LA RIVOLTA DI ANCONA DEL GIUGNO 1920

Brano tratto da:

Angelo Sorgoni, Ricordi di un ex confinato, Argàlia, Urbino, 1975, pp. 111- 115.

Stavo dunque lasciando la Segreteria della Camera del Lavoro, era terminata la prima guerra europea del 1914-1918 e da poco era stata fatta la pace, quando scoppiò la cosidetta "sollevazione dei bersaglieri", il 20 giugno 1920.

Con un inaspettato e improvviso ordine venuto da Roma, l'XI reggimento bersaglieri, di stanza qui ad Ancona occupante la caserma Villarey, rientrato da pochi giorni dalle trincee alpine glorioso e trionfante ed in procinto d'essere smobilitato, fu invece rifornito e messo in pieno assetto di guerra per esser avviato alla conquista dell'Albania. Al porto si vide attraccare, scarico, il piroscafo "Magyar" per il trasporto della truppa. L'inaspettato ordine suscitò unanime malcontento fra i soldati anelanti al ritorno in famiglia. Erano essi ancora sotto l'impressione terrorizzante della lunga guerra combattuta interamente. Concorde quindi sorse fra di loro la decisione di rifiutarsi di partire. I più ardimentosi organizzarono subito un Comitato interno di direzione del movimento.

Improvvisamente i superiori - dall'ufficiale di picchetto agli altri di pari o maggior grado, ai sottufficiali presenti in caserma - furono posti in condizione di non potersi muovere ed agire contro la massa; furono anche subito tagliati i fili del telefono e barricato il portone d'ingresso della caserma, per stroncare ogni comunicazione con l'esterno, cioè con la Questura, con i comandi dei carabinieri e della fanteria, con le autorità cittadine.

Nella Commissione creata, alla direzione del movimento erano due soldati attivissimi: Casagrande di Recanati ed un tal Rossi di Pausola (nominata attualmente Corridonia dal fascismo perché paese nativo del celebre Filippo Corridoni) che pensarono di mettersi subito in comunicazione con la Camera del Lavoro per ottenere appoggio e patrocinio per il movimento presso la popolazione operaia, facendo risaltare il pericolo che sovrastava Ancona per l'inizio di altra guerricciola da accendere sulla sponda adriatica. Il Casagrande corse a casa mia, ma, non trovatomi, venne nel casamento scolastico e provvisorio dove io dirigevo la V classe elementare, in Via Maratta 18. Ricordo sempre l'affannosa e trepidante esposizione del generoso soldato, che ascoltai attentamente: ma la mia risposta fu una doccia fredda perché dimostrai con calma ma fermezza che non era compito della Camera del Lavoro, baluardo di difesa ed offesa solo per i diritti del lavoro, al di fuori e al di sopra di movimenti prettamente politici, specie se gravi come quello che i soldati stavano organizzando.

I soldati si rivolti, e li indicai, ai dirigenti dei partiti politici locali (radicale, repubblicano, sindacalisti, anarchici, per i socialisti avrei pensato io) per il da fare: la Camera del Lavoro, assicurai, sarebbe stata certamente al suo posto ed in sottordine dei partiti in questo caso.

Il mio discorso - mi accorsi subito - non fu bene accolto dal Casagrande, che però tacque avendo compreso che non c'era nulla da fare con me e che urgeva non perdere tempo. Scappò via per mettersi a ricercare gli indicati dirigenti dei partiti.

Sarà bene rilevare qui subito che il Casagrande non aveva sbagliato a venire da me, quale ancora reggente la segreteria della Camera del Lavoro, perché in Ancona era prevalsa l'usanza di servirsi della Camera del Lavoro anche in ogni questione lontana dalla lotta di classe (ricordarsi la settimana rossa) salvo poi i partiti contrastanti fare un lungo strascico di discussioni che dividevano sempre più i lavoratori attivi. Si era ottenuto finalmente nella Camera del Lavoro un orientamento veramente classista, come in uso in tutte le Camere del Lavoro d'Italia, naturalmente non poteva tutto essere travolto in un momento, né io potevo aprire a mio capriccio una lotta politica senza l'autorizzazione della Commissione esecutiva.

I repubblicani ed i sindacalisti (sebbene già accaniti interventisti) e gli anarchici, sempre come "color che son sospesi", e pare anche i radicali che allora erano forti per numero e come massoni, accolsero tutti l'invito dei militari per opposizione aperta alla nuova non necessaria e malvista guerra che si prospettava nelle intenzioni del governo, aizzato dalla presenza di D'Annunzio. Fu fatta subito una riunione alla Camera del Lavoro ed in questa si raggiunse un'accordo completo: di appoggiare il movimento militare. Fu subito proclamato lo sciopero generale ed un comitato misto di organizzatori e di iscritti a partiti assunse la direzione.

Tutti gli operai anconetani risposero immediatamente. La città si animò subito. Si sentiva odore acre di lotta. Anche i paesi vicini aderirono.

Per tutto il mattino del 26 giugno fu un battagliare continuo e vivace per tutte le vie della città con forze di polizia, rinforzate subito da scorte venute da Senigallia, Osimo ecc. I ribelli si erano impadroniti anche di un'autoblinda e con essa incominciarono a girare per la città, rispondendo a scaramucce di polizia. Molti popolani riusciti ad entrare nella caserma dei bersaglieri "Villarey" aiutati dai soldati, s'impadronirono di armi e munizioni. A Piano San Lazzaro, in Via Scrima, furono disarmati picchetti picchetti di fanteria che rientravano dalla guardia montata nel forte dove era la polveriera. I combattimenti si estesero fino all'Aspio, intorno alla stazione radio militare e al capannone degli aviatori.

Un improvvisato Comitato Cittadino si rivolse subito al Prefetto perché sollecitasse da Roma l'immediata revoca dell'ordine dato al reggimento dei bersaglieri. L'appello fu accolto a Roma e l'ordine di ritiro del precedente giunse ben presto prima al comando dei militari dal Ministero della Guerra e poi subito alla Prefettura.

In caserma dopo il mezzogiorno era già rientrata la calma e non si usò reazione contro i promotori del pronunciamento che forse non sarà dispiaciuto intimamente neanche ai superiori. Solo in città si battagliava ancora contro le forze di polizia; ma appena fu diffusa la voce della capitolazione militare, fu subito notato un notevole raffreddamento dell'azione che, a poco a poco, si spense. A sera tutta Ancona era rientrata nella sua abituale tranquillità. Non si ebbero feriti gravi, né carcerazioni.

Allora si pensò a restituire o far scomparire comunque le armi per non dare appiglio alla polizia per rappresaglie. Furono iniziati arresti ed anche io lo dovetti subire ma fui presto rilasciato.

Il Casagrande e il Rossi, di cui sopra abbiamo detto, non rientrarono più in caserma ma, aiutati, riuscirono a mettersi in salvo e con la fuga si calcarono del peso non leggero di ogni responsabilità, e su loro cadde denuncia al tribunale militare secondo il codice militare, con le aggravanti di quelle del codice penale civile. Il Casagrande si tenne nascosto un po' a Recanati tra i famigliari e nei dintorni di Ancona finchè non fu mandato clandestinamente a Genova, dove, per intervento di quella fortissima organizzazione di lavoratori portuali diretta dal capitano Giulietti, fu imbarcato clandestinamente per l'America e precisamente per l'Argentina, dove allora era numerosa l'emigrazione dei nostri lavoratori. Il Casagrande ritirò con sé da Recanati la giovane sposa e visse e lavorò indisturbato sotto falso cognome per parecchi anni. Era anzi riuscito a piazzarsi come buon muratore e a farsi, con il frutto del suo lavoro, una comoda posizione, quando la morte improvvisamente lo ghermì.

Io fui finalmente liberato dall'incarico della segreteria della Camera del Lavoro e mi ridiedi tutto alla scuola.

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