LA RIVOLTA DI ANCONA DEL GIUGNO 1920
Brano tratto da:
Aristodemo Maniera, Nelle trincee dell'antifascismo, Argàlia, Urbino, 19.., pp. 10-16.
Terminata la guerra, la nostra città non era certo immune dalla crisi economica che attanagliava il Paese. I problemi sociali indilazionabili che non erano stati risolti prima del conflitto si presentarono in forma notevolmente aggravata al suo termine. La disoccupazione aumentava con la smobilitazione dell'esercito e la fine delle commesse militari. Aumentarono le imposte rendendo sempre più insostenibile la situazione di miseria delle classi lavoratrici.
Enorme il malcontento fra gli ex combattenti. Le promesse fatte nel corso della guerra dal governo e dalla stampa interventista si trasformavano agli occhi dei lavoratori in altrettante menzogne: gli arricchiti di guerra, i "pesci-cani" erano lì a dimostrare quali fossero i veri beneficiati dalla vittoria.
Un'ondata di sdegno invadeva gli animi. Le lotte si facevano sempre più aspre, si chiedeva che i responsabili della guerra fossero allontanati dal potere.
Stava maturando una situazione rivoluzionaria, ingigantiva la simpatia per gli uomini che in Russia avevano saputo abbattere il capitalismo. Aumentava sempre più il numero di coloro che dicevano che "bisognava fare la Rivoluzione di Ottobre Italiana".
Tale era anche il nostro stato d'animo, quando nella notte del 25 giugno 1920 attaccava ad una banchina del porto di Ancona il piroscafo da carico "Majar".
Nelle caserme del 93° fanteria, 11° bersaglieri e 31° artiglieria vi era una certa animazione. Tra i soldati prendeva consistenza l'idea che il piroscafo "Majar" fosse destinato al trasporto di truppe per l'Albania, ed infatti erano state date disposizioni ad alcuni reparti di tenersi pronti per essere imbarcati.
Ciò faceva prevedere che i soldati delle classi del 96, 97, 98 e 99, che avevano partecipato alla guerra e che con ansia attendevano la smobilitazione, non solo non sarebbero stati smobilitati, ma avrebbero potuto essere inviati a fare una guerra ingiusta in un paese che si diceva infestato dalla malaria, per sottomettere il piccolo popolo albanese che era risaputo essere orgoglioso della propria indipendenza e quasi imbattibile nelle gole impervie delle proprie montagne, per la perfetta e sicura mira dei fucili dei suoi montanari.
La sera stessa del 25 giugno i dirigenti della Camera del Lavoro (Mario Zingaretti ne era il segretario) ricevettero una visita fuori dell'ordinario. Due bersaglieri, e precisamente due marchigiani Casagrande e rossi, senza tanti preamboli dissero che i bersaglieri si sarebbero rifiutati di partire per l'Albania e domandarono che tutto l'appoggio dei Sindacati venisse loro dato. Ne ricevettero una risposta affermativa. A partire da quel momento gli avvenimenti si susseguirono con la massima rapidità. A sera inoltrata i due bersaglieri, e con essi sette o otto civili si introdussero nella caserma Villarey. Verso la mezzanotte furono messi sotto chiave gli ufficiali e nel cortile dell'edificio fu piazzata una mitragliatrice. Verso le 5 del mattino uscirono dalla caserma, dirigendosi verso il centro della città, due autoblindate condotte dai bersaglieri ammutinati. Un'ora dopo la Camera del Lavoro proclamava lo sciopero generale. Così ebbe inizio quella grande lotta che mise fine all'avventura dell'Albania e dimostrò quale potenziale di energie esistesse nel nostro paese per perseguire fini più ambiziosi. Per nostra sfortuna mancava ancora un vero partito della classe operaia.
All'ammutinamento dei bersaglieri ed allo sciopero generale le "autorità" risposero con lo stato d'assedio. Poliziotti, e plotoni di soldati affiancati da poliziotti (i soldati erano ritenuti poco sicuri) incominciarono a prendere posizione su alcuni punti strategici al centro della città, furono piazzate delle mitragliatrici. Incominciarono i primi arresti.
Quella mattina dovevo dare gli esami, frequentavo l'Istituto Nautico che allora era in piazza Cavour, sistemato in una ala del grande fabbricato del Compartimento delle Ferrovie, non molto lontano dalla caserma Villarey. Alle prime raffiche di mitragliatrici intervenni presso i professori ed il Preside Braschi. Si accese una vivace discussione tra me e due insegnanti, entrambi preti, Rocco professore di italiano e Bellonotto di storia. Il risultato fu che riuscii a fare chiudere l'Istituto e rinviare la sessione di esami.
Mi avviai verso la caserma Villarey. Varie postazioni di carabinieri circondavano l'edificio. Il cannoncino da 75 mm. sito sul colle Cappuccini e che serviva per segnalare l'ora di mezzogiorno era puntato in direzione della caserma. Nell'atrio di un portone di via Tripoli (attualmente via Giacomo Matteotti) vi era un gruppo di carabinieri che guardava a vista una decina di civili arrestati e tra questi Carlo Organari, membro del circolo Carlo Liebknecht. Ebbi modo di scambiare alcune parole con lui. Nell'avviarmi verso casa fui fermato e portato all'interno della caserma Cialdini. Anche qui, numerosi i civili fermati. Fortunatamente dopo alcune ore fummo rilasciati.
Mentre la rivolta dei bersaglieri stava per essere sedata (e non fu cosa difficile, se si pensa che la quasi totalità dei bersaglieri partecipò passivamente all'ammutinamento e quindi bastò che un solo ufficiale, l'unico che non fosse stato rinchiuso, e, precisamente il tenente Clementi, si impossessasse della mitragliatrice piazzata nel cortile della caserma perché tutto rientrasse nell'ordine), l'azione si sviluppò tra i civili in città. Gli scioperanti cominciarono ad armarsi con dei residuati di guerra che furono presi a Piano S. Lazzaro e al forte Savio. Furono requisiti dei camioncini e qualche vettura. Su questi mezzi furono piazzate due mitragliatrici che servirono per costituire dei posti di blocco. Nei pressi della Camera del Lavoro, e precisamente a Porta Pia, disselciando la strada fu costruita una barricata. Questa posizione dal punto di vista strategico era della massima importanza; dominava il porto ed intercettava la strada principale che univa il centro della città alla stazione.
La lotta tra le forze della polizia e gli insorti prese toni di una asprezza inaudita; le raffiche di mitraglia e di fucileria aumentarono di intensità. Gli scioperanti iniziarono a fare qualche prigioniero che veniva portato alla Camera del Lavoro, fu preso anche un colonnello dell'esercito.
La polizia comprese l'importanza della posizione tenuta dai dimostranti a Porta Pia e tentò di forzarla inviandovi una vettura carica di poliziotti, che, giunta nei pressi della barricata fu investita da una raffica di mitragliatrice. La macchina si ritirò a tutta velocità senza neppure voltarsi. In questa operazione rimasero uccisi il vice commissario D'Aria ed il brigadiere Forgioni.
Una pattuglia di scioperanti s'imbattè con un plotone del 93° fanteria comandato dal tenente Ramella. Questi, invitato unitamente con i suoi uomini a deporre le armi, per tutta risposta ordinò ai soldati di aprire il fuoco sparando sugli scioperanti. Al che i soldati rifiutarono, e il giovane ufficiale estrasse la rivoltella e uccise il soldato Marchioni. Questo atto temerario fu pagato con la vita del tenente Ramella. La temerarietà costò la vita anche all'agente investigativo Luigi Cristallini che nei pressi della Camera del Lavoro annotava i nomi degli scioperanti.
Le forze di polizia non potendo fare affidamento sui reparti militari, che avevano dimostrato molto palesemente simpatia per i dimostranti, si rivolsero per avere rinforzi al potere centrale. Questa eventualità era stata prevista dalle organizzazioni sindacali ed è soprattutto per questa ragione che lo sciopero fu esteso anche ai ferrovieri. Si tentò con il crumiraggio di fare viaggiare alcuni treni, ma il tentativo fallì sul nascere. Un treno in partenza da Ancona per Bologna, nei pressi di Palombina, non sfuggì al tiro di una mitragliatrice dei dimostranti piazzata su di un camioncino. Nel treno vi furono alcuni morti.
Per fare arrivare dei rinforzi ai reparti di polizia non restava che la via del mare, ed infatti, per tale via, sotto la protezione di una torpediniera i rinforzi arrivarono. Furono sbarcate guardie regie ed artiglieri che avendo anche essi i gambali, in lontananza, parvero ai dimostranti tutte guardie regie. Detti rinforzi furono allineati sul molo ma un attimo dopo una mitragliatrice degli insorti li prese d'infilata. Le perdite fra questi furono notevoli. In questa circostanza morì il compagno Schneider, segretario della Camera del Lavoro di Fiume, che era stato costretto a rifugiarsi ad Ancona in seguito all'occupazione dannunziana di quella città. Per fatalità egli si trovava sul molo.
Contro la barricata di Porta Pia entrò in funzione il cannone.
Dopo tre o quattro giorni di lotta e di resistenza la rivolta fu soffocata. Ebbero inizio gli arresti in massa. Molti furono maltrattati e bastonati, ma quasi tutti furono alla fine rilasciati, e solo contro una ventina fu spiccato il mandato di cattura. Il 21 agosto dello stesso anno si ebbe il processo e tutti gli imputati furono prosciolti. I soldati ammutinati furono giudicati da un tribunale militare e solo alcuni di essi furono condannati a pene relativamente miti: le sentenze rispecchiavano il clima politico in cui si erano prodotti i fatti (1).
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La risonanza dei moti di Ancona fu notevole in tutta Italia, e in Parlamento. Anche da ciò Giolitti trasse la lezione che non si poteva portare avanti un'altra guerra senza provocare pericolose reazioni delle masse popolari.
Quattro anni più tardi, il 24 giugno del 1924, in pieno regime fascista, venne scoperta una lapide commemorativa alla memoria del tenente Ramella.
Il giornale "La Voce Repubblicana" commentò il fatto dicendo che gli autori di quell'eccidio presenziavano alla cerimonia Un mese dopo fu riaperto il processo per l'uccisione di Ramella. I prosciolti del 1920 furono di nuovo arrestati e condannati a pene pesantissime, sino a trenta anni di prigione come nel caso dell'anarchico e poi comunista Cola Cafiero.