LA RIVOLTA DI ANCONA DEL GIUGNO 1920
Brano tratto da:
Mario Alberto Zingaretti, Proletari e sovversivi, i moti popolari ad Ancona nei ricordi di un sindacalista (1909-1924), a cura di P.R. Fanesi e M. Papini, Il Lavoro Editoriale, Ancona, 1992, pp. 49-62
(…) dopo poco, quasi subito, arrivammo alla "rivolta dei bersaglieri", che fu un fatto di grande importanza, ma anche, nello stesso tempo, la dimostrazione della mentalità delle forze di Ancona, di quella volta, forze popolari caotiche, senza direzione, che non volevano sentir parlare di coordinamento, di dirigenza, di responsabilità: era l’educazione che si dava in seno all’anarchia. Infatti era venuto un piroscafo ad Ancona per portare i bersaglieri a Vallona, dove c’era una questione di principio tra l’Italia e l’Albania. Di tutta la propaganda che si era fatta durante la guerra e subito dopo la guerra, in mezzo alla popolazione, era logico che ne risentissero anche i militari. E quindi fu chiaro ed evidente che quando si dovette partire per l’Albania, questi bersaglieri non sentirono lo spirito di corpo per andare di nuovo a fare la guerra. Non credo che fossero tutti dello stesso parere, però c’era un gruppetto di bersaglieri che, venendo fuori la sera dalla caserma, stava a contatto con la popolazione, e, certamente, influivano su questi i discorsi della gente. Alcuni di questi si chiamavano Casagrande, Rossi, Tommassini ed erano tutti simpatizzanti socialisti. Essi non vennero da noi; dissero di essere venuti alla Camera del lavoro, ma che non trovarono nessuno, però avevano fatto consapevoli certi ambienti, anarchici, che loro la mattina non sarebbero partiti, ma sarebbero usciti fuori con i carri armati per dimostrare alla popolazione che non volevano partire e chiedevano la solidarietà della gente. Gli anarchici, naturalmente, tutto questo lo hanno detto dopo; infatti essi hanno aspettato fin dopo mezzanotte per vedere che cosa sarebbe accaduto o cosa non sarebbe accaduto.
La sera i bersaglieri suonavano la fanfara a Piazza Roma; in mezzo alla fanfara, hanno poi detto le autorità, si sono infiltrati elementi della popolazione, tra i quali Zingaretti, che hanno approfittato della confusione per entrare nella caserma. A chiunque mi chiese informazioni in proposito, risposi sempre di non saperne assolutamente nulla. La mattina mi svegliai a casa e mi venne detto da uno che abitava nella mia stessa via che si erano ribellati i bersaglieri, che c’era uno sciopero e di conseguenza i tram non uscivano.
Allora mi vestii per andare fuori a vedere; per la strada incontrai gente che tornava dal lavoro, perché non aveva preso posto e molti mi dissero che i bersaglieri si erano ribellati, che erano usciti con i carri armati, che avevano sparato lungo via Matteotti, a quel tempo via Farina, e che c’erano stati due morti fatti dai bersaglieri, perché la polizia si era messa di fronte a loro, ma certamente non era tutta la verità quella che si raccontava.
Arrivai alla Camera del lavoro invasa dagli operai che chiedevano che cosa si dovesse fare. Io risposi di avere pazienza, di aspettare la venuta di qualche altro dirigente responsabile, per vedere che cosa si potesse fare, per sapere chiaramente cosa fosse successo, anche perché c’era chi la raccontava in un modo e chi in un altro. Infatti seppi che i bersaglieri lungo via Farina incontrarono degli inciampi con i carabinieri e con i poliziotti, i quali mettevano dei bastoni fra le ruote dei camion per fermarli; quindi sembra che i bersaglieri abbiano sparato e qualcuno morì. Arrivarono fino a Piazza Roma, poi alcuni volevano andare per il corso e arrivare al porto, ma qualcuno ha detto che i poliziotti e i carabinieri non lo hanno permesso, perché cercavano di dissuadere questi bersaglieri ribelli. Infine si ritirarono in caserma e verso le dieci tutti i bersaglieri che si erano ribellati si erano ritirati in caserma. Gli ufficiali vennero messi nelle celle di punizione che stanno nel fianco sinistro della caserma Villarei. Io dico francamente che forse, se fossi entrato davvero nella caserma la sera per incitare i bersaglieri alla rivolta, potrebbe darsi che le cose sarebbero andate al senso inverso, poiché c’era il senso di responsabilità.
Intanto, alla Camera del lavoro, piena di operai, giunsero altri: Sorgoni, che allora era il segretario responsabile, l’avvocato Roia che faceva parte del Partito socialista ed era uno dei propagandisti (erano due fratelli che parlavano molto bene), poi vennero ancora l’avvocato Marinelli, il dottor Pergoli, diversi repubblicani, diversi anarchici e socialisti.
Allora lì ragionammo un po’ su cosa bisognasse fare, però il disaccordo era generale. Innanzitutto gli anarchici non ne volevano sapere di discorsi: volevano solo andare a prendere le mitragliatrici all’Aspio, dove c’era l’aeroporto, andare a prendere i cannoni al forte Salio per poi cosa fare nessuno lo sapeva.
La polizia cercò di venire alla Camera del lavoro dove gli operai che ne avevano avuto la possibilità si erano armati di fucili sulle spalle. A noi dissero: "Attenti che ce n’è anche per voi". In realtà non riuscimmo a prendere nessuna decisione perché tutti eravamo disorientati. I repubblicani ci dissero: "Ognuno risolva il problema come meglio crede secondo la sua coscienza. Se voi volete assumere la responsabilità di questo movimento, ve lo assumete come Camera del lavoro". Certo, nell’animo degli anarchici queste parole erano meravigliose.
Intanto fra di noi ragionammo su che cosa si sarebbe dovuto fare, ma già in giro si diceva che i bersaglieri erano rientrati in caserma e che la partita era chiusa. Noi restammo indifferenti allo spettacolo che si presentava: la gente andava armata, i poliziotti erano arrivati fino a Porta Pia. Quelli che avevano i fucili nelle mani spararono da Porta Pia uccidendo un commissario e ferendo due poliziotti, poi se ne tornarono indietro.
Allora, gli anarchici, che erano accorsi già verso l’Aspio, vennero su con una mitragliatrice, piantandola sotto Porta Pia; poi venne un soldato dell’Aspio che era un mitragliere e maneggiava molto bene la mitragliatrice. Questo soldato divenne l’eroe della giornata, perché mentre la polizia tentava di invadere la zona degli Archi, che era ritenuta la più ribelle, con la Camera del lavoro, egli fece sì che la polizia rinunciasse a venirvi. Era un vero caos; si restava indifferenti: qualcuno rideva, qualcuno cantava, ma si sparava da tutte le parti, perché i poliziotti non guardavano niente. C’era un poliziotto che era sempre addetto alla Camera del lavoro, egli stava al Commissariato degli Archi, dove ora sta l’Ufficio del lavoro. E questo poliziotto fu ucciso; lo presero, lo fecero camminare, ma poiché questo piangeva e si contorceva, poveretto, gli spararono.
Durante il giorno le autorità cercarono di forzare il cerchio, perché ormai fra i rivoltosi, lungo il colle di Capodimonte, su per la via San Giovanni Decollato, dappertutto, c’erano i franchi tiratori che sparavano da tutte le parti. I carabinieri si erano rintanati dentro le caserme con i materassi alle finestre. Così l’autorità si preoccupò di quello che doveva fare, tentò di rintracciare noi; io, quando seppi che il Prefetto mi cercava, dissi che non me ne importava nulla di questi, che non era il momento di discutere con lui. Poteva fare quello che voleva.
Fino alla sera tardi il mitragliere sotto Porta Pia fu sempre attivo, sparando quasi sempre; poi gli portarono da bere e quindi era un po’ ubriaco. E fino verso le sette e mezzo, le otto, forse anche le otto e mezzo funzionò la mitragliatrice; dopo le otto e mezza fu spostata più in giù, indietro, fin verso i primi archi; tutti i negozi erano chiusi, così pure le finestre.
Poco dopo mi ritrovai con Corneli e insieme parlammo. Ci chiedemmo: "Che cosa facciamo?". Non lo sapevamo. "La libertà la fa l’anarchia, adesso vedremo se sarà capace di farla, se sarà capace di mettersi in condizione di venir fuori con qualche cosa di concreto!".
Intanto lassù a Villarei gli ufficiali erano andati fuori, tutti, dalla caserma, per andare ai Cappuccini e, con un megafono, chiamavano i soldati a ricordarsi della patria; dicevano che non sarebbe stato punito nessuno, che era stato un momento di incapacità delle stesse autorità che non avevano compreso la volontà dei soldati. E questi soldati erano un po’ propensi, poiché gli ufficiali che erano stati dentro le celle erano venuti fuori e la mitragliatrice che stava davanti alla finestra, sopra il portone della Villarei, era stata riportata dentro. Di conseguenza, dopo il ritiro, c’era qualche caso di gente sfiduciata che non aveva trovato tutta quella solidarietà che avrebbe voluto trovare immediatamente, ma che invece trovò dopo, perché la ribellione avvenne dopo la ritirata dei bersaglieri. Intanto Rossi, Tommassini e Casagrande erano saltati dalle finestre e avevano tagliato la corda; difatti erano venuti qui verso il Piano San Lazzaro e qualcuno venne in casa di Franchini, mi pare fosse Casagrande.
Durante la notte nessuno dormì tranquillo, perché si sentivano gli spari, continuamente; infatti erano venuti rinforzi di guardie regie da Pescara, da tutte le parti delle Marche e, con le torpediniere, erano state portate qui ad Ancona. fu allora che ci furono parecchi morti: la mitragliatrice, sotto Porta Pia, fece un po’ man bassa delle guardie regie che sbarcavano alla banchina del porto. Dalla parte del forte dei Cappuccini si sparò sulla mitragliatrice, colpendo una colonna invece del giusto obiettivo. Insomma avevano portato molti rinforzi: non potevano fare altrimenti. Dall’altra parte, i rivoltosi cercarono di non far partire i treni, ma, poiché ne partì uno, lo sabotarono e ci fu qualche morto.
Durante la notte, credo che gli anarchici si siano ritrovati per decidere di seguitare la lotta, di resistere più che potevano. Noi non ci siamo neanche riuniti perché non era una cosa fattibile. Ci vedemmo semplicemente noi del Piano, perché io stavo ancora di casa al Piano. Corneli, che era venuto al Piano anche lui, stava a contatto con gli anarchici per sapere quali fossero le loro intenzioni. La mattina mi disse che gli anarchici avevano l’intenzione di proseguire la lotta senza avere, però, un punto preciso di arrivo.
E allora disse: "Noi come ci dobbiamo contenere?". Io gli risposi: "Stai a sentire, secondo me, ci troviamo in condizioni da non prendere nessuna responsabilità, quindi non la prendiamo; se se la vogliono prendere loro la responsabilità, se la prendano. D’altra parte, adesso, agiamo nell’interesse di chi? Non più dei bersaglieri, perché questi si sono ritirati in caserma; i responsabili sono scappati e sono qua: bisogna, invece, trovare la maniera di farli scappare via, per non rimanere fregati, questo sì".
Difatti andammo a parlare con qualcuno della Federazione del Mare che stava qua al Piano San Lazzaro e ci dissero: "Vediamo un po’; credo che non sia difficile. Ad ogni modo quello che è necessario è saperli tenere nascosti bene".
La mattina, intanto, proseguiva l’accerchiamento del Piano San Lazzaro, della Palombella, ecc., con spari di cannone da tutte le parti. Era giunto, nel frattempo, l’on. Bocconi che veniva da Roma. Non mi ricordo con che mezzo venne, però mi ricordo che lo incontrammo al Piano San Lazzaro, dove gli parlammo di quello che era successo e delle condizioni in cui ci trovavamo. Lui disse: "Cosa vuoi fare, se questi sono pazzi faranno quello che vogliono". Tanto è vero che si cominciò a sparare qua al Piano e anche verso il manicomio e lui per un pelo non fu buscherato da una cannonata verso il manicomio.
Intanto le forze di polizia si avvicinavano al Piano San Lazzaro, perché la mitragliatrice era stata portata qui, durante la notte, nella piazza, dove c’era una cancellata di ferro, per il posto di passaggio e si entrava in città dopo aver pagato il dazio. La gente cercava di svignarsela, chi in una maniera che nell’altra andava via, andava lontano, perché indubbiamente aveva saputo che in città erano stati fatti molti arresti; tutti i presunti sovversivi erano stati arrestati. Noi dicemmo: "Che cosa facciamo? Restiamo qui, ci facciamo arrestare pure noi?". In realtà non eravamo di questo parere e decidemmo di allontanarci. Trovammo due anarchici, Mario Moccheggiani ed Ercolano Cinti, poi c’ero io, Corneli e gli altri. Verso le otto, le nove di sera cominciammo a camminare ed arrivammo al Ghettarello.
Intanto era avvenuta da parte delle forze di polizia la presa della mitragliatrice che non sparava più, poiché era ammutolita dallo sforzo fatto e dai moltissimi spari che aveva emesso: non cantava più insomma! Il mitragliere era un soldato di fanteria, preso all’Aspio, del quale non ho mai voluto sapere il nome; non so se altri lo sanno, potrebbe anche darsi; lo domanderò a Franchini. E qui al Piano, avevano tentato di dare l’assalto alla caserma dei carabinieri, i quali si difesero seriamente; perciò gli anarchici non riuscirono ad avere la meglio.
Invece lungo la cinta daziaria andò diversamente, in fondo c’era Borgo Pio, dove era situata la caserma dei carabinieri. Qui, con un camion, armati con le bombe a mano, diedero l’assalto alla caserma dei carabinieri uccidendo il maresciallo e ferendo un altro milite; fra loro solo qualcuno rimase ferito, come Petrini; quindi tagliarono la corda. Verso sera ci fu un rastrellamento generale, portando via qualunque uomo avessero trovato; così tutti quelli del Piano furono arrestati e portati al Santa Palazia.
Noi, verso le otto e mezza, le nove, andammo a piedi verso il Ghettarello, dove c’erano alcuni anarchici; socialisti non ve n’erano. Allora parlammo con quelli per vedere se c’era la possibilità di poter dormire la sera al Ghettarello. Essi ci trovarono una stanza vuota, senza pagliericci, senza letti, senza niente, pur di stare, diciamo, al coperto. La mattina quando ci svegliammo parlammo un po’ e Corneli disse: "Vogliamo andare verso Camerano, poiché lì non c’è stato niente? Io credo che sia la miglior cosa, anche se vogliamo tagliare la corda, poi, andando a San Marino, ecc. Da Camerano ci resterà facile più che da Ancona, dove stanno arrestando tutti".
Difatti, ci incamminammo per andare a Camerano, arrivammo all’Aspio dove andammo da un compagno calzolaio e a questi chiedemmo della situazione, se ci fosse qualcosa di nuovo, se avesse saputo niente. Lui ci rispose che mezza Ancona era stata arrestata e che i carabinieri bastonavano a rotta di collo, perché avevano avuto parecchi militi feriti, alcuni anche morti. Quindi questo compagno ci disse: "Dove volete andare adesso?" "Verso Camerano" – rispondemmo noi. – "Sì, verso Camerano, ma bisogna che passiate per i campi, per la strada non è prudente, perché spesso passano i camion dei carabinieri". "Andremo lungo i campi". "Però – ci disse – vedete lassù quel contadino? Presso di lui ci sono dei bersaglieri che lo stanno aiutando. Non so perché ma questi soldati stanno da lui. Sono venuti giù questa mattina, si sono messi lì, con il contadino, aiutandolo a battere". "Cosa dici tu?" – chiedemmo rivolgendoci al calzolaio. – "Vi dico che non so, resto meravigliato. Quindi bisogna che voi facciate in modo da non passare lungo la strada dove si trovano questi bersaglieri che aiutano il contadino, ma molto più in là, in maniera da poter trovare la strada per Camerano".
Perciò passammo più in là, evitando il punto in cui si trovavano il contadino e i bersaglieri. Però ci fu qualche cosa che non andò bene. So che andammo lungo la strada e ad un certo punto vedemmo questi bersaglieri scagliarsi contro di noi, venir giù. Noi restammo meravigliati; ci buttammo in un canneto, ma i bersaglieri cominciarono a sparare verso il luogo dove ci eravamo buttati, cioè il canneto, mentre gridavano: "Sempre più in basso, più basso, perché questi si sono buttati a terra". E noi eravamo in mezzo al canneto, dove avevamo trovato quei fossetti che fa il contadino fra un solco e l’altro del grano. Ci eravamo sdraiati lì per terra e le pallottole cominciavano ad arrivare per davvero, mentre sentivamo che il tenente diceva: "Avanti, avanti che li troviamo!" Noi dicemmo: "Cosa vogliamo fare, ci vogliamo far ammazzare qui? Diciamo che siamo qui, vedremo no!" E difatti: "Siamo qui, siamo qui" ci siamo messi a gridare. Quindi quelli fecero: "Fuori con le mani in alto, con le mani in alto!" Noi con le mani in alto uscimmo; e uno aveva un uccelletto nelle mani, Cinti, anzi ce l’avevamo io, Corneli e Mario Moccheggiani, che adesso è andato in America, non so se campa o se sia morto.
I bersaglieri ci portarono quindi via chiedendoci: "Ci dite perché vi siete nascosti qua dentro?" "E perché voi ci avete sparato? Noi abbiamo visto che venivate contro di noi e, non sapendo perché, per quale ragione, ci siamo buttati qui", "Allora vuol dire che dovete rispondere di qualche cosa!" "Non dobbiamo rispondere di nulla". Facemmo noi. "E perché siete scappati da Ancona?" Incalzavano essi. "perché arrestavano tutti – rispondemmo noi – e noi volevamo evitare l’arresto!".
Ci arrestarono e ci portarono alla caserma dell’Aspio, dove c’è l’Aviazione. In un primo tempo avevamo sete e loro ci diedero da bere, poi ci presero le generalità. "Professor Albano Corneli. Ah, lei è professore" disse la guardia. "Si", rispose Corneli. Noi altri, invece, non avevamo nessun professorato e quindi il professore fu messo da una parte, mentre noi fummo messi da un’altra, tutti e tre insieme.
E’ evidente che loro fecero sapere ad Ancona che avevano arrestato noi. Nella città, per l’arresto nostro, ci fu un diavolerio, nel senso che erano stati arrestati i responsabili della rivolta, i capi della rivolta.
Eravamo diventati i capi della rivolta senza saperlo.
Man mano che ci perquisivano trovarono nelle mani del povero Corneli, anzi nella tasca, delle cartelle che aveva scritto per mandare all’ "Avanti", perché lui faceva anche il corrispondente dell’ "Avanti" e quindi aveva queste carte dove esaltava l’eroico mitragliere. Figuriamoci, si prese un sacco di cassate di fucile, un’infinità di bastonate.
Dopo un po’ vennero i carabinieri da Ancona che si dimostrarono piuttosto duri. Dopo poco mi chiamarono fuori; Corneli, invece, era già in un altro posto dove lo stavano interrogando. Quindi mi chiesero come mi chiamassi, perché stessi scappando da Ancona, poi mi dissero che ero sporco, ero responsabile, ecc. Io risposi che non era vero, che lo avevo fatto per non essere arrestato; allora loro mi diedero tredici cassate in questo braccio, tredici cassate di fucile; non ne potevo più, perché il braccio era diventato nero, gonfio, un macello. Dopo un pochetto tornai indietro e toccò a Moccheggiani, che era un giovanotto grosso. Lui andò fuori, gli venne fatto lo stesso discorso e prese un po’ di cassate, di schiaffoni ecc. Poi toccò a quel povero Cinti che, invece, era un po’ mingherlino, non ci vedeva per niente con gli occhi e anche a lui toccò la stessa sorte.
Poi ci portarono via, alla caserma, dove il tenente disse che ero io quello che si era trovato nella caserma; io invece rispondevo che ero stato a casa quella volta. Ma lui disse: "Va là che ti frego io". Difatti disse: "Prendeteli questi, metteteli al muro che li combiniamo subito". Sa, non c’era mica da scherzare. Ma non ci misero al muro. Vedemmo Corneli mezzo massacrato, tutto rovinato. Ci fecero salire sopra il camion alto, senza scaletta, e si doveva montare su, non c’era niente da fare. Corneli era già su, allora portavamo le pagliette e lui aveva la paglietta tutta scassata, perché aveva avuto parecchie cassate di fucile. Poi salirono i carabinieri che domandavano chi fosse il professore per bastonarlo. Così arrivammo ad Ancona, dove ci portarono alla caserma dei carabinieri che era situata dove adesso c’è il palazzo nuovo della Provincia.
Noi non sapevamo che cosa avessero voluto, credevamo di dover essere interrogati dalla Legione. I carabinieri, non appena ci sentirono arrivare con il camion, si affacciarono tutti dalla finestra gridando: "Sono nuovi! Sono nuovi!" E così vennero giù a salutarci: chi ti dava una zampata, chi uno schiaffo, chi uno sputacchio: poi ci portarono sulle scale…. E io non ho mai toccato le scale, sono andato giù senza averle toccate. Appena saliti su ci avrebbe dovuto ricevere il maggiore che invece non ci ricevette: i carabinieri di nuovo ci davano un sacco di botte, poi ci misero proprio alla porta, davanti alla porta, mentre loro, i carabinieri cantavano Bandiera Rossa per sfregio. Poi uno disse: "Adesso questi li portate a San Martino che sta lì dietro". Quindi invece di farci passare di dietro, dove si arriva subito a San Martino, ci fecero passare davanti al Goldoni e durante il passaggio ci tenevano tutti insieme, mentre loro cantavano Bandiera Rossa per scherno.
E così ci misero dentro la caserma dei carabinieri di San Martino. Noi stemmo sempre insieme, mentre Corneli fu messo in isolamento e perciò pensammo: "Chissà cosa gli succederà!" Avevamo paura che succedesse qualche cosa di serio. Per terra, a ogni modo, tirammo avanti fino al mattino, quando ci aprirono e ci chiesero le generalità; poi vennero alcuni ufficiali dei bersaglieri per vedere se riconoscevano qualcuno di noi come coloro che erano stati nella caserma. E un tenente dei bersaglieri disse che ero io quello che si era trovato nella caserma. Inutile dire di no, tanto per loro era così. Quello che ci necessitava e che chiedevamo era di poter entrare al carcere che sarebbe stata per noi una liberazione; difatti ci portarono al carcere e fu veramente una liberazione. Arrivati al carcere, come è consuetudine, fummo messi in cella di isolamento in attesa di essere interrogati dal giudice o da altri. Dopo quindici giorni il giudice ci interrogò e ci chiese se fossimo noi i capi della rivolta, in che punto azionassimo, quale ordine avessimo dato. A questo punto io dissi: "Stia a sentire, tutte queste cose le può mettere completamente da parte, perché non hanno niente a che vedere con la verità. Noi non c’entriamo niente e di conseguenza non vogliamo assumere nessuna responsabilità. Anche se lo Stato vuole avere trovato i capi, per potere, in un certo qual modo, alleggerire la sua responsabilità, purtroppo, invece, non li ha trovati, se non li trova, lo troverà, ma non certamente da noi".
Questo interrogatorio finì così, con la promessa di farci nuovi interrogatori a tempo debito. Ci dissero: "Non abbiate fretta, perché siete centinaia e centinaia, di conseguenza le cose vanno per le lunghe".
Dopo quindici giorni fummo messi in camerata che era un mezzo carcere, nel quale si campava meglio, anche se come posto si stava male, perché era sotto terra, era umido, certamente, però si stava in compagnia e noi eravamo una dozzina di persone fra cui parecchie che si conoscevano: Sabino e il figlio, Giordano Innamorati, Corneli, Zingaretti, Moccheggiani, Cinti, Carlo Organari, che era socialista; anarchici, invece, erano Sabino, Cinti, Moccheggiani, socialisti eravamo io, Corneli, Organari e Innamorati. (…)