------------------------------------------ Il suicidio di Jennifer Foster ------------------------------------------ Il vicesceriffo Donna Steppenhold era molto contrariata quella mattina. Erano già le dieci ed il suo capo non si era ancora visto. Non è che ci fosse molto lavoro a Hellbells, cittadina di mille anime nel deserto dell'Arizona, cento miglia a nord di Phoenix, tuttavia gli orari erano orari ed andavano rispettati. Per essere il dieci di agosto non faceva troppo caldo, il termometro segnava appena quarantuno gradi contro i quarantaquattro che normalmente si registravano a quell'ora proprio lì, al centro del deserto, in uno dei posti dove veramente si può dire che Cristo si è dimenticato le scarpe e non gliene frega niente di tornare a prenderle. Per fortuna il caldo del deserto, di quel deserto, è secco. Non c'è quasi umidità, si suda relativamente poco, solo sembra di essere sotto un gigantesco asciugacapelli sparato al massimo. Donna Steppenhold immaginò, e non si sbagliava, che il suo capo quella notte se l'era spassata e probabilmente stava ancora dormendo, mentre lei era lì a reggere le sorti della Centrale. "Ehi Donna, dici che il capo ce l'ha fatta stavolta?", disse Big Gun facendo irruzione nel suo ufficio con la solita aria da orso grasso e assatanato. "Senti BG, lasciami in pace che non è aria..." "Dai, magari questa volta è andata..." Big Gun, così chiamato perché sin da quando aveva sette anni girava la città vantandosi delle dimensioni del suo uccello, non accennava a mollare la presa. Donna Steppenhold cominciò ad innervosirsi. Non c'era molto lavoro, quella mattina, ma lei si innervosiva lo stesso come se invece che la sicurezza di Hellbells avesse sulle spalle quella di tutta l'Arizona. "Prenditi la macchina e vai a fare un giretto...", disse acida. "Tu che fai, vieni con me, ti va una trombatina?", sghignazzò BG, facendo il classico gesto. "Levati dai coglioni, grassone!", gridò Donna, esasperata. Big Gun uscì dall'ufficio del vicesceriffo, lasciando Donna sola con i suoi pensieri. No, credo che il capo non ce l'abbia fatta, pensava. Nemmeno questa volta. Nessun articolo trionfale sul Daily Sunrise, nessuna parata festosa delle volanti con le sirene spiegate, niente pacche sulle spalle, complimenti e felicitazioni. Quando lo sceriffo di Hellbells, cittadina di mille anime nel deserto dell'Arizona, varcò la soglia della Centrale, alle undici e mezzo di quella mattina bollente ma non troppo, aveva un'aria decisamente disfatta. Niente trucco, la divisa spiegazzata, i capelli in disordine. "Mio Dio, Minnie, non dirmi che...", fece Donna terrorizzata dall'aspetto orrendo del suo adorato capo. Lo sceriffo posò la pistola sulla sua scrivania e si accasciò sulla poltrona in fondo alla stanza, nell'ombra. "No, Donna, niente...", disse, con un filo di voce. "Mi dispiace", fece Donna con l'espressione più seria che fosse in grado di riprodurre. "No, non ti dispiace affatto" Donna Steppenhold abbandonò l'ufficio dello sceriffo con la coda tra le gambe. Si riempì una tazza enorme di caffè e si rintanò nella sua stanza. Come al solito il capo aveva ragione, non le dispiaceva affatto che nessuno fosse ancora riuscito a rompere l'incantesimo che qualche demone disgraziato aveva fatto allo sceriffo, un brutto tiro davvero. Soprattutto perché ci aveva provato anche lei, senza alcun successo. Meglio così, si disse. Minnie Turner aveva trentacinque anni e nella sua breve vita era stata a letto con centocinquanta uomini. Vale a dire che si era scopata un terzo della popolazione maschile di Hellbells, vecchi e bambini esclusi. Il suo problema era che non era mai riuscita a godere e, siccome non sapeva fingere, la voce aveva presto fatto il giro della città fino a fare dello sceriffo, personalità già al centro dell'attenzione di per sé, una vera e propria celebrità. "Minnie the fridge" la chiamavano i suoi concittadini, chi con crudeltà, chi con simpatia, chi con il cuore colmo di speranza per essere ancora fuori dalla lista degli unsuccessful. Lei l'aveva presa male all'inizio, ma poi, come di solito accade nelle piccole comunità dove tutti si conoscono ed in fondo si vogliono bene, ci aveva fatto l'abitudine ed era riuscita persino a riderci su. Certo si era un po' arrabbiata quando, nello sfogliare il giornale locale, il Daily Sunrise, un giorno, al posto dell'oroscopo, ci aveva trovato una rubrichetta ornata con la foto di un ghiacciaio dal titolo "Chi ha stregato Minnie the fridge?". Aveva telefonato inviperita al direttore del giornale, suo vecchio compagno di college, e l'aveva minacciato di calare in redazione con tutte le pattuglie in assetto di guerra. Quello, vecchio marpione, si era difeso debolmente e poi l'aveva invitata a cena per scusarsi, promettendo di cancellare per sempre la rubrica incriminata. Invece erano finiti a letto e l'esito era stato infausto, come volevasi dimostrare. La rubrica era rimasta al suo posto ed in compenso Minnie aveva provveduto ad infangare il buon nome del direttore del Daily Sunrise chiamandolo in pubblico "Jack the match", Jack il fiammifero. Risultato: la recita di fine anno del liceo di Hellbells aveva avuto come tema portante la lotta epica tra Minnie the fridge e Jack the match, con un ottimo successo di pubblico e di critica. Ormai il caso di Minnie Turner era diventato parte della vita della città, un affare di stato, ci mancava poco che venisse messo all'ordine del giorno nelle riunioni del Consiglio Comunale. Eppure erano passati anni e non si vedeva alcuna luce in fondo al tunnel. Nemmeno il vicesceriffo Donna Steppenhold, che amava il suo superiore segretamente da qualche secolo, era riuscita a farle conoscere le gioie uniche di un orgasmo come si deve. E dire che ce ne aveva messa di buona volontà, convinta com'era che quella donna, risoluta e sexy, fosse totalmente, integralmente, assolutamente lesbica. Invece, anche lei aveva preso una toppa clamorosa. Pazienza, si era detta, un vero peccato. E così aveva disdetto la prenotazione nella HomoChapel di Las Vegas, dove aveva programmato di portare Minnie e sposarsela, anche se fittiziamente, con l'accompagnamento celestiale e delicato delle Madafuckin' Grrls in concerto. Nel frattempo la vita della città di Hellbells, Arizona, procedeva tranquilla e sonnolenta, le strade polverose disertate da qualsiasi essere vivente nelle ore centrali della giornata, serpenti a sonagli esclusi, incorniciate dalla presenza discreta di qualche centinaio di cactus che si ergevano con coraggio a sfidare un caldo soprannaturale. Una vita che si svolgeva al riparo, interni di abitazioni, uffici e negozi dominati da un'aria condizionata polare, come solo può accadere in America, tanto per non dare l'idea del contrasto esasperato. "Se a San Francisco hanno inventato il freno a mano, noi siamo i re dell'aria condizionata" si leggeva nel cartello di benvenuto posto all'ingresso della città. Ma le cose cambiano. A volte anche senza muovere un dito. Così un'altra mattina, una mattina che la temperatura si era alzata ulteriormente ed il termometro segnava impietosamente quarantatre gradi, Minnie Turner e Donna Steppenhold furono svegliate e convocate in fretta e furia sulla scena di un delitto. Con il cuore in gola le due donne si precipitarono portandosi dietro un numero imprecisato di automobili e di uomini. Un delitto, era qualcosa a cui nessuno a Hellbells era preparato, nemmeno le forze dell'ordine. "34 Clinton Road!" gridò Donna, saltando dentro la volante a fianco dello sceriffo. "Mio Dio, non è lì che abita la signora Foster?", fece Minnie preoccupata. Le macchine si fermarono inchiodando bruscamente davanti al giardinetto ben curato della signora Foster. Un discreto gruppo di persone si era già riunito, formando un fitto capannello che non permetteva di indovinare nulla del possibile delitto. "Indietro, polizia!", fece lo sceriffo. Immediatamente la folla si spostò, lasciando passare per prime Minnie e Donna, pistole in pugno, pronte a qualsiasi evenienza. La signora Foster era inginocchiata accanto ad un mucchietto informe, bianco, macchiato di sangue, chiaramente esanime. Piangeva disperatamente. La signora Campbell, sua vicina di casa, le porgeva uno dopo l'altro fazzoletti di carta che quella provvedeva ad inzuppare di lacrime e poi a gettare con noncuranza per terra, sull'asfalto rovente. "Hanno ucciso Jennifer!", gridava la signora Foster all'indirizzo delle donne armate. "Hanno ucciso la mia Jennifer!!" E giù lacrime e soffiate di naso. Chi diavolo poteva avere ammazzato la gallina della signora Foster? Questo si chiedeva, Minnie Turner. Chi poteva aver fatto una cosa del genere, conoscendo l'amore che la povera vecchia provava per quell'animale? "E' stato lui!" La signora Campbell puntò il dito indice, incerto e tremolante, verso un gruppo di persone che subito si spostarono, scoprendo l'assassino. In sella ad una fiammante Harley-Davidson, Road King, imponente come la sua moto, uno straniero con gli occhiali scuri ed il casco su cui campeggiavano, guarda un po', il logo degli Iron Maiden e la scritta "Killers", guardava quella gente con aria di sfida, per nulla intimorito dalla palese ostilità con la quale era stato accerchiato. Il tipaccio portava una canottiera nera, esageratamente attillata, che faticava a contenere la muscolatura debordante da topo di palestra. Donna si avventò contro di lui, reggendo la pistola con entrambe le mani, come le avevano insegnato al poligono, e puntandogliela dritta in mezzo agli occhi. "Scendi da quella moto di merda, bastardo, e metti le mani sulla testa!!!" Lo straniero sputò la gomma da masticare, si tolse il casco e gli occhiali da sole e fissò il vicesceriffo. "Hey, lesbicona, succhiami l'uccello", fece beffardo all'indirizzo di Donna, che arrossì per un istante, non sapendo come replicare. Ai presenti scappò un sorriso. Nessuno aveva mai visto quel tipo prima, eppure lui sembrava conoscere tutti i piccoli segreti, gelosamente custoditi, della cittadina. La voce del solito spiritoso si levò dal gruppetto, spezzando il silenzio imbarazzato che si era creato dopo che mister Macho Man aveva aperto bocca. "Donna, allora lo sapranno anche a New York che hai provato a farti mia sorella..." In breve fu tutto uno sghignazzare e ci volle tutta la fermezza di Minnie Turner e dei suoi uomini per riportare l'ordine. Poi fu lei, Minnie the fridge, ad avvicinarsi allo straniero. Si fece dare i documenti e lo consegnò agli agenti perché lo accompagnassero alla Centrale. La gallina della signora Foster era morta per un banalissimo incidente, ovvero per aver attraversato la strada, senza guardare, proprio nel momento in cui il mostro rombante di Buck Simpson sfrecciava verso il centro della città. Non era stata colpa di Buck - Macho Man - Simpson, se quella imbecille pennuta aveva deciso di suicidarsi, su questo non c'era alcun dubbio. E poi, comunque, ammazzare una gallina non è certo roba da galera. Tuttavia c'era qualcosa nello straniero che non aveva convinto lo sceriffo. Per questo aveva disposto che lo accompagnassero in centrale, solo per fargli qualche domanda. Buck Simpson non ne volle sapere di scendere dalla moto e così gli agenti dovettero adattarsi a scortarlo formandogli intorno una gabbia con le volanti. Una volta alla centrale, fu fatto accomodare nella saletta degli interrogatori. Donna gli fece qualche domanda, mentre gli agenti lavoravano al computer alla ricerca di qualsiasi notizia utile su di lui. Buck Simpson, venticinque anni, nato a Chicago, quattro anni di riformatorio e cinque di galera, arrestato più volte per rapina a mano armata e ricercato in quattro stati per l'omicidio di una ragazza rimorchiata in un bar di New Orleans e per un'altra serie di rapine lungo la strada che dalla Louisiana l'aveva portato fino in Arizona. Cristo, pensò Minnie. Un affare scottante. Qualcosa che andava gestito con la massima attenzione. "Chiudetelo in cella senza troppe spiegazioni e contattate chi di dovere. Domani voglio che qualcuno se lo venga a prendere e ce lo porti via di qui, questo bastardo", ordinò. Big Gun si incaricò personalmente di sbattere quel bestione in cella. La giornata passò senza alcun particolare problema. Il ricercato era tenuto costantemente sotto controllo e, contrariamente a quanto faceva pensare la sua fedina penale, sembrava alquanto pacifico e remissivo. Ma Minnie Turner continuava a non fidarsi, convinta com'era che un simile delinquente avrebbe tentato di certo la fuga. Non sapeva come e non sapeva quando, ma era sicura che ci avrebbe provato. Lei, del resto, non poteva permettersi di lasciarlo scappare. Non capitava tutti i giorni a Hellbells di catturare un soggetto di quella pericolosità. Fu deciso, con grande preoccupazione di Donna, che sarebbe stata proprio lei, Minnie, a restare di guardia per quella notte. Voleva tenere tutto sotto controllo e farlo personalmente. In ogni caso la responsabilità era sua, era lei lo sceriffo. E così calò la notte, in quel punto nero del deserto che aveva la pretesa di chiamare se stessa città. Calò la notte sulle strade polverose e sui cactus, sulle auto parcheggiate, sui serpenti a sonagli e sulla colonnina di mercurio indecorosamente ferma sui quaranta gradi. Calò la notte anche sulla centrale, su Minnie Turner seduta dietro la scrivania posizionata davanti all'unica cella che c'era in quel posto dimenticato da Dio e su Buck Simpson, sdraiato sulla brandina dietro alle sbarre, apparentemente addormentato. Minnie leggeva un libro, sorseggiando la quinta tazza di caffè della serata. Ogni tanto gettava un'occhiata al prigioniero, ma quello non dava segni di vita, non si muoveva, non parlava, non emetteva un suono. Se non fosse stato per il movimento regolare del grosso torace che si gonfiava ad ogni respiro, Minnie avrebbe potuto pensare di avere a che fare con un cadavere. Invece il fellone dormiva. Ad un tratto quell'ammasso di muscoli si mosse. Lo sceriffo sollevò gli occhi dal libro e si concentrò sul prigioniero. Buck Simpson si alzò e si avvicinò alle sbarre. In men che non si dica, si spogliò completamente, sotto gli occhi della poliziotta che faticò non poco a riaversi dalla sorpresa. "Che cazzo fai!?" gli gridò lei, a brutto muso. "Ho caldo", rispose quello candidamente, strofinandosi dappertutto con un asciugamano, quasi a volersi asciugare il sudore. "Ma se c'è l'aria condizionata, stronzo!", lo attaccò Minnie. "Non basta, ho caldo", rispose Buck, pacifico. Mentre Minnie cercava il modo più efficace per fargli capire che doveva rivestirsi, il suo sguardo cadde inevitabilmente sull'aggeggio che, fottendosene della forza gravitazionale, ondeggiava appena, rigido, tra le gambe del giovane delinquente. Non può dirsi che Minnie Turner non possedesse una notevole esperienza, visto che aveva visto, toccato, manipolato e assaggiato circa centocinquanta cazzi. Avrebbe potuto mettere su uno studio di consulenza, se avesse voluto. Eppure Buck Simpson aveva tra le gambe un capolavoro della natura, quanto a dimensioni, proporzioni, qualità estetiche. Minnie ne restò ipnotizzata. "Va bene, fai come ti pare", farfugliò e riprese a leggere il suo libro, mentre quel colosso nudo continuava a starle davanti a meno di due metri di distanza, bloccato soltanto dalle sbarre di acciaio della cella in cui era rinchiuso. Forse fu la stanchezza, forse la situazione davvero insolita, la tensione derivante dal fatto di essere al cospetto di un assassino, forse il corpo prepotente di quell'uomo, forse tutte queste cose insieme. Minnie cominciò ad eccitarsi, lo percepiva chiaramente e un po' più forte del solito. Sollevò lo sguardo solo per un istante e lo riabbassò subito. Il tempo di vedere Buck che con assoluta noncuranza si accarezzava l'uccello con tutte e due le mani, lentamente, come se avesse a che fare con un oggetto prezioso. Minnie arrossì, si ravviò i capelli, cercò di darsi un contegno. Fece finta di niente per un po'. Poi all'ennesimo eloquente sospiro, sbottò. "Vuoi farla finita, per cortesia!?", gli strillò. Quel bastardo di Buck sorrise, era il segnale che aspettava, la donna non era rimasta indifferente e si stava innervosendo. "E' una cosa che faccio per rilassarmi, un esercizio, non ti preoccupare", fece "non ti sporcherò il pavimento". "Meglio per te, potrei anche farti secco, così come sei, nudo come un verme", rispose lei, calandosi nel suo ruolo di tutore della legge. In fondo aveva sempre un'arma tra le mani, un'arma vera, capace di uccidere. Questo avrebbe dovuto darle potere e sicurezza. "Prima di ammazzarmi fallo anche tu, l'esercizio... Credo che tu ne abbia bisogno" Buck incalzava lascivo senza smettere di coccolarsi amorevolmente il grosso affare. Minnie lasciò cadere il discorso, ma ormai non poteva più leggere. Finì il caffè e cercò di concentrarsi su qualsiasi cosa non avesse a che fare con il sesso. Pensò alla messa la domenica, a quanto si annoiava da ragazzina quando sua madre la costringeva ad andare in chiesa, ma poi le tornò in mente quella volta che Jason Burk le aveva infilato le mani sotto la gonna ed aveva giocato a lungo con la sua cosina proprio mentre tutto intorno si cantavano gli 'osanna' di rito. Fece tanti altri pensieri come questo, ma alla fine, per un motivo o per un altro, tutti le riportavano alla mente qualche ricordo connesso, più o meno alla lontana, con le sue svariate esperienze sessuali. Quando cominciò a sentire caldo anche lei, nonostante l'aria condizionata programmata per una temperatura da glaciazione, concluse che qualcosa non stava andando affatto per il verso giusto. Eppure la mente umana a volte funziona e a volte non funziona. Quella volta la mente di Minnie Turner fece vistosamente cilecca. Che problema può esserci se mi trastullo un po', in fondo sono ancora le tre di notte e mi sto annoiando, riflettè. L'orrendo pensiero sconfisse ogni più puro e ragionevole proposito. Forse quel disgraziato l'aveva davvero ipnotizzata, fatto sta che nessuna via d'uscita, tranne quella proposta da Buck Simpson mentre si manovrava l'uccello, sembrava praticabile. Minnie fece scivolare la sedia all'indietro per prendere spazio, sollevò le gambe e le appoggiò sulla scrivania. Sganciò il primo bottone della divisa e tornò ad osservare il bel criminale dietro alle sbarre. "Ok, fammi vedere le tette, sceriffo", fece quello, la mano stretta nella sua oscena presa. Lo sceriffo allargò leggermente le gambe poggiate sulla scrivania e cominciò a sbottonarsi la divisa. Scoperto il reggiseno nero, le bastò spostarlo lateralmente per far scaturire le tette in onore delle quali mezza città di Hellbells aveva programmato di erigere un monumento. Ora Minnie, con il seno proteso verso la belva in gabbia, si aspettava un commento. La eccitava a dismisura l'idea che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa davanti a quell'uomo che, chiuso com'era in un quadrilatero di sbarre di acciaio, non avrebbe potuto nemmeno sfiorarla con un dito. "Belle grosse, pupa, complimenti", commentò Buck. Per tutta risposta, lei cominciò a stuzzicarsi i capezzoli già turgidi, stringendoli tra le dita e tirandoli appena, proprio come le piaceva fare. "No, aspetta, baby... adesso c'è un problema...". Buck Simpson sembrava seriamente preoccupato. Minnie sorrideva con aria interrogativa, continuando a toccarsi le tette. "Ho bisogno che mi sbaciucchi un po' il cazzo, altrimenti comincia a farmi male". Così dicendo, il prigioniero avanzò verso la porta della cella e si appoggiò alle sbarre, facendo in modo di far sporgere all'esterno quell'uccello gonfio e teso, talmente invitante da azzerare ogni idea alternativa. Minnie si confuse sul serio. La vista di tanta esuberante mascolinità, per di più chiusa in gabbia, la eccitò come mai le era capitato prima. Si infilò discretamente una mano sotto i pantaloni della divisa e sotto le mutandine e quasi le venne un colpo. Si guardò tra le gambe e notò l'inequivocabile alone più scuro che rivelava un'umidità per lei fuori dal comune. Non si finisce mai di scoprirsi, pensò distrattamente. Poi si alzò ed avanzò verso la cella. In assoluta trance erotica, senza proferire parola, si inginocchiò davanti alle sbarre, davanti a quello che era stato segnalato come uno dei criminali più pericolosi d'America. Quando gli fu a tiro, Buck Simpson le afferrò la testa con entrambe le mani e la guidò senza troppi complimenti verso il suo cazzo. Minnie fece appena in tempo ad aprire la bocca che se lo ritrovò quasi in gola. Se non fosse stato per le sbarre che le premevano contro le guance e le impedivano di arrivare fino in fondo sarebbe sicuramente morta per soffocamento, tale era la pressione che quel bruto stava esercitando con le sue braccia enormi. Vuole ammazzarmi, pensò Minnie in un momento di lucidità, sono stata proprio un'idiota. Invece il bruto allentò la presa e le lasciò l'iniziativa. No, vuole solo un pompino, pensò poi, di nuovo preda della trance erotica. E un pompino in piena regola fu il regalo che la città di Hellbells, attraverso il suo più alto rappresentante della legge, fece allo straniero appena arrivato sulla sua lucida, cromata e rombante motocicletta. Infilando le mani al di là delle sbarre ed afferrando l'uomo per i glutei, con forza, Minnie Turner se lo spingeva in bocca sempre più veloce, lasciandoselo scorrere tra le labbra quando entrava ed aspirando con forza quando usciva. Macho Man venne presto con l'accompagnamento incomparabile di un urlo a dir poco bestiale, riversandole in bocca un getto, irregolare ma copioso, di sperma denso e caldo. "Wow che bomba, pupa, l'ho capito sin dall'inizio che eri così troia, quanti cazzi hai spompinato prima del mio?", chiese Buck, ansimando e fingendo ammirazione. "Circa centoventi", rispose lei sicura. I trenta che restavano per arrivare alla cifra tonda di centocinquanta non avevano offerto allo sceriffo dimensioni degne di un pompino. Per questo lei non li contava. Se non altro la città poteva vantare una buona media complessiva, trenta scarti su centocinquanta non è affatto male. "Cristo!", esclamò lui, riprendendo il massaggio iniziale e riportando rapidamente il venerabile uccello alle desiderate condizioni ottimali. "Va bene, piccola, ti meriti un bel premio, che ne dici di avvicinarti un po' di più?" Proposta indeclinabile, ma la domanda era d'obbligo. "Che vuoi dire?", fece Minnie perplessa. "Prendi quelle chiavine che hai attaccate al tuo bel cinturone da pistolera del vecchio West e vieni a farmi un po' di compagnia qua dentro...", disse Buck Simpson sicuro del fatto suo. "Tu vaneggi..." rispose Minnie mentre infilava la chiave più grande nella toppa e apriva la cella, così, senza accorgersi realmente di quello che stava facendo. Non appena fu dentro Buck l'afferrò per le spalle, la fece voltare, spingendola contro le famigerate sbarre e l'immobilizzò. "Tieniti forte, baby, altrimenti devo usare le manette e non è roba che fa per me" Minnie annuì e afferrò le sbarre con entrambe le mani. Presto lui le abbassò i pantaloni fino alle ginocchia e le infilò una mano tra le gambe per verificare se era pronta. Ed era più che pronta Minnie Turner, che non aspettava altro da più di un'ora, sognando di essere scopata da quel grosso cazzo, senza tregua, senza respiro, senza limiti. Lui le infilò due dita nella fica. La manovrò così per un po', saggiando l'apertura, come se stesse decidendo se quella donna andava bene per lui o meno. Questa operazione, condotta senza alcuna delicatezza, fece quasi impazzire Minnie, che cominciò a provare strane sensazioni, a sentire strane aritmiche contrazioni, a gustare quello che per ogni donna è l'inequivocabile discesa verso l'inferno di piacere chiamato orgasmo. Ma a Buck quell'operazione serviva per un altro scopo. Estrasse le dita bagnate e prese a lubrificarle il buchino del sedere. "Ti dispiace se te lo metto nel culo?", domandò premuroso. "No...", rispose lei tremolante. No, fottimi bastardo, disse tra sé e sé. Inculami. Buck - Macho Man - Simpson, criminale ricercato in quattro stati per omicidio e rapina a mano armata, cominciò davvero ad incularsi lo sceriffo che l'aveva arrestato poco tempo prima a causa di una stronza di gallina che si era gettata sotto le ruote della sua moto. La penetrò lentamente allargandole il buco finchè non lo sentì cedere e finchè non la sentì gridare quasi di dolore e di piacere insieme, con la testa abbandonata tra le braccia saldamente ancorate alle sbarre della cella, ansimando e tremando senza sosta. Quando fu tutto dentro, cominciò a pompare senza pietà, il fragore assordante del ferro a cui Minnie si era aggrappata a coprire i suoi gemiti soddisfatti e riconoscenti. Prima di scaricarsi dentro di lei, Buck, che in fondo era un gentiluomo, volle farla venire. Ignorava, poveraccio, quale evento storico stava per provocare. Cominciò a strofinarle vigorosamente la fica, mentre aumentava il ritmo delle spinte. Minnie chiuse gli occhi. Respirò profondamente. Si abbandonò. Era la sua prima volta, la prima volta che sentiva il corpo contrarsi allo spasimo, il battito cardiaco impazzito, il calore infernale della pelle, il piacere che cresceva lento, aumentava progressivamente e poi deflagrava, invadendo ogni singola cellula del suo essere fisico, ottenebrandole la mente, spezzandole il respiro, lasciandola tremante e sudata a rimettersi da quella malattia fulminea e letale. Buck venne subito dopo di lei. Minnie si accasciò sul pavimento della cella, con gli occhi chiusi, a godersi gli ultimi fuochi del suo primo orgasmo che si stava spegnendo. "Ciao, pupa, grazie di tutto" Riaprendo gli occhi per un istante, Minnie vide che il prigioniero si stava rivestendo in fretta. Lo vide mentre raccoglieva le sue cose e le metteva nel grosso zaino che loro gli avevano sequestrato. Lo vide riprendersi il casco e le chiavi della moto. Lo vide andare via, mentre le mandava un bacio posando le dita sulle labbra e poi soffiando sul palmo della mano. Non mosse un dito e richiuse gli occhi. Buck Simpson, quella notte, percorse indisturbato le trecento miglia che lo separavano dal confine con il Nevada. Un altro deserto, ancora più secco e caldo, stava per accogliere lui, la sua moto e la sua dote fatta di crimini e malefatte. Forse prima o poi qualcuno l'avrebbe catturato di nuovo, magari mentre si giocava qualche migliaio di dollari rubati in uno dei mille tavoli verdi di Las Vegas oppure mentre si scopava con successo qualche ballerina di lap dance. Minnie Turner quella notte, invece, prese carta e penna e cominciò a scrivere. Al direttore del Daily Sunrise, al Sindaco di Hellbells, al Presidente degli Stati Uniti d'America, a Oprah Winfrey, alla CNN. "Egregi Signori, vi farà piacere sapere che la sottoscritta ce l'ha fatta, finalmente. Allo stesso tempo forse non vi farà piacere sapere che la sottoscritta se ne va per sempre. Ho dato tutto per la causa e adesso ho voglia di vivere la mia vita. Ho voglia di viaggiare e di vedere il mondo. Insomma, Cristo santo, vivo in Arizona e non sono mai stata a vedere il Grand Canyon! Che nessuno mi cerchi. Un consiglio per tutti quanti. Non sottovalutate il potere del destino: a volte può bastare una gallina che ha deciso di porre fine alle sue sofferenze per cambiarvi la vita. Minnie - hot babe - Turner" ------------------------------------------------------ The Traveller veller@freemail.it