Dedicato a tutti coloro che non si rassegnano alla perdita di un grande amore. Frammenti di memoria Non mi resta che scrivere. Ordinando i fatti e le sensazioni, vincendo l'abulia e la paralisi che avanza e s'impone. Non so se ci riuscirò. Mi sento dentro un universo caotico in cui riconosco solo il desiderio di non soffrire, di proteggermi e rifiutare, di fuggire verso una direzione qualunque e di riposare. Ma se riposo, dimentico e se scordo muoio. Muore una parte che non posso, che non voglio cancellare. Perderei persino il ricordo di un essere amato. Non lo posso accettare. E quindi devo scrivere. Di un amore così grande che mi ha portato alla rovina, alla perdita della mia vita abituale. Un desiderio che mi ha avvinto e poi gettato via. E, nel farlo, mi ha fatto conoscere un altro me, identico e diverso, animato da voglie insospettabili, da turgori adolescenti. Non ho fretta. Non mi resta molto altro da fare. **** Fino ad un anno fa, la mia vita scorreva come un fiume increspato, percorso da correnti deboli. La mia casa, il mio lavoro e la mia donna mi contenevano in un mondo accettabile, privo di colori violenti e di sentimenti forti, ma rassicurante come una via ben conosciuta. Ripensando a quei momenti, mi sembra di essermi mosso in quel perimetro con un senso di noncuranza e di superficialità contenta di sé. Ponendomi domande cui sapevo rispondere e costringendo le mie emozioni nella gabbia di ciò che già conoscevo . Ma non posso dire che mi sentissi scontento. No, avvertivo solo un vago fastidio e proprio nei momenti migliori: al termine una corsa nel parco lungo il fiume o dopo aver fatto l'amore con Giulia. E' difficile dire cosa provassi.. Era come un'impressione di mancanza che non riuscivo a definire, priva di oggetto. Una mancanza simile a quando dimentichi una parola abituale e lo sforzo di ricordarla te la rende sempre più distante. Guardavo gli alberi o il seno di Giulia e veniva su un'inquietudine leggera, appena accennata, eppure ben riconoscibile. Non me ne curavo troppo, tuttavia. Mi dicevo "questo è vivere", cercavo di circondarmi di piccole conferme. A volte, entrando in ufficio mi pareva che i colleghi, le stanze, la mia scrivania e persino il dirigente fossero dei tasselli ordinati di un mondo che si disponeva intorno a me, di cui io ero il centro. **** Una sera di Ottobre sono andato al cinema. Davano un film intimista e lento, La storia di due solitudini che si sfioravano ma che non riuscivano a fondersi. All'uscita, mi sentivo scontento e distratto. Mi sono quasi scontrato con una persona che usciva dalla sala ed ho mormorato meccanicamente "mi scusi". "Di cosa?", mi ha risposto. Ho sollevato la testa per vedere a chi apparteneva quel timbro singolare, profondo e musicale, ed ho visto una giovane donna dai capelli neri e dall'ovale perfetto. Sembrava un po' imbronciata, ma il suo sguardo era attento e penetrante. "Le è piaciuto il film?", le ho chiesto senza sapere perché rischiassi un approccio improprio. "A lei non è piaciuto. Si vede". "Come ha fatto a capirlo?" "Camminava assente e con un'espressione infastidita". "Ah." "Ed adesso vorrebbe conoscermi meglio, ma teme che la congedi bruscamente pensando che mi vuole rimorchiare". "Non ho nessuna intenzione di rimorchiarla, ma se vuole possiamo continuare a parlare altrove". "D'accordo. Venga con me". **** Quella sera Sibilla mi ha parlato a lungo ed io non mi stancavo di ascoltarla. Ero incollato alle sue parole. Mentre parlava, piegava la testa di lato ed io vedevo il suo collo sottile, le labbra grandi ed i suoi occhi azzurri chiari.. Teneva le gambe accavallate e, ogni tanto, mi sorprendevo a frugare con lo sguardo il suo corpo. Le sue gambe affusolate, il suo seno tornito. Ma ciò che mi colpiva di più era la bocca. Sembrava un fico spezzato in due, di un colore rosso acceso. Un fico maturo, da cui provenivano parole che bevevo, che mi dissetavano. Labbra che si distendevano in un sorriso o che accennavano un'espressione di corruccio. Labbra che avrei voluto toccare con un dito per saggiarne la consistenza e premere con la mia bocca in un bacio forte. Ma quella sera mi sembravano lontane, irraggiungibili, come un sogno che si svela al momento del risveglio. **** Siamo andati avanti così per qualche incontro. Sibilla mi chiamava di tanto in tanto o appariva in modi che avrebbero potuto sembrare casuali ad un osservatore distratto. Non ci siamo mai visti, in quel periodo, per due volte nello stesso luogo. Veniva, mi parlava e andava via ed io osservavo le sue labbra muoversi o rimanere chiuse in un'espressione sorridente ed interrogativa come se fossero un regalo. Non sapevo, non capivo bene chi fosse e cosa volesse. Ma non m'importava molto saperlo. Mi emozionava vederla, mi faceva sentire bene. E tanto mi bastava. Non avevo il suo telefono. Una volta, al termine di uno dei nostri appuntamenti, le avevo chiesto dove la potessi rintracciare. Ma lei mi aveva guardato in un modo strano, spalancando gli occhi e mi aveva detto tutta seria " Non ti fidi? Lascia che sia io a cercarti. E' ciò che ti fa bene". Non ho saputo cosa replicare. Ho pensato che avesse ragione lei. Mi faceva bene che lei mi cercasse. Se avessi iniziato io ad inseguirla, forse sarebbe diventata una parte del mio universo abituale. Forse avrei rovinato tutto. **** Una sera Sibilla ha incollato le sue labbra alle mie e mi ha baciato a lungo, senza fretta. Nel sentire le sua labbra che cercavano la mia bocca, ho avvertito una sensazione così forte che ho iniziato a piangere. Le mie lacrime le hanno bagnato una guancia , sono scivolate verso il suo mento e, per un attimo, non ho saputo a chi appartenessero. Sibilla si è staccata da me ed ha mormorato " non piangere, per favore" ed ha baciato le mie lacrime. Poi mi ha preso per mano e mi ha portato a casa sua. Mi ha fatto entrare, ha voluto che mi sedessi e bevessi un caffè e mi ha detto "da oggi puoi venire qui ogni volta che lo vorrai". Si è alzata e si è spogliata con pochi movimenti dolci. E' rimasta in piedi con le braccia lungo i fianchi e le gambe leggermente divaricate come una statua di carne. Sono rimasto attonito a guardarla. "Vieni, non farmi aspettare", ha mormorato come un colpo di vento. **** Ho fatto l'amore con lei come un disperato. Ridevo e piangevo, balbettavo frasi incoerenti. Lei mi guardava dritto dentro gli occhi. Aveva uno sguardo liquido ed incandescente che non riuscivo a sostenere e le labbra socchiuse. Ho messo le sue gambe contro le mie spalle e l'ho penetrata come se avessi voluto aprirla completamente. Le ho gridato che era mia, che la stavo possedendo come non avevo mai fatto in tutta la mia vita , che avrei voluto continuare per sempre. Per sempre. Accanto al letto c'era uno specchio che rimandava le nostre immagini. Nel momento di venire ho chiuso gli occhi , ma ho scorto per un attimo un'istantanea fugace della mia bocca spalancata che urlava grida da infante terrorizzato di venire al mondo. **** Ho lasciato la mia donna subito dopo. Giulia mi ha guardato stupita, ha voluto sapere, si è arrabbiata ed ha pianto un po', ma io la sentivo così distante che mi sembrava di vedere una scena in televisione. Sul lavoro, ho provato a resistere per qualche settimana. Ma la scrivania e le stanze erano spazi morti, i colleghi e soprattutto il dirigente, manichini inanimati.. Ho chiesto un periodo di aspettativa. Me ne sono andato via senza rimpianti, con un feroce sollievo che si mescolava all'incredulità di essere rimasto in quel buco tanti anni. Tanti anni a rovinare la mia vita, facendo cose che non m'importavano per nulla , tenendo relazioni convenzionali ed insensate. A casa ci stavo poco. Preferivo uscire e camminare senza meta. Mi guardavo intorno e le cose mi sembravano nuove, strane, diverse. Un edificio assumeva un rilievo singolare, gli aquiloni assomigliavano ad uccelli di carta e questi ad aquiloni. Pensieri, oggetti, funzioni, sensazioni. Per la prima volta da anni mi sentivo vivo. E le mie gambe mi portavano verso un luogo a me conosciuto **** Da quel momento, Sibilla ed io ci siamo visti molte altre volte. Non saprei dire neanch'io quante. I ricordi si accavallano e si sovrappongono e non mi va di fare la contabilità del nostro amore. Ma so, lo so esattamente, che la nostra intimità cresceva di volta in volta. Il desiderio aveva rotto gli argini, li aveva travolti e non ne restava neanche il contorno. Mi piaceva prenderla in piedi e portarla in giro per la casa, con le sue gambe intrecciate dietro i miei fianchi. Amavo andare in balcone, inginocchiarmi davanti a lei e leccarle il sesso fino a quando mi chiedeva di entrare in lei. Adoravo ripeterle fino allo sfinimento che ero suo, che avrebbe potuto chiedermi qualunque cosa, qualunque cosa. Spesso mi ritrovavo a singhiozzare senza una causa apparente. Sibilla mi parlava ed io nascondevo la testa tra le mani ed ero scosso da singulti che non riuscivo a frenare, che mi liberavano e mi riportavano verso epoche sconosciute della mia esistenza. Le mani di Sibilla sulla mia testa sussultante. **** Qualche volta giravo intorno alla casa di Sibilla, senza fretta, senza ansia, attendendo il momento che lei rincasasse. La vedevo entrare e mi meravigliavo sempre che una donna così bella volesse me, amasse me. Aspettavo un po', non volevo darle l'impressione di aspettarla all'angolo della strada. Salivo le scale piano, guardando con curiosità le porte e le targhe con i cognomi . Mi figuravo che ci vivessero famiglie ordinate, con i loro figli, i loro mobili e la loro noia. Suonavo il campanello, attendevo di sentire i suoi passi leggeri, entravo e le sorridevo. Ogni volta che lei mi faceva un cenno, la spogliavo e succhiavo quelle sue labbra simili ad un fico spezzato. Lei mi accoglieva sempre. **** Un giorno la porta non si è aperta. Traspariva un debole filo di luce. Lei era lì. Lo sapevo. Ma non ha risposto alla prima, né alla seconda scampanellata. Non ho voluto suonare una terza volta. Mi sarebbe sembrato brutto, quasi osceno. Ho pensato "Sarà stanca. Sarà nervosa. Avrà voglia di riposare", ma sentivo di mentire a me stesso in modo così goffo e sfacciato che me ne sono subito vergognato. Sono tornato a casa e mi ripetevo "Lascia perdere. Fa che sia lei a cercarti. Non ti angosciare. Succede. E soprattutto sta tranquillo, sta tranquillo". Mi sono alzato di scatto ed ho fatto cadere un bicchiere, mi sono chinato in fretta a raccoglierlo ed un frammento appuntito mi ha lacerato un dito. Ho succhiato a lungo il mio sangue sperando che il flusso non terminasse, che continuasse a passare dalla mano alla mia bocca. Mi sono impiastricciato le labbra e sono andato davanti allo specchio a fare delle smorfie. Sentivo un bisogno irrefrenabile di rendermi ridicolo, disgustoso. Ho tirato fuori la lingua, rossa di sangue e, in quel momento ho pensato a Sibilla avvinta con un altro uomo in un amplesso interminabile. Lui la prendeva da dietro e lei gemeva, si divincolava ed urlava, urlava. Erano le mie urla che mi colpivano come colpi di bastone. *** Ci siamo visti ancora una volta. Lei mi parlava e mi diceva cose che non ricordo bene, che ho in parte cancellato. " Non posso essere disponibile ogni volta che mi vuoi. Non è giusto. Né per me, né per te. Mi dai la caccia, mi bracchi. Mi possiedi ogni volta che lo desideri. Così io scompaio. Non ci sono più. Resta solo il tuo desiderio di me. Ma quella non sono più io." Annuivo mentre parlava, come se mi stesse giurando amore eterno. Le dicevo di sì e intanto pensavo "continua a parlarmi amore mio, non smettere, ti prego, non smettere, continua a muovere quelle labbra rosse e grandi che mi richiamano un frutto maturo. Non fermarti, amore, anche se mi stai dicendo che non mi vuoi vedere mai più, che non mi vuoi sentire, che tra di noi è finita, va avanti, non troncare il filo delle parole, quel filo che ci unisce e che ci rende vivi". **** Da allora non sono uscito più di casa, tranne che per le incombenze essenziali. Sono passati due mesi e il ricordo di Sibilla a volte è vivo come carne viva, a volte stinge nella paralisi che mi sono imposto. Ma il tempo vincerà, come sempre. Come sempre, avrà lui la meglio. E la nostra storia diventerà un ricordo sbiadito. Poi sarà nulla. Ma io non voglio. Non lo posso accettare. Per questo devo scrivere. Scrivere senza fermarmi. Writer