che pensavi di non essere punita per quello che hai combinato lunedì scorso?” disse Marie con una punta di ironia. “Anche se ho fatto sospendere il provvedimento di espulsione non vuol dire che ciò che hai fatto debba essere dimenticato.” Jennifer iniziò a preoccuparsi. Sapeva che sarebbe stata una punizione pesante. “Come se non bastasse hai addirittura portato delle sigarette in questa casa! Questo ti costerà una punizione supplementare” continuò la donna. “Quello che volevo dirti era comunque un’altra cosa. Te ne avevo già accennato. Le punizioni che ti darò da oggi in avanti non saranno date come insegnante ma come tutrice. Perciò saranno più lunghe, più dolorose e più umilianti di quelle a cui sei abituata. Mi aspetto che tu ti ci sottometta senza fare storie. Sono stata chiara Jennifer?” “Sì, Madame” rispose la giovane che sapeva che questa era l’unica risposta che l’altra avrebbe accettato. Purtroppo in questo modo si era preclusa persino il diritto di chiedere pietà. “Bene, Jennifer” riprese la tutrice. “Togliti gonna e mutandine.” Jennifer esitò. Non le era mai stato chiesto di togliersi la gonna prima di essere punita. Bastò un’occhiata di Marie a convincerla che non era il caso di perdere tempo. La donna osservò la giovane mentre si spogliava. Indossava l’uniforme scolastica. Mocassini marroni, lunghi calzettoni bianchi, gonna blu lunga fino al ginocchio, camicetta bianca e un maglioncino azzurro con lo stemma della scuola. Mentre Jennifer ripiegava con molta cura su una sedia gli indumenti che si era sfilata, in un istintivo tentativo di procrastinare l’inevitabile, l’attenzione della tutrice si concentrò sul corpo della ragazza. Indubbiamente l’aspetto di Jennifer era cambiato. La prima volta che l’aveva punita era rimasta molto delusa dalla magrezza delle gambe della ragazza. L’educazione fisica, molto curata alla Harper’s Hill, aveva fatto miracoli. Forse il fenicottero rachitico non si era trasformato in un cigno ma quantomeno in una graziosa cicogna. Le lunghe gambe della ragazza avevano adesso un perfetto tono muscolare ed erano giudicate dalla donna tra le più belle della scuola. Anche il resto del corpo della ragazza era piacevolmente tonico. L’unica pecca era che nonostante i suoi 15 anni, il corpo della giovane continuava ad avere qualcosa di infantile. I suoi fianchi erano rimasti stretti, come quelli di un ragazzo, ed il seno non sembrava voler crescere. Il suo viso era magro ed aguzzo ma con lineamenti delicati e femminei. Gli occhi erano castani e chiari. I capelli, castani anch’essi, erano leggermente ondulati e le scendevano fino alle spalle. Nel complesso il suo volto aveva qualcosa di infantile ed etereo. Per il tipico teen-ager americano oltre che per la ragazza stessa, Jennifer non era un comunque un granché. Per chi invece, come la tutrice, avesse avuto gusti un po’ più raffinati essa rappresentava in realtà una magnifica preda. Jennifer aveva terminato la sua cerimonia di svestizione e ora stava in piedi davanti alla donna. La camicetta purtroppo era lunga abbastanza da ricoprire abbondantemente il sesso della giovane che nonostante ciò aveva comunque un aspetto piacevolmente indifeso. “Mettiti qui!” disse Marie battendo il palmo della mano sulle cosce. Poi, vedendo Jennifer dubbiosa su cosa le venisse chiesto, fu più chiara. “Non mi dirai che non sei mai stata sculacciata, vero?” In effetti le sculacciate non facevano parte delle punizioni previste dal regolamento della scuola ed erano anni che la ragazza non ne riceveva una. Sapeva però che era meglio non discutere. Si avvicinò a Marie e non senza qualche impaccio si sdraiò in grembo alla donna. Immediatamente questa afferrò i lembi della camicetta della ragazza e li tirò fino a scoprire non solo i bianchi glutei ma anche buona parte della schiena. Il pube nudo di Jennifer premeva contro la coscia dell’istitutrice, separato dalla pelle di questa solo dalla stoffa della gonna della tutrice. Jennifer era in qualche modo contenta della punizione. Anche se essere sculacciata era umiliante non poteva certo essere peggio delle punizioni che riceveva a scuola. Nel giro di pochi minuti sarebbe finito tutto. Smack! Il primo colpo non fu doloroso. Non lo furono troppo nemmeno i successivi. Superata la dozzina però, il dolore inizio a farsi sentire. Smack! Smack! Smack! I colpi continuavano a cadere imperterriti. A Jennifer sembrava che ognuno fosse più forte del precedente, sicuramente più doloroso. Non importa, pensò, è ovvio che un po’ di dolore debba provarlo, ancora qualche istante e poi sarà tutto finito. Smack! Smack! Smack! La donna non sembrava però avere alcuna intenzione di fermarsi. A volte il ritmo dei colpi calava e la donna si concentrava nel colpire con particolare forza. In questi momenti Jennifer pensava che la punizione stesse per finire. Pensava che la sua aguzzina stesse usando le ultime forze a disposizione per rendere memorabile la sculacciata. Invece ogni volta, dopo qualche colpo particolarmente malevolo, la battuta riprendeva il suo ritmo forsennato. Più e più volte si ripeté questo ciclo. Alla fine Jennifer aveva smesso di sperare in una rapida soluzione. Adesso era concentrata solo sul dolore. Abituata ai ben più dolorosi colpi della canna non era troppo difficile sopportare i colpi senza gridare e senza fare movimenti scomposti. Ma se ogni sculacciata non provocava un dolore così acuto come quello della canna l’effetto cumulato dei colpi era tale da non poter essere sopportato senza conseguenze. Le guance della ragazza erano infatti bagnate dalle lacrime che avevano iniziato a sgorgare abbondantemente senza che lei nemmeno se ne accorgesse. All’improvviso i colpi cessarono. Occorsero però diversi secondi perché Jennifer, singhiozzante, se ne rendesse conto. “Sei stata molto brava, bambina mia” disse Marie accarezzandole dolcemente i capelli. “Ce la fai ad alzarti?” Jennifer si sollevò lentamente asciugandosi il viso con il dorso delle mani. Anche se il dolore non era cessato era felice. Adesso la tutrice l’avrebbe congedata e lei sarebbe andata in camera sua. Una buona notte di sonno e si sarebbe rimessa in sesto. Peccato che la donna avesse altri progetti. “Jennifer, vedi quell’armadio laggiù?” disse facendo un cenno con la mano. “Sì, Madame.” “Ti dispiacerebbe andare ad aprirlo?” “No, Madame” rispose Jennifer avviandosi. Una volta aperte le ante dell’armadio un terrore sgomento percorse la giovane. Dentro, appesa a innumerevoli ganci contrassegnati da una sigla, stava un’infinità di strumenti di disciplina delle più svariate forme e dimensioni. Alcuni erano simili a quelli che la ragazza ben conosceva. Altri le erano del tutto estranei. Cosa significa tutto questo? Perché la donna le aveva mostrato il suo arsenale? Solo per spaventarla? Non poteva certo avere l’intenzione di punirla ancora! “Jennifer!” “Sì, Madame?” rispose la giovane, bruscamente riportata alla realtà dalla voce di Marie. “Alla base del ripiano troverai in righello di legno. Prendilo e portamelo.” Jennifer eseguì l’ordine. Dopo avere ricevuto lo strumento la tutrice indicò a Jennifer di prendere nuovamente posizione sulle sue ginocchia. La ragazza esitò. Sapeva che il righello le avrebbe inflitto molto più dolore della sola mano nuda. Però sapeva anche, per esperienza personale, che contrastare quella terribile donna nella esecuzione di una punizione era del tutto controproducente. Non avendo scelta fece ciò che le veniva richiesto. Il righello, egregiamente maneggiato, si rivelò fin troppo efficiente. Anche se il ritmo dei colpi era ora meno frenetico, la giovane non poté fare a meno di gemere sotto ogni botta. Le divenne impossibile rimanere composta. Dopo ogni colpo si contorceva sulle ginocchia della sua carnefice che ne era grandemente deliziata. Jennifer dovette fare appello a tutta la sua volontà per evitare di spostare le mani dietro di sé in un disperato tentativo di protezione. Buona parte dei colpi era diretta non contro i glutei ma contro le sue cosce, fino ad appena sopra l’incavo del ginocchio. In questi casi al grido di dolore si affiancava il mulinio delle gambe che scalciavano a vuoto, fendendo l’aria. In una di queste occasioni poco mancò che la ragazza colpisse, con un tallone, il volto della sua aguzzina. La conseguente minaccia di far ripartire dall’inizio la punizione riuscì a ridurre le reazioni della giovane, ovviamente senza eliminarle del tutto. Come per la precedente sculacciata, la punizione andò avanti per molto più tempo e procurò molta più sofferenza di quanto Jennifer, pur disillusa, avesse previsto. Lo stesso poteva dirsi anche per il godimento procurato alla sua carnefice. Quando i colpi cessarono, la ragazza non fu assolutamente in grado di muoversi o di dire una parola. Solo il pianto, abbondante e rumoroso, e la respirazione affannata dal continuo singhiozzare scuotevano il suo corpo altrimenti immobile. Occorsero almeno dieci minuti di carezze e di parole dolci da parte di Marie perché la giovane riacquistasse un certo controllo. Una volta fatta inginocchiare Jennifer davanti a sé, la donna le asciugò con un fazzoletto il viso arrossato e bagnato di lacrime. Le chiese poi gentilmente di andare a riporre il righello. La ragazza eseguì docilmente, troppo stremata persino per lasciarsi andare ad un sospiro di sollievo. Jennifer aveva appena riposto lo strumento quando sentì una nuova richiesta della sua persecutrice. “Ah! Jennifer per favore portami la canna contrassegnata con il numero tre.” Sorprendentemente la ragazza obbedì senza timore. Dopo tutto quello che aveva subito era convinta che la tutrice non avrebbe potuto punirla ulteriormente. Probabilmente voleva solo intimorirla e minacciarla di usare il nuovo strumento in caso di future trasgressioni. Quando si voltò vide però che la donna si era alzata e che adesso era in piedi vicino alla scrivania. Non ci potevano essere dubbi su ciò che stava per accadere. Jennifer sentì come se dentro di sé qualcosa si fosse spezzato. Mentre camminava lentamente verso la sua carnefice sentiva che non era la propria volontà a farla muovere ma quella dell’altra. Sentiva di non essere più una persona dotata di una identità propria ma solo una sorta di manichino. Un automa mosso dai comandi altrui. Era una sensazione sconvolgente ma in un qualche strano modo anche rassicurante. Ecco, adesso non si doveva più preoccupare di accettare la punizione senza protestare o di subirla senza reagire. Semplicemente non era fisicamente in grado di fare diversamente. Non era lei a muovere le proprie braccia e le proprie gambe. Lei era solo un corpo inerte. Un ricettacolo di dolore e di sofferenza, privo di capacità di reazione. Avrebbe subito la punizione. E quella successiva. E quella dopo ancora. Priva anche della sola volontà o speranza di sfuggirvi. Calma. Tranquilla. Abbandonata al dolore con la stessa voluttà con cui ci si abbandona, in spiaggia, al caldo sole estivo. Solo le lacrime, che avevano ripreso a solcarle il viso mentre consegnava nelle mani della aguzzina lo strumento del suo supplizio, tradivano la sua capacità di provare emozioni. Ma anch’esse erano silenziose, rassegnate. Ah! Se tutta la sua vita fosse stata così! Se solo fosse stata in grado di accettare i suoi doveri e le sue responsabilità con la stessa semplicità e rassegnazione invece di cercare in continuazione di sfuggirgli! Marie, accortasi che la ragazza stava piangendo, con un gesto delicato che sorprese lei stessa, le passò le mani sul viso, asciugandolo. “Coraggio, bambina mia. Ormai non manca molto alla fine” le disse poi, sorridendo dolcemente. “Sì, Madame” rispose Jennifer, grata. Ad un cenno della donna, la giovane si chinò docilmente sulla scrivania. Marie le sistemò la camicetta in modo da scoprirle i glutei che avevano da tempo perso il loro colorito bianco per assumere una tonalità di rosso acceso. Thwack! Un primo colpo si era abbattuto sulla ragazza, preannunciato dal sinistro sibilo della canna nell’aria. Già al secondo colpo Jennifer aveva dovuto urlare dal dolore. Il trattamento che aveva ricevuto in precedenza moltiplicava l’effetto di ogni staffilata, rendendola insopportabile. La battuta procedeva implacabile. Marie non si doveva nemmeno preoccupare di imprimere forza alla canna. Sapeva che nelle condizioni in cui Jennifer si trovava il dolore sarebbe comunque stato notevole. Il ritmo era costante e leggermente accelerato, incalzante, senza accenno di pietà. I colpi erano equamente ripartiti tra i glutei e le cosce della vittima. Il sibilo della canna, l’impatto sulla pelle e l’urlo di dolore segnavano il passare dei minuti con la precisione di un metronomo. Finalmente la tutrice ritenne di non poter procedere troppo oltre senza causare danni alla ragazza. Ma prima di porre termine alla punizione voleva vincere completamente la sua vittima. Iniziò così a colpire con tutta la sua forza sulle cosce, sui polpacci e anche sull’incavo del ginocchio. Bastarono pochi colpi perché la giovane finisse accasciata sul pavimento. I gemiti di Jennifer coprivano l’ansimare di Marie. La donna sapeva che la ragazza non era in grado muoversi. Così fu lei stessa a riporre la canna nell’armadio e a richiuderlo. Aspettò poi pazientemente che la sua vittima si riprendesse e si rivestisse per accompagnarla, sorreggendola, nella sua camera. Lì le diede ordine di prepararsi per la notte ed uscì. Quando dopo qualche minuto Marie ritornò nella camera trovò Jennifer semiaddormentata sul letto, con le mutandine abbassate e la gonna alzata nel tentativo di alleviare la sofferenza i terribili bruciori che la tormentavano. “Ma bene!” disse acida la donna sbattendo sonoramente la porta. Il rumore destò completamente la ragazza. “Ti sembra questa la tenuta per andare a dormire? Sei indecente! E guarda come hai ridotto la tua uniforme! Pensare che ero venuta per spalmarti dell’unguento lenitivo!” Jennifer si riassettò più in fretta che poté ma non riuscì comunque a evitare di ricevere altre cinque dure sculacciate che la fecero di nuovo piangere disperatamente. La tutrice le ordinò quindi nuovamente di prepararsi per la notte e questa volta rimase a sorvegliarla. La ragazza era abituata a dormire con una T-shirt ma visto che erano state tutte sequestrate decise di indossare una camicetta bianca. Per sua fortuna ebbe la presenza di spirito di chiederne prima il permesso alla donna. Questa accondiscese dicendosi compiaciuta del fatto che stesse imparando le buone maniere e aggiungendo che se avesse osato infilarsi quella poco ortodossa camicia da notte senza la sua autorizzazione si sarebbe resa necessaria un’altra sculacciata. A quel punto, nonostante la irritassero molto, Jennifer non ebbe il coraggio di sfilarsi le mutandine. Si sdraiò a letto e Marie le rimboccò le coperte augurandole la buonanotte con un bacio su una guancia prima di uscire. Un bacio freddo abbastanza perché la ragazza capisse di doversi sentire ancora in colpa. In ogni caso, a dispetto dei dolori, Jennifer era così provata che si addormentò quasi immediatamente. CAPITOLO IV - LE REGOLE DI CASA FOISSON L’indomani, prima di colazione, Jennifer ebbe due spiacevoli sorprese. La prima fu una sculacciata di cinque minuti ricevuta sulla pelle nuda ed ancora sensibilmente irritata. La seconda fu il rendersi conto che il trattamento ricevuto la sera prima era solo una parte della punizione prevista per lei. La tutrice però non le disse cosa avrebbe dovuto aspettarsi ma solo che ne avrebbero discusso dopopranzo. Le ore di lezione passarono abbastanza rapidamente nonostante il suo stato le rendesse penoso lo stare seduta compostamente. Una volta tornata a casa e dopo aver pranzato e riassettato, Jennifer fu fatta accomodare alla scrivania che la donna le aveva destinato per lo studio. “Bene, Jennifer. Prima che ti metta a studiare vorrei chiarire alcune cose e spiegarti le … ‘regole della casa’, se così si può dire.” “Sì, Madame.” “Come di ho detto stamattina la punizione di ieri sera era solo una parte di quella che ti spetta. Prima avevo pensavo di punirti in quel modo tutti i giorni per una settimana poi però ho finito per convincermi che non saresti stata in grado di sopportarlo. Così ho deciso di punirti severamente come ieri solo due volte la settimana, per una durata di un mese. In ogni caso anche gli altri giorni sarai sculacciata due volte, la mattina e la sera, per almeno cinque minuti. Fin qui tutto chiaro?” “Sì, Madame” rispose con un filo di voce la ragazza. “Terminate le due settimane continuerai a essere punita, tanto perché tu abbia sempre presente cose succede a chi non si comporta come si deve. Per questo motivo ogni settimana riceverai due sculacciate leggere e una punizione più pesante.” “Ma Madame …” “Silenzio! Non devi interrompermi mentre ti sto parlando. È segno di maleducazione. Non vorrai costringermi a darti subito una lezione di buone maniere, vero?” “No, Madame. Mi scusi.” “Per questa volta lascerò stare ma non tollererò altre intemperanze. Sono stata chiara?” “Sì, Madame. Grazie.” “Quanto alla durezza di questa punizione ‘severa’ sappi che comunque sarà più lieve di quella che hai subito ieri. Era questo che ti preoccupava?” “Sì, Madame.” “Naturalmente riceverai punizioni specifiche per ogni violazione del regolamento della scuola. Sarai punita anche se mi disobbedirai, sarai scortese o non accetterai le punizioni con la dovuta disciplina. Hai capito?” “Sì, Madame.” “Inoltre, d’ora in avanti, avrai il preciso dovere di chiedermi di essere punita ogni volta che commetterai una qualsiasi violazione. Se non lo farai avrai una punizione supplementare. Ricordati che questa è una regola molto importante. Posso tollerare un errore ma non che si cerchi di evitare un giusto castigo.” “Sì, Madame.” “C’è ancora un’altra regola. Sarai punita anche in base al tuo rendimento scolastico. Ti concedo due settimane di franchigia per rimetterti in pari, nel mese successivo a questo periodo sarai punita per ogni insufficienza. Dalla fine di quel mese sarai punita per ogni voto inferiore ad una B e mi aspetto che a partire dall’ultimo trimestre almeno metà dei tuoi voti siano delle A. Ogni voto al di sotto di tale media ti frutterà una punizione.” Jennifer era sbigottita. Dubitava persino di poter essere promossa e la tutrice pretendeva addirittura una media elevata! Nonostante gli ammonimenti ricevuti non riuscì a trattenersi. “Madame, io non riuscirò mai a ottenere dei voti così alti.” “Ascolta, Jennifer” replicò la donna. “Indipendentemente da quello che tu possa pensare di te stessa, io so che tu sei intelligente e che con lo studio e la disciplina potresti ottenere risultati anche superiori a quelli che ho fissato. In effetti l’anno prossimo mi aspetto che tu abbia la media della A ma per quest’anno, visto che devi recuperare tutto il tempo che hai perso, ho deciso di accontentarmi di molto meno.” “Io … farò del mio meglio, Madame.” “Ed io mi assicurerò che sia così. Rimane solo da chiarire un’ultima cosa. A scuola è necessario assicurare a tutte le studentesse un pari trattamento. Perciò vi sono norme precise che stabiliscono quando, come e in quale misura una ragazza debba essere castigata. Visto però che tu sarai punita da me non come insegnante ma come tutrice, è sufficiente che tu sappia quali siano i comportamenti che ti guadagneranno una punizione. E questo è quello di cui abbiamo parlato. Invece le modalità e la durata delle sessioni disciplinari non saranno prestabilite. Ciò vuole dire che quando sarai punita non ti sarà dato di sapere né il numero di colpi che dovrai ricevere né quali strumenti utilizzerò. Semplicemente ti punirò fino a che non mi sembrerà sufficiente e nei modi che riterrò più opportuni. Hai compreso, mia cara?” “Sì, Madame.” “E accetterai queste punizioni senza fare storie?” “No, Madame … voglio dire sì, Madame … cioè …” “Calma, tesoro! Calma! Ho capito. Ti assicuro che non ti punirò per questa risposta. Adesso però è ora di mettersi a studiare” disse ridendo la donna. Prima di allontanarsi dalla giovane, Marie le accarezzò la testa muovendo velocemente la mano avanti e indietro, scompigliandole volutamente i capelli e sorridendole scherzosa. Jennifer non si aspettava certo un atteggiamento così gioviale da una donna che aveva appena finito di elencarle regole tanto severe. La sorpresa le fece dimenticare la paura e finì per ritrovarsi a sorridere alla tutrice. Sentiva di esserle grata anche se non riusciva a capire per che cosa. Le giornate seguenti furono più o meno tutte simili tra loro fino a che la nuova routine non divenne familiare ad entrambe. Ogni giorno dopo la prima colazione si recavano a scuola. Al termine delle lezioni tornavano a casa per il pranzo. Mentre mangiavano Jennifer informava la tutrice su quello che era successo durante la mattinata e poi entrambe discutevano del lavoro che la ragazza avrebbe dovuto svolgere nel pomeriggio. Al termine del pranzo facevano insieme una passeggiata di una mezz’ora nello splendido parco nel quale era immerso il complesso scolastico. Jennifer era una tipica cittadina. Non era mai stata una entusiasta delle bellezze della natura e detestava andare passeggio. Ciò non di meno era questo uno dei pochi momenti della giornata in cui poteva uscire di casa e smettere per un po’ di preoccuparsi dello studio o delle punizioni. Così aveva finito per apprezzare sinceramente queste escursioni. Anche per Marie quello era un evento importante. Se le prime volte le due si erano limitate a scambiare qualche parola sulla scuola, col passare del tempo i discorsi avevano preso una piega più personale. Certo non vi erano state confidenze sconvolgenti ma questi colloqui erano comunque una importante fonte di informazione sui gusti e le idee della ragazza. Notizie che non potevano risultare dai documenti scolastici. Per stimolare la loquacità della giovane, la donna aveva fatto di quei minuti una specie di zona franca. Una parentesi nella quale a Jennifer era concesso di esprimere liberamente le proprie opinioni e di dire cose che in un qualsiasi altro momento della giornata avrebbero potuto costarle caro. L’unica pretesa della tutrice era il rispetto della grammatica e delle buone maniere ma in effetti la ragazza non subì mai alcun castigo per quanto detto o fatto durante quelle passeggiate. Quello a cui Marie non aveva pensato, anche se in fondo non le dispiaceva, era che in quel modo pure la giovane finiva per scoprire lati inediti nella personalità dell’altra. Jennifer si meravigliò spesso di come una persona che lei, come tutte le sue compagne, aveva sempre giudicata stupida e bigotta potesse invece rivelarsi brillante ed arguta. Quando in un’occasione si era lasciata andare a qualche critica nei confronti dei valori morali cui si ispirava l’istituto la donna si era addirittura messa a ridere dicendo che non aveva tutti i torti! La passeggiata finiva verso le due e mezza quando tutrice e pupilla tornavano a casa. Lì la donna lavorava alla sua scrivania o leggeva mentre Jennifer, a poca distanza da lei, si dedicava allo studio. La ragazza studiava fino alle sette con una breve pausa a metà pomeriggio durante la quale Marie le serviva tè e pasticcini. Dopo quell’ora la giovane veniva poi interrogata per almeno mezz’ora da Marie che così si accertava del corretto svolgimento del lavoro. Poco prima delle otto un’incaricata della scuola portava la cena che, come il pranzo, era preparata dalla eccellente mensa scolastica. Dopo cena, sempre che non dovesse essere punita con qualcosa di più serio di una bella sculacciata, a Jennifer era concesso di guardare con la tutrice un film scelto dalla collezione di cassette della donna. Anche se in genere si trattava di vecchi film, Marie era così entusiasta nel narrarne le vicissitudini, svelando retroscena e aneddoti, che la ragazza finiva per appassionarvicisi realmente. Spesso, soprattutto dopo una punizione, Jennifer, anziché stare seduta sul sofà, si sdraiava su un fianco appoggiando la testa in grembo a Marie. Era stata la donna a offrirle la prima volta questa possibilità e la ragazza era stata lieta di accettare per alleviare la sofferenza del suo martoriato fondoschiena. Aveva però poi scoperto quanto fosse piacevole quella sensazione di intimità che si veniva così a creare. Il contatto con il calore di un altro corpo, le carezze gentili che ogni tanto le sfioravano i capelli e le spalle, erano cose che le sembrava di non aver conosciuto. Il confortevole benessere che provava era tale che spesso finiva per addormentarsi in questa posizione e Marie doveva svegliarla quando giungeva l’ora di andare a letto. CAPITOLO V - UNA PUNIZIONE RIVELATRICE In ogni caso la vita in casa Foisson non era certo sempre così piacevole per Jennifer. Il duro impegno dello studio non era nulla se raffrontato alle punizioni che doveva subire. Come Marie aveva previsto e auspicato, le continue battute ricevute avevano finito per ridurre in cattivo stato il posteriore della giovane. La donna si era così vista ‘costretta’ a variare modi e strumenti del supplizio. Già al termine della terza settimana infatti la tutrice, dopo avere a lungo contemplato i glutei della ragazza già pronti all’iniziale sculacciata, informò Jennifer che non sarebbe stato opportuno continuare con la consueta punizione. Ordinò quindi alla giovane di alzarsi e andò di persona a prendere un nuovo attrezzo dall’armadio. Tornò tenendo in mano un flagello costituito da una lunga impugnatura dalla quale si diramavano numerose strisce di cuoio sottile. Jennifer notò che ogni striscia aveva alcuni piccoli nodi che sicuramente servivano ad aumentare l’efficacia dello strumento. Marie ordinò alla ragazza, che in precedenza si era già privata di gonna e mutandine, di togliersi il maglioncino che stava indossando. Jennifer eseguì pur domandandosi cosa avesse in mente la donna e rimase davanti a quest’ultima con addosso la sola camicetta d’ordinanza. La tutrice posò il flagello sulla scrivania e le si avvicinò. Iniziò quindi a sbottonarle con calma la camicetta partendo però dai bottoni situati appena sotto i seni e scendendo verso il basso. Una volta che ebbe finito Marie prese a tirare con decisione i lembi della camicetta e sollevandoli, li annodò appena sotto la linea dei seni. La donna indietreggiò poi di alcuni passi per osservare il lavoro compiuto. Davvero eccellente! Il drappeggio lasciava completamente esposto al suo sguardo il ventre e il sesso della ragazza. Anche la schiena, al di sotto delle spalle era totalmente esposta. L’aspetto complessivo era, agli occhi di Marie, estremamente eccitante. Jennifer nonostante fosse visibilmente imbarazzata aveva disciplinatamente tenuto le braccia lungo i fianchi rinunciando ad ogni tentativo di coprirsi. Le braccia, spalle e seni erano ancora protetti dalla camicetta e ciò accresceva a dismisura la sensazione di nudità e vulnerabilità delle altre zone del corpo prive di qualsiasi difesa. Marie cercò di fissare nella mente ogni particolare del corpo della ragazza. Le gambe flessuose, il ventre piatto, il timido e delicato boschetto di peli castani che le ricopriva il pube. Erano tutte immagini che quella notte avrebbe lasciato libere di tormentarla piacevolmente fino a quando non avesse concesso alla sue agili dita di dare sollievo alla sua eccitazione. Ma era presto per questo. Adesso il suo appagamento sarebbe venuto direttamente dalle urla, dai gemiti e dalle contorsioni della sua vittima. “Alza le braccia e incrocia le mani sopra la testa” ordinò la donna. “Bene così. Ora divarica un po’ le gambe.” Jennifer eseguì. Schwapp! Il flagello iniziò a colpire, inaspettato, il ventre di Jennifer. I singoli colpi non erano dolorosi come quelli della canna ma la ragazza sapeva bene che anche colpi leggeri, se prolungati, potevano divenire insopportabili. Anche la schiena si aggiunse presto agli obiettivi dello strumento. Seguirono poi le cosce, questa volta colpite nella parte anteriore. Quando ciò accadeva le spire del flagello proseguivano poi ne varco tra gli arti della ragazza arrestandosi dolorosamente contro la delicata pelle all’interno dell’arto. Il peggio però doveva ancora venire. Ad un certo punto Marie cambiò l’angolo con cui portava i colpi contro le gambe della giovane, imprimendo allo strumento una traiettoria verticale, dal basso verso l’alto, anziché una orizzontale. Con la rapidità di un serpente le molte lingue del flagello si incunearono facilmente tra le gambe divaricate della loro sfortunata preda e si abbatterono sul suo sesso indifeso. “Aaarghh!” Il grido di Jennifer non era di semplice dolore ma di puro terrore. Mai aveva immaginato che una punizione potesse essere rivolta anche contro la parte più intima del suo corpo. Certo durante le sessioni che aveva subito capitava che qualche colpo impreciso finisse per raggiungere quel bersaglio. Ma si trattava, almeno così aveva sempre pensato, di accidenti sfortunati, di dolorose casualità. Adesso era diverso. Non potevano esserci dubbi. Il colpo era stato deliberato. Non vi erano stati errori. La ragazza era talmente sconvolta da non rendersi conto che immediatamente dopo il colpo si era piegata in due, stringendo con ambo le mani la parte colpita e serrando le gambe. Quando si riebbe alzando lo sguardo vide la tutrice che la fissava con espressione crucciata. “Mi scusi, Madame” iniziò. “Non pensavo che mi colpisse anche ... voglio dire ... mi ha preso di sorpresa.” “Ti dispiacerebbe rimetterti in posizione invece di farfugliare scuse?” fu la risposta piccata. Jennifer infatti, come incapace di muoversi, era rimasta nella sua strana posa. “Sì, Madame” rispose la giovane che nonostante ciò faticò non poco a riassumere la posizione eretta. Il flagello riprese a colpire il ventre e le cosce della ragazza. Jennifer sopportò stoicamente i colpi che le piovevano addosso in rapida successione. Quando però le lingue di cuoio tornarono ad attaccarle nuovamente il sesso, la giovane ripeté quanto fatto in precedenza. “Jennifer! Non farmi perdere la pazienza! Sai benissimo che non devi muoverti se non vuoi peggiorare la tua situazione” esplose Marie. La tutrice era visibilmente contrariata. La ragazza, piangendo, si rimise ancora in posizione. Questa volta riuscì a sopportare alcuni dei crudeli colpi ma infine tornò piegarsi in due. Poi, resasi conto di ciò che aveva fatto, si gettò ai piedi della tutrice. “La prego non ce la faccio! È più forte di me. Farò qualsiasi cosa, accetterò qualsiasi punizione ma per pietà non questa!” implorò quasi istericamente. Non era certamente la prima studentessa a rivolgere questa supplica all’infernale Madame Foisson. Generalmente Marie era lieta di sentire queste preghiere dopo un severo trattamento. Erano il segno della sua vittoria e le aprivano la strada per imporre nuovi e più crudeli supplizi. Questo caso era tuttavia diverso. Si sentiva delusa e avvilita. In un angolo della sua mente aveva osato sperare che questa pratica potesse stabilire tra lei e la sua pupilla una sorta di legame di sudditanza che assumesse anche un carattere erotico. Era evidente che ciò non era avvenuto. Sapeva che Jennifer cercava in ogni modo di resistere alla carezza dello strumento. Però non vi riusciva. Ogni ulteriore fallimento della ragazza era fonte di frustrazione anche per la sua carnefice. Così non si poteva andare avanti. Naturalmente poteva legare Jennifer e di continuare a batterla liberamente. Non le sembrava comunque opportuno. Usare il flagello sul sesso della ragazza era sicuramente troppo piacevole per rinunciarvi in modo definitivo e legare la vittima per costringerla a esporsi ai colpi poteva essere eccitante. Ma la donna era altresì consapevole di stare giocando una complessa partita a scacchi per la conquista del cuore e dello spirito della sua pupilla. C’erano altri fattori da tenere in considerazione che non l’appagamento immediato delle proprie voglie. Era assolutamente necessario che Jennifer sentisse di meritare tutto quello che le veniva inflitto. Il trauma che le avrebbe procurato costringendola con la forza a subire la punizione rischiava di far sentire la ragazza come vittima di un’ingiustizia e poteva spezzare il tenue sentimento di affetto che, ne era sicura, si era già stabilito tra loro. Presto, anche di questo era sicura, Jennifer si sarebbe cacciata, suo malgrado, in qualche pasticcio. In quel caso la ragazza avrebbe sentito di aver violato non una semplice regola scolastica ma soprattutto la fiducia di una persona che le voleva bene. Avrebbe perciò imputato solo a se stessa la responsabilità di trovarsi legata ad un tavolo e flagellata brutalmente. La decisione era presa. Senza dire una parola ma con aria volutamente inferocita Marie andò a riporre il flagello e ritornò con altri due strumenti. Dopo averne posato uno sulla scrivania si posizionò a fianco di Jennifer. Teneva, tesa fra le mani, una cinghia di cuoio lunga una sessantina di centimetri. “Mani sulla testa!” ordinò con tono impersonale. Appena la ragazza assunse la posizione, la donna iniziò a usare la cinghia sul ventre della giovane, poi sulla schiena e sulle cosce. La punizione fu abbastanza breve e non troppo soddisfacente per Marie. La seconda parte sarebbe stata sicuramente migliore. Andò a riporre la cinghia sulla scrivania e chiese a Jennifer, con tono noncurante, di spogliarsi completamente. La ragazza esitò un attimo, poi si tolse la camicetta riponendola vicino al resto dei suoi indumenti. Era rimasta con il solo reggiseno ed invece di iniziare a slacciarlo si mise a guardare la sua tutrice con aria implorante. “Anche quello, Jennifer” replicò Marie, un po’ stupita degli ammiccamenti della giovane. Con l’aria di stare per affrontare un chissà quale orrendo destino, Jennifer si slacciò il reggiseno e lo posò accanto alle sue mutandine. La ragazza stava adesso in piedi, completamente nuda, davanti alla tutrice. Il braccio sinistro le penzolava sul fianco ma quello destro era ripiegato sul petto in una estrema e disperata difesa dei seni. Il viso, avvampato dall’emozione, era chinato in avanti. Lo sguardo timoroso vagava inquieto tra il volto dell’istitutrice e la trama del tappeto. La donna non poté fare a meno di paragonare la posa di Jennifer a quella della venere di Botticelli. Una venere acerba, del tutto inconsapevole della carica di sensualità della sua postura. Ma anche una venere stranamente impaurita. La mano destra aveva saldamente afferrato la spalla sinistra e la stringeva con forza come ad assicurarsi che nessuna forza al mondo avrebbe potuto strappare dalla sua posizione il braccio che le proteggeva il petto. Per la tensione anche la mano sinistra aveva preso a stringere la coscia. Le unghie affondavano nella carne. Marie le si avvicinò sorridendole gentilmente. Poi, con gesto delicato, le prese l’estremità del mento con una mano e lo sollevò lentamente. “Non c’è ragione di vergognarsi” disse la donna quando i loro sguardi si incrociarono. La mano di Jennifer allentò la morsa sulla spalla e la tutrice, con cautela, le prese il polso destro e iniziò ad allontanarlo dalla sua posizione. Jennifer non oppose resistenza e in pochi istanti i seni della ragazza furono completamente esposti. Marie, arretrando leggermente, abbassò lo sguardo per osservarli. Improvvisamente si era insinuata in lei una certa inquietudine. La ritrosia della ragazza non poteva essere dettata dal solo pudore. Doveva esserci qualcosa d’altro. Forse voleva nascondere una qualche imperfezione, un neo imbarazzante o un piercing! Un anellino al capezzolo sarebbe stato forse accettabile come segno di devozione verso di lei non certo per moda o spirito di ribellione! In ogni caso sarebbe stato un peccato se la sua immatura bellezza fosse stata rovinata in un particolare così importante. Presa da questi timori la donna non si limitò alla prima impressione ma continuò studiare i seni di Jennifer con attenzione fino quando non si convinse che non vi era nulla fuori dall’ordinario. Ma allora perché la ragazza era così nervosa? Perché anche adesso non riusciva a reggere il suo sguardo? Tornò a osservarle i seni. Non erano molto sviluppati. Il petto di Jennifer, più che quello di una paffuta teen-ager, avrebbe potuto essere quello di una dodicenne i cui seni avevano appena iniziato a gonfiarsi. Eppure erano magnifici. La pelle bianca e liscia sembrava promettere infinita dolcezza. I delicati capezzoli risaltavano come boccioli di rosa sulla neve. Marie se ne sentiva irresistibilmente attratta. A stento si trattenne dal baciarli e dallo stringerli tra i denti. Certo era vero che il corpo di Jennifer, compresi i suoi seni, era quello di una bambina. Solo l’altezza, la muscolatura e le proporzioni ben equilibrate tradivano una età superiore. Per Marie l’aspetto fanciullesco della ragazza era eccitante ma si ricordava bene quanto fosse importante per una adolescente sentire di stare diventando donna. “Dimmi Jennifer, ti vergogni perché pensi di avere i seni troppo piccoli?” domandò la donna nel suo tono più gentile. La ragazza non rispose. Allora la tutrice tornò a sollevarle il viso fissandola negli occhi. Jennifer non trovò nemmeno allora la forza di rispondere ma scosse la testa in cenno d’assenso, rossa di vergogna. “Sei una sciocchina!” esclamò la donna afferrandole i seni con entrambe le mani. Jennifer, sorpresa, sobbalzò. Marie sentiva il cuore della ragazza battere all’impazzata. “Guardali!” disse ancora la donna sollevando i seni della giovane quasi a volerglieli porgere. Quando Jennifer, che aveva sempre la testa bassa, aprì gli occhi, la donna allontanò le mani non senza stringere per qualche attimo ogni capezzolo tra pollice e indice. Poi continuò. “Forse non sono molto grandi ma sono sicuramente molto belli e perfettamente proporzionati alla tua figura.” La ragazza la guardava imbarazzata e dubbiosa. Marie le cinse le spalle con un braccio e andò avanti. “Forse in questo paese di cow-boys pensate che tutte le donne debbano avere fianchi larghi come quelli di una mucca e dei seni enormi. Ma questa non è la vera bellezza. Pensa alle indossatrici. Sono ritenute le donne più belle del mondo eppure i loro seni sono a stento più grandi dei tuoi!” Jennifer fece un piccolo sorriso all’idea di quel singolare del paragone. La tutrice le restituì un sorriso generoso. “Se uno stilista dovesse organizzare una sfilata con le ragazze della scuola non sceglierebbe certo quelle compagne che ti sembrano così ‘dotate’. Gli parrebbero come ... come delle vacche grasse!” Dicendo l’ultima frase, la donna aveva assunto un’espressione volutamente buffa. Aveva infatti l’aria di chi finge imbarazzo per essersi lasciato scappar detto qualcosa di sconveniente ma che in realtà aveva tutta l’intenzione di dire. Jennifer scoppiò a ridere di cuore. Anche Marie rise, felice dell’effetto delle sue parole, poi seria continuò. “Però piccola mia, quello stesso stilista sceglierebbe sicuramente te. Non gli sfuggirebbero la tua grazia, la tua dolcezza, il tuo visino da angelo spaurito.” A quel punto Marie le accarezzò il volto e poi mettendo la sua fronte quasi a contatto con quella della ragazza prese a sussurrarle piano. “Per questo non hai bisogno di metterti certi vestiti provocanti. Quando qualcuno vede una ragazza così carina vestita come una ... be’ ... capisce subito che la ragazza non è sicura di sé e ne approfitta. Se non impari tu ad amare te stessa non lo potranno fare nemmeno gli altri.” Le due erano una di fronte all’altra. Solo pochi centimetri separavano i due corpi. Eppure una barriera invisibile sembrava impedire di avvicinarsi oltre. Una barriera che solo un atto di coraggio avrebbe potuto rompere. “In ogni caso Jennifer, devi sapere che ... io ti voglio bene ... e che farò di tutto perché tu possa essere felice e serena.” Lo sforzo di pronunciare tali parole era stato così forte da far quasi balbettare persino l’imperturbabile Madame Foisson. Ma ne era valsa la pena. Jennifer dopo qualche esitazione avvicinò il suo corpo a quello della donna fino a quando non si toccarono. Gettò poi un’occhiata timorosa verso Marie che le restituì un imbarazzato sorriso di resa. Rassicurata si abbandonò ad un profondo abbraccio, la testa chinata sulla spalla della tutrice, le braccia fortemente strette attorno alla vita dell’altra. Marie ricambiò l’abbraccio e prese a carezzarle dolcemente la nuca. Più tardi, a letto, la donna avrebbe a lungo ripensato a quell’abbraccio. Jennifer si era stretta a lei, nuda e vulnerabile, forse non avrebbe accettato carezze troppo intime ma sentiva che non si sarebbe opposta a un lungo tenero bacio. Invece lei non aveva fatto nulla. E non per calcolo. L’emozione che aveva provato quando Jennifer si era completamente abbandonata a lei era stata così forte, così completa, da non lasciare posto ad alcun pensiero sensuale. Aveva ricevuto ciò che aveva dato e non aveva sentito la necessità di altro. Con sgomento si rese conto che non era stata Madame Foisson ma Marie ad abbracciare Jennifer. Possibile che in quei pochi giorni passati assieme la semplice attrazione fisica si fosse trasformata in qualcosa di più profondo? Doveva stare attenta. La posta in gioco rischiava di divenire pericolosamente alta. Le due rimasero abbracciate, quasi immobili, per un tempo indefinito. Poi simultaneamente e in silenzio si separarono. La tutrice, con un certo imbarazzo, ricordò alla ragazza che la punizione non era ancora terminata. “Sì, Madame” fu la risposta. “Non ti preoccupare non c’è ancora molto” la rassicurò la donna andando a prendere il frustino posato sulla scrivania. “Ricordati solo di tenere le braccia sempre dietro la schiena.” Il frustino era lungo circa sessanta centimetri ed era ovviamente destinato ai seni della giovane. Il primo colpo fu per il seno destro e prese in pieno il capezzolo. A Jennifer mancò il fiato quando ne sentì il morso ma riuscì a non muoversi. Il colpo successivo fu sul seno sinistro e quello dopo riuscì a raggiungere entrambi i capezzoli, fortunatamente con minor forza dei precedenti dato che in questo caso era necessario sfruttare buona parte della lunghezza dello strumento a scapito della potenza. Seguirono molti altri colpi. Ora alternati tra i due seni, ora in lunghe serie su un solo bersaglio. A volte i colpi erano portati in verticale, dall’alto verso il basso, anziché in orizzontale e terminavano inevitabilmente sui capezzoli già tormentati. Erano questi i colpi più forti e dolorosi. Ogni volta le strappavano un grido soffocato dalle sue stesse lacrime. Per sua disdetta, il trattamento ebbe l’effetto di risvegliare l’eccitazione nella carnefice. Fu così che quando ritenne di aver sufficientemente punito i seni della ragazza invece di porre fine alla sessione, la tutrice vibrò un ulteriore colpo sul sesso della sua protetta. Questa volta la reazione fu più composta che in precedenza. Solo un gemito e un accenno di piegamento in avanti. Le mani erano invece rimaste al loro posto e la posizione eretta subito riconquistata. Jennifer guardò spaurita la sua persecutrice domandandosi cosa le sarebbe capitato adesso. Marie si prese cura di fugare i suoi dubbi. “Jennifer, lo so che sei spaventata ma vorrei darti altri dieci colpi come questo. Sono sicura che sei in grado di sopportarli. Te la senti di provare?” La richiesta era formulata gentilmente ma la ragazza sapeva di non avere scelta. “Sì, Madame. Sono pronta” rispose la giovane divaricando le gambe per offrire un migliore accesso al frustino. “Brava!” disse la donna deliziata. “Ti farò una concessione. Sarai tu a chiedere di ricevere ogni colpo. E dopo averlo ricevuto ringrazierai e chiederai il successivo. Naturalmente dovrai indicarne anche il numero esatto. In questo modo avrai abbastanza tempo fra un colpo ed un altro per recuperare perfettamente.” Difficilmente questo trattamento poteva essere visto come una concessione ma Jennifer non se ne avvide affatto e fu sincera quando ringraziò la tutrice per la sua gentilezza. La tortura procedette solenne come una cerimonia religiosa. Il frustino sibilò nell’aria. Poi lo schiaffo dell’impatto sui tenerissimi petali rosati, sovrastato da un gemito disperato. “Uno! Grazie, Madame. Posso averne un altro?”, la devota preghiera della supplice prontamente esaudita dalla sacerdotessa del sacrificio. Per dieci volte il cuoio si congiunse alle segrete carni della giovane. Ogni volta aumentavano i gemiti e gli spasmi. L’ultimo colpo fu, come sempre, il più forte. Le lacrime e il dolore impedirono alla ragazza di correttamente ringraziare la sua carnefice. Nonostante gli sforzi dalla sua gola uscivano infatti solo suoni disarticolati. Quando si accorse che la donna, notata la sua difficoltà, le si stava avvicinando, Jennifer fu presa dal panico. Sapeva che tutrice non avrebbe sprecato quell’occasione di darle una lezione supplementare per la sua pur involontaria omissione. Tentò ancora disperatamente di parlare ma non vi riuscì. Iniziò a tremare incontrollabilmente. Chiuse gli occhi aspettando l’inevitabile ma invece del morso infuocato del frustino sentì solo il calore dell’abbraccio della donna e delle sue parole. “Non ti preoccupare Jennifer. Va bene così! La punizione è finita.” Per la seconda volta la ragazza si abbandonò in lacrime tra le braccia dell’altra, esausta e riconoscente. CAPITOLO VI – UNA GIORNATA DI VACANZA La tutrice aveva promesso a Jennifer che al termine del mese di punizione, sempre che la ragazza si fosse comportata bene, sarebbero andate in città per comprarle un guardaroba decente in sostituzione di quello che la donna le aveva vietato. La giovane aveva atteso quel giorno con trepidazione. Non che si aspettasse di fare qualcosa di particolarmente eccitante ma la sola idea di passare una mezza giornata lontana dalle preoccupazioni bastava a renderla felice. Quando venne finalmente il momento, davanti alla ragazza si presentò una Madame Foisson con un aspetto del tutto inusuale. Invece dei soliti vestiti funerei, che Jennifer non aveva ancora capito essere solo una ‘divisa da lavoro’, indossava un elegante completo rosso. I suoi capelli erano sciolti e ricadevano copiosi sulle spalle. Il viso era leggermente truccato e gli occhialetti erano spariti. La giovane era stupefatta. Per la prima volta si rese conto che la sua seviziatrice non era una vecchia strega ma una donna giovane e bella. Un’altra sorpresa la attendeva nell’autorimessa sotterranea dove, accanto alla vecchia Mercedes nera anni ‘50 che qualche volta aveva visto usare dalla tutrice, erano parcheggiate anche un’auto sportiva d’epoca e una fiammante Ferrari. Non fosse stata così distratta da quest’ultima avrebbe notato che erano presenti anche cinque moto di grossa cilindrata. In realtà erano queste la vera passione di Marie. Infatti quando la donna non ne poteva più delle regole e del grigiore della scuola si sfogava facendo lunghe corse in moto e frantumando ogni limite di velocità. La tutrice concesse a Jennifer di scegliere l’auto con cui uscire, sorridendo divertita quando la sua protetta si fiondò sulla Ferrari. In città Marie portò la ragazza nelle boutique più eleganti e alla moda. La giovane conosceva di fama alcuni di quei luoghi in quanto aveva sentito spesso altre studentesse vantarsi di aver fatto acquisti in questo o quel negozio. Personalmente non vi era però mai entrata perché sapeva bene che erano al fuori della portata delle sue finanze e soprattutto facevano parte di un mondo nel quale nessuno l’avrebbe mai voluta. In quel mondo però la sua accompagnatrice sembrava muoversi a suo agio. Sembrava anzi che più che essere lei ad appartenere a quel mondo fosse quest’ultimo che le appartenesse. Ogni volta che oltrepassavano un ingresso, frotte di commesse premurose le circondavano prodigandosi fin oltre la soglia del ridicolo nel tentativo di ingraziarsi le due nuove venute. Evidentemente la donna non era considerata tanto una buona cliente quanto una persona importante da trattare con il massimo riguardo. Jennifer trovò tutto ciò molto divertente. La giovane aveva sempre saputo che la Harper’s Hill era una scuola d’élite ma non si era mai resa conto del potere e della ricchezza che potevano derivare dall’essere al vertice di tale istituzione. Era in qualche modo una rivincita per lei vedere che la tutrice era in grado di terrorizzare non solo delle povere studentesse ma anche delle persone adulte, finendo per ridurle allo stato di cagnolini scodinzolanti. Quanto agli acquisti, la tutrice non diede alcuna libertà a Jennifer. Fu questa a stabilire i bisogni e persino i gusti della ragazza. Era una situazione strana. La giovane si sentiva come una bambola cui la padrona si divertiva a provare vestitini. All’inizio Jennifer ebbe il timore di ritrovarsi un guardaroba fatto solo di abiti neri e di gonne lunghe fino alle caviglie ma così non avvenne e dovette anzi convenire che le scelte della donna non erano per nulla imbarazzanti. A renderla inquieta era semmai un’altra considerazione. Jeans, T-shirt e mini avevano costituito il suo unico abbigliamento fino ad allora. Per lei erano come una uniforme o una corazza. Temeva ora che tutti quei bei vestiti, così graziosi e femminili, avrebbero finito per mettere in risalto tutta la sua goffaggine e mancanza di fascino. In ogni caso il momento più imbarazzante della giornata fu quando la tutrice pretese di scegliere anche la sua biancheria intima. Tanto la cosa era umiliante per lei quanto sembrava essere divertente per la donna che spesso le chiedeva di formulare un parere al solo scopo apparente di metterla a disagio. Sembrava inoltre che la tutrice avesse idee tutte sue sulla quantità di biancheria di cui abbisognava. Ne venne comperata tanta da far dubitare la giovane di essere in grado di infilarla tutta nei cassetti. Anche per tali capi i gusti della tutrice si erano mostrati diversi da quanto la ragazza si aspettasse. Non riusciva a credere che la donna le avrebbe concesso di portare, sotto la castigatissima uniforme scolastica, una tale orgia di sete e di pizzi. Per non parlare poi degli indumenti destinati a coprirla durante la notte. Si andava spesso ben oltre la semplice eleganza e si entrava nel regno della pura seduzione. Peccato che vesti tanto sensuali fossero destinati a lei. Era un vero spreco. Senza contare che non aveva nessuno per cui sembrare carina. Pensava a questo quella sera mentre ritornavano a casa ed era quasi giunta alla conclusione che la tutrice avesse fatto tutto ciò solo per mortificarla. All’improvviso realizzò che la donna doveva aver speso una fortuna per regalarle tutta quella montagna di abiti firmati. Per quanto potesse essere perfida non aveva senso uno scherno così costoso. Forse la verità era un’altra. Forse la tutrice le era davvero affezionata e davvero pensava che lei fosse bella. Quegli abiti eleganti potevano essere il suo modo per farla sentire all’altezza di quei complimenti. Così decise che anche se non fosse riuscita ad apparire bella avrebbe fatto il possibile per non deludere la donna. Adesso anche lei aveva trovato qualcuno per cui farsi carina! Tornate a casa Marie aiutò Jennifer a mettere a posto gli abiti. Le chiese poi di sedersi e con aria seria iniziò a parlarle. “Jennifer vorrei chiarire alcune cose. Credo ti sarai resa conto che la mia famiglia ed io siamo molto ricche. Non è stato sempre così. Io e i miei abbiamo fatto molti sacrifici prima di giungere a questi risultati e io mi sono fatta l’idea che per una ragazza fare dei sacrifici e delle rinunce sia importante per formare il carattere e dare una giusta prospettiva alle cose. Quasi tutte le studentesse della scuola sono ricche e viziate. La vita ha dato loro la possibilità di realizzare grandi cose ma invece di sfruttarla sprecano il tempo in futilità e sarebbero disposte a uccidersi l’una con l’altra pur di avere l’esclusiva sull’ultimo capo firmato o su un rampollo dei Kennedy. Io non voglio che tu diventi come loro. Quello che ho fatto oggi l’ho fatto perché era necessario non perché tu possa metterti a rivaleggiare con le tue compagne.” “Sì, Madame.” “Non ho finito. Voglio che tu sappia che in futuro non dovrai aspettarti di vedere realizzato ogni tuo desiderio o capriccio, così come non avrai un mensile per le tue spese. Se ti servirà qualcosa me lo chiederai e io, se lo riterrò opportuno, te lo comprerò. Se desideri qualcosa di frivolo dovrai comprartelo da sola, trovandoti un lavoro part-time per pagarlo. È chiaro questo?” “Sì, Madame.” “So che penserai che mi comporto come un’arpia e che con tutti i miei soldi non mi costerebbe nulla farti qualche regalo in più. Credimi Jennifer, io vorrei darti di più ma non posso … anche se finirai per detestarmi …” C’era quasi una vena di disperazione nelle parole di Marie. La donna sapeva di avere esagerato nel pomeriggio. Non era riuscita a dominare il desiderio di riempire di doni la sua pupilla. Ora stava cercando di rimediare ma l’idea di rinunciare al piacere di vezzeggiare quell’uccellino bagnato che accoglieva ogni gesto d’affetto con sempre nuovo stupore non era affatto gradevole. Aveva spesso sognato di prendere tra le braccia la giovane, piangente ed esangue dalle lunghe sevizie, per poi deporla in una accogliente alcova. Aveva sognato di ricoprirne le carni martoriate con sete e gioielli. E rimanere infine così, adorante, ad ammirarla, eterea e sensuale come un quadro di Klimt. Voleva che la ragazza fosse sua schiava ma che avesse catene d’oro finissimo e leggere come piume d’angelo. Purtroppo era solo un sogno. Nel mondo reale comportarsi in questo modo non era possibile. Avrebbe pregiudicato irrimediabilmente il loro rapporto e la propria posizione di supremazia. Non voleva certo finire come H. H., perennemente tiranneggiato dalla sua amata Lo. “Madame, io non le ho chiesto niente! Dopo tutto quello che ha fatto come potrei ...” interruppe Jennifer. Il tono era offeso, quasi rabbioso. “Jennifer!” rispose Marie, dura come d’abitudine quando veniva contraddetta. Poi però vide la ragazza quasi in lacrime e sentì la sua ira sciogliersi e scomparire. Si avvicinò al letto dove la giovane era seduta e rimanendo in piedi davanti a lei la strinse al suo seno carezzandola. “Scusa, tesoro. Scusa. Non volevo offenderti. Io non sono molto brava a … prendermi cura delle persone. Ti prego perdonami.” “No! Non deve scusarsi” disse Jennifer appena scacciato un groppo che aveva in gola. “In fondo aveva ragione. Mentre stavamo tornando a casa speravo che qualche compagna mi vedesse a bordo della Ferrari e scoppiasse d’invidia. Sono io che ho sbagliato. Lei è stata così buona e io le ho risposto male e …” “Perché non lasciamo perdere tutto? Nessuna deve perdonare niente a nessuna, va bene? Adesso ti fai una bella doccia, poi ti infili un vestito nuovo e scendi giù a farmi vedere quanto sei graziosa. Io intanto preparerò una cenetta, mi va di cucinare una volta tanto.” “Sì, Madame. Grazie.” “Non ringraziarmi, potresti trovare la mia cucina persino peggiore delle mie punizioni!” Mentre la donna si allontanava sorridente, Jennifer arrossì e non ebbe il coraggio di dirle che sperava che la sculacciata serale fosse molto lunga e dolorosa per avere modo di dimostrare la sua ubbidienza, il suo coraggio e la sua devozione. CAPITOLO VII - UNA NUOVA PUNIZIONE Erano passati poco più di tre mesi da quando Jennifer se era trasferita a casa Foisson e già molte cose erano cambiate nella sua vita. Anche se il tempo trascorso non era molto, l’esperienza si era rivelata così totalizzante da sembrare frutto di un lungo percorso. Quando la ragazza era in presenza della donna, ormai divenuta sua tutrice legale, sentiva in effetti di essere una persona completamente diversa da quella di una volta. Quando però le era lontana la vecchia personalità tornava a farsi sentire. Inevitabile ritrovarsi nei guai. Fu così che Jennifer fu scoperta, insieme ad altre studentesse, mentre fumava una sigaretta nei bagni della scuola. La sera stessa Jennifer, ligia alla regola della casa, confessò la sua colpa a Marie, che ovviamente ne era già stata informata, e chiese di essere punita. Come di consueto la punizione iniziò con una sculacciata che risultò più dolorosa del solito. Jennifer era infatti già stata punita la sera precedente a causa di una insufficienza e i segni della canna sul suo posteriore erano ancora ben visibili. Dopo interminabili minuti in cui la giovane ebbe modo di sperimentare a quali livelli di sofferenza potesse portarla la semplice mano nuda della tutrice, la sculacciata si interruppe e la donna fece alzare la ragazza e le parlò. “Jennifer, quello che hai fatto merita una punizione molto severa con la canna ma credo che dopo quella ricevuta ieri un nuovo trattamento potrebbe causarti delle lesioni. Suppongo di non sia nemmeno il caso di usare il flagello visto come ti sei comportata l’ultima volta. Così proveremo qualcosa di nuovo. Aspetta qui fino a che non ti chiamerò!” disse con tono deciso. Poi si allontanò lasciando dietro di sé una Jennifer interdetta. Dopo qualche minuto Marie ordinò alla ragazza di seguirla nella grande sala da bagno del secondo piano. Appena entrata Jennifer notò accanto alla donna qualcosa che non aveva mai visto. Vi era quello che le sembrò uno strano attaccapanni metallico al quale era appesa una sacca di plastica trasparente piena a metà di liquido. La sacca era aperta nella parte superiore e la tutrice ne stava mescolando il contenuto che giudicare dall’aspetto e dall’odore sembrava essere acqua insaponata. Alla parte inferiore della sacca era connesso un lungo tubo di plastica che terminava in una specie di lungo bocchino. Lo donna notò che Jennifer osservava il tutto con espressione curiosa e quasi divertita. Era evidente che non aveva idea di ciò che la aspettava. “Sai cosa è questo Jennifer?” chiese Marie cercando di rimanere seria. “No, Madame.” “È un clistere, mia cara.” Jennifer impiegò qualche secondo prima di rendersi conto di tutte le implicazioni della cosa. Divenne tutta rossa e cercò di dire qualcosa ma l’altra la prevenne. “Speravo che non fosse necessario arrivare a questo ma non mi hai lasciato scelta. Non posso certo permettere che il tuo cattivo comportamento non venga sanzionato solo perché ti sei meritata più staffilate di quante te ne possa infliggere senza pericolo!” disse con aria seccata. Notato che Jennifer sembrava barcollare per l’emozione, Marie la fece sedere su uno sgabello. Poi si inginocchiò davanti a lei e le prese le mani guardandola dolcemente e sorridendole rassicurante. Quando la ragazza le sembrò essersi un poco ripresa dallo shock riprese a parlare ma questa volta con tono suadente. “So che sei spaventata ma non ce n’è ragione. Un clistere può essere doloroso ma non provoca alcun danno se amministrato come si deve. A dire il vero è addirittura salutare e dovrebbe essere assunto su basi regolari.” Fece una lunga pausa poi guardò Jennifer con aria interrogativa. “Sì, Madame” fu l’inevitabile risposta. “Non ti devi preoccupare. Ho imparato a somministrarli insegnando in una scuola giapponese dove erano utilizzati a scopo disciplinare. Si potrebbe dire che sono un’esperta.” Era quella la prima volta che Marie mentiva apertamente alla sua protetta. In genere era convinta che nulla come la verità poteva essere ingannevole e suggestiva ma in questo caso non poteva fare diversamente. Doveva dare una qualche spiegazione della sua abilità in materia e la verità era fuori discussione. Tutto era iniziato diversi anni prima. Pur avendo scoperto il piacere di infliggere punizioni alle sue studentesse e il suo desiderio di possederle, Marie si era sempre trattenuta dall’andare troppo oltre e non aveva mai trasformato le sue fantasie in reali avance. I rischi di uno scandalo erano eccessivi. Né le era possibile, nell’ambiente conservatore nel quale viveva e lavorava, condurre una tranquilla vita da lesbica. Le accadeva così di accumulare durante l’anno scolastico una grande carica erotica alla quale dare sfogo durante le lunghe vacanze estive. Aveva preso infatti l’abitudine di trasferirsi per un paio di mesi in qualche grande città dove era libera di frequentare i locali per sole donne. Naturalmente era stata particolarmente interessata a frequentare gli ambienti sadomaso nei quali aveva sperato di poter dare sfogo ai propri sogni. Purtroppo queste esperienze si erano rivelate dei fallimenti. I rituali sm con il loro apparato di corde, manette, bavagli e indumenti in lattice le erano sembrati più ridicoli che stimolanti, roba da piccoli borghesi. I suoi gusti erano più sofisticati. La semplicità e la raffinatezza dovevano fondersi. Lo schiocco della frusta sulla pelle nuda, un gemito di dolore, lo sguardo impaurito della sua vittima erano tutto ciò che chiedeva. Ma erano anche ciò che non era riuscita ad ottenere. Non che le fossero mancate donne desiderose di una bella sculacciata da parte di una severa insegnante. Ma lei, che era abituata a marcare a fuoco delle giovani adolescenti, non poteva che considerare uno squallido ripiego applicare lo stesso trattamento a una donna adulta che si fingeva una scolaretta. Anche il piacere della dominazione non poteva essere ricreato. Non era possibile paragonare il potere reale che come Madame Foisson esercitava ogni giorno sulla vita di centinaia di ragazze con qualche ora in cui una amante occasionale accettava di chiamarla ‘padrona’ e di obbedire ai suoi ordini. Infine la infastidiva la precarietà dei rapporti, peraltro strettamente connessa alle esigenze del suo lavoro e al disgusto che la prendeva per la sottomessa di turno dopo qualche tempo che il loro rapporto andava avanti. Avere tante amanti non era ciò che voleva. Ciò che realmente desiderava era di avere una sola vera schiava, devota e leale. Una schiava da seviziare e da coccolare, un solo vero amore. Fu così che i suoi entusiasmi presto si raffreddarono e i mesi di vacanza si ridussero a periodi più brevi. Le sue esperienze non erano però state tutte negative. Oltre a perfezionare le sue conoscenze in materia di fruste e affini aveva anche scoperto cose nuove. I clisteri l’avevano subito interessata e in breve tempo era divenuta una vera esperta. Aveva anche scoperto il piacere di penetrare analmente la sua partner usando un fallo artificiale, magari dopo averle somministrato una bella serie di purghe. Marie ordinò a Jennifer di spogliarsi completamente e di inginocchiarsi su una ampia panca. Poi vi depose un cuscino e le fece appoggiare la testa su di esso. Questa posizione garantiva una ampia esposizione delle parti intime della ragazza e allo stesso tempo una eccellente penetrazione del clistere. Una volta assicuratasi che la giovane fosse in grado di mantenere comodamente la posizione iniziò a infilarsi un paio di guanti chirurgici sotto lo sguardo preoccupato della ragazza. Prese poi a lubrificare attentamente le mani guantate, un dito alla volta, prolungando così la tensione. Infine si avvicinò alla panca e si sedette dietro alla tremante Jennifer. Avvicinò le dita alle natiche della giovane e le inserì delicatamente nella fessura tra i glutei. Prese a passarle su e giù per l’intera lunghezza mentre con la mano libera premeva contro un gluteo allargando l’ampiezza del solco. Quando le sembrò che la giovane si fosse un poco rilassata cominciò a lubrificare con attenzione l’esterno dell’ano della ragazza. Poi iniziò a penetrarla con l’indice. Jennifer non riuscì a trattenere un lamento. Marie attese qualche secondo, sempre tenendo il dito infilato fino a metà nella piccola apertura. Quindi lo spinse con decisione fino in fondo e iniziò a ruotarlo per lubrificare adeguatamente l’interno. Lavorava con calma e metodo, incoraggiando la ragazza e invitandola a rilassarsi, cercando al tempo stesso di nascondere la propria eccitazione. Per due volte ritrasse il dito per cospargerlo di nuovo lubrificante e tornare poi a infilarlo dentro alla giovane. Quando lo ritrasse per l’ultima volta la ragazza stava piangendo rumorosamente per l’imbarazzo e la paura. La tutrice la lasciò sfogare mentre lei procedeva a lubrificare il lungo becco del clistere. Aprì quindi la valvola che regolava il flusso e fece uscire uno zampillo di acqua saponata. Accertatasi dell’assenza di bolle d’aria, infilò senza esitazione l’intero beccuccio dentro Jennifer. La ragazza colta di sorpresa quasi scatto in piedi ma la donna la trattenne sulla panca. Una volta certa che avrebbe mantenuto la posizione, Marie aprì la valvola iniziando a inondare gli intestini della giovane. Non ci volle molto perché la sacca si svuotasse, anche se alla ragazza sembrò diversamente. Terminata la somministrazione il beccuccio fu ritirato e Jennifer fu fatta sdraiare sulla schiena. Presto i crampi iniziarono a farsi sentire ma la donna non concesse alla ragazza di liberarsi del suo carico, obbligandola invece a trattenere il clistere per cinque minuti. Quando Jennifer, dopo essere stata lasciata sola per espellere il clistere, aprì al porta del bagno, ricevette l’ordine di rimanere dentro dove fu subito raggiunta dalla tutrice che teneva in mano una nuova sacca questa volta riempita interamente. “Non crederai certo che la tua punizione sia finita, vero cara?” disse la donna alla ragazza stupita. “Ascoltami bene Jennifer. Perché il clistere punitivo possa avere il suo effetto occorre che il tuo intestino sia libero. Per questo prima della punizione vera e propria bisogna procedere con un paio di clisteri preparatori per far si che quello punitivo possa essere ricevuto come si deve. Inoltre riceverai un quarto clistere che servirà a ripulirti dai residui di quelli precedenti evitando così ulteriori crampi. Allora ai capito bene? Ci sono domande?” “No, Madame” rispose la ragazza vinta ancora una volta dalla volontà dell’altra. Il secondo clistere non fu molto peggiore del primo nonostante contenesse il doppio di liquido. Jennifer comprese che evidentemente il primo clistere aveva fatto il suo dovere liberando abbastanza spazio per permetterle di accogliere un maggior volume d’acqua. Ciò almeno la rassicurò sulla sicurezza della procedura. La sua tutrice sapeva davvero quello che stava facendo. Dopo avere ricevuto, trattenuto ed espulso anche il secondo clistere la ragazza fu fatta distendere sulla schiena con le gambe piegate verso l’alto e ben divaricate. Il terzo clistere non era più grande del secondo ma anch’esso di circa due litri. Era però più freddo e come si accorse ben presto la giovane, decisamente più doloroso. I crampi iniziarono già durante la somministrazione nonostante questa fosse rapida visto che le interiora svuotate di Jennifer sembravano non opporre resistenza alla rapida penetrazione della purga. Marie accortasi delle sue difficoltà chiuse la valvola sospendendo il flusso e poi prese a massaggiarle il ventre spingendo il liquido più in profondità. Quando i crampi le diedero un po’ di tregua la tutrice riaprì la valvola riprendendo la somministrazione. Una volta svuotata la sacca Marie sfilò il beccuccio e fece lentamente alzare in piedi Jennifer ordinandole di precederla in salotto. La ragazza era troppo presa dallo sforzo di trattenere il clistere per fare questioni. Camminando a piccoli passi, massaggiandosi disperatamente il ventre, giunse finalmente a destinazione. Voltandosi vide la tutrice che aveva portato con sé un grosso catino di plastica. Dopo averlo poggiato a terra, la donna le ordinò di entrare con entrambi i piedi dentro lo stesso. Quindi accese lo stereo e si sdraiò comodamente sul sofà con lo sguardo rivolto alla sua vittima mentre nella stanza si diffondevano le note del Requiem di Mozart. Dopo un paio di minuti Jennifer riuscì a controllarsi abbastanza da chiedere di poter attendere nella sala da bagno. “Non è il caso, mia cara. Dovrai trattenere il clistere per almeno un quarto d’ora e non ho intenzione di passare tutto quel tempo chiusa in bagno a tenerti d’occhio. Ad ogni modo se non riuscirai a portare a termine il compito potrai sempre usare il catino per evitare di sporcare il tappeto. Ovviamente però se non resisterai per il tempo stabilito dovremo ricominciare tutto dal principio” rispose la donna. Jennifer non disse nulla ma si concentrò nel combattere contro i crampi che la tormentavano sempre di più. Marie si godeva lo spettacolo beata. Sotto la maschera di imperturbabilità stava in realtà sogghignando. Sapeva perfettamente che Jennifer, priva di un adeguato allenamento, non avrebbe mai potuto portare a termine quella strana gravidanza rispettando il tempo prescritto. Sicuramente non in posizione eretta. Per Jennifer i minuti passavano con lentezza esasperante. I crampi la mordevano senza pietà e i muscoli tesi dallo sforzo le dolevano. Era sempre più tentata di arrendersi e di rilasciare il micidiale carico. Certo sarebbe stato umiliante svolgere una tale funzione di fronte alla tutrice e poi, pensò con orrore, come sarebbe riuscita a non imbrattarsi completamente se le era stato ordinato di rimanere in piedi dentro il catino? Dopo un paio di minuti non le importò più nulla di essere umiliata o sporca. Non poteva più resistere. L’unica cosa che ancora la tratteneva dal lasciarsi andare era l’idea di dover comunque subire un altro trattamento subito dopo. Era disperata e continuava a oscillare lo sguardo dalla grossa pendola che le diceva che la fine dell’ordalia era ancora lontana, alla sua carnefice alla quale non aveva il coraggio di chiedere pietà. All’improvviso la donna, come rispondendo alle silenziose invocazioni della sua vittima, si alzò e le si avvicinò. “Ascolta, Jennifer” disse. “Mi sembra che tu non possa resistere ancora. Se vuoi posso aiutarti a trattenere il clistere con minor sforzo e minor dolore però dovrai accettare di resistere il doppio del tempo. Se accetti ti garantisco che sarai in grado di farcela. A te la scelta.” Jennifer era perplessa, le sembrava che nemmeno un intervento divino avrebbe potuto riuscire a farla sopportare quel tormento per mezz’ora. L’ultima parola la ebbe però l’ennesimo terribile crampo che per poco non la fece cadere a terra. “Farò tutto ciò che vuole ma la prego mi aiuti! Non ce la faccio più!” Aveva quasi urlato queste parole. “Torno subito” disse Marie allontanandosi soddisfatta. Ancora una volta aveva vinto nel suo gioco preferito. Avrebbe fatto tutto ciò che desiderava alla sua vittima e questa gliene sarebbe stata grata! “Mi raccomando non te ne andare!” avrebbe voluto dire alla ragazza prima di uscire dalla stanza ma si trattenne. Una battuta crudele avrebbe spezzato l’incantesimo. Ritornò dopo un minuto. Ripiegato sulla spalla aveva un grande asciugamano e in mano un oggetto che Jennifer non riconobbe. Si mise alle spalle della ragazza e le chiese di trattenere il respiro poi con decisione le infilò l’oggetto nell’ano. Anche se era stato perfettamente lubrificato la giovane non trattenne un urlo e si voltò di scatto per vedere cosa era successo. Mentre si girava sentì che l’oggetto le era rimasto conficcato dentro perciò continuò a torcere il busto e la testa per cercare di vedere di cosa si trattava. “Smettila!” le disse la tutrice con cattiveria. “Sembri un cane che cerca di mordersi la coda! Quello che ti ho infilato è uno speciale tampone di plastica creato apposta per queste circostanze. Adesso seguimi.” Detto questo la donna dispose l’asciugamano sul sofà e vi fece sdraiare la ragazza. Poi si sedette anch’essa e iniziò a massaggiare il ventre dilatato di Jennifer. Dopo qualche tempo la ragazza si rese conto che l’effetto combinato del tampone, della posizione orizzontale e dei massaggi aveva ridotto notevolmente la sua penitenza. Non che il dolore fosse scomparso ma almeno ora era sopportabile. Trascorso il periodo prefissato Jennifer fu accompagnata nella sala da bagno per espellere il clistere. Non fu una cosa semplice. Le occorse un bel po’ di tempo per liberarsi completamente e al termine era completamente stremata. Quando uscì dalla stanza e vide che la tutrice aveva preparato un altro clistere credette di svenire. La donna accortasi dello stato della ragazza iniziò immediatamente a rassicurarla. “Non ti preoccupare Jennifer, la tua punizione è finita.” Fece una pausa poi continuò. “Il clistere che vedi non è per punirti ma per pulire il tuo intestino dai residui di quelli precedenti che altrimenti potrebbero ancora irritarti. Ti assicuro che non sentirai alcun dolore anzi forse sarà una esperienza piacevole.” Jennifer dubitava che un clistere potesse essere considerato una esperienza piacevole ma si rassegnò. La somministrazione si rivelò più lunga del previsto anche perché quando la sacca era quasi vuota Marie vi aggiunse circa un altro litro di liquido da un’altra sacca che aveva già preparato. Per aiutare la ragazza a accogliere interamente tutto quel volume la donna la massaggiò con perizia durante tutto il trattamento. Continuò anche quando entrambe si furono trasferite nuovamente sul sofà. Jennifer dovette ancora una volta riconoscere che la sua tutrice aveva ragione. Questo ultimo clistere era molto diverso da quelli precedenti. Era più caldo e sembrava diffondere una piacevole sensazione di calore in tutto il suo corpo, nudo da più di due ore. La cosa più strana era che nonostante la sensazione di pienezza, resa evidente dalle anormali dimensioni della pancia, non vi era quasi accenno di crampi. Così rimase a lungo distesa. La testa poggiata in grembo alla sua tutrice e le mani che accarezzavano incredule e divertite il ventre caldo e rigonfio. Non chiese quanto tempo avrebbe dovuto trattenere il tutto e si era quasi assopita quando la donna le disse che poteva andare a liberarsi. Solo quando si ritrovò ad espellere il clistere si rese conto di provare quella strana sensazione che la coglieva in certe notti in cui si svegliava all’improvviso turbata da un sogno erotico. CAPITOLO VIII - SCAMBIO DI RUOLI Anche se non insidiarono mai il primato delle sculacciate, i clisteri divennero parte integrante delle punizioni inflitte dalla tutrice. Ciò che maggiormente stupiva Jennifer era la grande varietà dei clisteri che le venivano imposti e degli effetti degli stessi. Il volume, aveva presto imparato, non era affatto indicativo dell’eventuale livello di sofferenza. Un clistere di grande volume, caldo e senza sostanze irritanti poteva essere facilmente trattenuto mentre altri più piccoli, magari gelati finivano per ridurla a rotolarsi sul pavimento in preda a terribili crampi. Come se non bastasse la sua carnefice sembrava sapere perfettamente l’effetto di ogni somministrazione così che quando il clistere non era giudicato adeguatamente doloroso veniva accompagnato da una punizione supplementare. Poche cose causavano più imbarazzo a Jennifer di un clistere grande e caldo accompagnato da una serie di vergate con una canna leggera. Il problema non era il dolore, niente in confronto a una vera sessione con la canna o la cinghia, ma bensì una strana sensazione di eccitazione che non riusciva a spiegarsi e che la inquietava. Quanto ad imbarazzo però nulla poteva rivaleggiare con i clisteri che occasionalmente le venivano somministrati tramite una piccola siringa. La siringa era costituita da un lungo beccuccio attaccato ad una sfera di gomma che fungeva da serbatoio. Una volta inserita la siringa nell’ano la sfera veniva strizzata così che il liquido venisse spinto negli intestini della ragazza. La parte peggiore era che date le piccole dimensioni del serbatoio la procedura doveva essere ripetuta più e più volte onde permettere la ricarica del clistere e quindi la somministrazione di un quantità adeguata di purga. Naturalmente era proprio questo che piaceva a Marie. La donna trovava molto eccitante dover ripetutamente penetrare la delicata apertura posteriore di Jennifer. Anche per la donna vi erano però degli inconvenienti. La procedura era tale da compromettere seriamente la capacità di ritenzione e il rischio di una espulsione incontrollata del clistere era notevole soprattutto quando in preda all’eccitazione la tutrice prendeva ad usare la siringa come un piccolo fallo, inserendola ed estraendola forsennatamente dall’ano della ragazza senza preoccuparsi di ricaricarla. Peggio ancora quando faceva ciò pompando aria nei poveri intestini della sua vittima rendendole quasi impossibile mantenere il controllo delle proprie viscere. Inevitabilmente questo finì per accadere effettivamente, cogliendo peraltro di sorpresa Marie più che Jennifer. Il risultato fu che la ragazza espulse parte del clistere addosso alla donna. Fortunatamente Jennifer aveva già ricevuto altre somministrazioni e quindi dai sui intestini fuoriuscì acqua quasi pulita. Per Marie l’esperienza non fu comunque per nulla gradita e non appena la ragazza riassunse il controllo di sé, la donna iniziò a rovesciare sui suoi glutei una gragnola di rabbiose sculacciate. Poi, non soddisfatta, connetté il tubo della doccia con un beccuccio, aprì il flusso d’acqua e infilò senza preavviso nell’ano della ragazza il clistere improvvisato. Aveva aperto un rubinetto a caso, in preda alla rabbia. Quando, dopo pochi secondi, si calmò tirò un sospiro di sollievo accorgendosi di non avere esagerato nel regolare la forza e il calore del flusso. Chiuse il rubinetto, estrasse il beccuccio e lo sostituì con un rigido tampone di plastica. Ordinò quindi a Jennifer di dare una pulita. Per fortuna aveva prudenzialmente deciso di somministrare il clistere nella vasca da bagno e quindi l’incidente non aveva provocato troppi danni. Mentre la ragazza si dava da fare per pulire la vasca e sé stessa, Marie uscì dalla vasca e si spogliò gettando gli indumenti sporchi in una cesta. Una volta nuda rientrò nella grande vasca, ormai ripulita, e iniziò a lavarsi del tutto incurante di Jennifer, seduta sul bordo più lontano. Inizialmente non aveva pensato che così avrebbe regalato alla ragazza una visione ravvicinata del suo corpo. Poi resasene conto, fece del suo meglio per fare bella mostra di sé. Aveva ottimi motivi per essere fiera dello spettacolo che stava offrendo. Anni di esercizio fisico, di alimentazione controllata e qualche inconfessata aggiustatina chirurgica erano riusciti a trasformare una donna attraente in una vera e propria dea. Era impossibile trovare nel suo corpo atletico e vagamente androgeno la più piccola imperfezione o anche un solo grammo in eccesso o in difetto. Una cura tanto maniacale di sé poteva sembrare strana in una donna priva di affetti e relazioni ma in realtà era proprio la sua solitudine a spingerla verso un ideale di bellezza assoluta. Non poteva permettersi il dubbio che la propria vita solitaria dipendesse da una sua qualche carenza più che da una propria scelta. Da tempo però la sua capacità di autoillusione si era incrinata e quando si osservava nello specchio non riusciva più a fermare l’acutezza dello sguardo alla sola superficie del suo corpo ma sentiva che questo penetrava fin dentro di lei scoprendo dolori e cicatrici nascoste. Vi erano giorni in cui lo specchio le rimandava l’immagine di sé in lacrime, muta accusatrice di sé stessa come fonte della propria infelicità. In quei giorni Marie rifuggiva da quell’immagine come Dorian Gray dal suo ritratto. Terminata la doccia la donna si fece aiutare da Jennifer ad asciugarsi. Indossato un accappatoio pulito e accertatasi che la ragazza non avesse problemi a trattenere ancora per un bel pezzo il clistere che aveva dentro, la invitò a seguirla in salotto. Lì senza dire una parola andò a prendere un cinghia dall’armadio degli strumenti di punizione. Era uno dei suoi attrezzi preferiti e uno dei più dolorosi. “Avere problemi a trattenere un clistere somministrato in quel modo è possibile ma combinare un disastro come quello che hai fatto è assolutamente intollerabile. Per questo riceverai venti cinghiate” disse. “Sì, Madame” rispose Jennifer cui la sola vista della cinghia aveva gettato n una rassegnata disperazione. “C’è un’altra cosa, Jennifer” continuò la donna con una parvenza d’imbarazzo. “Quando mi hai sporcato io ho perso la calma, mi sono arrabbiata e ti ho dato alcune sculacciate. Sono molto dispiaciuta di ciò e spero che mi vorrai perdonare.” Jennifer era allibita. Quelle poche sculacciate erano nulla a confronto con quanto era abituata a ricevere. Meno di un singolo colpo di cinghia. Poi vedendo che la donna sembrava attendere una sua replica le rispose. “Non si deve preoccupare non mi ha fatto male. Davvero non importa.” Terminò la frase con un sorriso imbarazzato, cercando di dimostrare la sincerità di quanto detto. “Grazie, Jennifer. Sei molto cara” disse la donna consegnando la cinghia nelle mani della ragazza. “Credo che venti colpi andranno bene anche per me.” A Jennifer ci vollero alcuni istanti prima di realizzare cosa le veniva chiesto. “Vuole che io la punisca?” disse pensando ad alta voce. “Sì. Esattamente.” “Ma Madame, io non posso ... e poi non è necessario ... non mi ha fatto male e io non ce l’ho con lei ...” “Ascolta, Jennifer. Ci ho pensato mentre facevo la doccia e credo che questo sia necessario.” Fece una pausa e poi iniziò la sua spiegazione. “Quando io ti punisco lo faccio solo per il tuo bene non perché sono arrabbiata con te. Se hai fatto qualcosa che mi ha irritato aspetto sempre di essermi calmata prima di punirti. Credo che questo l’avrai notato, vero?” “Sì, Madame.” “Se faccio così è perché una punizione deve essere un atto d’amore e non di odio. So che quelle poche sculacciate fisicamente non ti hanno fatto male ma questo non toglie che siano state una grave colpa da parte mia. Quando commetti uno sbaglio io ne sono addolorata perché so che ti stai facendo del male. Però non voglio che tu possa pensare che io sia arrabbiata con te per i tuoi errori o che le mie punizioni siano dettate da altro che non dall’affetto nei tuoi confronti.” “Madame, so che quando mi punisce lo fa per il mio bene ma ...” “Ascoltami Jennifer, per favore. L’affetto, l’amore, l’amicizia sono cose che non possono essere dimostrate solo a parole. Anche il peggiore dei genitori dice di voler bene ai propri figli ma questo lo rende forse migliore? Un sentimento che non trova riscontro nelle proprie azioni non ha alcun valore. Se qualche mese fa mi fossi limitata a dirti che mi dispiaceva della tua espulsione, che significato avrebbero avuto le mie parole se poi non avessi fatto nulla per aiutarti veramente? Mi avresti creduto? Mi saresti stata grata? Non credo proprio. Allo stesso modo non sarebbe giusto che il tuo perdono mi evitasse la punizione quando a te non è concessa la stessa possibilità. Per questo è necessario che tu mi punisca. È l’unico modo che ho per dimostrarti i miei veri sentimenti, riesci a capirlo?” “Credo di sì ma … non so se riuscirò a farlo.” “Non ti preoccupare vedrai che andrà tutto bene.” Detto ciò la donna si tolse l’accappatoio e andò a distendersi sulla scrivania. Jennifer restò a guardarla in silenzio come incantata dalla bellezza di quello splendido corpo nudo. Guardava quei bei seni sodi, schiacciati contro il piano della scrivania, deformati, appiattiti, immaginando come la loro pienezza dovesse moltiplicare le sensazioni che lei stessa provava quando i suoi capezzoli premevano contro la dura e fredda superficie di legno. Guardava imbarazzata il sesso che le si offriva sotto la fenditura dei glutei, tra le gambe divaricate, come un frutto maturo che, invitante, faceva capolino tra le fronde di un albero. Ebbe un brivido pensando che presto su quelle poderose natiche si sarebbero abbattuti i suoi colpi e che avrebbe visto la sua carnefice contorcersi dal dolore. In lei però non c’era alcun sentimento di rivalsa. “Sono pronta, Jennifer. Puoi cominciare. Non mi aspetto che tu conosca la tecnica corretta ma pretendo che usi tutta la tua forza e bada che questo è un ordine!” La voce di Marie aveva riportata alla realtà la ragazza. La giovane si preparò a colpire ma alla fine non riuscì a sferrare un colpo molto forte. La tutrice appena ricevutolo si alzò dandole un’occhiata severa. “Questa non è una cinghiata è solo una presa in giro! Mi sembrava di essere stata chiara! Dovevi usare tutta la tua forza. Per punizione riceverai dieci colpi supplementari e altri dieci per ogni volta che non mi colpirai abbastanza forte!” La minaccia fece il suo effetto perché Jennifer non ebbe più esitazioni e prese a colpire senza remore. Marie ricevette tutti i colpi senza un gemito e senza alcuno sforzo apparente, tranne che per la contrazione della muscolatura, quasi fosse una statua di marmo quella su cui si abbattevano i fendenti. Le strisce infuocate che le marchiavano i glutei dimostravano però che anche Madame Foisson era fatta di carne e sangue. Finita la sua punizione la donna si rialzò e dopo essersi infilata l’accappatoio si fece consegnare la cinghia dalla ragazza che andò a prendere posizione per il suo turno di sofferenza. La tutrice era eccitata. Non per le cinghiate. Non le piaceva essere sculacciata. Anche se occasionalmente si faceva infliggere delle punizioni, lo faceva per sfida a sé stessa e per rassicurare le sue vittime della sopportabilità delle battute e delle sue conoscenze in materia più che per trarne piacere. Ma ciò che ora le aveva dato un brivido non erano i mediocri colpi di Jennifer quanto l’essersi così esposta, non solo fisicamente, alla ragazza. Se solo avesse potuto insinuarsi tra i pensieri dell’altra e scoprire se era riuscita a produrre un qualche effetto! Jennifer d’altra parte era rimasta impressionata dalla compostezza con cui la donna aveva sopportato la punizione e da come, dopo ogni colpo, continuasse ad incitarla a usare una maggiore energia. Decise che avrebbe cercato di imitare l’autodisciplina della tutrice ma fallì miseramente. L’abilità e la prestanza di Marie rendevano vana a priori qualsiasi velleità del genere. Per non parlare poi del disagio del clistere e dell’effetto prodotto dal tampone anale ogni volta che si contorceva sotto la carezza della cinghia. Già al decimo colpo aveva iniziato a piangere ed al ventesimo a gemere rumorosamente. Al trentesimo colpo era completamente vinta dal dolore e aveva rinunciato a ogni tentativo di mantenere la propria dignità. Terminata la prova le fu concesso di liberarsi dal clistere, cosa che su suggerimento di Marie fece stando a carponi nella vasca da bagno per evitare di dover posare sulla tazza il martoriato fondoschiena. Quindi la tutrice le ordinò senza ulteriori spiegazioni, di non usare più la toilette fino al momento di andare a dormire. Quella sera dopo avere cenato la donna accompagnò la ragazza in bagno e le ordinò di spogliarsi e di sedersi sul bidè. “Jennifer la tua capacità di ritenere i clisteri è troppo scarsa. Incidenti come quello di oggi non si devono più ripetere” iniziò Marie. “Fortunatamente questa è una cosa a cui si può porre rimedio. Tutto ciò che ci serve è di sviluppare la tua muscolatura pelvica attraverso degli appositi esercizi. Quello che ti chiederò potrebbe essere un po’ imbarazzante per te ma devi comprendere che non si tratta di una punizione ma di un modo per insegnarti a fare gli esercizi in modo corretto. Vedrai che ti porteranno grandi benefici e non solo per meglio sopportare le punizioni.” “Sì, Madame” rispose Jennifer timorosa. Sapeva che una lunga premessa significava inevitabilmente che stava per succedere qualcosa di spiacevole. “Bene, Jennifer. Adesso voglio tu inizi a urinare ma che sospenda il flusso dopo un istante. Dovrai ripetere la procedura fino a quando non avrai completamente svuotato la vescica.” La ragazza cercò nello sguardo della donna una conferma dell’ordine ricevuto ma non fece obiezioni. Non le sembrava avere più molto senso continuare a difendere un pudore che l’altra aveva così tante volte violato. Non fu comunque facile obbedire al comando. Era troppo nervosa per riuscirvi immediatamente. Dovette rilassarsi a lungo prima che un rivolo dorato iniziasse a sgorgare timidamente tra le sue cosce. Non appena il getto prese vigore intervenne però la tutrice che impose alla ragazza di fermarsi. Poi di riprendere. Poi di fermarsi nuovamente e così via fino a che Jennifer ne fu in grado. “Come avrai notato” disse allora la donna con tono professionale “per smettere di urinare hai istintivamente contratto alcuni muscoli. Gli esercizi che devi fare consistono proprio nell’usare questi muscoli. Dovrai fare questi esercizi tre volte al giorno per almeno cinque minuti e vedrai che otterrai ottimi risultati. Hai capito bene?” “Sì, Madame.” “Bene. Però adesso dobbiamo accertarci che tu sia in grado di eseguire l’esercizio in modo corretto anche se questo potrebbe essere un po’ imbarazzante.” La donna fece una pausa fingendo un attimo di incertezza prima di riprendere, questa volta con tono premuroso. “Te la senti di provare? Ti fidi di me?” “Sì, Madame. Certo” rispose Jennifer guadagnandosi un bacio in fronte che le fece dimenticare per un istante quella strana situazione. La ragazza aveva pensato che il peggio fosse ormai passato e non riusciva a immaginare cosa potesse ancora accadere. Vide la donna ungersi le dita con una specie di crema gelatinosa e poi controllare accuratamente il lavoro svolto con l’attenzione con cui un chirurgo si pulisce le mani prima di un intervento. La tutrice iniziò quindi ad avvicinare le dita al sesso della giovane, leggermente aperto dato che questa sedeva ancora sul bidè. Con orrore vide un dito della donna prepararsi a penetrarla. Avrebbe voluto dire qualcosa o scappare via ma si sentiva come congelata. Percepiva appena le frasi di conforto che la tutrice le sussurrava ma che sembravano avere una sorta di effetto ipnotico paralizzante. Nonostante il suo grande nervosismo il dito, grazie alla abbondante lubrificazione, entrò senza troppo sforzo dentro la vagina. Poi un secondo dito iniziò a premerle contro l’ano che ormai provato, si apri facilmente all’intrusione. Le ci volle un po’ prima di rendersi conto che la donna le aveva chiesto di riprendere i suoi esercizi. Docilmente prese a contrarre l’ano e la vagina attorno ai due invasori. Era una strana sensazione quella che provava. Certo c’era l’imbarazzo però dopo qualche contrazione una vaga sensazione di piacere ricompensò i suoi sforzi e le fece battere forte il cuore. Desiderava che tutto finisse al più presto ma era stranamente confusa sul perché. Spiando di sfuggita il volto tranquillo ed attento della tutrice, si sentì persino felice di poter condividere con l’altra un tale grado di intimità. La donna continuò a farla esercitare per diversi minuti prima di estrarre le dita e dirle che tutto era finito. Per Marie l’esperienza era stata decisamente gradevole. Al piacere dell’umiliazione e della sottomissione della sua protetta si aggiungeva infatti la speranza che in un futuro non troppo lontano le sue dita sarebbero tornate ad esplorare le due insenature in un contesto molto diverso e più piacevole per entrambe. La tutrice continuò ad occuparsi amorevolmente della giovane fino al momento di metterla a letto come una bambina, felice che le esperienze fatte non la avessero troppo scossa. Dopo il bacio della buonanotte le disse che siccome era stata molto brava e quella era stata una giornata pesante, l’indomani non avrebbe subito alcuna punizione. Era stata una strana giornata. A letto Jennifer non poté fare a meno di ripensare agli avvenimenti delle ultime ore. Le umiliazioni subite erano state davvero pesanti ma in fondo vi era abituata e non ne era turbata più di tanto. In fondo era stato peggio la prima volta in cui aveva sentito il proprio ano penetrato e lubrificato dalle lunghe dita della tutrice. Girandosi nel letto una serie di fitte nel posteriore le ricordarono che le umiliazioni non erano state la sola cosa che aveva dovuto sopportare. Mentre cercava una posizione più confortevole si chiese se anche la donna si stesse rigirando nel letto cercando vanamente un po’ di sollievo. Fare assaggiare a Madame Foisson la sua stessa medicina era il sogno per nulla segreto di tutte le studentesse della Harper’s Hill. Era stato anche il suo sogno, una volta. Al momento dei fatti era troppo emozionata per soffermarvisi troppo ma adesso che poteva pensare con calma, l’idea che la tutrice si fosse sottoposta alla cinghia solo per dimostrarle il suo affetto non riusciva ad abbandonarla e la riempiva di un piacevole languore. Si sentiva protetta ed amata come mai le era accaduto. Certo sua madre le aveva voluto bene ma si trattava di amore intermittente perennemente insidiato da quello tragicamente costante per l’eroina. Cos’è che le aveva detto la tutrice? Un amore che non trova riscontro nei fatti non ha valore? Se era così Jennifer sentiva di avere la certezza che la donna non avrebbe mai smesso di prendersi cura di lei. Non l’avrebbe mai lasciata sola. L’avrebbe punita e poi l’avrebbe consolata. Di quanta dolcezza era capace quando la stringeva tra le braccia asciugandole le lacrime e sussurrandole parole gentili! A scuola non era così. Quando doveva punire una studentessa sembrava fare di tutto per rendere la punizione sempre più insopportabile. Mai nessuna aveva ricevuto una parola meno che aspra durante o dopo una sessione. Adesso invece quella terribile carnefice giaceva sdraiata in una stanza a pochi metri dalla sua, con i glutei doloranti marchiati dai morsi della cinghia. E questo per amor suo! Mentre il torpore iniziava ad avvolgerla Jennifer si immaginò cullata dalle braccia della sua tutrice al termine di una lunga sculacciata. Strinse a sé il cuscino sognando di ricambiare quelle carezze. Il corpo della donna, all’improvviso, era nudo e bello, come lo aveva visto sotto la doccia, morbido e caldo. Le sue labbra si posavano sul collo di lei lasciando un’impronta di saliva sulla immacolata federa del cuscino mentre il sonno trasformava le ultime immagini della sua fantasia in un sogno che l’indomani non avrebbe ricordato. CAPITOLO IX – INFERNO E PARADISO Col passare del tempo e tra la sorpresa generale di insegnanti, compagne e soprattutto della ragazza stessa, i voti di Jennifer iniziarono a migliorare. Le lunghe ore di studio non erano evidentemente passate invano. Certo non ci furono miracoli. Le lacune che si erano formate nei mesi e negli anni precedenti erano un ostacolo dal quale non ci si poteva sbarazzare in fretta. Non mancarono le insufficienze e le conseguenti punizioni ma nel complesso l’inversione di tendenza era evidente. Per la prima volta Jennifer sentì che l’anno scolastico sarebbe finito bene e sapeva perfettamente che la vera artefice di questo miracolo era la sua tutrice. Nonostante ciò l’euforia e la felicità, come spesso accade, tendevano a farle dimenticare la gratitudine. Fu così che la tutrice venne inconsapevolmente declassata dal rango di salvatrice a quello di vecchia rompiscatole. L’aspirazione della ragazza, ora che gli studi andavano decentemente, era quella di riuscire finalmente a farsi qualche amica nella scuola. Non era una cosa facile. Alle differenze di estrazione sociale si era aggiunto un altro elemento di diffidenza ovvero lo stretto rapporto con l’odiatissima Foisson. Lo stesso miglioramento scolastico finiva per alienarle simpatie e veniva ipocritamente visto come frutto di pressioni dall’alto. Nel complesso il rapporto con le altre studentesse restava pessimo. Se Jennifer fosse stata più smaliziata avrebbe perciò potuto sospettare qualcosa quando venne invitata da alcune sue compagne a una festa segreta. La segretezza derivava dal fatto che la festa si sarebbe svolta di notte e in città e che di conseguenza le ragazze per parteciparvi avrebbero dovuto violare il coprifuoco della scuola con tutti i rischi che ciò comportava. Almeno questo era quello che le era stato detto. Jennifer sperava che quella festa avrebbe potuto cambiare non poco la sua vita sociale perciò decise di rischiare le sferzate della tutrice pur di andarci. La sera fatidica andò a letto presto e quando sentì che anche la donna era andata nella sua camera si rivestì e fuggì dalla finestra grazie a un provvidenziale rampicante. Alla festa ebbe l’impressione di essere continuamente osservata ma ritenne che ciò fosse dovuto al proprio nervosismo e cercò di comportarsi scioltamente. Ad un certo punto una delle ragazze iniziò a tirare fuori delle pasticche e a distribuirle in giro. Fece per darne anche a lei che però rifiutò. A quel punto tutte le altre insistettero con lusinghe o scherni perché anche lei ne prendesse ma senza risultato. Per quanto ci tenesse ad essere accettata, l’odio per la droga che le aveva rubato l’affetto e la vita della madre, era più forte. Le compagne, ignare delle sue vicende familiari, continuavano ad insistere e presto la situazione si fece molto tesa. Le ragazze presero a insultare pesantemente Jennifer che fu costretta a lasciare anzitempo la festa. Tornata a casa si gettò sul letto a piangere senza nemmeno rallegrarsi di essere perlomeno riuscita a evitare di essere scoperta dalla tutrice. Il giorno seguente fu uno dei più agitati della storia della scuola. Una delle ragazze che avevano partecipato alla festa, mentre ritornava al dormitorio completamente fatta, era stata fermata dalla polizia. L’effetto della droga e la paura che la scorta di pastiglie che aveva nella borsetta le fruttassero l’accusa di essere una spacciatrice la fecero crollare. Raccontò tutto senza riserve. Raccontò di come lei e le altre avessero organizzato la festa con l’intenzione di far cacciare Jennifer dalla scuola. Di come le avessero fatto credere di essere uscite di nascosto dall’istituto mentre in realtà erano riuscite ad ottenere un permesso speciale grazie al consenso dei loro genitori. Di come avevano previsto di farla impasticcare per poi abbandonarla in mezzo alla strada, farla scoprire con una telefonata anonima e di come quella puttanella sarebbe stata così sicuramente espulsa alla faccia della vicedirettrice. Se Jennifer le avesse accusate avrebbero detto che si era presentata non invitata e che era stata lei a portare la droga. Raccontò anche di come, dopo che il rifiuto della ragazza aveva mandato a monte il loro piano, avessero deciso di provare personalmente tutto quel ben di dio di cui si erano rifornite. A seguito della confessione la polizia sottopose tutte le studentesse coinvolte a dei test ai quali tutte, tranne Jennifer, risultarono positive. Il prestigio della scuola e delle famiglie delle ragazze evitò conseguenze penali alle stesse. Marie, in cambio della non espulsione delle ragazze dall’istituto, ottenne dai loro genitori carta bianca circa le punizioni cui sottoporre le sventurate. Le ragazze vennero così riunite in una classe speciale e sottoposte ad un durissimo regime disciplinare che andò ad aggiungersi alle interminabili settimane di continue sessioni punitive quale strumento di correzione delle loro cattive attitudini. Alle giovani non era concesso di parlare con le altre studentesse ma nella scuola si diffusero ugualmente molte voci sulle terrificanti prove ed umiliazioni cui le corrigende venivano assoggettate. In effetti le povere ragazze erano le uniche in tutta la Harper’s Hill a subire trattamenti comparabili a quelli che venivano imposti a Jennifer. La principale differenza era che mentre le punizioni alla pupilla erano per la sua tutrice una fonte di piacere, quelle alle perfide compagne erano un mezzo per vendicarsi nei loro confronti per quello che avevano osato tentare ai danni della sua protetta. Dirimere i vari problemi creati dalla vicenda impegnarono molto Marie. Così per un’intera settimana Jennifer non ebbe quasi occasione di parlare con la donna di quanto era accaduto. Almeno inizialmente la cosa non le dispiacque affatto. Quando aveva saputo cosa le sue compagne avevano architettato si era sentita malissimo. Passata la prima sensazione di rabbia, aveva iniziato a rendersi realmente conto dei rischi a cui si era esposta. Col passare dei giorni iniziò a vedersi sempre meno come vittima ma semmai come colpevole. Colpevole verso la sua tutrice e verso sé stessa. L’unica misura immediatamente disposta nei suoi confronti fu quella di farla dormire nella stanza della donna allo scopo di scongiurare ulteriori fughe. La ragazza sapeva che dormire per terra ai piedi del letto della tutrice non poteva essere considerata una reale punizione ma quella piccola umiliazione le dava almeno un po’ di conforto. Alla fine il senso di colpa divenne insopportabile e Jennifer trovò il coraggio di prendere l’iniziativa di parlare con la tutrice di quanto era accaduto. Sapendo che la donna era perfettamente informata dei fatti evitò di rivangare l’episodio ma si limitò dirsi pentita e ad implorare il perdono e la meritata punizione. “Non avevo certo intenzione di lasciarti impunita, mia cara!” le disse Marie con la sua intonazione più cattiva. “Semplicemente non avevo abbastanza tempo per darti la lezione che meriti. Ma non ti preoccupare. Domani non c’è scuola così dedicheremo l’intera giornata alla tua punizione e puoi stare certa che te ne ricorderai a lungo. Adesso non mi seccare più e vattene a dormire.” L’ultima frase era stata pronunciata con una insolita sgarbatezza e la ragazza ne fu dolorosamente colpita. Dopo aver mestamente augurato la buona notte alla donna iniziò ad avviarsi a testa bassa verso le scale che conducevano al piano superiore. Giunta al primo gradino fu fermata dalla voce di Marie. “Ah, Jennifer! A parte tutto … sono fiera che tu non abbia preso quelle pasticche.” Quando Jennifer, sorpresa, si voltò vide la tutrice che le sorrideva imbarazzata. Il volto della ragazza si illuminò. Avrebbe voluto correre ad abbracciarla ma riuscì solo a mormorare un ringraziamento e a scappare su per le scale mentre il cuore le batteva all’impazzata per la felicità di non avere perso l’affetto della donna. Il giorno seguente la tutrice era intenzionata a concedere ben poche occasioni alla ragazza per essere felice. La sessione incominciò subito dopo la prima colazione. Ordinato a Jennifer di rimuovere gonna e mutandine, Marie le impartì una non troppo lunga serie di sculacciate di ‘riscaldamento’. Fece quindi inginocchiare la ragazza sul sofà con il petto e le braccia appoggiate ad un bracciolo e iniziò a colpirla. Lo strumento utilizzato era simile a una racchetta da ping-pong ma di forma più allungata e squadrata e che ricordava una mazza da cricket. Lo strumento era appositamente studiato per permettere di colpire con uniformità una notevole superficie. Non era sicuramente l’attrezzo più doloroso tra quelli utilizzati dalla donna in quanto la forza del colpo veniva ripartita su un’area molto ampia e non provocava le terribili sensazioni della canna. Sfortunatamente per Jennifer, questo comportava anche il fatto che procurando molti meno danni, la tutrice aveva la possibilità di utilizzarlo per lungo tempo senza doversi troppo preoccupare di provocare lesioni alla sua vittima. Come per le sculacciate, era l’effetto cumulativo a rendere insopportabile la procedura. Il grosso vantaggio che offriva era quello di essere meno stancante della mano nuda per chi lo utilizzava e al contempo più doloroso per chi lo subiva. Tuttavia Marie non lo amava molto. La donna preferiva attrezzi che erano in grado di procurare alle vittime quel dolore acuto che le riduceva ad ammassi di carne urlante e che riempivano la carnefice di senso di dominio e di piacere. Senza contare di quanto fosse magnifico lo spettacolo di un candido fondoschiena attraversato da linee multicolori, testimonianze roventi delle grida disperate strappate alle inermi giovani. Se si era decisa ad usare quello strumento era perché sapeva di avere davanti a sé una lunga giornata e che variando i mezzi di correzione impiegati avrebbe continuamente ravvivate le sofferenze della ragazza e la propria eccitazione. Restava il problema di rendere più efficace la battuta e la donna aveva sviluppato per questo motivo, una tecnica particolare. Dopo una lunga serie di colpi con la ‘racchetta’, si fermava all’improvviso e assestava tre o quattro vergate con una canna sottile. Riprendeva quindi immediatamente a darsi da fare con la ‘racchetta’ colpendo con tutta la forza per qualche minuto e poi fermandosi per concedere alla giovane di recuperare un poco prima di ripetere l’intera procedura. Le reazioni di Jennifer confermarono la bontà dell’intero procedimento. La prima volta la ragazza, colta di sorpresa, si abbandonò alle urla. Successivamente per evitare di urlare, anche se non le era stato vietato, prese a mordersi l’avambraccio usando la propria carne come bavaglio. Una vista deliziosa per la sua carnefice. La punizione andò avanti per l’intera mattina intervallata da brevi pause. Occasionalmente le pause erano però più lunghe. In questi casi la donna si sedeva anch’essa sul sofà, prendeva un cubetto di ghiaccio da un thermos predisposto e lo passava sul dolorante fondoschiena di Jennifer. Le piaceva osservare le contrastanti reazioni della ragazza che ora si ritraeva dal gelido bacio del ghiaccio sulla pelle rovente e ora lo ricercava per alleviare il bruciore. Marie muoveva il cubetto con studiata lentezza, ripercorrendo i segni della canna. Studiava i tracciati delle gocce gelate, sorridendo quando finivano per solcare il sesso di Jennifer facendola mugolare. Dopo aver pranzato, con Jennifer costretta a sedersi sulla sedia senza il conforto di un cuscino e con la sola protezione delle mutandine, la tutrice concesse alla ragazza qualche ora di riposo. Quando decise di riprendere la punizione le ordinò di spogliarsi completamente. Le fece poi nuovamente indossare la sola camicetta impedendole però di abbottonarla. Quindi la fece distendere supina sulla grande scrivania, appositamente sgombrata, e iniziò a legarla. Anche se qualche volta aveva minacciato di farlo, Marie non aveva mai legato Jennifer. La ragazza sembrava preoccupata ma la donna sapeva perfettamente come farle fare ciò che voleva. “Non ti devi preoccupare, cara. Se ti lego è nel tuo stesso interesse. Ormai so bene cosa sei in grado di sopportare e cosa no. Dato che ho deciso di concentrare in una sola giornata la tua punizione, questa dovrà essere molto dura. Non credo che riusciresti a subire con la dovuta disciplina il trattamento che ti sto per impartire. Legandoti ti impedirò di commettere sciocchezze che ti costerebbero colpi supplementari.” “Sì, Madame” disse Jennifer sempre più preoccupata. “Normalmente quando c’è bisogno di simili misure aumento sempre la durezza della punizione per compensare l’aiuto di cui il soggetto ha avuto bisogno. Nel tuo caso ho però deciso di fare un’eccezione. Visto che non hai chiesto tu di essere legata ti concederò il beneficio del dubbio e non ti punirò più di quanto avessi previsto in origine.” “Grazie, Madame.” La risposta della giovane fu quasi meccanica, priva di reale convinzione. A Marie questo non poteva bastare. L’olocausto della sua protetta doveva essere genuino e spontaneo altrimenti la ragazza non avrebbe mai potuto accettare quello che aveva ancora in serbo per lei. La tutrice prese ad accarezzare lievemente il viso di Jennifer e si chinò lentamente verso di lei come per baciarla. Invece iniziò a parlarle con tono suadente. “Mi dispiace, bambina mia, vorrei poterti dire che siamo quasi alla fine ma purtroppo non è così. Ti dovrò punire ancora a lungo e soffrirai moltissimo.” Un brivido di eccitazione percorse la donna mentre pronunciava l’ultima frase ma non le fece mutare la sua maschera di preoccupazione. Le parole di Marie fecero effetto sulla giovane che abbandonò il suo stato di apatia. “Non si deve preoccupare per me, Madame. Io ... so di meritare il suo castigo e farò tutto il possibile per riceverlo come si deve. A me ... basta solo che lei continui a volermi bene ... anche se ... non lo merito.” Jennifer era arrossita dicendo quelle parole e aveva poi voltato la testa vergognandosi ancora una volta per come si era comportata verso la sua benefattrice. Marie le afferrò delicatamente il viso con entrambe le mani e lo rivolse nuovamente verso di sé. “Sei una sciocchina! Ma certo che continuerò a volerti bene. E non è vero che non te lo meriti. Non mi preoccuperei tanto se non lo pensassi. Sei una ragazza dolce, intelligente e sensibile e hai tutto il diritto di essere amata da qualcuno che si prenda cura di te. E sarò felice se tu mi permetterai di essere io quel qualcuno. Però non devi dubitare dei miei sentimenti. Mai.” “Madame ...” “Si?” “Anche io ... anche io le voglio bene.” I volti delle due avevano continuato ad avvicinarsi durante la breve conversazione ed erano ora vicinissimi. Marie inclinò leggermente il viso da un lato e posò le sue labbra su quelle della ragazza. Il cuore le batteva all’impazzata come mai le era capitato. Dischiuse impercettibilmente gli occhi per spiare le reazioni della sua amata e vide che Jennifer aveva chiuso gli occhi abbandonandosi. Facendo leva su chissà quali energie nascoste Marie riuscì a risollevarsi interrompendo il bacio che in questo modo poteva ancora essere considerato casto. “Dobbiamo andare avanti con la punizione” disse la donna con un imbarazzato tono di scusa. “Sì, Madame” rispose Jennifer, paradossalmente lieta che qualcosa la distogliesse dal turbamento che l’aveva colta. Marie procedette a legare la sua vittima preferita. Legò assieme i polsi sopra la testa della ragazza e li assicurò in quella posizione. Mise due cuscini sotto il dolente posteriore della giovane e passò a legarle le caviglie. Ognuna venne fissata a una diversa gamba della scrivania. Gli arti di Jennifer risultavano così completamente divaricati. L’oscenità della postura era ampliata dai cuscini che sollevavano il bacino della ragazza esponendo completamente i genitali. Come tocco finale Marie aprì del tutto la camicetta di Jennifer, scoprendone interamente i seni e il ventre. Da un cassetto della scrivania dove aveva riposto gli strumenti che intendeva utilizzare tirò fuori una piccola frusta in miniatura appositamente realizzata per un uso a distanza ravvicinata. Non aveva la terribile efficacia di una vera frusta ma pungeva molto dolorosamente e senza fare troppi danni. La tutrice perseguitò al lungo con il frustino i seni e i capezzoli della giovane per poi scendere sul ventre. Prese poi posizione tra le gambe divaricate della ragazza e rovesciò i suoi colpi sull’interno delle cosce. Partì da poco sopra le ginocchia. Ogni colpo se ne allontanava sempre di più fino a giungere alla vagina che però lasciò intatta. Ripeté la procedura più volte assaporando il crescere della paura di Jennifer ogni volta che la lingua dello strumento si avvicinava allo scrigno prezioso. Alla fine decise che era giunto il momento per far affrontare alla ragazza la sua peggiore paura. Ripose la frusta e prese un cucchiaio di legno. Mise il lungo manico del cucchiaio tra i denti della ragazza a mo’ di bavaglio e afferrò un flagello. Tornata a disporsi tra le gambe di Jennifer, Marie sferrò un primo colpo direttamente sul sesso della ragazza. Il corpo della giovane si agitò convulsamente e inutilmente nei legacci. Marie non attese la fine di tanto fremere per tornare a colpire. Ancora e ancora lo strumento si abbatté sulle più tenere carni della sua vittima. Jennifer lottava disperatamente cercando di vincere le corde che la costringevano a subire il tormento. Il suo continuò agitarsi finiva però per esporla ancora di più al flagello le cui mille lingue sembravano trovare la strada per entrare in ogni suo più nascosto recesso. Alla ragazza non restò che rassegnarsi a subire il supplizio con compostezza. Ora ogni suo pensiero era rivolto alla sopportazione del dolore. I denti scavavano nel legno del bavaglio improvvisato che trasformava le sue urla in gemiti soffocati. Presto iniziò a piangere copiosamente. Non erano lacrime provocate dalla sofferenza ma dalla disperazione di non poter in alcun modo evitare il martirio. Marie intuì perfettamente lo stato d’animo della ragazza. Nulla le piaceva di più dello spettacolo di una vittima talmente soggiogata da non avere più alcuna capacità di reazione. L’eccitazione accrebbe il ritmo e la forza dei colpi. Jennifer si lamentava ormai senza remore. Ma anche i suoi gemiti eccitavano la donna che sperava di poterne presto strappare anche di un altro genere. Occasionalmente Marie concedeva un po’ di tregua alla ragazza riprendendo a usare la piccola frusta sulle cosce ma poi, inesorabilmente, tornava a affondare i colpi nel sesso arrossato della fanciulla. Per un tempo interminabile la punizione proseguì senza pietà ma alla fine anch’essa ebbe termine. Marie slegò i lacci, liberando Jennifer che rimase a lungo a piangere. In questi casi la donna aveva preso l’abitudine di consolare la giovane ma questa volta non lo fece. Anzi, quando la ragazza recuperò il controllo, le porse mutandine e reggiseno nuovi ordinandole di indossarli. Jennifer sapeva che non sarebbe stato piacevole farlo nelle sue condizioni ma eseguì senza discutere. Si accorse con sgomento che entrambi gli indumenti erano di taglia decisamente inferiore a quella abituale. Si voltò verso la donna incerta sul da farsi. “Un po’ stretti non è vero?” interloquì prontamente la tutrice. “Serviranno a ricordarti che la tua punizione non è ancora finita!” Sul volto della donna si era dipinta quell’espressione di sprezzante crudeltà che tutte le studentesse della scuola ben conoscevano ma che raramente aveva apertamente rivolto a Jennifer da quando la aveva presa sotto la sua ala protettrice. Sotto quello sguardo la ragazza terminò di indossare la biancheria intima non senza una smorfia di dolore. Attese a rimettersi gli abiti visto che non le era stato espressamente ordinato. Marie studiò il corpo della giovane rammaricandosi, per la prima volta, dei suoi piccoli seni. Se fossero stati un po’ più grandi avrebbe potuto godere dello spettacolo di quelle due sfere doloranti che, strizzate ben bene, cercavano disperatamente di liberarsi del crudele abbraccio dello stretto reggiseno. Invece così quasi non si notava alcuna differenza dalla norma. Pensò poi sogghignando che di sicuro Jennifer si stava accorgendo della differenza ad ogni respiro. La donna, sedutasi sul sofà, fece avvicinare la ragazza e le indicò di prendere posizione sulle sue ginocchia. All’idea di una sculacciata Jennifer rabbrividì ma come sempre ubbidì. Per la prima volta da quando venuta a vivere in casa Foisson le venne concesso di continuare a indossare le mutandine anche durante la sculacciata. Ne avrebbe fatto volentieri a meno. Marie iniziò immediatamente a colpire i glutei e le cosce della sventurata. Era una sculacciata decisamente severa considerando quale lezione le era stata impartita quella stessa mattina. Eppure il peggio doveva ancora avvenire. A seguito di un colpo particolarmente forte Jennifer ebbe un sobbalzo che spostò il bacino fuori posizione. Era l’occasione che la tutrice aspettava. Con fare brutale Marie afferrò con la mano sinistra il bordo superiore delle mutandine sollevandolo con decisione fino a trascinare di nuovo al suo posto il fondoschiena della ragazza. A quel punto anziché lasciare la presa continuò a tirare verso l’alto. La forza impiegata era tale da sollevare a mezz’aria il fondoschiena di Jennifer. Nel frattempo la stoffa tesa al massimo premeva dolorosamente tra le cosce della giovane, insinuandosi e ritraendosi in profondità nel solco tra i glutei roventi. Marie aiutò il tutto utilizzando anche l’altra mano fino a quando le mutandine non furono ridotte a una striscia bianca tra i globi posteriori della ragazza che erano ora completamente esposti. Incurante delle lamentele la donna riprese la sculacciata senza lasciare la presa dal bordo delle mutandine. Anzi sempre cercava di tenere il bacino di Jennifer sollevato di un paio di centimetri dal piano delle ginocchia in modo che il peso della vittima fosse sopportato in gran parte dal pube e dalla sofferente vulva della stessa. L’effetto doloroso di una simile posizione era poi accresciuto dai continui colpi che si abbattevano sulle natiche, sulle cosce e qualche volta persino direttamente sul sesso della ragazza. Come se non bastasse le mutandine infilatesi nel solco tra i glutei finivano per separarli più nettamente del solito offrendo superfici vergini da martoriare. Certo la posizione non era comoda nemmeno per la carnefice che solo in virtù delle sue doti di atleta riuscì a prolungarla abbastanza a lungo. Quando il braccio sinistro prese a farle male concesse alla sua protetta di godere dell’appoggio delle ginocchia e concentrò gli sforzi sul far soffrire il posteriore di Jennifer dando un po’ di sollievo, o meglio smettendo il tormento, ai genitali. Finita la sculacciata le due cenarono e dopo un’ora la tutrice si rivolse a Jennifer affinché si preparasse a una nuova punizione. La ragazza aveva sperato che tutto fosse finito ma come sempre non ebbe la forza di opporsi. La donna la fece spogliare completamente, tranne che per il reggiseno, e inginocchiare per terra con il viso appoggiato su un cuscino. La posizione era quella più usata per l’assunzione dei clisteri e Jennifer si chiese per quale motivo la somministrazione dovesse avvenire il salotto anziché nella stanza da bagno. Quando Marie le legò assieme le mani ordinandole di tenerle sopra il cuscino capì che sarebbe successo qualcosa di insolito. La donna prese quindi una sedia e la dispose in modo che le gambe posteriori della stessa fossero all’interno della ellisse disegnata dalle braccia della giovane. Fece poi passare una corda attorno alle ginocchia della ragazza fissandole alle gambe anteriori della sedia che le cingevano i fianchi. In questo modo Jennifer era completamente impossibilitata a muoversi. Quasi tutto il suo corpo era rannicchiato sotto quella inconsueta prigione. Solo il bacino e le gambe ne fuoriuscivano. Per potere stare seduta su quella strana gabbia Marie dovette sollevarsi la gonna fino a scoprire le mutandine e divaricare completamente le gambe mettendosi quasi a cavalcioni della sedia. Il posteriore di Jennifer sporgeva oscenamente tra le gambe aperte della tutrice. La donna sorrise quando ammirando lo spettacolo le venne da paragonare il sedere della ragazza ad un enorme fallo eretto tra le proprie cosce. Ma non era certo il momento di perdersi in fantasie. Prese perciò a darsi da fare con il flagello che già tante grida aveva estorto a Jennifer. Data la posizione in cui si trovavano entrambe, i colpi non potevano che piovere verticalmente sul centro del fondoschiena della ragazza, incuneandosi facilmente nel solco tra i glutei. Lo strumento si aprì facilmente la strada fino a raggiungere la sensibile apertura anale. Jennifer sussultò cercando scampo ma tutto ciò che riuscì a fare fu di scuotere un po’ la sedia. Per tutta risposta Marie serrò con tutta la forza le gambe che chiusero in una morsa i fianchi della giovane. Moltiplicò inoltre il ritmo dei colpi che presero anche a martellare il sesso già così provato. Presto la ragazza, vista l’inutilità dei suoi tentativi, limitò le sue reazioni a gemiti e lacrime. Marie non era però soddisfatta dei risultati ottenuti. I glutei di Jennifer erano troppo contratti perché il flagello potesse penetrare con la dovuta profondità. Sapeva come rimediare ma aveva bisogno della piena collaborazione della sua vittima e sapeva anche che non sarebbe stato facile ottenerla. “Ascolta, Jennifer. Per proseguire la punizione ho bisogno della tua collaborazione. Te la senti di darmela?” “Sì, Madame” rispose la ragazza singhiozzando. A quel punto la donna le slegò le mani e le disse di posarle sulle natiche. Una volta che il comando fu eseguito le ordinò di tirare verso di sé i glutei. In questo modo l’ano della giovane sarebbe stato completamente esposto alla vista e ai colpi della tutrice. Appena Jennifer se ne rese conto iniziò a piagnucolare e a chiedere pietà ma Marie si limitò a lasciarla sfogare per poi riprendere a parlare. “Mi dispiace molto ma è necessario. Tra un’oretta la tua punizione sarà finita ed è giusto che risulti il più dolorosa e umiliante possibile. Comunque se non ne sei convinta possiamo parlarne.” Detto ciò Marie sfilò la sedia dalle corde legate alle ginocchia della ragazza. Non avendo ricevuto l’ordine di alzarsi Jennifer si limitò ad raddrizzare il busto rimanendo però inginocchiata sul tappeto, i polsi segnati dalle corde erano incrociati a nascondere il pube. Marie pensò di tornare ad accomodarsi sulla sedia per poter godere della visione della sua giovane schiava inginocchiata davanti a sé. Rinunciò però all’idea, anche se a malincuore, perché se dalla discussione doveva derivare la piena accettazione della punizione da parte della sua protetta era allora necessario che il colloquio avvenisse su un piano di perfetta parità, almeno nella forma. Così anche lei si sedette sulle ginocchia vicino alla ragazza e la invitò con lo sguardo a iniziare a parlare. Jennifer prese un po’ di tempo nella speranza di schiarirsi le idee ma non vi riuscì un granché. Non prese nemmeno in considerazione l’idea di blandire la sua tutrice. Sin dall’inizio del loro strano sodalizio la donna si era sempre dimostrata insofferente nei confronti di qualsiasi cosa che le sembrasse detta solo per compiacerla. Era invece stata insolitamente tollerante di fronte a qualsiasi idea magari inconsueta ma ritenuta genuina. Quando le loro opinioni divergevano la tutrice stimolava la pupilla a discutere fino al raggiungimento di un accordo. Quasi sempre Jennifer aveva dovuto capitolare riconoscendo la giustezza delle idee della donna. Ma anche nelle vittorie la tutrice si era dimostrata magnanima. Accompagnava infatti le proprie idee con sorprendenti cariche di autoironia che non facevano pesare a Jennifer la sconfitta. Come risultato la ragazza, anziché sentirsi frustrata, finiva per apprezzare il fatto che le sue opinioni venissero prese in considerazione. Senza contare che qualche volta era riuscita ad avere la meglio! Il risultato di tutto ciò fu che Jennifer imparò presto a denudare davanti alla donna non solo il proprio corpo ma anche il proprio animo. Alla fine, preso un po’ di coraggio iniziò a parlare anche se in realtà stava solo pensando ad alta voce. “Madame, io so di dovere essere punita ma ... non capisco perché debba esserlo così ... così ... in modo umiliante insomma! In fondo le altre si sono comportate peggio ma nessuna ha subito quello che ... mi viene riservato. Non è giusto!” L’ultima frase era stata quasi urlata. Singhiozzava. Marie le prese delicatamente la mano per confortarla. Poi iniziò a parlarle. “Se onestamente ritieni di essere stata punita abbastanza allora puoi considerare la sessione terminata. Non ti punirò più. Vorrei però chiederti una cosa. Credi davvero di essere meno colpevole delle tue compagne?” Jennifer pensò qualche istante prima di rispondere. “So bene che le altre hanno violato solo una regola scolastica mentre io ho tradito la sua fiducia. Merito una punizione severa ma ...” “Aspetta” l’interruppe la donna. “Non è questo il punto. È vero che ti sei comportata male verso di me ma non è questa la cosa più grave. È te stessa che hai tradito. Ti rendi conto di quanto sei stata fortunata? Di come le cose avrebbero potuto andare diversamente?” Fece una breve pausa. “Le ore passate ad attendere i risultati dei tuoi esami del sangue sono state le peggiori della mia vita. Se fossi risultata positiva tutto quello che abbiamo costruito in questi mesi sarebbe stato perduto. Nemmeno io avrei potuto impedire la tua espulsione!” Marie avrebbe voluto dire ancora qualcosa ma non vi riuscì. Si era appena resa conto di quanto veramente fosse stata in ansia per la ragazza e di quanto avesse avuto paura di perderla. Jennifer sapeva che quanto la tutrice le diceva era vero. Strinse a sé la mano della donna, piangendo e prostrandosi davanti a lei. Con la mano libera Marie la carezzava dolcemente, turbata. Ad un tratto la ragazza si scosse. Senza dire una parola tornò ad assumere la posizione per la punizione aiutandosi attivamente con le mani a separare i glutei mostrando il piccolo ano. Marie sorrise commossa per la devozione della giovane. Poi, contemplando quel piccolo bocciolo che molte volte le sue dita avevano violato, lottò fino a scacciare dalla sua mente ogni sentimento che non fosse la lussuria. Se tutto andava come doveva quella notte stessa la piccola apertura avrebbe ricevuto nuove e più interessanti stimolazioni. Prima però bisognava terminare la punizione. Marie si alzò in piedi e rimise la sedia in posizione, si sedette a cavalcioni della stessa e cominciò a usare il flagello. Grazie al contributo di Jennifer i colpi ora penetravano facilmente nelle sue più tenere carni. Ogni colpo strappava alla ragazza guaiti di dolore. A volte dopo un colpo non poteva fare a meno di abbandonare per qualche istante la presa in preda agli spasmi del dolore. Altre volte le dita si contraevano ferocemente sui glutei, dimentiche del tormento che anch’essi avevano subito. In questi casi al primo urlo ne seguiva un secondo, più soffocato, conseguenza della sofferenza che s era procurata da sola. Questi gemiti bitonali eccitavano enormemente la tutrice che si sentiva spinta sul margine dell’orgasmo ogni volta che Jennifer ne emetteva uno. Spesso interrompeva la punizione per prolungare il proprio piacere e l’agonia della sua vittima. Quando pose termine alla sessione fu più per la paura di abbandonarsi al desiderio di sodomizzare la ragazza con le dita umide dei propri umori che per la reale effettività della punizione. Finito il tormento Jennifer chiese e ottenne il permesso di ritirarsi. Pochi minuti dopo Marie la raggiunse. La ragazza, come per tutta la settimana, era sdraiata per terra ai piedi del letto. Non si era ancora addormentata e sapeva che non sarebbe stato semplice riuscirci nelle sue condizioni. Solo il tappeto e una coperta la separavano dal duro pavimento. Mentre si preparava per la notte la donna disse alla ragazza che dato che aveva ben sopportato la punizione le concedeva di dormire nel letto insieme a lei. Jennifer ringraziò ma prima di distendersi la tutrice le rivolse ancora la parola. “Dimmi cara, indossi ancora quella biancheria così stretta che ti ho fatto mettere?” “Sì, Madame. Non mi ordinato di cambiarla ...” rispose la ragazza timorosa di aver mancato in qualcosa. “Non ti preoccupare, hai fatto benissimo” disse la donna sorridendo, felice della disciplina acquistata dalla sua pupilla. “Però non credo sia più necessaria. Data la punizione che hai subito ti concedo di dormire con la sola camicia da notte, senza biancheria intima.” “Grazie, Madame” rispose Jennifer iniziando a spogliarsi dei fastidiosi indumenti. Qualche minuto dopo entrambe erano nel letto. Jennifer sdraiata sul fianco sinistro dava le spalle alla tutrice che inginocchiata dietro di lei stava armeggiando con un tubetto. Alla fine la donna parlò alla ragazza. “Jennifer, gli strumenti che ho usato su di te sono fatti per non procurare delle lesioni però, data la delicatezza dei tessuti nei luoghi dove sei stata punita, dobbiamo essere prudenti. Perciò ora ti applicherò una crema particolare che ti aiuterà a recuperare e impedirà eventuali infezioni. Puoi rimanere in questa posizione?” “Sì, Madame. Grazie” rispose la ragazza, invero con non molto entusiasmo. Senza perdere altro tempo la tutrice cosparse la pomata sulla sua mano destra. Fatto ciò la infilò senza esitazioni dentro l’ampia camicia da notte della giovane e iniziò a farla risalire verso i seni della ragazza. Prese quindi a massaggiarli con molto vigore, riattizzando la sensazione di dolore e strappando a Jennifer alcuni gemiti soffocati. Soddisfatta del risultato Marie fu caritatevole e alleggerì il tocco, trasformando il massaggio in una serie di delicate carezze. Continuò fino a che non sentì i capezzoli della ragazza inturgidirsi e il respiro divenire più rilassato. Interruppe quindi la somministrazione ritirando la mano. Sollevò poi la camicia da notte di Jennifer fin sopra i fianchi della ragazza e si cosparse nuovamente le mani con l’unguento. Fatto ciò la mano sinistra prese a dirigersi tra le gambe della giovane. Sfiorando i peli del pube si aprì la strada verso il sesso. Per facilitare l’accesso Marie inserì l’altra mano, da dietro, tra le cosce di Jennifer, spingendo lievemente verso l’alto la gamba destra. La ragazza assecondò docilmente le intenzioni della donna, piegando verso l’alto la gamba e spalancando alle dita della tutrice la via verso il proprio scrigno. Quando Jennifer sentì il tocco estraneo sull’esterno della vulva fu scossa da un brivido ed emise un gemito. “Ti ho fatto male, tesoro?” chiese Marie sapendo perfettamente che non era stato il dolore a far gemere la ragazza. “No, Madame. Scusi” rispose Jennifer. “Ascolta cara, se senti male dimmelo e mi fermerò subito. D’accordo?” “Sì, Madame. Grazie.” Marie sorrise. Aveva concesso alla sua vittima la possibilità di fermarla ma solo per evitare il dolore. Però Marie, per la prima volta, non voleva dare dolore ma piacere alla sua giovane schiavetta. Era sicura che la ragazza non avrebbe osato interromperla solo perché imbarazzata dalla intimità delle carezze ricevute, specialmente se queste fossero risultate piacevoli. Rassicurata Jennifer, Marie riprese a dedicarsi al sesso della giovane. Inizialmente si limitò a far scorrere le dita sull’esterno della delicata conchiglietta. Nel frattempo spiava attentamente ogni espressione del viso di Jennifer. Non era semplice perché la ragazza le dava la schiena e lei doveva accontentarsi di guardare dall’alto il suo profilo. Jennifer era visibilmente agitata, respirava affannosamente. Marie attese pazientemente che riacquistasse un po’ di calma. Iniziò quindi ad accarezzare la fenditura tra le labbra esterne senza però fare entrare le dita nel santuario. Visto che la ragazza reagiva bene, prese a inserire le dita più in profondità. Millimetro dopo millimetro, con lentezza esasperante, le dita trovarono rifugio nella cavità come serpenti sotto un sasso. Il volto di Jennifer avvampava mentre il cuore pompava forsennatamente. Le dita affusolate di Marie iniziarono cautamente a danzare dentro il sesso della ragazza. Nel frattempo l’altra mano della tutrice aveva iniziato a ungere il solco tra i glutei di Jennifer per poi dedicarsi alla piccola apertura posteriore. La donna aveva scelto con cura il momento in cui sferrare questo secondo assalto. Sapeva che l’ano della ragazza era stato sodomizzato troppe volte, in preparazione di un clistere, perché Jennifer risultasse sconvolta dall’azione. Però sperava anche che la penetrazione anale, per quanto non inedita, l’avrebbe distratta dal trattamento praticato ai genitali, abbastanza da farle accettare una più decisa stimolazione del sesso. Quando le dita iniziarono a saggiare la resistenza dello sfintere di Jennifer, Marie ebbe l’impressione che un brivido di piacere scuotesse la ragazza. Senza ulteriori esitazioni la tutrice infilò l’indice nell’ano della sua amata. Istintivamente Jennifer spostò in avanti il bacino per allontanarsi dall’intruso. Così facendo però finì per spingere ancor più in profondità le dita che ospitava nella vulva. Sentendo queste affondare oltre le piccole labbra, la ragazza spinse il bacino in direzione opposta con l’unico risultato di far penetrare completamente l’indice nel suo posteriore. Jennifer ansimava e mugolava e ogni tentativo di ritrovare il controllo di sé sembrava solo peggiorare la situazione. “Calma piccola mia, va tutto bene ... va tutto bene ...” intervenne Marie parlandole con il tono dolce e rassicurante con cui una madre culla la propria bambina, spaventata da un temporale notturno. Mentre la ragazza si calmava la tutrice prese a massaggiarle l’ano e la vagina. Presto un secondo dito trovò accoglienza nel buchetto posteriore mentre le dita dell’altra mano avevano preso a viaggiare avanti e indietro dalla vagina alla clitoride, sempre pretendendo di ignorare che non era certo più unguento medicinale la sostanza che le bagnava. Marie tornò a spiare il viso di Jennifer. Era bellissima. Gli occhi chiusi, le guance infuocate, i soffici capelli scompigliati sparsi sul cuscino. Ad un tratto le sue labbra ebbero un fremito e la bocca si spalancò leggermente. Dalla sua gola usci un sospiro affannato. Immediatamente prese a mordersi il labbro inferiore contraendo il volto nel palese sforzo di non gemere. Lo sforzo della ragazza per non far trasparire il proprio piacere eccitò Marie che riprese a darsi da fare con più decisione. La tutrice si era già accorta che la ragazza non era più vergine quando l’aveva penetrata per insegnarle a contrarre la muscolatura vaginale. Conoscendo il suo passato non se ne era stupita ma ne era comunque dispiaciuta. Non per sé stessa visto che in fondo la cosa poteva tornare a suo vantaggio ma per Jennifer. In base alle confidenze che la ragazza le aveva fatto, Marie era convinta che la sua prima volta aveva avuto ben poco a che fare con l’amore o la gentilezza. Certo anche per lei era stato lo stesso ma lei non era mai stata giovane, indifesa e spaurita come la sua pupilla. Tutto ciò che poteva fare adesso era darle piacere e sperare di essere perdonata per le sue crudeltà. La donna riprese ad affondare le dita nell’ano di Jennifer e continuando a spingere costrinse la ragazza a impalare la propria vagina contro le dita che la attendevano alla sommità. Senza prestare attenzione al sospiro emesso della giovane, Marie prese a masturbarla premendo con decisione il palmo della mano contro la clitoride senza più alcuna remora ma sempre con una certa delicatezza. Alla stessa maniera nell’ano le dita si muovevano lentamente avanti e indietro come un pistone oppure ruotavano e si contorcevano, deliziate dalla pressione della caverna di carne che cercava di richiudersi. Dopo molti secondi di trattamento Jennifer non riuscì a trattenere un grugnito di piacere. La tutrice rallentò appena la sua azione e si chinò per quel po’ che le era possibile verso il volto della ragazza. “Ti ho fatto male? Vuoi che smetta?” le sussurrò la donna fingendo di avere confuso il gemito di piacere con uno di dolore. Jennifer sembrò voler rispondere immediatamente ma poi si trattenne per qualche istante. Entrambe sapevano che questa era l’ultima possibilità per la ragazza di fermare la procedura in un modo diverso che non con l’orgasmo. “Noo ... la prego ... non mi fa male ...” disse infine la ragazza cercando invano di essere più coerente. Marie continuò così le sue carezze mentre Jennifer respirava sempre più profondamente gemendo ogni volta che espirava. Per lunghi minuti le esperte dita della donna navigarono nelle intimità della ragazza suonando, come su un pianoforte, l’eterna sinfonia dell’amplesso. Ad un tratto i gemiti di Jennifer si fecero sempre più scoperti e dopo qualche istante Marie sentì l’ano e la vagina della ragazza contrarsi in preda a violenti spasmi incontrollati. Marie continuò a carezzare la giovane fino a quando la forza della tempesta non scemò. Quindi abbassò la camicia da notte di Jennifer e le rimboccò le coperte. Jennifer, stremata dalle emozioni della giornata, si addormentò immediatamente senza avere nemmeno la forza di pensare a quello che era successo. Marie invece si sfilò dalla mano il guanto di gomma che aveva usato per proteggere le dita che avevano sodomizzato la ragazza. Si tolse poi reggiseno e mutandine rimanendo con solo la sottoveste di seta. Infine sdraiata al fianco di Jennifer, poté finalmente dare sfogo alla propria passione masturbandosi tenendo la mano sinistra sul viso per poter assaporare l’odore del piacere della sua amata. CAPITOLO X - UNA NUOVA VETTA L’esperienza di quella notte non sembrò cambiare i rapporti tra tutrice e pupilla. Entrambe continuarono a comportarsi come se nulla di particolare fosse successo. Se Jennifer era effettivamente confusa sui suoi sentimenti nei confronti dell’altra, per la donna vi era invece il timore che il suo tornare su quanto vi era stato potesse tradire la sua bramosia e spaventare la giovane. Nonostante ciò, Marie sarebbe stata ben lieta di prendersi nuovamente cura della ragazza ma la diligenza e i buoni voti di Jennifer precludevano una punizione sufficientemente severa da poter giustificare la successiva ‘profilassi’. La donna meditava da qualche giorno se fosse il caso di fare un’avance più palese quando la ragazza le offrì una nuova occasione. Una sera la tutrice notò infatti che Jennifer si limitava a spilluzzicare il cibo e che di fatto aveva praticamente saltato la cena. Le venne in mente che in effetti, da un paio di giorni, la giovane mangiava ben poco. Anche l’espressione del viso era diversa. Appariva tesa e stanca. Preoccupata la donna chiese a Jennifer se si sentisse poco bene. La ragazza rispose di stare bene ma di essere nervosa per il compito in classe di greco che si sarebbe svolto l’indomani. Le preoccupazioni non erano fuori luogo. La materia era quella in cui più aveva accumulato ritardi e nella quale non aveva ancora rimediato a sufficienza da garantirsi una piena promozione. L’esame del giorno successivo sarebbe stato probabilmente decisivo. “Ti sei impegnata molto per prepararti bene e sono sicura che otterrai un bel voto. Forse però è meglio che tu vada a dormire presto stasera per essere ben riposata domani” disse infine Marie cercando di consolare la giovane. “È tutto inutile! Sono due notti che riesco ad addormentarmi solo tardissimo e per come mi sento credo che stanotte non dormirò affatto!” rispose affranta Jennifer. “Forse un lungo bagno caldo ...” “Ho già provato ieri. Non è servito a nulla.” La ragazza fece una breve pausa prima di riprendere a parlare. “Madame ...” “Sì, cara. Cosa c’è?” “Non potrebbe darmi qualcosa per dormire ... un sonnifero o qualcosa del genere?” “Non credo di averne e comunque non te ne darei. Non si possono risolvere i propri problemi prendendo pastiglie. Dovresti saperlo meglio di me.” “Ha ragione, Madame. Mi scusi” rispose Jennifer a testa bassa, sinceramente pentita della sua richiesta. Finirono la cena in silenzio. La ragazza aveva appena iniziato a sparecchiare quando Marie ebbe un’illuminazione. “Jennifer?” “Sì, Madame?” “Forse mi è venuto in mente un metodo che ti aiuterà a rilassarti e a dimenticare la tensione.” “Di cosa si tratta?” chiese la ragazza improvvisamente sorridente. “Di un bel clistere caldo.” Udite queste parole Jennifer era sbiancata. Con tutti i suoi problemi un clistere era davvero l’ultima cosa di cui aveva bisogno! Prima però che potesse obiettare qualcosa Marie riprese a parlare. “So cosa stai pensando ma ti sbagli. I clisteri che sei abituata a ricevere servono a punirti ed è quindi ovvio che siano spiacevoli. Un clistere però può servire a molti scopi diversi. Quello che ho in mente non ti darà alcun fastidio, anzi dovrebbe risultare una piacevole esperienza.” La ragazza era ancora visibilmente perplessa. La donna le si avvicinò e carezzandola lievemente riprese a parlare. “Naturalmente non sei obbligata a riceverlo se non lo vuoi. Comunque se accetti hai la mia parola che non te ne pentirai. Tu hai fiducia in me non è vero?” Marie sorrideva, sapeva bene quale sarebbe stata la risposta. “Certo Madame ... va bene. Accetto” fu infatti la risposta di Jennifer. Marie spiegò che la procedura avrebbe richiesto un certo tempo e che non era il caso che Jennifer, rilassata o meno, andasse a dormire troppo tardi. Perciò istruì la ragazza affinché si somministrasse da sola due clisteri preparatori mentre lei si sarebbe occupata di lavare i piatti e di preparare la somministrazione finale. Non era quella la prima volta che Jennifer veniva incaricata di autoinfliggersi dei clisteri. Marie adorava assaporare la profonda umiliazione della ragazza quando questa doveva lubrificare il proprio ano o sodomizzarsi con il beccuccio. La prima volta che la giovane era stata costretta a farlo aveva pianto come una fontana dall’inizio alla fine della procedura. Era stato magnifico! Purtroppo questa volta non avrebbe potuto assistere ma contava di rifarsi in seguito. Jennifer seguì scrupolosamente le istruzioni della sua tutrice. La donna le aveva ordinato un primo clistere col acqua e succo di limone. Era sicuramente uno dei più temuti da Jennifer perché le procurava crampi terribili. La ragazza non ebbe la forza di opporsi alla volontà dominatrice di Marie ma non poté non pensare che se per la tutrice questo era il modo di iniziare una sessione non punitiva il seguito sarebbe stato ben peggiore. Però si sbagliava. Il secondo clistere che le fu ordinato era semplicemente di acqua e soda, usualmente utilizzato alla fine di una serie di somministrazione per eliminare dagli intestini i residui di sostanze irritanti e che non era particolarmente spiacevole. L’intera procedura richiese più di un’ora prima che Jennifer, ripresasi dall’ultima evacuazione, si presentasse davanti alla donna. La trovò in cucina intenta ad armeggiare con pentole e fornelli, impegnata a preparare la temuta medicina. Indossava un accappatoio di spugna bianco e il capelli, ancora umidi, le cadevano fluenti sulle spalle. Era evidente che mentre lei era indaffarata con i clisteri, la tutrice aveva avuto il tempo di fare una doccia. Ancora una volta la ragazza non poté fare a meno di ammirare la bellezza della donna. Le venne da pensare che anche se entrambe stavano indossando un identico accappatoio lei sembrava un fagotto informe mentre l’altra appariva sensuale come se indossasse una sottoveste sexy. Involontariamente emise un sospiro che fece voltare Marie verso di lei. “Qualcosa che non va?” chiese la tutrice. “No ... no, davvero ...” rispose Jennifer arrossendo e abbassando lo sguardo visibilmente imbarazzata. “Avanti, tesoro. Dimmi che c’è” insistette la donna avvicinandosi, attratta dal pudore della ragazza come un’ape dal miele. “È solo che lei è così bella ... io non potrò mai essere come lei …” confessò infine Jennifer. “Sei la solita stupidina! Cosa devo fare per convincerti di essere una bellissima ragazza? Prenderti a cinghiate?” Jennifer sorrise alla battuta mentre Marie avvicinava la bocca a quella della giovane per poi baciarla un istante soltanto. Per non lasciare spazio all’imbarazzo la donna chiese immediatamente alla ragazza di portare tutto l’occorrente per il clistere nel salotto. Una volta preparato il materiale Marie fece piegare Jennifer in avanti fino ad afferrare le proprie caviglie. Iniziò quindi con il consueto ardore a lubrificarle l’ano, già molto dilatato dai precedenti trattamenti. Una volta terminato fece distendere la ragazza sul sofà, coperto con un asciugamano. Come indicatole dalla donna, Jennifer si era sdraiata sulla schiena. Marie le infilò un braccio dietro le ginocchia e spinse in alto fino a quando le ginocchia della ragazza non si adagiarono sul suo petto acerbo. Non ordinò a Jennifer di mantenere la posizione comportandosi come se tenere la ragazza in quella postura non fosse per lei faticoso. Jennifer si sentì come una bambina alla quale non è nemmeno necessario chiedere di collaborare a ciò che le viene praticato. Era umiliante ma in qualche modo ciò la rassicurava. Marie, dopo avere infilato ancora un paio di volte le dita nell’ano della ragazza con la scusa della lubrificazione, inserì il beccuccio nel buchetto designato e lasciò la presa. Quindi si sedette anch’essa sul sofà, tenendo in grembo la testa della ragazza, e aprì il flusso del clistere. Jennifer sentì il liquido iniziare a fluire nel suo corpo. Era molto caldo ma non bollente e le dava una piacevole sensazione di benessere. “Madame ...” “Sì, cara?” “Potrei sapere cosa c’è nel clistere. Mi sembra diverso dagli altri.” “Certo, tesoro. Diciamo che è una specie di tè alle erbe. Una mia ricetta segreta. Ti piace?” Jennifer rispose con un sorriso alla domanda della tutrice. Poi ebbe un’ispirazione. “Per fortuna non si tratta di tè al limone!” disse ridendo. Entrambe sorrisero divertite mentre il clistere fluiva con estrema lentezza dentro gli intestini della ragazza. Marie aveva infatti sistemato la sacca non molto in alto proprio per ridurre la forza del flusso e rendere la somministrazione particolarmente lunga. Giustificandosi con la necessità di prevenire eventuali crampi la donna apri l’accappatoio di Jennifer e iniziò a massaggiarle il ventre. Lo stereo diffondeva nella stanza la voce vellutata di Sarah Vaughan. La ragazza non la conosceva fino a pochi mesi prima ma ora, per merito di Marie, l’amava alla follia. Jennifer si era ormai completamente abbandonata. Le note melodiose, il calore nel ventre e il tocco delle mani della tutrice la mandavano in estasi. Chiuse gli occhi per meglio assaporare tutte quelle sensazioni. Quando la Vaughan iniziò a cantare ‘My funny Valentine’ anche Jennifer iniziò a cantare con un filo di voce. Marie guardava estasiata la sua giovane protetta. Poteva esistere al mondo un essere più bello, più dolce e più desiderabile? Si poteva desiderare una schiava migliore? Si poteva evitare di diventare a propria volta schiavi di tanta delizia? Le dita della donna scivolarono dentro al folto boschetto della ragazza. Jennifer apri gli occhi. Marie prese a giocare coi peli pubici della giovane, intrecciandoli e annodandoli tra loro. Jennifer richiuse gli occhi e la tutrice interpretò il gesto come un invito a proseguire. Presto le sue dita si spostarono più in basso e presero ad accarezzare il morbido sesso. Come era successo qualche sera prima, le carezze divennero sempre più profonde e intime. Questa volta però senza più la pretesa di effettuare una medicazione. Jennifer aveva smesso di cantare ma continuava a tenere gli occhi chiusi, facendo finta di nulla. Il suo corpo però la tradiva e Marie era perfettamente consapevole del piacere che dava alla sua amata. Ad un tratto la donna si fermò. “Jennifer ...” “Sì, Madame” rispose la ragazza timorosamente. Aveva paura che la tutrice potesse avere scoperto la sordida natura delle proprie sensazioni, che credeva di poterle nascondere, e temeva il suo disprezzo. La donna però aveva tutt’altre intenzioni. “Mia cara, la sacca è quasi vuota. Pensi di farcela a resistere se la riempio ancora un po’?” “Sì, Madame. Non si preoccupi, sarò brava” rispose Jennifer. Si sentiva sollevata. Non le importava nulla di quanti litri l’avrebbero invasa. Tutto ciò che la interessava era che non venissero meno le carezze della donna e quella piacevole sensazione di calore e di pienezza nel ventre che sembrava moltiplicare il proprio piacere. Marie versò dell’altro liquido nella sacca che era aperta nella parte superiore e riprese a masturbare la giovane. Dopo qualche tempo Jennifer sentì che la donna le stava sfilando il beccuccio dall’ano. Aprì gli occhi e vide che la sacca si era completamente svuotata. Non sapeva quanto liquido le era stato somministrato. La sacca poteva contenere circa due litri ma Jennifer non si era curata di accertare quanto ‘tè’ era stato aggiunto dopo che si era svuotata la prima volta. Per farsi una idea si guardò ventre. Era estremamente dilatato. Sicuramente aveva ricevuto più di tre litri eppure non provava alcunché di spiacevole. “Tutto bene, cara?” chiese Marie a cui non era sfuggita l’azione della ragazza. “Sì, Madame. Va tutto bene.” “Pensi di riuscire a trattenerlo per qualche minuto o preferisci andare a liberarti?” chiese la donna solleticando la clitoride con l’indice. “No! No! Ce la faccio! Posso farlo, non si preoccupi.” Marie sorrise di fronte alla concitata risposta di Jennifer. Era evidente che la ragazza stava decisamente apprezzando il trattamento. “Sei proprio un brava bambina!” disse la donna accarezzando la guancia arrossata di Jennifer con la mano libera. La tutrice continuò a stimolare la ragazza che adesso teneva gli occhi ben aperti e fissi su di lei. I movimenti che aveva fatto, prima per riempire la sacca e poi per rimuovere il beccuccio, avevano allentato l’allacciamento dell’accappatoio scoprendo buona parte di un seno. Jennifer si sentiva irresistibilmente attratta da quel grande frutto carnoso. Non riusciva a pensare ad altro. Con la mente annebbiata dal piacere e dal desiderio alzò una mano e scoprì interamente il seno della donna. Prima ancora che Marie potesse accorgersene la bocca della ragazza stava divorandole la mammella mentre, protetta dall’oscurità del palato, la lingua le tormentava incessantemente il capezzolo turgido. Marie accavallò le gambe e le spostò leggermente affinché queste potessero meglio sostenere la schiena di Jennifer rendendo più agevole il suo operato. Pose anche la mano dietro la nuca della giovane stringendola ancor di più a sé. La ragazza continuava a succhiare avidamente con la determinazione di un cucciolo affamato che deve lottare con i fratelli per conquistare il prezioso nutrimento materno. Marie era eccitata dalla passione della giovane anche se avrebbe preferito che Jennifer fosse più delicata. La tutrice si rese però conto che la ragazza non stava affatto cercando di darle piacere ma solo di prenderne per sé. Un passo avanti rispetto al solo permettere di essere masturbata ma una piccola delusione per chi desiderava una vera amante e non un semplice bambola da accarezzare. Marie prese in considerazione l’idea di dare alla sua pupilla qualche istruzione su come rendere più gradevole quel pasto particolare ma desistette. Era ormai chiaro che Jennifer si stava rapidamente avvicinando all’orgasmo e lei voleva conservare questa esperienza per dopo. Così cessò l’esplorazione del sesso della giovane e le parlò. “Penso che sia venuto il momento di liberarti del clistere, mia cara.” “Cosa? ... No ... posso tenerlo ancora ... davvero ...” rispose Jennifer. “Mi dispiace tesoro ma hai già ritenuto la purga troppo a lungo. Adesso devi andare in bagno.” Jennifer, non potendo spiegare il motivo per cui avrebbe voluto rimandare il rilascio, non poté fare altro che obbedire. La tutrice la accompagnò, a braccetto, nella stanza da bagno e quando ne uscì lasciò la porta aperta. Si mise in una posizione che le consentisse di tenere d’occhio la ragazza. In questo modo la giovane, conscia di essere osservata, non avrebbe avuto il coraggio di soddisfare il proprio istinto accarezzandosi da sola. Una volta rilasciato interamente il contenuto delle proprie viscere e adeguatamente ripulitasi, Jennifer tornò a indossare l’accappatoio e andò nel salotto. Mentre era lì ebbe un improvviso mancamento e se non fosse stato per Marie, pronta a sorreggerla, sarebbe caduta in terra. “Ti gira la testa?” le chiese la donna. “Sì, Madame.” “Non ti preoccupare, è una normale reazione fisiologica. Hai tenuto il clistere troppo a lungo e l’intestino ha assorbito parte del liquido modificando gli l’equilibrio degli elettroliti. La prossima volta metterò un po’ di sali nel liquido per evitare questo inconveniente. In ogni caso non ti preoccupare, presto starai benone!” Detto questo Marie prese in braccio la ragazza, dirigendosi quindi verso la camera da letto. Jennifer, colta di sorpresa, abbracciò forte il collo della donna per paura di cadere. Poi allentò la presa. Sapeva bene quanto forte fosse la tutrice. Sapeva soprattutto di essere al sicuro insieme a lei. Mentre veniva portata su per le scale, senza alcuno sforzo apparente da parte della donna, ritrovò quella sensazione di protezione che aveva provato da bambina quando la madre la prendeva in braccio per consolarla di una caduta o per farla riposare dopo una lunga camminata. Erano anni che non ripensava a quegli ultimi momenti felici della sua infanzia. Erano anni che non si sentiva così felice e tranquilla. Tornò ad abbracciare strettamente la tutrice, questa volta non per scacciare la paura ma per il bisogno di ricambiare l’amore ricevuto. Quando vide la donna restituirle un caldo sorriso, chiuse gli occhi e si abbandonò. Non era più sola! Non era più sola! Per la prima volta nella sua vita pianse di felicità. Arrivata in camera da letto Marie depose delicatamente sul letto la ragazza. Poi le si sdraiò accanto, su un fianco. Accarezzandole il viso umido di pianto le chiese se stava bene. “Sì, Madame. Grazie.” “Ma stai piangendo ...” “Non è per il dolore ... è che ...” “Coraggio, bambina mia. Sai di potermi dire tutto.” “È solo che ... sono felice che lei si prenda cura di me!” “E io sono felice di farlo, bambina mia” concluse Marie prendendo a baciarle le guance, asciugandone le lacrime. Prese poi a salire, baciandole gli zigomi e infine posando le labbra sulle palpebre chiuse della ragazza. Nel frattempo aveva insinuato una mano nell’accappatoio della giovane. Solo le dita toccavano la pelle di Jennifer, scendendo dallo sterno fino al ventre caldo sopra il quale poggiò il palmo. “Non hai più crampi?” chiese Marie per dare una giustificazione all’intrusione. “No, Madame. Ma ... forse un massaggio ... mi aiuterebbe a rilassarmi ...” rispose Jennifer con un filo di voce. Marie la guardò negli occhi e sorrise. “Sei sicura che sia un massaggio quello che vuoi?” “Non capisco ...” replicò la ragazza. Per tutta risposta la donna fece scivolare la mano tra le cosce della giovane che ebbe un sussulto. “È questo ciò che desideri, bambina mia?” chiese Marie carezzando con le dita il sesso della ragazza. “Mi è sembrato che ti piacesse molto. Mi sbaglio?” “Oh! Madame, io ... io ... mi spiace ...” “Shhh! Non ti preoccupare, bambina mia. Non sono arrabbiata. Un lungo e caldo clistere spesso ... riscalda anche altre cose. E in ogni caso non devi mai vergognarti di provare piacere. È una cosa naturale e non c’è nulla di male in questo. È un po’ come una tazza di cioccolata ... solo che non fa ingrassare ...” Marie continuò a parlarle a lungo con un tono basso e suadente. Alternava le parole a piccoli baci sulle guance, sul collo e sulle labbra. Jennifer però non capiva ciò che le veniva detto. Sentiva solo le carezze delle dita e delle labbra dell’altra e il suono melodioso e ipnotico della sua voce. Visto che la ragazza non sembrava turbata da quello che stava succedendo, Marie decise di procedere oltre prendendo a baciarle i seni. Poi finalmente poté dedicarsi a capezzoli che tanto aveva bramato. Li baciò e leccò, infine li strinse tra i denti, delicatamente ma con decisione, mentre la lingua non cessava di stimolarli, schiacciandoli contro il palato. Jennifer non aveva ormai più remore nel mostrare il proprio piacere. Mugolava e sospirava, arcuando la schiena per meglio offrirsi alla tutrice. Passò una mano tra i folti capelli della donna, afferrandole la nuca e stringendola a sé. Marie, accortasi dello stato di eccitazione della sua giovane amante, decise di tentare di strapparle ulteriori concessioni. “Piccola mia ... ascolta …” “Cosa?” “Ti spiacerebbe se anche io mi prendessi un po’ del piacere che ti sto dando?” “No, Madame ...” “Ti lascerai fare qualsiasi cosa?” “Sì, Madame ...” “Dimmelo ... voglio sentirtelo dire!” “Può fare di me ciò che vuole ... la prego non smetta ...” Era chiaro per Marie che Jennifer non era in grado di rifiutarle nulla. Un’occasione che non doveva lasciarsi scappare. Fece ricorso a tutta la sua abilità di giocoliera per non smettere di masturbare la ragazza mentre recuperava dal cassetto del comodino ciò di cui aveva bisogno. Li aveva riposti lì sin dal momento il cui aveva fatto traslocare la ragazza nella propria camera per essere sicura di averli facilmente sottomano in caso di necessità. Jennifer la vide con la coda dell’occhio, estrarre dal cassetto prima un piccolo tubetto di lubrificante e poi un oggetto mai visto. Assomigliava a un fallo dalla cui base partivano alcune cinghie di cuoio. Osservò la donna allacciarsi senza esitazione le cinghie attorno ai fianchi, fissando così il fallo sul pube. A quel punto la giovane credette di aver compreso come lo strumento sarebbe stato utilizzato. Si dovette però ricredere perché la tutrice desiderava che il fiore profumato della fanciulla sbocciasse solo fra le sue dita e non voleva che fosse stuprato da quell’attrezzo più di quanto non desiderasse che lo fosse da un suo fratello di carne e sangue. Marie fece piegare la ragazza su di un fianco, con le spalle rivolte verso di lei. Qualche istante dopo Jennifer sentì le dita della tutrice iniziare a lubrificarle l’ano. Presto due dita furono dentro di lei, massaggiandole il retto mentre altre dita facevano lo stesso con la vagina. La giovane constatò sorpresa che la penetrazione anale che tante umiliazioni e tanto imbarazzo le aveva procurato in passato, adesso le sembrava non meno piacevole delle carezze che venivano somministrate alla caverna gemella. Il solo pensiero, come una scossa elettrica, moltiplicò in lei il piacere e la spinse a ripromettersi di non rifiutare nulla di sé alla donna che così bene si prendeva cura dei sui bisogni. Marie, una volta che ritenne lo sfintere completamente rilassato, ritirò le dita dall’apertura e iniziò a premervi contro la punta ben lubrificata del fallo. Jennifer si irrigidì quando si rese conto di stare per essere sodomizzata ma le carezze e le parole di incoraggiamento che la donna le versava nelle orecchie la convinsero ad accettare serenamente il suo fato. La punta del fallo entrò con inaspettata facilità nell’ano della ragazza e proseguì la sua strada sempre più in profondità. Marie continuò a infilare il pene artificiale nel retto della giovane fino a quando non sentì il pube premere contro le natiche di Jennifer. La ragazza aveva reagito bene alla penetrazione limitandosi a qualche grugnito e a qualche gemito. La tutrice era molto soddisfatta. Certo il fallo che aveva usato era il più piccolo tra quelli che possedeva e quasi insignificante rispetto a quelli ben più sostanziosi che Jennifer avrebbe dovuto imparare a sopportare. Ma anche se di dimensioni ridotte era pur sempre di grandezza più che rispettabile per una apertura vergine a simili mostri. Una volta terminato l’affondo, Marie concesse alla ragazza una piccola tregua per consentirle di abituarsi all’intruso. Poi prese a muovere avanti e indietro il bacino e con esso lo strumento insaziabile. Prima lentamente, poi con sempre maggiore decisione, l’ano di Jennifer veniva stuprato senza tregua. Nel frattempo una mano continuava stimolare il sesso della giovane mentre l’altra le strizzava senza pietà seni e capezzoli. Contemporaneamente i denti e la lingua della donna si alternavano nel tormentarle l’orecchio. Mano a mano che Jennifer si avvicinava all’orgasmo, il ritmo e la violenza della sodomizzazione crescevano. Fino dal momento in cui l’oggetto l’aveva penetrata la ragazza era come stordita, incapace di ogni resistenza, stupefatta delle sensazioni che stava scoprendo. Per lei il fallo non aveva nulla a che fare con il corrispettivo reale del quale aveva le fattezze. Era invece come un nuovo lungo dito con cui la sua signora riusciva a carezzarla nei suoi più profondi e sconosciuti recessi, regalandole piaceri inebrianti e inaspettati. Ad un certo punto il piacere divenne insostenibile e non poté resistere più. Lanciando un lungo urlo, lasciò il piacere scorrere liberamente attraverso il suo corpo mentre l’eco del suo grido annunciava alla notte il suo più grande orgasmo. Era ancora intontita quando sentì che la tutrice, dopo avere liberato ambedue dall’attrezzo, la riavvolgeva nell’accappatoio e ricopriva poi entrambe con le coperte. Sorridendo si crogiolò al calore del corpo della donna premuto contro la propria schiena mentre sentiva le braccia di lei che si stringevano attorno a sé come una muraglia che l’avrebbe protetta dal mondo crudele. Ebbe appena il tempo di ascoltare la tutrice che le dava la buona notte baciandola sulla guancia prima di scivolare in un lungo sonno tranquillo. CAPITOLO XI – UNA SERATA PARTICOLARE Il giorno successivo scorse via tranquillo. Ancora una volta nessuna delle due ebbe il coraggio di parlare di quanto accaduto la sera precedente. L’unico argomento di conversazione fu l’andamento del compito in classe di Jennifer. La ragazza sembrava non avere idea del suo esito ed era molto nervosa. Subito dopo cena, Marie lanciò a Jennifer un’occhiata indecifrabile che destò l’attenzione della giovane. Di sicuro la donna aveva qualcosa in mente e per lei questa non era sempre una buona notizia. “Sai cara, oggi ho fatto una cosa non molto corretta. Ho abusato della mia posizione per ottenere un vantaggio personale” esordì la tutrice. “Ho chiesto alla professoressa Martin, a titolo di favore personale, di correggere immediatamente il tuo compito e di farmi sapere come era andato.” Jennifer smise letteralmente di respirare aspettando che la donna si decidesse a dirle il risultato della prova. “Mi ha detto che hai commesso diversi errori ma nel complesso c’è un grande miglioramento e che ti assegnerà una B.” La ragazza incredula non reagì, limitandosi ad osservare Marie che le sorrideva. “Credo proprio che se ne otterrai un’altra nel prossimo test e se gli altri tuoi voti non peggioreranno riuscirai a essere promossa alla fine dell’anno!” Ci vollero alcuni secondi prima che Jennifer riuscisse a realizzare che tutte quelle settimane di punizioni e di studio disperato avevano davvero compiuto il miracolo. Era così emozionata da non potere tenere dentro di sé ciò che provava, così si lanciò tra le braccia della donna, quasi in lacrime. “Grazie! Grazie!” “Perché mi ringrazi? È merito dei tuoi sforzi se sarai promossa.” “No, non è vero! Senza di lei non ci sarei mai riuscita. Io ... io ...” “Coraggio, bambina mia! Non ti vorrai mettere di nuovo a piangere, non è vero?” “È che io ...” Non riuscì a dire altro. Jennifer e Marie rimasero a lungo abbracciate, parlandosi solo con gli occhi. Seno contro seno, ventre contro ventre. Ad un certo punto l’abbraccio si fece più forte e la donna avvicinò le labbra a quelle della ragazza. La giovane chiuse gli occhi e aprì appena la bocca anticipando quanto stava per accadere. Nessuna forza al mondo avrebbe ora potuto impedire a Marie di tuffarsi in quel gorgo. Le loro labbra si serrarono insieme, staccandosi appena solo per cambiare l’inclinazione del capo. Continuarono a baciarsi con una passione sconosciuta ad entrambe fino a quando i loro polmoni non riuscirono più a soddisfare la richiesta d’ossigeno dei cuori che pompavano impazziti. Costrette a rompere il bacio rimasero strette l’una all’altra, ansimanti e affamate. “Che ne dici se stasera andiamo a letto presto, piccola mia?” chiese all’improvviso Marie con gli occhi che le bruciavano di desiderio. “Spero che non abbia delle cattive intenzioni, Madame …” rispose Jennifer maliziosa. “Cosa te lo fa pensare, mia cara?” Scoppiarono entrambe in una risata nervosa. Poi Marie prese in braccio la ragazza, come se fosse una bambina piccola, e la portò fino all’alcova. Passarono la notte ripetendo più volte la lezione della sera precedente. Questa volta però la donna si sentì libera di trarne un maggiore diletto. Per festeggiare il buon andamento degli studi della sua protetta, Marie decise che il sabato successivo sarebbero andate a cenare in città. Quella sera la donna decise di guidare la vecchia mercedes. La ragazza sedeva accanto a lei ma mentre la donna indossava un elegante completo, Jennifer aveva indosso solo una tuta da ginnastica. Non si era trattata di una sua scelta ma di un preciso comando della tutrice. Arrivate in centro, la donna parcheggiò personalmente l’auto nell’area riservata ai clienti del ‘Blue Lady’, il ristorante più esclusivo e costoso della città. Jennifer era sempre più nervosa all’idea di dovere entrare in quel tempio snob con indosso una semplice tuta. Tutti l’avrebbero guardata con l’aria di chi trova una mosca nella minestra. Perché la tutrice voleva farle questo? “Qualcosa che non va, mia cara?” chiese la donna appena furono uscite dalla vettura. “Be’ ... ecco ... non credo che i miei vestiti vadano bene per questo posto ...” “Vorresti qualcosa di più elegante? Chissà forse potresti trovare qualcosa sui sedili posteriori ...” Incerta, Jennifer aprì una porta posteriore dell’auto e vide due grossi pacchi appoggiati sul fondo della macchina, dietro ai sedili anteriori. Contenevano un abito e un paio di scarpe in tinta. Senza dire una parola Marie chiuse le tendine parasole della mercedes e invitò la ragazza ad usare l’improvvisato spogliatoio per cambiarsi mentre lei la attendeva fuori. Con qualche difficoltà Jennifer riuscì a portare a temine il compito. Una volta rivestitasi fu però piuttosto imbarazzata. L’abito da sera, di un bel rosa, era sicuramente elegante ma anche piuttosto audace. Estremamente aderente non nascondeva nulla delle sue forme tanto che per una volta la ragazza non rimpianse di non essere tutta curve come le sue compagne. Il vestito copriva completamente il décolleté e le spalle ma lasciava nuda gran parte della schiena così che Jennifer dovette rassegnarsi a non indossare il reggiseno. La cosa più preoccupante era però la lunghezza, o meglio cortezza, del vestito. Nemmeno le minigonne più sfrontate che aveva portato in passato potevano competere con ciò che stava indossando adesso. L’abito copriva a stento le mutandine! Uscita dalla macchina ebbe un altro problema. Le scarpe avevano alti tacchi a spillo ai quali non era abituata e che rendevano difficoltoso camminare se non andando a braccetto con la tutrice. Come se non bastasse si rese conto che la grande aderenza del vestito faceva sì che ogni suo movimento spingesse verso l’alto l’abito scoprendo cose che avrebbero dovuto rimanere celate e costringendola a continui aggiustamenti. Quando le due entrarono nel ristorante Jennifer era così imbarazzata da aver assunto lo stesso colore del suo vestito. Tanto la ragazza era a disagio quanto Marie in estasi. Almeno per una volta doveva essere grata agli uomini che avevano inventato così deliziosi metodi di sottomissione. Peccato per loro che quella preda fosse solo sua. La cena fu piacevole. Marie si dimostrò affabile e di buon umore tanto che Jennifer finì per sentirsi a suo agio nonostante il vestito. La tutrice le concesse pesino di bere qualche bicchiere di vino. “Non starà cercando di sedurmi, Madame?” non riuscì a trattenersi la ragazza. “Non credo di avere bisogno del vino per quello. Mi sbaglio?” Per tutta risposta Jennifer sorrise abbassando il capo per celare il suo rossore. Terminata la cena, le due decisero di fare una passeggiata in spiaggia al chiaro di luna. Marie rimase volutamente qualche passo indietro per poter godere delle splendide gambe della giovane che sembravano danzare sulla sabbia. La ragazza camminava scalza, tenendo le scarpe in una mano. Era felice ed euforica. Si divertiva a poggiare i piedi uno di fronte all’altro come un acrobata che cammini su una corda tesa. L’alcool rendeva difficile il compito e per mantenere l’equilibrio Jennifer doveva bilanciarsi tenendo le braccia allargate a mo’ di ali. “Uno splendido fenicottero ubriaco” pensò Marie. “Non mi hai detto se ti piace il vestito” disse all’improvviso la donna. “È bello però ... è un po’ ...” “Troppo osé?” “Be’ ... credevo che non volesse che mi mettessi abiti del genere!” “Hai ragione, mia cara. Solo che quando l’ho visto, pensando a come ti sarebbe stato addosso e ...” “... non ha potuto resistere!” concluse Jennifer, definitivamente brilla. “Mi sembra giusto. Un abito irresistibile per una ragazza irresistibile!” “Fosse vero!” scoppiò a ridere la giovane. “Ma lo è! Le tue gambe sono la cosa più bella che abbia mai visto.” Il tono di Marie era talmente trasognato da rendere impossibile dubitare della sua sincerità. Jennifer smise di ridere e si avvicinò alla donna e fece per baciarla. Un lontano rumore d’automobile la spinse a una maggiore prudenza. Finì così che le due ripresero a camminare in silenzio, mano nella mano. Dopo qualche tempo il vino e la fresca brezza notturna iniziarono a fare effetto su Jennifer che iniziò a guardarsi intorno nella vana speranza di trovare una toilette. “Qualche problema, tesoro?” chiese la donna. “No, è che dovrei andare a fare pipì!” rispose la ragazza saltellando come una bambina che sta per farsela addosso. La cosa accese la fantasia di Marie. “Mi spiace, cara. Non credo ci siano dei servizi qui intorno. Non riesci a trattenerti?” “Non credo di avere scelta ... Oh! Mi sembra di scoppiare!” “Credo che sia meglio che tu la faccia qui.” “Ma ...” “Non c’è nessuno e poi è buio.” Jennifer, rassegnata, si diresse verso un albero per ripararsi dagli sguardi di eventuali automobilisti che potevano passare per la strada che costeggiava la spiaggia, delimitandola. Una volta al riparo si sollevò il vestito e fece per abbassarsi le mutandine. Non si curò del fatto che la tutrice fosse davanti a lei e potesse godere pienamente dello spettacolo. Aveva perso da tempo certi pudori. Se la donna voleva guardarla, lei non glielo avrebbe impedito. “Aspetta! Cosa stai facendo?” intervenne duramente Marie. “Eh!? Mi ha detto lei di ...” “Ti ho forse detto di toglierti le mutandine?” “No ma ... come faccio a ... ?” “Se davvero ti scappa non dovrebbe importarti molto di farla nelle mutandine.” Marie era sprezzante. “Ma Madame non capisco ... perché dovrei farlo ...” “Perché sono io a chiedertelo.” Jennifer era troppo abituata ad obbedire per porre ulteriori obiezioni. Non le venne nemmeno in mente il fatto che questa non era una punizione meritata e che non vi era motivo per sottoporsi ad essa. Nel frattempo Marie si era inginocchiata davanti a lei per poter gustare meglio la sua performance. Jennifer era in piedi. Le gambe divaricate e il vestito sollevato fino all’ombelico. Tremava. La tensione era tale che nonostante gli sforzi iniziali non riuscì a liberare la vescica. Doveva calmarsi. Chiuse gli occhi e prese a respirare profondamente, concentrandosi solo sullo stimolo fisiologico. Finalmente una piccola macchiolina iniziò a comparire nella parte inferiore delle mutandine. Per qualche istante sembrò che null’altro dovesse succedere. Poi, all’improvviso la macchia si allargò a dismisura raggiungendo il bordo delle mutandine. Dopo un secondo di incertezza il liquido rovente iniziò a scendere copiosamente lungo le gambe di Jennifer. Si formarono rigagnoli che ora si dividevano ora si riunivano per poi scomparire una volta raggiunta la sabbia. Le mutandine erano sempre più fradice e sembravano volersi incollare alla sua pelle. Prima singole goccioline poi una piccola cascata presero a scenderle tra le gambe. Il liquido scontrandosi con il suolo schizzava intorno depositandosi abbondantemente sui polpacci e formando una piccola pozza che si allargò fino a lambirle i piedi nudi. Finalmente il flusso cessò anche se le mutandine continuarono gocciolare a lungo. Quando Jennifer, riacquistato il controllo di sé, aprì gli occhi gettò uno sguardo supplichevole alla tutrice, sempre accucciata davanti a lei. “Cosa c’è, cara? Hai finito?” chiese la donna con una tranquillità che non sembrava promettere niente di buono. “Sì, Madame. Cosa ... cosa devo fare?” “Be’, vediamo un po’ ... ti andrebbe di continuare la passeggiata così come sei?” “Nooo! La prego! Qualsiasi cosa ma non questo!” La reazione di Jennifer fu così forte che Marie prese in considerazione di modificare i suoi piani e di porre in essere la velata minaccia. Alla fine però decise di rimanere fedele all’idea sviluppata durante lo spettacolino della sua diletta. “D’accordo mia cara. Vediamo di darti una pulita. Per prima cosa togliti le mutandine.” Jennifer eseguì con un misto di gratitudine e di disgusto. Marie le fece gettare l’indumento in un cestino dei rifiuti e dopo le ordinò di immergersi in acqua e di lavarsi, facendo attenzione a non bagnare il vestito. La ragazza era lieta di potersi ripulire ma il compito non fu troppo facile. Anche se la primavera era da tempo iniziata le acque del mare erano ancora terribilmente gelide. Nonostante ciò Jennifer seguì le istruzioni della tutrice e vi si immerse fino quasi all’ombelico. Poi con una mano iniziò a strofinarsi mentre con l’altra teneva sollevato il più possibile il vestito cercando di evitare che si bagnasse. L’operazione fu abbastanza lunga perché le onde continuavano a minacciare di farle perdere l’equilibrio e quindi la ragazza doveva procedere con molta cautela per evitare di inzupparsi del tutto. Quando finalmente usci dall’acqua era pulita ma completamente intirizzita. La brezza che prima sembrava rinfrescante non migliorava certo la situazione. Come se non bastasse non poteva nemmeno riabbassarsi il vestito che si sarebbe bagnato peggiorando il tutto. Né tanto meno poteva pensare, conciata com’era, di continuare la passeggiata o di tornare alla macchina. “Sei proprio una bambina sconsiderata. Adesso ci toccherà aspettare qui finché non ti sarai asciugata” disse Marie leggendole nel pensiero. “Non avrebbe qualcosa con cui possa asciugarmi?” “No, cara. Mi spiace.” “Forse se mi rotolassi nella sabbia ...” “Non ci pensare nemmeno! Non voglio certo vedermi la casa e la macchina riempite di quella robaccia!” “Etciiù!” starnutì Jennifer. “Hai freddo, cara?” “Sì, Madame” “Ti potresti prendere un raffreddore se non facciamo qualcosa ...” iniziò la donna che già sapeva dove andare a parare. Non disse altro. Si sedette su un grosso masso e si alzò la gonna scoprendo completamente le gambe. Poi, guardando la ragazza, batté un paio di volte con il palmo della mano appena sopra il ginocchio. Era un chiaro invito a Jennifer perché questa le si stendesse in grembo. Un gesto che inequivocabilmente precedeva una sculacciata. Jennifer era perplessa. “Mi vuole sculacciare?” “Sì, mia cara. Una bella sculacciata è proprio ciò che ci vuole. Ti riscalderà e ti farà asciugare più in fretta.” La ragazza esitava. “Coraggio! Non sarà una vera punizione ma solo un riscaldamento.” Alla fine Jennifer si arrese e prese posizione sulle ginocchia della tutrice. Subito iniziò la somministrazione. Prima una serie di colpi di media intensità, ben distanziati tra di loro. Poi colpi a forza piena amministrati con un ritmo superiore. Difficilmente questa poteva essere definita come una sculacciata di ‘riscaldamento’. Ma la cosa peggiore non era questa. La ragazza si accorse con orrore che la pelle bagnata sembrava amplificare l’effetto della sculacciata e iniziò ad agitarsi. Per tenerla al suo posto Marie le infilò la mano sinistra sotto la pancia fino ad afferrarle saldamente i peli del pube. In questo modo nonostante le contorsioni, la giovane finiva per essere trattenuta dolorosamente in posizione. Alla fine a Jennifer non restò che rassegnarsi e accettare i colpi in piena passività. Quando la donna si accorse che la ragazza non era più recalcitrante spinse ancora più a fondo la mano sinistra fino a raggiungere il sesso della sua vittima. Dopo aver a lungo esitato sul bordo delle labbra, le dita penetrarono nella vulva e poi fin nella vagina umida. La punizione continuava incessante ma a Jennifer non importava. Tutti i suoi sensi erano rivolti altrove. Il piacere e il dolore si stavano mescolando in una combinazione esplosiva. Le mani della tutrice si muovevano in perfetta sincronia. Il ritmo della sculacciata rallentò notevolmente ma non altrettanto la sua potenza. I colpi erano adesso ripartiti tra glutei e cosce. Un colpo sui glutei spingeva la ragazza ad premere il bacino verso il basso, facendo penetrare interamente le dita della donna nella vagina e sfregando la clitoride ingrossata contro il palmo della mano. Un successivo colpo sulle cosce costringeva invece la giovane a sollevarsi fin quasi a fare sfilare le dita dal suo sesso eccitato. Quasi. Il colpo seguente era inevitabilmente sulle natiche così che Jennifer finiva per impalarsi nuovamente. Dopo una quindicina di queste sculacciate la ragazza aveva finito per muoversi freneticamente in grembo alla donna, senza alcun ritegno nel mostrarsi intenta ad accoppiarsi con le avide ed insaziabili dita della tutrice. Marie considerò l’ipotesi di negare l’orgasmo a Jennifer e di ritornare alla macchina. Rifletté però sul fatto che quella era la prima volta in cui la ragazza veniva a conoscere il magico legame tra punizione e piacere, un legame che lei avrebbe avuto cura di farle conoscere sotto ogni aspetto. Ed era indubbio che per una novizia stava reagendo bene. Meritava il premio. Presa la decisione la tutrice smise le sculacciate ma lasciò immobili in posizione le dita bagnate sulle quali Jennifer si muoveva come su di un fallo di pietra. Quando si rese conto che non vi sarebbero stati altri colpi, Jennifer prese a premere e a muovere il proprio sesso contro le dita e la mano della donna che rimanevano immobili. Si rendeva perfettamente conto dello spettacolo osceno che offriva. Una cagna in calore che si masturbava strusciandosi senza ritegno contro una padrona che non sembrava prestarle alcuna attenzione. Eppure ciò non faceva che aumentare la sua eccitazione. Ad un certo punto Marie, con la mano libera, iniziò a carezzare leggermente le cosce e le natiche calde e arrossate della giovane. La pelle si era ormai completamente asciugata. Posò allora la mano su un gluteo e iniziò a strizzarlo con forza, rinfocolando il dolore della sculacciata. Jennifer gemeva ogni volta che la tutrice le affondava le unghie nelle natiche, strofinandosi sempre più freneticamente contro il bastione inespugnabile della mano della donna e moltiplicando gli sforzi per raggiungere l’ambito traguardo del sommo piacere. Alla fine un grugnito soddisfatto testimoniò la riuscita dell’impresa. Marie concesse alla ragazza il tempo per recuperare dopodiché entrambe ripresero a camminare in direzione del parcheggio. In macchina, durante il viaggio di ritorno la donna, mentre con la sinistra impugnava il volante, prese ad accarezzare con la destra l’interno delle cosce di Jennifer percorrendo molte volte il tragitto tra le ginocchia e il pube. Poco dopo due dita si erano ancora una volta insinuate dentro la vulva della giovane. Una volta dentro però si fermarono senza procedere ad ulteriori stimolazioni, perfettamente consapevoli che la loro sola presenza era sufficiente a mantenere eccitata la ragazza. Quando arrivarono a destinazione Marie estrasse le dita dalla loro umida culla e le pose sotto il naso di Jennifer, premendole poi delicatamente contro le labbra in un chiaro invito a succhiarle. La ragazza si voltò verso la donna per assicurarsi di aver ben compreso i suoi desideri. “Leccale!” le ordinò Marie con dolce fermezza. Esitando, Jennifer avvicinò le labbra alla punta delle dita baciandole. Poi continuò a baciarle, percorrendo tutta la loro lunghezza. Ritornata al punto di partenza tornò a baciare la punta ma questa volta lasciò spuntare fra le labbra un piccolo triangolino di lingua col quale, come una piccola serpentella, prese a esplorare nuovamente le dita della tutrice, speziate dei propri umori. Infine Jennifer non seppe resistere e iniziò ad accogliere le dita dentro la bocca. Diede un ultimo sguardo alla donna per accertarsi del suo consenso e poi, chiusi gli occhi, accettò che le dita la penetrassero completamente. La lingua era fremente, intossicata dal sapore di miele femminile, e si accoppiava con le due intruse, scorrendo tra loro per separarle e poi a lato, per riunirle. A volte Jennifer interrompeva la danza e prendeva a succhiare avidamente ritraendo al contempo la bocca facendo così sfilare fuori le dita per poi ingoiarle nuovamente con voluttà. Nella sua mente le dita presero a confondersi con la lingua della tutrice che non aveva ancora conosciuto nessuno dei suoi orifizi. In breve Jennifer fu talmente eccitata che il suo intero corpo prese a vibrare come una corda tesa. Le sue mani si muovevano sul proprio ventre e poi sui seni palpitanti. Marie non era però intenzionata a concederle un altro orgasmo senza soddisfare anche sé stessa. “Credo che dovremmo continuare questa ... conversazione in casa” disse. Le due scesero quindi dalla mercedes e si diressero speditamente in casa e poi subito in camera da letto. Lì Marie poté finalmente soddisfarsi sodomizzando ripetutamente la giovane che in verità avrebbe preferito un trattamento più gentile. CAPITOLO XII – L’ORDALIA Le settimane seguenti furono per Marie un’esperienza esaltante. Anni di frustrazione sessuale potevano ora essere finalmente vendicati sul corpo delicato della sua amante adolescente. Ormai sicura della sottomissione della ragazza e in pieno delirio erotico, la donna smise però di esercitare quella sensibilità e attenzione che le avevano permesso di conquistare il cuore della giovane. Fu così che non si accorse di come Jennifer fosse sempre più riluttante a concedersi a lei. Per compensare lo scarso entusiasmo della ragazza, la tutrice prese ad assumere atteggiamenti autoritari e intransigenti anche in camera da letto. Una sera Marie decise di saggiare fino in fondo le capacità di ritenzione di Jennifer. Dopo averla fatta spogliare completamente iniziò quindi a somministrarle una serie di clisteri. La ragazza ne aveva già ricevuto un paio sdraiata sul pavimento del bagno quando la donna le ordinò di stare in piedi nell’ampia doccia. Appese quindi sotto la manopola della stessa una piccola sacca, aperta nella parte superiore. In questo modo la sacca poteva essere facilmente riempita semplicemente aprendo il rubinetto. Una volta piena Marie infilò il beccuccio lubrificato nel retto della ragazza. Jennifer ricevette in piedi quasi tutto il clistere. Prima però che la sacca si svuotasse interamente la donna aprì il rubinetto della doccia immettendo nuovo liquido nel contenitore. La procedura fu ripetuta molte volte fino quando alla giovane non sembrò letteralmente di scoppiare. “La prego Madame ... non ce la faccio più ... per pietà!” piagnucolò. Marie sapeva bene che Jennifer era ormai troppo ben addomesticata per lamentarsi in tal modo senza essere realmente al limite delle proprie capacità di resistenza. Così estrasse il beccuccio ancora zampillante dall’ano della ragazza. Jennifer fece per uscire dalla doccia ed andare a liberarsi sulla tazza ma la donna, afferrandola per la vita, glielo impedì. “Non penserai di cavartela con così poco, mia cara?” disse spingendola senza tanti complimenti contro la gelida parete della doccia. La schiena della giovane era premuta contro le mattonelle del muro. Marie pose entrambe le mani, con i palmi aperti, sul ventre gonfio di Jennifer. La ragazza per un attimo credette che lo scopo fosse quello di massaggiarla per alleviare i crampi ma si dovette ricredere. La donna prese infatti a spingere con tutta la forza contro il suo addome rendendo del tutto impossibile trattenere il clistere. Una cascata eruttò dal posteriore di Jennifer trovando poi la sua strada verso lo scarico. Fortunatamente i precedenti trattamenti avevano provveduto a pulire ben bene gli intestini della giovane facendo sì che l’espulsione consistesse essenzialmente nell’acqua che era stata appena inserita. Per favorire la pulizia della doccia Marie aveva lasciato aperto il rubinetto avendo cura di posizionare il getto dell’acqua in modo tale che parte dello stesso andasse anche a riempire la sacca mezza vuota. Jennifer, leggermente piegata, stava cercando di rilasciare l’ennesimo spruzzo quando la tutrice la risollevò decisamente, tenendola per un braccio, sbattendola poi nuovamente contro la parete della doccia. Questa volta però erano il suo ventre e i suoi seni a contatto con la fredda superficie del muro. Per essere sicura che rimanesse in posizione, Marie usò il gomito e il braccio sinistro per premere il suo corpo contro la parete mentre con la mano libera reinseriva nell’ano il beccuccio del clistere che era sempre rimasto aperto. Dopo un po’ lo estrasse per poi inserirlo nuovamente. Quando lo estrasse ancora dall’ano della ragazza sgorgò un nuovo flusso di liquido. Era quello che la donna voleva. Contemplato lo spettacolo per un breve istante, tornò nuovamente a penetrarla. Mentre l’acqua riprendeva a riempirla, Jennifer si accorse con orrore che Marie aveva cambiato la temperatura dell’acqua che adesso era decisamente gelida. La ragazza, provata nel corpo e nello spirito, prese a piangere in silenzio. Il clistere proseguì fino a raggiungere ancora una volta la massima capacità di ritenzione della giovane cui l’acqua gelata provocava crampi orribili. Finalmente Marie estrasse il beccuccio ma solo per sostituirlo con un grosso fallo di plastica. Dopo qualche minuto la tutrice lo estrasse e Jennifer iniziò a liberarsi le viscere. Il suo conforto durò solo pochi secondi. Marie inserì nuovamente il fallo nel retto intasato della ragazza sempre più sconfortata. La donna adesso muoveva il fallo come un pistone. Ogni quattro o cinque affondi l’oggetto veniva completamente sfilato dalla sua vittima e così dall’ano oscenamente dilatato spruzzava un gran getto di sorprendente potenza. Ma era solo questione di pochi istanti. Il fallo tornava implacabile a sodomizzare la giovane per un altro ciclo di penetrazioni. Lo spietato trattamento continuò anche quando Jennifer prese a implorare pietà con insolita insistenza. L’unico risultato che riuscì ad ottenere fu una sonora sberla e la promessa di una flagellazione sui genitali come punizione del suo inammissibile contegno. Marie era troppo ebbra di piacere per accorgersi di avere superato il limite di sopportazione della sua vittima. Fu così che quando tento di sodomizzare ancora la ragazza, Jennifer si ribellò sottraendosi alla stretta della tutrice. “Ma cosa diavolo pensi di fare?” sibilò velenosa la donna. “Basta! Non ne posso più!” urlò la giovane tra le lacrime. “Lei è cattiva! Dice di volermi bene ma quello che vuole è solo farmi male!” “Come ti permetti di …” “Ma cosa pensa che io le abbia creduto? Che abbia davvero provato dell’amore per lei? Io non sento niente per lei! Niente! Io l’ho solo usata e adesso dico basta. Ha capito? Basta!” Jennifer non disse altro ma scappò via piangente. Era fin troppo evidente che le parole della giovane erano menzoniere, che sentendosi tradita dall’insensibilità della tutrice aveva cercato di vendicarsi negando i propri veri sentimenti. A Marie sarebbe bastato chiedere scusa alla ragazza perché questa tornasse a gettarsi tra le sue braccia chiedendo perdono e affetto. Ma la tutrice era troppo alterata per rendersi conto di tutto ciò. Jennifer aveva involontariamente evocato i terribili demoni che tormentavano la coscienza della donna. Le sue paure a lungo nascoste erano così tornate alla luce. Marie era ormai convinta di avere perso la sua devota ancella ma rifiutava di ammettere la propria sofferenza preferendo sostituirla con rabbia e rancore. Le sue debolezze avevano già deciso per lei. Avrebbe cacciato via Jennifer. Quella sera Marie andò a dormire senza più parlare con la giovane che a sua volta si era rifugiata nella sua vecchia stanza. La mattina successiva quando la donna aprì la porta della propria camera vi trovò davanti Jennifer. La ragazza era nuda e inginocchiata. Iniziò a implorare perdono per quello che aveva fatto. Parlava a fatica. Come segno di pentimento si era praticata un doloroso clistere di acqua e limone che era tenuto al suo posto dallo stesso fallo che la tutrice aveva usato su di lei la sera prima. Marie non era però intenzionata a farsi convincere. Il suo orgoglio, rovescio delle sue insicurezze, aveva la meglio. “Ascolta Jennifer, io non ho niente contro di te però il nostro rapporto doveva essere basato sulla fiducia e dopo quello che è successo ieri non è più possibile parlare di fiducia tra di noi …” “Ma Madame …” “Forse è anche colpa mia se siamo arrivate a questo punto perciò ho deciso di non abbandonarti completamente. Ti permetterò di concludere l’anno alla Harper’s Hill e poi ti manterrò agli studi presso un altro istituto. Comunque non abiterai più qui ma tornerai a stare nel dormitorio. Inoltre non sarai più sottoposta alle mie cure e alle mie punizioni. Sarai solo una studentessa come tutte le altre.” Jennifer era sconcertata. Aveva immaginato le più spaventevoli punizioni per quello che aveva fatto ma l’idea di essere cacciata non l’aveva nemmeno sfiorata. Come avrebbe potuto continuare a vivere senza la guida della sua tutrice? Chi si sarebbe preso cura di lei? Chi l’avrebbe amata, punita e consolata? Completamente schiantata si gettò ai piedi della tutrice abbracciandone le caviglie come un’antica supplice. Tra i singhiozzi chiedeva un’ultima prova d’appello. Inutilmente. La tutrice rimaneva impassibile. Alla fine Jennifer rinunciò persino alla speranza del perdono ma rimase ugualmente accucciata davanti a Marie. Senza nemmeno rendersene conto aveva cominciato a baciarle i piedi con devozione e a strofinare la guancia contro il polpaccio. Non per chiedere misericordia ma per il semplice piacere della completa sottomissione. Avrebbe mai più provato qualcosa del genere? Sarebbe stata felice se avesse potuto passare così il resto della vita. Prostrata ai piedi della sua dea come una umile vestale. O magari vittima sacrificale dei riti di Afrodite, olocausto vivente celebrato non con il coltello ma con la frusta crudele. Un terribile crampo trasformò un bacio in un profondo morso sul polpaccio della dea. Jennifer non allentò il morso nemmeno quando il crampo cessò. Anche questo le dava piacere. Divorare la dea come le baccanti divoravano Dioniso. Così continuò a mordere, baciare e carezzare la sua signora mentre crampi sempre più atroci squassavano il ventre costringendola a dimenarsi come un serpente trafitto da una lancia. Nonostante l’apparente imperturbabilità, Marie era scossa. Quell’essere piangente prostrato davanti a lei, sofferente e sottomesso, le procurava un così dolce piacere che sentiva la sua determinazione allentarsi. Fortissimo era il desiderio di inginocchiarsi accanto alla giovane, baciandola e consolandola, e poi di fare l’amore con lei per ore e ore trasformando la disperazione in estasi. Ma non l’avrebbe fatto. Non si sarebbe resa schiava della sua schiava. Non si sarebbe trasformata in un Humbert in gonnella, un patetico pagliaccio che sacrificava la propria dignità sull’altare della sua amante bambina. Se il suo cuore vacillava tanto peggio. Sarebbe stata crudele quanto questo debole. Avrebbe trasformato le delizie che agognava di regalare alla sua ancella in tormenti infernali. Questa sarebbe stata la sua vittoria. Costringere la sua piccola Eva a implorare essa stessa la cacciata dal paradiso che lei non aveva il coraggio di pronunciare. Presa la folle decisione il resto fu facile. “Stammi bene a sentire” iniziò. “Visto che insisti tanto di darò un’ultima possibilità …” “Grazie, Madame. Io …” “Sarai punita per tutto il giorno. Se accetterai la punizione potrai restare con me ma se chiederai pietà anche solo una volta allora dovrai andartene. Hai capito?” “Sì, Madame. Grazie.” Marie fece liberare la giovane dal clistere e quindi le due iniziarono a prepararsi per la sessione. Nella sala principale vi era un enorme lampadario che poteva essere sollevato e abbassato mediante un sistema di funi che permetteva così di pulirlo. La tutrice lo fece abbassare fino al suolo poi con l’aiuto di Jennifer lo sganciò deponendolo in un angolo. Quindi legò i polsi della ragazza e li agganciò ai tiranti. Infine ne regolò la tensione delle corde in modo che la poverina rimanesse appesa per i polsi. Solo sforzandosi di stare in punta di piedi Jennifer poteva alleviare lo sforzo delle braccia e delle spalle. Non sarebbe certo stato agevole rimanere in quella posizione durante la battuta. Mentre disponeva i suoi strumenti sulla scrivania, Marie non poté fare a meno di ammirare il corpo nudo che le stava di fronte. La splendida schiena, i piccoli glutei sodi, le gambe affusolate. Era l’ultima volta che poteva estasiarsene. Presto il loro aspetto sarebbe stato ben diverso. Infine Jennifer avrebbe lasciato la sua vita. Come per scacciare quei pensieri la tutrice afferrò una lunga verga e prese a colpire il fondoschiena della giovane. Per la ragazza era solo l’inizio di una interminabile agonia. Dopo la verga venne il turno della cinghia che trasformò in un mare di fuoco le natiche e le cosce di Jennifer. Marie batté la giovane a lungo, senza mai chiederle se voleva che il trattamento avesse termine. Era ancora troppo presto per quello. Quando ritenne che la ragazza potesse iniziare ad avvicinarsi ai propri limiti decise di fare un primo tentativo. Preso un frustino si dispose davanti a Jennifer e iniziò a percuoterle con forza i seni. Fece un ottimo lavoro. Colpi rapidi ma violenti che si abbattevano tanto sui capezzoli quanto sulla pelle immacolata. Colpiva dall’alto, dal basso oppure orizzontalmente. Non un centimetro di quegli splenditi frutti fu risparmiato. Jennifer piangeva disperatamente ma in silenzio, il volto alterato dalla sofferenza. Le lacrime le colavano lungo il collo finendo per bagnarle proprio i bersagli della furia della tutrice, moltiplicando il dolore prodotto dalle sferzate. Quando Marie fu finalmente soddisfatta smise di colpire e si rivolse alla ragazza. “Allora ne hai abbastanza?” “Cosa?” “Devi solo chiedere pietà e la punizione sarà finita …” “No! Resisterò fino alla fine.” “Lo vedremo” concluse cattiva Marie che le afferrò entrambi i capezzoli e prese a torcerli i senso inverso. Jennifer lanciò un urlo terribile ma non si arrese. La tutrice continuò a tirarle i capezzoli e a strizzarle i seni ripetendo ossessivamente la sua richiesta di resa ma senza risultato. Anche affondare le unghie in quei poveri globi non sortì altro effetto se non quello di rendere il pianto della giovane ancor più disperato e singhiozzante. Alla fine Marie dovette rassegnarsi alla necessità di incrementare l’efficacia della punizione. Per prima cosa tornò a occuparsi delle natiche della ragazza, questa volta per mezzo di una pesante canna. Non smise finché sulla pelle già arrossata non comparve una fitta maglia di striature infuocate, fitte e intersecate come i binari di una grande stazione ferroviaria. Soddisfatta del risultato, la donna passò ad un nuovo strumento. Si trattava di un grande flagello dalle lunghe lingue nodose. L’attrezzo era così pesante e crudele che Marie non aveva mai ritenuto opportuno usarlo su Jennifer. Adesso però era diverso. Senza indugi la tutrice prese ad abbattere un colpo dopo l’altro sulla schiena della sua sventurata vittima. La ragazza fu dapprima lieta che il bersaglio non fosse più costituito dal suo tormentato posteriore ma poi dovette ricredersi. I baci del flagello erano semplicemente terrificanti. Ad ogni colpo sembrava che i nodi dell’arma le strappassero brandelli di carne. La schiena era costantemente trafitta da infinite punture che pulsavano dolorosamente, come scariche elettriche, anche molto dopo che il colpo era stato portato. Come se non bastasse spesso i colpi si schiantavano sui teneri fianchi mentre le lingue infernali proseguivano la loro corsa fino al ventre o ai martoriati seni. Altre volte il flagello colpiva più in basso, sulle natiche o sulle cosce che venivano così avviluppate da una stretta mortale. Il trattamento proseguì molto più a lungo di quanto Jennifer non avesse ritenuto possibile. Quando cessò la sua schiena era completamente ricoperta di tumefazioni e rigonfiamenti. Marie che pure in passato aveva sempre cercato di limitare simili danni non vi prestò alcuna attenzione. Sostituì invece il pesante flagello con uno considerevolmente più piccolo e tornò a porsi di fronte alla ragazza. Non disse nulla ma preso un basso sgabellino lo piazzo tra le caviglie della giovane che era così obbligata a mantenere le gambe ben divaricate. Assicurato lo sgabello alle caviglie tramite dei lacci, la tutrice fissò Jennifer con sguardo di sfida. La ragazza non aveva bisogno di spiegazioni per sapere ciò a cui stava per essere sottoposta. Nonostante ciò non chiese mercé ma ricambiò lo sguardo della donna con ferma rassegnazione. Marie ebbe un fremito. Dietro lacrime della giovane vedeva chiaramente l’affetto e l’infinita dolcezza della sua amata pupilla. Ogni colpo, ogni dolore era per la ragazza un’espressione della sua devozione per Marie. La donna sentì un dolce languore insinuarlesi nel petto. Tutto ciò che desiderava era gettarsi ai piedi della sua schiava e chiederle perdono per la sua crudeltà. Ma se il suo cuore aveva già perduto la battaglia, la sua mente rifiutava di riconoscere la realtà. Fino da bambina le era stata inculcata l’idea di dover costantemente esercitare il più rigido autocontrollo sulle proprie emozioni. Anche se da anni aveva in cuor suo rigettato i valori che le erano stati insegnati, l’esigenza di non lasciarsi mai andare non era certo venuta meno nel mondo di ipocrisia nel quale viveva. Solo con Jennifer era talvolta riuscita a comportarsi con naturalezza. Ma per quanto ciò l’avesse resa felice una parte di sé aveva sempre avuto paura della vulnerabilità che questo comportava. Così anche in quel momento la paura ebbe la meglio sull’amore. Resa feroce dalla sua stessa debolezza, Marie si dispose per riprendere le sue sevizie. Il flagello compì il suo lavoro con la consueta efficienza. Le sue spire malefiche presero a martoriare i dolci petali che per quanto creati per il piacere potevano purtroppo fare soffrire orribilmente. A Marie però questo non bastava. Così si avvicinò alla sua vittima e con la mano libera dischiuse il fiore dolorante esponendone i delicati segreti. La necessità di mantenere aperto lo scrigno finiva con il ridurre la potenza dei colpi ma Jennifer non poteva certo rallegrarsene. Le lingue del flagello adesso si insinuavano liberamente nei sensibili tessuti della giovane facendone strazio. Quando i lancinanti dolori procuravano uno spasmo più forte del solito Marie perdeva la presa. Allora con rabbia riacciuffava i poveri genitali della ragazza usando una tale violenza che Jennifer faceva sforzi sovrumani per evitare di sfuggire ancora alla morsa crudele della sua torturatrice. Alla fine anche questo supplizio ebbe termine. Marie ripose il flagello per sostituirlo con un frustino. “Allora ti arrendi?” chiese. Jennifer non rispose, allora la tutrice sferrò una sferzata sui seni della ragazza e ripeté la domanda. “No!” urlò Jennifer rabbiosamente, scoppiando poi in lacrime. “Non mi arrenderò … non mi arrenderò ..:” singhiozzò con un filo di voce. La disperata determinazione della giovane avrebbe commosso chiunque ma questo era un sentimento che Marie non poteva permettersi. Usando il frustino riprese a colpire i genitali della ragazza. Dopo una prima serie di colpi intimò ancora la resa ma senza successo. Tornò quindi a martoriare il sesso della giovane alternando i colpi alla consueta richiesta. Smise solo quando Jennifer, giunta al limite della prostrazione, smise persino di reagire alla frusta, assorbendone i terribili fendenti con la insensibile compostezza di una statua di cera. Marie era inferocita. Aveva seviziato Jennifer senza pietà, violando ogni sua regola, ma non aveva ottenuto nulla. Ad aumentare la frustrazione anche il fatto di non aver provato alcun piacere nell’infliggere tutto quel dolore. Proprio lei che sapeva assaporare, centellinandola, ogni sofferenza della sua vittima era adesso era rimasta insensibile a quell’oceano di patimenti. Anche questa era una vittoria di Jennifer. Anche di questa Jennifer avrebbe dovuto pagare il filo. Marie cercò nella sua mente il modo di piegare la sua diletta. Ad un tratto ebbe l’illuminazione e andò a scovare lo strumento prescelto dal suo ripostiglio. Si trattava di una frusta, regalo di una sua vecchia sottomessa. Dall’impugnatura di legno, ricoperta di cuoio, si ripartiva una serie di sottili strisce di cuoio intrecciate sopra un’anima similmente costruita. Alla fine di tale struttura un’unica striscia di cuoio che terminava con un piccolo nodo costituiva la parte terminale dell’attrezzo. Anche se di scala leggermente ridotta rispetto a quelle che si potevano vedere negli spettacoli circensi lo strumento era comunque una vera e propria frusta, del tutto inadatta ad essere impiegata sugli esseri umani. Si trattava in effetti di un’arma molto pericolosa anche se maneggiata da esperti. Marie aveva in passato usato quella frusta solo per far scena. Bastavano le sue dimensioni e il suo sinistro schiocco per ridurre ogni sua partner in uno stato di terrore e di completa sottomissione. Solo in una occasione l’aveva utilizzata per colpire un’altra donna e in quel caso la pelle della sua compagna era ben protetta da indumenti pesanti. Anche allora, tuttavia, la vittima non poté sopportare che poche frustate. Quando Jennifer sentì lo schiocco della frusta dietro di lei si voltò per scoprire cosa avesse prodotto quel suono inquietante. Sul suo volto si dipinse un’espressione di orrore non appena si rese conto di cosa stava per subire. La sua bocca si aprì per chiedere istintivamente clemenza. Però nessun suono fu emesso. Appellandosi alla sua disperazione abbassò il capo e si preparò alla nuova tortura. Marie si era accorta della paura della ragazza e aveva da essa tratto conferma della bontà della propria decisione. Così, dopo aver a lungo provato la frusta, sferrò un primo colpo che si abbatté sulla schiena della giovane. Il secondo colpo fu più violento e avvolse crudelmente il corpo di Jennifer. Il dolore delle carni straziate fece urlare la ragazza in modo animalesco. Ma né le grida né il martirio delle carni fermarono la tutrice. Un terzo colpo, simile a quello che l’aveva preceduto, si abbatté sulla giovane. Marie stava per sferrarne un altro quando fu distratta da uno strano riflesso, subito scomparso. Rimase per un attimo incerta e stava per tornare all’opera quando il bagliore ricomparve per poi svanire di nuovo. La terza volta la donna intravide un lampo rosso cadere ai piedi della sua vittima. Si avvicinò e finalmente vide le sempre più numerose macchie rossastre che si accumulavano sul tappeto. Spostatasi davanti a Jennifer si agghiacciò nel vedere il viso della giovane segnato da un colpo e un taglio sanguinante sul sopracciglio sinistro. Evidentemente la parte terminale della frusta doveva aver deviato dalla sua traiettoria colpendo molto più in alto del dovuto. Lo spettacolo aveva tolto a Marie ogni baldanza. Con raccapriccio si rese conto di non aver rimosso il pericoloso nodo sulla punta dell’arma. Era stata solo una questione di un paio di centimetri se il colpo non aveva raggiunto l’occhio di Jennifer. La donna iniziò in tutta fretta a sciogliere la giovane dai suoi legacci. “Non mi … sono … arresa, vero?” disse flebilmente la ragazza. “No, tesoro. No. Hai vinto tu. Adesso ti curerò. Vedrai che andrà tutto bene …” Jennifer rimase semincosciente mentre Marie la portava in camera per somministrarle le prime cure. La donna esaminò con attenzione le ferite della ragazza. Era pronta, se fosse stato necessario, a portarla in ospedale anche se questo avrebbe significato finire in prigione. Fortunatamente i danni per quanto numerosi non sembravano così gravi da non potersene occupare personalmente. Infatti Marie era esperta in questo genere di cure anche se raramente aveva dovuto praticarle. Una volta rassicurata sulle condizioni di Jennifer, i suoi nervi crollarono e la tutrice si abbandonò ad un pianto silenzioso quanto disperato. Trascorse la notte vegliando al capezzale della giovane e ripensando a ciò che era avvenuto e alla sua stessa vita. Fu così che decise che non avrebbe mai più fatto pagare ad altri il frutto delle sue frustrazioni. Allo stesso modo non avrebbe mai più alzato un dito contro Jennifer né per dovere né per piacere. CAPITOLO XIII – L’AMORE … I giorni successivi furono per Marie un tormento. La donna aveva giustificato l’assenza di Jennifer da scuola con una brutta influenza e restava costantemente a fianco della ragazza cercando di alleviarle il dolore come meglio poteva, straziata dal vedere il bel corpo della sua amata ricoprirsi di lividi orribili. Ognuno di essi le sembrava un occhio accusatore. Non un istante poté dimenticare le sue colpe. Anche se costantemente vicine, Jennifer e Marie quasi non scambiarono parola in quelle lunghe ore. La ragazza trascorreva le giornate sdraiata su un fianco sotto l’effetto narcotico del televisore. Solo dopo una settimana la giovane iniziò a ritrovare un poco della sua vitalità. Sembrava anzi che si sforzasse di comportarsi con la serenità e la spensieratezza di un tempo come per cancellare quello che era avvenuto. Una sera quando la tutrice venne ad augurarle la buonanotte chiese il permesso per l’indomani di potersi alzare e riprendere a studiare. “Altrimenti finirà che rimarrò indietro e per un po’ vorrei evitare altre punizioni …” concluse con un sorriso solo leggermente forzato. Per Marie anche quelle parole scherzose erano una pugnalata. Così, più per liberarsi la coscienza che per l’opportunità della situazione, decise che era venuto il momento per dire chiaramente alla giovane come intendeva i loro futuri rapporti. Si sedette sul letto a fianco della giovane e presele le mani tra le sue iniziò a parlare pur non avendo il coraggio di guardarla negli occhi. “Tesoro, io … ho preso una decisione. Non ti punirò più …” “Ma Madame, aveva promesso …” “Continuerai ad abitare con me e io continuerò a prendermi cura di te ma non me la sento più di punirti.” “Ma perché?” “Non vedi cosa ti ho fatto? Come è ridotto il tuo povero corpo?” “Sì, ma meritavo una punizione …” “Nessuna azione merita una punizione simile e poi … in realtà … il motivo per cui ti ho punita non è quello che hai fatto …” “Cosa vuol dire?” “Vedi, quando ho deciso di prenderti sotto la mia protezione per me tu eri solo una ragazzina a cui serviva una bella lezione, una specie di animaletto con il quale divertirmi. Poi però ho imparato a conoscerti e a volerti bene e così sono iniziati i problemi. La verità è che io ti voglio … troppo bene e … in modo sbagliato. Mi piace stare insieme a te. Mi piace vedere il tuo corpo nudo. Mi piace umiliarti, sottometterti e anche farti soffrire. Ogni volta che ti punivo dovevo lottare con me stessa per non far sì che le tue sofferenze non fossero altro che uno strumento per il mio piacere. Purtroppo spesso ho perduto queste battaglie, soprattutto negli ultimi tempi. Mi illudevo che in fondo le mie punizioni anche se troppo crudeli ti fossero utili. A volte mi illudevo che anche tu potessi trovarle … piacevoli. Così quando ti sei ribellata tutte le mie colpe mi si sono presentate davanti ed io mi sono vista per quello che realmente sono. Ero arrabbiata con me stessa ma alla fine è su di te che ho scaricato la mia rabbia. Quello che ti ho fatto non può essere giustificato. Non solo sono stata crudele ma ho messo a repentaglio la tua stessa salute. Ho rischiato di persino di accecarti! Come posso tornare a punirti come se niente fosse?” Mentre parlava il volto di Marie si era rigato di lacrime per poi finire nascosto nel grembo di Jennifer che istintivamente prese a carezzare dolcemente la donna. Era quella una scena che le due avevano vissuto molte volta ma che ora si svolgeva a ruoli invertiti. Lo sguardo di Jennifer era perso nel vuoto. Mille pensieri le si affollavano in mente. Avrebbe voluto dire che sì, anche lei amava la dura disciplina a cui la tutrice l’aveva sottoposta, che anche i suoi sentimenti andavano oltre la soglia del lecito, che nulla le dava piacere come potersi gettare tra le braccia accoglienti della tutrice al termine di una dura battuta. Ma c’era dell’altro. In cuor suo doveva ammettere che da tempo le attenzioni della sua dea erano divenute troppo ruvide e indiscriminate. Non voleva rinunciare alle sue catene ma nemmeno essere trattata come un oggetto di piacere. Poteva solo sperare che la sua padrona avesse imparato la lezione. Anzi poteva forse imporglielo. “Tutto questo non ha importanza” disse infine la giovane dopo un lungo silenzio. “Ma …” “Una volta mi ha detto che dire di amare qualcuno non significa niente se non lo si dimostra con le proprie azioni. Bene, io ho bisogno di chi si prenda cura di me. Una persona che mi guidi e che mi costringa a comportarmi bene. Se lei smettesse di punirmi sono sicura che prima o poi tornerei a mettermi nei guai. Se davvero mi vuole bene deve continuare a castigarmi ogni volta che me lo merito. Se ciò le crea dei problemi questo è affar suo non mio. Non è giusto che io venga danneggiata dalle sue mancanze. Vorrà dire che se commetterà degli errori verrà punita anche lei. Mi sembra giusto, no?” “Ma Jennifer …” “È giusto o no?” “Sì, è giusto.” “Accetta di essere punita?” “Sì.” “Accetta che sia io farlo?” “Sì.” “Accetterà qualsiasi punizione decida di darle?” “Sì.” “Qualsiasi punizione? È sicura?” “Sì. Accetterò qualunque punizione.” “In questo caso possiamo iniziare subito. Si spogli. Completamente!” Senza dire nulla, Marie prese lentamente a spogliarsi. Anche se il ruolo di vittima non le si addiceva era compiaciuta del fatto che Jennifer potesse vendicarsi su di lei. Dopo si sarebbe sicuramente sentita meglio. Una volta nuda, la ragazza le ordinò di inginocchiarsi sul letto con le gambe ben divaricate, le mani intrecciate sopra la testa e gli occhi chiusi. Dopo averle detto di non muoversi, Jennifer uscì dalla stanza alla ricerca di un adeguato strumento di disciplina. Tornò poco dopo con un flagello e prese a camminare attorno al letto ammirando la figura della tutrice. Inaspettatamente si sentiva eccitata. Il corpo della donna era come uno splendido frutto maturo. Una pesca dolce e succulenta nella quale affondare i denti con voluttà, lasciandone colare i succhi lungo il mento. Quel pensiero le pulsava nel cervello con una forza impressionante. Non era solo la bellezza dell’altra a intossicarla ma l’idea che questa fosse completamente alla sua mercé. Poteva farne ciò che voleva. Vederla urlare dal dolore o mugolare di piacere era solo una sua scelta. Era la prima volta che Jennifer aveva un’idea di ciò che la tutrice provava a tenerla in suo potere e anche se non aveva mai avuto fantasie in tal senso il desiderio di torturare la donna era adesso forte. Se non poteva amarla liberamente avrebbe almeno potuto possederla attraverso le lingue del flagello. D’impulso alzò lo strumento pronta a colpire, fermandosi solo all’ultimo istante. Non era questo quello che aveva progettato. Non era per questo che aveva chiesto alla tutrice di sottomettersi ai suoi comandi. Eppure la volontà vacillava di fronte al pensiero del flagello che si abbatteva sui seni indifesi della donna. Per interminabili secondi combatté i suoi istinti fino a vincerli. La posta in palio era troppo alta. Non poteva rischiare di perderla solo per un piacere passeggero. Marie sentì Jennifer muoversi vicino a lei e poi salire sul letto. Quando le fu chiesto, stese una mano davanti a sé. Si aspettava una vergata sulle nocche ma invece sentì che la ragazza le metteva in mano un oggetto. D’istinto apri gli occhi e vide che l’oggetto era un piccolo flagello. Jennifer era sdraiata al suo fianco, supina. Era nuda. “Cosa significa questo?” chiese la tutrice stupita. “Ho deciso che la sua punizione consisterà nel flagellarmi. Così imparerà a non venire meno ai suoi doveri …” “Ma non posso farlo, ti prego …” “Questa è una punizione, non le deve piacere. Le assicuro che il dolore che proverà non sarà nulla a confronto delle sofferenze che mi ha impartito.” Vi fu un breve silenzio. Entrambe erano turbate dalla durezza di quelle parole. “Va bene, Jennifer” disse infine Marie. “Farò come vuoi però credo sia meglio aspettare qualche giorno. Sei ancora tutta segnata …” “Non dappertutto però …” disse la ragazza divaricando le gambe. Era un chiaro invito a fare del suo sesso il bersaglio principale dei colpi. Marie quasi non credeva ai propri occhi ma aveva promesso e perciò prese a colpire. Non molto forte. “Colpisca seriamente o altrimenti la costringerò a battermi fino a farmi sanguinare!” disse subito Jennifer, accompagnando l’ordine con un doloroso pizzicotto su un gluteo della tutrice. Marie eseguì il comando e intensificò la durezza della battuta anche se a ogni colpo si sentiva straziare. La mano di Jennifer non aveva abbandonato la natica della donna che adesso veniva massaggiava energicamente. L’esplorazione si allargava con il procedere della punizione. Le dita della giovane trovarono presto la rosea fenditura della tutrice, indugiandovi a lungo. Lentamente il capo della ragazza si insinuò tra le gambe della flagellatrice e la sua lingua sostituì le dita. Marie continuò per qualche tempo a colpire Jennifer ma poi incapace di dominarsi gettò il flagello e si tuffò a baciare il sesso dolente dell’amata. Sentire la lingua di Marie dentro si sé fece raddoppiare gli sforzi della ragazza il cui entusiasmo cercava di sopperire alla scarsa esperienza. Nonostante l’impegno costante di entrambe, nessuna delle due riuscì ad andare oltre una generica sensazione di piacere. La tensione accumulata in quei giorni, l’altalena emotiva degli ultimi minuti e l’incerto futuro del loro amore impedivano la serenità necessaria offrirsi alla compagna. Così, senza dire nulla, Marie si separò da Jennifer, le rimboccò le coperte, la baciò sulla guancia e lasciò la stanza sorridendole prima di spegnere la luce. Entrambe si addormentarono nei loro letti chiedendosi se quello che era successo era una fine o un inizio. Dopo un paio di giorni la ragazza riprese a frequentare la scuola. La giovane studiava sodo, sempre sotto le cure affettuose ma imbarazzate della sua tutrice. Non avevano riparlato di quello che era successo e si muovevano a tentoni nella ricerca di un nuovo equilibrio tra loro. Fu Jennifer a fare la prima mossa. Una sera mentre Marie era a letto immersa nella lettura sentì un sommesso bussare alla sua porta. A Jennifer accorse qualche secondo per avere il coraggio di entrare dopo che la donna l’aveva invitata a farlo. Avanzò a piccoli passi fermandosi a metà strada tra la porta e il letto della tutrice. Era imbarazzata. Come un fenicottero si reggeva su una sola gamba mentre l’altra sembrava voler attorcigliarglisi attorno, simile a un boa su di un ramo. “Cosa c’è, mia cara?” chiese Marie. “Niente, solo che non riesco a dormire …” “Vuoi che ti prepari qualcosa? Una cioccolata calda?” “No. Pensavo che … forse …” “Sì?” “Potrei dormire qui, stanotte?” La donna le sorrise e senza dire nulla liberò dalle coperte parte del letto battendovi poi sopra con il palmo della mano per invitare la giovane a raggiungerla. Jennifer, raggiante, si gettò sul letto con gioia fanciullesca. Marie la rimboccò con cura i poi si distese anch’essa. Le due erano adesso sdraiate su un fianco, l’una di fronte all’altra, ma separate da una barriera di spazio vuoto. Marie chiese alla ragazza qualcosa sulla scuola e Jennifer le rispose. Al dialogo delle loro parole si aggiunse quello ben più intenso dei loro sguardi. Quando un provvidenziale ciuffo ribelle cadde sugli occhi della giovane, la donna allungò la mano e gentilmente lo rimise al suo posto. Jennifer ne approfittò per afferrare la mano della tutrice e costringerla a carezzarle il viso. Una volta lasciata la presa, Jennifer sentì le mani di Marie che la afferravano per i fianchi e che la trascinavano verso di sé fino a che i loro corpi non si toccarono. A quel punto la ragazza abbracciò la tutrice stringendosi forte a lei. “Le voglio bene, Madame.” “Anche io ti voglio bene, piccolina. Tanto, tanto …” Rimasero a lungo così, godendo della loro ritrovata intimità. Strette strette, con Marie che muovendosi impercettibilmente avanti e indietro cullava Jennifer il cui capo era affondato sul petto della donna. Quando la ragazza alzò il viso trovò il caldo sguardo della tutrice su di lei. Mordendosi vezzosamente il labbro chiese alla donna il permesso di baciarla. La sua dea stava ancora sorridendo quando le labbra della giovane raggiunsero quelle dell’altra per il primo di innumerevoli baci. Anche se presto accesa di desiderio la donna attese che fosse la sua giovane ancella la prima ad insinuare le mani al di sotto delle morbide vesti della compagna per assaporare il contatto con le carni ardenti. Marie ricambiò con gratitudine quelle dolci esplorazioni cosicché ben presto le due amanti si ritrovano prive delle loro povere armature di seta. Premute l’una contro l’altra tornarono a gustare quella droga che da troppo tempo mancava loro. L’amore della propria amata. Quando la tutrice ritenne che fosse venuto il momento per dare libero sfogo alla loro passione prese un doppio fallo dal comodino come tante volte aveva fatto in passato. Era piccolo perché voleva essere gentile in questo nuovo inizio. Chiese quindi alla giovane, tra un bacio e l’altro, di voltarsi. Lo sguardo di Jennifer sembrò spegnersi per un istante, poi la ragazza iniziò a girarsi per dare la spalle alla donna. Quel momento di doloroso smarrimento non era che un pallido riflesso della sempre maggiore ritrosia che la giovane aveva dimostrato nelle settimane precedenti al loro litigio. Ma se allora la tutrice era stata troppo insensibile per accorgersene, adesso quel piccolo turbamento l’aveva colpita. Pose una mano sulla spalla di Jennifer voltandola verso di sé. “Jennifer, cosa c’è?” chiese gentilmente la donna. “Niente. Davvero!” “Non devi fare niente che non desideri solo per compiacermi …” “Lo so …” “Se non vuoi andare oltre ai baci per me va bene lo stesso. Tutto ciò che voglio è che tu sia felice e … insieme a me.” “Non è quello …” “E allora cosa?” “Non importa, Madame … sul serio …” “Ma a me importa, mia cara. Ti prego. Non voglio che ci siano più segreti tra noi.” “Non è un segreto.” “Allora puoi dirmelo. Forse ti faccio male quando … ti entro dentro?” “No! Voglio dire all’inizio faceva un po’ male e poi era così strano … dopo però è diventato piacevole …” “Però?” “È solo che quando mi … carezza da dietro … lei mi può baciare e toccare ma io no e invece vorrei farlo … tanto …” Marie stava per mettersi a ridere ma Jennifer continuò a parlare. “Però non si deve preoccupare, io … capisco perché … mi prende in quel modo e so di non meritare di più … mi basta che sia gentile … non come le ultime volte …” “Cosa vuoi dire?” chiese Marie, completamente interdetta. “Cosa significa che sai di non meritare di più?” “Ecco io … lei …” “Sì?” “Io credo che lei si sia accorta che io … non sono più … pura …” “Vuoi dire ‘vergine’? Sì, certo me ne sono accorta ma … Mio Dio, Jennifer! Non penserai che è per questo che io …” La donna non terminò la frase. Il capo chino della giovane era una risposta più che esauriente alla domanda che stava facendo. La tutrice prese il viso arrossato della ragazza tra le mani costringendola a guardarla negli occhi. “Jenny, no! No! No!” iniziò a dire concitatamente. “Dio Mio, tesoro. Non è come credi tu! Non volevo certo punirti o umiliarti per quello! Il fatto che tu non fossi più vergine non ha diminuito il mio affetto per te di un solo grammo. Io ti voglio bene per come sei. Compresi i tuoi errori e le tue vecchie cicatrici, bambina mia. Non potrei mai chiedertene il conto.” “Davvero non le dispiace che io … ?” “Shhh! Ascolta, mia cara. Se ti ho sempre … presa in quel modo è solo perché ho una certa predilezione per il tuo buchetto. Credo che questo tu lo abbia capito anche da sola, non è vero?” “Sì …” rispose Jennifer non del tutto convinta. “Però c’è una ragione più importante per cui l’ho fatto …” proseguì seria Marie. “Quale?” “Me ne vergogno ma vedi … ho pensato che dandoti il piacere in quel modo … tutto poteva essere preso come un gioco, come un semplice scambio di … gentilezze. Se invece ti avessi avuta in un’altra maniera avrebbe voluto dire … fare all’amore … ed io non ero sicura che tu volessi farlo … con me … con una donna …” “Ma io lo voglio!” esplose la ragazza stringendosi forte a Marie. “Io … io l’amo e non mi importa se è una donna … io farei qualsiasi cosa per lei! Voglio solo che lei mi voglia bene.” “Jennifer …” “Sì?” “Anch’io ti amo e se tu vorrai essere la mia … innamorata … mi renderai l’essere più felice del pianeta.” “Non potrà mai essere più felice di me!” Si baciarono. Era il loro primo bacio da adulte. Il primo di molti. La tutrice sarebbe presto andata oltre ma Jennifer non era pronta. La ragazza sentiva la necessità di raccontare le sue precedenti esperienze con l’altro sesso. Lo fece serenamente ma senza pudori. Narrò dei suoi sogni infranti, delle sue troppe delusioni, di una vita che sembrava decisa a spezzarla. Mentre parlava sentiva che finalmente il peso di quelle vicende la abbandonava. Erano solo ombre destinate a scomparire alla luce dell’amore di Marie e quando terminò di parlare si sentì per la prima volta degna di esso. Dopo la lunga confessione le due amanti tornarono a scambiarsi baci e carezze. Marie usò per la prima volta il fallo per penetrare la vagina della giovane che lo accettò umida e accogliente. A dire il vero a quel punto la donna non era troppo entusiasta di utilizzare ancora quell’attrezzo. Lo sentiva come qualcosa di freddo e di artificiale che poco aveva a che fare con la sacra comunione dei loro corpi. Però se questo era quello che Jennifer si aspettava, lei l’avrebbe accontentata. Marie si mosse a lungo sopra il corpo della sua compagna, lenta e sinuosa come un pitone che si avvinghia alla sua preda. Quando finalmente, esausta, si rovesciò sul dorso, Jennifer le si strinse al fianco tutta sorridente. “Sono così felice!” disse la giovane. “Sono stata brava?” scherzò Marie. “Così tanto che … vorrei riprovare …” “Per me va benissimo, bambina mia.” “Madame?” “Sì?” “Qualche volta potremmo … farlo come … prima?” “Certo ma perché?” “Il fatto è che mi è mancato …” “Cosa?” “Non avere niente là dietro” disse Jennifer nascondendo il volto rosso di vergogna tra i seni della compagna. Marie decise di soddisfare a suo modo la richiesta della ragazza e quando venne il momento fece in modo che Jennifer si inginocchiasse sopra di lei. La giovane apprezzò subito l’idea e si dimostrò una cavallerizza provetta. La ragazza aveva già preso molto piacere quando Marie le chiese di continuare la sua cavalcata ad occhi chiusi. Jennifer obbedì docile dando modo alla donna di prendere un piccolo vibratore e di lubrificarlo. Poi con le dita prese a lubrificare l’ano della giovane. La ragazza accettò di buon grado il trattamento anche se lo trovò troppo superficiale, non sospettando che si trattasse di un semplice preliminare. Infine la tutrice inserì il vibratore nell’ano di Jennifer. La giovane riaprì gli occhi sorridendo maliziosa alla sua compagna e riprese a danzare sopra di lei. Marie ebbe cura di muovere spesso lo strumento con il risultato di mandare sempre più su di giri la ragazza. Alla fine, quando vide Jennifer sfregarsi con foga la clitoride, accese il vibratore. La ragazza rimase come folgorata mentre il suo corpo volava verso un paradiso più elevato. Fece appena in tempo per un ultimo forte gemito mentre il piacere la investiva come un getto di liquido caldo. Dopo qualche istante si ritrovò tra le braccia sicure della tutrice con gli orifizi, liberati dagli intrusi, che ancora sembravano contrarsi attorno ai fantasmi dei loro ospiti. “Non pensavo che potesse essere così bello!” disse la giovane ancora trasognata. “Questo è solo l’inizio, piccolina. Solo l’inizio …” rispose Marie prima che entrambe si abbandonassero al ben meritato riposo. CAPITOLO XIV - … E IL PIACERE Marie e Jennifer trascorsero le sere seguenti approfondendo l’intimità reciproca. Purtroppo i loro nuovi rituali di accoppiamento erano tali da sottrarre troppo tempo agli studi o al sonno della giovane. Così per non compromettere il rendimento scolastico le due decisero di limitare i loro giochi a delle roventi effusioni. Agli amplessi dedicavano solo quelle poche notti che anticipavano un giorno di festa o quelle più numerose in cui la tentazione si rivelava troppo forte. Adesso che erano libere di esplorare a vicenda i propri desideri, Marie fu deliziata dal rendersi conto che la sua piccola schiava non desiderava affatto emanciparsi da lei ma era invece ben lieta di sottoporsi alla sua ferma guida. Fu proprio Jennifer a riportare in auge certi trattamenti. Infatti una sera si presentò, completamente nuda, davanti a Marie che leggeva seduta a letto. Le mani conserte le coprivano il sesso mentre le braccia le schermavano i seni. Nonostante ciò la compagna si accese immediatamente di desiderio. “Madame …” “Cosa c’è, cara?” “Ho fatto una brutta cosa.” “Di che si tratta, tesoro?” “Mi sono toccata …” “Ah, sì? Quando?” “Adesso, sotto la doccia e anche stamattina e ieri sera …” “Questo è inammissibile! Conosci le regole di questa casa. La masturbazione non è assolutamente concessa. Se proprio senti di non poterne fare a meno devi chiedermi il permesso di farlo e poi devi masturbarti davanti a me così che tu ti possa rendere conto di quanto sei caduta in basso.” “Sì, Madame” rispose Jennifer, trattenendo a fatica il riso per la regola che la tutrice si era appena inventata. Senza dire altro la giovane si stese sul letto in grembo alla tutrice. I bei glutei sodi, sollevati da quella posizione, si offrivano generosamente alla donna. “Vuoi essere sculacciata?” chiese Marie, incredula della propria fortuna. “Mi spiace di darle da fare ma ho bisogno della sua correzione, la prego.” La donna non si fece desiderare e iniziò immediatamente a schiaffeggiare le natiche della ragazza. Una volta ritrovato ritmo e sicurezza, i colpi divennero davvero forti e Jennifer non poté esimersi dai gemiti. Dopo qualche tempo la giovane scoppiò in un pianto dirotto. Allora la tutrice smise la sculacciata, un po’ per farla riprendere e un po’ per godersi pienamente le sue lacrime. Mentre la ragazza singhiozzava, la donna le carezzava gentilmente i glutei arrossati. Anche se la battuta non era stata troppo prolungata, Marie era timorosa di esagerare. Così prese a spalmare il fondoschiena della giovane con una pomata. “Ha già finito?” chiese Jennifer voltandosi verso la tutrice con le guance ancora bagnate e un’espressione delusa. Marie non rispose ma le sorrise. La ragazza, rassicurata, tornò a posare il capo sulle coperte. Nel frattempo le dita della donna continuavano a carezzare i glutei della giovane. Ad un certo punto solcarono la fenditura tra i due globi e Jennifer ebbe un sussulto quando passarono sopra il suo ano. Vista la reazione della ragazza, Marie decise di continuare su quella strada. Iniziò a percorrere l’anello di carne con l’indice e poi, dopo aver provveduto a una copiosa lubrificazione, permise al dito di entrare nella soglia oscura. Una volta che la giovane si fu rilassata, Marie la penetrò anche con un secondo dito. Jennifer mugolò a questa seconda intrusione ma non accennò ad alcuna ribellione. Le dita della tutrice si muovevano nell’ano della ragazza, massaggiandolo sapientemente. Per Jennifer era sempre più difficile trattenere i gemiti e ancor più evitare di muoversi. A volte la donna, quando le sembrava che la giovane fosse troppo eccitata, sospendeva il suo massaggio ma lasciava le due intruse ben salde nel loro caldo rifugio. Infine Jennifer, per non rinunciare a quel piacere inusitato, prendeva a contrarre ritmicamente l’ano attorno alle dita, come se queste fossero due lunghe mammelle che dovevano essere munte. Marie era talmente appagata da quel risultato che decise di non riprendere il proprio massaggio ma si limitò a godersi l’eccitazione della compagna, curiosa di vedere fino a dove sarebbe giunta. Jennifer era la prima ad essere stupita del proprio piacere. A un certo punto la giovane fece scivolare una mano sotto di sé e prese a carezzarsi tra le gambe. Allora la tutrice allontanò a forza quella mano e per punire la ragazza della sua sfrontatezza, estrasse le dita dalla stretta apertura e riprese una severa sculacciata. Questa volta però le serie di colpi venivano alternate a nuove penetrazioni anali o a carezze sui morbidi petali, portate con l’altra mano. Jennifer era completamente in balia di quel trattamento. Quando Marie tornò a concentrare la sua attenzione sul massaggio dell’ano, la ragazza sentì che il suo corpo stava imprevedibilmente scivolando verso l’orgasmo. Non riusciva a credere che quel trattamento, che tanto l’aveva imbarazzata durante le prime preparazioni ai clisteri, adesso potesse risultare così delizioso. Finalmente l’orgasmo la prese e la giovane dovette soffocare le urla mordendo le lenzuola. Nonostante ciò, Marie si accorse del suo piacere e ne approfittò per accusare la pupilla di essere una depravata. Quindi, per punirla, riprese a sculacciarla. Questa volta si trattò di una sculacciata in piena regola, dura e lunga. Solo quando Jennifer fu al limite, la tutrice infilò una mano sotto di lei iniziando a carezzarle il sesso. La combinazione di sculacciate e carezze fece immediatamente dischiudere il fiore della ragazza, subito ricoperto di rugiada. Poi la donna sostituì le sculacciate con una nuova sodomia mentre con altre dita penetrava la vagina. Quindi si divertì a premere le due coppie di dita l’una contro l’altra, saggiando la parete di carne che separava i due canali. Quando smise tale trattamento per poter dedicare un po’ di attenzione alla clitoride della ragazza, che Jennifer sfregava con forza contro la coscia della tutrice, la giovane esplose, sciogliendo il suo umido frutto sulla mano della sua signora. Esausta, Jennifer avvertì appena che la compagna l’aveva risistemata sotto le coperte e, dopo essersi spogliata, era ritornata a lubrificarle il piccolo buchino. Sorridendo pensò che era giunto il momento del piacere anche per la sua dea. Sentì quindi un grosso fallo sodomizzarla senza scrupoli e le dita della donna che le artigliavano seni, ventre e sesso, mentre i denti affondavano delicatamente nel collo. Era davvero stata una sciocca a volere un diverso trattamento! Cosa poteva esserci di più bello? Eppure avrebbe presto scoperto che l’amore che legava lei e Marie poteva esprimersi con ancora maggiore perfezione. Infatti, nonostante la loro intesa crescente, spesso c’era stato uno stacco netto tra le carezze che le amanti si scambiavano prima dell’amore e il rapporto stesso. Un istante in cui si separavano e che Marie impiegava per raggiungere qualche giocattolo che avrebbe poi usato sulla sua giovane compagna. Era però quella una pratica che stava per avere termine. Presto il sesso di Jennifer sarebbe divenuto proprietà esclusiva delle dita e della lingua della sua tutrice che non avrebbero più permesso intrusioni ad altri. Solo l’ano della ragazza avrebbe continuato ad ospitare non solo le lunghe dita affusolate della donna ma anche ogni sorta di attrezzo Marie desiderasse inserirvi. Una sera le innamorate avevano predisposto una serata magica. Cena a lume di candela, un vecchio film in bianco e nero abbracciate sul sofà e una lunga notte di passione. Una volta a letto Marie lasciò che fosse Jennifer a spogliarla e quando la giovane iniziò a baciarla e carezzarla fece finta di non avere voglia di amare. La ragazza capì perfettamente che la donna stava scherzando e prese a stuzzicarla come meglio poteva per costringerla alla resa. La baciò a lungo sul collo, le accarezzò i seni e il ventre. Alla fine si mise sopra di lei strusciando il proprio corpo contro quello dell’amata. Sembrava quasi che una giovane vestale in preda alla frenesia stesse cercando di accoppiarsi con un simulacro della sua dea. Ma era solo apparenza. Jennifer sentiva perfettamente come il respiro di Marie si facesse sempre più irregolare e di come fosse difficile per la donna mantenere quella parvenza di apatia. La coscia della giovane, piegata ad angolo retto, era insinuata tra le gambe della donna e sfregava contro la vulva ingrossata. Quando sentì che la coscia iniziava ed essere bagnata dagli umori della tutrice, Jennifer vi fece scivolare sopra la propria mano fino a che questa non fosse all’altezza delle sesso di Marie. Girò quindi la mano in modo che il dorso le premesse contro la coscia e piegò tre dita in direzione del palmo. Poi, usando la propria coscia come stantuffo, spinse le dita ben dentro l’antro caldo della donna. Jennifer continuò a usare la gamba per guidare con decisione la propria mano nella sua opera, muovendola avanti e indietro o con moto circolare mentre per Marie diveniva sempre più difficile non gemere di piacere. Quando il pollice della sua giovane amante prese a massaggiarla attorno alla clitoride capì che non avrebbe potuto vincere la sfida ma che anzi avrebbe capitolato drammaticamente. Jennifer però quella sera si sentiva particolarmente ispirata e che il merito fosse di Dioniso o di Afrodite, aveva in serbo un’ultima piccola tortura per la sua carnefice preferita. Mentre la tutrice già era scossa dalle onde del piacere, le ragazza le chiuse le narici stringendole tra l’indice e il pollice della mano libera. Marie aprì la bocca per rifiatare ma subito Jennifer le si avventò sopra baciandola e impedendole di respirare. La donna cercò di divincolarsi ma la giovane usò tutta la sua forza per tenerla inchiodata in posizione. La tutrice prese a contorcersi disperatamente mentre la sua clitoride subiva impotente l’assalto incessante delle dita della compagna. Finalmente Marie riuscì a sottrarsi a quel terribile bacio arcuando la schiena come una ginnasta anche se così finì per premere ancora di più il proprio sesso contro il tocco della sua amata. Il risultato fu che si ritrovò a boccheggiare e gemere allo stesso tempo mentre le onde di piacere vincevano le sue difese con la facilità con cui la marea travolge un castello di sabbia. Jennifer non ebbe però pietà delle sue implorazioni e continuò a masturbarla trascinandola nei gorghi fino a quando la donna non divenne insensibile al trattamento. Una volta ripresasi Marie vide davanti a sé un paio di occhi innamorati che sormontavano un sorriso da vincitrice. “Non c’è male, vero?” chiese beffarda Jennifer. “Per favore … un po’ di pietà …” replicò Marie divertita. “No! Prima deve ammettere che sono stata brava.” “Lo ammetto sei stata brava!” “La più brava?” “Sei la migliore delle mie amanti e l’unica di cui mi sia innamorata” rispose seria Marie comprendendo che l’ultima battuta non era solo scherzosa. “Deve rassegnarsi. Ormai l’allieva ha superato la maestra!” riprese a canzonare Jennifer dopo una lunga pausa. “Non ci giurerei, mia cara.” “Ma lei è vecchia e stanca mentre io sono giovane e insaziabile!” “Ah sì? La vedremo!” esclamò Marie, decisa a accettare la provocazione della compagna. Detto ciò la donna rovesciò la ragazza sul dorso e le saltò letteralmente addosso iniziando a farle il solletico. Jennifer si difese usando la stessa arma fino a che entrambe non si fermarono in preda ad un riso incontrollabile. Poi l’ilarità cessò e le due si baciarono appassionate. Marie discese con le labbra lungo il corpo di Jennifer. Sentì il sangue della compagna pulsare nel bel collo. Assaporò i delicati capezzoli. Attraversò il ventre sodo. Si perse nel boschetto incantato e discese lungo la seta delle cosce. Quindi tornò su, leccò brevemente il fiore profumato e ridiscese lungo l’altra coscia. Ripeté questo viaggio fino a quando la ragazza non l’afferrò per i capelli impedendole di allontanarsi ancora dal cuore pulsante del suo desiderio. La tutrice si arrese docilmente ai desideri dell’amata e iniziò a insinuare la lingua nel morbido solco. Jennifer scivolò nel piacere come in un bagno caldo. Non era la prima volta che Marie la divorava e per quanto la cosa potesse essere piacevole non era mai riuscita a scacciare un certo imbarazzo. Sentiva come se il suo sesso fosse inadeguato, sporco. Un piatto indegno di essere assaggiato dalla bocca di colei che tanto amava. Non era mai riuscita ad abbandonarsi completamente a quei baci tanto intimi. Adesso invece era calma e rilassata. Per la prima volta riusciva a pensare sinceri gli apprezzamenti con i quali la tutrice accompagnava il suo pasto e come a dimostrarlo le sue gambe si erano dischiuse in un modo che avrebbe ritenuto possibile solo per una contorsionista ma che non le costava alcuno sforzo o disagio. Quel gesto imbarazzante le sembrava adesso del tutto naturale e innocente, come quello di una madre che allatta il proprio bambino. E cosa mai avrebbe potuto esserci più naturale di una ragazza che nutriva la sua innamorata con il nettare prezioso distillato per lei nei propri più segreti recessi? Mentre Jennifer era persa in simili pensieri la lingua della tutrice continuava il suo carosello instancabile. Più volte la giovane ritenne che Marie avesse ormai terminato il suo compito ma ogni volta questa continuava spingendola verso cieli sempre più azzurri. Al lavoro della lingua si aggiunse poi quello delle dita che la penetrarono in coppia. All’inizio Jennifer quasi non si accorse della loro presenza ma dopo qualche tempo il vigoroso massaggio praticato sulla parte anteriore della vagina fece sentire il suo effetto. La giovane grugniva e ansimava sotto la sapiente somministrazione della compagna. La mani artigliavano ora le lenzuola ora i propri seni affannati, quasi che il dolore che si infliggeva potesse offrirle scampo dall’oceano di piacere nel quale la padrona del suo cuore la stava affogando. Tutto era inutile. Il piacere continuava a crescere senza che lei potesse fare nulla per dominarlo o per dominare se stessa. Era bagnata, sempre più bagnata … troppo! C’era qualcosa che non andava … non aveva più il controllo del suo corpo. Gli orgasmi le salivano dentro ma non doveva lasciarsi andare … stava per …no! “No! Basta! Basta!” urlò. Marie si fermò, staccando le labbra dalla clitoride della ragazza. Era evidente che Jennifer stava dicendo sul serio. “Ti ho fatto male, tesoro?” chiese preoccupata la donna. La giovane non rispose. Il suo volto era contratto dalla fatica di calmare il folle pulsare della propria vagina. “Mi spiace! Mi spiace! Non volevo …” disse finalmente, quasi isterica. “Jennifer, tesoro, cosa c’è?” “Non volevo, non volevo …” “Calma bambina mia, va tutto bene. Adesso fa un bel respiro e dimmi cosa c’è che non va.” “Ma … non se n’è accorta?” “Di cosa, tesoro?” “Io … me la sono fatta addosso ... credo … non so come è stato possibile ma …” “Tesoro credo che tu abbia preso un abbaglio” disse Marie sollevata. “Cosa? Ma io …” La donna fece cenno alla giovane di non dire nulla e prese a succhiare avidamente le dita che pochi istanti prima erano state dentro la ragazza. Jennifer non sembrava ancora molto convinta così Marie intrise l’altra mano con gli umori della giovane e poi la pose davanti alla bocca della ragazza. “Assaggia” ordinò. Jennifer tirò fuori la lingua e diede una prudente leccata scoprendo che le dita della compagna profumavano solo della propria passione. Era confusa. Non le era mai capitato di bagnarsi in quella maniera. “Non ti preoccupare, mia cara. Sono cose che capitano alla bambine inesperte come te. La prossima volta dovrai solo rilassarti e lasciare che le cose accadano.” “Mi spiace. Ho rovinato tutto …” “Possiamo sempre riprovarci se te la senti …” “Ma … non è stanca?” “Come potrei mai stancarmi di darti piacere?” “Sul serio vuole continuare?” “Ti assicuro che se bagnerai il letto non sarà certo di pipì … e se poi succedesse … vuol dire che dovrò punirti molto severamente …” “Sono davvero una bambina così cattiva?” “Sì. Molto cattiva …” Detto questo Marie baciò Jennifer affondando la lingua fin quasi nella gola di lei. La giovane rispose con tale entusiasmo, eccitata dalle loro parole e dalla gentile masturbazione che la donna aveva continuato a impartirle nel frattempo, che la tutrice riuscì solo con difficoltà a sottrarsi al suo abbraccio per tornare a tuffarsi tra le gambe della ragazza. Qui Marie riprese alacremente il suo lavoro. Occorse tempo perché riuscisse a riportare Jennifer al livello del piacere di prima l’interruzione. Nonostante le sue assicurazioni alla giovane doveva ammettere di essere provata dalla fatica. Le braccia e il collo dolevano per i lunghi sforzi cui li aveva sottoposti. Però non poteva certo fermarsi adesso altrimenti sarebbe stata lei a dover essere punita dalla compagna! Dal canto suo la giovane era troppo presa dalla lingua e dalle dita della tutrice per accorgersi della stanchezza. Quella strana sensazione come di vertigine che la donna le provocava con il suo massaggio tornò a darle la impressione di perdere il controllo di sé ma questa volta non se ne curò. Anzi usò l’idea di esplodere in faccia alla sua amante per eccitarsi ancora di più. All’improvviso non riuscì più a trattenersi. Sentì il proprio sesso esplodere violentemente spruzzando un getto di ambrosia sulla mano assalitrice. Sentì le labbra della compagna chiudersi sulla clitoride esponendola completamente alla lingua brutale e al dolce risucchio che la faceva agonizzare. La ragazza vide le sue braccia alzarsi verso il cielo. I pugni serrati, i muscoli tesi dagli spasmi che la squassavano. Poi le braccia ricaddero esangui e Jennifer sentì la sua anima abbandonare il suo corpo. Si sollevò oltre i confini della stanza, verso il cielo stellato. Sempre più in alto, oltre i pianeti e le stelle, verso galassie lontane, in un luogo di pace e silenzio. Infine, come un oggetto lanciato in aria, si sentì rallentare fino a fermarsi e poi precipitare all’indietro fino a ritrovarsi di nuovo dentro a se stessa. Dentro al suo corpo sfatto, nel letto bagnato di sudore, saliva e umori, con capelli e lenzuola appiccicate alle pelle madida, talmente esausta da non potere nemmeno cercare di muoversi. Quanto tempo era passato? Un minuto? Un’ora? Riaprì gli occhi e vide la tutrice accanto a lei che la carezzava, dolce. “Bentornata principessa. Come stai?” “Madame …” “Sì?” “Madame …” Jennifer non riuscì a parlare. Sentì gli occhi riempirsi di lacrime e formarsi un groppo in gola. Così, piangendo a dirotto, nascose il capo tra i seni della donna. Le braccia di Marie la avvolsero stringendola forte. “Non piangere, bambina mia, va tutto bene. La tua mamma è qui con te. Va tutto bene” disse Marie cullando dolcemente la giovane e chiedendosi se non avesse sbagliato a dire quelle parole. Nel frattempo Jennifer iniziò a calmarsi. Con la mano aveva afferrato un seno della donna e lo spingeva verso le labbra che lo baciavano delicatamente. Però non c’era lussuria in quel gesto. Era come una bambina che stringeva e baciava il suo orsacchiotto di peluche prima di addormentarsi. Stava per abbandonarsi a Morfeo quando un pensiero la colpì. “Madame?” “Sì, mia cara?” “Io … mi spiace ma … non sono brava come lei …” “In che senso, tesoro?” “Non sono brava a … dare piacere. Lei dovrebbe avere una … ragazza più … più …” “Ssssh! Non dire altro, bambina mia. Devi imparare a ricevere il piacere per poterlo dare e io sono molto felice di poterti insegnare. Adesso però dormi, piccolina. Abbiamo fatto tardi …” “Sì, mamma. Mamma?” “Cosa, tesorino?” “Mi canti una ninnananna?” “Certo, cerbiattina. Certo …” La tutrice continuò a cullare Jennifer e a sussurrarle filastrocche fino a che la giovane non si addormentò con un suo capezzolo ancora tra le labbra. Mentre si stava assopendo, Marie pensò che anche lei stava imparando da Jennifer. Imparando ad amare. Non avrebbe rinunciato a punire duramente la sua amata perché questo era nella sua natura ma tra le coltri non si sarebbe più comportata come una padrona con la sua cagnetta ma semmai come una leonessa con la sua cucciola, disposta a sacrificare anche la propria reale maestà per la felicità dell’altra. CAPITOLO XV - IL BALLO I giorni continuarono a trascorrere felici in casa Foisson. La fine dell’anno scolastico si avvicinava ma ormai c’erano pochi dubbi sulla promozione di Jennifer. La conclusione dei corsi veniva per tradizione celebrata con un grande ballo che rappresentava anche il più importante evento di gala della cittadina in cui sorgeva la scuola. Il ballo era l’occasione per le allieve della Harper’s Hill di mettere in mostra tutta la loro bellezza rinunciando finalmente alla lugubre divisa scolastica. Era anche il momento di fare sfoggio dei soldi di famiglia, sotto forma di magnifici abiti da sera, gioielli e lussuose automobili. Il ballo non era infatti tenuto nell’istituto ma in un grande e storico edificio situato dal lato opposto della città. Il corteo di limosine che attraversava il centro accompagnando le ragazze dalla scuola al luogo del ballo era ormai diventato una piccola attrazione turistica per la gente del posto. A scortare le studentesse al ballo erano i cadetti di una vicina e non meno prestigiosa accademia militare. La seduzione reciproca era, dopo la danza e il pavoneggiarsi, l’attività maggiormente praticata in quella sera ed il personale della scuola era così costretto a vigilare costantemente per salvaguardare la presunta purezza delle irrequiete adolescenti. Marie sapeva che Jennifer non era interessata a dare sfoggio di sé, né tantomeno a sedurre un cadetto. La donna era però decisa a far ben figurare la ragazza. Come amante provava sempre il desiderio di ricoprire la sua amata di regali ma come tutrice non voleva viziare la giovane e derubarla della sua modestia e semplicità. Il ballo era l’occasione perfetta per fare della sua ancella una principessa, anche se solo per una sera. Jennifer era inizialmente perplessa all’idea di partecipare al ballo ma alla fine si lasciò convincere. Ogni sera, dopo la cena, Marie insegnava alla ragazza a danzare e nonostante che le lezioni finissero perlopiù con le due che facevano l’amore sul sofà, i progressi di Jennifer furono notevoli. Una settimana prima del giorno fatidico la donna diede alla giovane l’abito da sera che le aveva comperato. Jennifer lo trovò magnifico e Marie fu ricompensata con una notte di passione sfrenata. La sera del ballo, prima di uscire, la tutrice fece alla ragazza un ultimo regalo. Era una collana d’argento con un ciondolo di rubini e diamanti che rappresentava una rosa rossa e una rosa bianca intrecciate. Nonostante il suo valore la foggia del gioiello era semplice ed elegante. Perfetta per le fattezze delicate della giovane. Jennifer, senza parole, abbracciò forte la donna sforzandosi di non piangere per non rovinare il leggero trucco che la tutrice le aveva concesso di mettere. “Vorrei tanto che potessimo ballare insieme!” disse infine. “Lo so, tesoro. Anch’io lo vorrei tanto. Vuol dire che festeggeremo in privato.” “Sì, però io vorrei che tutto il mondo sapesse che l’amo … ma non accadrà mai, vero?” “Chi può dire cosa ci riserva il futuro? Possiamo solo vivere un giorno alla volta e finché leggerò nei tuoi occhi l’amore non saranno giorni che rimpiangerò.” “Nemmeno io!” “E adesso basta con le smancerie e muoviamoci o finirà che faremo tardi!” A dispetto delle cure di Marie, Jennifer non fu considerata la più affascinante ragazza del ballo. La sua bellezza era ancora troppo acerba per suscitare il generale apprezzamento. Ciò non impedì a molte sue compagne di rodersi il fegato dall’invidia e a un paio di cadetti di cercare di appartarsi in qualche angolino buio insieme a lei. Finito il ballo, la ragazza tornò subito a casa mentre Marie rimase bloccata ancora per un bel pezzo dai suoi doveri sociali. Una volta rientrata fece appena in tempo a chiudere la porta che Jennifer le saltò addosso gettandole le braccia attorno al collo e baciandola freneticamente. “Perché ci ha messo tanto? Non ne potevo più!” esclamò la giovane. “Ehi! Ma …” “Scommetto che si è pure divertita a guardarmi ballare con quei tizi. Io invece non ho fatto altro che pensare a lei. Cristo! Ero così eccitata che credo di aver sgocciolato tutta sul pavimento!” Marie aggrottò un sopracciglio dando alla ragazza quello sguardo che significava essersi appena guadagnata una dura battuta ma Jennifer non vi diede alcun peso ma continuò con l’aria di chi la sa lunga. “E come se non bastasse se uno di quei porci avesse deciso di palparmi il sedere avrebbe potuto scoprire l’altro mio piccolo segreto …” “Eh?” “Lo so che mi sono comportata da bambina cattiva ma la colpa è sua. Ha voluto che venissi al ballo ma non ha voluto che danzassimo insieme così ho deciso di portare qualcosa che mi facesse sempre pensare a lei …” Marie non riusciva a capire cosa intendesse la giovane che nel frattempo le si strofinava contro come una gatta. “Mi tocchi! La prego!” implorò ancora la ragazza. Finalmente la donna prese a carezzare le natiche di Jennifer. Infilò una mano sotto la gonna e percorse con le dita il solco tra i glutei. Ad un certo punto avvertì, sotto la seta delle mutandine, la presenza di qualcosa di rigido. Intensificò le sue indagini e si rese conto che la ragazza aveva inserito nell’ano un piccolo fallo. Non riusciva a credere che Jennifer avesse trascorso l’intera serata con quell’oggetto dentro di lei! Poteva solo vagamente immaginare come dovesse essere ballare con quell’affare che la tormentava ad ogni movimento. “Spogliati!” ordinò sussurrando Marie. Jennifer si denudò velocemente, felice nella sua convinzione di vedere finalmente appagato il proprio desiderio. Quando fu nuda la tutrice le ordinò di sdraiarsi sulla scrivania. La ragazza fece quanto richiesto solo per accorgersi con orrore che la donna si stava avvicinando con in mano un piccolo flagello. Fu presa dal panico. “No! Madame la prego, non mi punisca adesso! Può castigarmi in qualsiasi momento ma ora ho bisogno … delle sue carezze. È tutta la sera che aspetto! Quando sono rientrata avevo così tanta voglia che stavo per fare tutto da sola. Poi però ho voluto conservarmi per lei. Almeno per questo, la prego, mi punisca più tardi …” “Basta! Fai silenzio! Ti comporti da sgualdrina e poi vorresti pure comprensione? La frusta è l’unica cosa che meriti! Altro che pietà. Anzi visto che stasera hai la lingua tanto lunga vorrà dire che subirai un trattamento che ti farà urlare così forte che dovrai rimanere in silenzio per una settimana …” Marie fece una breve pausa durante la quale si divertì a percorrere il corpo della giovane con le corde dello strumento, osservando compiaciuta la pelle intirizzirsi dopo il suo passaggio. Infine riprese a parlare ma questa volta con tono suadente anziché minaccioso. “Forse però possiamo trovare … un impiego migliore per la tua linguetta. Che dici, ti viene qualche idea?” Jennifer si sentì sollevata. La tutrice le aveva lasciato la possibilità di evitare la punizione. Sarebbe bastata una parola e non sarebbero più state le lacrime a bagnarle il viso. Era però stranamente incerta. Non sapeva se la punizione era meritata o meno ma sapeva bene che la sua signora era desiderosa di infliggergliela. Anche adesso che le stava sorridendo con dolcezza, i suoi occhi erano accesi di quel fuoco che solo la completa sottomissione alle nerbate da parte della sua devota schiava poteva spegnere. Jennifer conosceva la donna così come conosceva lo strumento che impugnava e il modo in cui sarebbe stato usato. Soprattutto conosceva il dolore che lo strazio delle sue tenere carni le avrebbe provocato. Eppure c’era qualcosa che l’attirava in quel gorgo di sofferenza. In passato aveva accettato le punizioni prima come metodo di correzione e successivamente come dimostrazione d’affetto da parte della tutrice. Ora però le cose erano cambiate. Una nuova consapevolezza era presente in lei. La consapevolezza del piacere che dava la dominazione ma anche quella del potere che aveva sulla sua padrona. Stava a lei decidere se concedere alla donna di assaporare la delizia di essere carnefice. Questo cambiava le cose. La sua sottomissione acquisiva un nuovo valore. Non era più un modo per mendicare affetto o attenzioni ma qualcosa di più. Un dono. Una dimostrazione del suo amore e della sua fiducia. Il piacere del dare piacere. “Madame non sia così buona con me. Non lo merito. Mi sono comportata male e devo essere punita. La prego mi faccia male …” Marie che aveva rinunciato all’idea di torturare la giovane, fu talmente felice di quella richiesta che solo a fatica riuscì a dominare l’impulso di stringere a sé la pupilla dicendole quanto l’amava. Il momento per la dolcezza sarebbe venuto più tardi. Ora sarebbe stata la frusta a regnare. Senza che le fosse richiesto Jennifer aveva divaricato le gambe per meglio offrirsi al flagello. Marie si mise subito in posizione, digrignando i denti, e diede inizio alla battuta. I primi colpi furono per l’interno delle cosce ma appena la tutrice si scaldò fu l’umido sesso della giovane a subire quelle carezze infuocate. Jennifer sopportò i colpi con una disciplina che stupì lei quanto la sua carnefice. Ma quello che la sorprese veramente fu che il dolore non riuscì a spegnere il desiderio ma sembrò semmai aumentare l’eccitazione. Questo le era già capitato ma mai con questo genere di punizione che invece aveva sempre paventato. Certo, lo strumento era tra i più leggeri, studiato appositamente per evitare di danneggiare le carni più delicate, però non era costruito solo per fare scena, era abbastanza pesante da infliggere reali sofferenze e non solo brividi di paura. Dolore e piacere possedevano ora il suo corpo spartendoselo da buoni amici. Ad un certo punto Jennifer strinse i suoi seni tra le mani palpandoli e strizzandoli come era abituata a fare la sua tutrice durante qualche breve tregua concessa nelle sessioni più lunghe. Presto però quello stimolo non fu sufficiente e la ragazza portò le mani tra i petali armai arrossati e li dischiuse esponendo al cuoio crudele la rosea polpa del suo dolce frutto. Così aperta ogni colpo era un’agonia ma anche un avvicinarsi all’estasi. Le urla che ogni fendente le strappava nascevano dal dolore e si spegnevano nel piacere. All’improvviso, dopo un ennesimo colpo particolarmente ben riuscito, Jennifer lanciò un grido lungo e monocorde. Il suo corpo si arcuò di scatto per poi piegarsi su di un fianco e racchiudersi in posizione fetale. Contemporaneamente le gambe si serrarono intrappolando un mano tra esse. Rimase così. Distesa su un lato, con una mano che le racchiudeva e massaggiava il sesso, prolungando il suo viaggio. Ebbe bisogno di tempo per riprendersi. Si era forse addormentata? Si accorse che la giacca della tutrice ora ricopriva il suo corpo sudato. Ne assaporò per qualche istante l’odore, poi cercò la donna con lo sguardo. La trovò sdraiata sul sofà. Le uniche cose che indossava erano un frustino nero e uno sguardo da lupa famelica. Jennifer si alzò e fece per avvicinarsi. Poi però si fermò. Depose la giacca sulla spalliera di una sedia e si inginocchiò. A carponi si avvicinò a Marie che quando fu abbastanza vicina fece sporgere una gamba fuori dal divano in direzione della giovane. La ragazza le baciò deferente il piede. Poi presolo quasi con devozione lo baciò e ribaciò infinite volte fino a che non scorse un sorriso beato sul viso della tutrice. Allora Jennifer prese ad usare la lingua. Leccò ben bene il piede di Marie. Fece lo stesso col polpaccio e poi con la coscia. Infine, saltando il boccone più succulento, iniziò a baciare e leccare l’altra coscia. La donna sembrò non gradire molto l’idea perché afferrò la giovane per i capelli trascinandole dolorosamente il viso verso il luogo da lei ignorato e non mollò la presa finché esso non divenne in centro di tutte le attenzioni della ragazza. A quel tempo Jennifer era ormai esperta in quella sublime arte. Questo, insieme allo spettacolo che la giovane aveva concesso in precedenza, avrebbero costretto Marie a una rapida resa se la donna non avesse deciso diversamente. Così ogni volta che sentiva di non poter resistere oltre allontanava a forza il volto di Jennifer e contemporaneamente iniziava a somministrarle una fitta dose di nerbate sul fondoschiena. Non smetteva finché le guance della giovane non venivano ad essere solcate dalle lacrime e a quel punto le ritrascinava il capo tra le cosce, costringendola a riprendere la sua devozione. Dopo che questa prassi si fu ripetuta diverse volte Jennifer comprese che l’unico modo per sfuggire alle frustate era quello di riempire la sua dea di tanto piacere da non fargliene desiderarne altro. Però, nonostante il suo entusiasmo e la sua abilità, non riuscì a soddisfare la donna. Non abbastanza. Per fortuna il dolore della frusta mischiato al piacere liquido che le colava tra le gambe riuscirono a ispirarla. Fece dare alla lingua un ultimo saluto alla clitoride della tutrice e poi la fece scorrere verso il basso, prima attraverso alle labbra sottili, poi oltre i bordi della coppa. Il viaggio proseguì fino a che non giunse all’unica fessura della donna che era rimasta vergine alle sue esplorazioni. Con la punta della lingua iniziò a percorrere cerchi sempre più stretti intorno all’ano della tutrice. Al tempo stesso fece ripiegare le gambe della donna verso l’alto per meglio esporne l’occhio grinzoso. Marie, ipnotizzata, rimase inerte come un manichino, passiva. Jennifer, ora più audace, usò le mani per divaricare i glutei sodi della donna e quindi affondò la lingua nel solco percorrendolo avanti e indietro. Marie aveva un sobbalzo ogni volta che l’esploratrice passava sopra il sensibile buchetto lasciando dietro di sé una scia di bava. Finalmente Jennifer, schiava della sua stessa voluttà, diede un bacio appassionato alla piccola apertura. Mentre con le dita prendeva a massaggiare la clitoride della tutrice, il bacio proseguiva. La lingua ora assaltava l’ano della donna cercando disperatamente di penetrare oltre la porta di carne. Marie muggì di piacere quando sentì il suo recesso dischiudersi all’ospite. Poi un orgasmo possente come un’onda dell’oceano la trascinò via. Anche dopo che la tutrice si riprese le due amanti rimasero immobili in silenzio. Marie sdraiata sul sofà e Jennifer ai suoi piedi, in ginocchio, con lo sguardo abbassato. La ragazza era profondamente imbarazzata da quello che aveva fatto. Sapeva di aver dato piacere alla sua compagna ma ne era ugualmente disgustata. Come aveva anche solo potuto pensare di fare una cosa simile? Cosa c’era in lei che non andava? Perché l’idea di quel gesto ancora adesso le dava un brivido che non era solo di orrore? Mentre piangeva sentì le braccia di Marie circondarla. La donna si era accorta del turbamento della giovane e si era seduta in terra davanti a lei. La tutrice strinse a sé Jennifer, facendole posare il capo sulla sua spalla. “Amore mio, perché piangi così?” “Io … mi vergogno …” “Ti vergogni?” “Per … quello che ho fatto! È … schifoso e … lo sono anch’io!” “Lo hai fatto per farmi felice. E un gesto d’amore è sempre sublime …” Marie fece per darle un bacio ma Jennifer si scansò. “Come può baciarmi dopo che … Dio che schifo!” Jennifer era ormai isterica e Marie decise per un cura drastica. Prima le diede uno schiaffo per ottenerne l’attenzione e poi la trascinò a forza nella stanza da bagno dove le ordinò di inginocchiarsi. La ragazza non aveva alcuna voglia di giocare e cercò di ribellarsi ma la tutrice le rispose con un altro violento ceffone. La giovane si inginocchiò in silenzio. Era triste. La tutrice la stava di nuovo trattando come una cosa di sua proprietà. Aveva forse dimenticato tutte le sue promesse? Intanto Marie aveva preso un pezzo di sapone e lo aveva spaccato per fargli raggiungere le dimensioni volute. Poi ordinò alla ragazza di aprire la bocca. Jennifer eseguì senza fiatare e la tutrice le pose in bocca il pezzo di sapone come fa un sacerdote con l’ostia consacrata. Sempre seguendo le istruzioni della donna, la giovane prese a masticare l’orribile boccone. Riprese a piangere. Non solo per l’irritazione provocata da quel pasto indesiderato ma soprattutto perché si sentiva tradita da colei cui aveva dato il suo cuore e la sua fiducia. A un certo punto però Marie si inginocchiò davanti a lei e sollevandole il capo, la baciò, penetrando con la lingua la cavità irritata. Il bacio continuò fino a quando la donna non ebbe risucchiato nella propria bocca tutte le scaglie di sapone presenti in quella della giovane. Poi, sotto gli occhi stupiti di Jennifer, masticò anch’essa l’amara medicina che aveva prescritto. Alla fine sputò nel lavandino quanto rimaneva dello strano pasto e tornò a volgere lo sguardo alla ragazza. Sorrideva e si leccava le labbra con l’aria di chi avesse assaggiato chissà quale delizia anche se i lineamenti stravolti del viso indicavano chiaramente il contrario. “Visto? Per me i tuoi baci sanno sempre di buono!” disse la donna. “Mi spiace se sono stata cattiva e ti ho spaventata ma volevo dimostrarti che …” Non ci fu bisogno di terminare la frase. Jennifer si era gettata tra le braccia di Marie, felice che la sua signora non avesse scordato la sua dolcezza. La donna dopo averla consolata a lungo, la sollevò tra le braccia e andò a accucciarsi nella vasca da bagno. Dopo essersi ben risciacquate il palato, fecero un lungo bagno caldo per ripulirsi dalle fatiche del ballo e degli amplessi. Si lavarono a vicenda, fermandosi di tanto in tanto per scambiarsi qualche breve ma dolcissimo bacio. La tutrice ebbe particolare cura dell’ano della giovane e da ciò la ragazza concluse che presto qualcosa di ragguardevole l’avrebbe penetrata. “Oh Madame! Non vorrà mica sodomizzarmi, vero? Sono una bambina troppo piccola per certe cose …” disse Jennifer con il tono infantile che faceva impazzire la sua compagna. “Veramente, mia cara, avevo altro in mente …” replicò la donna misteriosamente. “Davvero? Cosa?” chiese Jennifer un po’ delusa. “Volevo restituirti il favore che mi hai fatto.” “Il favore? Ah! Ma non è necessario … voglio dire non so se voglio che lei …” “Sono sicura che ti piacerà da impazzire e poi … ti dovrò pur insegnare a farlo nel modo giusto …” “Non sono stata abbastanza brava?” “Sei stata bravissima ma in certe cose bisogna essere … prudenti” “Eh?” “Certo non vogliamo che la nostra bambina si prenda qualche brutta malattia perché ha infilato la sua deliziosa linguetta dove non doveva, non è vero?” “Ma allora …” “… basterà usare qualche precauzione, mia cara! Vedrai … un po’ di cellophane può fare miracoli. Non diminuirà né il piacere né l’umiliazione ma eviterà infezioni. E poi sono sicura che così non avrai più alcuna remora a sollazzarmi in questa nuova maniera. Perderai ogni inibizione!” “Non che me ne abbia lasciate molte …” “Però devi promettermi una cosa.” “Cosa?” “Che continuerai ad arrossire quando ti chiederò di fare qualcosa di umiliante ...” “Cercherò.” “Oh! Oh!” “Che c’è?” “Sei arrossita!” “Non mi prenda in giro. Non è giusto! Io l’amo e lei se ne approfitta!” “Ma anch’io ti amo, bambina mia.” “Allora lo dimostri!” “E come pensi che dovrei farlo?” “Per prima cosa adesso mi prende in braccio e mi porta su in camera da letto …” “Sì, padroncina.” “Poi passerà tutta la notte a darmi piacere con la lingua …” “Sì, padroncina.” “E non si illuda di limitarsi al mio buchino dietro! Con tutte le flagellate che mi ha dato la mia conchiglietta è tutta un fuoco e lei dovrà spegnerlo … a forza di saliva!” “Ti ho fatto tanta bua, piccolina?” “Sì! Tanta tanta! …” Troppo eccitate per continuare oltre la loro schermaglia amorosa, Marie e Jennifer si baciarono appassionatamente. Solo il desiderio di avere più spazio a disposizione le convinse a non fare immediatamente l’amore nella vasca ma a trasferirsi al piano superiore. Era già molto tardi e quando finalmente i loro amplessi ebbero termine la luce dell’alba iniziava a rischiarare la stanza. Nonostante il sonno e la stanchezza le due decisero di rimanere sveglie ancora un po’ per vedere insieme il sole che sorgeva. Come ogni giorno, l’astro di fuoco sconfisse la notte segnando la fine del tempo degli amori per le figlie della luna. I suoi raggi indiscreti giocarono con i corpi abbracciati delle amanti fino a quando una nuvola pietosa non si pose a scudo delle due ninfe addormentate, regalando loro un fresco e ben meritato ristoro. CAPITOLO XVI - LA MADRE Come previsto, Jennifer non ebbe problemi ad essere promossa alla fine dell’anno e Marie, come ricompensa, decise che avrebbero trascorso una lunga vacanza in Europa. Il grande interesse per l’arte e la cultura classica che la giovane aveva maturato sotto la ferma guida della sua tutrice era stato per la donna una fonte di grande soddisfazione. Marie era entusiasta dell’idea di far conoscere alla sua protetta tutte quelle opere d’arte e quei monumenti che aveva potuto vedere solo sui libri. Purtroppo però il viaggio oltre oceano aveva anche un’altra ragione. Sua madre aveva scoperto che Jennifer abitava ormai da tempo a casa sua e alla fine Marie aveva dovuto confessarle anche l’intenzione di adottare la ragazza. La madre, per nulla felice della decisione, aveva preteso che la figlia venisse al più presto a trovarla per ‘discutere della questione’. Marie sapeva bene cosa aspettarsi e sapeva che il fatto che Jennifer venisse insieme a lei non avrebbe certo migliorato la situazione. Più si avvicinava la data fatidica più Marie diveniva ombrosa, mentre Jennifer, pur non comprendendo la ragione del suo cattivo umore, faceva del suo meglio per rallegrarla. La donna aveva deciso di adottare ufficialmente Jennifer dopo lunghe riflessioni. Quando aveva chiesto alla giovane se le sarebbe piaciuto farsi adottare da lei, la ragazza era andata in estasi. Per Jennifer quella richiesta aveva l’equivalente di una proposta di matrimonio e lei era più che felice di accettarla. In realtà Marie voleva semplicemente creare un legame che consentisse loro di rimanere unite indipendentemente dall’esito del loro amore. La donna era consapevole di essere molto più che la partner di Jennifer. Era la sua guida, la sua consigliera. D’altro canto lei sentiva di amare Jennifer non solo come una compagna ma anche come una figlia o una sorellina. Se al primo amore potevano bastare le promesse al chiaro di luna, al secondo era necessario qualcosa di più. Qualcosa che potesse tenerle unite per sempre anche se la passione fosse venuta meno. Marie voleva che Jennifer si sentisse libera di rinunciare a lei come amante avendo la certezza di non perderla anche come amica e confidente. La donna aveva cercato di spiegare questo alla giovane che però aveva ostinatamente rifiutato l’idea che il loro amore potesse non durare in eterno. Quando sbarcarono in Francia, le due trovarono ad attenderle un’auto con chauffeur per accompagnarle nel lungo tragitto verso villa Foisson. Per buona parte del viaggio Marie rimase in silenzio a guardare distrattamente dal finestrino con l’aria crucciata. Jennifer, seduta accanto a lei sul sedile posteriore della vettura, decise di fare qualcosa per distrarla. Mise la mano sul ginocchio di lei e prese a carezzarlo spostandosi lentamente verso l’alto, sollevando la gonna, fino a raggiungere il delicato tessuto delle mutandine. In circostanze normali la donna avrebbe apprezzato l’iniziativa della giovane. La presenza dell’autista poi, avrebbe reso la cosa ancor più eccitante anche se quest’ultimo non era in grado di vedere ciò che accadeva al riparo del suo schienale. Questa volta però Marie non era dell’umore giusto. Più volte allontanò la mano della compagna che però ritornava sempre a sondarla. Alla fine decise che il modo migliore per tenere tranquilla Jennifer era un altro. Con una mano afferrò quella della ragazza per impedirle di andare oltre mentre con la destra iniziò a impartirle lo stesso trattamento che fino ad allora aveva subito. Come previsto la giovane cessò ogni iniziativa per potersi godere con tutta calma le carezze della tutrice. Col crescere del piacere Jennifer si accostò ancor di più a Marie posando la propria testa sulla spalla della donna e chiudendo gli occhi come se stesse cercando di riposare. Respirava profondamente, inalando il profumo della compagna che la intossicava come una droga. Al tempo stesso, come una gatta, strofinava vigorosamente la guancia contro la spalla della donna seguendo il ritmo sensuale del tocco di lei. Marie gettò uno sguardo sulla ragazza e non riuscì più a distoglierlo. Jennifer era semplicemente incantevole. Gli occhi socchiusi, il labbro inferiore stretto tra i denti per impedirsi di gemere, un rivolo di bava che dall’angolo della bocca scivolava attraverso la guancia finendo per macchiare il vestito della sua padrona. Marie sorrise. Era fortunata ad avere Jennifer. La piccola dolce Jennifer che ancora una volta le stava facendo dimenticare la sua infelicità. L’ancella devota, la docile schiava, pura come l’oro ma infinitamente più rara e preziosa. “Perché non ti sdrai sulle mie ginocchia? Così starai più comoda …” sussurrò ad un tratto la donna facendo trasalire la giovane. “Ma l’autista? Ci vedrà …” rispose con un fino di voce. “Jennifer cara, perché non ti sdrai un po’ e cerchi di dormire? Ci vorrà ancora parecchio prima di arrivare!” Marie aveva pronunciato queste parole ad alta voce in modo che potessero essere udite dallo chauffeur. Jennifer, dopo aver dato uno sguardo complice alla donna, si accucciò sul sedile con la testa in grembo alla compagna. Marie si tolse la giacca e la pose a mo’ di coperta sulle gambe della giovane proteggendo così da occhi indiscreti ciò che avveniva sotto di essa. Al riparo di quella barriera la sua mano sbottonò la gonna della ragazza per rendere più facile l’accesso al morbido scrigno. Per lunghi minuti carezzò il fiore profumato della giovane fino a quando le mutandine non furono completamente intrise di nettare soave. A quel punto con rapida decisione le sfilò per poi infilarle come un bavaglio in bocca a Jennifer. Così mentre il piacere della giovane cresceva, le sue urla si traducevano in una sempre maggiore stretta a quel morso improvvisato che come una mammella fatata rilasciava il suo succo. Mentre l’auto procedeva tranquilla il suo viaggio, le dita di Marie erano penetrate nella vagina di Jennifer prendendo a massaggiarla con vigore ma lentamente. La donna conosceva ormai perfettamente ogni recesso di quel tempio a lei consacrato così come l’effetto del suo tocco sulla sua giovane devota. Lentamente ma inesorabilmente il piacere cresceva. Il corpo della ragazza si contorceva nel tentativo di stimolare la negletta clitoride. Finalmente Marie liberò Jennifer del bavaglio che sostituì con due sue dita che si era premurata di ben inzuppare con il proprio miele. Contemporaneamente il suo pollice prese a stringere d’assedio la clitoride, percorrendo cerchi sempre più stretti. Quando l’orgasmo colpì la giovane le sue mascelle si serrarono con forza sulle dita di Marie che però, non volendo rovinare il piacere della compagna, sopportò stoicamente il dolore. Rimasero così per il resto del viaggio. La tutrice era talmente incantata dalla visione della sua piccolina che le sonnecchiava in grembo appagata e felice, che si accorse solo all’ultimo istante che la vettura aveva già imboccato il vialetto d’accesso alla villa. Destò Jennifer e le due cercarono in tutta fretta di rassettarsi al meglio. Scaricati i bagagli, l’autista ripartì per portare l’auto nella rimessa. All’improvviso Jennifer corse dietro la vettura sbracciandosi. Quando finalmente la macchina si fermò, la ragazza si tuffò tra i sedili posteriori per recuperare qualcosa che si mise in tasca facendo poi cenno allo chauffeur di proseguire liberamente. Tornata al fianco di Marie rispose al suo sguardo interrogatorio tirando appena fuori dalla tasca, sorridendo, le mutandine che aveva scordato sul fondo dell’automobile. “Sei proprio incorreggibile, mia cara” disse Marie. “Sì, però è stata lei a togliermele.” “Ma sei tu quella che ha cominciato.” “No, non è vero!” “Sì, invece!” “No!” “Sì!” “Noooo!” “Sììììì!” Continuarono a battibeccare finché ormai entrate in casa non scoppiarono a ridere, finendo per abbracciarsi. Fortunatamente nessuno le vide. Salvo qualche convenevole iniziale con la madre di Marie, le due passarono il resto della giornata a sistemarsi nelle rispettive camere. Fu solo a cena che le tre si ritrovarono faccia a faccia. Jennifer era impressionata dalla somiglianza tra madre e figlia. Anche se decisamente più minuta di Marie, che doveva avere ereditato il suo fisico atletico dal padre, la donna sembrava una copia ingrigita e avvizzita della sua dea. In particolare anch’essa sembrava possedere una strana carica d’energia nervosa che le faceva saettare lo sguardo come se fosse perennemente intenta a incenerire qualcuno. Anche Marie possedeva quello sguardo ma la ragazza sapeva di potere tramutare la furia in passione e la passione in dolcezza. Forse anche la decana di casa Foisson avrebbe potuto trovare dell’affetto per lei. La cena fu silenziosa e formale. Jennifer concentrò tutti i suoi sforzi nel tenere un comportamento impeccabile mentre la vecchia la spiava e Marie spiava la vecchia. Terminata la cena, la madre invitò Jennifer ad andare in camera a riposare. La ragazza, stupita e un po’ delusa, si accomiatò dalle due donne. Era il momento che Marie aveva temuto di più. “Allora si può sapere cosa ti è passato in mente?” esplose la vecchia. “A cosa ti riferisci?” “A cosa mi riferisco? A quella ragazzina! Perché diavolo te la sei presa in casa? E cos’è questa storia che vuoi adottarla? Sei forse impazzita?” “È una ragazza in gamba e pensavo di aiutarla a …” “Non dire idiozie! È solo una sgualdrinella! Una ragazza da marciapiedi che non avrei mai dovuto far entrare nella mia scuola!” “Jennifer è una brava ragazza …” “Ha portato la droga nel mio istituto!” “Lei non c’entra niente con quella storia …” “Se non fosse per lei non sarebbe successo nulla. E poi si può sapere perché la difendi tanto? All’inizio non volevi nemmeno ammetterla!” “Allora non la conoscevo …” “Sei la solita stupida! Non capisci che ti sta usando? Questa è la sua grande occasione! Due moine ed eccola che entra a far parte della nostra famiglia! Non ho fatto tanti sacrifici perché la prima puttanella che passa si prenda tutto ciò ho costruito. Ma perché mi è capitata una figlia così imbranata?” Marie continuò ad ascoltare in silenzio le invettive dell’altra. Le braccia conserte e le dita piantate nell’incavo dei gomiti nel tentativo di non perdere il controllo. La madre visto che quanto detto non sembrava suscitare reazioni decise di cambiare tattica e riprese a parlare con un tono dolce che la figlia sapeva falso. “Ascolta, mia cara, io lo so perché ti stai comportando così …” “Sì?” “Gli anni passano … tu ti senti sola … e così pensi di costruirti una famiglia. Ma questo è il modo sbagliato. Certo non che tu sia mai stata una gran bellezza e ormai hai anche una certa età ma non sei ancora da buttare. Con un po’ di impegno un uomo dovresti riuscire a trovarlo. Per esempio il professor Van Dorn ha sempre avuto una certa simpatia per te. Purtroppo non è cattolico ma è un uomo di specchiata moralità e molto religioso. Forse è un po’ avanti con gli anni ma in fondo non è che tu possa permetterti di fare tanto la schizzinosa …” La madre continuava a parlare ma Marie non l’ascoltava più. Il suo sguardo era perso tra le fiamme immaginarie del vicino caminetto. Il suo incubo si stava trasformando in realtà. I giorni successivi non furono migliori. La vecchia strega prendeva in ostaggio Jennifer per giornate intere trascinandosela dietro nelle sue varie attività. La ragazza faceva del suo meglio per compiacerla senza immaginare che ogni sera Marie doveva sopportare una lunga lamentazione sui difetti della giovane. La donna aveva da anni maturato una certa indifferenza alle critiche della madre. Adesso però che quelle parole erano rivolte all’oggetto del suo amore, queste tornavano a ferirla profondamente. Peggio ancora faceva poi il rimorso di non poter difendere l’amata. Una sera dopo l’ennesima lista d’insulti, Marie tornata in camera, si gettò sul letto a piangere. In quello stato non si accorse del prudente bussare di Jennifer e quando questa entrò nella stanza vide la donna ancora singhiozzante con la testa affondata nel cuscino. Per un po’ non dissero nulla. Jennifer doveva riprendersi dallo stupore e Marie riacquistare l’autocontrollo. Fu la tutrice la prima a rompere il silenzio. “Ho avuto una discussione con mia madre …” disse rispondendo alla domanda che la giovane non aveva avuto il coraggio di farle. “È per colpa mia?” chiese la ragazza realizzando per la prima volta ciò che stava accadendo. Marie fece cenno a Jennifer di sedersi accanto a sé e la baciò dolcemente. “Non è per colpa tua ma è a causa tua.” Jennifer chinò il capo, triste. Marie le prese le mani fra le sue e continuò. “Non c’è ragione che tu ti senta in colpa. Io e mia madre non siamo mai andate molto d’accordo …” “Ma sta soffrendo, non può negarlo.” “Sì ma … se soffro vuole dire che sono viva e se sono viva è solo grazie al nostro amore.” “Forse sarebbe più felice senza di me …” “Non sarei viva senza di te. Mi sei necessaria come la luce del sole o l’aria. Senza i tuoi baci io …” Jennifer la baciò. A un bacio ne seguì un altro finché non si ritrovarono abbracciate a dirsi quanto avevano sofferto quei pochi giorni di astinenza forzata. “So cosa ci vuole per tirarla su di morale” disse all’improvviso Jennifer. “Cioè?” “Prendermi a frustate fino a quando non le farà male il braccio! Cosa se no?” “Sarebbe un vero piacere ma faremmo troppo rumore. Dobbiamo essere prudenti, mia cara!” “Uffa! Ci sarà pure qualcosa con cui punirmi!” Detto questo Jennifer recuperò la valigia nella quale la tutrice conservava il suo campionario portatile di strumenti di tortura. Sotto gli occhi deliziati della donna prese a rovistarvi dentro con l’ardore di una bambina che scarta i regali la mattina di Natale. Mentre cercava qualcosa che la ispirasse si ritrovò tra le mani un astuccio che non aveva mai visto. “È un regalo per te” disse la donna allo sguardo interrogativo della giovane. “Aspettavo solo l’occasione giusta per dartelo. Pare che sia arrivata.” Jennifer apri l’astuccio. Dentro vi era una sorta di grosso sigaro panciuto interamente costituito di metallo dorato. Vi era incisa la scritta ‘La mamma ama la sua bambina’. Jennifer sorridendo continuò a esaminare l’oggetto che era cavo all’interno e bucato alle estremità. Alla fine giunse alla conclusione che doveva essere un beccuccio per clisteri anche se non ne aveva mai visti di quel genere. Le bastò una sguardo per convincere la tutrice a farglielo provare immediatamente. Marie si mise subito all’opera. Le era venuta una magnifica idea sul come concludere la sessione e non vedeva l’ora di realizzarla. Somministrò a Jennifer un primo clistere di acqua e sapone e poi un secondo di sola acqua calda. Mentre tratteneva il liquido la ragazza scoprì che il beccuccio metallico, riscaldato dal contenuto del clistere, diffondeva una piacevole sensazione di calore nel suo ano dilatato. Quando anche la seconda somministrazione ebbe fine e Jennifer terminò di liberarsi la viscere, Marie decise che era venuto il momento per il gran finale. Ordinò alla ragazza di mettersi a carponi sul letto, con la testa poggiata sul cuscino. Con studiata lentezza riprese l’abituale procedura di lubrificazione per poi inserire due dita nello stretto passaggio posteriore. Masturbò quindi l’ano della giovane per alcuni minuti. Quando la ragazza prese a rispondere in maniera spudoratamente entusiasta a quel massaggio ritrasse le dita lasciando Jennifer a sospirare per il disappunto. Le dita furono però prontamente sostituite dal beccuccio dorato. Mugolando di piacere, la ragazza si voltò appena in tempo per vedere Marie che versava del vino nella sacca del clistere. Non avendo mai ricevuto un simile trattamento si chiese quale effetto avrebbe sortito ma evitò di fare domande, troppo eccitata per attendere oltre. Marie continuò per un po’ a versare il contenuto della bottiglia nel contenitore. Sapeva di non dover esagerare con il vino perché l’intestino avrebbe assorbito l’alcool in modo molto più efficiente dello stomaco. Purtroppo però le emozioni della serata e i bicchieri tracannati mentre Jennifer si svuotava dei clisteri precedenti avevano alterato le sue percezioni. Così finì per abbondare eccessivamente con il vino garantendo alla sua prediletta una sbornia colossale. Finiti i preparativi, la donna liberò la valvola e subito il clistere prese a inondare la ragazza. Marie teneva la sacca molto in basso facendo così fluire il liquido molto lentamente dentro la giovane. Al tempo stesso la donna si chinò dietro di lei cominciando a darle tanti piccoli baci sulle labbra socchiuse della vagina. Mentre il ventre di Jennifer si riempiva, la lingua della tutrice entrò nello scrigno della giovane saccheggiando voluttuosamente l’abbondante ambrosia che vi era custodita. Quando il clistere si fu svuotato Marie fece sdraiare Jennifer sulla schiena senza mai smettere di stuzzicarla. Dopo poco tempo la ragazza si rese conto che l’alcool stava facendo effetto. L’idea di ubriacarsi in quello strano modo la fecero scoppiare a ridere. Poi l’eccitazione ebbe la meglio e si gettò sulla compagna rivoltandola e infilando la propria testa tra le cosce di lei ricambiandola del trattamento ricevuto. Non ci volle molto perché la donna prendesse a fare altrettanto. Le due si mangiarono a vicenda, lentamente e senza fretta, come per meglio assaporare il piacere di nutrirsi l’una dell’altra. Il corpo di Jennifer era come un arco teso che si fletteva alle carezze che Marie le impartiva sui glutei, sulla schiena e sui fianchi. Il contorcersi per quei tocchi finiva per rendere la giovane ancor più consapevole dell’intruso dorato che era ancora nel suo ano. Più il piacere cresceva, più i suoi muscoli si sforzavano, più diveniva conscia di quella presenza. Mentre si abbandonava alla lingua della sua signora, la ragazza cominciò a contrarre l’ano attorno al piccolo fallo. Inebriata dal vino e dal piacere immaginò di essere sodomizzata da un vero pene. Non arrivò ad immaginare di fare l’amore con un uomo ma la sua fantasia le fece sognare che la sua padrona, per umiliarla o per darle piacere, l’avesse costretta a subire una simile intrusione. L’uomo non aveva volto. Era solo una massa indistinta di muscoli e soprattutto un fallo spropositatamente largo, l’unica cosa che lei potesse desiderare da lui. Nelle mente di Jennifer si dipinse la visione di quell’enorme palo caldo che si muoveva lento avanti e indietro nell’apertura inverosimilmente dilatata mentre la sua signora beveva avidamente il succo del suo piacere. Umiliata, violentata, sodomizzata, Jennifer non resse più ed esplose in un violento orgasmo. Mentre si riprendeva si strinse a Marie, turbata dall’avere fantasticato su di un uomo. Avrebbe voluto riposare tra i seni della compagna per esserne rassicurata ma anche se la tutrice desiderava altrettanto, la invitò ugualmente a tornare nella sua stanza per evitare che la mattina successiva fossero trovate nello stesso letto. Se la donna fosse stata più lucida si sarebbe accorta che Jennifer non era in grado di andarsene in giro da sola e l’avrebbe accompagnata. Dato però che anch’essa era un po’ alterata finì per lasciare a sé stessa la ragazza. Fu così che Jennifer si ritrovò a girovagare confusamente tra gli innumerevoli corridoi della casa. Nel suo vagabondare andò infine a sbattere contro un grosso vaso che precipitò al suolo finendo in mille pezzi. Destata da quel rumore una domestica si precipitò a vedere ciò che accadeva appena in tempo per scorgere la giovane, visibilmente ubriaca, che si allontanava barcollando dal luogo del delitto. Il giorno successivo cominciò normalmente ma a metà mattinata Marie fu convocata dalla madre nel suo salottino privato. Quando entrò la donna vide Jennifer piegata sulla scrivania nella posizione di chi sta per ricevere una punizione. La gonna era sollevata a scoprire le strette natiche protette solo da un paio di mutandine bianche. Sulla scrivania, accanto a lei, giaceva inquietante un lunga canna. Marie si guardò in giro per cercare la madre. La trovò seduta nella poltrona. Era immobile ma i sui occhi dardeggiavano cattivi mentre sulle labbra era disegnato un ghigno di trionfo e di scherno. Per Marie sapere che quell’espressione era del tutto simile a quella che essa stessa aveva tante volte adottato non la rendeva più facile da sopportare. “Che significa questo?” chiese infine la donna. “La tua protetta si è finalmente rivelata per quello che è realmente: una poco di buono che non avrebbe mai dovuto mettere piede in casa nostra!” “Ma si può sapere cosa è successo?” “È successo che questa puttanella ieri notte si è ubriacata e poi se ne è andata tranquillamente in giro a combinare danni! Ha persino rotto un vaso antico! Per fortuna Colette l’ha vista e mi ha riferito tutto. Questa troietta pensava di poter prendere in giro me! Ma si è sbagliata di grosso! Ho subito capito che genere di persona fosse e adesso devi ammetterlo anche tu. Prima di rispedirla in America però dovrà essere punita e sarai tu a farlo. Trenta colpi di canna sono il minimo per quello che ha fatto. Avanti muoviti!” “No! Non voglio …” “Guarda che se non lo farai tu lo farò fare al giardiniere e considerando che non è un esperto credo che dovrò dirgli di somministrare qualche decina di colpi in più …” Marie stava male. Non solo Jennifer stava per essere punita per colpa sua ma sarebbe stata lei stessa a farlo. La vecchia strega era consapevole che in questo modo avrebbe punito entrambe. “Madame …” Marie si voltò verso la sua amata che si era alzata e voltata verso di lei. “Madame” riprese la giovane “non si deve preoccupare per me. Merito di essere punita. La prego faccia quello che le chiede sua madre.” Detto ciò Jennifer tornò ad assumere la posizione precedente preparandosi a ricevere i colpi. Senza dire un sillaba Marie prese la canna e iniziò meccanicamente a saggiarne il peso e il bilanciamento. La sua mente pensava però ad altro. Trenta colpi, per di più con la protezione delle mutandine, non erano in fondo molti. Jennifer era abituata a sopportare, anzi a supplicare, sevizie ben peggiori. Ma non era questo il punto. Aveva giurato a sé stessa che mai più avrebbe abusato della docilità della sua diletta. Come conciliare ciò con quanto stava per fare? Valeva così poco il suo amore da passare in seconda fila di fronte al timore o al vago dovere di obbedienza nei confronti di una madre gelida e distante? “Allora ti decidi o no? E bada di colpire come si deve altrimenti ti farò incominciare daccapo” irruppe la vecchia. Marie finalmente decise. “No!” disse stringendo con forza lo strumento terribile. “Cosa?!” “Ho detto ‘no’. Non punirò Jennifer. Sono stata io a darle del vino quando è venuta a trovarmi ieri sera. Lei non ha nessuna colpa.” “Ma davvero?” “Non mi importa che tu mi creda o no. Spetta comunque a me decidere se punire Jennifer. Tu non hai alcun diritto su di lei!” “Come ti permetti di parlarmi in questo modo? Sei impazzita? Quella puttanella ti ha completamente plagiata ma non le permetterò di …” “Stai zitta! Sarai pure mia madre ma non sai un bel niente di me. Ho sopportato per anni i tuoi insulti perché pensavo che fosse mio dovere o forse solo perché avevo paura di te ma non ti lascerò spargere il tuo fiele su Jennifer. A differenza di te lei è dolce e sensibile … e sa cosa significa amare qualcuno. Lei mi vuole bene e io ne voglio a lei … certamente molto più che a te quindi vedi di non metterti in mezzo!” La vecchia era così livida di rabbia che le ci volle parecchio per articolare qualcosa. “Se è così che la pensi allora è meglio che tu te ne vada immediatamente via da questa casa!” disse infine. “Non chiedo di meglio” rispose Marie afferrando Jennifer e trascinandola via con sé. Nel giro di un’ora entrambe erano su un taxi dirette verso un futuro incerto attraverso la campagna francese. Si tenevano per mano, in silenzio. Sapevano entrambe che quello che era successo segnava una nuova profondità nel loro amore. A questa consapevolezza si univa in Marie l’esaltazione per essersi finalmente liberata di un giogo oppressivo che l’aveva imprigionata per anni. Un giorno sarebbero forse arrivati i rimorsi ma ora c’era spazio solo per quella esaltante sensazione di libertà che non provava da troppo tempo. Da quel giorno fatidico Marie e la madre non si parlarono più per molti anni. Solo quando la madre si ammalò e dovette essere ricoverata per il male che da lì a poco l’avrebbe uccisa, le due si rincontrarono. Non parlarono mai di ciò che era accaduto ma mentre l’assisteva a Marie sembrò di notare negli occhi della donna un sincero affetto per lei e un sicuro perdono per ciò che era accaduto. Quando la madre morì Marie fu felice di riuscire a provare dolore. CAPITOLO XVII - L’ADDIO Gli anni in cui Jennifer frequentò la Harper’s Hill furono molto felici per entrambe. La ragazza divenne una delle migliori studentesse della scuola e non ebbe bisogno di alcuna punizione per raggiungere questo risultato. Naturalmente le severe sessioni punitive non cessarono affatto ma furono semplicemente confinate nell’ambito dei giochi erotici. Poche cose risvegliavano il desiderio di Marie come il vedere la sua giovane ancella implorare adorante una dura battuta. Non vi era limite al piacere che le due amanti sapevano procurarsi a vicenda, così come non vi erano giornate abbastanza lunghe da non potere essere interamente trascorse fra le braccia dell’amata. Un’ombra gravava però su quell’amore. Marie era infatti consapevole che tenere Jennifer legata a sé per tutta la vita sarebbe stato ingiusto. La giovane aveva appena iniziato a divenire adulta e non avrebbe mai potuto completare la sua maturazione se non fosse stata lasciata libera di fare le proprie esperienze da sola. Per Marie l’amore poteva comportare anche la rinuncia a una parte di sé a favore dell’amata ma non alla perdita di qualcosa che non si è nemmeno scoperto di avere. La donna non aveva mai fatto mistero di questo suo pensiero. Sapeva che Jennifer, anche se avesse sentito l’impulso di allontanarsi da lei, si sarebbe comunque ritenuta in obbligo di rimanere fedele al suo primo amore. Per questo Marie cercò di fare capire alla giovane che per quanto fosse forte il loro legame questo si sarebbe comunque dovuto prima o poi sciogliere. Ogni volta Jennifer giurò che il suo amore sarebbe stato eterno ma anch’essa in fondo si domandava cosa sarebbe stato di loro quando lei avrebbe lasciato la città per andare al college. Fu forse questa atmosfera di precarietà che fece sì che il passare del tempo invece di fare venire meno la passione sembrò alimentarla. La partenza per il college non segnò una rottura nella loro relazione ma piuttosto una lunga agonia. Jennifer tornava a casa ogni volta che ne aveva l’occasione ma ritrovare l’antica intesa era sempre più difficile. Fare l’amore era divenuta solo una piacevole routine. Un pallido riflesso di quella che era stata un’esperienza così totalizzante. Anche le sculacciate cessarono senza rimpianti apparenti da parte di nessuna delle due. Erano passati ormai un paio d’anni dalla partenza di Jennifer quando accadde l’inevitabile. Era l’ultimo giorno di una breve vacanza prima di dovere tornare al campus. Avevano fatto l’amore e ora Jennifer giaceva nuda sopra a Marie con la testa poggiata su una spalla della donna. “Sai mamma … ho conosciuto un ragazzo …” disse Jennifer con un filo di voce. “È carino?” rispose Marie cercando di nascondere l’emozione. “Sì. È molto carino però non è proprio un ragazzo … ha sei anni più di me. Si chiama Daniel. È un assistente di storia dell’arte. Mi ha aiutato per una tesina e dopo che ho passato l’esame mi ha chiesto di uscire. È così timido che quasi balbettava mentre me lo domandava però in fondo è per questo che ho accettato. Abbiamo passato una bella serata insieme e non ci ha provato affatto. Alla fine mi ha riaccompagnata al dormitorio e mi ha dato un bacio sulla guancia! Adesso sono quasi tre mesi che ci vediamo però non siamo ancora stati ‘in intimità’. Ci limitiamo a baciarci.” “Questa è stata la nostra ultima notte insieme, non è vero?” “Sì, mamma.” “Sei innamorata?” “Io … credo di sì. Mi spiace …” “Non devi dispiacerti. Io sono felice per te. Davvero! E dimmi Daniel è innamorato di te?” “Direi proprio di sì.” “Allora tienitelo stretto.” Rimasero in silenzio per qualche minuto poi Jennifer riprese a parlare. “Mamma?” “Sì, tesoro?” “Sai sono un po’ preoccupata di farlo con lui. Sento che non potrà essere bello come è stato con te.” “Forse ci vorrà un po’ di tempo ma sono sicura che alla fine troverete l’intesa giusta …” “Però lui è un uomo. Come potrà conoscermi bene come un’altra donna?” “Dovrai essere tu ad insegnargli a darti piacere. Non mi intendo molto di queste cose ma credo sia importante che sia la donna a comandare a letto.” “Ma non la prenderà male?” “Se ti ama dovrebbe essere felice di imparare da te. Da quello che mi hai detto poi non mi sembra il tipo del ‘macho’ idiota.” “In effetti non lo è. Credo che non farà storie.” “Ho come l’impressione che ti rigirerai quel poveraccio tra le mani come un pupazzetto!” “Non essere cattiva! Stai parlando dell’uomo che amo!” “Non ti arrabbiare. Nessuno potrebbe desiderare una padrona migliore di te …” “Tranne me che ne ho conosciuta una magnifica …” Le ultime parole scambiate avevano segnato un cambiamento nell’animo delle due donne. Il passato appena rievocato sembrava essersi improvvisamente materializzato riportandole indietro nel tempo. Il tono delle loro voci era adesso più flautato, gli occhi persi in quelli della compagna, le dita impegnate a giocare con le chiome dell’altra, le gambe nude insinuate tra le cosce altrui a carezzare i sessi nuovamente caldi. “Sai cosa mi mancherà soprattutto?” chiese improvvisamente Jennifer. “Cosa?” “Le tue punizioni.” “Davvero?” “Sì. Ho spesso fantasticato di fare l’amore con Daniel. La mia fantasia preferita è quella di essere sodomizzata da lui. Mi fa letteralmente impazzire. Però quando ho cercato di immaginarlo come il mio carnefice mi è solo venuto da ridere. Credo che solo il nostro legame sia così … intimo … da trasformare il dolore in piacere.” “Forse è un po’ egoista ma ti confesso che una parte di me è contenta di questo …” “Mamma?” “Sì?” “Non vorresti punirmi un’ultima volta. Mi piacerebbe tanto!” “Sei sicura invece di non volermi fare semplicemente un bel regalo d’addio?” “No! Io lo desidero davvero! Anche se solo per stanotte voglio essere di nuovo la tua schiava come una volta. Voglio essere punita selvaggiamente, a lungo e senza pietà. Annegare in un mare di dolore, sentire le mie grida sovrastare il rumore dei colpi sulla mia pelle segnata. Voglio che tu … che lei torni ad essere la mia dea. Dura, fredda e incurante come una statua di marmo eppure così bella da rendere folli d’amore le ancelle del suo tempio. Una Cipride crudele che gode a tormentare il sesso delle fanciulle con la sua sferza di mirto.” Marie stava per schernire Jennifer per un simile accesso di lirismo ma si bloccò non appena si soffermò sul suo sguardo. Gli occhi della ragazza fiammeggiavano di passione. Il suo respiro affannato le faceva fremere le labbra come foglie il vento. Ogni fibra del suo essere vibrava di desiderio. Da quanto tempo non vedeva Jennifer in quello stato! Era come se una vita intera fosse trascorsa. Adesso però il braciere era tornato ad ardere ed il fuoco bruciava entrambe. Sul viso di Marie ricomparve improvviso il sorriso crudele e beffardo paventato con terrore da generazioni di studentesse e agognato follemente da una soltanto. “Sei proprio una puttanella senza vergogna!” grugnì all’improvviso Marie. “Eccitarsi all’idea di essere punita. Ma ti farò passare io queste smanie. Ti darò una lezione che ti ricorderai per un bel pezzo e di sicuro l’unica cosa con cui ti bagnerai saranno le lacrime! Adesso smettila di farmi perdere tempo e vai subito giù a prendere i miei strumenti preferiti. Muoviti!” “Sì, Madame!” rispose Jennifer prima di schizzare via, senza nemmeno rivestirsi, ad eseguire l’incarico. Pochi minuti dopo ritornò portando tra le braccia un piccolo arsenale. Più che quello di una giovane martire, Jennifer aveva l’aspetto gioioso ed eccitato di una bambina la mattina di natale. La ragazza depose con cura su di un lato del letto gli attrezzi del proprio supplizio e quindi si accovacciò ai piedi di Marie. Poi incapace di controllarsi, prese darle lunghe leccate che partivano dalle punte dei piedi ed arrivavano fino alle ginocchia. Non erano però passate lente e sensuali ma rapide, quasi frenetiche, come a ribadire che lei non era degna di essere considerata come una amante ma solamente come una cagna da ammansire a suon di frustate. Ad un certo punto Marie afferrò Jennifer per i capelli, sollevandola e poi scaraventandola sul letto. Senza bisogno di istruzioni la giovane si distese sul ventre. Un cuscino tra le gambe sollevava ed esponeva il bel fondoschiena che avrebbe presto perduto il suo colore naturale. Non vi fu preavviso. Marie prese una cinghia e iniziò a frollare a forza di battute le carni della ragazza. Si dedicò prima alle natiche, poi scese lentamente sulle cosce e giunse fino ai polpacci. Ritornò quindi sui glutei, questa volta con colpi più forti e distanziati. Dopo ogni urto la schiena di Jennifer si incurvava spingendo così il suo sesso a premere con decisione contro il cuscino. Al tempo stesso anche le gambe avevano uno spasmo e finivano per avvinghiarsi sempre di più al guanciale che veniva sospinto con forza contro la vulva della giovane. Non ci volle molto perché il dimenarsi della ragazza sotto le cinghiate della sua aguzzina finisse per assumere le sembianze di un amplesso. La macchia umida e odorosa che con sempre maggiore evidenza si spandeva sul cuscino testimoniava poi che dell’amplesso vi era anche la sostanza. Marie non era però intenzionata a dare alla sua bambina una così facile soddisfazione. Messa una mano sul fianco di Jennifer, la rovesciò sul dorso. Con una ulteriore dolorosa cinghiata allontanò la mano che la giovane aveva prontamente avvicinato al proprio sesso palpitante, quindi studiò per qualche istante gli strumenti deposti vicino a lei. Prese un’altra cinghia, corta ma molto più larga. La doppiò per poi impugnarla in modo che solo una quindicina di centimetri sporgessero dalla sua mano. Quindi divaricò brutalmente le gambe della ragazza. Per assicurarsi che rimanessero ben aperte intrecciò quella più vicina tra le sue e usò il braccio sinistro per allontanare quella più distante. Una volta sicura della posizione, cominciò a colpire la vulva esposta di Jennifer con la cinghia. La giovane che durante il trattamento precedente si era limitata a gemere e mugolare adesso lanciò urla strazianti mentre la tutrice continuava imperterrita a batterla selvaggiamente. Ci volle tutta la forza e l’esperienza della donna per tenere sotto controllo le convulsioni della ragazza ed evitare di essere sbalzata dal letto. Il supplizio continuò fino a quando Jennifer non ebbe nemmeno più la forza di dimenarsi e gridare ma solo per un pianto ininterrotto. Lo stato della giovane era tale che le occorsero diversi minuti per rendersi conto che il trattamento era terminato. Ancora una volta portò la mano verso i genitali, ora pulsanti solo di dolore. Era un gesto istintivo rivolto a cercare di lenire la sofferenza. Una staffilata sulle dita la riportò bruscamente alla realtà. Evidentemente la sua padrona non era ancora soddisfatta della punizione inflitta. Con la calma disperata di chi è ormai rassegnata a un destino crudele, Jennifer allungò lentamente le braccia oltre il capo e afferrò saldamente la spalliera del letto, come a volersene fare catena. Marie, pregustando ciò che stava per accadere, sorrise golosamente di fronte alla ennesima sottomissione della ragazza. Quindi si spostò in una posizione che le permettesse di meglio somministrare una nuova dose di medicina. In mano aveva una lunga sferza, sottile e flessibile. Fu con questa che prese a colpire i seni della giovane vittima. Rapidamente i teneri globi abbandonarono il loro pallore avvampando sotto le carezze della frusta. Naturalmente questo non fermò la tutrice che proseguì la cura lanciando mugolii di piacere ogni volta che con un colpo ben assestato riusciva a colpire entrambi i capezzoli. Nonostante a Jennifer sembrasse che i seni si gonfiassero fino a dover scoppiare, la giovane resse bene il trattamento. Alla fine però raggiunse il limite estremo della sopportazione e aprì la bocca per chiedere pietà. Non riuscì a dire nulla. Lacrime e gemiti la soffocavano impedendole di parlare per quanto si sforzasse. Fortunatamente per lei, tanti anni di torture non erano passati invano. L’intesa tra la sacerdotessa e la sua vittima sacrificale era ormai tale non richiedere una comunicazione verbale. Marie si rese immediatamente conto che la sua pupilla non era più in grado di resistere oltre e pose fine alla battuta. Jennifer era però destinata a soffrire ancora. Lasciati alla ragazza alcuni istanti per riaversi, Marie le si mise di fianco e con una mano le afferrò saldamente un capezzolo iniziando a torcerlo mentre con l’altra le circondava la vulva. “Allora puttanella, ne hai abbastanza?” chiese Marie stringendo ancor di più il capezzolo. “Sì! Pietà! La prego!” “Farai la brava bambina? Lascerai che io faccia ciò che voglio di te?” “Sì, tutto quello che vuole …” “Non essere così timida. Devi essere un po’ più loquace se vuoi che creda alla tua sincerità!” incalzò Marie chiudendo con forza la mano attorno al sesso abusato della giovane. “Aaaah! Lei è … la mia padrona … la mia dea … può fare di me ciò che vuole. Io sono solo la sua indegna schiava … una cagnetta in calore che deve sempre essere sorvegliata e punita … che deve soffrire … solo lei mi sa fare soffrire così … solo lei …” Mentre Jennifer parlava Marie addolcì la sua stretta iniziando a masturbare dolcemente la ragazza. I gemiti di dolore divennero di piacere ma la tutrice non voleva concedere alla giovane di raggiungere l’orgasmo in modo così pacato. La donna estrasse da un cassetto un doppio fallo e indossatolo si gettò sopra alla ragazza penetrandola rudemente. Accucciata sopra a Jennifer, con le gambe tra quelle della pupilla, la tutrice prese a muovere in bacino avanti e indietro o ruotando in circolo. Le due amanti avevano da tempo abbandonato l’uso dei falli nei loro amplessi, preferendo di gran lunga sentire dentro di sé le dita e la lingua della compagna. L’unica eccezione era rappresentata dagli stimolatori anali per i quali Jennifer aveva sviluppato una passione sfrenata. Se Marie aveva deciso di fare nuovamente ricorso a quello strumento vi era però una precisa ragione. Il fallo permetteva alla donna di stimolare la ragazza e al tempo stesso la lasciava libera di sfogarsi sul corpo martoriato della giovane. Marie infatti non si limitava alla penetrazione. Ogni sua spinta, ogni sua stretta era rivolta a ravvivare il dolore della punizione non meno che procurare piacere. In passato Marie e Jennifer avevano fatto l’amore ora come timorose cerbiatte nella penombra della foresta, ora come fiere leonesse nell’ampia savana. Adesso però Marie non era né cerva né leonessa ma semmai leone tiranno. Forza bruta, violenza e stupro. Nulla più. Come artigli le mani straziavano seni e cosce. Stringevano a sé la preda strizzando fuori, sotto forma di urla, ogni stilla residua di sofferenza. I denti come zanne, affondavano nel collo e nelle spalle lasciando sulla pelle il loro marchio scarlatto. Se Marie era una dea il suo volto ora era quello di una orribile Erinni assetata di sangue o forse quello di Artemide, vibrante di piacere mentre affonda la punta acuminata della sua freccia nelle tenere carni di una indifesa gazzella. Pochi vedendo quello spettacolo avrebbero capito perché Jennifer non cercasse di sottrarsi a tanta crudeltà. Né avrebbero capito perché le sue gambe si avvinghiassero attorno alla sua carnefice quasi costringendola ad affondi ancor più brutali o perché le sue unghie si conficcassero sulla schiena della donna aizzandola a una maggiore ferocia. Urla e gemiti avrebbero impedito di ascoltare la richiesta sussurrata nell’orecchio della demone così come la risposta d’assenso. Gli occhi avrebbero però visto le mani della giovane insinuarsi tra i due corpi sudati fino a fare strisciare la dita attraverso le scure praterie alla ricerca delle radici del piacere. Un’impresa non difficile per l’esperta giovinetta che trovati i pistilli dei due fiori cominciò stimolarli. Da brava scolaretta si dedicò dapprima soprattutto alla sua amata seviziatrice che resistette a lungo prima di crollare schiantata e boccheggiante. Solo allora irrobustì le carezze verso sé stessa procurandosi un immediato orgasmo. Stesa a fianco di Jennifer, Marie vide la sua esausta compagna addormentarsi tenendola per mano. La spalla dove la ragazza aveva affondato le unghie le doleva ma la sua mente non prestava attenzione al suo corpo. La donna stava cercando di capire per quale motivo quell’ultimo amplesso dovesse essere così violento. Era la loro ultima notte, non sarebbe stato meglio trascorrerla facendo l’alba tra mille baci e carezze anziché sfiancarsi in quel modo? Il pensiero di lei e Jennifer che si coccolavano a vicenda la riempì di languore ma le fece anche capire che se fossero tornate a rivivere quei momenti separarsi sarebbe stato troppo doloroso. Avevano potuto darsi ancora piacere ma darsi amore avrebbe solo complicato tutto. Mentre Marie scivolava lentamente nel sonno fantasticando sui momenti romantici che aveva passato insieme alla sua amante prese una decisione importante. Aveva sempre pensato che una volta che il legame con Jennifer fosse venuto meno l’amore sarebbe per sempre uscito dalla sua vita e tutto sarebbe tornato come prima del loro incontro. Ora però iniziava a rendersi conto di quanto la sua piccola schiava l’avesse cambiata. Sentiva che non sarebbe più riuscita a vivere senza qualcuno al suo fianco. Qualcuno da amare e da cui essere riamata. Forse era solo una illusione. Forse non sarebbe mai riuscita a trovare un nuovo amore. Però ci avrebbe provato e se fosse riuscita a essere di nuovo felice il merito sarebbe ancora stato della ninfa che dormiva accanto a lei. Quel bisogno d’amore e la forza per ricercarlo erano gli ultimi doni di Jennifer per lei. Non dovevano andare sprecati. Quando Marie si svegliò, la mattina seguente, vide Jennifer in piedi davanti al grande specchio dell’armadio. Era nuda e sembrava persa nella contemplazione dei numerosi segni che ricoprivano il suo corpo. La donna rimase per un attimo incantata da quello spettacolo, combattuta tra lussuria e pietà. Poi si alzò e si avvicinò alla giovane da dietro ponendole gentilmente una mano sulla spalla. “Tutto bene, tesoro?” chiese Marie. “Sì, tutto bene.” “Mi sembri triste.” “È solo che stavo pensando che non sentirò più la tua frusta e non vedrò più il mio corpo segnato. Non sentirò più questo dolore così dolce …” “Ci sono molti altri piaceri. Devi solo scoprirli.” “Sai cosa vorrei fare?” “Cosa?” “Vorrei andare da Daniel e spogliarmi davanti a lui. Vorrei che vedesse il mio corpo così com’è adesso. Vorrei che sapesse a cosa rinuncio per lui … a come fosse forte il nostro legame.” “Non credo che capirebbe …” “Lo so. Come potrebbe? Però vorrei che sapesse …” “Ma noi sappiamo. E porteremo il ricordo del nostro amore dentro di noi …” “Mi mancherai tanto …” disse la ragazza abbracciando in lacrime Marie. “Non piangere, Jennifer. Questo non è un addio. Anche se non divideremo più il letto tu sarai sempre la mia bambina. Mi impiccerò della tua vita fino rendermi insopportabile, farò ammattire il tuo ragazzo, vizierò i tuoi figli … insomma farò tutto quello che ci si aspetta da una brava mamma. Sempre che tu lo voglia.” “Davvero continuerai a farmi da mamma?” “Anche se ti avessi partorito non potrei volerti più bene di quanto te ne voglia né essere più fiera di te.” “Mamma …” “Sì?” “Ti voglio tanto bene!” “Anche io, figlia mia, anche io …” Negli anni che seguirono l’affetto tra Marie e Jennifer non venne mai meno. Si era tra loro creato un rapporto profondo di totale fiducia e sincerità. Anche se non si incontravano spesso erano ognuna la confidente prediletta dell’altra. Jennifer sposò Daniel e divenne tradizione di famiglia passare il giorno del Ringraziamento a casa Foisson. Anche quell’anno erano tutti riuniti. In giardino Daniel cercava di giocare a palla con Tommy che a soli tre anni trovava però molto più divertente sguazzare nel mare di foglie multicolori che tappezzava il prato. Comodamente sedute in veranda Jennifer e Marie sorvegliavano discretamente la scena. Dall’altra parte della veranda Carlita, la nuova compagna di Marie, cullava la piccola Mary, l’ultima nata di Jennifer che aveva sei mesi. Osservandola sfuggevolmente, Marie rifletté ancora su come le due gravidanze avevano cambiato molto il fisico di Jennifer. Sotto molti aspetti si poteva dire che era sbocciato. Sicuramente era ben più arrotondato e femminile di quello dell’esile airone che l’aveva fatta impazzire. Un cambiamento di cui era felice perché adesso poteva guardarla vedendo in lei solo una figlia e non anche un antico amore. Anche il viso era mutato. Jennifer aveva adesso un’espressione di pacata serenità. Quella di una donna in pace con sé stessa, consapevole della sua forza e senza nulla da dimostrare. Marie sorseggiò un altro po’ di tè dalla sua tazza. Il suo sguardo incrociò quello di Carlita che la salutò con un sorriso per poi tornare a canticchiare una ninnananna alla creaturina che teneva in braccio. “Allora, come vanno le cose con Carlita?” chiese Jennifer. Marie non la sentì. Era persa nei suoi ricordi. CAPITOLO XVIII - EASY RIDE, DYKE BIKER Marie aveva conosciuto Carlita pochi mesi dopo la sua separazione con Jennifer. La donna aveva deciso di passare l’estate attraversando il Messico in moto, senza una meta precisa ma andando un po’ alla ventura. Sfortunatamente la moto ebbe un guasto e Marie fu obbligata a fermarsi per diversi giorni in un paesino dimenticato da dio attendendo l’arrivo dei pezzi di ricambio. Fu proprio nella piccola officina dove la sua Guzzi giaceva esanime che vide Carlita per la prima volta. Era la sorella del meccanico, da poco ritornata in paese dalla capitale aveva perso il suo lavoro d’insegnante. Aveva ventinove anni ed era alta quasi quanto Marie. Rispetto all’americana era però molto più formosa pur avendo un bel fisico atletico che però pochi corteggiatori avevano apprezzato, limitandosi a rimanere incantati dai grandi seni e dagli ampi fianchi. L’aspetto che colpì maggiormente Marie fu l’incredibile massa di capelli castani, inverosimilmente riccioluti, che le incorniciavano il viso brunito. Gli occhi erano grandi, neri e profondi. Il sorriso candido e contagioso. Carlita, visto lo sguardo depresso di Marie alla notizia che si sarebbe dovuta fermare in quel posto per qualche tempo, si offrì di farle da guida alla scoperta delle bellezze del luogo. Marie accettò volentieri e in giorno dopo, affittato un furgoncino scassato, iniziarono a girare attraverso la campagna circostante, entrambe felici di aver trovato un modo per scampare alla noia. Più che dallo spettacolo della natura, le due donne trassero piacere dalla reciproca compagnia. Marie trovò subito di suo gusto la compagna di viaggio. Non solo era simpatica e estroversa ma aveva anche una grande carica di ironia che le permetteva di ridere delle sue stesse disgrazie. La vita non era stata facile con lei. La sua famiglia non aveva abbastanza soldi per permetterle di diplomarsi e lei aveva così dovuto fare mille lavori per permettersi il lusso dello studio. Per frequentare la scuola si era poi dovuta però trasferire lontano dai suoi cari quando era ancora molto giovane. Era infine riuscita a trovare lavoro come maestra ma la crisi economica glielo aveva tolto costringendola a fare ritorno a casa per non gravare troppo sulle finanze familiari. La leggerezza con cui Carlita aveva raccontato queste vicende tradiva il carattere forte e orgoglioso della ragazza che per quanto ben nascosto era troppo simile a quello della sua interlocutrice per non venire da questa perfettamente compreso. Marie rivelò di essere anch’essa una insegnante e le due presero a raccontarsi aneddoti divertenti sui loro studenti. Le ore trascorsero velocemente. Esperienze e caratteri simili crearono tra loro quella strana confidenza che sorge a volte tra persone che si sono appena conosciute. Fu così che durante la cena Marie si trovò inaspettatamente a raccontare alla collega di essere venuta in Messico per dimenticare la fine di un amore. Carlita la consolò raccontandole a sua volta delle proprie disavventure sentimentali. Alla fine della cena decisero di passare il resto della serata in un posticino tranquillo insieme a una bottiglia di tequila e di prendersi una bella sbronza per dimenticare i loro guai. Terminata la bottiglia Carlita si mise a ballare sotto la luce della luna al suono della radio del furgoncino. Dopo un po’ afferrò Marie per un polso e la trascinò a ballare insieme a lei. Quando la radio trasmise un lento, Marie mise su il suo sguardo da seduttrice e ballò tenendo stretta a sé l’altra donna. Quello che accadde dopo risultò confuso per entrambe salvo il fatto di essere finite a fare all’amore sul retro del camioncino. Marie passo il giorno successivo a vomitare, chiusa nella sua stanza in affitto. Nei giorni seguenti non cercò Carlita, anzi fece in modo di evitarla. Era convinta che l’altra si sarebbe sentita in imbarazzo per averle ceduto o peggio, l’avrebbe ingiustamente accusata di averla sedotta in modo premeditato. D’altronde lei stessa si vergognava un poco di ciò che aveva fatto dopo essersi tanto ripromessa di non avere più delle storie occasionali. Finalmente i ricambi tanto attesi arrivarono. Marie stava ritornando alla pensione dopo aver ricevuto la notizia quando incontrò Carlita. Le due accennarono appena a un saluto e proseguirono. Dovevano però fare un pezzo di strada insieme. Camminare in silenzio fianco a fianco, ignorandosi, divenne quasi insopportabile. Alla fine fu Carlita a rompere il silenzio. “Mi … spiace per quello che è successo” iniziò senza preamboli anche se con un filo di voce. “Io non avevo mai fatto una cosa del genere … e tutta quella tequila … ti prego di scusarmi …” Marie non riusciva a credere alle proprie orecchie. Aveva pensato che la donna ce l’avesse con lei e invece eccola qui a scusarsi per l’accaduto, convinta essere stata lei a sedurre l’altra! Carlita sembrava così disperata che alla fine Marie ebbe pietà di lei nonostante fosse il dispetto che l’avere fatto l’amore con una donna fosse causa di tanta vergogna. “Non c’è bisogno di essere ubriache per fare l’amore con Cathrine Deneuve!” recitò piano Marie. “Come?” “Non è il caso di scusarsi tanto. A me piacciono le donne e non gli uomini, quindi non posso certo avercela con te! Anzi dovrei esserti grata.” “Davvero ti piacciono le donne?” chiese Carlita, incredula ma incuriosita. “Certo” rispose Marie soddisfatta del fatto che la compagna non si fosse troppo scandalizzata. “Non sei mai stata con un uomo?” “Mai sentito il bisogno.” “E com’è con una donna?” “Veramente credo che dovresti essertene fatta un’idea, mia cara.” “Cosa? Ah sì … che stupida … però ecco … il fatto è che non mi ricordo granché di quello che è successo quella sera …” “E io che ho sempre pensato di essere una brava amante!” “Ma che centra? È solo che ero ubriaca, tu non c’entri …” “Fai presto a dire così dopo tutte quelle cose schifose che mi hai chiesto di fare …” “C … cose … schifose? Di cosa parli?” “Non te lo dico. Così impari!” “Per favore …” “No!” “Ti prego …” “Anche se volessi dirtelo non potrei …” “Perché?” “Perché non mi ricordo un accidente di quello che abbiamo fatto!” A Carlita ci vollero dieci secondi buoni prima di esplodere. “Mi hai preso in giro! Non dovresti scherzare su cose del genere! Mi hai fatto prendere un colpo!” disse infine, arrabbiata e sollevata al tempo stesso. “Scusa, non ho saputo resistere. Mi spiace. Dovevi vedere che faccia hai fatto!” “Felice che tu ti diverta. Pensi di continuare a lungo?” “D’accordo la smetto. Pace?” “Pace.” Camminarono in silenzio per un po’, poi Marie si rivolse di nuovo alla compagna. “È buffo però! Hai fatto una cosa che non avresti mai pensato di fare, un’esperienza unica e te ne ricordi a malapena …” “Già.” “Deve essere frustante …” “Ci stai provando?” “Prego?” “Ho come l’impressione che tu stia per chiedermi di ripetere l’esperienza così avrei qualcosa da ricordare.” “Veramente pensavo a qualcosa di meno drastico …” “Cioè?” “Un bacio.” “Ti accontenti di poco.” “Un bacio non è mai poco, mia cara.” “Ragione in più per rifiutartelo.” “Non sarebbe poi un prezzo così alto per scoprire qualcosa di te stessa.” “E cosa dovrei scoprire, di grazia?” “Che forse ti piace baciare un’altra donna.” “Di sicuro piacerebbe a te!” “Credo proprio di sì, sei molto bella …” Carlita sorrise a quel complimento. Le piaceva l’arguzia dell’altra ma adesso era turbata. La discussione scherzosa stava sempre più assomigliando a una vera schermaglia amorosa. Senza accorgersene aveva accettato di essere corteggiata. Le era sembrata una cosa divertente ed eccitante. Solo che ora non si sentiva più così sicura del risultato finale della battaglia. E se poi avesse perso? Doveva troncare il discorso immediatamente. Però non voleva essere scortese. E poi voleva vincere, maledizione! Nessuno era mai riuscito a tenerle testa in una discussione. Sciami di corteggiatori erano stati ridotti a mal partito dalla sua lingua tagliente. Adesso però era in difficoltà. Non respingendo subito la richiesta della donna aveva finito per mettere in palio il suo bacio e dopo quello che c’era stato tra loro gli argomenti per negarglielo non abbondavano. Tentò un’ultima difesa. “Viste come sono andate le cose l’ultima volta che siamo rimaste sole, non credo che ti accontenteresti solo di un bacio” disse quindi Carlita. “Perciò è meglio evitare le tentazioni.” “Se questo di rende più tranquilla possiamo baciarci in un luogo pubblico così dovrò comportarmi bene.” “Ma sei matta? Io ci devo vivere in questo posto!” “Non pensavo di farlo in mezzo alla strada ma … che ne dici di là dentro?” Carlita seguì l’indice di Marie che indicava una vecchia cabina per le fototessere. Un luogo pubblico ma riparato da occhi indiscreti. Era in trappola! “Allora, che ne dici?” insistette Marie. “Io … non so …” “Te la fai sotto, eh?” “Niente affatto!” “Se lo dici tu …” “Va bene, andiamo. Ma solo un bacio però!” “D’accordo!” “E niente lingua!” “Fidati di me …” “… disse il lupo all’agnello!” Marie rideva ancora mentre entravano nella cabina. Chiusa la tendina, la penombra ricoprì entrambe. Carlita si aspettava di essere subito baciata ma l’altra donna rimaneva impassibile davanti a lei. “Perché stai lì ferma?” chiese. “Mi sembravi un po’ troppo nervosa e aspettavo che ti rilassassi.” “Sì, un po’ ma …” Il bacio colse Carlita completamente di sorpresa e finì prima ancora che se ne rendesse bene conto. “Ehi, un momento!” disse la donna. “Non eri pronta?” “No!” “Allora riproviamo!” “Lo hai fatto apposta figlia di p…” “Mi piaci quando sei arrabbiata. Gli occhi ti brillano come stelle.” Carlita era indispettita. Non tanto per l’inganno quanto per il fatto che Marie sembrava riuscire sempre a prenderla in controtempo, irridendola quando era tranquilla per poi blandirla quando era furente. Tutto nel giro di cinque secondi! Sforzandosi non poco, riuscì a rimanere calma in attesa del famigerato bacio. Non dovette attendere molto. Marie prese delicatamente tra le dita il mento di Carlita sollevandolo verso di sé. Quindi la baciò. Fu un bacio perfetto. Né troppo lungo, né troppo appassionato. Proprio come deve essere un primo bacio. Quando Carlita riaprì gli occhi vide che il viso di Marie era ancora vicinissimo al suo. Gli occhi di Marie chiesero il permesso di un nuovo incontro tra le loro labbra e quelli di Carlita non seppero rifiutarlo. Questa volta però il bacio fu brevissimo. Di nuovo la donna non si allontanò ma inclinò la testa dal lato opposto e le diede un altro rapido bacio. Carlita non sapeva bene che fare lasciando così campo libero all’altra. “Adesso uno vero” sussurrò Marie. Detto questo la donna afferrò le braccia di Carlita e se le pose intorno al collo. Poi mise le proprie attorno ai fianchi della compagna, tirandola a sé e incrociandole saldamente dietro la schiena. I due corpi premevano con decisione l’uno contro l’altro. Carlita respirava a fatica. Sentiva il petto squassato dai battiti impazziti del suo cuore. O era quello di Marie? Guardò la donna quasi a chiedere tregua ma incontrò solo le labbra di lei sulle sue. Il bacio fu questa volta lunghissimo e appassionato. Carlita non poté che abbandonarvisi completamente, talmente svuotata da non riuscire neanche a ricambiarlo a dovere. Sentì la lingua di Marie sprofondarle in gola e le dita penetrarla nel suo paradiso. Fu solo quando prese a chiedersi come le dita della donna avessero potuto attraversare la stoffa dei suoi jeans che si rese conto che la sua mente confusa l’aveva tratta in inganno, materializzando desideri nascosti. Ad un tratto Marie interruppe l’interminabile bacio, lasciando Carlita stordita e ansimante. “Sarà meglio uscire di qui o qualcuno finirà per chiedersi cosa stiamo combinando” disse Marie trascinando la compagna fuori dalla cabina. Le due camminarono ancora insieme verso la pensione di Marie. La donna era indispettita. Non le sembrava giusto essersi comportata in modo così sfacciato solo dopo poco tempo dalla rottura con Jennifer. Poi però rifletté che in realtà l’amore con la giovane era finito da anni e che il loro ultimo addio era stato solo una presa d’atto. Non vi era alcun lutto da rispettare. Restava però da decidere cosa fare con questa nuova amica e la natura dei suoi sentimenti. Anche Carlita era immersa nei suoi pensieri, anzi nel turbine di emozioni che la instupidivano come una droga. Quando arrivarono alla pensione la donna si chiese se sarebbe stata in grado di rifiutare un invito a salire nella camera dell’americana che però aveva un richiesta molto diversa da farle. “Carlita?” “Sì?” “Tuo fratello mi ha assicurato che la mia moto sarà pronta stasera e pensavo di partire domani mattina … e io pensavo … che …” “Sì?” “Vorresti venire via insieme a me? Passare insieme questa estate?” “Cosa?” “Non ti sto chiedendo di diventare la mia donna o cose del genere. Solo di venire con me.” “E non proveresti a fare nulla?” “No, a meno di non essere incoraggiata …” “Sono stufa dei tuoi giochetti! Ogni cosa che dici significa il contrario di quello che sembra!” “Hai ragione però adesso parlavo seriamente …” “Non ti credo. Se vuoi che venga con te non è certo per avere compagnia!” Marie rimase in silenzio per un po’. La particolarità del rapporto con Jennifer l’aveva abituata a rivestire le sue frasi d’amore di ambiguità. Solo in questo modo poteva continuare a giocare i diversi ruoli di madre, amante, padrona e amica rimanendo al tempo stesso completamente sincera. Jennifer, da parte sua, aveva imparato a cogliere al volo i reali significati delle parole dell’altra. Sapeva sempre quando una critica era reale e quando solo una scusa per dare inizio a una punizione. Con Carlita era diverso. Non era una bambina da circuire o da guidare ma una donna fatta che chiedeva rispetto e sincerità. Non poteva darle torto se si era arrabbiata. “La verità è che tu mi piaci” iniziò Marie. “Mi piace il tuo corpo, mi piacciono i tuoi baci e mi piace come sei. Però quello che voglio non è portarti a letto. Non mi interessa avere un’amante in più. Voglio una compagna. Qualcuno con cui passare la vita. Ho amato una sola volta e adesso voglio scoprire se posso innamorarmi ancora. Scoprire se posso amare te. Ti prometto che non cercherò trucchetti per sedurti ma non chiedermi di guardarti solo come una amica. Tutto ciò che ti chiedo è di essere sincera con me e con te stessa, se mai scoprirai di provare qualcosa per me. Non saprei che altro dirti … solo che se non verrai, mi farai male.” Un lungo silenzio le avvolse. Entrambe erano troppo emozionate per parlare. Alla fine Carlita disse che doveva rifletterci su e si separarono. L’indomani quando Marie andò a prendere la moto trovò Carlita ad attenderla. Un grosso zaino era deposto ai suoi piedi. Si sorrisero e senza dire nulla iniziarono a caricare i bagagli. Superati gli imbarazzi iniziali, le due donne si rivelarono una coppia ben assortita. Marie apprezzava in modo particolare il desueto piacere di avere a che fare con una donna dalla personalità ben definita con la quale poteva condividere esperienze e lasciare libero sfogo al suo lato selvaggio senza doversi preoccupare di essere un buon esempio. Carlita apprezzava dell’altra non solo le molte affinità ma anche il fatto che mantenesse fede alla parola data. Era consapevole che certi sguardi o certi improvvisi trasalimenti tradivano i sentimenti di Marie ma di ciò si sentiva in uno strano modo, lusingata. Vi era una sola eccezione alla correttezza del comportamento di Marie. Ogni sera augurava a Carlita la buonanotte con un breve bacio sulle labbra. Carlita ne era spesso turbata, tanto da fare fatica ad addormentarsi. Però non cercò mai di sottrarvisi perché in fondo, si ripeteva, era stata lei a dare iniziò a ciò la sera in cui, senza pensarci, l’aveva baciata augurandole buon riposo. Spesso la sera andavano a ballare. Marie non chiedeva mai a Carlita di ballare insieme ma la invitava a divertirsi senza preoccuparsi di lei. Così alla fine era solo la messicana a ballare mentre la sua accompagnatrice rimaneva in disparte a bere tequila. Spesso Carlita la osservava da dietro le spalle del suo occasionale compagno traendo uno strano piacere da quella sorta di umiliazione che infliggeva alla donna. Le capitava anche di farsi spudoratamente corteggiare proprio di fronte alla compagna, incoraggiando lo spasimante di turno al solo scopo di saggiare la sopportazione di Marie che rimaneva però stoicamente calma. Carlita sentiva spesso di esagerare con le sue provocazioni. In questi casi tornando al loro alloggio, Carlita camminava abbracciata al fianco della compagna oppure, se erano in moto, si aggrappava stretta stretta al corpo dell’altra, posandole la testa sulla spalla. Era come una bambina che dopo aver combinato qualche marachella sperava di farsi perdonare facendo un po’ la smorfiosa. In effetti ci riusciva perfettamente. Il tempo passava e la vacanza iniziava a volgere al termine. Le due donne erano, ancora una volta, andate in un locale da ballo. Però quella sera Carlita si ritrovò a ballare con un tizio il cui fiato puzzava di vino e che allungava troppo le mani. Lei non era certo il tipo da intimidirsi facilmente e gliene disse subito quattro. Fece poi per allontanarsi ma l’uomo l’afferrò con forza per un polso trascinandola verso di sé. Carlita stava ancora cercando un modo per divincolarsi quando vide Marie scaraventarsi sopra all’energumeno costringendolo a lasciare la presa e gettandolo a terra. L’uomo si rialzò prontamente e tra lui e Marie scoppiò una lotta breve ma violenta. La donna aveva dalla sua la conoscenza delle arti marziali ma il suo avversario era grosso e abituato alle risse. Alla fine fu Marie ad avere la meglio ma non senza avere incassato diversi colpi. Mentre tornavano alla pensioncina e poi, in camera, mentre la compagna si medicava sommariamente, Carlita si sentì come un verme. Sapeva che quello che era successo era dipeso da lei. Se Marie fosse stata semplicemente un’amica, lei non avrebbe mai accettato di ballare con quel tizio dall’aria poco rassicurante. Ma siccome sapeva che la compagna l’avrebbe trovato disgustoso aveva finito per assentire all’invito. Il risultato era che adesso Marie era in bagno a sanguinare e che le cose sarebbero potute andare molto peggio. Se Marie fosse stata un uomo sarebbe stato così facile innamorarsi di lei! A volte aveva immaginato che il bel corpo atletico della compagna fosse quello un maschio. Poi però la vista dei suoi seni perfetti, abbondantemente messi in mostra nelle camicette sempre troppo sbottonate, in delizioso contrasto con gli abiti maschili che indossava, le ricordavano la natura femminile di chi le stava accanto. Eppure anche se femmina, Carlita sentiva che Marie era migliore di tutti gli uomini che aveva avuto. La maggior parte, al di là delle apparenze, volevano solo una che restasse chiusa in casa a fargli da serva e a scodellare un bambino dietro l’altro. Non molto migliori erano stati certi tipi intellettuali conosciuti in città, così presi da sé stessi da non poter perdere tempo ad amare qualcun altro, tanto meno una contadinotta venuta da chissà dove. Con Marie, ne era sicura, sarebbe stato diverso. L’avrebbe amata senza imprigionarla. L’avrebbe lasciata volare libera ma si sarebbe presa cura di lei quando ne avesse avuto bisogno. Pensava ancora a questo mentre Marie si infilava a letto. All’improvviso si alzò e andò a sedersi accanto alla donna, si chinò e questa volta fu lei a dare il bacio della buonanotte all’altra. Poi però non si allontanò ma prese a carezzarle il viso. Con il pollice percorse il contorno delle labbra fino al punto dove un pugno aveva provocato una piccola spaccatura. “Ti fa Male?” chiese carezzando gentilmente la ferita. “Solo quando mi baci.” rispose Marie. Carlita sorrise e si chinò nuovamente fermando la bocca a pochi millimetri dal taglio. Tirò appena fuori la lingua e con la punta leccò delicatamente la ferita. Poi la baciò, succhiandola leggermente, fino a che la sua bocca non si riempì del sapore del sangue. Alla fine smise ma solo per mettersi più comoda, iniziando quindi a baciare davvero la compagna. Carlita e Marie si baciarono e carezzarono a lungo. Non fecero all’amore ma dormirono insieme nello stesso letto e quando la mattina si risvegliarono, ancora l’una nelle braccia dell’altra, seppero che tra loro qualcosa era cambiato. I giorni successivi furono molto diversi da quelli che li avevano preceduti. Le due donne camminavano tenendosi sempre per mano e ogni volta che erano sole ne approfittavano per baciarsi e abbracciarsi. Scherzavano, giocavano e parlavano di sciocchezze come solo i bambini o gli innamorati sanno fare. Ogni giorno era più bello di quello precedente e ogni notte era più breve. Continuarono a dormire insieme, spesso dividendosi letti deliziosamente angusti. Ma anche se le loro effusioni erano sempre più appassionate continuarono a non fare l’amore. Venne così quello che avrebbe dovuto essere il loro ultimo giorno di vacanza insieme. Carlita aveva deciso che quella notte si sarebbe concessa completamente a Marie. Non avendo però il coraggio di parlarne apertamente all’altra, decise di fare in modo che questa fosse obbligata a prendere l’iniziativa. Così quella sera al momento di andare a letto, Carlita si presentò alla compagna indossando solo una bianca camicetta di cotone, completamente sbottonata. E se i suoi seni erano almeno parzialmente coperti, il folto boschetto faceva bella mostra di sé, spuntando rigoglioso tra il candido tessuto. Carlita era convinta che non sarebbe potuta apparire più provocante nemmeno indossando la più sexy delle lingerie ma appena Marie la vide lo sguardo le si fece gelido. “Non ho intenzione di fare l’amore con te” disse brutalmente la donna. “C…cosa?” “Hai capito benissimo.” “Ma io credevo che … volessi …” “Lo desidero ma non lo voglio.” “Stai di nuovo facendo i tuoi giochetti? Che diavolo significa tutto questo?” “Sono io che lo chiedo a te! Com’è che con tutto il tempo che abbiamo passato insieme solo adesso hai deciso di fare il grande passo?” “Lo sai perché. Questa è l’ultima sera che passiamo insieme e volevo …” “Darmi un contentino? Così poi potevi tornare alla tua vita senza sensi di colpa? Magari ogni tanto avresti ripensato a quella volta che ti sei data a una lesbica per compensarla di essere stata tanto carina con te?” “Stai dicendo idiozie!” “No. Solo la verità. L’avevo detto fin dall’inizio che volevo di più di una semplice avventura. Non mi ami? Va bene! Però prese in giro non ne accetto. Non ti permetterò di giocare a fare l’innamorata per una notte per poi sparire. Questo no!” “Ma come ti permetti di parlarmi così? Guardami! Avanti, guardami! Sono un ragazza di campagna, eterosessuale e pure cattolica! Credi davvero che potrei venire a letto con te se non ti amassi?” Nella foga della lite, Carlita aveva urlato queste parole senza pensare. Solo ora si rendeva conto di quello che aveva detto. Innamorata? Ma era mai possibile? Innamorata? Di una donna! Non voleva esserlo. Proprio no. Ma lo era e non ci poteva fare niente. “Se davvero mi amassi non accetteresti di far finire tutto domani …” disse ancora Marie, a bassa voce, dolorosamente. “E cosa vorresti che facessi? Viviamo a migliaia di chilometri di distanza! E poi mi sembra che nessuna di noi due creda all’amore platonico, vero?” “Sì, però … in fondo non c’è nulla che ti trattenga qui. Potresti venire via con me, a casa mia …” “A fare la mantenuta?” “Puoi trovarti un lavoro … contribuire alle spese …” “Che c’è? Non avete abbastanza insegnanti disoccupati da voi? Dovete pure importarli dall’estero? Oppure credi che l’amore supererà ogni ostacolo?” “D’accordo. Però adesso dimmi una cosa.” “Cosa?” “Se io fossi un uomo, accetteresti?” “Io … non lo so. Credo … di sì. Credo che ci proverei …” “Vedi? Non riesci ad amarmi sul serio.” “Per favore, Marie. Sto già abbastanza male. Cerca di capirmi. Per me l’amore ha sempre voluto dire sposarmi, avere dei bambini a cui raccontare le avventure di mio nonno durante la rivoluzione …” “E queste sono cose che non posso darti …” “Non è che l’unico scopo della mia vita sia di avere dei figli. Anche aiutare il mio paese o la mia famiglia è importante. Se venissi con te dovrei rinunciare a tutte queste cose.” “Capisco …” “Sai una cosa? Ti ricordi che ti ho parlato di mio nonno? Gli volevo molto bene. È sempre stato il mio ideale di uomo. In fondo è colpa sua se le mie storie sono finite tutte male. Nessuno poteva reggere il confronto. Tu invece gli assomigli … anche se non hai i baffi!” “E cosa penserebbe di noi?” “Sono convinta che se fosse ancora vivo direbbe qualcosa come ‘Vabbé, in fondo le donne sono sempre piaciute pure a me!’.” “Un tipo in gamba …” “Già …” Marie rimase per un po’ in silenzio, prima di riprendere a parlare. “C’è un’altra possibilità … per noi, voglio dire.” “Quale?” “Potrei essere io a trasferirmi qui.” “Ma come …” “Posso prendermi un po’ di aspettativa e poi cedere la mia quota della Harper’s Hill e col ricavato aprire un istituto qui. Certo non sarà semplice … però potremmo anche lavorare insieme …” “Marie, questa è una follia.” “Non è forse una caratteristica dell’amore quella di rendere folli gli esseri umani?” “Sì, ma …” “È la mia vita, Carlita! Preferisco passarla con te che piuttosto che con … il consiglio d’istituto! Il punto è solo quello che vuoi fare tu.” Carlita era in imbarazzo. L’offerta era allettante ma dentro di sé sentiva una vocina che le diceva che non sarebbe stato giusto accettarla. Anche se lo apprezzava non poteva permettere che Marie rinunciasse per lei a tutto ciò che aveva. Soprattutto perché non se la sentiva di scommettere sulla durata del loro rapporto. Se fosse finito la sua compagna ne sarebbe stata troppo danneggiata. No. C’erano solo due soluzioni. Andare negli States con Marie o separarsi per sempre. Aveva paura della prima ma non poteva sopportare la seconda. Non adesso. Non più. “Marie, ho deciso. Verrò con te, se lo vuoi.” “Certo, ma …” “Aspetta però. Voglio chiarire una cosa. non sto dicendo che passeremo la vita insieme. Solo che cercherò di scoprire se questo sia possibile.” “È la stessa cosa che voglio anche io.” “Bene.” “Bene.” “Ti dispiace se … non dormiamo insieme … io vorrei pensare un po’.” “Certo, non ti preoccupare.” Carlita si sdraiò nel suo letto. Marie dal proprio stese un braccio verso di lei. Carlita fece lo stesso. Le loro mani si congiunsero a metà strada. Un ponte adesso univa i loro giacigli come le loro vite. Si tennero per mano per un po’, mentre le dita si carezzavano l’una con l’altra. “Buonanotte, amore mio” disse Marie. “Buonanotte … amore” rispose Carlita. Dormirono poco quella notte. Carlita troppo emozionata e inquieta per la svolta presa dalla sua vita, Marie preoccupata che la compagna potesse cambiare idea. Carlita però non lo fece e l’indomani le due presero a muoversi verso la loro nuova meta. Non facendo più le turiste, il viaggio risultò faticoso. Tutto il giorno in moto a macinare chilometri. Alla fine della giornata erano esauste ma in fondo era meglio così. Avevano bisogno di tempo per entrare nei loro nuovi ruoli e la stanchezza imponeva la opportuna lentezza nel ridisegnare il loro legame. La sera prima del previsto arrivo a casa Foisson, mentre erano alloggiate in un hotel per viaggiatori, Carlita trovò il coraggio per chiedere a Marie di fare all’amore. “Perché non aspettiamo di essere a casa? Siamo troppo stanche e poi non mi va di farlo in un posto così squallido …” offrì Marie. “È solo che volevo farlo prima di … arrivare a casa … tua …” “Casa nostra …” “Lo so che è stupido ma se per la prima volta lo facessimo lì … sarebbe come … uno scambio di favori. Non voglio che tu possa pensare che faccio l’amore con te solo per gratitudine. Io lo voglio davvero, anche se ho un po’ paura.” “Sei così orgogliosa, così … magnificamente orgogliosa …” Marie non riusciva a dire altro, vinta da una estasi amorosa che per Carlita non aveva ancora provato. Si limitava a guardarla, carezzandole il viso. Allora l’altra ne approfittò per tornare alla carica, provocante. “Allora? Vuol dire che hai cambiato idea?” “No … però … potremmo rimandare l’arrivo di un giorno. Domani ci troviamo un posticino romantico tutto per noi e poi … festeggiamo. Che ne dici?” Questa volta fu Carlita a rimanere senza parole. Per dimostrare la sua felicità si strinse forte alla compagna. Anche lei si sentiva mortalmente trafitta dalla freccia di eros. Passarono la mattina successiva a girovagare in moto, senza una meta precisa. Infine trovarono un grazioso alberghetto immerso in un mare di abeti. Presero in affitto la stanza migliore che aveva una splendida vista su un piccolo laghetto. Trascorsero poi il pomeriggio girando per negozi. Fecero anche una lunga sosta in un salone di bellezza, assaporando il piacere e l’eccitazione del prepararsi l’una per l’altra. Tornate in albergo stavano per prepararsi per la cena quando Marie diede a Carlita una grande scatola. Apertola Carlita vi trovò l’abito da sera e le scarpe che la compagna le aveva preso di nascosto e che si era poi fatta recapitare in stanza. Carlita aveva appena preso a dire di non poter accettare il dono che Marie l’interruppe. “Guarda che non è un regalo …” “No?” “No. È solo un prestito. Nella scatola troverai la fattura. Potrai restituirmi la somma quando avrai trovato un lavoro. Quanto agli interessi … accetterò pagamenti in natura!” Mentre Marie sorrideva Carlita era quasi in lacrime, commossa dal fatto che l’altra aveva saputo comprendere in anticipo i suoi sentimenti. Alla fine corse felice a cambiarsi. Però prima di scomparire in camera da letto si rivolse a Marie facendole una richiesta che in un momento di minore emozione non avrebbe fatto, temendo di offendere la compagna. “Senti Marie perché stasera non ti metti qualcosa di più femminile del solito? È con te che voglio fare all’amore, non con Antonio Banderas!” “Certo …” rispose di riflesso Marie, stupita. Più femminile? Ma che c’era che non andava in come era vestita? Vediamo un po’ … stivaletti di pelle, attillatissimi pantaloni neri di pelle, camicia nera, niente trucco, capelli tirati e raccolti in una lunga coda … uhmm … un po’ più femminile di Antonio Banderas. Ma solo un po’! Ma perché poi Antonio Banderas?! Perlomeno avrebbe potuto paragonarla a una versione dark di Linda Hamilton in Terminator 2! Lei sì che era sexy! Al diavolo! Doveva inventarsi qualcosa. Il problema era che viaggiava leggera e quando giochi a fare Easy Rider non ti porti dietro abiti eleganti. Carlita era in estasi. L’abito non solo le stava a pennello ma era magnifico! Il colore bianco acceso metteva in risalto la sua pelle brunita che veniva evidenziata lasciando scoperte le spalle e il décolleté. Il vestito era lungo fino a toccare terra e a Carlita sembrava di essere una dama dell’ottocento oppure, il pensiero la faceva fremere, una sposina alla prima notte di nozze. Finito di vestirsi e di fantasticare uscì dalla camera. In quel momento apparve anche Marie, uscita dalla stanza da bagno dopo aver terminato la sua trasformazione. Non si poteva dire che i suoi abiti fossero più femminili ma il suo aspetto era molto diverso. Gli stivaletti avevano lasciato il posto a calzature meno guerresche. Indossava sempre i pantaloni di pelle e la camicetta nera. Questa però era ora tirata fuori dai calzoni e tenuta insieme da un solo bottone, poco sopra l’ombelico. La scollatura lasciava abbondantemente esposti i seni racchiusi nella loro gabbia di pizzo. Attorno al collo un sottile filo di perle rubato alla sua compagna. Il viso leggermente truccato e i capelli, lasciati liberi di arricciarsi e di cadere sulle spalle, le addolcivano i lineamenti che mostravano così la loro naturale bellezza. La Marie che Carlita si trovava di fronte era indiscutibilmente femmina. Cenarono in camera, a lume di candela. Una cena leggera e silenziosa in cui passarono più tempo a nutrire i propri occhi dell’altrui bellezza che a pensare a ciò che stavano mangiando. Carlita si attenne al suo proposito di bere solo tre bicchieri di vino. Due per accompagnare il pasto e uno per darsi coraggio. Non di più. Voleva essere lucida per meglio apprezzare le delizie di cui la sua compagna le aveva tanto parlato. Terminata la cena, Marie mise su un cd e le due presero a ballare. Alla terza canzone erano però immobili. Troppo prese a baciarsi e a tenersi strette per sentire qualcosa che non fosse il battito dei loro cuori che pulsava impazzito nelle orecchie. Marie prese a sbottonare il vestito di Carlita fino a sfilarglielo. L’altra fece lo stesso con la sua camicetta. Poi si presero per mano e corsero in camera da letto tuffandosi tra le lenzuola come due ragazzine. Iniziarono a lottare freneticamente con i pantaloni di Marie che non volevano saperne di togliersi di mezzo. Alla fine Carlita, spazientita, si alzò e afferratoli per le estremità tirò con impeto tale che non solo riuscì a sfilarli ma trascinò la compagna oltre il bordo del letto facendole sbattere il posteriore sul pavimento. Risero per qualche istante poi si ritrovarono di nuovo sul talamo. Distese, abbracciate, reggiseni e mutandine scomparvero senza che nemmeno se ne accorgessero. Fu Carlita la prima a prendere l’iniziativa. Sdraiata sopra l’altra, la baciava ardentemente mentre sfregava il suo sesso contro quello della compagna. Marie per aiutarla inserì una gamba tra quelle di Carlita, piegandola per consentirle una più agevole cavalcata. Mentre la passione cresceva le gambe delle due donne continuavano a intrecciarsi e carezzarsi come serpenti che si accoppiano. E come di serpenti le loro lingue esploravano ogni anfratto del corpo dell’amata. Nonostante la sua buona volontà, Carlita non riusciva a saziarsi. Così Marie la rivoltò e si mosse sopra di lei avendo cura di strofinarle la clitoride, usando il proprio corpo come uno strumento di piacere fino al momento in cui la compagna non raggiunse la prima vetta. Marie, sdraiata al suo fianco, la guardò carezzandole il viso per qualche istante mentre era perduta in un altro mondo. Poi, quando fu sicura che Carlita potesse riprendere, iniziò a dedicare tutte le sue attenzioni ai magnifici seni della donna che fino a quel momento aveva colpevolmente trascurato. Si sentiva stranamente insicura alle prese con tutta quella abbondanza che così tanto contrastava con le forme quasi infantili di Jennifer. Non impiegò però molto a ritrovare la fiducia. I mugolii di piacere di Carlita e la sua mano che le premeva il volto contro il petto erano più che sufficienti alla bisogna. Quando Carlita divenne più inquieta, Marie fece scorrere una mano lungo il ventre caldo della compagna. La mano scese ancora fino ad incontrare la fitta peluria della donna. Una selva al confronto del rado boschetto di Jennifer. Le dita procedevano lente e sicure. Ad un tratto si trovarono però inaspettatamente allo scoperto. Allora, come tante formiche, si sparpagliarono in tutte le direzioni per esplorare quel terreno sconosciuto. Infine Marie si rese conto che la foresta che ricopriva la vulva della compagna era stata completamente abbattuta lasciando posto a una morbida distesa immacolata. Marie guadò verso Carlita. Nel buio della stanza non la vide arrossire ma percepì il calore delle sue gote che divenivano di fuoco. Le si avvicinò e le diede un bacio sulla guancia. “Grazie” mormorò. “È un bellissimo regalo!” La donna sapeva bene che quella non era la condizione normale del sesso della compagna. Sapeva anche quanto imbarazzante doveva essere stato per lei prepararsi in quel modo. Se lo aveva fatto era per compiacerla, sicuramente ispirata da qualche sua confidenza. Marie era decisa a dimostrare quanto apprezzasse quel dono e fare in modo che Carlita non se dovesse pentire. Anzi. Marie cambiò posizione per ritrovarsi con il viso rivolto verso il tesoro della compagna. Notò che ora solo al di sopra della valle la selva era ancora presente, confinata però in un triangolo che come la punta di una freccia indicava dove il desiderio avrebbe potuto trovare il suo appagamento. Rimase a contemplare lo spettacolo, percorrendo col dito i due petali per saggiarne la morbidezza, poi si chinò dando un breve bacetto ad entrambi come a ringraziarli del loro sacrificio. Si sollevò di nuovo e con le dita riprese a stimolare il bel fiore della compagna. Quindi, usando i pollici, lo aperse delicatamente e vi avvicinò il viso per odorarne il profumo. Inalò con forza, avendo cura che Carlita si rendesse conto di ciò che faceva e del suo apprezzamento. Infine, come una brava apina, si tuffò dentro il fiore alla caccia del prezioso nettare. Mentre la lingua di Marie svolgeva diligente il suo compito, Carlita usava le dita per cercare di ricambiare la compagna. L’inesperienza la rendeva però timorosa e non riusciva ad andare oltre a una stimolazione superficiale. Per facilitarla Marie le si mise a cavalcioni, esponendo il sesso socchiuso a pochi centimetri dal volto della donna. Carlita, sempre più eccitata, vinse la paura e afferrati i fianchi della compagna, ne guidò il sesso verso la propria bocca prendendo a baciarlo come fosse la bocca dell’amante. Riuscì così a regalare a Marie un piccolo orgasmo che precedette di poco il proprio. A quel punto Marie si voltò nuovamente per andare a baciare Carlita. Lo fece a lungo mentre con la mano continuava a carezzarle ora il seno, ora il ventre. Alla fine si interruppe e le parlò. “Te la senti di continuare? Vorrei farti urlare ancora un po’…” La donna fece cenno di sì con la testa in modo un po’ bambinesco. “E ti fidi di me?” “Sì.” “E ti lascerai fare qualsiasi cosa?” “S… sì.” “Voglio sentirtelo dire.” “Puoi … puoi fare di me ciò che vuoi …” Carlita era quasi in lacrime. Sapeva del piacere che la compagna traeva dalle punizioni e il pensiero di esserne ora vittima la terrorizzava. Ancora di più la sconvolgeva la consapevolezza di essere alla mercé di Marie, di non essere in grado di negarle nulla. Era come se il suo cervello fosse andato in corto circuito. Non reagì quando Marie le prese le braccia sollevandole sopra la testa, né quando la donna le legò i polsi usando reggiseni e mutandine a mo’ di corda. “Marie …” “Cosa?” “Ti prego … non farmi troppo male …” Marie le sorrise dandole un bacio sulla fronte e pulendole il viso con il lenzuolo. “Non voglio farti male. Non stanotte. Non prima di averne parlato insieme. Ti prometto che se urlerai sarà solo di piacere.” “Davvero?” “Hai la mia parola e comunque ricorda che puoi fermarmi quando vuoi.” “Sì.” “Vuoi che ti liberi?” “No.” Marie baciò la bocca della compagna e poi continuò procedendo lentamente verso il basso. Nel frattempo aveva discretamente recuperato un tubetto di lubrificante e se ne era abbondantemente cosparsa le dita. Quindi aprì lo scrigno con una mano e la penetrò con le dita dell’altra. L’abbondante lubrificazione fece scivolare facilmente le dita nell’antro oscuro. La facilità dell’operazione vinse anche ogni resistenza psicologica di Carlita che si abbandonò docilmente al tocco dell’altra. Il piacere cresceva ma proprio quando era quasi in vetta la donna sentì le dita e le labbra dell’altra che la abbandonavano. Ebbe appena il tempo di un mugolio di disappunto che la mano di Marie si abbatté, in forma di schiaffo, sul suo sesso rigonfio. Per altre tre volte venne colpita, poi la lingua tornò a muoversi in circolo attorno alla clitoride. E poi ancora schiaffi. E di nuovo la lingua. Più e più volte. Ogni volta i colpi erano più forti. Ogni volta il piacere era più intenso. Invano Carlita si dimenava chiedendo che la tortura cessasse. Il suo corpo la tradiva chiedendo ogni volta, nel suo linguaggio ancestrale, una nuova dose mentre dalla sorgente incantata, il miele sgorgava copioso. Alla fine la donna subì il tradimento finale, inondando il letto di stille profumate e la propria mente di inebriante piacere. Marie non era però intenzionata ad abbandonare il campo di battaglia. Come una lupa che lecca una ferita al suo cucciolo così prese a leccare i genitali arrossati della compagna. Mentre Carlita si concedeva anche a questo nuovo assalto, la donna iniziò a percorrere con le dita la fessura tra i glutei dell’amata. Trovatone l’ano, prese a percorrerlo in circolo cospargendolo di lubrificante. Per Carlita era una esperienza nuova. Anche se l’idea la disgustava non poteva fare a meno di provare piacere da quell’inusuale esplorazione. Era come se una droga stesse trasformando in piacere qualsiasi intrusione. Piacere dalla lingua sulla clitoride. Piacere dalla vagina di nuovo riempita. Piacere dal dito che le era penetrato nell’ano facendola sobbalzare. Era inutile ribellarsi. Ogni tentativo di liberarsi moltiplicava le sue sensazioni, spingendola verso un sempre più alto livello d’estasi. Un urlo lamentoso come una porta che cigola, accompagnò l’ultimo intenso picco. Le contrazioni della vagina e dell’ano contro le dita di Marie le procuravano piacere sempre nuovo in un crescendo che sembrava non avere mai termine. Quando si riebbe vide la compagna accanto a sé. Le aveva già liberato i polsi e ora la teneva stretta, carezzandola dolcemente. Carlita si accorse di stare piangendo. “Tutto bene? Ti ho fatto male?” chiese Marie. “Sì … no … io … non credevo che fosse così …” “Cosa non credevi?” “Io pensavo che con una donna sarebbe stata una cosa dolce. Non così … così forte.” “C’è la dolcezza e c’è la passione. Una cosa non esclude l’altra. La dolcezza la conoscevi già e volevo che conoscessi anche la passione. Mi spiace se ho esagerato.” “No. È stato bello … solo che …” “Sì?” “Sono esausta. Ti dispiace aspettare un pochino prima che ti ricambi …” “Niente da fare! È tardi e domani sarà una giornata faticosa. Quindi adesso fai la nanna come una brava bambina.” “Ma …” “Non ti preoccupare, avrai tutto il tempo per imparare come fare impazzire una donna. Adesso pensa solo a riposare.” “Marie …” “Sì?” “Sai in fondo … credo di potere amare una donna …” Passati alcuni giorni per sistemarsi, Carlita prese subito a cercare lavoro. Marie le offrì un posto alla Harper’s Hill ma lei rifiutò. Accettò invece una raccomandazione grazie alla quale trovò impiego facilmente visto che ogni amministratore scolastico avrebbe fatto qualsiasi cosa per poter vantare un credito nei confronti del prestigioso istituto. La vita in comune era piacevole ma non mancavano screzi. In particolare Carlita, una volta accettata la natura del loro rapporto, divenne gelosissima. Le peggiori scenate avvenivano quando Marie tornava a casa dopo aver punito qualche allieva. Se si dimostrava eccitata Carlita glielo rinfacciava duramente. Se invece si dimostrava fredda allora la donna arrivava ad accusarla di essersi soddisfatta altrimenti. Inizialmente Marie trovò divertente la gelosia della compagna. Col passare del tempo però, la situazione divenne quasi insostenibile. Una sera durante l’ennesimo litigio, Marie, esasperata, afferrò Carlita e postasela sulle ginocchia, prese a sculacciarla. Solo dopo un paio di colpi si rese conto di quello che stava facendo. A quel punto si aspettava che l’altra reagisse con il consueto furore ma al contrario questa rimase tranquilla a ricevere la punizione. Marie, che pure si era calmata, ne approfittò per andare avanti per un bel pezzo, godendosi l’improvvisa mansuetudine della compagna. Nei giorni seguenti Carlita si dimostrò docile e remissiva come non mai. Perfino nell’alcova non negò nulla alla sua amante. La cosa era insolita visto che dopo una litigata passava molto tempo prima che Carlita fosse disposta a fare di nuovo all’amore. Dopo circa una settimana la donna diede però nuovi segni di inquietudine. Questa volta Marie non perse tempo e impose alla compagna una nuova seduta sulle sue ginocchia. Ancora una volta si produsse quello strano effetto calmante e Marie decise che era il caso di affrontare l’argomento. Carlita dovette riconoscere che le sculacciate avevano conseguenze benefiche sul loro rapporto. Decisero così che Carlita sarebbe stata sculacciata una volta a settimana e che una volta al mese la punizione sarebbe avvenuta non a mani nude ma con uno strumento scelto da Marie. Da questa decisione trassero entrambe un grande beneficio. Anche se le punizioni non erano che un pallido riflesso di quelle inflitte a Jennifer, consentivano però a Marie di dare uno sfogo alle proprie pulsioni. Un giovamento anche maggiore ne ebbe Carlita, liberata in questo modo dal mai ammesso senso di colpa che le derivava dal non ritenersi all’altezza di colei che l’aveva preceduta nel soddisfare i bisogni della compagna. Con il passare del tempo finì per apprezzare quei trattamenti, considerandoli alla stregua di veri e propri preliminari amorosi. Con sua grande sorpresa si ritrovò spesso a chiedere una maggiore durezza e a implorare, rossa di vergogna, che anche i seni e il sesso fossero oggetto di crudeli supplizi. Inutile dire che Marie acconsentì sempre ben volentieri a tali richieste. Così, tra coccole e frustate, passione e dolcezza non mancarono mai in casa Foisson, regalando alle due donne anni di felicità. EPILOGO “Allora come vanno le cose con Carlita?” “Bene. Molto bene” rispose Marie risvegliata dal fluire dei ricordi. “Non è bellissima?” disse ancora indicando con un cenno la compagna che cantava una nenia al piccolo esserino che teneva in grembo. “È sempre raggiante quando venite a trovarci. Anche se non le piace parlarne so che le manca molto non avere dei bambini … lo sai tenere un segreto?” “Certo. Perché?” rispose Jennifer. Marie si limitò ad indicarle di seguirla ed entrambe si avviarono verso l’autorimessa. Giunte nell’angolo che Marie adibiva ad officina per le sue moto, un piccolo santuario inviolabile, la donna iniziò a rimuovere una serie di teloni che ricoprivano un oggetto voluminoso. Quando anche l’ultima copertura venne meno l’oggetto si rivelò per essere una grande culla di legno, in perfetto stile vittoriano. “Questo è il mio regalo di Natale per Carlita” disse Marie. “…?!” “In realtà però il regalo è un altro. Ho preso contatto con una banca del seme e ho già fatto fissare un appuntamento per lei. Se tutto va bene tra un annetto ti ritroverai con una sorellina o un fratellino!” “Ma Carlita come la prenderà? Avresti dovuto avvertirla …” “In genere non le piace quando faccio qualcosa alle sue spalle ma questa volta sono certa che mi perdonerà. Sai, una volta mi aveva accennato all’idea di fare una cosa del genere ma io mi sono comportata da vera stupida. Ho detto qualcosa come ‘Con tutto il daffare che mi danno le studentesse ci mancherebbe solo di dovermi occupare anche di un bambino!’. Mi sarei presa a frustate da sola! Speravo che lei riprendesse l’argomento ma non lo ha mai fatto così ho deciso di farlo io. Metterla davanti al fatto compiuto dovrebbe convincerla che faccio sul serio, almeno spero!” “Hai sempre un modo tutto tuo di fare le cose! Comunque sono sicura che accetterà se le farai la proposta con un po’ di romanticismo …” “Lo dici come se non fossi capace d’essere romantica e non è affatto vero!” “Non ti arrabbiare! Stavo scherzando. Non ti dimenticare che so bene quanto poi essere … dolce …” “Già …” Un silenzio imbarazzato le accompagnò mentre ritornavano in casa. “Ora che ci penso! Come sorella maggiore dovrei farmi venire una crisi di gelosia e tu dovresti riempirmi di regali per tenermi buona!” esplose improvvisamente Jennifer. “Mi spiace ma temo che i regali se li prenderà tutti il nuovo arrivato!” “Sempre così! I marmocchi si prendono i regali e a noi spettano le doglie!” “Una equa ripartizione!” “Ah! Ah! A proposito di equa ripartizione” aggiunse Jennifer imbarazzata. “Non potresti … prestarmi qualche tuo giocattolino? Non ce ne siamo portati dietro nessuno …” “Hai ripreso a fare la bambina cattiva?” C’era una punta di doloroso sbigottimento in Marie al pensiero che la sua vecchia fiamma si potesse concedere alla frustate del marito. “Non proprio. Diciamo che adesso sono dall’altro capo della frusta …” “Vuoi dire che è Daniel a venire punito?” “Già!” “Interessante. Come avete iniziato?” “Per caso. Dopo la gravidanza Daniel ha avuto qualche problema a riprendere ‘tu sai cosa’. Una sera tanto per sdrammatizzare la situazione ci siamo messi a fare la lotta e io ho vinto. Gli ho dato un paio di sculacciate, così per gioco, e mi sono accorta che si stava eccitando. Se non fossi stata oggetto delle tue cure non ci avrei fatto caso ma dato che lo sono stata ho subito messo in relazione le due cose e il resto te lo puoi immaginare …” “Direi proprio di sì!” “È una cosa fantastica! Basta qualche colpo di canna sulle natiche e gli diventa subito duro! Anche se ha appena finito di farlo! Ti giuro che se non fosse perché ho paura di esagerare passerei le giornate a torturarlo dalla mattina alla sera!” “Per la miseria, Jennifer! Mi hai fatto venire voglia! Credo che stanotte Carlita riceverà una dose doppia di vergate …” “Potremmo fare una gara per vedere chi di noi è più crudele. Che ne dici?” “Non penserai certo di poter essere più dura di me, vero?” “Non esserne così sicura. In fondo ho avuto una grande maestra.” “Vero. Però Carlita è ormai completamente addomesticata. Non hai idea dei supplizi che è in grado sopportare.” “Superiori a quelli che subivo io?” “Tu eri una fuoriclasse, mia cara. Carlita non potrebbe mai rivaleggiare con te ma sono certa che il tuo Daniel non ha speranze contro di lei.” “Lo stai sottovalutando perché è un uomo. Che ne sai che i maschietti non siano più resistenti di noi?” “Forse possono reggere più colpi perché sono più robusti ma non sanno certo soffrire come una donna e sicuramente non offrono uno spettacolo altrettanto piacevole.” “Temo proprio che tu sia prevenuta, mia cara mammina.” “Bene. Sentiremo stanotte chi urlerà più forte …” Le due erano ormai tornate sulla veranda. Sorridevano. Più che un sorriso però, il loro era un ghigno. Gli occhi fissi sui rispettivi compagni, pieni di desiderio e crudeltà. Sguardi di leonesse che studiano le proprie prede, assaporando in anticipo il gusto della carne e del sangue. Daniel e Carlita si accorsero presto della bramosia delle loro signore e rabbrividirono. Sapevano perfettamente cosa significavano quei fuochi ardenti che non li lasciavano un istante. Sapevano che erano il preludio di una notte insonne, passata ad agonizzare sotto la sferza. Sapevano che avrebbero pianto. Sapevano che avrebbero chiesto pietà. Sapevano che le loro carni più delicate avrebbero patito tormenti indicibili. Nudi, violati, completamente alla mercé altrui. Ridotti a vermi infilzati sull’amo. Come vermi si sarebbero contorti tra gli spasmi, urlando e anelando la piccola morte che li avrebbe infine liberati trasformando il tormento in estasi. Sarebbero riusciti a resistere? Avrebbero conservato quell’ultimo brandello di dignità che gli restava? Forse no. La punizione non sarebbe iniziata che dopo la cena. Come avrebbero potuto controllarsi per tutto questo tempo? Come impedirsi di finire, per l’ennesima volta, ai piedi delle loro feroci divinità implorando il proprio immediato olocausto? Per Daniel e Carlita la tortura era già iniziata. FINE